Antonio Messeri

1863-1923

 

ENZO RE

 

 

 

 

Edizione di riferimento

Antonio Messeri, Enzo Re, A.F.Formìggini editore in Roma, II edizione, Roma 1926,

 

 

 

L’IMPERATORE non è morto — ( canta la vecchia ballata tedesca che trovò eco fino ai dì nostri nei versi del Rüchert, del Heine, del Geibel, e che, nata per Federico II, soltanto in tempi posterioni fu riferita al Barbarossa); « l’’imperatore non è morto; egli dorme circondato dai suoi cavalieri in una grotta inaccessibile del Kyffhausen, aspettando l’ora in cui i corvi abbiano finito di svolazzare intorno alla cima del monte e il pero nano di fiorire giù nella valle, per svegliarsi quando la patria tedesca sia in pericolo, e ricomparire alla testa de’ suoi Crociati, e riportare alla sempre giovine Germania dalle bionde chiome l’èra della pace, della forza e dell’ unità ».

Ma la realtà risponde che molto tempo dovrà passare prima che il misterioso vaticinio si compia; ultima reliquia pietosa di casa di Svevia è, frattanto, nella chiesa di S. Domenico in Bologna, il sepolcro di Enzo re di Sardegna. Quivi, per espressa volontà di lui, ultimo degli eretici Hohenstaufen, a pochi passi dalla tomba di quel Domenico di Guzman il cui impeto negli sterpi eretici percosse, da piú che seicento anni riposano quelle povere spoglie; le quali, il 14 Marzo 1272, rivestite di una guarnacca e di una cappa di finissimo scarlatto foderato di ermellino, la corona d’oro gemmata in testa, in mano lo scettro, al fianco la spada, vi furono recate con gran pompa sotto un ricco baldacchino di velluto cremisi foderato di pelli di vaio, precedute dal clero, seguite dal magistrato del Comune e dai nobili, tra due ali di popolo reverente e silenzioso. Le ricuopre oggi, quelle povere spoglie, una gran lastra di marmo nero, chiusa in una gran cornice di marmo giallo, sulla quale pomposamente a lettere d’oro scintilla una lunga inscrizione; e il lato inferiore della cornice, svolgendosi, (come il superiore) in semicerchio dopo breve tratto rettilineo a destra ed a sinistra, si distende sopra una complessa decorazione di ciuffi e frondeggiature arricciate, in mezzo alla quale spicca un medaglione ovale in bassorilievo bianco, raffigurante il busto del giovinetto eroe, con manto e corazza, i capelli spioventi sulle spalle, il profilo del volto delicatamente soave, con barbetta incipiente sul mento, e sul capo l’elmo sormontato dall’aquila imperiale.

E, come il lettore comprende, un monumento rifatto nel Settecento; e se anche tale non lo attestasse l’ultima data della lapide, tale ce lo rivelerebbe senz’altro quella concezione teatrale della morte, come della vita, che fu appunto uno dei caratteri del secolo decimottavo. Già la tomba era stata restaurata una prima volta nel 1490, quando fu tolta quella prima iscrizione del celebre legista bolognese Rolandino Passeggieri la quale, corrosa forse dalle ingiurie del tempo, ci fu bensì conservata nel Codice 182 della Biblioteca Universitaria di Bologna:

 

Tempora currebant Christi nativa potentis

tunc duo cum decies septem cum mille ducentis

dum pia Caesarei proles cineratur in area

ista Friderici maluit quem sternere parca

rex erat et comptos pressit diademate crines

Hentius inquam colli meruit mens tendere fines.

 

Cotal rifacimento del 1490, in gentile stile del Rinascimento, fu fatto murare a spese pubbliche da Gianfrancesco Aldrovandi, e recava la nuova iscrizione composta dal notaio bolognese Cesare Nappi, che al mesto racconto faceva precedere il monito:

 

chiuque tu sia, o viandante, fermati e leggi ;

e dopo aver letto, rifletti.

Questo ti domanda colui pel quale qui sopra fu scritto.

 

Oggi le dorate parole sul fondo nero ridicono la storia pietosa precisamente così come il Nappi la scrisse: ma aggiungono di poi notizie di nuovi restauri del monumento nel 1586 e nel 1690; e dicono infine della costruzione del mausoleo presente, fatta in occasione del ristauro architettonico di tutta la chiesa nel 1731:

 

Cristo optimo maximo

Viator quisquis es siste gradum et quod scriptum est perlege

et ubi perlegeris pensita

hoc is cujus causa scriptum est fieri rogat

Orto inter Bononienses et Mutinenses bello

Caesar Federicus II Romanorum imperator

filium Entium

Sardiniae ac Corsicae insularum regem

Mutinensibus suppietas ferre iubet

Qui

inito apud divi Ambrosii pontera certamine

a Bononiensibus capitur

nullaque re ut dimittatur impetrat

cum pater minis dein praecibus et praecio deprecatoribus uteretur

cum tantum auri pro redimendo filio polliceretur

quantum ad moenia Bononiae circulo aureo cingenda sufficeret

sic captivus XXII annos, menses IX, dies XVI tenetur

aliturque regio more pubblica Bononiensium impensa

sic defunctus magnificentissime ac pientissime funeratus

hic tumulatur

praeterea simulacrum hoc in perpetuam monumentum et hosti et captivo

Senatus Populusque bononiensis posuit

Anno salutis MCCLXXII, II Id. Mar.

Hoc volebam ut scires

abi et vale.

 

Instauratum aere pubblico

autoribus Io. Francisco Aldrovando dictatore

consulibusque Ian. et Fed.

MCCCCLXXXX pridie Kal. Mar.

Caesar Napeus edidit.

 

Monumentum hocce vetustate collapsum

Senatus bononiensis iussu

instauraturn fuit MDLXXXVI.

 

Senatus bononiensis pietate et liberalitate

ossa regis Hentii

et hostis et captivi

hic iacent

Humanae sortis memor

piis manibus bene precare

instaurat iterum

anno domini MDCLXXXX.

 

Eadem ossa

cum elegantius templum instauraretur

e priore loco translata

hic demum

Senatus

avitae memor gloriae ac pietatis aemulator

aere pubblico recondi iussit

Anno a partu Virginis MDCCXXXI.

 

Di tutta questa lunga inscrizione mi colpirono in ispecial modo le parole fattevi apporre dal Senato Bolognese nel 1690: humanae sortis memor, piis manibus bene precare. Memore della sorte umana! Non sembra che cotal frase, qui riferita dal Senato esclusivamente ad Enzo, si ravvivi d’un tratto in uno splendore di più ampia e più tragica verità, quando si pensi che il sepolcro della chiesa di S. Domenico fu la conclusione di qualche cosa di più che non sia la vita di un uomo, la conclusione, cioè, dell’ideale fulgido e grandioso di tutta un’ epoca, incarnata nella terribile schiatta degli Hohenstaufen?

 

 

II

 

E difatti, nei secoli XII e XIII, sullo sfondo cupo della gran lotta che ormai da più che duecento anni divideva il mondo e dilaniava l’Italia, la lotta tra universalità imperiale e universalità papale, tra Stato e Chiesa, mondo e spirito, nettamente si disegnano le possenti figure degli Svevi, come personaggi del più terribile dramma, forse, che la storia ricordi. Essi sono la fioritura del monarchismo germanico, nella quale sembra per l’ultima volta concretarsi il gran sogno di Carlo Magno, il Sacro Romano Impero del Medio Evo: e per tale concezione romantica prodigano il sangue e le forze magnanime, e mettono a rischio la corona luminosa. Ma essi entrano in campo con armi quasi inusitate finora: un genio culto e poetico, una vigoria grandiosa, un certo spirito di modernità, una  ammirevole libertà di pensiero, una cotale tendenza artistica. Belli e forti, schivi di quanto è comune e basso, arditi, cavallereschi, straordinari anche nella tirannia, da loro sempre drammaticamente concepita ed eseguita, essi ringiovaniscono l’autorità imperiale in una elevazione estetica, attingendo a nuove fonti fresche e feconde: la gioia della vita, la poesia trovatorica, il laicato, che si oppone alla travolgente reazione chiesastica. Quasi ognuno di essi è guerriero e pensatore o poeta ad un tempo; ciascuno è, senza dubbio, una apparizione tragica.

Quando Federico Barbarossa discese per la prima volta in Italia nel 1154, vi trovò tutti i segni di una crisi sociale e politica: i Comuni si erano, al nord, ormai messi al posto dei feudatari, e pur riconoscendosi in teoria vassalli dell’impero, in pratica ne contrastavano l’autorità; la monarchia meridionale dei Normanni opponeva alle pretensioni imperiali l’alta sovranità del Papa; il Papa a sua volta vantava sull’Italia e sul mondo un diritto superiore a quello dell’Imperatore; le controversie tra i signori feudali, tra città e città, entro le mura di una stessa città, si risolvevano con guerre private, zuffe, rappresaglie; i Comuni lottavano contro i feudatari delle campagne, o contro i Comuni vicini per rivalità di commercio, odio di parte, o meschino campanilismo: tutto era tumulto e disordine.

Al sovrano idealista, che aveva schietto e splendente nell’anima il concetto della origine divina della sua potestà illimitata, tutto questo sobbollimento, indizio certo di una nuova vita che maturata sotto la superficie dell’antico sistema feudale, dovette sembrare una violazione sacrilega delle leggi eterne; e posti a Roncaglia i cardini giuridici del suo dominio, egli compì il massimo degli sforzi per soggiogare i suoi due avversari: il Papato e il Comune.

Ma non gli valse l’essere proclamato dai giuristi bolognesi padrone del mondo, fonte della legge, incarnazione del diritto; nè l’aver punito, devastato, incendiato; nè l’aver umiliata, distrutta, rasa al suolo Milano: chè una stupenda riscossa latina scrisse a Legnano la pagina più gloriosamente epica del nostro risorgimento comunale. E l’Imperatore piega innanzi alla necessità, e ferma i patti di Costanza; ma con finissimo accorgimento cerca poi nelle operazioni diplomatiche un compenso alla recente disfatta, e celebra in Milano le nozze di suo figlio Enrico VI con Costanza d’Altavilla, erede del trono normanno di Sicilia e Napoli.

E dopo aver così, con disinvoltura che sembra ironia, aggiunto alla contesa perpetua tra Impero e Chiesa un altro agomento, e più aspro, di futuri dissidi, il vecchio monarca scompare. Egli prende, come già da giovinetto, la croce, e da crociato finisce. Ma non gloriosamente, ahimè! Chè per uno strano ludibrio del destino, la corrente di un fiumiciattolo della Cilicia travolge nelle sue onde l’epica figura dell’eroe nazionale tedesco, e lo affoga come un qualunque mortale.

Col fosco e terribile Enrico VI (poi che egli ebbe conquistata e tenuta con ispietata crudeltà di governo la Sicilia, spettantegli per diritto ereditario di sua moglie Costanza) toccò la stirpe il più alto grado di fortuna. Il suo dominio era flagellato dalle onde tempestose del mare del Nord e lambito dolcemente da quelle del Mediterraneo, sulle sponde della Trinacria olezzante di aranci e di fiori. Se fosse vissuto, Enrico avrebbe schiacciato una buona volta il Papato, e domati i baroni siciliani sempre ribelli, de’ quali alcuni fece ardere avvolti nella pece, altri sotterrar vivi, ad altri infiggere sul capo una corona rovente di ferro; ma la morte colse il giovine tiranno a trentadue anni, sciolse la Chiesa dall’incubo di una minaccia terribile, e diffuse un sospiro di sollievo e di liberazione in tutta Italia.

Mentre in Germania scoppia l’anarchia, e si contendono l’Impero Filippo di Svevia ed Ottone di Brunswick, Costanza, la vedova di Enrico, perchè al suo figliuoletto Federico II sia conservata almeno la Sicilia, lo mette sotto la tutela del nuovo pontefice; di quell’Innocenzo III che formula nuovamente la dottrina della supremazia papale con tale audacia, e la pratica con tanto ardimento e scaltrezza, da doverlo considerare il più grande dei papi, dopo Ildebrando.

Ed Innocenzo III, sicuro in cuor suo di poter poi costringere il pupillo a rinunciare alla Sicilia (perchè il Papa non può permettere sia unita all’Impero), contrappone ad Ottone di Brunswick in Germania il piccolo Federico; e può morir così nel 1216, due anni dopo che la grande battaglia di Bouvines aveva data a quest’ultimo la prevalenza, nella dolce illusione di aver sottomesso il mondo al Papato.

Invece, la piccola serpe ch’egli si è allevata sul seno, si risveglia: il sangue non mente. E il principio imperiale, civile, reagisce ancora, incarnandosi in un concetto nuovo, ardito e geniale; far dell’Italia il centro del grande sistema politico (elevarla a giardin dell’imperio, dirà poi Dante, Pur. VI, 105); far del Sovrano un principe pacificatore, al disopra delle fazioni, un potestà supremo dei Comuni italiani.

Chi potrebbe realizzare il nuovo sogno meglio di Federico II? Egli è italiano, perchè nato a Iesi, e re di Sicilia; egli è tedesco, perchè nato dal fiero Enrico, ed imperatore di Germania; è, dice il Lanzani, imaginoso e caldo come un italiano, ardito e scaltro come un normanno, scettico come un greco, voluttuoso come un arabo, tenace come pur tedesco; è bello, soggiunge Ernesto Masi, cultissimo, parla cinque lingue, ha il pensiero libero, la mente sagace, pochi scrupoli, diplomazia sopraffina; possiede il concetto dello Stato laico accentratore, sì da parer quasi un moderno; predilige la scienza e precorre il metodo sperimentale; sdegna le ombre medioevali e dintorno a sè vuole gaiezza, luce, amore, poesia: è, insomma, un grande personaggio, una figura colossale che quasi non ha riscontro in quasi tutto il medioevo.

Ed il pupillo dei Papi diventa il loro più implacabile nemico.

Scomunicato tre volte da Gregorio IX, Federico si appoggia alla parte ghibellina dei Comuni; la Chiesa apre di nuovo le braccia all’amplesso dei Guelfi; di nuovo la lotta fra le due universali potestà è, dalla forza delle cose, trascinata nell’alveo ristretto delle feroci discordie italiane.

Sui campi desolati e sparsi di cadaveri brilla sovente il sole rossastro della vittoria imperiale; sovente i generali di Federico, Ezzelino da Romano, il marchese Pallavicino, Marino da Eboli, ed i suoi figli naturali, Federico di Antiochia, Enzo di Sardegna, Manfredi Lancia, tornano trionfanti e carichi di spoglie opime; e il 27 novembre del 1237 a Cortenuova la seconda lega lombarda è sconfittta. È la rivincita di Legnano, questa? Tutt’altro. Il Papato è forte, ed i Comuni, dalla pace di Costanza in poi, troppo si sono consolidati! Gregorio IX denuncia il vincitore come ateo, eretico, epicureo; gli bandisce contro una Crociata; indice un Concilio per fulminarlo con anatema teatrale e solenne. Federico, dal canto suo, fa mandare a picco le navi che a quel Concilio portano cardinali, vescovi, prelati; è una lotta corpo a corpo, furibonda, decisiva. Ma si risolve presto. Il nuovo Papa Innocenzo IV dichiara, nel Concilio di Lione del 1245, l’Imperatore decaduto dal trono, scioglie i sudditi dell’eretico dal giuramento di fedeltà; e con la battaglia di Parma, nel 1248, i Comuni guelfi fanno aspra vendetta di Cortenuova. Il disastro è irreparabile; la stella imperiale si oscura; sventure pubbliche, sventure private si accumulano sul capo di Federico. Già, un figlio ribaldo, Enrico, gli si era ribellato in Germania, ed egli l’avea dòmo; ora un figlio prediletto, Enzo, il suo idolo, è sconfitto alla Fossalta e fatto prigione dai Bolognesi, che non lo restituiranno mai più. Divenuto cupo pien di sospetti (ricordate la sorte di colui che tenne ambo le chiavi del suo cuore, di Pier delle Vigne?) Federico morì l’anno dopo; ma vincitore nella sua disfatta, egli segnò la più grande riscossa del pensiero laico contro il principio teocratico. Questo comprende bene la Chiesa, che non darà più tregua alla maledetta razza degli Svevi.

Corrado, l’erede legittimo di Germania, muore in Basilicata nel 1254, non senza sospetto di veleno, a soli 26 anni, mentre contrasta ai Papi il regno di Sicilia; e allora Manfredi, il figlio della bella siciliana Bianca Lancia, baldo de’ suoi vent’anni, ardito e scaltro come il padre, si fa re di Sicilia, afferra e tien alta la bandiera del ghibellinismo: e ben se lo seppero i Fiorentini a Monteaperti, dove avvenne

 

« lo strazio e il grande scempio

che fece l’Arbia colorata in rosso »

(Inf. X, 86).

 

La casa di Svevia ha un ultimo guizzo di luce; mai, forse, esso ha avuta una potenza così incontrastata in Italia. Manfredi celebra le nozze di sua figlia Costanza con Pietro d’Aragona; egli stesso, mortagli Beatrice di Savoia, sposa Elena, greca e discendente dei Commeni. La Corte di Palermo è splendida: il re, biondo e bello di gentile aspetto, è il più cortese cavaliere d’Italia; la regina, dal dolce profilo che sembra uscito dallo scalpello di Fidia, è una delle più belle signore d’Europa; intorno a questi due giovani, frementi di vita e di amore, tutto è luce, fiori, musica, incanto.

Ahimè! Per la Chiesa Manfredi è pur sempre il figlio di Federico: e per dodici anni i Papi gli cercano un competitore, finchè il francese Urbano IV si rivolge al cupido violento rapace Carlo d’Angiò, conte di Provenza e fratello del re di Francia. E Carlo, premuto anche dalla moglie, che ha tre sorelle regine e le tarda diventare regina anche lei, muove alla conquista del regno, ed a Benevento, il 26 febbraio 1266, Manfredi è sconfitto e muore eroicamente d’ una piaga a sommo il petto (Purg. III, 111).

Carlo d’Angiò scontenta poi tutti, nel suo nuovo regno; ne approfitta allora Corradino, figlio di Corrado, che, spinto dal triste fato, discende con pochi armati in Italia. Le speranze ghibelline risorgono per un istante, ma è fuoco di paglia; Carlo accorre fulmineo e lo schiaccia sul piano di Scurcula, nella battaglia che impropriamente fu detta di Tagliacozzo. Tradito da un Frangipani, e consegnato a Carlo, l’ingenuo giovanetto, senza alcuna forma di giudizio, fu inesorabilmente decapitato il 29 ottobre 1268, sulla piazza del Mercato di Napoli, presenti il Re e la Corte, come un ladrone volgare. Tre anni dopo moriva prigioniero in Bologna il povero Enzo, ultimo Svevo

Una volta la storia degli Svevi poteva essere assai semplice: una famiglia di tiranni, figli di Satana e dell’Eresia; una serie di Pontefici santi, che invoca su essi la maledizione di Dio; una lega di popolo, che si fa strumento della vendetta eterna; e gli epigoni del Barbarossa, che cadono fulminati misteriosamente, l’uno dopo l’altro. Oggi questa critica teologica non serve più. Non per questo gli Hohenstaufen sono divenuti de’ fortunati; ma essi sono infelicissimi per ben altre ragioni: perchè mentre rispetto al movimento intellettuale sono all’altezza dei tempi o li precorrono, non comprendono poi la trasformazione sociale della loro epoca; perchè sono liberi di coscienza, eppur non s’avvedono della necessità dell’avvento comunale e borghese, nè del tramonto dell’Impero universale; perché da un lato sono combattuti dalla Chiesa per il loro spirito laico e novatore, dall’altro sono osteggiati dai Comuni per la loro politica conservatrice; perchè da un lato, volendo italianizzare l’impero, rappresentano la vittoria della civiltà latina sul germanismo, e dall’ altro appariscono tiranni tedeschi di fronte al Papa, che, alleato dei Comuni, appare invece (e non è) antesignano di libertà italiana; e da questa intima contraddizione irriducibile gli Svevi son dilaniati e sconvolti. Sembra che un Fato di tragedia greca, al pari di quella degli Atridi, incalzi, sotto la sferza dell’ira divina, questa schiatta di eroi; ed è invece la logica della Storia, che li afferra nel suo ingranaggio ed inesorabilmente li stritola.

Di tanta tragedia, di questo sfacelo, di questa sorte umana il sepolcro della Chiesa di S. Domenico in Bologna è memoria, simbolo, conclusione. Humanae sortis memor, piis manibus bene precare!

 

 

III

 

Nell’Ottobre dell’anno 1238 Enzo di Svevia (nome italianizzato dal tedesco Heinzo, per Enrico) sbarcava in Sardegna con una scorta di gentiluomini in ricchissimi vestimenti, per isposare Adelasia, signora feudale o (come dicevasi) regina di Torres, e vedova di Ubaldo Visconti, giudice o re della Gallura e Signore di Cagliari (rector cagliaritanus, reca un documento del 1233). Ubaldo era morto in quello stesso anno; e mentre Adelasia continuava a regnare in Torres, ereditata dal padre suo Mariano II, e il dominio di Cagliari passava (sembra) ad un Giovanni Visconti, la Chiesa, che da più secoli accampava diritti sovrani sulla Sardegna, si oppose alla occupazione della Gallura da parte degli aderenti del ghibellino Visconti, e favorì che Adelasia continuasse a chiamarsi come quando avea vivo il marito, Dei gratia regina Turritana et Gallurensis, industriandosi a cercare per essa un marito devoto alla Santa Sede, che la aiutasse a conservare il dominio dei due Giudicati.

Le cospicue nozze con Enzo ebbero luogo, dunque, contro la volontà del Pontefice, il quale avrebbe voluto che la sua vassalla Adelasia sposasse, invece, il guelfo pisano Porcari; ma ella, instigata dai fieri interessi ghibellini della potente famiglia Doria, e pazzamente presa dalla fiorente bellezza del principe imperiale, preferì quest’ultimo, anche a costo d’incorrere nell’ira tremenda di Gregorio IX.

Secondo alcuni l’Imperatore mirava, con questo matrimonio, a togliere la supremazia feudale del Papa sull’isola; è forse più probabile che mirasse soltanto a dare un possesso dotale e un buon titolo al figlio; ad ogni modo il matrimonio di Enzo come già quello di Enrico VI con Costanza regina di Sicilia, creava nuova ragione di lotta con la Chiesa, perchè un vassallo come Enzo doveva riuscire assai poco gradito al Pontefice, massime dopo l’esperienza fatta con Federico II in Sicilia. E il Pontefice, manco a dirlo, fulminò dell’interdetto gli sposi. Ma quando amore spira.... la navicella del cuore valica anche l’alto mare delle scomuniche; nè Adelasia, per altro, aveva poi tutti i torti.

Enzo (che era nato circa il 1220, secondo il Böhmer e l’Huillard-Breholles, da madre tedesca di bassa condizione, e non fu il primo figlio naturale di Federico II) compiva allora i diciotto anni: aveva un angelico volto; bionda e fluente la chioma che gli scendeva, in anella d’oro, sino alla cintura; gli occhi cilestri, calmi ed ingenui come la distesa azzurrina dell’oceano in quiete. Era, dice il cronista fra Salimbene, giovane valente, di gran cuore e di umor gaio e sollazzevole; aveva mente sveglia e fantasiosa. Le donne sospiravano per lui; il padre suo lo prediligeva e lo aveva nell’ottobre di quel medesimo anno, 1238, dopo l’infelice assedio di Brescia, creato cavaliere in Cremona; e come tale Enzo si addimostrò sempre perfetto, primeggiando per il tratto signorile e cortese. Espertissimo nelle raffinate arti di Corte, a lui apparteneva (dice un suo storico, il dottor Blasius) tutto ciò che era immagine del suo tempo; degno figlio di Federico, egli era assai colto, e la musa siciliana lo annoverava forse di già tra i suoi più dolci cantori.

E così il giovinetto principe assunse dapprima ii titolo di Re della Torre e Gallura, cambiato di poi in quello più solenne di Re di Sardegna: e ciò non perchè egli avesse con impresa o conquista alcuna nell’isola esteso il territorio del suo dominio, sì bene perchè, tenendo di fatto il governo di due Giudicati isolani (ed ebbe senza dubbio l’omaggio dei maggiorenti di essi, e tenne stanza in Sassari, nel palazzo regio), e recando in sè un così vivo riflesso della maestà cesarea, parve forse opportuno conferirgli o lasciargli portare quel titolo onorifico, quasi emanazione imperiale. Nè, del resto, poteva essere dubbio il diritto teorico dell’Impero, a disporre della Corona di Sardegna, la quale, soggetta alla protezione apostolica, ma in realtà dominata dall’egemonia pisana e fieramente contrastata da Genova, rientrava nell’ambito delle regioni d’occidente su cui l’Imperatore accampava diritti di supremo potere.

Ma il romanzo di Adelasia fu breve. Enzo rimase nell’isola soltanto otto o nove mesi; poi fu chiamato dall’Imperatore sul continente italiano ove, tra il fragor delle armi, altri amori ed altri piaceri lo attendevano; ed ella, rimasta in una solitudine amara, dimenticata dal marito, perseguitata dal Papa, osteggiata dai Pisani (che possedevano non pochi feudi in Sardegna) si piegò alfine ad umiliarsi al pontefice Innocenzo IV.

S’allegrò questi allora, ed incaricò tosto l’arcivescovo di Arborea di accoglierla nuovamente nel grembo della Chiesa, e di scioglierne il matrimonio sotto pretesto di nullità, per essere lo sposo uno scomunicato. Poi Adelasia, ottenuto il divorzio da lui, accusandolo di adulterio, passò a nuove nozze con Michele Zanche, il vicario di Enzo in Sardegna, il quale violentemente arraffò e tenne per sè il dominio e la sposa; quell’odioso Michele Zanche, che fu spento a tradimento intorno il 1290 dal genovese Branca Doria (cui era andata sposa la figlia che egli ebbe da Adelasia), e che Dante pose, come maestro di truffe, nella quinta bolgia dei fraudolenti, a star sommerso, con altri barattieri, in un lago di pece bollente.

Nel decennio dal 1239 al 1249, Enzo è il principale personaggio sul teatro della guerra d’Italia. Vero braccio destro di suo padre, egli, il trovadore sospiroso, l’idolo dei poeti, l’angelo delle corti, si cambia in un demonio sul campo di battaglia; il volto e l’occhio sereno diventano tempestosi e sconvolti come l’oceano in burrasca. In lui pari alla bellezza della forma è il valore; pari alla cortesia del cavaliere è l’audacia del combattente, che ignora la paura e i pericoli. Se ad un eroe classico egli può essere paragonato, non ebbe forse torto il Leo di chiamarlo Achille dell’età sua; come il principe dei Mirmidoni, infatti, Enzo era forte di braccio e di animo, pieno di fuoco, cupido di gloria, pronto allo sdegno, all’ira, alle mani; e se Achille nella sua tenda cantava sulla cetra forti imprese di favolosi guerrieri, Enzo, tra una carica di cavalleria e l’altra, scioglieva al volo poetico l’ala delle sue strofe melodiose. Ed ove si volesse ravvicinarlo ad un moderno, forse anche meglio calzerebbe il confronto della sua foga con l’onda procellosa di un eroe autentico, che fu anch’esso un bello, elegante, arditissimo generale di cavalleria; Gioacchino Murat, il leone dell’epopea napoleonica.

Se io volessi raccontar qui tutte le gesta militari di Enzo in quella lunga campagna, dovrei addentrarmi in un viluppo di avvenimenti intricati e complessi, nei quali gli antagonismi, le rivalità, le ire di parte si svolgono, s’intersecano, si raggruppano, fanno l’estremo di lor prove in una vita agitata e feroce. Dovrei narrare una storia di città contro città (Milano e Pavia, Cremona e Piacenza, Genova e Pisa, Bologna e Modena, Mantova e Verona), di fazione contro fazione, contrada contro contrada, casa contro casa, per cui

 

... l’ un l’ altro si rode

di quei che un muro ed una fossa serra »;

(Purg. VI, 83-84)

 

una storia nella quale trucemente campeggiano personaggi e famiglie possenti, il terribile Ezzelino a Verona, gli Asinelli e i Basacomari a Bologna, i Della Torre a Milano, i Salinguerra e gli Este a Ferrara, gli Accarisi e i Manfredi a Faenza, i Traversari a Ravenna, gli Uberti a Firenze; dovrei disegnare un quadro di fratricide battaglie, combattute spesso per futili cause, delle quali una caricatura profondamente storica è, non ostante i suoi anacronismi, la Secchia rapita di Alessandro Tassoni, che tutti conoscono; un quadro al quale si sovrappongono e si applicano i due grandi nomi, importati dalla Germania, dei Ghibellini e dei Guelfi, e i due grandi principi dell’Impero e del Papato: ma in esso lo schierarsi dall’una o dall’altra parte non è determinato da convincimento in questa o quella teoria, sì bene soltanto dall’interesse o dall’occasione; sì che le leghe, le contro-leghe, i tradimenti, le detenzioni, il Papa, l’Imperatore, non sono che espedienti transitori per raggiungere un fine, mentre quel che è costante e persiste si è pur troppo l’odio, lo strazio, la ruina, onde si travaglia e consuma tutta la vita rigogliosa della nostra povera Italia !

Io mi contenterò di dire che nella penisola l’Imperatore teneva da prima due suoi legati generali, l’uno per l’alta, l’altro per la media Italia, al quali se ne aggiunse poi un terzo per la Romagna; e che Enzo fu probabilmente eletto prima legato generale in Romagna, e poi, il 25 luglio 1239, fu nominato sacri Imperii totius Italiae legatus generalis, ossia ebbe sotto la sua alta giurisdizione tutto il Regnum Italiae, esclusi, si intende, i territorî della Chiesa e il Regno di Sicilia; segno questo non pur di immenso affetto, ma anche di riconoscimento delle sue eminenti virtù. I legati generali esercitavano in origine assoluti poteri politici e militari; poi tali poteri diminuirono, quando l’Italia fu divisa in un certo numero di distretti a capo dei quali l’Imperatore pose dei vicari generali, il cui ufficio sembra in sostanza eguale a quello dei legati, salvo che a questi ultimi spettava, in più, il diritto di nominare i giudici ed i notai. Nei primi anni della sua «legazione», dal 1239 al ’41, Enzo mostrò di essere in realtà il più diretto rappresentante dell’Imperatore in Italia; tanto è vero che, nei primi sei documenti che dell’ ufficio suo si hanno, egli porta il titolo sacri Imperia in tota Italia legatus, e la sua azione si estende a vari domini d’ Italia, la Romagna, la Marca d’ Ancona, la Toscana.

Ma nei documenti posteriori Enzo è detto soltanto legato generale in Italia, e non a caso: difatti dal 1242 fino al 1249, anno in cui egli fu fatto prigioniero, le necessità della guerra lo obbligarono a restringere all’Emilia e alla Romagna il suo campo d’azione. Il che significa che, sebbene egli conservasse ancora una morale superiorità sugli altri, pure l’unità di legazione era, nel fatto, ormai tolta.

Le condizioni della lotta, non organica come le moderne, ma frazionata e molteplice, non consentivano un’unica direzione, una specie di « Stato maggior generate » ; ma se il giovane Re di Sardegna non fu dunque il capitano, certo fu tra i principalissimi condottieri. Nell’anno 1239, con pieni poteri e con diritto di dispensar privilegi a quelle città che gli si fossero arrese prontamente, egli invade la Marca d’Ancona, prende Iesi, Macerata ed altre città, entra nel ducato di Spoleto e lo conquista; nel ’40 è alla presa di Ravenna; nel ’41 al lungo assedio ed alla presa di Faenza; e se in quest’ ultimo anno non comandò egli in persona la flotta che sorprese e catturò i prelati e i cardinali recantisi al concilio bandito da Gregorio IX (il Blasius non lo crede, perchè Enzo non era ammiraglio), certo in quel tempo egli era a Pisa, e colà ebbe in consegna i cospicui prigionieri, e li rinchiuse nella fortezza di S. Miniato. Tornò poi in Romagna, mentre suo padre, dimessa l’idea di prender Bologna, marciava invece alla volta di Roma; e nell’ottobre noi lo troviamo ammalato in Ravenna, e curato nel convento di S. Maria in Porto; il qual convento, con tutti i suoi beni in Romagna e nella Marca, egli riceve solennemente, per gratitudine, sotto la protezione dell’Impero. Ed è molto notevole in questo tempo il giuramento che parecchi Fiorentini e Bolognesi fecero ad Enzo in Imola per dargli nelle mani Bologna; ma la congiura venne scoperta, e quelli che vi avevano preso parte furono duramente puniti.

Mentre la morte di Gregorio IX sconvolgeva ogni disegno dell’Imperatore, e questi, costretto ad arrestare la sua marcia su Roma, si ritirava in Germania, nel luglio del 1242 Enzo è in Lombardia a saccheggiare, incendiare, distruggere varî luoghi del Piacentino; poi, accordatosi segretamente con la fazione de’ Malesardi di Brescia, i quali proponevano dargli in mano la città, corre sopra Soncino, passa l’Oglio verso Palazzolo, dominando la strada da Milano a Brescia, e devasta i campi intorno a Flammacurta e Capriolo; ma quivi è ferito gravemente in una coscia da un dardo. Si cura poco, guarisce presto, e distrutti Misano, Gussago, Triviglio ed altri luoghi sulla sinistra dell’Adda, va a svernare a Cremona, che era generalmente il punto di partenza delle sue fulminee intraprese. Nel ’43 è contro Vercelli liberata; poi, congiuntosi con le milizie di Manfredi Lancia, si avanza su Lodi vecchia, e muove incontro ai Milanesi fino a Melegnano; rifiutato da questi ultimi il combattimento in campo aperto, si reca a Pavia, e di lì nel Vercellese; e dove egli passa è un flagello.

Dopo avere tentato invano un accordo tra Mantova e Verona, si unisce di nuovo con Manfredi, ed a capo di 3000 cavalieri (calcolandosi da 3 o 4 scudieri per ogni cavaliere, erano in tutto un 12000 uomini) e delle milizie comunali cremonesi col loro Carroccio, parte da Cremona il 7 giugno del ’44, piomba rapido come il baleno sul territorio di Piacenza, si pone a campo a Firenzuola. Ma questa volta anche l’esercito della Lega Lombarda si era mosso; al suo avvicinarsi, Enzo fa una diversione a sud, brucia varî castelli e ritorna a Cremona, donde poi nuovamente riprende, senza dare un momento di respiro ai Comuni guelfi, le sue scorrerie.

Intanto, il 7 luglio del 1245, Innocenzo IV pronuncia nel concilio di Lione la grave condanna di Federico II; e questi allora, dopo aver sventata in Parma una congiura contro la vita propria e di Enzo, marciò sulla fine di settembre risolutamente contro Milano, a capo di un forte esercito, composto di cavalieri tedeschi, pugliesi e toscani, delle genti di Parma, Cremona, Lodi, Bergamo, Tortona, Alessandria, Asti, de’ Pavesi col loro carroccio; ed aveva seco anche il marchese di Monferrato, Opizo Malaspina, e il marchese Lancia. Giunto al Ticinello, trovò schierato, alla riva opposta, l’esercito della Lega; e non osando passare il fiume, marciò lungh’esso, sempre accompagnato da’ nemici sull’altra sponda, fino ad Abbiategrasso. Quivi rimase tre settimane, e poi mandò ad Enzo l’ ordine di attaccare i Milanesi alle spalle. Enzo con milizie di Cremona, Parma, Reggio, Bergamo, marciò alla sua volta contro Milano fra l’Adda e il Lambro, ma ad un certo punto trovò anch’egli un impedimento: un canale, scavato da’ Milanesi nel 1239 e che univa le acque di que’ due fiumi. Sulla riva oposta eran già pronti i nemici, accorsi alla notizia della sua mossa veloce.

Egli discese allora verso Cassano, quivi trovò la chiave del canale, ruppe la chiusa, asciugò il corso artificiale di quelle acque, e l’8 novembre passò con tutto il suo esercito e sconfisse i Milanesi, avanzandosi arditamente fino a Gorgonzola; ma per essersi spinto troppo oltre, con pochi cavalieri della sua guardia, fu rovesciato da cavallo e fatto prigioniero. Buon per lui che le sue milizie vittoriose riuscirono a liberarlo, dopo che egli ebbe data parola a’ nemici, però, di non proseguire la sua marcia; ma la lezione non gli valse.

Doveva toccare ai Bolognesi la fortuna e la gloria, onde tutta Italia fu tocca e commossa, di arrestare per sempre quel fulmine di guerra, e dar così il colpo di grazia all’Impero.

 

 

IV

 

Ma non precipitiamo gli avvenimenti.

Dopo aver ancora, nel ’46, tentato di prender Piacenza (ma dovette ritirarsi dinanzi all’ostinata resistenza di essa) Enzo era nel ’47 sul territorio di Brescia ad assediar Quinzano, quando gli giunse la notizia che pochi fuorusciti guelfi avevano il 16 giugno assalito improvvisamente ed occupata la ghibellina Parma, nè il popolo si era mosso a difesa, e gli imperiali erano stati volti in fuga. Il fatto era gravissimo, per essere Parma un luogo strategico di prim’ordine, e perchè Cremona correva ora grande pericolo, circondata com’era di città ormai tutte guelfe, quali Piacenza, Parma, Mantova, Brescia, Crema, Milano, Vercelli, mentre restavano fedeli all’Impero soltanto Reggio, Modena, Verona, Bergamo, Lodi, Pavia, e, più oltre, Tortona, Alessandria ed Asti. Volò dunque Enzo, dopo aver distrutte le opere d’assedio innanzi a Quinzano, ad assalire la ribelle Parma, con un esercito di almeno 10.000 uomini; ma ne fu ributtato. Allora il 2 luglio si congiunse con lui l’imperatore Federico, e le loro genti riunite (37.000 uomini, secondo Fra Salimbene) posero a Parma quel memorabile assedio, che dovea finire con la famosa sconfitta ghibellina di Vittoria, il 18 febbraio 1248.

Durante tale assedio, Enzo fu da suo padre più volte adoperato in spedizioni di gran conto: così il 6 luglio del ’47 fu mandato, insieme ad Ezzelino da Romano, a ritogliere a’ Bolognesi Bazzano, castello di Modena, che essi avevano preso a tradimento; ma quando vi giunse, Bazzano era già stato distrutto, onde a lui non rimase se non lo sfogo di distruggere, a sua volta, Vignola; e il 16 luglio Enzo andò, con Uberto Pallavicini, a domare la Lunigiana e la Garfagnana ribellatesi per opera di Federico Malaspina; e nell’agosto, infine, fu spedito con Ezzelino ad occupar Guastalla, per impedire il congiungimento delle forze di Mantova con quelle di Parma; il che non tolse, però, ai Mantovani e Ferraresi di prendere il ponte di Brescello e, per Calorno, rifornir Parma di vettovaglie.

Dopo il disastro imperiale del 18 febbraio 1248, le ghibelline Modena e Reggio si trovavano fra due fuochi, tra Bologna e Parma: Bologna, anzi, era divenuta il quartier generale del guelfismo. Enzo, dal canto suo, aveva cercato di mantenersi nella forte posizione che occupava sul Po, e fatta qualche scorreria sul Reggiano e in quel di Parma, aveva posta la sua sede a Cremona, dove occupava la carica di potestà, e dove, nel fatale anno 1249, sposava una nipote di Ezzelino, della quale il nome ci è ignoto. Ahimè! la seconda sposa doveva essere anche più infelice della prima.

Verso la fine del maggio 1249 i Bolognesi, rafforzati dalle milizie papali del cardinale Ubaldini e da quelle ferraresi del marchese Azzo d’Este, uscirono a campo contro Modena, con tutto il loro esercito a piedi ed a cavallo, popolo e magnati, comandati dal potestà in persona, Filippo Ugoni da Brescia, e dai luogotenenti Antonio Lambertazzi e Ludovico Geremia. Enzo seppe in Cremona il pericolo che minacciava i Modenesi, e, rinunciando subitamente alle mollezze della sua luna di miele, accorse in loro aiuto con la sua guardia d’odore tedesca e con i cavalieri cremonesi e reggiani.

Durante la marcia, le notizie recategli dalle spie erano sempre più tetre: un grosso corpo di guastatori bolognesi aveva invaso il territorio di Modena giungendo sino allo Scoltenna (l’odierno Panaro); le genti d’Uliveto, anzi, passato il fiume, erano intente ad abbattere alberi per completare la ricostruzione del ponte di S. Ambrogio, dei quale l’armatura era già fatta e sul quale doveva passare tutto l’ esercito guelfo.

Da Modena, dove gli si unirono le milizie di quel Comune, Enzo continuò pien di corruccio e senza indugio verso il Panaro; vide gli Ulivetani guastatori intenti al loro lavoro, e alle tre pomeridiane del 26 maggio piombò loro addosso egli stesso, alla testa delle sue barbute tedesche risonanti d’ armi e di ferro, con una turbinosa carica di cavalleria. Gli assaliti, dinanzi a quella ruina seminatrice di spavento e di morte, levano al cielo un clamore di grida disperate: il grosso dei Bolognesi, al di qua del fiume, avverte tali grida; i generali comprendono, un attimo si levan le tende e tutta la grande oste comunale si avanza, varca il ponte come può, si spiega in ordine di battaglia, l’urto terribile avviene. Tra lo squillar delle trombe, il vocio confuso de’ combattenti, l’urlo rabbioso delle imprecazioni, cozzano fragorosamente fra loro le pesanti cavallerie, rombano in aria i sassi enormi lanciati dalle baliste, sibilano i dardi, piastre e maglie si spezzano, volano e scheggie ed aste e tronconi e faville. Il comandante supremo de’ Bolognesi ha mandato a richiamare, intanto, una fortissima squadra di cavalieri che già si eran diretti a Ceresa; e quelli tornano a galoppo serrato, passano il fiume a guado, e con ampio movimento avvolgente sorprendono ai fianchi l’esercito imperiale. Enzo si vede perduto, ed ordina la ritirata; ma egli stesso resta a dirigerla ed a proteggerla in retroguardia, la faccia sempre rivolta al nemico, rinnovando attacchi furiosi, co’ suoi cavalieri tedeschi, contro le file compatte e tenaci de’ pedoni bolognesi. Giunti gli inseguiti e gli inseguitori alla Fossalta, che dista un 1600 metri in linea retta dal ponte di S. Ambrogio (per la topografia mi valgo degli studi del mio dilettissimo Albano Sorbelli, che è riuscito a stabilir con precisione anche il luogo dove Enzo fu preso); giunti, dicevo, alla Fossalta, presso la confluenza dei torrenti Grizzaga e Tiepido, là dove il terreno, prima libero e piano, aveva un forte intoppo prodotto dalle alte rive e dalle acque abbondanti, la zuffa divenne ancor più micidiale. Nella disperazione di quell’istante supremo, dinanzi all’impedimento improvviso, gli Imperiali si arrestano, resistono furibondi, fanno un ultimo inutile sforzo: centinaia di cavalli e di fanti sono travolti nelle onde sanguinose nel torrente.

Dalla Fossalta in poi, verso Modena, la ritirata è volta in rotta disastrosa; ma quando il re Enzo è arrivato, sempre contrastando il terreno palmo a palmo, a S. Lazzaro modenese, i Bolognesi, temendo ch’egli si salvi in città, raddoppiano la loro furia, lo avviluppano in una rete d’armi e d’insidie, cercano d’isolarlo dai suoi. Il giovane eroe è rovesciato da cavallo; si rialza d’un salto, ed in piedi, dritto sur un mucchio di cadaveri, bellissimo nel suo furore, senza elmo in testa, la chioma d’oro al vento, e roteando la spada, appare come una visione epica, ultimo anelito di casa di Svevia

Per breve. Tre fortissimi gli saltano addosso (Lambertino Lambertini, Michele degli Orsi, Lambertolo Bottrigari), lo atterrano, lo disarmano, lo inchiodano al suolo. L’aquila imperiale è colpita al cuore; il Comune trionfa!

Insieme con il re furono presi Buoso da Doara, condottiero de’ Cremonesi, Marino da Eboli, potestà di Reggio, Corrado di Salisburgo e Antolino dall’Andito, Gerardo Pio, Tommaso da Gorzano, nobili modenesi, con altri molti e molti Cremonesi e Reggiani; in tutto quattrocento uomini a cavallo e milleduecento a piedi. Gli altri, in gran disordine, fuggirono a Modena, inseguiti dal nemico, le lancie alle reni, fino alle porte della città.

Dai documenti dell’Archivio di Stato bolognese (Atti del Sovrastante alle prigioni) risulta che, dal sei luglio all’undici novembre di quello stesso anno 1249, ben cinquecentosettantaquattro di que’ prigionieri furono rilasciati verso garanzie o riscatti; e moltissimi altri dovettero godere di lì a poco d’una tale ventura, se ne’ gloriosi registri del Comune l’elenco de’ prigionieri della Fossalta è ridotto, nel 1250, a soli trecentoquarantrè nomi, che sono divisi in varie carceri private dei quattro quartieri della città, meno il re, « dominus Hentius rex, sive Henricus, filius domini Federici, olim imperatoris », cui è assegnato per carcere il palazzo nuovo del Comune, con Marino da Eboli, Corrado conte di Salisburgo, Buoso da Dorea ed Antolino dall’Andito. E nel 1253 quei trecento prigionieri, tranne pochi fuggiti e parecchi morti o liberati, figurano ancora ne’ registri, con la laconica ma triste annotazione: sono tutti poveri. Tra essi, non pochi sono tedeschi, di Spira, di Colonia, di Ulma: altri moltissimi sono friulani, lombardi ferraresi, reggiani: di Modena non ve ne ha alcuno, lo che fa pensare (dice bene il Rubbiani) che i Modenesi fossero tra i riscattati subito.

Il bottino di guerra fu copioso; e negl’inventarî delle armi del Comune, del 1381, trovasi registrato un gran teniere da balista, che fu di re Enzo.

I Bolognesi, quasi stupiti essi stessi d’un tanto successo, desistettero per il momento dall’assalir Modena e tornarono indietro con la lor preda preziosa. Giunti a Castelfranco, rocca fortissima, quivi rinchiusero il re e ve lo tennero fino al diciasette agosto; poi, vogliono alcuni, sulla fede di storici non contemporanei, che lo trasportassero in Anzola fino al ventiquattro (ma perchè muoverlo da Castelfranco, che era fortissimo — osserva il Sorbelli — come luogo di confine e su la più importante via che conduceva a Modena, per portarlo in altra terra più debole e sprovvista?); infine lo condussero con gli altri prigionieri trionfalmente a Bologna.

Per farsi una pallida idea di quello che potè essere la magnifica scena di quel trionfo, non basta leggere gli storici che la descrivono; bisogna anche rappresentarsi alla fantasia l’aspetto della bella, singolare Bologna, verso la metà del secolo XIII; bisogna pensare alle duecento torri levantisi al cielo come altrettante braccia smisurate del possente Comune; ai severi palazzi rosseggianti di terre cotte, meravigliose nelle porte a sesto acuto, nelle finestre bifore elegantemente archeggiate su colonnine esili e leggiadre, nei cornicioni ornati di bassirilievi a fiorami; bisogna figurarsi le strade strette e tortuose i cui fianchi si riavvicinano in alto con le sporgenze delle case, quelle sporgenze che erano sorrette dai portici di legno; e ne resta anche oggidì a Bologna una viva reliquia in quel delizioso palazzo Isolani in via Mazzini, vero gioiello del Duecento, pervenuto intatto alla civiltà presente.

Quelle vie e quei palazzi erano per la fausta occasione adorni di fronde verdi e di ricchissime tappezzerie; a quelle finestre bifore si affollavano, giocondamente sorridendo, le belle donne nelle loro vesti vivaci, adornate di fiori la bruna testa, adornate di fiori il candido seno; sotto quei portici di legno si accalcava una moltitudine trattenuta a stento, con le lor lunghe mazze, da gonfalonieri del popolo.

Ecco si odono gli squilli de’ trombetti che, sonando a battaglia, aprono il corteo; e passano scalpitando le squadre dei cavalieri leggeri; passano i fanti coronati di quercia, a cinque a cinque, coi tamburi alla testa e le variopinte bandiere spiegate, mentre alcuni di loro trascinano a terra i conquistati vessilli imperiali o recano le spoglie ottenute, macchine di guerra, vasi d’oro e d’ argento, vesti preziose; passa gravemente il Carroccio, su cui sventola lo stendardo con le insegne del Senato e del Popolo bolognese, tutto ornato di panno scarlatto in un coi buoi che lo tirano ed il bifolco che lo guida: ed intorno al Carroccio stanno de’ fanti ricoperti di maglia, con le lunghe spade sguainate ed appoggiate alla spalla, « sì come sempre apparecchiati — scrive il cronista Leandro Alberti — per difenderlo da tutti gli insulti ». Ed ecco la lunga interminabile fila de’ prigionieri, legati due a due, ultimo de’ quali Enzo, triste e vergognoso, sopra un muletto. Al suo passare la folla ondeggia, tutte le teste si sporgono, tutti gli occhi si piantano avidamente su lui, il vocio confuso tace come per incanto, e solo dalle finestre parte qualche mal trattenuto grido di ammirazione, qualche ingenua parola di pietà. Infine, preceduto dai servi vestiti di seta, dai magistrati e dal clero, in mezzo a grida di gioia, acclamazioni infinite, suoni di pifferi e trombe ed altri istrumenti, rivestito di armi lucenti, col capo coronato di lauro, col bastone del comando nella destra, ecco, su di un bianco cavallo, il magnifico signor Potestà Filippo Ugoni, che ha al fianco il Cardinal Legato: ambedue erano stati ricevuti alla porta della città dal Vescovo e dal clero, ed accolti sotto un ricchissimo baldacchino, sorretto da giovani nobili bolognesi, vestiti di zendado rosso e turchino. Dietro, molte squadre di pesanti barbute, e poi una massa nera, fluttuante, di popolo.

In quella sera stessa, dopo solenni preci di ringraziamento a Dio nella Cattedrale, il bel prigioniero veniva rinchiuso in quel palazzo del Comune, donde non doveva uscire se non cadavere, ventitrè anni dopo.

 

 

V

 

« Non crediate spenta la forza dell’Impero; interrogate gli antenati ed essi vi diranno che l’avo nostro, il vittoriosissimo Federico, seppe, quando volle, domare i Milanesi assai più forti di voi; laonde noi vi domandiamo e comandiamo che vogliate tosto lasciar libero il nostro diletto figlio Enzo, re di Sardegna, in un con gli altri nostri fedeli. Se ciò voi farete, noi esalteremo la città vostra al disopra di tutte le altre; se nol farete, il nostro grande e trionfale esercito assalirà Bologna, sottoponendola a tale castigo da farla diventare la favola e l’obbrobrio delle nazioni ».

Queste irose parole (dettate probabilmente da Pier delle Vigne) scriveva a’ Bolognesi, nel giugno del 1249, la cesarea maestà di Federico II. Breve e fiera fu la risposta del Comune, dettata da Rolandino Passeggieri: « Non speri la Maestà Vostra di atterrirci con gonfie parole; noi non siamo canne di palude che un po’ di vento agita e sbatte, nè simili a piume, nè siam brume che si dissolvono a’ raggi del sole. Il re Enzo ci appartiene, come crediamo sia nostro diritto, e lo terremo. Contro la vostra vendetta impugneremo le spade, resistendo da leoni; nè alla Maestà Vostra gioverà molto l’esercito immenso, dappoichè laddove sono molti nasce la confusione, ed avviene talvolta che un cinghiale sia tenuto a freno da un cane ».

Confesso di ignorare su quali prove il dottor Hessel si fondi per giudicare questa orgogliosa risposta de’ Bolognesi « come un esercizio stilistico di un professore di rettorica o d’ uno dei suoi scolari ». A me sembra, invece, che la frase in essa contenuta, « come crediamo sia nostro diritto (tamquam fore credimus nostri iuris )» confermi l’autenticità della lettera; tal frase, infatti, può far supporre che una discussione si agitasse intorno alla legalità della cattura e della prigionia di Enzo, né un falsificatore l’avrebbe inserita nel suo documento apocrifo, composto proprio per magnificare la potenza e il diritto del glorioso Comune.

Come sappiamo, Enzo era in Italia, fin dal 1239, il primo e più diretto rappresentante di Federico II, ed il ritenerlo prigioniero equivaleva (osserva giustamente il Rubbiani) a che il popolo di Bologna si arrogasse un diritto sulla persona stessa dell’Imperatore; un diritto che la prima Lega Lombarda credè di non avere quando, mentre poteva impadronirsi del Barbarossa che fuggiva « da i mal tentati valli » di Alessandria, gli lasciò libero il varco, ed

 

« in conspetto a l’ aquila gli animi ed i vessilli

d’Italia s’inchinarono, e Cesare passò ».

 

È dunque difficile che un fatto così ingiurioso alle costituzioni imperiali ed inconciliabile con lo spirito del diritto romano, come la prigionia di Enzo, potesse non urtare contro alle sentenze dei glossatori delle leggi dello Studio Bolognese; i quali, forse, non avevano il sicuro convincimento che fosse conforme al giure la deposizione di Federico II, decretata già da Gregorio IX e da Innocenzo IV, e potean dubitare non fossero per avventura eresia e scisma in Federico semplici rappresaglie, e non avessero i decreti papali piuttosto ragione politica che spirituale. Comunque, prevalsero i criteri della rigidità, e il dì seguente a quello dell’ingresso trionfale il Consiglio, radunatosi solennemente, deliberava che tutti gli altri prigionieri potessero riacquistare la libertù mediante il cambio o il riscatto, ma la persona del re a niun patto si potesse mai rilasciare.

La politica del Comune non poteva essere, a tal riguardo, se non inflessibile. Piegarsi avrebbe voluto dir debolezza, paura, sommissione spontanea alla vendetta imperiale, che non sarebbe mancata ugualmente; resistere, invece, significava per i Bolognesi essere e rimanere gli arbitri della situazione politica; stordire con un gran colpo politico i Ghibellini; aver nelle mani il più prezioso ostaggio, la più bella garanzia contro le violenze di cui erano minacciati; togliere alla Casa di Svevia, anche dopo la morte dell’Imperatore, uno dei più audaci e risoluti elementi di resurrezione. Ed è facile pensare che, pur dopo la scomparsa di Corrado, di Manfredi, di Corradino, quest’ultimo Svevo imprigionato turbasse ancora i sonni dei Pontefici, e che l’inesorabile odio della Curia papale pesasse molto nei consigli di parte guelfa bolognese. Né mancarono eccitamenti da altre parti d’Italia, a gelosamente guardare una preda di tal fatta; e il bolognese Filippo Asinelli, potestà di Milano, scrive, par esempio, nel 1255 una lettera al Potestà e al Consiglio di Bologna, esortandoli ad angustiare e tormentare, per rappresaglia di parte, il re Enzo e gli altri prigionieri di guerra.

Secondo il cronista Matteo Paris, Federico, prima di ricorrere alle minaccie, avrebbe proposto invano ai Bolognesi di dar loro in cambio un figlio del Marchese di Monferrato, che egli teneva prigione; secondo la Historia Miscella, avrebbe offerto tanto oro da poterne ricingere le mura della città; ma probabilmente ciò fa parte di quella serie di leggende che la fantasia degli scrittori, de’ novellieri, de’ poeti, si affaticò a creare intorno ad un dramma epico come questo, cui doveva di necessità mescolarsi il meraviglioso ed il favoloso.

A lungo, per esempio, si parlò in Germania di Enzo avvinto in catene d’oro, per distinguerlo dagli altri prigionieri, entro a una torre rotonda, vicino alla casa dei Lambertini, come avea scritto l’autore degli Annali di s. Giustina di Padova; a lungo si ripetè lo storiella narrata da Fra Salimbene da Parma nella sua Cronica, de’ custodi di Enzo che un bel giorno s’erano piccati di non dargli da mangiare, onde frate Albertino da Verona, celebre predicatore, mosso a pietà di lui, propose alle guardie una partita ai dadi per risolvere la questione, e vinse, e diè al povero re affamato il cibo conteso; a lungo, infine, si tramandò la falsa notizia di Giovanni Villani, di Ricordano Malaspini e d’altri, del giovane re rinchiuso in una gabbia di ferro. La quale leggenda è derivata — secondo il Sorbelli — non tanto dal cronista genovese del secolo XIII Bartolomeo Scriba (il quale narra che nel mezzo della sala dove stava Enzo pendeva una camera costrutta in legno ed in ferro, entro la quale il re ogni notte veniva rinchiuso), quanto dal fatto che, presso molti Comuni italiani, e specialmente a Bologna, i prigionieri più importanti e pericolosi erano rinchiusi in gabbie di ferro.

Si rassicuri il pietoso lettore. Egli può ammirare oggi in Bologna, prospiciente alla piazza del Nettuno, il bel palagio ove Enzo passò tutto il resto di sua vita (detto perciò, d’allora in poi, il palagio di re Enzo), di recente restaurato e ricondotto alle sue linee originali da un dotto archeologo e geniale artista, Alfonso Rubbiani, il quale ne ha scritta anche la storia in una sua recente pubblicazione; egli può gustarne la severa ed elegante struttura, che s’intona perfettamente con la leggiadra torre del Potestà, la quale spunta, miracolo d’arte, dietro alla rinnovellata cuspide dai merli a capo gigliato; egli può ora figurarsi d’intravvedere, dietro le vetrate dei due finestroni a triforio del piano superiore, la bionda capigliatura del re, il quale intende lo sguardo nell’aere libero, e sospira, ricordandosi del tempo felice.

Era quella la nuova sede del Comune, che fu costruita tra ii 1200 ed il 1208; e se vogliamo credere ad una lettera autografa che sembra scritta da fra Leandro Alberti e che il Frati riferisce in parte nel suo libro « La prigionia di re Enzo », quasi tutto l’ edificio fu messo a disposizione del re, il quale generalmente andava a passeggiare nel gran salone del piano superiore durante il giorno e si ritirava poi e stava in una stanza posta sotto quel salone, al primo piano: bisogna dunque convenire che il Senato e il popolo bolognese non potevano essere, nella loro rigidità, più signorilmente cortesi con l’illustre captivo, cui avevano concessa senz’ ltro la propria casa, il palazzo pubblico, sì come ad ospite pubblico. Aggiunge l’ Alberti, nella citata lettera, che il re veniva visitato et salutato ogni giorno da cittadini diversi et nobili bolognesi, quali erano per questo ordinati »; ed è fuor di dubbio, d’altronde, che valletti e domestici dovevano attendere a fargli compagnia ed al servizio della sua persona, e i cuochi preparargli cibi gustosi, e sarti e calzolai rivestirlo e calzarlo degnamente, e medici vegliare sulla sua preziosa salute. Nel suo testamento, infatti, che porta la data del sei marzo 1272 ed al quale aggiunse due codicilli il sette marzo, Enzo ricorda ben otto medici e fa, tra gli altri, i seguenti legati: lire 500 bolognesi a Nicolò Benvenuto, cittadino di Bologna, « nostro diletto paggio e famigliare, che mai fu tiepido nell’offrirci i suoi ossequi », e lire cento all’altro paggio Guglielmo da Parma; lire cento ad Azolino detto Cella, famigliare nostro »; al nobile Amore, milite di Curia, « nel quale la fede ed il potere giammai vennero meno nel farci ossequio », lire trecento; e Pietro Armannino, « fedele nostro », lire cinquanta; a maestro Eliseo da Siena, « nostro medico », lire cento; a Bentio, altro « medico nostro », lire cinquanta; a Guido Tantidenari, « amico nostro », lire venticinque; a maestro Marco ed a maestro Giovanni, « nostri cuochi », e a Benedetto di Puglia, Bernardo e Milliano, « nostri servi », lire venticinque; a maestro Jacopino di Pavia, « nostro sartore » ed a Pietro di Reggio « nostro calzolaio », lire venticinque.

E di un altro sarto del re, di nome Guglielmo, trovò notizia Carlo Cipolla nei protocolli di un notaio bolognese, in un atto dell’undici ottobre 1252.

Par certo, inoltre, ed il cronista Jacopo da Acqui lo assicura, che il Comune prendesse a suo carico quasi tutte le spese di questa « Corte » del re carcerato, quando, morto Federico II, spenti Manfredi e Corradino, vennero evidentemente a mancare al povero Enzo, ormai abbandonato da tutti, gli aiuti pecuniari; e che il re fosse impoverito e volesse rimeritare, dopo la sua morte, con denari ricavati da’ suoi diritti e possessioni nel regno di Sardegna od in Svevia, coloro che gli erano stati larghi di sussidi non sempre disinteressati, è luminosamente provato da questi altri legati: a Guglielmino di s. Giorgio, cittadino bolognese, « nostro famigliare fedele », lire mille, computandosi in esse il denaro da lui ricevuto in prestito; ad Jacopo d’Abbate, « fedele famigliare e mercante nostro », lire duemila settecento da lui ricevute in prestito, e Bencivenne d’Abbate ed i suoi figli sieno assolti da tutto ciò che da lui, Enzo, percepirono per usura; ed a Graziadeo orefice sieno restituite lire quindici da lui avute in prestito.

Inoltre il Comune permise che Enzo conservasse nella sua prigionia, e carte, e privilegi, e lettere, e istrumenti, e libri (tra cui certi « libri nostri Romantiorum », ossia le poesie da lui composte ch’egli nel testamento ricorda con singolare affetto): cose tutte che, dopo la sua morte, ei volle fossero gelosamente conservate ai suoi eredi.

Ma v’ha di più. Al gagliardo giovane non mancarono .... le distrazioni muliebri. Secondo una Cronica anonima del secolo XV, intitolata « Memorie di Bologna dall’origine della città al 1445 », un vero e proprio amore avrebbe, anzi, illuminato di un soave sorriso i tristi giorni della sua prigionia. Una leggiadra contadinella di Viadagola, di nome Lucia, passando quasi ogni giorno dalla piazza, avrebbe attirati sulla propria bellezza semplice e schietta gli sguardi appassionati del re, che dalle inferriate della finestra soleva salutarla con le soavi parole: « Anima mia, ben ti voglio ». Pietro Asinelli, che faceva compagnia ad Enzo, si sarebbe poi adoperato in modo che la giovine potè penetrare nella prigione; « et insomma — conclude ingenuamente il cronista — se ingravidò et partorì un putto maschio et posali nome Bentivoglio. Del quale ne discese la nobil casa dei Bentivoglio ».

Ma .... c’ è un ma! Ecco i critici (Sansovino, Litta, ex.), osservar giustamente che la famiglia Bentivoglio ha origine assai più antica, e attribuire la divulgazione di questa leggenda soprattutto al cronista Jacopo Dal Poggio, segretario di Giovanni Bentivoglio, che volle forse adulare il suo Signore, col trovar negli antenati di lui qualche stilla di sangue imperiale. Il racconto, adunque, non ha fondamento di verità; ma non per questo è meno certo che il Comune permise al re Enzo di dissetarsi, se non più mai a quella della libertà, almeno alla coppa d’amore. È bensì vero che in veruna carta del tempo si trova ricordata la « donna bolognese data ad Enzo per compagna » come asserisce, non sappiamo su quali prove, l’Huillard-Brèholles; è vero anche che d’un amor lontano parlano certi suoi versi, in cui il poeta sembra alludere ad un’amica che potrebbe anche venire a trovarlo (almeno secondo la lezione del Codice Laurenziano Rediano ), quand’ egli lamenta dal calcere:

 

Però n’ aggio paura

e penso tuttavia

de lo su’ gran valore ;

s’ è troppa mia dimora,

venire non poria!

.    .    .    .    .    .    .

.    .    .    .    .    .    .

Ben voi fare assavere

e’ amare e non vedere

si mette fin amore in oblianza.

 

È un fatto, però, che Enzo stesso ricorda nel suo testamento tre figliuole: Elena, Maddalena e Costanza. La prima di esse, Elena, nel 1272, quand’ egli testava e morì, era già da parecchi anni moglie a Guelfo della Gherardesca di Donoratico, figlio del famoso conte Ugolino; e se Enzo la nomina e parte col titolo di « eccellente figlia nostra »; se il conte Ugolino, che fu uno de’ capitani pisani alla conquista della Sardegna all’Impero, l’aveva desiderata per consorte al proprio figlio; se, infine, ai soli nati da lei, Enrico ed Ugolino, « carissimi nipoti nostri », lascia i suoi diritti regali sull’isola, ha ben ragione il Rubbiani di supporre che cotesta Elena avesse più lieta e chiara origine delle altre due, e fosse insomma figliuola di Adelasia. Ma Costanza e Maddalena, ancor giovinette, per le quali il moribondo re riserba una dolorosa tenerezza, chiamandole « carissime figlie nostre », ed a ciascuna delle quali lascia in dote mille once d’oro, supplicando Alfonso re di Castiglia, suo parente, affinchè voglia averne cura e maritarle, gli nacquero certamente in Bologna.

Esse ebbero forse per madre quella misteriosa Elena figlia di Frasca, che Enzo nomina così, senza attributi nè tenerezza, nel suo testamento, lasciandole un legato di lire duecento bolognesi, e pregando gli eredi Enrico ed Ugolino suddetti a pagarle tal somma « quante volte ella s’ induca a vestire l’ abito religioso »?

Insomma i Bolognesi, con vera liberalità cavalleresca, trattarono il re da par suo, e lasciarono ch’egli continuasse, come dice il cronista Jacopo da Acqui, nelle « sue magnificentie »; onde il modo di questa inesorabile sì, ma onesta custodia dell’augusto prigioniero, non avrebbe potuto riassumersi meglio che nella efficace epigrafe di Gino Rocchi di recente murata sul ristaurato edificio: «

 

Il Comune

in questo palazzo che era sua nuova sede

e di cui, fu ripristinata la fronte l’anno 1905

tenne prigioniero di guerra

in splendido corteggio

dall’ anno 1249 all’ anno 1272

Enzo re di Sardegna

figliuolo di Federico II imperatore.

 

 

VI

 

Ma la carcere, per quanto dorata, è pur sempre carcere; e d’altronde il Comune non risparmiò provvedimenti e cautele per evitare una possibile fuga.

Negli Atti del sovrastante alle prigioni, dell’Archivio di Stato bolognese, trovasi una Riformazione relativa alla custodia di re Enzo, del 9 Gennaio del 1252, per la quale sedici custodi, di 30 anni almeno, doveano stare a guardia del re, e rinnovarsi a turno di quindici in quindici giorni, ed essere pagati dal re stesso, in ragione di due soldi bolognesi al giorno per ciascuno; sulle scale del palazzo dovevano parimente star de’ custodi di almeno 30 anni; le serrature e le chiavi del palazzo stesso, delle scale, delle ponticelle esterne, delle porte di ogni stanza, dovevano essere tolte e cambiate; un’ispezione alle prigioni doveva essere fatta da un ufficiale del Potestà, dagli Anziani e dai Consoli.

Negli Statuti del Comune di Bologna, inoltre, editi dal Frati, trovasi, tra le deliberazioni degli anni 1259 e ’60, l’ordine che i custodi del re debbano avere soltanto 25 anni, sieno pagati a spese del Comune ed il Potestà sia tenuto ad esigere entro tre mesi dal re la somma spesa a tal uopo; e che nessuno possa parlare al re medesimo senza permesso del Consiglio e la presenza de’ custodi, tranne i servi a lui concessi.

Infine, negli Statuti stessi (1259-1262) è detto che di sera, al suono della campana, doveva il re, insieme con gli altri prigionieri dimoranti seco lui nel palazzo, essere rinchiuso a chiave, nella stanza assegnatagli, da uno dei soldati o dei giudici del Potestà, il quale teneva una delle chiavi, mentre l’altra restava ai custodi. Al mattino, parimente al suono della campana, la porta era riaperta; nessuno delle guardie, dei militi o giudici del Potestà poteva giuocare a zara nè a qualunque altro giuoco nè rivolgere mai la parola al re o agli altri prigionieri. È notevole poi che, nel 1262, si obbligarono i custodi a non poter sottrarsi in alcun modo al loro ufficio per quindici giorni, ed a non esigere più alcun salario o ricompensa. Non è questo, infatti, un segno manifesto che Enzo, il povero Enzo, non aveva più di che pagare i suoi carcerieri ?

Un’evasione del re era dunque impossibile. Eppure la più popolarmente divulgata tra le leggende sul re Enzo è appunto quella della sua tentata fuga.

Narra il Ghirardacci, nella sua Historia di Bologna, che l’amico sviscerato del re, Pietro Asnelli, fece entrare nella prigione un robusto e forte uomo di nome Filippo, con una brenta piena di buon vino sulle spalle, fingendo dovesse servire per la mensa di Enzo; e che il brentatore, vuotato il vino, ricevette nella brenta il re, e con tanta gagliardia e destrezza lo portava che pareva fosse vuota. Con questo inganno liberamente uscì dal palazzo, avviandosi al luogo ove un tal Rainerio de’ Confalonieri attendeva con i cavalli apparecchiati per la fuga; ma un soldato, volti gli occhi alla brenta, e vedendo la chioma bionda del re che usciva ondeggiando dalla sommità, tosto s’immaginò quel che era, chiamò altri soldati, arrestò il brentadore, ed Enzo fu ricondotto in prigione. Filippo e Rainerio furono processati, Pietro Asinelli fuggì e s’ebbe confiscati i beni. Secondo altri scrittori, la fuga del re sarebbe stata scoperta da una donna che stava ad una finestra; la quale, com’era in alto, potè veder sull’orlo della brenta gli aurei capelli; onde si mise subitamente a gridare: « scappa, scappa »; e accorse la folla e il re fu ripreso. Alla donna poi e alla sua famiglia avrebbe la Signoria del Comune, in premio della sua accortezza, concesso di adottare il nome Scappi.

Questo curioso episodio, che trovasi ingenuamente scolpito in una bugnatura del palazzo del Potestà in Bologna e che è accennato anche dai cronisti Giovanni Garzoni e Francesco Maria Guidotti, è dal Ghirardacci riferito al 1268: ma accortosi questi, di poi, della contraddizione con la notizia già data, all’anno 1253, della decapitazione del Gonfalonieri e del bando dell’Asinelli per aver procurato la fuga, non di Enzo, sì bene di Corrado di Salisburgo, volle rimediarvi dicendo che la stampa era errata, e che i complici della fuga del re furono invece un Pasino Asinelli ed un Ruggero Traversari; ma i nomi di questi ultimi mancano in qualsivoglia cronaca e tutto fa supporre, conclude il Frati, che siano stati mutati arbitrariamente dal Ghirardacci. Secondo il Sigonio, il tentativo di fuga di Enzo sarebbe stato procurato da Guido Caccianemici: senonchè, il cronista Griffoni e l’Historia Miscella ci fanno sapere che appunto nel gennaio del 1268 Guido fu ucciso da un Caccianimico Caccianemici e non potè quindi agevolare la tentata evasione. Della quale, del resto, manca ogni sentore nelle croniche bolognesi più antiche, come nel Villola e nel Griffoni; onde i critici non prestano a questa leggenda maggior fede che a quella relativa all’origine dei Bentivoglio. E neppure essi credono alla fuga di Corrado di Salisburgo che, come s’ è detto sopra, sarebbe avvenuta nel ’53, perchè tale notizia è contraddetta dagli Statuti del 1263, dove si ordina, per rendere più tollerabile al re Enzo la prigionia, ch’egli sia liberato dalla compagnia fastidiosa e molesta del tedesco Corrado.

Ma se non Corrado, certo altri prigionieri della Fossalta riuscirono a fuggire, nell’aprile del ’53, come dagli Statuti stessi risulta. Furono essi Jacopone dal Borgo, cremonese, Nicolò da Giosano, Enrico di Wardestein, Berardo di Harstall ed altri cremonesi e tedeschi; onde fu bandito nel capo, con una taglia di lire cento, Michele fornaio di Saragozza, custode delle carceri, insieme con Falco da Firenze, Guiduccio d’Ubaldino, Aliserio di Guidotto di Carbonello e Pietro Pontecchio da Varignana, per aver agevolato questa fuga. E crede il Savioli che da questo fatto reale traesse poi origine la immaginaria evasione del re, della quale nessuno ormai più dubita che sia da relegarsi tra le favole.

L’illustre prof. Pio Carlo Falletti, nel suo recente scritto « Re Enzo a piede libero? » prende argomento da un brano d’accusa in data 9 Novembre 1284, conservato nel R. Archivio di Stato bolognese, per supporre che, man mano che gli anni passavano e la rovina degli Svevi si faceva sempre più evidente e profonda, la prigionia di Enzo si venisse ognor più raddolcendo, fino a dargli una semi-libertà e concedergli di uscir dal palazzo. E aggiunge:

 

« La prigione, dunque, non s’ aprì, ma si allargò. Il re, o solo o in compagnia di qualcuno dei custodi, ormai gratuiti, ottenne di venir sotto il portico del palazzo, dove si vendeva il pane. Là, emaciato dall’interno affanno, mesto sedeva iuxta viam. Prendeva egli diletto a udire il suono dei malinconiosi liuti che eran fabbricati e provati in una bottega posta vicino la casa di Iacobo Billione? Perdonava, obliando, Adelasia e il Barattiere, e il viso s’ illuminava al ricordo della excellens filia, ch’egli aveva lasciata pargoletta? Preannunciò egli a’ Bolognesi il danno che s’ andavan preparando da sè medesimi con gli odî ond’eran partiti e, anche una volta, prendevan pretesto da Modena? e suggerì parole di pace e fratellanza? Oppure egli, riflettendo su la vita operosa e libera di un forte popolo e sulle vicende umane, compose colà e recitò al fedelissimo Guglielmino da S. Giorgio il sonetto :

 

« Tempo vene ki sale e ki discende »?

 

Io lo vedo nella mia mente, seduto in bigie chiome al posto consueto, accarezzare il piccol nepote d’un guerriero mutilato dai fendenti da lui calati nel supremo conflitto, presso il ponte. Chino su lui, la mano « su la testa bionda » gli dice sommesso e soavemente:

 

S’ io pur fui cattivo, sii buono

tu, dunque! perdono!

 

Se fossi pittore, dipingerei così, per simbolo pascoliano, il passato e l’avvenire; la pallida vecchiezza e la rosea giovinezza; il ricordo e la speranza; il ricordo del male di cui fummo autori e la speranza d’ un bene di cui gittammo i semi in terreno propizio ».

 

Bellissima scena, non v’è che dire, ma appoggiata, parmi, su troppo debole e incerta base! — Difatti la schedula accusatrice dell’Archivio di Bologna parla d’una rissa avvenuta « sub porticus (sic) pallatii Comunis et Populi Bononie, ubi panis venditur, et ubi consuetus erat morari dominus Rex, iuxta viam pubblicam et domum Jacobi Billionis »; ed il secondo ubi da riferirsi logicamente e grammaticalmente a porticus non mi sembra (sia detto con il più profondo rispetto per il maestro insigne) decisivo argomento in un genere di documenti ne’ quali la logica grammaticale è non di rado bistrattata in malo modo. Senza contare che cotale straordinaria larghezza verso l’augusto prigioniero contrasta troppo con la stretta e severa sorveglianza precedente, solennemente consegnata nelle rubriche degli Statuti comunali; e che il silenzio dei Cronisti e dei documenti a tale proposito non conforta troppo a credere in tanta resipiscenza di generosità da parte del Comune e del Popolo di Bologna.

 

 

VII

 

Che resta adunque ?

Sgombrata l’ossatura storica del fatto e del personaggio dalle sovrapposizioni della fantasia, resta una realtà assai dura, pur sotto la forma esteriore dello « splendido corteggio ».

Più che nel misero Corradino, la sorte degli Hohenstaufen sembra impersonarsi ormai penosamente in Enzo, che dopo il supplizio di quel suo nipote nel 1268, languirà ancora piú di tre anni nella sua bella prigione; dappoichè nulla, forse, della sciagura di tutti i suoi consanguinei può compararsi alla morte lenta, all’agonia ed allo strazio di ventitrè anni di carcere, dove gli stessi onori tributati al prigioniero dovevano lacerargli il cuore, ricordandogli ad ogni momento e l’esser suo presente e quel ch’egli fu.

Certo non pur con la vaghezza della persona, con la fama del coraggio, con lo splendore della gloria, col fascino del soglio Cesareo egli vinse i cuori delle fanciulle; ma le pietose donne bolognesi sorrisero all’infelice principe anche perchè la sventura lo aveva baciato sulla fronte e gli aveva recinto il capo d’una aureola dolorosa.

Nel merlato palagio dove Enzo era sempre così gelosamente guardato, dovette avere senza dubbio angosciosa ripercussione lo sfacelo di casa di Svevia: la notizia improvvisa della morte di Federico II, mentre stava per tentare la rivincita: l’arrivo in Bologna di Innocenzo IV, reduce vittorioso dall’esilio di Lione, tra gli squilli sonori di tutte le campane; la repentina, misteriosa fine di Corrado IV, venuta ad oscurare d’un tratto il raggio di gioia riacceso dalle sue rapide vittorie; l’arrivo, in Bologna stessa, di Carlo d’Angiò, coi Guelfi di Toscana e di Lombardia, al quale il Legato di Clemente IV consegna, fra le grida festose del popolo, la Bolla papale che bandisce la santa crociata contro l’Impero ed i Ghibellini; la battaglia di Benevento e la piaga a sommo il petto di Manfredi, il cui cadavere il pastor di Cosenza, per ordine di Clemente, trasse di poi dall’epica tomba fattagli erigere con grave mora di sassi da Carlo (il quale aveva voluto almeno onorare il valore infelice) e gittò « fuor dal regno »; e la battaglia di Scurcula, e Corradino che lascia la sua testa di fanciullo sul palco orribile, e le notizie di tanta ruina recate da quei baroni tedeschi che, scampati alla strage, passano per Bologna e vi son catturati da’ Guelfi, finchè gli studenti tedeschi non li abbiano riscattati: sì che al gran dramma politico esteriore, che rese attonito il mondo, corrispose il dramma intimo di una povera anima, che vide giorno per giorno disseccarsi e morire in lei il caro fiore della speranza.

E mentre crollava l’edifizio imperiale degli Svevi, anche la corona di Sardegna lentamente si disfaceva sulla fronte del pallido prigioniero. La cattura di lui alla Fossalta, infatti, ebbe un non dubbio contraccolpo nell’isola, dove il governo della Gallura tornò ai Visconti pisani e con la morte di Adelasia, avvenuta intorno al 1256, il giudicato di Torres, ormai dilaniato dalle avverse forze di Pisa e di Genova, tra la signoria dei Doria e quella del Comune di Sassari, finì col disciogliersi. Sì che quando Enzo, nel suo testamento del 1272, lasciava ai suoi discendenti i suoi diritti regi in Sardegna, il suo regno non era in realtà che un mesto e vano ricordo.

Soave conforto, forse, gli fu una sua sorella, Caterina da Marano (sposa e poi, nel 1268, vedova di Giacomo del Carretto, come crede il Blasius), che il testamento di Enzo attesta essere stata per qualche tempo in Bologna ospite delle Suore della Misericordia; ed una viva tenerezza traluce nel legato che egli fa a lei, carissima sorella e figlia del serenissimo Federico, imperatore dei Romani, di duemila lire, e in quello di lire cinquecento al convento delle Signore della Misericordia, in ricompensa degli onori e grati ossequi a Caterina prestati.

Non forse un amore immaginario (ha ragione il Torraca), ma più probabilmene il suo duro fato ispirò ad Enzo la canzone che incomincia:

 

S’ io trovassi pïetanza

d’incarnata figura

mercè le chiederia ...... »;

 

nella quale il dolore si rivela in tutta la sua angoscia, quando egli scrive:

 

Che dico, oimè lasso!

Spero in trovar merzede.

Certo il mio cor nol crede;

ch’ io sono isventurato

più d’ omo innamorato :

so che per me pietà verria crudele.

 

E quanta disperazione quando egli, riprendendo elegantemente nella stanza successiva lo stesso concetto, lo svolge co’ versi:

 

Crudele e spietata

saria per me pietate,

e incontro a sua natura,

secondo ciò che mostra il mio destino ;

merzede adirata

piena d’impietate;

 

e quando prorompe, infine, in queste, che sono delle più sentite strofe della lirica siciliana:

 

Ecco pena dogliosa

che nel mio core abbonda,

sparge per li membri

sì che a ciascun ne vien soverchia parte;

non ho giorno di posa,

come nel mare l’ onda;

core, che non ti smembri?

Esci di pena, e dal corpo ti parte.

Molto val meglio un’ora

morir, che pur penare:

ché non può mai campare

omo che vive in pene,

nè gaudio nol sovene,

nè pensamento ha che di ben s’apprenda!

 

Tutti quei pensamenti

che miei spirti divisa,

sono pene e dolore

senz’allegrar, che non li si accompagna;

ed in tanti tormenti

abondo in mala guisa,

che ’l natural colore

tutto perdo, sì il core isbatte e lagna.

Or si può dir da manti:

«che è ciò? perché non more,

poi che insagnato ha il core? »

Rispondo : « chi lo insegna,

in quel momento stagna;

non per mio ben, ma prova sua virtude ».

 

Di tale stato d’animo del prigioniero fu interpetre, or sono ormai cinquant’ anni, un malinconico poeta nordico, lo Zimmermann:

 

« — O Re, bel Re, dai capelli d’oro, dagli occhi azzurri, orgogliosa aquila prigioniera – egli canta — Come l’ allegro fragore del Reno suona gaio e forte il tuo canto. Nel carcere e in catene non si spezza il tuo cuore.

« — Nel carcere e in catene ho per fedeli la gioia e la speranza. L’anima resta libera nel corpo incatenato. Poichè in cielo splende ancora il sole, nella notte scintillan chiare ancora le stelle, ancora mio padre porta corona di Imperatore, ed egli ben presto mi libererà.

« —O Re, bel Re, gitta in fondo al mare la gioia e la speranza. Il sole splende in cielo ancora, ma abbrunato. E tu piangi lagrime di sangue; chè tuo padre è morto. L’Imperatore, il grande Imperatore è morto!

« — Morto è mio padre, il gran Federico è morto? Così volle Iddio! Per dieci mesi io piangerò con Dio il mio immenso dolore; per dieci mesi abbiglierommi di nero profondo lutto.

« Apprenderò agli uccelli i canti del mio dolore, e l’aria diffonderà per tutto i lamenti della mia musa. Ma la primavera ridesterà di nuovo la gioia e la speranza; le stelle brillano ancora nella notte, e ancora mi rimangono i fratelli.

« — O Re, bel Re, gitta nel mare la gioia e la speranza. Le lucide stelle che brillavano in cielo sono spente; i tuoi fratelli caddero uccisi in fiere sanguinose battaglie. Tu solo ed ultimo avanzi della gloriosa tua stirpe.

« — Caddero dall’alto dei cieli anche le stelle fulgide e chiare? Allora voglio coprirmi di cenere la chioma d’oro; come il piccolo usignuolo canta e piange per la madre perduta, io canterò piangendo la rovina della mia casa.

« Ma una nuova festa fiorisce nei prati lontani, nuovi gorgheggi di uccelli odonsi; ancora un canto di gioia echeggerà qui dentro. Se mio « padre salì in cielo, se i miei fratelli scesero nella tomba, un amico, un’ arpa, un amore, questo ancora mi resta.

« Due occhi amati illuminano la mia prigione con chiarore celestiale; il coraggio bello di un amico rallegra l’ ampia sala del re, negli auguri della mensa levando i calici del rosso vino, e la mia arpa qui suona lieta come in landa fiorita.

« — O Re, bel Re; gitta in mare la gioia e la speranza. Io vidi ieri chiusi per sempre gli occhi bellissimi; il tuo amore non è più. E questa notte il tuo fedele è morto per te sul patibolo.

« — Morto il mio amore Ucciso il mio fedele! Il cuore mi si spezza, dacchè la morte tutti mi tolse, il padre, i fratelli, l’amore, il fedele  amico. Pur tu mi resti, in tanto dolore, arpa sonora, mio tutto.

« Al più profondo lamento voglio accordarti, poichè il sole si oscurò, le stelle si acciecarono, le rose e i gigli caddero sciupati e morti. E nel lamento le antiche canzoni, che vivono nel mio spirito, canteranno per sempre quanto ebbi caro al mondo, le antiche canzoni che chiameranno ancora dalla tomba presso il mio tenero cuore la candida amante e il fedele amico, con una musica di tempi lieti perduti.

« — O Re, bel Re, gitta la gioia e la speranza in fondo al mare. Fra queste mura niun tocco d’arpa udrassi più. L’arpa, anima tua serena, hanno infranta alle pietre. Solo e muto vivrai nella oscura prigione.

« Anche l’arpa infransero? L’arpa, che cantò la mia gioia, che cantava il mio dolore? Ora anche il cuore è spezzato; e vengano essi a seppellirmi. Tale sia l’ estremo canto nostro, o mio cuore, o mia arpa: addio, terra bellissima, l’ultimo degli Staufen muore ».

 

In questa bella poesia balena ed alita quella fiaccola dolorosa e tetra che è certamente il substrato storico della grande tragedia; ma quel sub-strato ii poeta rivestì ancora delle leggende, aggiungendovene per conto suo una di più: che l’arpa, cioè l’ultimo conforto del re trovadore, fosse dai rozzi custodi infranta contro le pietre; in altre parole, che ad Enzo fosse proibito perfino lo sfogo bello e onesto della poesia.

Di questa invenzione, poco lusinghiera per i Bolognesi, ha fatto solenne giustizia oggi un altro poeta tedesco, vivente, Ferdinando Wünnemberg; il quale, mentre riprende come materia del suo poema quel che la tradizione e la leggenda dicono dell’amore di Enzo per la bella Lucia e dell’infausto tentativo di fuga, scioglie un inno caldo ed inspirato a Bologna; a Bologna che illuminò la notte del medio evo con la gran luce benefica della sua scienza, ed i cui forti ma cortesi guerrieri sedevano a mensa col biondo re prigioniero, ed a lui, che cantava il suo dolore ineffabile, rispendeano dolci e gaie sirventi, per dissipare ogni nube di cruccio che oscurasse la fronte di lui.

In ciò, (cosa strana, ma notiamola con piacere una volta tanto) la poesia e la critica si dànno amichevolmente la mano. Francesco Torraca, infatti, osservò già acutamente che se Bologna si sottrasse all’azione politica della Corte ghibellina, non si sottrasse, però, alla letteraria; perocchè quel giorno del 1249 in cui la torre degli Asinelli vide

 

« .      .      .      .      .      .   sul ponte del Reno

passar la gloria libera del popolo,

sangue di Svevia, e te chinare la bionda cervice

all’ ondeggiante rossa croce italica »,

 

quel giorno entrarono in Bologna lo spirito e le forme della lirica aulica, di cui nella dotta città non si è scoperta alcuna traccia anteriore.

E poichè è fama che ogni dì andassero i nobili a darsi spasso e piacere col re ed è fuor di dubbio che egli chiamava e faceva venire a sè, richiedendoli di appoggio, aliquos Bononienses de Lambertaciis, fra tutti costoro si può credere che fossero messer Fabruzzo Lambertazzi e messer Guido di Guinizello, già adulto nel 1250.

E forse Guido rapì in estasi Enzo leggendogli la sua delicata strofe:

 

« a cor gentil ripara sempre Amore

come alla selva augello, in la verdura »

 

ed Enzo forse disse soavemente a Guido la sua mesta canzone:

 

Amor mi fa rovente

lo core mio penare;

dami pene e sospire,

e son forte temente

per lungo adimorare

ciò che poria avenire.

Non c’ aggia dubitanza

de la dolze speranza

che ’n ver di me falanza mi faciesse,

ma mi tiene in dottanza

la lunga dimoranza

a ciò che divenire non potesse.

.      .      .      .      .      .   .      .     

.      .      .      .      .      .   .      .     

.      .      .      .      .      .   .     

Cosi mi stringe Amore

ed àmi cosi priso

in tal guisa conquiso

che ’n altra parte non ho pensamento;

ma tuttora m’ è aviso

di veder lo bel viso

e tegnolomi in gran confortamento.

 

Conforto, e non ho bene;

tant’è lo mio pensare

ch’ io gioi’ non posso avire

speranza mi mantene

e fammi confortare;

ch’io spero tosto gire

 la ov’è la più avenente

l’ amorosa piangiente

quella che m’ ave e tene in sua balia,

non falserò neiente,

per altra al meo vivente,

ch’io la voglio tuttor per donna mia. »

 

Della quale canzone la licenza reca il più affettuoso, il più malinconicamente dolce saluto alle terre lontane:

 

« Va, canzonetta mia,

e saluta messère ;

dilli lo ch’ i aggio ;

quelli che m’ ha in balia

sì distretto mi tiene

ch’io viver non poraggio.

Salutami Toscana,

in cui regna tutta cortesia;

vanne in Puglia piana,

Lamagna, Capitana,

là dove lo mio core è notte e dia! »

 

Senza dubbio questa nostalgia sconsolata dei luoghi dove egli visse e fu lieto, quest’ultimo grido angoscioso che lamenta la libertà per sempre perduta ed è presago della fine vicina, è cosa che induce anche oggi, nei nostri cuori, a distanza di seicento anni, un palpito di commozione intensa; sì che l’animo si sente come sollevato da un peso quando la gelida ala della morte, sfiorando le chiome di lui forse ancora bionde, chiude e suggella per sempre una sì lunga sventura.

All’avvicinarsi della grande ora, una gran pace, una calma serena subentra, nel povero cuore travagliato, alle precedenti tempeste. Enzo, ancora sano d’intelletto, ma oppresso nel corpo da gravissimo malore (licet corpus languore prematur durissimo) detta il suo testamento: oltre i surricordati ed altri legati speciali, istituisce eredi nel suo regno ed in tutti i suoi diritti e possessi di Sardegna i nipoti Enrico ed Ugolino, nati da sua figlia Elena e da Guelfo della Gherardesca; ed i diritti spettantigli nel ducato di Svevia, nell’Impero, ne’ Regni di Gerusalemme, Sicilia, Arles, lascia ad Alfonso re di Castiglia, suo parente, ed a Federico, Langravio di Turingia, suo nipote. Intanto attorno al re moribondo sono il priore ed alcuni frati di S. Domenico, ed il potestà Luchetto Gattalusi da Genova, trovatore provenzale, e il capitano del popolo Accursio Longaveglia, e giudici e militi del potestà e del capitano. Dinanzi a quei magistrati della città, Enzo riconosce i propri torti, perdona al Comune le ingiurie e i danni ricevuti, memore e grato che alla sua povertà esso abbia largamente sovvenuto; e mentre lascia quattrocento once d’oro a’ poveri ed ai pii luoghi attorno al suo sepolcro (ch’ei volle prima scelto ad arbitrio del vescovo di Bologna Ottaviano, e poi, in un codicillo, fermò dovesse erigersi in S. Domenico), ed once seicento per l’anima sua e per i suoi funerali, raccomanda alla generosità del Comune i medici che invano lo contesero alla morte liberatrice.

 

 

VIII

 

La fama pietosa di Enzo re ebbe lunga ripercussione così nella storia del Costume come in quella delle Lettere e delle Arti.

Il 24 di Agosto d’ogni anno si usò per vari secoli a Bologna una gran festa popolare, nella quale la famosa Corsa al Palio fu poi sostituita dalla cuccagna di polli, d’uccelli, di commestibili diversi, perfino di denari; e poichè cotal festa si conchiudeva sempre con la porchetta arrostita, che dalla ringhiera del palazzo pubblico veniva lanciata a pezzi al popolino pazzo di gioia, così fu detta la Festa della Porchetta. Orbene: a lungo si credette che essa si celebrasse per ricordare l’esterminio dei Ghibellini Lambertazzi, rifugiati a Faenza nel 1281, per tradimento del gentiluomo Tebaldello de’ Zambrasi

 

« che aprì Faenza quando si dormia »;

 

ma poichè i documenti provano l’esistenza di tale divertimento popolare assai prima del 1281, così un annalista bolognese, il Savioli, e dietro a lui uno studioso moderno, Lodovico Frati, giustamente congetturarono che la detta festa fosse instituita dai Bolognesi a ricordo perenne ed a glorificazione della cattura del povero Enzo, che fu appunto condotto solennemente a Bologna, secondo i più, il 24 agosto 1249. Alla fine del ’500, poi, e precisamente nel 1597, gli Anziani del Municipio bolognese vollero che la Festa della Porchetta fosse rappresentata con straordinaria allegria e con novità di forme: ed incominciò così la serie delle rappresentazioni allegoriche e pantomimiche, allusive a personaggi storici e mitologici (delle quali andò famosa quella intitolata il re Enzio redivivo, dimostrazione per la festa popolare della Porchetta, fatta in Bologna nel 1696), e perfino la serie delle mascherate carnevalesche, come quella, ad esempio, nel 1737 o ’33, che rappresentò proprio la prigionia di Enzo re di Sardegna, con grandissimo sfarzo di costumi e di comparse.

Pel tal modo la fantasia popolare rievocava spensieratamente, e direi inconsciamente, i fasti di gloria del Comune e la fosca tragedia degli Svevi, tra il gaudio tumultuoso dei bagordi. Poi le orgogliose memorie assunsero forma letteraria nel Settecento e nell’Ottocento: nel Collegio di S. Luigi Gonzaga in Bologna veniva rappresentata la tragedia in versi Enzio, del padre gesuita Simone Maria Poggi, vissuto fra il 1685 e 1749; nel Carnevale del 1733 o ’34 nel teatro Malvezzi era assai applaudita l’opera tragicomica il re Enzio in campo, di Domenico Maria Creta, dedicata niente di meno che a sua eccellenza il signor Giacomo Correr, patrizio veneto; ed un terzo dramma storico, anonimo, il Re prigioniero, in tre atti in prosa, veniva impresso con lunga prefazione storica, pure a Bologna, per i tipi di Romano Turchi nel 1831.

Ma prima che si rivestissero sulla scena d’un pomposo paludamento accademico quei ricordi ormai lontanissimi, già nella prima meta del Settecento, quando il vuoto cominciava a farsi nella vita e nella coscienza italiana, un acuto mordace ingegno, Alessandro Tassoni, avea introdotto il personaggio di Enzo re, tra il serio e il burlesco, nella sua Secchia rapita; in quella parodia, cioè, di un mondo ormai tramontato, che era la sola forma d’ arte possibile, perchè negativa, a’ tristissimi tempi suoi.

Se non che, tutti sanno come il Tassoni, con anacronismo grossolano, fondesse nel suo poema le due guerre principali che tra loro combatterono Modena e Bologna; quella, cioè, che dopo la rotta di Federico II sotto le mura di Parma nel 1248, condusse i Modenesi alla sconfitta della Fossalta; e quella che si conchiuse con la battaglia di Zappolino, nel 1325, in cui Modena ebbe la sna grande rivincita, e i Bolognesi furono inseguiti dai vincitori con tal precipizio che, entrarono gli uni e gli altri in Bologna, donde quei di Modena recarono, in segno di trionfo, la catena d’una porta della città. Ma la clamorosa vittoria non fu poi così feconda di vantaggi ai Ghibellini come potrebbe credersi; l’oro del tradimento dovette essere dai Guelfi sparso a larga mano, se la pace del 1326 riafferma invece il dominio di Bologna su le belle castella che i Modenesi avevano invano ripreso ai rivali: magra consolazione restava ai vincitori una povera secchia di legno che essi, nell’essere respinti fuori della città, avevano strappata ad un pozzo di Bologna, e che avevano incatenata nelle segrete stanze della Ghirlandina!

Ora il Tassoni, con allegra disinvoltura, svisa confonde rimescola tutto ciò: la battaglia della Fossalta diventa una vittoria dei Modenesi che, incalzando il nemico fin dentro Bologna, ne riedono trionfanti col superbo bottino della secchia rapita; Enzo re, acceso alle armi da Venere, passa per ordine di suo padre le Alpi in difesa di Modena contro i Bolognesi, che minacciano l’esterminio pur di riavere la secchia: e dopo varie vicende, in una fierissima pugna, Enzo è fatto prigioniero da costoro; ed invano, poi, Ezzelino da Romano è inviato da Federico II a far le sue tremende vendette ed a liberare il giovine principe; invano, intavolatesi trattative di pace, agli ambasciatori di Bologna il Potta, o potestà, di Modena propone

 

« di barattar la Secchia col re Sardo »

 

Eppure, nonostante la argute scappate dell’autore, che interrompono d’un tratto con una grassa risata la comica solennità del racconto, i versi con i quali egli descrive l’indomito furore di Enzo in battaglia e la sua drammatica contrastata cattura, sono belli, sonanti, epici veramente:

 

Qual fiero toro, a cui di funi ignote

cinto sia il corno e ’l piè da cauta mano,

muggisce, sbuffa, si contorce e scuote,

urta, si lancia e si dibatte invano,

e quando alfin da’ lacci uscir non puote

cader si lascia afflitto e stanco al piano;

tal l’ indomito Re, poichè comprese

d’affaticarsi indarno, alfin si rese ».

 

E l’ammirazione del poeta per l’eroica bellezza rivelerà forse, anche sotto il velame dei versi burleschi, un gentile alito di pietà, se risalga il lettore pensosamente alla malinconica ironia della predizione con la quale la dea Venere, in un dei primi canti del Poema, annunzia ad Enzo che egli entrerà in Bologna e qui inizierà, per il dolce amore d’una fanciulla, l’illustre casata dei Bentivoglio:

 

« Va in aiuto de’ tuoi: ché t’apparecchia

nuova fortuna il Ciel non preveduta.

Tu salverai quella famosa Secchia

che con tanto valor fia combattuta

chi giornata campal nuova nè vecchia

non sarà stata mai la più temuta;

Modena vincerà, ma con fatica;

e tu entrerai nella città nemica.

 

« Quivi d’una donzella acceso il core

ti fia, la più gentil di questa etade,

che sì t’ infiammerà d’occulto ardore,

che ti farà languir di sua beltade.

Alfin godrai del suo felice amore;

e ’l nobil seme tuo quella cittade

reggerà poscia, e reputato fia

la gloria e lo splendor di Lombardia ».

 

Ahimè! il vaticinio dell’entrata di Enzo in Bologna si compiè, ma in qual modo!

Dopo il Tassoni, la poesia italiana tacque dell’ultimo Svevo, o quasi, fino a Carducci; il quale, in uno di quei suoi vigorosi lampi di rievocazione storica, ricordò, con efficacia da nessuno raggiunta, il biondo prigioniero nei pochi versi de Le due Torri che abbiamo riferito di sopra. E il Pascoli, con più ampio svolgimento dell’eroico tema, scrisse più tardi le tre Canzoni di re Enzo (del Carroccio, del Paradiso, dell’Olifante), annunciando prossima la pubblicazione delle altre tre (dello Studio, del Cor Gentile, e di Biancofiore) le quali inesorabilmente morte immatura gl’impedì di condurre a termine.

Anche le Arti, s’è detto, furono inspirate dalla fine miseranda e commovente del giovine re: già s’è narrato in principio che il sepolcro del principe imperiale fu più volte rifatto, nella Chiesa di S. Domenico a Bologna, tanto che il mausoleo attuale risale al 1731; nella R. Pinacoteca bolognese una grande tela di Cesare Masini, sebbene non compiuta in ogni sua parte, svolge il soggetto della battaglia del ponte di s. Ambrogio, o della Fossalta che voglia dirsi; un altro pittore, Luigi Serra, troppo presto rapito all’arte, dovendo ritrarre nella sala del Consiglio Provinciale di Bologna la pensosa figura d’Irnerio, lo dipinse seduto e profondamente assorto negli studî, mentre lontano vedesi l’esercito vittorioso de’ Bolognesi, seguito dal Carroccio, che torna in trionfo conducendo seco la preziosa preda sveva; e su la scalèa monumentale della Montagnola bolognese si ammira un bassorilievo dello scultore Veronesi, rappresentante l’entrata del re prigioniero nella città festante. In-fine già dicemmo come nel 1905 fosse restaurata la fronte del palagio di re Enzo a Bologna, sotto la direzione sapiente di Alfonso Rubbiani; ed aggiungiamo ora che ulteriori restauri fatti per l’allargamento della via Rizzoli, hanno liberato recentissimamente i fianchi di esso palagio dalle costruzioni posteriori addossatevi, sì che esso appare oggi ai nostri occhi in tutta la sua stupenda elegante struttura.

 

 

IX

 

La civiltà ha le sue vittime, ed Enzo fu una di quelle. Ma non dimentichiamo, nella pietà che egli ci ispira, il grande significato che ebbe nella storia il trionfo del Comune alla Fossalta. Bologna rappresentò nel dramma una parte essenziale. Dopo Federico II, l’Impero non sarà in Italia che un puro nome; e invano si lamenterà sdegnoso l’Alighieri della fallita impresa di Enrico VII di Lussemburgo. La patria nostra d’allora in poi chiuderà il segreto del proprio avvenire nelle sue energie nazionali, e ii Comune vittorioso, in cui è il germe dello Stato moderno, aprirà la via ad una civiltà nuova nella quale si maturarono, pur attraverso i secoli della servitù, i futuri destini della penisola: onde non a caso nè a torto, sulla scalèa monumentale della Montagnola in Bologna, al bassorilievo del Veronesi, rappresentante l’entrata di re Enzo, fu posto a riscontro il bassorilievo del Golfarelli, rappresentante la cacciata dei Tedeschi dalla eroica città nella gloriosa giornata dell’8 Agosto.

Compiutasi la trasformazione iniziata dal Comune, le due grandi rivali del Medio Evo, Modena e Bologna,

 

« di martiri e d’ eroi famoso nido »

 

si daranno la mano nell’essere le prime a levarsi contro lo straniero; e quando una sera del 1878, sulla fosca storica piazza di S. Petronio, il Re e la Regina della nuova Italia si presenteranno al balcone risalutanti con effusione di gentilezza il popolo salutante « il grande Poeta della patria e della civiltà moderna simboleggerà nell’ultimo Svevo il concetto ormai scomparso della feudalità imperiale che si inchina dinanzi all’ideale nuovo della nazione libera ed una; egli, Giosue Carducci, vedrà sulla torre del Potestà, coronata di luce in quell’emisfero superiore di tenebre, Enzo re di Sardegna, ritto in piedi fra i merli, senza spada e senz’elmo, appoggiata la sinistra sullo scudo con l’aquila dell’Impero, e la destra sul petto, salutare e sorridere, biondo anch’egli e mestamente sereno.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Fonti d’Archivio e Cronistiche

 

Statuti del Comune di Bologna, dal 1245 al 1267 (editi da L. Frati, Bologna, 1877).

Il testamento di re Enzo, (Arch. di Stato Bolognese - Memoriae del notaio Bambagliuoli).

Atti del Sovrastante alle Prigioni (Arch. di Stato Bolognese).

Inventarii delle Armi del Comune (1381, Arch. di Stato Bologn.).

Böhmer, Regesto Imperii. (Ediz. Ficher, per il tempo degli Svevi), Nuova Ediz. 1881-83, vol. IV).

Documenti relativi al tempo di Federico II di Svevia, raccolti nella pubblicazione dell’Huillard - Bréholles, Hist. diplomatica Friderici secundi, con importante Introduzione storica. Voll. 2. Parisiis, 1852-61.

Cronica di Pietro E Floriano Da Villola (e Cronica Latina premessavi) in Biblioteca Universitaria di Bologna, manoscritto n. 1456, ormai finita di pubblicare nel « Corpus Chronicorum bononiensium» a cura di Albano Sorbelli, nella Nuova Edizione dei Rerum Italicarum Scriptores » di L. A. MURATORI, Città di Castello, Stabilimento Lapi, fascicoli 40, 50, 61, 65, 77, 89 e sgg.

Chronicon Bononiense, del Codice Lolliniano di Udine (in Calogera, «Nuova Raccolta di Opuscoli», IV, 129, e ripetuto in parte dal Mittarelli, « Ad Scriptores Rerum Italicarum Ludovici Antonii Muratori, Accessiones historicae Paventinae », Venetiis, 1771, nella Prefazione).

Cronica Bolognese del Bolognetti, in Bibl. Comun. di Bologna, Codice K, I, 34 ormai finita di pubblicare nel precitato «Corpus Chronicorum bononiensium» a cura di Albano Sorbelli).

Historia Miscella Bononiensis ab anno MCIV risque ad an. MCCCXCIV, auctore praesertim Bartholomaeo De La Pugliola etc. (in « Rerum Ital. Scrip. » di L. A. Muratori e in corso di nuova pubblicazione nel precitato « Corpus Chronicorum bononiensium » a cura di Albano Sorbelli; il quale chiarisce e reintegra il testo dei due Codici Estensi che il Muratori aveva fusi e stranamente raffazzonati in questa che egli perciò appunto chiamò Historia Miscella, e li pone non solo a fronte l’uno dell’altro, ma anche a fronte delle precitate Cronache del Villola e del Bolognetti ).

Croniche Modenesi del Morano e del bazzano (in edizione delle « Croniche Modenesi » curata da T. Sandonnini, L. Vischi ed O. Raselli, in « Monumenti della R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie Modenesi » vol. XV, ad an.).

Annales Piacentini in Pertz, «Monumenta Germaniae historica XVIII, 498.

Gesta imperatorum et pontificum di Tommaso Tosco, in Pertz, Monumenta Germaniae historica «, XXXI, 515.

Petri Cantinelli, Chronicon (a cura di F. Torraca, in « Nuova Ediz. dei Rerum Ital. Scrip. di L. A. Muratori, Fasc. 14-15. Città di Castello, 1902).

Matthaei De Griffonibus, Memoriale historicum de rebus Bononiensibus (a cura di A. Sorbelli e L. Frati, in Nuova Ed. dei Rerum Ital. Script. «, Fasc. 9-10. Città di Castello).

Cronica di Fra Salimbene Da Parma (in « Monumenta Germaniae historica », Scriptores, vol. XXX, a cura di O. Holder-Egger ).

Cronica di Matteo Paris (inglese), edit. Maddem e Luard negli « Scriptores Rerum Britannicarum », 1883, e tradotta dall’ Hullliard-Bréholles, 1841.

Annali di S. Giustina di Padova, (in Pertz, Monumenta Germaniae historica » Scriptorum, Tomo XIX).

Bartholomaei Scribae, Annales Genuenses ab anno MCCXXIV (in continuazione degli «Annali del Caffaro in « Rerum Ital. Script. », Tomo VI).

Jacopo d’Acqui, Chronicon imaginis Mundi (in « Hist, Patriae Monum., Scriptores D. Torino, 1848),

Malispini Ricordano, Hist. Florent., Cap. 140.

villani giovanni, Cronica, lib. VI, Cap. 37.

giovanni garzoni, De Bello latinense, (pubbl. da L. Frati nel suo libro « La prigionia di re Enzo a Bologna D. Zanichelli, 1902).

Francesco Maria Guidotti, Cronica dall’anno 263 al 1521, in Bibl. Universit. di Bologna, Cod. n. 788.

Anonimo, Memorie di Bologna dall’origine al 1445, in Bibl. Universit. di Bologna, Cod. 5882, Tomo I.

Leandro Alberti, Hist. di Bologna, (lib. 1 della 2.a Deca), Bologna, 1541.

Negri, Annali di Bologna (Ms. in Bibl. Universitaria e Comunale ).

Ghirardacci, Historia di Bologna, Parte I, in Bologna per Giov. Rossi, 1596; Parte II, ivi, per Giov. Monti, 1657, I, 213. Parte III in corso di pubblicazione a cura di A. Sorbelli nella ristampa dei RR. II. SS., Accessiones vol. XXXIII.

Sigonio, De regno Italiae. Milano, 1732, II, col. 1062.

Savioli, Annali di Bologna, Bassano, 1795, III, Parte I, pagine 268, 271-272.

Sansovino, Della origine et de’ fatti delle famiglie illustri d’Italia. Vinegia, 1582, pp. 171-173.

Litta, Famiglie Celebri Italiane (Bentivoglio).

 

Monografie e Scritti Speciali su Enzo re

 

Petracchi C., Vita d’Arrigo di Svezia, re di Sardegna, volgarmente Enzo chiamato, Faenza, Ballanti, 1750, e 2.^ ediz. Bologna, Pisarri, 1756.

Koeler I. T., Entius sive Enricus Friderici II imperatoris natus, rex Sardiniae. Gottingae, 1757.

Munch E. V., König Entio, Ludwigsburg, 1828. Stutthart, 1841.

Cipolla Carlo, Sulla prigionia di re Enzo, in «Mittheilungen für oesterr, Geschichtsforschungen », 1883, IV, 403.

Grossman F. W., König Entio, Ein Beitrag zur Geschichte d. Jahre 1239 bis 1249. Berlin, 1883, in 8.a, pp. 85.

Blasius Hermann, König Entius, Ein Beitrag zur Geschichte Kaiser Freitlrich II. Breslau, W. Koenner, 1884, in 8.°, pagine 145.

Frati Ludovico, La prigionia di re Enzo a Bologna. Bologna, Zanichelli, 1902, pp. 151.

Hessel A., Una lettera di Enzo re, scritta dalla prigione, in «Monna Felsino », Strenna, 1903, pp. 75-77.

Rubbiani Alfonso, Il Palazzo del re Enzo a Bologna. Bologna, Zanichelli, 1906, pp. 47.

Sorbelli A., Dove si combattè la battaglia detta della Fossalta — Ludovico Frati, O bel re, bel re — Arrigo Solmi, II titolo regale di Enzo Pio Carlo Falletti, Re Enzo a piede libero? — Carlo Frati, Re Enzo e un’antica versione francese di due trattati di Falconeria — (scritti pubblicati in Miscellanea Tassoniana ». A. F. Formiggini Editore. Bologna-Modena, 1908).

Ortolani G. E., Biografia del re Enzo, in « Biografie degli uomini illustri della Sicilia», Napoli, 1817-18, vol. III.

Campanacci Giacomo Maria, Bellum matinenses Hencio rege duce cum Bononiensibus gestum. Bononiae, 1590.

Creta Domenico Maria, Il re Enzio in campo. Opera tragicomica. Bologna, 1735.

Pascoli Giovanni, Le canzoni di re Enzo. Bologna, Zanichelli, 1908 sg.

Re (Il) prigioniero. Dramma patriottico in tre atti in prosa con prefazione storica. Bologna, 1831.

Solmi Arrigo, Il sigillo di re Enzo. Cagliari, 1908.

Szombathely (de) Marino, Re Enzo nella storia e nella leggenda. Bologna, 1912.

[Facci Enrico, Storia del re Enzo, un suo cenotafio nella chiesa di S. Domenico. Bologna 1843.

 

Lavori storici di carattere generale

 

Raumer, Geschichte der Hohenstaufen und ihrer Zeit, 1824, (paia volte ristampata).

Lavisse-Rambaud, Histoire Générale du IV Siècle à nos jours. (Paris, Colin, Vol. II, Chapitre IV: « La Papauté, l’Allemagne et l’ Italie - Henry IV et Frédéric II », par M. C. BATET).

Lanzani, Storia dei Comuni Italiani. Milano 1881-84.

Gianani Felice, I Comuni (in « Storia Politica d’Italia », scritta da una società di professori). Milano, Franc. Vallardi edit.

Leo, Storia degli Stati italiani dalla caduta dell’Impero Romano al 1840. Firenze, 1842, I, 357.

Torraca Francesco, La lirica Siciliana, in « Nuova Antologia » , Vol. CXXXVIII.

Masi Ernesto, Svevi e Angioini, Conferenza in « Vita Italiana nel Trecento », Milano, 1897.

 

N.B. La poesia di W. Zimmermann, che abbiamo riferita tradotta a pag. 60, è intitolata « König Enzio Tod » (La morte di re Enzo), e trovasi nell’opera « Geschichte der Poesie aller Völker ». (Stuttgard, 1856, VIII, 327); il poema di Ferdinando Wunnemberg, da noi ricordato a pag. 63, è stato tradotto in italiano da Pietro Rivoire (Palermo, Alberto Reber, 1905).

 

Questa nuova edizione è la ristampa fedele della prima.

La bibliografia è stata aggiornata da ALBANO SORBELLI.

 

 

Indice Biblioteca Progetto Ottocento Progetto Giovanni Pascoli

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 11 giugno 2005