ANGELO DE GUBERNATIS

STUDIO BIOGRAFICO

su

ALESSANDRO MANZONI

Letture fatte alla Taylorian Institution di Oxford

nel maggio dell’anno 1878

notevolmente ampliate

Edizione di riferimento:

Alessandro Manzoni, Studio biografico di Angelo de Gubernatis, ed. Successori Le Monnier, Firenze, 1879

 

Sesta parte

XIX.

IL MANZONI E LA CRITICA.

Appena che i Promessi Sposi si pubblicarono, il pubblico li comprò e li lesse avidamente [1]: se ne fecero subito in tutte le provincie d’Italia ristampe, in Francia, in Germania, in Inghilterra traduzioni. Il pubblico lesse ed ammirò; parecchi nobilissimi ingegni sacrarono tosto con parole di vero entusiasmo il capolavoro della moderna prosa italiana; i soli letterati di professione, facendo il loro solito invido mestiere, criticarono indegnamente. Ma il pubblico, come spesso accade, non gli ascoltò; i Promessi Sposi diventarono, in poco tempo, classici; i luoghi descritti nel romanzo parvero degna mèta di nuovi pellegrinaggi ideali; i tipi de’ Promessi Sposi diventarono tutti popolari; il romanzo parve così poetico, che un Del Nobolo si provò pure a mettere quella storia in versi; la pittura, la musica s’impadronirono di quel tèma popolare, reso illustre da una mente sovrana; fino ad oggi le edizioni italiane del romanzo superano le centocinquanta. Nessun libro italiano è forse mai stato letto di più; e pure è singolare che oggi, dopo oltre cinquant’anni, ci siano ancora da scoprire ne’ Promessi Sposi tante finezze, tante bellezze che erano passate intieramente inosservate. Un commento ai Promessi Sposi rimane ancora da farsi e non può mancare. Il libro è assai piano, e non sembra abbisognarne: e pure confido che quanto ne sono venuto dicendo fin qui, abbia già convinto alcuno di voi che in questa come in tutte le opere del genio si può sempre scoprire qualche abisso inesplorato. L’antico bisticcio del Tommaseo avrebbe potuto da lungo tempo spingere i lettori a questa maniera d’indagini; ma, o non vi si pose mente, non vedendosi altro in quel giuoco di parole che il giuoco stesso e non l’occasione che gli avea dato motivo, o, vivo Manzoni, nessuno osò andare a cercar l’Autore nel libro. Dopo la sua morte, si raccolsero parecchi de’ suoi motti, si ricordò qualche suo discorso, si pubblicarono alcune sue lettere; ma a rileggere criticamente tutto intiero il libro de’ Promessi Sposi, dico a rileggerlo per il pubblico, non s’è pensato ancora; ed è cosa assai strana, fra tanto consenso di ammirazione, che non solo dura, ma cresce sopra la tomba del grande Milanese. I Promessi Sposi li rileggiamo volentieri, perchè ad ogni nuova lettura ci pare d’intenderli e di gustarli meglio; ma, quanto maggiore sarà questo nostro diletto, se noi potremo d’ora in poi leggere quelle tante altre belle cose che il Manzoni nascose prudentemente fra riga e riga, ed alle quali non avevamo fin qui posto mente! Ricordiamoci ch’è del Manzoni e che si trova per l’appunto ne’ Promessi Sposi quella similitudine fra i segni del vasto saccheggio fatto nella parrocchia di Don Abbondio accozzati insieme nel focolare e «molte idee sottintese, in un periodo steso da un uomo di garbo.»

Dicono che Walter Scoti, venuto a Milano, cercasse tosto del Manzoni, per rallegrarsi con lui del suo bel romanzo, e che il Manzoni, il quale definì un giorno lo Scott «l’Omero del romanzo storico,» con modestia rispondesse ai primi complimenti: «Se i miei Promessi Sposi hanno qualche pregio, sono opera vostra, tanto sono il frutto del lungo mio studio sui vostri capolavori.» Il grande Romanziere scozzese sentì tosto ciò che vi era di eccessivo in quella modestia, e tagliò corto, a quanto si narra (il Carducci pone in dubbio il racconto stesso), con una risposta non meno spiritosa che eloquente, la quale non ammetteva replica: «Or bene, in questo caso dichiaro che i Promessi Sposi sono il mio più bel romanzo.»

Carlo Cattaneo, forte ingegno lombardo, che non partecipava punto delle idee della scuola manzoniana, anzi le combatteva, parlando un giorno col professor De Benedetti, dichiarava ch’egli non conosceva alcuno scrittore più originale del Manzoni, perchè in nessun altro scrittore si vedono come nel Manzoni armonizzate due qualità che di consueto si escludono, la pietà e la satira.

Ho riferito l’opinione d’un rivale e quella d’un dissidente; gioverà ancora ascoltare quella di un nobile avversario.

Il Sismondi, contro il quale il Manzoni avea composto il suo libro sopra la Morale cattolica, scrivendo nel 1829, da Ginevra, a Camillo Ugoni, esprimevasi in questi termini sopra il Manzoni: «Je suis enchantè d’apprendre que vous préparez une novelle édition de ses oeuvres; c’est un homme d’un beau talent et d’un noble caractère. J’apprends avec bien de chagrin qu’au lieu de préparer quelque nouvel ouvrage dans le genre du roman historique dont il a fait un prèsent a l’Italie, il écrit au contraire un grand livre contre ce genre d’ouvrages. Il y avait du génie dans ses Promessi Sposi, il y avait en même temps l’exemple da genre de lecture qui peut, en dépit de la censure, faire l’impression la plus générale et la plus utile sur le public italien.» [2]

Ma il Manzoni doveva essere originale in tutto; egli avea promesso a vent’anni di mirar sempre alla salita, ma che egli sarebbe caduto sopra una via propria, sulla sua propria orma, quando avesse dovuto cadere. Appena composti i Promessi Sposi, vedendo il pericolo che si correva a passare per creatore del romanzo storico in Italia, e ad esser tenuto complice di tutti i pretesi romanzi storici che si sarebbero pubblicati dopo il suo, ebbe un’idea poetica. Adopero la parola poetica nel modo, in cui piaceva adoprarla a Renzo. Vi ricordate la scena dell’osteria? Un giuocatore dice che le penne d’oca, con le quali si scrive, sono in mano de’ signori, perchè sono essi che mangiano le oche, ed è giusto che s’ingegnino a far qualche cosa anche delle penne. Si ride, e Renzo esclama: «To’ è un poeta costui. Ce n’è anche qui de’ poeti; già ne nasce per tutto. N’ho una vena anch’io, e qualche volta ne dico delle curiose..., ma quando le cose vanno bene.» L’Autore soggiunge: «Per capire questa baggianata del povero Renzo, bisogna sapere che, presso il volgo di Milano, e del contado ancora più, poeta non significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un abitator di Pindo, un allievo delle Muse, vuol dire un cervello bizzarro e un po’ balzano che, ne’ discorsi e ne’ fatti, abbia più dell’arguto e del singolare che del ragionevole. Tanto quel guastamestieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far dir loro le cose più lontane dal loro legittimo significato! Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano?» Il Manzoni dovette sentirsi dare a quel modo del poeta, e non da sole persone del volgo. Quando egli stava correggendo i Promessi Sposi, cioè nel luglio del 1824, dopo avere scritto una bella lettera scherzosa a monsignor Tosi, conchiude: «Ma io m’accorgo che lo scherzo eccede e che la mia pensata di non dirle seriamente quello che io sento, per timore d’essere poco rispettoso, è stata veramente, com’Ella dice qualche volta, poetica. Perdoni Ella davvero questa scappata d’un cervello che Ella conosce per balzano, la perdoni alla vivezza d’un sentimento che aveva proprio bisogno di sfogo.» Queste parole sono il commento più autentico che si possa desiderare a quel brano veramente poetico dei Promessi Sposi.

Il Manzoni dovea temere i suoi pedissequi, non meno forse che il pericolo d’esser preso egli stesso per un pedante che camminasse sulle traccie altrui. Per i grandi egli aveva un rationabile obsequium; Virgilio, Dante, lo Shakespeare, il Voltaire, il Goethe ammirava, ma sentendosi abbondanza d’ingegno originale, non si provò mai, dopo il Carme per l’Imbonati e l’Urania, ad imitarli. Concepì il romanzo come un lavoro nuovo e sui generis, anzi, tutto proprio, e nell’anno medesimo in cui l’ebbe terminato, che fu, come s’è già detto, il 1823, diresse al marchese Alfieri una lunga lettera sul romanticismo, la quale rimase allora inedita, ma che ci pare molto eloquente. Compiuto un lavoro destinato a diventar classico, ecco in qual modo egli ragionava intorno ai Classici: «Gli antichi, o almeno i più lodati di essi, sono stati appunto eccellenti, perchè cercavano la perfezione nel soggetto stesso che trattavano, e non nel rassomigliare a chi ne aveva trattati di simili; e quindi per imitarli nel senso più ragionevole e più degno del vocabolo, bisognava appunto non cercare d’imitarli nelll’altro senso servile. Chè molte cose de’ Classici erano piaciute, perchè avevano trovato negl’intelletti una disposizione a gustarle, nata da circostanze, da idee, da usi particolari che più non sono. Che, fra i moderni stessi, più vantati son quelli che non imitarono, ma crearono; o, per parlare un po’ più ragionevolmente, seppero scoprire ed esprimere i caratteri speciali, originali, degli argomenti che presero a trattare; vi è un po’ di contradizione nel dire: prendete a modelli quegli scrittori che furono sommi, perchè non presero alcun modello.» Egli non può tollerare l’impero delle leggi stabilite, con molto arbitrio, dai retori. «Ricevere (egli esclama) senza esame; senza richiami, leggi di tali, e così create, è cosa troppo fuori di ragione. E quale infatti (aggiungeva) è l’effetto più naturale del dominio di queste regole? Di distrarre l’ingegno inventore dalla contemplazione del soggetto, dalla ricerca de’ caratteri proprii ed organici di quello, per rivolgerlo e legarlo alla ricerca e all’adempimento di alcune condizioni talvolta affatto estranee al soggetto, e quindi d’impedimento a ben trattarlo. Una delle lodi che noi Italiani in ispecie diamo ai poeti che più siamo in uso di lodare, non è ella forse dell’aver eglino abbandonate le norme comuni, dell’essersi resi superiori a quelle, dell’avere scelta una via non tracciata, non preveduta, nella quale la critica non aveva ancor posti i suoi termini, perchè non la conosceva, e il genio solo doveva scoprirla? Se essi dunque hanno fatto così bene, prescindendo dalle regole, perchè ripeteremo sempre che le regole sono la condizione essenziale del far bene?» E sopra questo argomento della ragionevolezza nell’ammirazione egli ritorna ancora con altre parole: «L’ammirazione pe’ sommi lavori dell’ingegno è certamente un sentimento dolce e nobile; una forza non so se ragionevole, ma tuttavia universale, ci porta a gustare più ancora un tal sentimento, quando gl’ingegni che lo fanno nascere sono nostri concittadini. Ma l’ammirazione non deve mai essere un pretesto alla pigrizia, voglio dire che non deve mai inchiudere l’idea di una perfezione che non lasci più nulla da desiderare nè da fare. Nessun uomo è tale da chiudere la serie delle idee in nessuna materia; e come nelle opere della produzione materiale, così in quelle dell’ingegno, ogni generazione deve vivere del suo lavoro, e risguardarsi il già fatto come un capitale da far fruttare con nuovi trovati, non come una ricchezza che dispensi dall’occupazione.»

Egli scrive dunque a suo modo un libro che si battezza come un romanzo storico; così tuttavia non l’ha battezzato egli; egli ha fatto un libro originale che fu ascritto tra i romanzi originali; ma il suo romanzo storico è tale che si può dire di esso:

Manzoni il fece e poi ruppe lo stampo.

Vennero numerosi imitatori: nessuno, non esclusi i migliori, come il Varese, il Bazzoni, l’Azeglio, il Grossi, il Cantù, riuscirono a darci un romanzo manzoniano; chi si avvicinò di più, per alcune parti, al tipo, fu Giulio Carcano con la sua Angiola Maria; ma questa, più ancora che i Promessi Sposi, arieggia il Vicario di Wakefield del Goldsmith. Il Manzoni previde il caso, e col suo bravo discorso contro il Romanzo storico mise, come suol dirsi, le mani innanzi, per non venire confuso co’ suoi probabilmente numerosi seguaci, che si credettero e non furono e non potevano essere imitatori. Egli non può naturalmente, per modestia, parlare di sè; ricorre quindi ad un altro esempio illustre, ed esclama: «Mi sapreste indicare, tra le opere moderne e antiche, molte opere più lette e con più piacere e ammirazione dei romanzi storici di un certo Walter Scott? Voi volete dimostrare, con questo e con quell’argomento, che non doveano poter produrre un tal effetto. Ma se lo producono! - Che quei romanzi siano piaciuti, e non senza di gran perchè, è un fatto innegabile, ma è un fatto di quei romanzi, non il fatto del romanzo storico.» Con questo argomento egli salva il proprio libro dal naufragio, in cui si accorge che tutti i romanzi storici devono andare perduti; e meglio ancora da questo argomento, che richiede sempre il sussidio della prova, lo salva, fuor di ogni dubbio, la creazione di alcuni tipi; il poeta creatore di tipi salva il romanziere. Non si domanda, invero, nè importa sapere in qual secolo, in qual villaggio precisamente, Don Abbondio abbia vissuto; ciò che rileva è che si abbia in lui rappresentato al vivo un certo carattere umano, un certo tipo di parroco italiano. Il romanzo può perire; Don Abbondio e l’artista che lo scolpì, vivranno immortali. Ma il genere, insomma, è proprio falso. «Un gran poeta e un gran storico (disse con ragione il Manzoni sentendo sè stesso) possono trovarsi, senzo far confusione, nell’uomo medesimo, ma non nel medesimo componimento. - Il positivo non è, riguardo alla mente, se non in quanto è conosciuto; o non si conosce se non in quanto si può distinguerlo da ciò che non è lui; e quindi l’ingrandirlo con del verosimile non è altro, in quanto all’effetto di rappresentarlo, che un ridurlo a meno, facendolo in parte sparire. Ho sentito parlare di un uomo più economo che acuto, il quale si era immaginato di poter raddoppiare l’olio da bruciare, aggiungendoci altrettanta acqua. Sapeva bene che, a versarcela semplicemente sopra, l’andava a fondo, e l’olio tornava a galla; ma pensò che, se potesse immedesimarli mescolandoli e dibattendoli bene, ne resulterebbe un liquido solo, e si sarebbe ottenuto l’intento. Dibatti, dibatti, riuscì a farne un non so che di brizzolato, di picchiettato che scorreva insieme, ed empiva la lucerna. Ma era più roba, non era olio di più; anzi, riguardo all’effetto di far lume, era molto meno. E l’amico se ne avvide, quando volle accendere lo stoppino.» Quando il Manzoni ebbe pubblicato il suo Discorso contro il Romanzo storico - Siamo fritti! - scriveva Tommaso Grossi a Cesare Cantù. E si capisce che, dopo avere pensato e scritto un tale discorso, ove ogni pagina, anzi ogni parola rivela una profonda persuasione, egli non si sarebbe mai accinto a scrivere un secondo libro sul tipo dei Promessi Sposi. Prima di tutto, un libro simile non può essere altrimenti che unico per uno scrittore e per una letteratura. Concepite, se vi riesce, due Iliadi per la Grecia, due Divine Commedie per l’Italia, due Amleti per l’Inghilterra, due Faust per la Germania, due Don Chisciotti per la Spagna; l’uno dei due deve essere una freddura o una caricatura. Così non si può dare in Italia un altro libro simile ai Promessi Sposi, e il Manzoni avea troppo buon senso per immaginarsi di poterlo scrivere; egli non era, per dire il vero, un grande ammiratore del Tasso; anzi è strano il disprezzo che mostrò a questo nostro grande e infelice ingegno; ma, se ammirava qualche cosa in lui, la Gerusalemme Conquistata dovea parergli una grande miseria nel confronto della Gerusalemme Liberata. Egli dunque non avrebbe mai commesso lo sbaglio di comporre un secondo poema, o sia un secondo romanzo; ma nel capitolo 22 del suo romanzo si era letto questo passo, relativo alla storia della Colonna infame ed agli Untori: «È parso che la storia potesse esser materia di un nuovo lavoro. Ma non è cosa da uscirne con poche parole; e non è qui il luogo di trattarla con l’estensione che merita. E, oltre di ciò, dopo essersi fermato su quei casi, il lettore non si curerebbe più certamente di conoscere ciò che rimane del nostro racconto. Serbando però a un altro scritto la storia e l’esame di quelli, torneremo finalmente ai nostri personaggi.»

Fu uno sbaglio quella pubblica promessa; poichè si trovarono subito, non so se speculatori o spigolatori, o l’uno e l’altro insieme, che gli sfiorarono l’argomento, così chiaramente indicato alla curiosità del pubblico, di maniera che quando il Manzoni ebbe pronta la sua Storia della Colonna infame, troppi dei documenti ch’egli aveva esaminati il primo, aveano già vista la luce. E poi il pubblico s’era immaginato da quella aperta promessa, e dalla lunga aspettativa, che sarebbe uscito un nuovo racconto; quando, invece, s’accorse di che si trattava, esso si credette burlato, e mormorò, quantunque il Manzoni l’avesse, con onesta previdenza, messo subito sull’avviso, scusandosi da sè stesso della soverchia curiosità, con cui s’era attesa la Storia della Colonna infame. «In una parte (egli scrive) dello scritto precedente (I Promessi Sposi), l’Autore aveva manifestata l’intenzione di pubblicare la storia; ed è questa che presenta al pubblico, non senza vergogna, sapendo che da altri è stata supposta opera di vasta materia, se non altro, e di mole corrispondente. Ma, se il ridicolo del disinganno deve cadere addosso a lui, gli sia permesso almeno di protestare che nell’errore non ha colpa, e che, se viene alla luce un topo, lui non aveva detto che dovessero partorire i monti.» Il Manzoni, proseguendo l’opera di Pietro Verri che nel secolo innanzi aveva scritto le Osservazioni sulla Tortura, voleva fare inorridire per le iniquità dei sistemi di procedura, insistendo sui processi degli Untori, non tanto per far prendere in odio la tortura già scomparsa, quanto per rendere odiosi i processi che l’ignoranza rende ancora sempre arbitrarii e fallaci. «Noi (egli scrive), proponendo a lettori pazienti di fissar di nuovo lo sguardo sopra errori già conosciuti, crediamo che non sarà senza un nuovo e non ignobile frutto, se lo sdegno e il ribrezzo che non si può non provarne ogni volta, si rivolgeranno anche, e principalmente, contro passioni che non si posson bandire come falsi sistemi, nè abolire come cattive istituzioni, ma render meno potenti e meno funeste, col riconoscerle ne’ loro effetti e detestarle.» Si meraviglia il Manzoni e si duole e s’arrabbia ad una volta che, per un secolo e mezzo, non pur dal volgo, ma da uomini dotti ed onesti siasi non pur creduto agli Untori, ma diffusa per gli scritti l’opinione che gli Untori esistessero, e che fosse carità e giustizia il perseguitarli. «Se non che (osserva il Manzoni) anche quella indegnazione alla rovescia, anche il dispiacere che si deve provare nel riconoscerla, porta con sè il suo vantaggio, accrescendo l’avversione e la diffidenza per quell’usanza antica e non mai abbastanza screditata di ripetere senza esaminare, e se ci si lascia passar quest’espressione, di mescere al pubblico il suo vino medesimo, alle volte quello che gli ha già dato alla testa.»

I processi erano condotti con la ferma intenzione di trovare materia di condanna, e di provare ad ogni costo la reità dell’accusato. A proposito del Mora, il quale sotto la tortura si confessa reo, il Manzoni osserva: «Così eran riusciti a far confermare al Mora le congetture del birro, come al Piazza le immaginazioni della donnicciola; ma in questo secondo caso con una tortura illegale come nel primo con un’illegale impunità. L’armi eran prese dall’arsenale della giurisprudenza; ma i colpi eran dati ad arbitrio e a tradimento.» Il Manzoni mirava evidentemente a colpire con queste parole la pretesa legalità dei processi politici austriaci, ai quali premeva provare la reità degli accusati; sopra questi processi si dovea poi scrivere la storia. Ora noi vediamo quale opinione avesse il Manzoni degli storici ufficiali, quando leggiamo quello che egli scriveva intorno al Ripamonti: «Il Ripamonti era istoriografo della città, cioè uno di quegli uomini, ai quali, in qualche caso, può esser comandato e proibito di scriver la storia.» Così egli fa una critica degli storici, quando giustifica sè d’aver fatto la storia di povera gente: I giudizii criminali e la povera gente, quand’è poca, non si riguardano come materia propriamente della storia.»

Nella seconda parte del suo scritto, il Manzoni cogliendo l’occasione che gli si offre di cercare quello che gli storici avean detto degli Untori, intraprende pure una critica eruditamente demolitrice di Pietro Giannone, storico audacemente plagiario, e la conchiude con queste parole: «Chi sa quali altri furti non osservati di costui potrebbe scoprire chi ne facesse ricerca; ma quel tanto che abbiam veduto d’un tal prendere da altri scrittori, non dico la scelta e l’ordine de’ fatti, non dico giudizii, l’osservazioni, lo spirito, ma le pagine, i capitoli, i libri, è sicuramente, in un autor famoso e lodato, quel che si dice un fenomeno. Sia stata, o sterilità, o pigrizia di mente, fu certamente rara, come fu raro il coraggio, ma unica la felicità di restare, anche con tutto ciò (fin che resta), un grande uomo. E questa circostanza, insieme con l’occasione che ce ne dava l’argomento, ci faccia perdonare dal benigno lettore una digressione, lunga, per dir la verità, in una parte accessoria di un piccolo scritto.»

Dopo aver citato i versi del Parini, che fanno eco alla tradizione popolare degli Untori e della Colonna infame:

O buoni cittadin, lungi, che il suolo

Miserabile infame non v’infetti,

Il Manzoni soggiunge. «Era questa veramente l’opinione del Parini? Non si sa; e l’averla espressa così affermativamente bensì, ma in versi, non ne sarebbe un argomento; perchè allora era massima ricevuta che i poeti avessero il privilegio di profittar di tutte le credenze, o vere o false, le quali fossero atte a produrre un’impressione o forte o piacevole. Il privilegio! Mantenere e riscaldar gli uomini nell’errore, un privilegio! Ma a questo si rispondeva che un tal inconveniente non poteva nascere, perchè i poeti, nessun credeva che dicessero davvero. Non c’è da replicare; solo può parere strano che i poeti fossero contenti del permesso e del motivo.»

Noi abbiamo qui un Manzoni intieramente critico; il poeta creatore è scomparso. Ma quanta novità ed originalità pure in questa critica! quanta onestà e profondità d’intendimenti! quanta efficacia, quanta poesia, se si può dire, in questa stessa critica! Noi dobbiamo tuttavia, a nostra confusione, confessare che la Storia della Colonna infame come, in generale, tutte le prose critiche del Manzoni, in Italia fu letta da pochi e meditata da pochissimi; e che il Manzoni dovette anche una volta convenire che egli era stato meglio capito, in ogni modo, meglio apprezzato da un forestiero che dai proprii concittadini. In una lettera di ringraziamento ch’egli diresse, nell’anno 1843, al conte Adolfo di Circourt, noi leggiamo queste parole scritte in francese, lingua della quale egli aveva già dato splendido saggio nella sua bella lettera al Chauvet sopra le Unità drammatiche, pubblicata dopo una rispettosa critica del suo Conte di Carmagnola: «J’avais, en effet, en travaillant au petit ouvrage que vous avez jugé avec tant d’indulgence, les intentions que vous exprimez si bien. Événement isolé et sans relation avec les grands faits de l’histoire; acteurs obscurs, les puissants autant que les faibles; erreur sur laquelle il n’y a plus personne à détromper parmi ceux qui lisent; institutions contre lesquelles on n’a plus a se défendre: il m’avait semblé que sous tout cela il y avait pourtant encore un point qui touchait aux dangers toujours vivants de l’humanité, à ses intèrèts les plus nobles, comme aux plus matèriels, à sa lutte perpètuelle sur la terre. Mais comme on aime beaucoup à viser, on se fait facilement des buts; et la persuasion la plus vive, qui par cela même pourrait n’être qu’engouement, le témoignage même de quelques amis dont le jugement, de grande autorité en toute autre occasion, pourrait être égaré par la sympathie, ne peuvent rassurer que faiblement contre la crainte de s’être trompé. C’est du public que l’on attend une assurance, non pas entière, mais plus ferme; et cette èpreuve m’a été complètement défavorable. Quand ma petite histoire a paru, le silence (permettez-moi de ramener à un sens plus réel une expression que vous avez employée d’une manière trop bienveillante) le silence s’est fait; et la curiosité qui s’ètait assez éveillée dans l’attente a cessè tout d’un coup, non comme satisfaite, mais comme déçue. Jugez après cela, Monsieur, quel plaisir a dû me faire une voix inattendue et éloquente, qui a bien voulu me dire que je ne m’étais pas tout a fait trompé.»

Dopo la pubblicazione della Storia della Colonna infame, fuori de’ suoi scritti sull’unità della lingua, il Manzoni non pubblicò altro. E pure il suo robusto e vivace ingegno si mantenne vegeto fino agli ultimi giorni della sua lunga vita,

Egli non iscrisse quasi più per la stampa; ma ogni giorno riceveva vecchi e nuovi amici, discorrendo coi quali il suo ingegno, simile a molla che scattasse, gittava luminose faville, e diffondeva idee così originali, che avrebbero, ciascuna per sè, potuto formar la fortuna di un libro e di un autore. Ed è veramente peccato che il Manzoni non abbia avuto presso di sè un Eckermann come il Goethe, per trascriverci i suoi quotidiani discorsi; se Carlo Porta, il Torti, il Grossi, il Tosi, il Giudici, il Sozzi, il Rosmini, il Cantù, il Carcano, il Rossari, il Ceroli, il Bonghi, il Rizzi e gli altri più intimi amici del Manzoni (non parlo della signora Blondel) avessero pensato a notare tutti i motti che uscirono dalla bocca del Manzoni, nessun libro più originale e più sapiente di quello che riunisse tutti quegli appunti sarebbe forse mai stato immaginato e composto. Le uscite manzoniane erano tutte impensate e quasi sempre felici. Lo stesso imbarazzo che il Manzoni provava talora nell’esprimersi, poichè qualche volta e ne’ momenti per l’appunto che egli aveva una maggior fretta di parlare, gli accadeva di balbettare, aggiungeva una nuova forza alle parole che uscivano poi come palle esplodenti. E sopra quel suo difetto organico egli avea preso la buona abitudine di ridere il primo, per toglierne la volontà ed il pretesto agli altri.

«La balbuzie di Alessandro Manzoni (scrive Antonio Stoppani) non era una balbuzie di genere comune come sarebbe quella, per esempio, consistente in una specie di sincope momentanea dell’organo vocale.... Il Manzoni non era nemmeno di quelli che vanno soggetti a quella specie di paralisi mentale momentanea, per cui la parola, benchè comunissima, rifiuta di presentarsi nell’istante, in cui si ha bisogno di proferirla. «Io, diceva il Manzoni, la parola la vedo; essa è lì; ma non vuole uscirmi dalla bocca;» quando era in questo caso, troncava improvvisamente il discorso. «Se la si lascerà dire,» soggiungeva l’illustre paziente: e dopo questa specie di scongiuro, pronunciava senza difficoltà quella parola che prima s’era rifiutata assolutamente a pigliar forma sensibile nella sua bocca. Avendo Don Giovanni Bèttega, ora parroco di Anzano, avuto occasione di presentargli, Alessandro Manzoni, giocando di parole sul cognome di quel bravo ecclesiastico che, pronunciato lungo, in dialetto lombardo vuol dire balbetta: « Lei, disse, ha il nomen ed io l’omen.» Nella lettera che scrisse al Briano per rinunciare alla deputazione, il Manzoni fece pure allusione alla sua balbuzie; ad un amico poi che gli domandava perchè non avea voluto esser deputato, egli, scherzando, rispondeva: «Poniamo il caso che io volessi parlare e mi volgessi al presidente per domandargli la parola, il presidente dovrebbe rispondermi: - Scusi, onorevole Manzoni, ma a lei la parola io non la posso dare. -»

Ma non è qui il luogo di raccogliere aneddoti, tanto più che il loro numero, se gli amici del Manzoni superstiti vorranno ricordarli e parlare, può divenire infinito. Ho qui solamente toccato di un difetto fisico del Manzoni solamente per mostrare come anche da esso il Manzoni abbia saputo trovar nuovo alimento alle sue inesauribili arguzie.

Molti venivano a domandargli pareri letterarii in iscritto, ma inutilmente.

Un parere scritto gli era pure stato chiesto, prima ch’esso pubblicasse le sue Novelle, dall’illustre poetessa piemontese Diodata Saluzzo, ed egli allora s’era schermito con queste parole: « Ella dee dunque sapere che io ho un’avversione estrema, come una specie di terrore, all’esprimere giudizio su cose letterarie, massime in iscritto, e a ridurre in breve i motivi; questa avversione nasce in me dall’incertezza o, dirò meglio, dalla improbabilità di farlo bene, e dalla difficoltà del farlo comunque. Il giudizio di una parola può essere, ed è sovente, derivato da principii di una grande generalità; di modo che non sia possibile motivarlo, nè quasi esprimerlo, senza espor quelli, cioè senza scarabocchiar molte pagine. Nel che sovente il lavoro materiale sarebbe ancora la più piccola faccenda; vi è questo di più che tali principii ponno essere, e sono sovente (parlo del fatto mio) tutt’altro che connessi, che certi, che distinti, puri e riducibili a formole precise e invariabili; e l’applicazione che pur se ne fa, è un tal quale intravvedimento; è quel che Dio vuole; ma pur lo si fa. E siccome questa incertezza o confusione è anche, per men male, riconosciuta sovente dall’intelletto, in cui è, così dove si vorrebbe un giudizio, spesso non si presenta che un dubbio, più difficile assai a mettere in parole, che non un giudizio. Queste difficoltà e altre congeneri (giacchè non voglio abusar troppo della licenza che le ho chiesta di riuscirle seccatore) si trovano a cento doppi più nello scritto che nella conversazione. Qui hanno luogo le espressioni più indeterminate, i periodi non formati, le parole in aria, formole cioè proporzionate a quella incertitudine e imperfezione d’idee; e tali formole hanno però un effetto, giacchè la parte stessa che si degna volere il giudizio altrui, viene in aiuto a chi ha da formarlo, dando mezzo, colle spiegazioni, colle risposte, a porre in forma il dubbio, a svolgere il giudizio che non era nella mente del giudicante che un germe confuso. Questa parolona di giudicante basta poi a farle ricordare gli alti motivi di avversione che ha e dee avere per un tale uffizio chi conosce la propria debolezza. Contuttociò non voglio dire che io non mi conduca a farlo qualche volta a viva voce con persone, a cui mi lega una vecchia famigliarità; nè ch’io non ardisca pur di farlo, comandato, con persona, per cui sento la più rispettosa stima; dandomi animo da una parte questa stima medesima che dall’altra mi tratterrebbe; che, quanto al pericolo di dire sproposito o di non saper bene cosa si dica, è poca cosa per chi protesta e avvisa innanzi tratto che probabilmente gli accadrà l’uno e l’altro.»

Così, quando accadeva al Manzoni di dover giudicare di una contesa letteraria e non averne voglia, egli dovea ricorrere press’a poco a quel famoso espediente, a cui, come dicemmo, si riferiva un suo amico di cara e onorata memoria, che gli raccontava una scena curiosa, della quale era stato spettatore molt’anni innanzi in casa d’un giudice di pace.

Il Manzoni imitò spesso la tattica di quel giudice di pace, ne’ giudizii che gli toccò proferire, sedendo in tribunale; ma, a quattr’occhi, coi più intimi amici, diede sempre torto o ragione a chi l’aveva. Grande coraggio personale egli non ebbe forse mai; ma la sua mente ardita non si arrestò innanzi ad alcuna difficoltà, anzi le dominò sempre tutte come sovrana. Egli non avrebbe, per un esempio, mai scritta una riga da pubblicarsi in favore d’un libro del Tommaseo, o contro di esso; ma, quando egli pubblicava in Francia il romanzo Fede e Bellezza, ove l’eroe passa per molte avventure erotiche per arrivare poi ad una specie di gesuitica compunzione, il Manzoni lo definiva, in un crocchio d’amici, con due parole: metà Giovedì grasso, metà Venerdì santo. Al Borghi imitatore degl’Inni Sacri egli era stato, per lettere, generoso di lodi soverchie; se ne pentì in appresso, e ne’ discorsi famigliari con gli amici temperò il soverchio in modo che il povero innaiuolo toscano ne rimaneva annientato. Fu invece largo sempre di lodi sincere al Grossi, al Rosmini, al Torti, al Giusti, a proposito del quale rispondeva a chi gli faceva osservare che anche in Toscana la lingua si va corrompendo, col parafrasare le parole della Bibbia relative a Sodoma e Gomorra: «Dieci Giusti bastano a salvare la città.»

Nel Dialogo dell’Invenzione, il Manzoni mette senza dubbio in iscena sè ed il Rosmini, sebbene non lo dica: anzi egli dà il nome di Primo all’uno, di Secondo all’altro, dicendo: «Guai a me se mettessi in piazza i loro nomi veri.» Il primo è senza dubbio, il Rosmini; il secondo, il Manzoni. Il secondo dice che l’artista crea, poi corregge che l’artista inventa. Il primo dimostra che nè crea nè inventa, poichè l’idea essendo semplice, non si compone, ma esiste per sè, è anteriore all’opera dell’artista e conduce il secondo per una serie di sillogismi stringenti, al fine de’ quali il secondo deve darsi per vinto, ma domanda altro. Il primo osserva: «Tanto meglio se queste nostre chiacchiere vi lasciano la curiosità di conoscere più di quello che richiede la nostra questione, e soprattutto di quello che potrei dirvi. Vuol dire che studieremo filosofia insieme.» Il secondo conviene: «Insomma, bisogna studiarla questa filosofia.» Il primo soggiunge: «Fate di meno ora, se potete, con quelle poche curiosità che vi sono venute. Non fosse altro che l’ultima, quella che non v’ho nemmeno lasciata finir d’esprimere. Tutte queste idee.... avevate intonato; e infatti tante idee, tanti esseri eterni, necessarii, immutabili, aventi cioè gli attributi che non possono convenire se non a un Essere solo, non è certamente un punto, dove l’intelletto si possa acquietare. E nello stesso tempo, come negare all’idee questi attributi? E non v’è, di certo, uscito dalla mente neppure quell’altro fatto altrettanto innegabile, e altrettanto poco soddisfacente, dell’esser tante di queste idee comprese in una, che pure riman semplice e che potete fare entrare anch’essa in un’altra più estesa, più complessa; come potete da una di quelle farne uscire dell’altre moltiplicando, per dir così, e diminuendo, a piacer vostro, questi esseri singolari, senza potere nè distruggerne nè produrne uno. Ora, quando il tornare indietro è impossibile, e il fermarsi insopportabile, non c’è altro ripiego che d’andare avanti. Non è poi un così tristo ripiego! È con l’andare avanti che si passa dalla moltiplicità all’unità, nella quale solo l’intelletto può acquietarsi fondatamente e stabilmente.»

E in questo concetto sovrano dell’unità che balenò alla mente manzoniana e la contenne, m’acquieterò anch’io per conchiudere che uno scrittore che bandi a vent’anni la formola poetica: «sentir e meditar», e le serbò fede costante nell’arte sua, non può venir letto superficialmente; egli conduceva tutte le forme del bello alla suprema unità del vero, o più tosto poneva il vero come base fondamentale di tutti i suoi edifizii poetici. Quanto a’ suoi intendimenti civili e religiosi, essi non hanno propriamente che fare con l’arte sua; essi non le sono inerenti. Si può credere diversamente dal Manzoni; ma non si dovrebbe oramai concepire l’arte in modo diverso da quello, con cui egli l’ha trattata in modo non superabile ne’ Promessi Sposi. Il Manzoni scrisse il suo capolavoro fra le discussioni dei Classici e dei Romantici che lo riconoscevano come loro caposcuola; la comparsa del capolavoro manzoniano troncò le discussioni; così le recenti battaglie combattute in Italia fra i così detti Veristi e Idealisti potranno aver fine, se nelle file degli uni o degli altri apparirà un altro genio capace di risolvere il problema con un altro capolavoro. Auguriamoci che questo genio nasca presto, e, intanto che s’aspetta, studiamo il Manzoni.

Note

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[1] Milleseicento erano stali i soscrittori; in pochi giorni nella sola Milano se ne spacciarono oltre seicento copie. Dalla Bibliografia Manzoniana del Vismara (Milano, Paravia) rileviamo che fino all'anno 1875 erano state fatte ben 118 edizioni italiane separate de' Promessi Sposi, 17 edizioni tedesche, 19 edizioni francesi, 10 edizioni inglesi; esistono inoltre traduzioni spagnuole, greche, olandesi, svedesi, russe, ungheresi, ec. Non si contano qui 86 edizioni italiane delle opere varie del Manzoni, nelle quali si comprendono pure i Promessi Sposi.

[2] Il poeta Niccolini che lagnavasi di essere santamente abborrito dal Manzoni, cosa non vera, poichè il Manzoni non odiava alcuno e faceva invece grande stima del Niccolini,(*) confessava pur tuttavia che un solo scrittore italiano avea potenza di farlo pensare, e che questo solo era il Manzoni. In bocca d'un rivale una tale confessione è preziosa e dice molto. Ma il Manzoni faceva pensare, perchè pensava sempre, prima di dire o di fare checchessia; anzi egli pensava troppo. Le sue parole avevano tutte un gran senso: ond'è veramente a dolersi che tante siano volate via, senza che alcuno abbia provveduto a raccoglierle ed a metterle insieme. Una vita di ottantotto anni, de' quali più di settanta vissuti con una piena coscienza di sè, con una ferma volontà diretta ad un alto segno, piena di alti pensieri, quanto sarebbe istruttiva se si potesse conoscere intimamente!

(*) {Parlando il Manzoni delle tragedie del Niccolini al professor Corrado Gargialli che gli dedicava  un  volume  delle  tragedie  niccoliniane, gli scriveva: « La minore delle mie inferiorità rispetto al Niccolini come autore di tragedie è nel numero.}»

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011