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Edizione di riferimento:
Canti popolari toscani, Rispetti. — Lettere. — Stornelli — Poemetto Rusticale, raccolti e annotati da Giuseppe Tigri, volume unico, Barbera, Bianchi e Comp., Tipografi-Editori. Via Faenza. 4765. Firenze, 1856.
Bibliografia per le note:
Canti popolari toscani, Rispetti. — Lettere. — Stornelli — Poemetto Rusticale, raccolti e annotati da Giuseppe Tigri, volume unico, Barbera, Bianchi e Comp., Tipografi-Editori. Via Faenza. 4765. Firenze, 1856.
Vocabolario dell'uso toscano compilato da Pietro Fanfani, G. Barbèra Editore, Firenze 1863
Allorché il Sol della gran madre il seno
Ritorna a fecondar col caldo raggio,
E rider fa di fiori e d’erbe ameno
Il fin d’aprile e il cominciar di maggio,
La vecchia Mea dell’appennin tirreno,
Che di rimaritarsi avea coraggio,
Sul nuovo sposalizio e sulla dote
Brontolava filando in queste note.
’Mià dirci lui! [1] Deccomi qui, son resta [2]
In àssuri, accosì com’ un pilèo, [3]
Senza il mi’ uom ch’i’ l’ho qui sempre in testa
Dal gran ben, gentimia! [4] ch’i’ li voleo.
Perché per la dimante ch’eiè questa [5]
M’è diviso ch’ e’ fusse un archileo, [6]
Lonzo, brenzagliarone e covacendere, [7]
Ma po’ del galantuom n’ ava [8] da vendere.
Con meco s’è diporto da me’ pae, [9]
Creanziato, senza biastime [10] di certo,
E po’, che ripricar? [11] se ognun lo sae,
E puoi chiarir s’era fogoso o sderto? [12]
Una fìsima! un omo, in veritae!
Né un bruscuro [13] fra noi ci s’è scoperto;
Che siam campi alla buona insieme e’n giolito, [14]
E mi chiaman tavia la Mea di Polito. [15]
Liberalmente [16], no c’ è stato nimo [17]
Ch’ abbia bado altrettanto a’ fatti sua; [18]
E però chi ci ha pratico, ci ha stimo [19]
Du’ anime ’n un nocciur tuttaddua [20].
Da utimo po’ poi, perch’era grimo [21],
Scramava, satt’ il che? ch’ava la bua [22].
Ma ’gna saper che siccom’ era allento [23],
Si sconversava [24] per amor del vento.
Oh! con quel malannaggia traversone [25]
Ci n’ava chiappo [26] quanto ce ne andeva.
So che arritorturava il coturone [27],
E che dal tanto schiasimo [28] piangeva.
Allor mi ripricava un po’ sfronzone [29],
Se l’occasion di ripricar si deva,
Ma si deva di rado e rado bene,
Perchè anch’ io m’appenavo [30] alle sue pene.
Gninimò [31] l’ero li co’ ’na faldora [32],
E con un testo [33] medesimamente,
Da barbàrlilo proprio allora allora
Lallì donch’ ava mal, quasi spolpente [34] :
E po’ na pappa che bolliva ’n ora [35]
Condizionata con olio sappiente [36],
Ch’apprìca sullo stombaco, era chiara
Ch’ arebbe cavo un morto della bara [37].
Passato un briciurin [38], ’mià che s’andesse
A rimbustercurar [39] fra le lenzuola,
E se non v’ eran, l’andevo per esse,
Ch’i’n’avo sotto il letto una carriola [40].
Qui bastava che un pisuro [41] facesse,
E requiasse lì tufo [42] un’ora sola;
Che si scionnava [43], e mi diceva: Mea,
Non ho più nulla; e per di più ridea.
Io poi lo collegiavo, e stavam lie
Comidi bene e meglio a grogiolarci, [44]
Ma quando viengon le diavulerie,
Vat’ il a ’ndevinar : chi v’è, gnà starci. [45]
Di gennaglio il dì dodici, o salsíe, [46]
Rigombitò [47] certi sputacchi marci:
S’infebbrichì, [48] gli si sturbò l’orina,
E diventò ritropico [49], meschina !
Ah gentimia! S’io lucciuro a vendetta, [50]
È carità che mi compatisciate.
Com’ oggi, fate conto, mi s’ alletta,
E non passan nemanco du’ diate [51]
Ch’un giorno ch’io gli fo ’na schifardetta [52]
Di rezzure di siome [53] abbollessate,[54]
Che è che non è, barba un sospiro, [55]
Soccalla [56] l’occhi e mi ri man sul tiro. [57]
Ah! poverin, ch’ io ti lucciureroe [58]
Finché avrò forza di raffiaturarmi! [59]
Bench’ io sento che ancor pogo più n’ hoe,
Tanto mal mi son concia a schiasimarmi [60].
Di marito però ne ririvoe [61],
Non per il ticchio [62] di rimaritarmi,
Ma per levar le chiacchiere che c’enno,
E dell’ antre tavia che ne farenno. [63]
Han lingue come spazzure [64], canaglia,
E mi saltano a me sempre a ridosso.
Canchigna! [65] c’è pur tanta zazzumaglia, [66]
E la lasciano star, chè ha il brendur rosso [67]:
Io poi se parlo a un uom lallì per l’aglia [68],
Manco posso parlar, manco gli posso.
Senza saper perchè siam colti a noglia [69]
Con esto rabacchiotto ch’ è ’na gioglia. [70]
Li dia to’! [71] Lo vuò tor[72], quand’ io fussi anco
Coll’ansima in sul petto in angonia [73].
Fursi son cascatoglia [74]? Ho il ciuffo bianco?
Paglio, ch’ io sappia, qualche porcaria? [75]
Ch’ i’ abbia a ricorrire al cantambanco [76]
Pere sbaratturar ’na spezieria? [77]
Salda come l’acciaglio [78], e mantienuta,
Verde e fresca mi son come la ruta.
E per grammatigía [79], migna che arrieto
Di mi’ tempo ci stia sia chi si pare.
Frall’antre enno tre dì che in sul sorrieto [80]
Me la spippurò in viso il mi’ compare. [81]
Comar [82], mi disse, tientilo segreto,
Ma sa’ quante fancille ci fai stare? [83]
E a sbirciar loro e te, migna pur dilla,
Paglian le mamme lor, tu la fancilla. [84]
È ver chi mi dà un lodo, ’mià sghignazzi,
Chi non me lo vuol dar non vi riprico. [85]
A quest’ ora o che gli uomini enno pazzi,
O non so più manch’ io quel che mi dico.
So che se ci è chi a ’nnamorati sguazzi,
E di quelli più toghi e dall’amico, [86]
No rifistico l’antre [87], ma mi creggo
Che millanta n’ arei s’uno ne chieggo. [88]
E pere spiattellarvila [89], fuor d’uno,
Di questi sbarbatelli non m’appago. [90]
Quel poi che mi son trovo, oh! l’ho straluno [91]
A mi’ mo’ prima di pigliarci baco.
Già delle maccatelle n’ è digiuno, [92]
No è né donnagliuolo né briaco,
Né giuocator, né lugio, né bugío,
E ch’io sappia, ’nsinor non s’è stravio. [93]
Vederlo poi quando ha la vanga nuova
Che ti la zeppa giù com’ un fittone [94],
E se terren gentil più non ritrova,
Tira fuor ’na quartina [95] di sabbione.
L’anno passo che fece quella prova
Di cacciarci quel po’ di formentone,
Ombè, non gli fruttò, sangue dell’aglio,
Lallì da venti o ventidua lo staglio [96]?
Stampò [97], me n’ arricordo, una polenta
Ch’ era una degnità [98], tant’era buona,
Appunto un venardì ch’avamo sventa [99]
’Na bucata gnorile [100] io e la garzona.
Vien che a buco s’è tiglio [101], e ci presenta
Nel tovagliuol cotesta gnofinona [102]:
Canchigna! [103] ci volea ’na bocca a rescia [104]
Per non corrir quando facea la vescia [105].
Una zeppa [106] di quella e ’na tigliata [107]
Parevan biscottini di Savoglia [108]:
Io poi per no mostrammi interessata,
Che certe misertà l’ho tropp’a noglia [109],
Che ti feci? ammannietti [110] ’na frittata
Con un bel gotto [111] di vin di Pistoglia [112] ;
E li in tre, io, la mi’ garzona e il damo
Stiedem liberalmente in gaudeamo [113].
Ma non v’ ho ditto niente dell’accetta
Quando quel diavolaccio la maneggia.
Cregghiatemi, che all’albari che avvetta [114],
Ugni du’ colpi ci vuole ’na treggia [115].
Non come certi no, che della fretta
Enno stufi [116] che pagliano ’na meggia [117];
Accosì m’ accadiette quest’ auturno [118],
Che dreto a un ceppicon [119] quattr’opre furno.
Via, mi papponno l’ossa a fatta fine,
Perch’ io son ampra [120], e sganasciar gli fo [121],
Ma tracchè le mi’ selve enno vicine,
M’infiascavano [122] in casa ogni po’ po’,
E lì, fra desinari e merendine,
No vi lo prego dir quel che ci andò;
Basta, no c’ era lui, che se lu’ c’era,
C’incartavo [123] lu’ solo, e buona sera.
Lu’ sì che, come dèa ’na botta al ciocco [124],
Vedevi ’l ciocco ch’era bell’e spacco.
Che serve? A mala pena l’ava tocco,
Che ti lo spappurava come ’l macco [125].
E io vi sarei svigna anco in pitocco [126],
A zonzonare [127] un po’ quand’era stracco;
Perchè alla conversuggine li tiengo
Tacca tacca dirieto [128], e du va viengo.
Vita mia! che è ’na cosa da non credere
A bazzicar con un di quella tinta. [129]
Se tu sie’ ritta, e lu’ ti mette a sièdere,
E se tu siedi e lu’ ti dà ’na spinta.
Né a chiacchiare né a fatti non vuol cedere [130],
E in tutti quanti i modi la vuol vinta.
Io che mi ci accatricchio [131], e che ci arruzzo [132],
Dal tanto sghignazzìo, schioppo nel buzzo [133].
E però dico, pigliallo e fornilla;
Già è bell’e fatta l’accordellinata [134].
Sulla dote che ho non ci si strilla [135],
È lì tavia [136] come me l’hanno data;
Un seccatoglio [137] che pare ’na villa,
E suddilì ’na selva ch’è ’n occhiata [138],
Dodici recchiarelle [139] e du’ montoni,
E una casa, e un campotturo [140] de’ buoni.
Il corredo è spietato [141], e non sta bene
A dillo a me le lire che mi gosta [142];
Enno [143] di biancheria due casse piene,
Che a chiudelle ci vuole un omo a posta;
E zinali [144] e pezzuole e pergamene [145],
Insomma un monte di roba riposta.
E po’ ci ho un paglio [146] o dua di fiubbe[147] belle,
E una corona colle bottonelle [148].
Ch’ io mi arricordo l’anno che mi vienne
Quando viengono a Roma gli anni santi,
Che Polito ci andoe, ci si trattienne,
E mi la portò lui sì, requiescanti [149];
Ci ho ’na ventaglia, e un bel mazzo di penne,
’N agoraglio [150], ’na spera[151], e un par di guanti;
Un roturo [152] di nastri, e po’ tre anelli,
Belli, sape’, ma veramente belli.
E un manicotto di gattomarmione [153],
Che gli luccica i’pel come ’na spera;
Sei par di calze, che sarenno buone
Ad un gigante come Polito era;
Eppoi c’enno le mia: c’egliè [154] un saccone
Con un bel copertoglio [155] e ’na lettiera[156],
Ma giocurata [157] tanto bene al tornio
Che mi fa sbaturlir quando la sbornio [158].
Ombè! c’è antro in cambera [159]? C’è un quadro[160]
Ch’è rimugino [161] tutto co’ pitturi.
Frall’ antri scarabocchi c’ eie un ladro
Che burica [162] d’intorno a certi muri.
E di là c’è du’ troglie che a soqquadro
Cacciano certe redole [163] di piuri[164];
Ma chi sa se nemmanco ci si coglie:
Saran porci, tenè, ma paglian troglie [165].
Mi diceva il mi’ uom che essendo cicco [166]
Come sarebbe il mi’ ragazzo adesso,
De’ quadri in casa sua ci n’ avan ficco [167],
E tutti corniciati di ancipresso [168].
Ma piacquer tanto a un dazagliolo [169] ricco,
Che c’ imbertò [170] per ’na cataglia il messo.
Fra lor chi sa come le cose andonno!
In sustanzia però se li papponno [171].
Che papperenno non so che mi dire,
Anche a trovarsi un caglio di filussi [172].
Come piglian lo sdrucciuro per ire,
Buon dì, madonna, siete belli e scussi [173].
A tattare [174] poi c’ è da comparire [175].
Ci avo nove piattoni, e un ne strussi
Ch’ era di rame, anzi di stanio, e sotto
Troppo lo stravagliai [176], sicché ora enno otto.
Toghi ve’! furon comperi all’incanto [177],
E s’era incoccio [178] di dirvi un merciaglio [179],
Che per arfiar [180] un soldo tanto e tanto
Si cacciava per tutto, e non isbaglio [181].
Ma il mi’ uomo, buon’ anima, che il vanto
Protendeva [182] d’avelli in sull’ acquaglio,
Li mandò tanto in su, che lili c’enno [183]
Alla barba [184] di tutti, e questi c’ enno.
E c’è guaffili [185], sieggiure, tavelli [186],
Gratture, scarabatture [187], canestre,
Tavulini, scanzie, panche, sgabelli,
E notture e telagli alle finestre;
Senza le bubbolate e i cocciarelli [188]
Da poter fare e scudellar minestre :
Mèsture, mesturini e mesturoni,
Penture, penturini e penturoni.
Ci ho quattordici sacca belle e merche [189],
Ch’ enno di toccio [190] ma paglian[191] di lino.
Tante le volte m’enno state cerche,
Ma non le vuo’ prestar, giù dal mulino.
So che quando l’ho preste e l’ho ricerche [192],
Non ho ritrovo mai d’un che si sino [193].
Chiedete pur, dice un prosalto [194] nostro,
Ma fate sempre capital del vostro.
Non vi ho riconto poi d’un suppidiano
Differenziato con quattro stambugi, [195]
Dunch’ io rimetto la farina e il grano,
Il pane, i necci [196] e cent’altri leccugi [197].
Né d’ un rastellieron [198] tanto batano
Gremo di cherubine e d’archibugi [199].
Ma buricarli [200] minga! perchè andrenno,
E chi sa che trebisso che farenno.
Il mi’ panno dall’oro [201] lasciall’ire,
Che mi doventerebbe il sangue aceto.
N’enno un picciuro mia trent’otto lire! [202]
Ed eccotelo lì che pare un greto [203].
Manganato sia ’topi [204]: l’ho uto a dire! [205]
Ma ’nnoggi c’è la micia [206], e stann’arrieto.
Arrieto come! appena ch’ella miugura [207],
Che te lo fa ciuir [208] come una sugura[209].
Dapponquà non m’àn trincio antri vestiti
Ch’ io n’ ho per rifornir gli abrei del ghetto [210].
Quattro busti ammezzati e ricopriti [211],
Che dua di saglia [212] e dua di dobboletto [213].
Toniche e tonichini scompartiti [214],
Qualo di lana, e qualo di toccetto [215],
O presi alla bottega o fatti tessere,
Pellomen sette o otto arenno a essere.
Colle giubbe di lui, buona memoria,
Che n’ava tante, e non l’ho miga impegne [216].
Non dubitate che farà la boria [217]
Chi piglia me, perch’enno propio degne.
Una è macchia di brodo di cicoria
Che gli si svercignò [218] fra certe legne
’Na mattina che il medico ava ditto:
Benne buondato se tu vuoi star ritto [219].
E ne insaccava giù, vi dico pogo,
Ma tre cioture [220] almeno ogni diata [221].
E credo anch’ io che gli facesse togo [222]
Perchè rinsanichì [223] ’n una mesata.
Ma d’ avere un figliuol non ci fu luogo.
E sì che la mi’ voglia è sempre stata,
Di farne un antro, che son sana e verde [224],
Né tavia di speranza ci si perde.
Se fussi, come a dir, tu non n’ hai fatti,
Transia [225], ma gnin’ ho[226] fatti bene e meglio.
Ch’ io ho che far se doppo m’enno schiatti [227],
E stan sotto il terren tutti a diaceglio?
La morte è un gocciuron che, fatti fatti,
Spenzura giù dal naso anche a chi è sveglio [228]:
Un pezzo sta; ma all’ultimo si scioglie [229],
E ragna pur, che dunche coglie, coglie [230].
Vi viengo per mo’ dir [231] che io li so fare,
E che del latte non mien’ è mai manco [232];
Ch’ io mi son lascia tanto stetturare [233],
Ch’ io son rimasa qui come un pan bianco [234].
Il primo mi facea un po’ sparnazzare [235],
E un tetturo via via mi s’era stanco [236].
Ma quell’antro strarotto ava la coccia [237],
E sbrodigliava che parea ’na doccia [238].
Puppò che, gentimia, s’era po’ concio [239]
Un piggellon [240] che parea’na montagna.
Un giorno, gentimia, ch’ era un po’ broncio [241]
E che dormiva nella pezzalagna [242],
Ch’ i’ lo sfardo, l’inzuffo, e gli ho riconcio [243]
Un covo dolco [244] come ’na cuccagna,
Ci lo rappisurai [245] ; ma da quel sonno
Rappisuro che fu, mai più s’è scionno [246].
Sorta che ero rigravida di fresco [247],
E per rifar quel povero bordello [248],
Eccoti, come un nocciuro [249] di pesco,
Un tamburon [250], ma un tamburon pur bello!
Se non che gli appariede un bidalesco [251]
Che l’andeva alla volta del cervello [252].
Lo conducietti dal Caporalone [253],
Ma lì restò li freddo a diaceglione [254].
Mi medicò la terza puro [255], ch’era
Uno sterpo di chiospa [256], una scarinci[257].
Li vienne un gonfio sotto ’na spalliera [258]
Che pareva ’na trottura [259], per di nei!
Disse il Caporalone: innanzi sera
Rapparirò, chè migna ch’ io la trinci.
Rapparì, lo sapè? Ma già quel fignuro [260]
Se l’era panno [261] lei col dito mignuro.
Che scuriccio, fancille [262]! A te mai guardo
Dallo spiguro [263] in qua tanto di sberno [264]
Che il macellaglio apra al magliai nel lardo
Dudi si vede il corpo scataverno [265]?
L’entragnuri che pesano gagliardo [266],
E il buzzo che vien giù tavia calderno [267],
Pienano la bassoglia d’una bobba [268],
Che ha quel fiataccio di non so che robba [269] :
Accosì il fignur della creatura [270]
A mala pena tocco smarcignava [271].
I’ corsi con du’ barile [272] alla stura[273],
Ma s’e’ n’ avo anco quattro, le piena va [274].
E si no presto intendo lei che piura [275]
E fa delle sollacche e della bava [276],
Mi rimanea lì in secco; io mi n’ addiedi [277];
Ma volea rivivir se tu lo credi [278].
Non servì ’ngradalirla né col nenno [279],
Né colle cucchiagliate [280] della pappa:
Tola su, tola su; gli ascari c’enno [281],
Ma no pelle giunzie, che il fiato scappa [282].
Basta, sbasi, che parea propio un senno [283]
Anco vagguta morta nella cappa [284].
Non me lo fate dir, meschina meie !
Un dret’all’antro! En furse poghi? En treie [285].
Po’ non ne feci più che stiedi un pezzo [286] :
Bell’è che anco il mi’ uom m’ava inzurlito [287].
Ba’, Mea, ba’, ti vuo’ donare un vezzo
Se tu fa un antro burchio [288] al tu’ marito.
Ma che contano i granchi [289] ? Il corpo avvezzo,
Strigido bondatello, e stancurito [290],
A stento a rinsanir mi conducietti,
Dopo tanta la pena ch’ i’ patietti.
Non so poi come andò, perdinanora [291]!
Che, scivolo una mana d’annarelli, [292]
Mi richiappò li stombachini, e fuora
Ah gran rigombitio! fuora i budelli [293].
Dissi drento di me : che sia malora,
Come ho a fare a covar du’ furigelli [294]?
Che avo appunto sfaloppo [295], e n’ avo schezzo [296]
Del seme via.... là da tre quarti e mezzo.
In somma delle somme ero in quei piedi;
E gninimò per raffrucchiar [297] du’ bachi
Mi ci rarrabattai [298] quanto potiedi,
Ma il parto vienne, e no’ faceo reccachi [299].
Vi s’arricorda a voi? Tocchi d’arredi
Co’ na rossezza che paren briachi;
Chè de’ rosticci [300], come tanti c’enno,
A me, non fo per dir, non ne vedenno.
Basta, lo ravversai [301] (come l’andiette
Vatila a cerca tu) fresco e vispuccio;
Ma tanto ghiottettaccio [302] delle tette,
Che me le morsicchiava come un luccio.
Magara poi [303]! che col pappar cresciette,
E ruzzolava come un legno sbuccio [304].
Basta, stavo per dir, se non pigli’ erro,
Questo ch’ è qui non mi sarà sotterro.
Ma, che t’è che non t’è, fancille mia,
Una sera ch’ io sto sopra pensieri
Per amor che una pitta mi s’è svia [305]
Coll’ uovo lì per lì fuor del guaglieri [306],
Dà senza rima in una bastardia [307],
Che non l’arebbe attacca l’avversieri [308].
Mià ch’andìa là, mià che lo custodisca,
E non trovo la via che la finisca.
Quella pitura [309] lì, com’ i’ vi dico,
Gni dì [310], gni dì mi scudellava un uovo,
Ma le genti laggiùe, ch’en dall’amico,
L’an preparo al vedere un antro covo [311].
E da lì in poi? n’occorre dir se ho apprìco [312]
Per trovar du’ lo fa, ma non l’ho trovo.
Cattera [313]! ho chiappo peto [314]: eh qui, figliuola,
Ci è chissisia che me l’arramagliola [315].
Sia mal viaggio le pitte [316]: ora du’ ero?
Ah sì con quel raugèo [317] del mi’ fancillo.
Gli era entro la vilucura [318] davvero;
Ma chi avesse sentuto! oh ma che strillo!
Io: vien qua bimbo, to’, deccoti un pero.
E lu’ no sbrobio [319]. Sie? Migna sgarillo [320].
L’alzo dreto, e li mena se tu sai:
Considerate come lo conciai!
Poi mi n’era pentuta perelverso [321],
Quando io lo viddi che cadde starnacchio [322],
E che senza il gridío [323], che l’ava perso,
Scalcignava [324] co’ piè come un abbacchio [325].
Volete antro? In sei dì m’andè sì sperso,
E mi si congegnò tanto asbiracchio [326],
Che di du’ gambe fresche come broccuri [327],
Pella traversità, fece du’ moccuri. [328]
Gli caccia’ giù più intrugliuri, ch’ io creggo
Che arenno, che? che arenno copo un tino [329].
L’olio di sasso [330] poi, ch’ i’ ne provveggo,
S’insaccava a trincate come il vino.
Gh’ era mai mo? Ch’ i’ sia! [331] se non lo veggo,
Are’ ditto no è ver : ti dia pallino [332]!
Buricò un po’ po’ il collo, un labbro storse [333];
Fece quattro o cinque ugnuri [334], e po’ morse[335].
Che mi n’ andò del sangue a catinelle [336],
E mi creddi d’avemmi a dare a beco [337];
Mi sbernai [338] dal dolor mezza la pelle,
Piansi, che mi era vento [339] un occhio cieco.
E mi parea che fra queste quarelle [340]
Chiacchierasse tavia il bimbo meco:
« Pappetevi, me’ ma’, le labbra biodure [341];
Perchè tanto son ito alle ballodure [342]. »
C è chi presume che se mi raccaso [343]
Non sarò gninimò più da rifarne.
Ma sdà, in digrosso sdà [344], che s’io ho rimaso.
Son tavia in borra [345] per riscudellarne [346].
Ho come l’antre anch’io la bocca e ’l naso.
L’ossa, i nerbi, il ventricuro e la carne.
E ci metterò quanto a far quell’opra?
Quanto a voltar ’na mana sottosopra.
Meco la balia no’ c’ è suda mai.
Oggi, presempio, mi vengon le doglie,
E fra tre ore, a tracchienersi assai [347],
Sento che ’l parto è suso e lo ricoglie.
Il mi’ uomo dicea: ma come fai ?
Permio baccon [348]! tu sei la brava moglie!
Io sono un uom, ma il male, anche piccino,
M’appena tanto, com’a un fancillino [349].
La balia ed io, du’ risancione [350] a modo,
Ci sganasciavano tutte dalle risa.
Pel solito poi a me mi denno un brodo
Chiepido e colo co ’na pezza lisa [351].
E lor dua se n’ andevano di frodo,
Come dicon che fanno i ladri a Pisa,
A ’n gorgar nel ciglier qualche boccale [352],
E rimondar li stinchi del magliale [353].
F stavo cheta perchè nella cesta
Pituri m’eran nati e piturine [354],
Con un cappon di quei dal dì di festa,
E ’na bella chioppetta [355] di galline.
A ’na pecura ancor devano in testa,
Di quelle c’ han le carni mannerine [356].
E lì svèntrati pur [357], sinché di ciera
Mi vedesson ritorna alfìn com’era [358].
Dipanavo davver, non era getto [359]
Quel dipanar, che li facevo onore.
Drent’ alla settimana [360] uscio del letto
Come si uscissi da fare all’amore.
Non vi nego che adesso ho qualche annetto:
Ma so io quel che razzuro nel core [361].
Quanto ci scommettiam che, come i’ campo,
Quattro creaturelle le ristampo? [362]
Dì che mi pigli, dì: ma se mi vuole.
Bagattino [363] anco lui, perché sta fuora?
Non farebbe già fango di parole? [364]
Codesto no, che non sarebbe a ora [365].
O qualche sgrinfia bella [366] come il sole
Ha fatto come me, se n’è ’nnamora [367]?
Questo traccheggio, non vorrei parere [368],
Ma ’n verità non mi dà mia bon bere!! [369]
Delle volte (s’ho provo!) alliccerete [370]
Giù per la vostra via senza baderlo [371],
E qualche traccagnotto ’ntopperete [372]
Che v’arrampina il cor solo a vederlo [373].
Se baderlate poi, drento la rete [374]
S’imborzan tutti dua la merla e il merlo [375].
Chi puol saper che questo bravo rappo [376]
A questi dì non ci sia resto chiappo [377]?
Oggidì che le donne a zonziglioni [378]
Fulionano [379] qua e là, come ramarri,
A spipitar se intoppano bertoni [380]
Da farli il rivendugliuro a catarri [381].
Di mi’ tempo, sorelle, certe azioni
Né certe marachee, nè certi sgarri [382],
Guarda’... Ma, diamin, fa ch’ io non lo giungia
A risaper; che io li vuo’ dar la sciungia [383].
Lo so, lo so dunch’ ha la dama antica,
La baldraccaccia; se mi ci fa entrare....
Qualche galanteria vuol ch’io li dica,
Che non l’arebbe troppo a garbeggiare [384].
E lu’ che armeggia che non gli si sprica [385],
Il prinzagnon [386], lu’ che l’ha lascia fare?
E sapè che trebisso che ci andea
A dilli: sono spesso dalla Mea [387].
Torni, torni laggiù [388] : sentirà s’io
Lo romanzineró [389] come si deve:
Uscimi di costì, troglio, bugío [390],
E no’ fiatare e no’ mi far da greve [391].
Va, dunche tu se’ stato a chiacchierio [392]
Quest’antri dì colle tu’ belle geve [393];
Che a trovar ’n antro sposo non mi perito,
Né vo’ più di malgarbi che non merito.
Non son miga sgomenta a dalli l’unto [394]:
Li lo do, se credete ch’ i’ sia io;
E se lu’ ci broncisse, allenti un punto [395],
Perchè questo riboburo è grossío [396].
Tu l’hai fatta alla Mea, che pell’ appunto
N’è beccuta per ben, frugiuron mio [397].
Torna, torna pur qua dalle tu’ scranne [398],
Ti vuo’ dar questa rocca sulle sanne [399].
O ch’ io li caccio il fuso nella peccia [400],
Che in collera l’aopro, e come c’ entro,
Sfiandrinerei [401] qui pella via la feccia
Ch’ i’ li do nel bellicuro [402] e lo sventro.
Quando era scappo d’una porcareccia [403],
Tòcco di briccaldon [404]! che ci é rientro?
Dilli che torni : ma perchè non torna?
Guà, pilluron [405]!.... Li vo’ sfasciar le corna.
A sì stolto furor l’ ultima nonna
Si risentì maravigliando, e disse :
Oh ! commar mia, non ti vorrà per donna [406]
Come tu lo spunzecchi colle risse.
Se l’avessi a sbrogliar con una monna [407],
Potrebbe anche esser che ti riuscisse:
Ma, sinoaltro, lo scuzzilerone [408]
Ti lascerebbe senza rimissione.
Vanne al diascolo [409] te e lui, riprese
Orgogliosa la Mea, vecchia squarquoglia [410].
Che c’entri a bronturar [411] sulle contese
Ch’enno fra me e quel faccia di boglia [412]?
No’ manca giovinoti nel paese
Se questo cavalieri non mi voglia.
Poffar di bacco! Ate il bel cesto, ate, [413]
Da far lo stravazzon [414] come vu’ fate.
Che se ne vadia se si ne vuol ire:
Ma che direste voi, che si n’andesse?
Pella mi’ parte non lo vo’ garire [415],
Ma no penso po’ mia che lo facesse:
C’è differenzia dal fare e dal dire.
Massimo dunc’ ha il buco l’interesse.
E po’ mi vuole un ben, che di que’ beni
Non si ne dà: che occorre ch'i’ i’ m’appeni?
Quella cianfognettaccia [416] non li garba,
Sibben che lui garba bon dato [417] a lei.
Viengo per dir che non è pò ’na sbarba [418]
Da assiedarlo [419]: sta qui che tu ci siei.
Ha du’ labbri di ciuga [420] co’ na barba
E du ciglia e du’ occhi scarabei [421],
Che scambio di piacere in mo’ veruno,
Caccerenno la frummia [422] addosso a uno.
Per adesso no’ parlo, ma se quando
È mio di me, lo guarda, li la serbo [423].
Che protende da lui la vaccantando [424]?
Li garonturerò quel grugno acerbo [425].
A codeste che viengono annosando
L’uomini ammogli ci vorrebbe un nerbo [426].
Non l’intorbidi, ve’, che sinnonnòe [427],
Qualcuno che li puzzi li faroe [428].
Già le pubblicazioni si forninno [429]
Doman sarà ’na quindicin di giorni.
Quindici e cinque venti che partinno
In camberata il mio cogli antri sciorni [430]:
Or per e’ conti che si stabilinno,
Deccoli lì che lì che lu’ ritorni [431]
O che sia rintempito, o che pioviccichi [432],
S’ha cor di far le nozze sine spiccichi.
Io non mi ne fo nulla, m’intendete,
Che a certi intrugli mi ci son ritrova [433].
A lui po’ che sta sempre sull’altete [434]
Co’ na accetta che ugni anno la rinnuova,
Fursi non sarà ver [435], ma lo vedrete,
Ch’è ’na faccenda che l’ arriva nuova,
E che come le griffie [436] un c’ha la rogna,
S’addoppa il viso perché si vergogna [437].
Bell’ è che sia com’ eie avanzatotto [438]
A ’ntraversar, come fo io, giogliale [439],
Dunch’e’ i’ pubbrico cammina di trotto [440],
No’ li parrà na cosa pella quale [441].
E n’ ha penetro ancor che laggiù sotto
Gli preparano un arco trionfale,
Che se ’ntraversa [442] per codesto luogo,
Senza ringalluzzir parrà un magogo [443].
Le sbarre en fatte pella gente a garbo [444]:
Lì c’ è più robba che n’è in un cigliere [445].
E non che li sia fatto un po’ di sgarbo,
No ti presenteranno manco bere:
Basta che aocchi me; ch’ i’ ci la sbarbo [446]
Meglio, ah più meglio d’un celimoniere.
Li do assaggio di tutto, e po’ un saluto
Colla su’ mancia, e chi ha auto ha auto [447].
Bellezza! aver di rieto il populaccio [448]
Che ti svociava allor per ogni banda,
— Viva li sposi ; — e preso per il braccio,
Ti giri tondo con una grillanda.
Certo a infustirsi [449] lì come di diaccio,
Quasi che fusse il tempo della ghianda [450],
Il populo che c’ eie e che ci arriva,
Direbbe : oiboglia [451]! non direbbe: evviva.
Qui va guardo da parte; e con belluria,
Ubbrigati — va ditto, e tirar via :
Nè con prosopopia [452] né con furia,
Purché si scanci [453] la villaneria;
Giachè tanta laqquì se n’ intuguria [454],
Ch’è un vituperio, una furfanteria
Niuno saper più fare, a fatta fine [455],
Du’ ripetoni né du* rinchionchine. [456]
Mi’ maglie, che era donna vertudiosa [457],
Quell’anno ch’ io guarietti dal vagliolo [458],
Ch’ arò uto a quell’or circa ’na cosa
Di quindici anni, e poi cresceo di volo [459],
Fancilla, mi dicea, se’ albagiosa [460],
Tu se’ da ingarbugliar qualche fagiolo [461]!
Daqquinlà ’mia pensar che è tempo ormai [462]
A un po’ di graziosaggine, lo sai?
Tanto tanto il trescon lo raccapezzi [463];
Ma nel villan di Spagna e nel Ruggeri
Non c’ è stato mai verso che ti avvezzi
A incatricchiare i piè, viso di glieri [464].
Hai paur che ’na gamba ti si spezzi
A far dei prilli [465] come fa Narcieri?
E che ti coglia il capo [466] a far talvolta
’Na riverenzia colla giravolta?
Le mani tuttaddua vanno al zinale [467]
Che lo distendia come un gonfalone,
E la capoccia [468], ch’ è la principale,
Migna che lo contempri spenzulone.
Se po’ tu t’imbattessi pelle sale
Che qualcun ti badasse andar girone [469],
Si spipita [470] chi è tra quella turba,
E li si allenta un’ occhiatela furba.
La bocca ’mià serralla [471], accettuato
Che ci sino i rinfreschi; ovveramente
Un briciuro di lingua [472] va mostrato
A tremurar [473] tra’ labbri andantemente :
Ovver questo o quel labbro va stirato
Ora coll’ uno ora coll’ antro dente,
Che li faccia rossignuri [474], e nel ballo
Ti mantienga un bocchin come un corallo.
Di pigliar ’na straccaglia [475] non l’approvo;
Quand’ uno è stufo si smett’ e si siede.
E per sieder si va dunche si é accovo [476]
Il più bel giovinotto che si vede.
Questo ti farà [477] lato, e al viso novo
Strizzerà prima un occhio e po’ un piede,
E perché è segno che vuol far di sette [478],
Li ci va riso sotto le basette.
Volendo cicalar, non c’ é crianzia
Di piantarsi a verciar [479] come ’na secchia,
E fare rintronar tutta la stanzia,
Dunche [480] si ha tanto comida [481] l’orecchia.
Le parole tu l’hai, perchè in sustanzia
Ti ci ho bene ammaestro io che son vecchia.
Falli du’ tecchimechi a quel leccugiuro [482],
Tu vedrai che s’arrende come un frugiuro [483].
Infatti chi ha buona intenditiva [484]
La mette prestamente a eseguzione.
Un dì che a mala pena c’ero arriva,
Polito m’invitò per un trescone.
Fatto il trescon come si conveniva,
Ci appiccicommo in sur un seggiurone:
Né s’era sveglio ancor [485], che senza taffio [486],
S’era già tra no’ dua strinto il patraffio [487].
Dopo du’ dì, per utimar la chiesta [488],
A mi’ paglie e mi’ maglie [489] ne discorse ;
E mi’ paglie e mi’ maglie li fen festa,
E viddi almanco che nimo ci storse [490].
Qui, com’ usa, in tovada [491] io corsi lesta,
E mi’ paglie e mi’ maglie anco ci corse,
E piglio pane e vin, cacio, prosciutto;
Prima d’uscir di lì si fece tutto [492].
Per questo dico: la grazioneria [493],
No’ la vistosità val nelle dame.
Perchè ’na dama bella, ma che sia
Piena di sguagliataggine, è un catrame [494].
E un damo che n’è gonzo [495], scappa via
A cercar, come un asino lo strame,
Qualche antra casa dunche si conversa
Con qualche antra ragazza viceversa.
Da me, costui che piglio ci si è butto,
Pellappunto però; che de’partiti
Si ne trova a buzzeffe [496] dappertutto,
E v’ é sempre più mogli che mariti.
Ma l’ho condutto dunche [497] l’ho condutto
Colle belle muine e coll’inviti:
Chè ha confesso anco lui dalla passione
Che averenno precipito un Sensone [498].
Ma non lo vorrei tanto temidoso [499]
In quel dì che si sposi e il popol gracchi.
Malannaggio! che diavulo di coso [500],
Che sta sempre lì mogio [501] e par che scacchi [502]!
Doppo quel dì non sarà poi guaglioso [503]
Da squaquarare [504] a tutti li spauracchi.
Il più cattivo passo è quel dell’ uscio [505],
Disse il pulcin quando snidò dal guscio.
E che sì che in pochissime mattine,
Loffo com’ è, gli cavo la rovella [506]?
Li strò tanto alle costure [507], che alfine
S’a a sdeddurir, sagrata [508], la coltella[509]!
Allora, oh! allora poi le mi’ vicine
Mi sapranno ridir chi lo corbella [510].
Perché quando è rabbrezzuro [511], e si piega,
Sfavi chi vuol [512], n’ ha suggezion del Bega [513].
L’ho ditto intanto che principii un pogo
A sgronchirsi [514], e che si apprichi a invitare
Tutta la parentella ch’ è nel logo,
Per quel dì che le nozze s’hanno a fare.
Io quel giorno che lì non lo prorogo:
Vienga chi vuol ; chi non vuol, lasci stare,
Che chi c’è c’è; so che dirieto questo,
A protender ’no strippo è buio pesto [515].
Quel giorno vo’ veder come sa ire,
Ma vo’ mettere in tavola un pastone [516],
Che se gostasse anco millanta [517] lire,
Non s’ha dir che en le nozze di Cacone [518].
Le pecore enno li, no’ l’ho a ammannire [519].
Ha il pollaglio anco lui sotto un cestone,
E per far maccaroni e ravioli
C’avrò farina, e bietura [520], e cacioli [521].
L’antre chiaspolerie non le rirumo [522],
Ma c’ è fin a ’na coccura [523] di spilla;
E perchè il mangio [524] non mi pigli il fumo,
Mignerà [525] far ’no sgombero e finilla.
Sul metato [526] di casa egliè un consumo,
Perchè liberalmente ci si stilla [527].
Dunqua uscir fuora, e sotto la grondaglia
Far un tal fuoco, e cucinar nell’aglia [528].
Già ci concorriran quante sfusciarre [529]
Tirano al lecco d’ una ghiottornia,
E a farci un circuito colle sbarre [530]
Fursi che sarà tempo butto via [531],
Perchè come le corde da chitarre [532]
Ti le sfiaccureren per avania [533].
Ma lasciate che adesso ho trovo il banduro [534],
Ci allepperò il cognato con un randuro [535].
E al primo ghignalfone [536] che si affaccia,
Una torturatona sulla ghigna [537],
Che si sentirà un po’ come li piaccia,
E si vedrà se alla suonata svigna [538]:
Il primo che l’arà, bon pro li faccia,
Ne darà po’ la nova a chi digrigna [539],
E nimo vorrà far questa capata [540]
D’aver per un boccon’na tentennata [541].
Deccovi stribuita la mattina [542].
Il dopo mezzodì come si è scancio [543],
Se chicchessia vuol far ’na ballatina,
Ci attingo anch’io : si smaltirà lo spancio [544].
Ma con che quando il buglio s’avvicina,
Ugnuno si la sviotturi di lancio [545],
Ch’ i’ non vuo’ incagli, e ho car che sia prestetto [546]
Quando mi par di starnacchiarmi [547] a letto.
Se avvierrà che non si moglia in secco [548],
M’agurio che del ben me ne provvienga,
E bell’é ch’ora vi paglia uno stecco [549],
Busto non ci sia più che mi contienga.
Or non capete quel ch’ i’ mi c’inchiecco [550],
Ma puol essere un dì che il caso vienga,
E che per far saetta a chi ci ha astio [551],
Sentiate dir c’ho parturito un mastio.
Al primo mastio vo’ rifar mi paglie [552],
Ch’ i’ l’avo anco rifatto all’ antr’ erede.
E s’è ’na ciarpa, rifarò mi’ maglie [553],
Che mi l’aricordò quando moriede [554].
Ve la ridete neh ? Venite quaglie [555],
Ho bell’ e squadro che non m’a te fede [556].
Ma vi la farò in barba [557], e a cose fatte
Come anderà? Ci crederete catte [558] ! !
Ci crederete sì, quando il fancillo
Piurerà lallì sdraglio nella zana [559];
E vedrete su’ ma’ che al primo strillo [560]
Per agliutarlo accorrirà di gana [561];
E sbracherà ’na puppa co ’no sprillo [562]
Che metterà vergogna a ’na fontana.
Piglialo, fancillin; uh! e’ ha la bua
Il fancillin della mammina sua !
Ate [563] fame, ate sonno, o che cos’ate?
Chetatevi, sape? Ma siete zuppo [564]:
Lasciate far, savino [565] mio, lasciate,
Ch’ io vi vo’ rifasciar quando ate puppo [566].
Ma mignerà che vi raddormentiate [567]
Quando v’ arò rifascio e v’ arò spuppo.
Dev’ un bacio, tene, bocchin di manna,
Poltrite via, vi canterò la nanna.
Quando il figliuol della regina Enea [568]
Fu presentato al genitor Didone,
E che sentì che il poverin piangea,
Lo stese a riposar sur un coltrone [569].
Fate la ninna nanna, gli dicea,
O giovanetto più gentil d’Adone ;
E dormi il giovinetto fino a sera
Un sonno signoril.... tallerallera.
Questo rispetto [570] qui che vo’ sentite,
Me lo imparò [571] la nonna, e no’ m’è scatto [572].
Ma ci mancano poi le rifiorite [573]
Che li si raccapezzano nell’atto.
Ombè ! che vi ne par, vecchie scondite [574],
Che non ve n’ intendete nulla affatto?
O ate dell’ indivia per di piue [575]
Alla sapienza della me’ virtue.
Par ’na cosa di nulla, ma no’ eglie [576]
Di cantar un rispetto a modo e verso.
N’ arò canti a migliaglia pelle veglie
E drent’ a’ seccatogli c’ ho converso [577].
Avo ’na voce che, a sberciar con meglie [578],
I primi cantatori ci hanno perso.
Oggi però l’ho gliecura, e l’attrucchio [579]
Per questo toccio qui che m’ ha risucchio [580].
Ho’ scipa più saliva in un pennecchio [581],
Che in dugento roccate, e ho il labbro vizzuro [582];
E ci ha che far quel maladetto vecchio
Che ci piove [583] laggiù come uno sprizzuro.
Se lo posso agguantar per un cernecchio [584],
Lo vuo’ arritorturar come un ganizzuro [585].
Appettarmi ’na stoppa che a filalla [586]
Va tutta in lische, e chi sa quanto calla [587]!
Volevo ripienar [588] un po’ di panno[589]
Di roccatelle che già l’avo file [590],
Ma veggo propio che sarebbe un danno,
Con un ripien che pare un manfanile [591].
Gnarà ch’ i’ ne ricomperi n’ antr’ anno [592],
Che sarà fursi un briciurin più vile [593].
Questa lo so po’ io dunche [594] si mette :
La rimbarburerò [595] nelle sacchette.
L’ho con quei maladegni pestatori [596]
Che ne distruggerebbero una massa.
Picchiano a sfracascion [597] drento e di fuori
Del pestatoglio [598], e il panno si dilassa [599].
Oltracchè n’ hanno ’n capo altro che amori,
E tempestar sull’ uscio a ’gni bardassa [600].
Che se fussero ancor (bell’è che l’enno)
Innacciagliate, le scatrasserenno [601].
E quel canapinaccio [602] non ci torni,
Perch’ io son resta affronta in modo tale [603],
Da no’ mi ne scordar ma’ da’ mi’ giorni [604]
Finché non l’ho rimando allo spidale [605].
Certi furfantonacci vanno scorni [606]
Perchè c’ é l’indulgenza a falli male [607].
E quando gli si è scarica la stoppa [608],
Allor li va ricarica la groppa [609].
Lo vo’ dire a quell’antro, e po’ l’invito
Il bindurone [610] a capitar laggiue.
Ma l’asseguro che sarà servito [611],
E si ne sentirà tutti i suoi die [612].
Coresta poi mi la son lega al dito [613].
Bate [614], per carità, bate un po’ quie.
È quatt’ ore ch’ i’ son dreto un pennecchio [615],
Questo liscuglio.... [616] oh sgangherato vecchio!
Oggi, o glieri or che, penso, il carbonaglio [617]
Arebbe a scaturir da questi poggi.
Ma se glier non tornò, com’ i’ non sbaglio,
Creggo per assòluto che torni oggi [618].
Porterà qualche nuova ch’ i’ ne svaglio [619]
Se anco il mi’sposo ha termino, e sdiloggi [620].
Già mi par che sia arrivo, e che sfelato [621]
Sciucagni i labbri e scataverni il fiato [622].
Vedova, mi dirà, quell’uomo sbattura [623]
A stambergar per quelle razzinaglie [624],
E’ sguscerebbe da un buco di grattura [625]
Pel l’ascaro di voi tanto che n’ aglie [626].
Ma già ’l lavoro è ’n po’ di carabattura [627]
Che fra tre dì si ne scatricchieraglie ;
E scatricchiato da codesto imbattimo [628],
Stiavo, padroni [629]! vi sposa in un attimo.
Forse la Mea non terminò gli accenti [630],
Che il messaggio arrivò colla novella
Che quel villan, per verba de presenti,
Consegnava la destra a una donzella.
Strinse la vecchia assassinata i denti,
Perde subito il moto e la favella;
E cedendo al destin della natura,
Cadde il giorno seguente in sepoltura.
Note
________________________
[1] Mià dirci lui: bisogna che mi adatti a questo
[2] Deccomi qui, son resta: eccomi qui, son restata
[3] In àssuri, accosì com’ un pilèo: in asso (da sola) come una trottola. - La Mea è incerta, sospesa, appunto come un pileo (paleo) o trottola, la quale rotando rapidamente intorno a sè stessa, procede a sbalzi, senza certa direzione.
[4] gentimia: o mie genti; cari miei.
[5] per la dimante ch’eiè questa: per il giorno che è oggi
[6] archileo: vecchio allampanato (come suol dirsi d’un mobile, cosi d’un uomo alto, e mal proporzionato)
[7] Lonzo, brenzagliarone e covacendere: tre quasi sinonimi, che indicano un uomo da poco.
[8] N’ava: ne aveva.
[9] Con meco s’è diporto da me’ pae: Con me si è comportato come un padre.
[10] biastime: bestemmie, litigi.
[11] che ripricar?: Che vale ripetere le cose che tutti sanno.
[12] fogoso o sderto: focoso (impulsivo) o sveglio (ragionevole).
[13] bruscuro: bruscolo, screzio.
[14] Che siam campi alla buona insieme e’n giolito: Che siam vissuti sempre insieme e in tranquillità.
[15] E mi chiaman tavia la Mea di Polito: e ora mi chiamano la Bartolomea d’Ippolito.
[16] Liberalmente: (parlando) liberamente
[17] nimo: nessuno (da nemo).
[18] Ch’ abbia bado altrettanto a’ fatti sua: che come lui abbia badato solo ai fatti suoi.
[19] E però chi ci ha pratico, ci ha stimo: Per questo che ci ha praticato, ci stima.
[20] Du’ anime ’n un nocciur tuttaddua: due anime in un guscio solo.
[21] Grimo, vecchio; negli ultimi tempo,poiché era diventato vecchio.
[22] Scramava, satt’ il che? ch’ava la bua: esclamava... sai cosa? che aveva la bua (come si esprimono i bambini quando hanno male)
[23] Ma ’gna saper che siccom’ era allento: ma devi sapere che siccome aveva l’ernia (allento, da allentare, t. medico con cui si indicava appunto colui che aveva l’ernia)
[24] Si sconversava per amor del vento, s’inquietava per cose di poco conto.
[25] Malannaggio traversone, maledetto vento impetuoso.
[26] Chiappo, preso.
[27] Arritorturava il coturone, travolgeva la collottola (G. Tigri), ma il coturone nel dialetto pistoiese è il sedere, l’estremità delle reni.
[28] Schiasimo, spasimo.
[29] Sfronzone, di malgarbo.
[30] Appenarsi, per affliggersi.
[31] Gninimò, in ogni modo.
[32] Faldora, baldora: fuoco di paglia
[33] Testo, un tondo fatto di terracotta sul quale, già infuocato, fanno i necci (stiacciate di farina di castagne).
[34] Da barbàrlilo proprio allora allora / Lallì donch’ ava mal, quasi spolpente: Da metterglielo proprio in quel momento, quando era ancora caldo caldo, proprio dove aveva male
[35] insieme a una pappa che doveva bollire per un’ora
[36] Condizionata con olio sappiente: condita con olio troppo saporoso
[37] Ch’apprìca sullo stombaco, era chiara / Ch’ arebbe cavo un morto della bara: che applicata sullo stomaco faceva effetto tanto che avrebbe fatto uscir fuori uno dalla bara.
[38] Un briciurin: un pochino
[39] rimbustercurar: ravvoltolarsi, avvolgersi fra le lenzuola con tutto il busto
[40] E se non v’ eran, l’andevo per esse, / Ch’i’n’avo sotto il letto una carriola: e se non ce n’erano, sarei andato a prenderle; ne avevo una carriola piena sotto il letto. (carriola: zana con rotelle)
[41] pisuro: sonnellino
[42] E requiasse lì tufo: e dormisse lì come un sasso
[43] si scionnava: si svegliava
[44] lo collegiavo, e stavam lie / Comidi bene e meglio a grogiolarci: lo accarezzavo, e stavamo lì, ben comodi a godercela
[45] Ma quando viengon le diavulerie, / Vat’ il a ’ndevinar : chi v’è, gnà starci: Ma quando vengono i guai mandati dal diavolo senza capire e sapere il perché, chi vi capita, deve subire.
[46] Di gennaglio il dì dodici, o salsíe: il giorno 12 gennaio, salvo il vero (se non ricordo male)
[47] rigombitò: vomitò
[48] S’infebbrichì: gli venne la febbre
[49] ritropico: idropico
[50] Lucciuro a vendetta, lacrimo senza fine, e con passione.
[51] Du’ diate: due giornate
[52] Schifardetta, intingolo. re, chiudere a metà.
[53] Di rezzure di siorne, di erbe più tenere, colte solo nelle cime, che chiamano anche erbucciata.
[54] Abbollessate. fermate col primo bollore, scottate.
[55] Barba un sospiro, manda un sospiro.
[56] Soccalla: socchiude.
[57] Soccalla l’occhi e mi riman sul tiro: socchiude gli occhi e in quel momento mi mi resta secco.
[58] Lucciureroe, piangerò.
[59] Raffiaturarmi, riprender fiato.
[60] Bench’ io sento che ancor pogo più n’ hoe, / Tanto mal mi son concia a schiasimarmi: Benché io senta di averne ancora per poco, tant’è il male che mi fa spasimare.
[61] Ne ririvoe: ne vorrei ancora
[62] ticchio: voglia puntigliosa
[63] Ma per levar le chiacchiere che c’enno, / E dell’ antre tavia che ne farenno: Ma per spazzar via le chicchiere che ci sono e e di tutte quelle che farebbero in ogni momento
[64] Spazzure: spazzole.
[65] Canchigna! esclamazione, come capperi, caspita, accidenti.
[66] Zazzumaglia, gentaglia.
[67] Brendur rosso. Avere il brendolo o cintolo rosso, vale esser privilegiato.
[68] Lallì per l’aglia, lì sull’aja.
[69] Colti a noglia, presi a noia.
[70] Con esto rabacchiotto ch’ è ’na gioglia: con questo giovanotto che è una gioia.
[71] Li dia to’ ! modo d’imprecazione.
[72] Tor, prendere (per marito)
[73] Coll’ansima in sul petto in angonia: anche se avessi un’agonia mortale
[74] cascatoglia: cadente e debole per la l’età avanzata
[75] Paglio, ch’ io sappia, qualche porcaria: Prendo forse qualche porcheria?
[76] Ch’ i’ abbia a ricorrire al cantambanco : Che debba ricorrere a un ciarlatano?
[77] Pere sbaratturar ’na spezieria?: Per svuotar barattoli in una spezieria? (acquistar medicinali)
[78] Salda come l’acciaglio: salda come l’acciaio
[79] per grammatigía: e per portamento e pulizia e galanteria
[80] Sorrieto, speciale denominazione della fonte ove lavano i panni; forse da sol lieto.
[81] Spippurò, spippolò, disse francamente, sul viso, le cose a una a una: “così dicesi spippolare i granelli da una ciocca a uva".
[82] Compare e comare.: persona con cui si ha una grande confidenza e una familiarità come tra parenti.
[83] Ma sa’ quante fancille ci fai stare: sai che sei meglio di tante fanciulle?
[84] E a sbirciar loro e te, migna pur dilla, / Paglian le mamme lor, tu la fancilla: E guardando quelle fanciulle e te, manco a dirlo, loro somigliano alle loro mamme, tu hai l’aspetto di una fanciulla.
[85] È ver chi mi dà un lodo, ’mià sghignazzi, / Chi non me lo vuol dar non vi riprico: È vero: a chi mi fa una lode rispondo con un riso sardonico, a chi non me la vuol fare non replico neppure.
[86] So che se ci è chi a ’nnamorati sguazzi, / E di quelli più toghi e dall’amico: So che ci sono quelle che sguazzano fra gli innamorati, e anche di quelli buoni e belli a tutta prova.
[87] No rifistico l’antre: non parlo delle altre (rifistiare: riferire fatti altrui che sarebbe meglio tacere)
[88] No rifistico l’antre, ma mi creggo / Che millanta n’ arei s’uno ne chieggo: non biasimo o condanno le altre, ma credo che se uno ne chiedessi, mille ne avrei.
[89] Spiattellarvila, dirvela schiettamente.
[90] fuor d’uno, / Di questi sbarbatelli non m’appago: nessuno di questi sbarbatelli mi appaga, fuorché uno.
[91] Quel poi che mi son trovo, oh! l’ho straluno / A mi’ mo’ prima di pigliarci baco: Quello poi che mi son trovato, l’ho osservato minutamente, prima di prendermi una cotta che come un baco divora dentro.
[92] Già delle maccatelle n’ è digiuno: Di azioni avventate non ne fa mai
[93] No è né donnagliuolo né briaco, / Né giuocator, né lugio, né bugío, / E ch’io sappia, ’nsinor non s’è stravio: Non è né donnaiolo né ubriacone, né giocatore, né ghiottone, né bugiardo, e, ch’io ne sappia, finora non è un depravato.
[94] fittone: la radice centrale d’un albero, ben conficcata dentro la terra
[95] quartina: misura per grani e simili equivalente a un quarto di sacco: tira fuori con un solo colpo di vanga tanto sabbione da riempirne un quarto di sacco.
[96] staglio: staio. "L’anno prima che fece quella prova colla vanga, aveva seminato un po’ di frumentone, da raccoglierne all’incirca 20 o ventidue staia.
[97] Stampò: fece in quattro e quattr’otto,
[98] degnità:espressione tipica dei contidini postoiesi per indicare una cosa eccellente, di ottimo gusto.
[99] avamo sventa: avevamo levato.
[100] ’Na bucata gnorile, un bucato signorile, per grosso.
[101] A buco s’è tiglio, per l’appunto s’è fatto le tignate, cioè le castagne cotte, mondate della prima buccia.
[102] Gnofinona: cioè quofinona è detta la polenta che sia così grande da starci su un apposito tavolo rotondo per polenta che si chiama "catagliuolo".
[103] Canchigna!: esclamazione popolare (forse in sostituzione di ’canchero’)
[104] ’Na bocca a rescia, cioè col labbro rovesciato, che vale, uno svogliato, uno stomacuccio.
[105] Facea la vescia; poco innanzi di levar la polenda dal paiolo, sprigionava dell’ aria.
[106] Zeppa, fetta.
[107] tigliata: una certa quantità di castagne cotte dopo averle ripulite della buccia legnosa
[108] di Savoglia: savoiardi.
[109] Che certe misertà l’ho tropp’a noglia: Che certe spilorcerie mi danno troppo fastidio. (Noglia = Noia)
[110] Ammannietti, ammannii.
[111] Gotto: bicchiere.
[112] Pistoglia: Pistoia.
[113] In gaudeamo: godendo.
[114] Cregghiatemi, che all’albari che avvetta: credetemi che quando atterra le cime dell’albero.
[115] Ugni du’ colpi ci vuole ’na treggia, Ogni due colpi occorre un carro per portar via i rami; la treggia è un carro per lo più senza ruote. Il Lori qui vuol dire che taglia tanti rami, da doverne ogni volta caricare un carro.
[116] che della fretta / Enno stufi: del far presto non ne vogliono sapere.
[117] meggia: persona debole e svogliata, che non ama lavorare: gli altri, in confronto a "Polito", stanchi di affannarsi per tenerne il passo, sembravano pigri.
[118] Accosì m’ accadiette quest’ auturno: Così m’accadde quest’autunno
[119] Ceppicon: gran ceppo, o barba d’albero.
[120] Ampra, ampia, splendida (nel senso che non centellinava il bere e il mangiare).
[121] e sganasciar gli fo: e li faccio mangiare fino a che hanno male alle ganasce.
[122] M’infiascavano in casa ogni po’ po’: m’entravano in casa in continuazione.
[123] C’ incartavo: ci mettevo, nel senso che che se lo sarebbe messo in casa per sempre e buona sera al resto.
[124] come dèa ’na botta al ciocco: quando dava un colpo al ceppo
[125] Che ti lo spappurava come ’l macco: Che te lo spappolava come le fave cotte e disfatte nel piatto.
[126] vi sarei svigna anco in pitocco: vi sarei andata anco mezzo vestita, come fa il pitocco o mendicante. Per pitocco, intendono anche la sottana di sotto al vestito.
[127] Zonzonare, dicesi di chi va in giro a chiacchierare.
[128] alla conversuggine li tiengo / Tacca tacca dirieto: perché alla conversazione lo seguo passo passo.
[129] A bazzicar con un di quella tinta: avere a che fare, avere rapporti con uno di quella risma.
[130] Né a chiacchiare né a fatti non vuol cedere: non vuol cedere né a chiacchiere né nei fatto.
[131] accatricchiarsi: azzuffarsi con un per gioco e per atti d’amore villano.
[132] e che ci arruzzo: e mi piace fare all’amore.
[133] schioppo nel buzzo (Il Tigri ha schioppo sul buzzo): scoppio nella pancia: mi vien rabbia fin dalle viscere.
[134] L’accordellinata: l’accomodamento, il legame fra due persone per un interesse non ancora concluso (in questo caso, il matrimonio), ma per il quale ci sono buone possibilità di riuscita, visto che la Mea è ben fornita di roba.
[135] Non ci si strilla: non ci si fanno litigi, è sicura.
[136] È lì tavia: È ancora lì.
[137] Seccatoglio: seccatoio perle castagne.
[138] E suddilì ’na selva ch’è ’n occhiata: e lì vicino una selva grande quanto ne puoi abbracciare con gli occhi.
[139] Recchiarelle: le pecore che non hanno figliato.
[140] Campotturo: campicello.
[141] Spietato: per grande.
[142] Gosta: costa. Non sta bene che lo dica io quanto mi è costato.
[143] Enno: ci sono
[144] Zinali, grembiuli.
[145] Pergamene, carte da porsi intorno alla rocca inconocchiata.
[146] Paglio: paio.
[147] Fiubbe, fibbie.
[148] Bottonelle: detti certi bottoni d’argento di filograno, posti a tutti i così detti paternostri della corona.
[149] Requiescanti (requiescat), riposi in pace.
[150] agoraglio: contenitore per aghi a forma di cilindro.
[151] spera: specchio.
[152] Roturo: rotolo.
[153] Gatto marmione: per mammone.
[154] c’enno … c’egliè: c’erano … c’è.
[155] copertoglio: coperta.
[156] Lettiera: letto con testiera, comodini ecc.
[157] Giocurata: lavorata scherzosamente.
[158] Che mi fa sbaturlir quando la sbornio: che mi fa sbalordire quando la guardo.
[159] c’è antro in cambera?: c’è altro in camera?
[160] quadro: sorta di velo di forma quadrata da porsi sul capo o da usare come scialle (se di dimensioni grandi). Questo della Mea in particolare contiene rappresentate molte pitture
[161] Rimugino ec., ricoperto di pitture.
[162] Burica: si raggira lento.
[163] redole: viottoli di campagna che servono a collegare i vari appezzamenti di una proprietà; non di rado sono delimitati da alberi, rovi e piante varie più o meno selvatiche.
[164] Piuri, certe bacche nere, frutti d’una pianta chiamata vaccinium myrtillum, che fanno su pe’ monti, e son buone a mangiarsi.
[165] Saran porci, tenè, ma paglian troglie: Saranno porci, Tenete, ma sembran troie. (Tenete è nome immaginario ad indicare persone che in qualche modo sono rimaste istupidite e senza parole).
[166] Cicco: piccolo.
[167] ficco: gran quantità.
[168] Ancipresso, per cipresso.
[169] Dazagliolo, camarlingo che riscuote il dazio.
[170] Imbertò: da imbertare: perdersi in cose futili e di scarso valore. In questo caso possiamo tradurre con: Il ci raggirò e ci prese tutto per una bagatella.
[171] In sustanzia però se li papponno: Il messo e il daziere si presero tutto. papparsi è voce popolare viva ancora adesso.
[172] Un caglio di filussi, un sacchetto di denari. Caglio, sostanza acida vegetabile ed animale, che serve ad accagliare il latte. Ma qui il traslato è preso dalla forma del recipiente di esso, che è lo stomaco dell’agnello lattante simile ad un sacchetto.
[173] scussi: privi e spogliati di tutto quel che avevano.
[174] tattare: parlare lentamente e in modo lezioso; anche: risentirsi.
[175] c’è da comparire: c’è da far bella figura.
[176] Troppo lo stravagliai: troppo lo usai, tanto che ne avevo nove e ne son rimasti otto.
[177] incanto: vendita all’asta pubblica.
[178] Incoccio: incocciato, piccato, ostinato.
[179] Merciaglio: merciaio.
[180] Arfiare: arraffare, guadagnare.
[181] in una citazione (Pietro Fanfani, Vocabolario dell’uso toscano, 1863): arebbe caccio ’l naso ’nnun merdaglio: concetto ed espressione popolaresca un po’ troppo forte che il Tigri ha cambiato.
[182] Protendeva: pretendeva.
[183] c’enno: c’erano.
[184] Alla barba: a dispetto.
[185] guaffili: arnesi per far matasse di lana, seta o altro
[186] sieggiure, tavelli: sedie, arcolaj orizzontali.
[187] scarabatture: scarabattole.
[188] cocciarelli: pentoline e contenitori di coccio
[189] merche: marcate, contrassegnate..
[190] Toccio: tessuto grossolano di stoppa
[191] paglian: sembrano.
[192] So che quando l’ho preste e l’ho ricerche: so che quando le ho prestate e richieste indietro.
[193] D’un che si sino, dove si sieno.
[194] Prosalto, proverbio.
[195] Suppidiano: cassa grande con quattro scompartimenti (stambugi).
[196] necci: focaccia di farina di castagna.
[197] leccugi: leccornie, bocconcini ghiotti e appetitosi.
[198] rastellieron: rastrelleria (per fieno, armi, stoviglie, ecc.
[199] Gremo di cherubine e d’archibugi: pieno di carabine e d’archibugi
[200] Ma buricarli ec, ma non bisogna mica toccarli, se no si scaricherebbero, e chi sa che fracasso n’uscirebbe. (altre edizioni portano zerigarli anziché buricarli)
[201] Panno dall’oro, un panno quadro che ha sull’orlo un nastro dorato, e che tengono in capo le donne.
[202] N’enno un picciuro mia trent’otto lire!: Ce n’è uno piccolo che costa trentotto lire
[203] greto: cosa di scarso valore, da non mostrare in pubblico.
[204] Manganato sia ’topi: maledetti siano i topi.
[205] Uto a dire, l’ho dovuto dire.
[206] Ma ’nnoggi c’è la micia, ma in oggi c’è la gatta.
[207] Miugura, miagola.
[208] Ciuire, stridere.
[209] Com’una sugura: con quel rumore che fa il sughero quando viene bucato col succhiello.
[210] Ch’ io n’ ho per rifornir gli abrei del ghetto: ch’io ne ho tanti da rifornire gli ebrei del ghetto.
[211] Ricopriti: ricoperti.
[212] Saglia: saia, panno grossolano.
[213] Dobboletto: dobletto, panno quasi simile.
[214] scompartiti: suddivisi
[215] Qualo di lana, e qualo di toccetto: alcuni di lana e altri di stoppa grossolana.
[216] e non l’ho miga impegne: e non le ho mai impegnate.
[217] fare la boria: andare a testa alta.
[218] Svercignò, versò.
[219] Benne buondato se tu vuoi star ritto: Bevine in buona quantità se vuoi tornare a stare in piedi.
[220] Cioture: ciotole.
[221] ogni diata: ogni giorno.
[222] Gli facesse togo: gli facesse bene.
[223] rinsanichì: risanò, guarì.
[224] verde: giovane.
[225] transia: va bene, l’accetto, passi.
[226] Gnin’ho: gliene ho.
[227] Ch’ io ho che far se doppo m’enno schiatti: che cosa ci posso fare se dopo mi sono morti, e stanno ora tutti a giacere sottoterra?
[228] La morte è un gocciuron che, fatti fatti, Spenzura giù dal naso anche a chi è sveglio: La morte è un gocciolone che in fin dei conti sgocciola dal naso anche a chi è sveglio e pronto.
[229] Si scioglie, si stacca.
[230] E ragna pur, che dunche coglie, coglie: e resisti o ribellati pure, che tanto quando deve colpire colpisce.
[231] Per mo dir, per modo di dire.
[232] non mien’ è mai manco: non me ne è mai mancato.
[233] Stetturare, vuotar le tette, o poppe.
[234] Com’ un pan bianco, pallida e smunta.
[235] il primo mi facea un po’ sparnazzare: il primo mi stancava facendomi correre di qua e di là.
[236] E un tetturo via via mi s’era stanco: e una tetta col passare dei mesi s’era inaridita.
[237] Ma quell’antro strarotto ava la coccia: ma quell’altro, veramente intrattabile, aveva un gonfiore in viso
[238] E sbrodigliava che parea ’na doccia: che lo faceva sbrodolare come una doccia.
[239] Concio: ridotto.
[240] Piggellon: fantoccione.
[241] Broncio: un po’ inquieto e malaticcio.
[242] Pezzalagna, pezzalana.
[243] Ch’ i’ lo sfardo, l’inzuffo, e gli ho riconcio: lo pulisco, gli dò il nutrimento, gli preparo
[244] Un covo dolco: un covo molto soffice per dormire.
[245] Ci lo rappisurai, lo riaddormentai.
[246] Rappisuro che fu, mai più s’è scionno: Ma da quel sonno, dopo essersi addormentato, non si svegliò mai più.
[247] Sorta che ero rigravida di fresco: per fortuna che da poco ero gravida di nuovo.
[248] Bordello, per fanciullo: così nel Bolognese.
[249] Nocciuro: nocciolo.
[250] Un tamburone: un figliolone.
[251] appariede un bidalesco: gli comparve una ferita ulcerosa.
[252] Che l’andeva alla volta del cervello: che si estendeva fin verso il cervello.
[253] Caporalone: come uno stregone, che per loro fa anche da medico.
[254] Ma lì restò li freddo a diaceglione: Ma lì morì e restò freddo a giacere.
[255] Mi medicò la terza puro: mi medicò pure la terza creatura.
[256] Uno sterpo di chiospa: cioè, un figliuolo stentato.
[257] Scarinci: poco vegeto.
[258] Li vienne un gonfio sotto ’na spalliera: Gli venne un gonfiore sotto una spalla.
[259] Trottura, trottola, per globo. - Ma mi sembra più corretto tradurre con "tortura" in contrapposizione con la piccolezza dei punti che si erano gonfiati, simili a nei.
[260] Fignuro, fistola.
[261] Panno: s’e l’era tagliato, aperto, lei col dito mignolo.
[262] Che scuriccio: fancille: Che ribrezzo, ragazze
[263] Lo spiguro: è quello stile con cui il macellaio accora i maiali.
[264] Sberno, strappo, apertura.
[265] Dudi si vede il corpo ccataverno: Da dove si vede il corpo tutto aperto.
[266] L’entragnuri che pesano gagliardo: le interiora che pesano molto
[267] E il buzzo che vien giù tavia calderno: e il ventre che vien giò ancora bello caldo.
[268] Pienano la bassoglia d’una bobba: riempiono il vassoio. le interiora.
[269] Che ha quel fiataccio di non so che robba: che emana un gran puzzo di non so che roba..
[270] Accosì il fignur della creatura: Così la fistola della creatura.
[271] A mala pena tocco smarcignava: appena inciso buttò fuori roba marcia.
[272] Barile: due vasi grandi.
[273] Alla stura: al punto dove usciva la materia.
[274] Ma s’e’ n’ avo anco quattro, le piena va: Ma se anche ne avessi presi quattro, li avrei riempiti lo stesso.
[275] E si no presto intendo lei che piura: E presto la sento piangere.
[276] E fa delle sollacche e della bava: ed emette respiri affannosi con la bava alla bocca.
[277] Mi rimanea lì in secco; io mi n’ addiedi: e me n’accorsi che stava per morire.
[278] Ma volea rivivir se tu lo credi: ma voleva continuare a vivere, se tu mi credi.
[279] Non servì ’ngradalirla né col nenno:Nulla servì ad acquietarla almeno un po’, nemmeno il nenno (variante di neccio: focaccia di castagna tipica del pistoiese)
[280] cucchiagliate: cucchiaiate.
[281] Tola su, tola su; gli ascari c’enno: prendila, prendila… il desiderio (ascari) c’era…
[282] Ma no pelle giunzie, che il fiato scappa: ma non riuscì a farcela, perché il respiro si fermò.
[283] Basta, sbasì, che parea propio un senno: Basta, se ne andò, che sembrava proprio
[284] Anco vagguta morta nella cappa: anche veduta morta nella cappella.
[285] Un dret’all’antro! En furse poghi? En treie: Uno dietro l’altro. Erano forse pochi?... erano tre.
[286] Po’ non ne feci più che stiedi un pezzo: Poi stetti un pezzo che non feci più figli.
[287] che anco il mi’ uom m’ava inzurlito: che anche il mio uomo mi aveva eccitata.
[288] Burchio, o birchio: figliuolo. Così chiamano in montagna un bambino preso allo Spedale degl’Innocenti
[289] granchi: altri leggono: grecchi, carezze ecc. (ma che contano le carezze?...)
[290] Strigido bondatello, Stancurito, (strigile bondatello, stencurito) ma il corpo era assai dimagrito e stanco.
[291] Perdinanora: esclamazione ammirativa o di sdegno (come in questo caso): equivale a "accidenti!"
[292] Scivolo una mana d’annarelli: scivolati via circa cinque anni.
[293] Mi richiappò li stombachini, e fuora / Ah gran rigombitio! fuora i budelli…: (rimasi incinta) e mi ripresero i mali allo stomaco da vomitare anche le budella.
[294] Furigelli: filugelli, bachi da seta. Qui sta per gemelli.
[295] Che avo appunto sfaloppo:che avevo appunto sfaloppato (levato dal bosco le così dette faloppe, o bozzoli imperfetti e lasciato quelli buoni: i due gemelli erano malaticci.
[296] e n’ avo schezzo: e ne avevo gettato via il seme migliore e sano.
[297] Raffrucchiare: mettere insieme alla peggio.
[298] Rarrabattai: di nuovo mi ci affaticai con prestezza.
[299] e no’ faceo reccachi: e non partorii un re ma un semplice piccolo bambino. Il reccachio era il Rex avium, una figura un po’ oscena e un po’ realistica della condizione popolare; per questo significava anche "bambino poccolo dal corpo stentato e macilento.
[300] Chè de’ rosticci: detto di donne o uomini magri e un po’ deformi coi quali la Mea non aveva familiarizzato mai.
[301] ravversai: ripulii e pettinai un po’
[302] ghiottettaccio: ghiotto
[303] Magara poi: Magari fosse durata anche in seguito.
[304] Legno sbuccio: sbucciato.
[305] Per amor che una pitta mi s’è svia: a causa di una gallina ch’era fuggita.
[306] Coll’ uovo lì per lì fuor del guaglieri: coll’uovo che stava quasi per uscire dell’ovaia.
[307] Dà senza rima in una bastardia: Ad un tratto dà in un pianto dirotto.
[308] Che non l’arebbe attacca l’avversieri: al quale non l’avrebe spinto nemmeno il diavolo.
[309] pìtura o pìtara: gallina
[310] Gni dì: ogni giorno.
[311] L’an preparo al vedere un antro covo: l’hanno spinta a provare un altro covo. L Mea fa di tutto per scoprirlo, ma invano.
[312] Ho apprìco: ho posto cura.
[313] Cattera: esclamazione come capperi.
[314] Ho chiappo peto: proverbio volgare, per ho preso sospetto.
[315] Me l’arramagliola: me la tira a sé.
[316] Sia mal viaggio le pitte: Maledette siano le galline.
[317] raugèo: detto di bambino piagnucoloso e indisponente per i suoi capricci.
[318] Gli era entro la vilucura, gli era entrato la voglia di piangere; vilucura: smania che porta i bambini ad essere indisponenti
[319] E lu’ no sbrobio: E lui risponde con parole dispettose e sgarbate.
[320] Migna sgarillo: bisogna vincerlo e scaponirlo, farlo desistere dal suo capriccio.
[321] perelverso (per ’l verso): per il modo, per come era andata a finire in modo imprevisto.
[322] Quando io lo viddi che cadde starnacchio: quando lo vidi cadere a terra tramortito.
[323] Il gridío: il tanto gridare.
[324] scalcignava: tirava calci al vento
[325] abbacchio: chiamano così un agnello o capretto ben grasso.
[326] E mi si congegnò tanto asbiracchio: Mi si congegnò ec., mi si ridusse tanto macilento.
[327] Broccuri: broccoli, cavoli.
[328] Pella traversità, fece du’ moccuri: per la disgrazia divennero due moccoli (candelelette fini)
[329] che arenno copo un tino: che avrebbero riempito un tino
[330] olio di sasso: petrolio (petrae oleum)
[331] Ch’i’sia! imprecazione, con ellissi del verbo.
[332] ti dia pallino: esclamazione come: accidenti a te.
[333] Buricò un po’ po’ il collo: mosse lentamente un po’ il collo
[334] ugnuri: pianto lamentoso tipico dei bambini.
[335] po’ morse: poi morì.
[336] Che mi n’ andò del sangue a catinelle: forma proverbiale per indicare il gran dispiacere che si prova per una cosa. La morte del figlio in Mea produsse dolore così grande da portarla sull’orlo della disperazione.
[337] Darsi a beco: cioè alla disperazione.
[338] Sbernai: dilaniai.
[339] vento: venuto.
[340] quarelle: lamenti, querele, pianti.
[341] biodure: rosse.
[342] Perchè tanto son ito alle ballodure: perché tanto son morto. Ballodure o Ballodole è un cimitero che si trovava a circa tre miglia da Firenze.
[343] Mi raccaso: se riprendo marito.
[344] Sdà in di grosso: Sbaglia all’ingrosso, molto.
[345] In borra: in forza. La Mea sente di avere ancora la forza per fare un altro figlio.
[346] riscudellarne: espressione popolaresca molto diffusa: fare un figlio come scodellare una minestra.
[347] Tracchienersi, trattenersi.
[348] Permio baccon: (altra fonte ha più razionalmente: perdio baccon). Esclamazione popolare molto diffusa.
[349] M’appena tanto, com’a un fancillino: Mi procura tanto dolore come a un fanciullo.
[350] Risancione, donne che non farebber che ridere.
[351] Chiepido e colo co ’na pezza lisa: Tiepido e colato con un pannicello bucato.
[352] A ’n gorgar nel ciglier qualche boccale: A ingollare in una cantina qualche boccale di vino
[353] E rimondar li stinchi del magliale: e ripulire gli stinchi del maiale (mangiando i residui di carne e grasso.
[354] Pituri m’eran nati e piturine: m’erano nati nella cesta galli e galline
[355] Chioppetta: coppietta.
[356] Mannerine: per grasse.
[357] E lì svèntrati pur: E lì mangia pure a crepapelle.
[358] sinché di ciera / Mi vedesson ritorna alfìn com’era: mi vedessero alfine tornata come ero, colla stessa floridezza.
[359] Dipanavo davver, non era getto: Mangiavo tanto davvero: non era gettato via.
[360] Drent’ alla settimana: entro una settimana.
[361] Ma so io quel che razzuro nel core: Ma so io quel che ho dentro il cuore.
[362] Quanto ci scommettiam che, come i’ campo, / Quattro creaturelle le ristampo?: Quanto scommettiamo che finché campo quattro creature riesco ancora a partorirle?
[363] Bagattino chiamavasi già la più piccola moneta veneziana: ora si usa, per dire uomo da nulla, e anco poco di buono.
[364] Non farebbe già fango di parole?: Non verrebbe meno alla parola data?
[365] non sarebbe a ora: non sarebbe a tempo
[366] sgrinfia bella: bella sgualdrinella
[367] Ha fatto come me, se n’è ’nnamora: Ha fatto come me e se n’è innamorata.
[368] Questo traccheggio, non vorrei parere: Questo indugio non vorrei rivelarlo.
[369] Non mi dà mia bon bere: non mi dà mica buon augurio.
[370] Alliccerete: ve n’anderete pe’ fatti vostri.
[371] Senza baderlo: senza fermarsi.
[372] E qualche traccagnotto ’ntopperete: e incontrerete qualche giovane robusto. / Abbiamo preferito ’ntopperete proposto da Pietro Fanfani a "stopperete" del Tigri che rende il significato insicuro e opinabile.
[373] Che v’arrampina il cor solo a vederlo: che vi uncina il cuore solo a vederlo.
[374] Se baderlate poi, drento la rete: se vi trattenete dentro la rete.
[375] S’imborzan tutti dua la merla e il merlo: trovano ricovero tutti e due, la merla e il merlo.
[376] rappo: per rampollo, giovanotto.
[377] resto chiappo: rimasto chiappato, impegnato.
[378] A zonziglioni: come a zonzo, cioè a spasso per le vie senza uno scopo.
[379] Fulionano: girandolano. (Fanfani ha fulconano)
[380] A spipitar se intoppano bertoni: per guardare in giro (come fanno le galline per l’aia) se incontrano vagheggini (bei ragazzi).
[381] Da farli ec.: cioè, da farli ammalare di smania.
[382] Né certe marachee, nè certi sgarri: né certi inganni, né certi errori.
[383] Sciungia, per sugna: dar la sugna, per far del male, gli vo’ dar l’unto.
[384] Che non l’arebbe troppo a garbeggiare: che non gli dovrebbe garbare troppo.
[385] E lu’ che armeggia che non gli si sprica: E lui che fa discorsi ingarbugliati e che non si spiega (non le fa la dichiarazione d’amore.
[386] prinzagnon: colui che per primo conquista il cuore di una donna e che non è adeguatamente avversato dalla donna stessa, che in modo inadeguato spiega le sue difese. Lascerei la parola prinzagnone per quel tanto che di dispregiativo contiene.
[387] E sapè che trebisso che ci andea / A dilli: sono spesso dalla Mea: E sapere che bordello (casino) ci sarebbe stato a dire: sono spesso dalla Mea.
[388] altra edizione (Pietro Fanfani): torni laqquì: torni qui e gli farò una lavata di capo come si deve.
[389] romanzinerò: gli farò una ramanzina, lo rimprovererò.
[390] troglio, bugio: tartaglione, bugiardo.
[391] E no’ fiatare e no’ mi far da greve: E non parlare e non fare il sostenuto.
[392] Va, dunche tu se’ stato a chiacchierio: va dunque dove sei stato fino a chiacchierare.
[393] Quest’antri dì colle tu’ belle geve: in questi giorni colle tue belle ganze.
[394] a dalli l’unto: a fargliela pagare.
[395] E se lu’ ci broncisse, allenti un punto: e se lui mettesse il broncio, abbassi un po’ le ali.
[396] Perchè questo riboburo è grossío: perché questo giro di parole è grossolano.
[397] N’è beccuta per ben, frugiuron mio: ho ben diritto di parlare, frugolone mio.
[398] torna pur qua dalle tu’ scranne: torna pure dalle tue vecchie donne da poco.
[399] Ti vuo’ dar questa rocca sulle sanne: vorrei picchiarti questa rocca sulle zanne.
[400] O ch’ io li caccio il fuso nella peccia: O ch’io gli caccio il fuso nella pancia.
[401] sfiandrinerei: scaricherei qui nella via
[402] li do nel bellicuro: gli do nell’ombelico
[403] Quando era scappo d’una porcareccia: quando era sfuggito a una mandria di porci. luogo
dove s’era impastoiato, male avvinto.
[404] Tòcco di briccaldon: Pezzo di briccone.
[405] pilluron: minchione.
[406] donna: moglie.
[407] Con una monna, con un’ ubriaca: così pigliar la monna, dice il volgo, per ubriacarsi.
[408] Scuzzilerone, girandolone a fare il galante.
[409] Vanne al diascolo: va al diavolo.
[410] vecchia squarquoglia: vecchia schifosa.
[411] bronturar: brontolare.
[412] faccia di boglia: faccia di boia.
[413] Ate il bel cesto, ate: guardate il bell’uomo, guardate! (in senso ironico).
[414] Stravazzon: sbravazzone, gradasso.
[415] Garire: rimproverare.
[416] cianfognettaccia: per donna sfacciata, sgualdrina, di facili costumi. Il concetto è appesantito dal dispregiativo.
[417] bon dato: assai.
[418] ’Na sbarba: una bellezza: così dicesi sbarbatello a un bel giovinetto.
[419] Assiedarlo, per assediarlo.
[420] Ciuga, ciuca, asina.
[421] Occhi scarabei, per occhi deformi.
[422] Frummia, paura. Eccitazione, subbuglio sembrano più adatti per questa parola derivata dall’antico tedesco.
[423] li la serbo, gliela serbo, me la pagherà.
[424] Vaccantando: colei che va cantando in giro contenta per come le girano le cose. ma in chi legge resta impressa l’acida offesa delle prime due sillabe: vacca.
[425] Li garonturerò quel grugno acerbo: colpirò il grugno acerbo con dei pugni
[426] A codeste che viengono annosando / L’uomini ammogli ci vorrebbe un nerbo: A queste donne che vanno tentando gli uomini sposati ci vorrebbe la frusta.
[427] Che sinnonnòe, che altrimenti.
[428] Qualcuno che li puzzi li faroe: gli farò qualcosa che non gli piacerà.
[429] Già le pubblicazioni si forninno: già sono state fatte le pubblicazioni (per il matrimonio)
[430] In camberata il mio cogli antri sciorni: in compagnia il mio cogli altri giovani scapestrati.
[431] Or per e’ conti che si stabilinno, / Deccoli li che li che lu’ ritorni: Ora, per gli accordi che avevamo stabilito, siamo lì lì che lui stia per ritornare.
[432] O che sia rintempito, o che pioviccichi: che il tempo si sia rimesso al bello o che pioviggini.
[433] Che a certi intrugli mi ci son ritrova: che in mezzo a certi imbrogli mi ci son ritrovata.
[434] A lui po’ che sta sempre sull’altete: A lui che sta sempre sulle alture (la parte alta della montagna pistoiese).
[435] Fursi non sarà ver: Forse non sarà vero.
[436] Griffie o grinfie: per le mani: e come le mani non hanno la rogna
[437] S’addoppa il viso perché si vergogna: Si copre il viso perché prova vergogna
[438] Bell’ è che sia com’eie avanzatotto: sebbene sia avanzatello negli anni, com’è.
[439] A ’ntraversar, come fo io, giogliale: a passare gioviale come faccio io
[440] cammina di trotto: cammina a paso svelto
[441] No’ li parrà ’na cosa pella quale: non gli sembrerà una cosa pregevole, che valga la pena di…: modo usato nel fiorentino.
[442] Che se ’ntraversa: che se passa.
[443] Senza ringalluzzir parrà un magogo: senza farsi vispo e impettito come un gallo, sembrerà una persona grossolana e villana
[444] Le sbarre ec. In alcuni luoghi de’ nostri monti quando una ragazza va a marito, e che esce dal paese, è costume che al suo passaggio con lo sposo per andar via, si fanno le sbarre, cioè, si tendono a traverso la strada nastri rossi o fazzoletti, come a dimostrazione d’affetto alla ragazza che perdono, e come per impedir loro il cammino. Basta però una piccola moneta, o alcuni dolci, come brigidini, confetti ec., per aver libero il passo.
[445] cigliere: magazzino
[446] Ch’ i’ ti la sbarbo: eh’ io ce la sbarbo, che me ne levo fuori.
[447] Auto: avuto.
[448] Bellezza! aver di rieto il populaccio: Bella cosa! aver il popolino che ti vociava dietro.
[449] a nfustirsi: rimaner fermo come un fusto.
[450] Il tempo della ghianda: cioè, a’primi dell’inverno.
[451] Oiboglia, oiboia, oibò. Esclamazione di disprezzo.
[452] Nè con prosopopia: albagia, suberba vanità.
[453] si scanci: si scansi, ci si tenga lontani da…
[454] Giachè tanta laqquì se n’ intuguria: Giacché qui, tra noi ce n’è già tanta della villania.
[455] Niuno saper più fare, a fatta fine: Che nessuno sa più fare a questo fine
[456] Du’ ripetoni né du’ rinchionchine: due risposte ai complimenti né due inchini.
[457] Mi’ maglie, che era donna vertudiosa: Mia madre ch’era una donna virtuosa.
[458] Quell’anno ch’ io guarietti dal vagliolo: quell’anno che guarii dal vaiolo.
[459] Ch’ arò uto a quell’or circa ’na cosa / Di quindici anni, e poi cresceo di volo: Avrò avuto a quell’epoca quasi quindici anni, e poi fisicamente crebbi in fretta.
[460] Fancilla, mi dicea, se’ albagiosa: Fanciulla, mi diceva, sei molto vanitosa
[461] Tu se’ da ingarbugliar qualche fagiolo: capace di raggirare qualche minchione.
[462] Daqquinlà ’mia pensar che è tempo ormai: D’ora in poi è meglio pensare che occorre qualche "graziosaggine".
[463] Tanto tanto il trescon lo raccapezzi: Ancora ancora riuscirai a ballare un trescone (ballo contadinesco).
[464] Ma nel villan … viso di glieri: Ma nei balli "Villan di Spagna" e "Ruggeri" non c’è stata mai la possibilità che tu imparassi a incrociare i piedi. - Viso di glieri, viso d’ieri, per dir persona da poco.
[465] prilli: giravolte, che chiamano anche pistolette, l'intrecciar le gambe nel ballo.
[466] Ti coglia il capo: ti giri il capo.
[467] Zinale, grembiule.
[468] Capoccia: il capo.
[469] andar girone: andare in giro.
[470] Si spipita: si osserva attentamente.
[471] La bocca ’mià serralla: La bocca è meglio non chiuderla.
[472] Un briciuro di lingua: un briciolo, un poco di lingua.
[473] Tremurar: tremolar.
[474] rossignuri: diventar rossi.
[475] Straccaglia, o straccatoia, stanchezza.
[476] dunche si é accovo: dove si è seduto.
[477] Ti farà lato: ti farà posto.
[478] Vuol far di sette: vuole aver pretensioni.
[479] Verciar come ’na secchia: versare acqua a secchiate: modo proverbiale per indicare il chiacchierar molto che spesso scade nel chiacchierare a sproposito.
[480] Dunche, mentre.
[481] comida: comoda.
[482] Falli du’ tecchimechi a quel leccugiuro: fagli due moine a quel leccapiedi damerino.
[483] Tu vedrai che s’arrende come un frugiuro: E vedrai che s’arrende come uno che si piega facilmente. Frugiuro, così chiamano il truciolo di legno che esce avvoltolato dalla pialla; e qui in senso metaforico, come uno che si pieghi facilmente.
[484] intenditiva: intendimento.
[485] Ni s’era sveglio: né si era terminata la veglia.
[486] Senza taffio: senza far mangiare, senza mezzano.
[487] Patraffio: l’affare.
[488] per utimar la chiesta: per completare l’unione con la Mea.
[489] A mi paglie e mi maglie: A mio padre e ma madre.
[490] E viddi almanco che nimo ci storse: E perlomeno vidi che nessuno su questo era malcontento.
[491] In tovada, in dispensa.
[492] Prima d’uscir di lì si fece tutto:prima di uscire dalla dispensa era già tutto concluso.
[493] Grazioneria, grazia e buon garbo.
[494] Piena di sguagliataggine, è un catrame: Piena di sguaiataggine è un (significato introvabile; forse: cosa priva di valore)
[495] Che n’è gonzo, che non è gonzo, sciocco.
[496] A buzzeffe: in gran copia, a bizzeffe.
[497] dunche: dove.
[498] Che averenno precipito un Sensone: che avrebbero fatto cadere anche Sansone.
[499] Temidoso, timido.
[500] che diavulo di coso: che diavolo di arnese
[501] Mogio: senza spirito, quasi balordo.
[502] Par che scacchi: forse, come dicesi al giuoco degli scacchi, che abbia avuto scacco matto. Crediamo possa derivare da "scacare" perdita di colore della velatura d’oro si legno o affresco, e quindi perdita di bellezza e importanza e valore: sta sempre lì mogio, quasi balordo, come chi non vale più niente.
[503] Guaglioso: per guaioso, pauroso per i guai che potrebbero arrivare. "Da quel giorno diventerà così pauroso da farsela sotto davanti ad ogni spauracchio?
[504] squaquarare: farsela sotto.
[505] Il più cattivo passo è quel dell’ uscio: il passo più difficile è oltrepassare l’uscio.
[506] Loffo com’ è, gli cavo la rovella: gaglioffo com’ gli cavo via la stizza rabbiosa?
[507] Li strò tanto alle costure: gli starò tanto alle costole.
[508] Sagrata: esclamazione di dispetto e di stizza, al limite della bestemmia.
[509] Sdeddurir la coltella: srugginire la coltella, in senso metaforico, per farlo più garbato, e ammansirgli lo sdegno.
[510] chi lo corbella: chi lo schernisce, dileggia.
[511] rabbrezzuro: più sciolto.
[512] sfavi chi vuol: faccia lo spaccone chi vuole.
[513] Il Bega, un famoso spaccone.
[514] A sgronchirsi: a fare le cose più in fretta.
[515] A protender ’no strippo è buio pesto: A pretendere un’abbuffata è praticamente impossibile.
[516] pastone: lauto pranzo.
[517] millanta: numero fantastico, per indicare una quantità molto grande.
[518] Non s’ha dir che en le nozze di Cacone: Non si dovrà dire che sono le nozze di Cacone (Un proverbiale personaggio locale).
[519] ammannire: procurare.
[520] Bietura: bietole
[521] Cacioli: ravaggioli (latte pastorizzato con aggiunta di caglio).
[522] L’antre chiaspolerie non le rirumo: Le altre bagattelle non le rammento. Chiaspolerie, e chiappolerie, cose di poca stima, bagattelle.
[523] ’Na coccura: un capo.
[524] Il mangio non mi pigli il fumo: il mangiare, il desinare non prenda l’odore di fumo.
[525] Mignerà: sarà necessario.
[526] Metato: dicesi la stanza dove nel mezzo del solaio si accende il fuoco, in specie quando sul palco fatto a graticci son distese a seccar le castagne.
[527] Liberalmente ci si stilla: a dire il vero ci si suda.
[528] Grondaglia, aglia: grondaia, aia.
[529] Sfusciarre: persone galanti ed inette (Tigri) ma soprattutto persone che sfruttano la confusione per scroccare un pasto. e gli scrocconi… corrono sempre al
[530] Un circuito colle sbarre ec. (vedi la nota poco sopra):
[531] Fursi che sarà tempo butto via: forse sarà tempo buttato via
[532] con quella facilità che si rompon le corde d’una chitarra;
[533] Ti le sfiaccureren per avania: le strapperebbero, distruggerebbero per dispetto, soperchieria.
[534] Ma lasciate che adesso ho trovo il banduro: Ma lasciate che trovi il bandolo, la soluzione
[535] Ci allepperò il cognato con un randuro: Ci pianterò il cognato con un randello
[536] Ghignalfone: sfacciato; di qui ha una ghigna, per un viso d’impudente.
[537] Una torturatona sulla ghigna: una bastonata sul viso.
[538] svigna: fugge velocemente; è rimasto nell’uso popolare: se la svigna alla chetichella.
[539] Ne darà po’ la nova a chi digrigna: racconterà poi l’accaduto a chi se n’ha per male.
[540] E nimo vorrà far questa capata: E nessuno vorrà avere questa avventura…
[541] D’aver per un boccon’na tentennata: d’affrontare per un boccone una impresa dubbia.
[542] Deccovi stribuita la mattina: Ed ecco terminata la mattina.
[543] Il dopo mezzodì come si è scancio: nel pomeriggio, dopo aver rimesso tutto in ordine
[544] Ci attingo anch’io : si smaltirà lo spancio: Ci sto anch’io, così smaltirò l’abbuffata.
[545] Quando il buio si avvicina, ognuno cerca di andarsene in fretta
[546] Ch’ i’ non vuo’ incagli, e ho car che sia prestetto: ch’io non voglio che ritardi e mi piace andare presto a letto.
[547] Starnacchiarmi: sdraiarmi.
[548] Se avvierrà che non si moglia in secco: Se avverrà che non si muoia all’improvviso
[549] E bell’é ch’ora vi paglia uno stecco: E sebbene ora io vi sembri uno stecco.
[550] Or non capete quel ch’ i’ mi c’ inchiecco: Ora non comprendete quel che io voglio significare.
[551] E che per far saetta a chi ci ha astio: E che per far dispetto e rabbia a chi ha astio nel cuore.
[552] vo’ rifar mi paglie: voglio dare il nome di mio padre.
[553] E s’è ’na ciarpa, rifarò mi’ maglie: E se è una bambina rifarò mia madre.
[554] Che mi l’aricordò quando moriede: che me lo ricordò quando morì.
[555] Venite quaglie: Venite qua.
[556] Ho bell’ e squadro che non m’a te fede: Ho bell’e capito che non mi credete, non mi date fede.
[557] Ma vi la farò in barba: ve la farò mentre avrete gli occhi ben aperti.
[558] catte: espressione popolare di meraviglia: ci crederete!!
[559] Piurerà lallì sdraglio nella zana: piangerà mentre starà sdraiato nella culla.
[560] E vedrete su’ ma’ che al primo strillo: E vedrete che sua madre al primo strillo.
[561] Per agliutarto accorrirà di gana: accorrerà di buona viglia per soccorrerlo.
[562] E sbracherà ’na puppa co ’no sprillo: e scoprirà una poppa con un getto di latte. Sprillo, dicesi della fonticina che esce da un piccol foro fatto alle botti (Tigri).
[563] Ate: avete.
[564] Zuppo, inzuppato, molle.
[565] savino: piccolo saggio (diminutivo di savio).
[566] Ch’ io vi vo’ rifasciar quando ate puppo: vi voglio pulire e rifasciare dopo che avrete poppato.
[567] Ma mignerà che vi raddormentiate: Ma bisogna che vi riaddormentiate.
[568] regina Enea: frequente errore nel popolino confondere maschili e femminili (Enea non può che essere nome di donna così come Didone è nome di uomo)
[569] coltrone: specie di coperta imbottita di bambagia.
[570] rispetto: Componimento breve di una o due stanze, che i contadini compongono da sé e cantano in onore della propria innamorata.
[571] Me lo imparò, me l’insegnò.
[572] No’ m’ è scatto: non m’è uscito dalla mente.
[573] Le rifiorite, certi intercalari che soglion cantare fra uno e l’altro Rispetto, ma più fra gli Stornelli.
[574] vecchie scondite: non condite, e per metafora: sciocche,
[575] O ate dell’ indivia per di piue: O avede per di più invidia (Indivia, per invidia).
[576] Par ’na cosa di nulla, ma no’ eglie: sembra una cosa da nulla, ma non lo è.
[577] Seccatogli che ho converso, seccatoi (delle castagne) dov’ ho conversato.
[578] Avo ’na voce che, a sberciar con meglie: avevo una voce che a cantar forte con me.
[579] Oggi però l’ho gliecura, e l’attrucchio: Oggi però l’ho stanca e se ne va. (attrucchio, se ne va: da truccare o tracciare, citato nel Malmantile).
[580] Per questo toccio qui che m’ ha risucchio:Per questo tocco di bambino che mi ha prosciugata. (Risucchio, risucchiato, e così indebolito il corpo).
[581] Ho’ scipa più saliva in un pennecchio: ho sprecato più saliva in un pennecchio (quantità di canapa o altro che si pone in una rocca per filare)
[582] ho il labbro vizzuro: ed ho il labbro avvizzito
[583] Che ci piove, che ci capita.
[584] Se lo posso agguantar per un cernecchio: Se lo posso acciuffare (agguantare) per un ciuffo di capelli.
[585] Lo vuo’ arritorturar come un ganizzuro: lo voglio arrotolare (avvoltolare) come un gomitolo.
[586] Appettarmi ’na stoppa che a filalla: presentarmi una stoppa che a filarla
[587] Va tutta in lische, e chi sa quanto calla: va tutta in scarto e chissà quanto cala di peso.
[588] ripienar: lavorazione tessile colla quale si riempie l’ordito di una tela con un filo detto appunto ripieno.
[589] Volevo ripienar un po’ di panno: volevo tessere un po’ di panno.
[590] Di roccatelle che già l’avo file: con rocche di canapa che avevo già filato.
[591] Con un ripien che pare un manfanile: con un ripieno che sembra un mattarello per girare la polenta.
[592] Gnarà ch’ i’ ne ricomperi n’ antr’ anno: Bisognerà che ne ricomperi il prossimo anno.
[593] Che sarà fursi un briciurin più vile: che sarà forse un pochino più povero.
[594] dunche: dovunque.
[595] La rimbarburerò: la rimetterò; da barbare, per porre.
[596] Pestatori: quelli che pestano le castagne in tante sacchette, che battono sopra un ceppo per mondarle dalia buccia.
[597] Picchiano a sfracascion: picchiano tanto da fracassare tutto.
[598] pestatoglio: ceppo sul quale i pestatori battono le castagne secche chiuse in un sacchetto per mondarle dalla Buccia (Pietro Fanfani).
[599] e il panno si dilassa: e il tessuto si e si consuma
[600] E tempestar sull’ uscio a ’gni bardassa: e far del bordello sull’uscio di ogni donna di facili costumi.
[601] Che se fussero ancor (bell’è che l’enno) / Innacciagliate, le scatrasserenno: che se fossero ancora (e il bello è che lo sono) come d’acciaio, le rovinerebbero lo stesso.
[602] Canapinaccio: peggiorativo di canapino, lavoratore e venditore di canapa.
[603] Perch’ io son resta affronta in modo tale: Perché io son stata affrontata in modo tale
[604] Da no’ mi ne scordar ma’ da’ mi’ giorni: da non scordarmi più per il resto della mia vita.
[605] Finché non l’ho rimando allo spidale: Finché non l’avrò rimandato all’ospedale.
[606] Vanno scorni: debbono essere scornati, scorbacchiati.
[607] Perchè c’ é l’indulgenza a falli male: perché la comprensione indulgente da loro male.
[608] E quando gli si è scarica la stoppa: E quando dalle spalle hanno scaricato la stoppa
[609] Allor li va ricarica la groppa: allora la groppa va ricaricata di bastonate.
[610] bindurone: abbindolatore, mancatore di fede alla promessa fatta
[611] Ma l’asseguro che sarà servito: ma l’assicuro che sarà servito, non la passerà liscia.
[612] E si ne sentirà tutti i suoi die: e se ne ricorderà per tutti i giorni che gli restano.
[613] Coresta poi mi la son lega al dito: Cotesta, poi, me la son legata al dito. Legarsela al dito, vale, tener ben a mente qualche torto ricevuto : detto da quel filo che suol talvolta legarsi al dito per ricordanza d’una cosa. (Tigri)
[614] Bate: Badate.
[615] pennecchio: v. nota 611
[616] Liscuglio, ammasso di lische della stoppa.
[617] Oggi, o glieri or che, penso, il carbonaglio: Oggi, o ieri, ora che ci penso, il carbonaio.
[618] Creggo per assòluto che torni oggi: Credo assolutamente che torni oggi.
[619] Porterà qualche nuova ch’ i’ ne svaglio: Porterà qualche novità e non mi sbaglio.
[620] Se anco il mi’ sposo ha termino, e sdiloggi: Se anche il mio sposo ha terminato il lavoro e lasciato l’alloggio.
[621] Già mi par che sia arrivo, e che sfelato: già mi pare che sia arrivato e sia trafelato e stanco.
[622] Sciucagni i labbri e scataverni il fiato: Ciondoli i labbri e mandi un sospiro dal profondo petto.
[623] Vedova, mi dirà, quell’uomo sbattura: Vedova, mi dirà, quell’uomo chiacchierone
[624] A stambergar per quelle razzinaglie: per uscire una volta da quel lavoro precario che ha in qua e là.
[625] E’ sguscerebbe da un buco di grattura: Egli sguscerebbe fuori da un buco di grattugia.
[626] Pel l’ascaro di voi tanto che n’ aglie: Tanto è vivo il desiderio che egli ha di voi.
[627] Ma già ’l lavoro è ’n po’ di carabattura: ma già il lavoro è come una cosa di poco conto.
[628] E scatricchiato da codesto imbattimo: E appena si sarà sbrogliato da questa faccenda.
[629] Stiavo, schiavo; per modo di saluto, usato ancora nel Lombardo-Veneto; avanzo d’una servilità spagnola.
[630] Forse la Mea non terminò gli accenti: Forse la Mea non terminò il lamento
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