ANGELO DE GUBERNATIS

STUDIO BIOGRAFICO

su

ALESSANDRO MANZONI

Letture fatte alla Taylorian Institution di Oxford

nel maggio dell’anno 1878

notevolmente ampliate

Edizione di riferimento:

Alessandro Manzoni, Studio biografico di Angelo de Gubernatis, ed. Successori Le Monnier, Firenze, 1879

 

Terza parte

dal Capitolo XII al Capitolo XIV

XII.

L’Urania. - L’Idillio manzoniano.

Fu scritto molto e forse troppo sopra gli amori molteplici e non tutti egualmente ammirabili e confessabili di Volfango Goethe. Il capitolo che tratta degli amori del Manzoni sarà assai più breve e più discreto, ma, come parmi, non privo d’importanza per chi s’occupi di psicologia letteraria. Io non piglio molto sul serio e però non dovrei curar qui il breve disgraziato amoretto di Venezia, del quale ho già fatto un breve cenno, perchè non sembra aver lasciata alcuna traccia profonda nell’arte manzoniana. Ma non posso, tuttavia, passare sotto silenzio che Niccolò Tommaseo aveva veduto un Sonetto giovanile del Manzoni, ov’era un verso molto espressivo. Il nostro Poeta, fin da giovinetto, aveva fermata la sua mente ad un alto ideale, e rivolgendosi alla sua Musa inspiratrice le prometteva di serbar fede al virtuoso ideale, arrecandone in pegno una ragione stupenda per la sua naturalezza:

Perch’io non posso tralasciar d’amarti!

Questo bel verso ci assicura già che per Alessandro Manzoni l’amore non sarà una debolezza, ma una sola grande virtù, e che dalla donna egli avrebbe ricevuto soltanto inspirazioni gentili e benefiche. Dopo avere pubblicato il Carme In morte dell’Imbonati, e ricevute per esso magnifiche lodi in Italia ed in Francia [1], il Manzoni che, in una variante del suo Sonetto Ritratto giovanile, aveva scritto questo verso singolarissimo:

Di riposo e di gloria insiem desìo,

contento di quel primo saggio della propria gloria, si riposò, e trovò in quel riposo una specie di voluttà, della quale, mi si perdoni la confusione di parole che sembrano farsi guerra, pensando prima da stoico, poi da cristiano, godette molte volte, nella sua vita, con una squisita compiacenza, non vorrei dire da epicureo. Di questa sua beata pigrizia poetica egli fu più volte piacevolmente rimproverato e canzonato da’ suoi amici, uno de’ quali, il poeta Giovanni Torti, lo raffigurava, anzi, sotto il nome di

Cleon nostro

Di beato far nulla inclito speglio [2].

Dicono che il Manzoni vecchio si compiacesse molto di quella canzonatura dell’amico, e non mi parrebbe niente improbabile, che quelle famose parole de’ Promessi Sposi, le quali si pigliano generalmente come un complimento puro e semplice al poeta Giovanni Torti, fossero pure un’amabile vendetta intima di Cleone. L’Innominato una volta avea intorno a sè molti bravi, e tra questi, come si capisce, pochi galantuomini; dopo la conversione del padrone si dispersero, e rimasero soltanto presso l’Innominato alcuni fidati amici, pochi e valenti come i versi del Torti, il quale probabilmente ne aveva pure anch’esso dispersi e distrutti molti cattivi, prima di far grazia ai pochi che gli parevano riusciti secondo il suo cuore [3]. Ad ogni modo, per molti mesi dopo la pubblicazione del Carme In morte dell’Imbonati, il Manzoni non iscrisse più versi; nè gli valse «il dolce sprone» materno a toglierlo da quella specie di letargia. Quale fu dunque l’occasione, o, per dirla con Massimo d’Azeglio, la tentazione tentante che mosse il giovine Poeta, nell’anno seguente, a comporre il nuovo poemetto Urania? A me pare di non ingannarmi dicendo semplicemente che il Manzoni, in quell’anno, s’era innamorato della fanciulla, che divenne poi sua moglie, Enrichetta Blondel, e che l’Urania fu scritta specialmente per piacerle. Il Poeta incomincia ad invocare le Grazie per cantare un nuovo inno, il quale sia ascoltato, non solo all’ombra de’ pioppi lombardi, ma anco presso i sacri colli dell’Arno, ai quali il Carme foscoliano De’ Sepolcri, uscito nella primavera di quell’anno, dovea più fortemente tentarlo. Anch’egli desidera venire ascritto, non alla turba, ma «al drappel sacro» de’ poeti d’Italia «antico ospizio delle Muse.» La recrudescenza nel desiderio della gloria presso i poeti risponde quasi sempre ad una recrudescenza d’amore; le donne amanti di poeti furono quasi sempre o autrici o principali collaboratrici della loro gloria; anche il Manzoni, il meno erotico forse di tutti i nostri grandi poeti, sentì crescere l’ardore poetico all’improvviso sollevarsi nel suo petto di una fiamma gentile. Ma, dopo ch’egli s’era scostato dagl’imitatori per accostarsi, com’egli canta, «ai prischi sommi,» la poca gloria poetica non bastava più alla sua giovanile ambizione, aut Caesar, aut nihil; anche il nostro pensava dunque fra sè, dopo avere conosciuto il Pindaro Lebrun, o Pindaro, o Dante, o Manzoni; e, dopo avere lodato il primo, si velava sotto la figura del secondo; per avere il diritto di ascoltare il glorioso discorso delle Muse. Dante vien celebrato per aver primo dato le bende ed il manto alla poesia italiana, per averla, primo, condotta a fonti illibate, per averla, maestro dell’ira nell’Inferno e del sorriso nel Purgatorio e nel Paradiso, creata degna di emular la madre latina:

               . . . . e nelle stanze sacre

Tu le insegnasti ad emular la madre,

Tu dolce maestro e del sorriso,

Divo Alighier, le fosti. In lunga notte

Giaceva il mondo, e tu splendevi solo,

Tu nostra.

Quanta maestà e virgiliana soavità di affetto in quel nostro! - A questo punto, nondimeno, il Poeta che non ha per anco rinunciato a tutte le reminiscenze della scuola, si ricorda troppo d’avervi studiata la Mitologia greca; onde quello stesso Manzoni che, pochi anni dopo, scriverà l’Ode satirica intitolata: L’ira d’Apollo, nella quale, in pena d’aver posto da banda le vecchie ciarpe mitologiche, il poeta riformato si farà giocosamente condannare da Apollo a non più bere l’onda Castalia, a non cingersi più la fronte d’alloro, a non più salire sul Pegaso, a non più volare, a cantar sempre in umile stile quello ch’egli sentirà e nulla più:

Rada il basso terren del vostro mondo,

Non spiri aura di Pindo in sua parola;

Tutto ei deggia da l’intimo

Suo petto trarre e dal pensier profondo;

quello stesso poeta, per rappresentare gli antichi beneficii che le nove Muse recarono un giorno ai mortali, immagina che, discesa dal cielo, la stessa dea Urania gli abbia un giorno cantati al poeta Pindaro. Non sono da sperare stupendi effetti poetici da una tale intonazione mitologica, e però tutto l’Inno, nel tutt’insieme, riesce manierato e freddo. Pure qua e là la natura potente vince l’arte delle scuole, e ne vien fuori qualche verso di calore, di colore e di sapore tutto manzoniano, ove l’effetto è proprio cavato, come in molte delle immagini dantesche, dalla potenza di meditar sopra lo impressioni: questi, per esempio:

Fra il romor del plauso,

Chinò la bella gota, ove salìa

Del gaudio mista e del pudor la fiamma.

Sono versi pittoreschi; ma il Manzoni ricordava senza dubbio, nel comporli una impressione propria, essendo ben noto agli amici del Poeta, com’egli soleva, innanzi a lodi che gli facevano piacere, arrossire come fanciullo.

In questi altri versi, il primo è da notare per l’equivoco della parola amanti, la quale si può riferire alla Gloria, come a tutte le donne amate in genere; ed è vero pur troppo, che di mille innamorati, i quali sognano la gloria, uno solo riesce, con pena, a conseguirla; parecchi de’ versi che seguono, sentono come un soave afflato virgiliano:

V’è la Gloria, sospir di mille amanti:

Vede la schiva i mille, e ad un sorride.

Ivi il trasse la Diva. All’appressarsi,

Dell’aura sacra all’aspirar, di lieto

Orror compreso in ogni vena il sangue

Sentìa l’eletto, ed una fiamma lieve

Lambir la fronte ed occupar l’ingegno.

Poi che nell’alto della selva il pose

Non conscio passo, abbandonò l’altezza

Del solitario trono, e nel segreto

Asilo Urania il prode alunno aggiunse.

Come talvolta ad uom rassembra in sogno

Su lunga scala, o per dirupo, lieve

Scorrer col piè non alternato all’imo,

Nè mai grado calcar, nè offender sasso;

Tal su gli aerei gioghi sorvolando,

Discendea la Celeste.

L’immagine seguente ci ricorda un’analoga similitudine dantesca; quella che vien dopo ha pure per noi qualche importanza biografica, perchè, sotto la impressione provata dal poeta Pindaro, reso improvvisamente dubitoso delle sue forze, dopo aver fatto concepire di sè solenni speranze, sono da riconoscersi i sentimenti particolari che dovea provare il Manzoni divenuto quasi inerte, dopo le lodi forse più ambite che sperate, onde fu coronato il Carme per l’Imbonati; ed anco questi versi, ove l’Autore trae l’espressione dal proprio modo di sentire, riescono pieni di poetica efficacia:

Come la madre al fantolin caduto,

Mentre lieto al suo piè movea tumulto,

Che guata impaurito e già sul ciglio

Turgida appar la lagrimetta, ed ella

Nel suo trepido cor contiene il grido,

E blandamente gli sorride in volto

Per ch’ei non pianga; un tal divino riso

Con questi detti a lui la Musa aperse:

«A confortarti io vegno. Onde sì ratto

L’anima tua è da viltade offesa?

Non senza il nume delle Muse, o figlio,

Di te tant’alto io promettea.» - «Deh! come,

Pindaro rispondea, cura dei vati

Aver le Muse io crederò? Se culto

Placabil mai degl’Immortali alcuno

Rendesse all’uom, chi mai d’ostie e di lodi,

Chi più di me, di pregi e di cor puro,

Venerò le Camene? [4] Or, se del mio

Dolor ti duoli, proseguir, deh! vogli

L’egro mio spirto consolar col canto.»

Tacque il labbro, ma il volto ancor pregava,

Qual d’uom che d’udir arda, e fra sè tema

Di far, parlando, alla risposta indugio.

Allor su l’erba s’adagiâro, il plettro

Urania prese; e gli accordò quest’inno

Che, in minor suono, il canto mio ripete.

Ma spogliando il Carme del suo apparato mitologico, noi troviamo in esso i sentimenti particolari del poeta e però un nuovo elemento biografico, del quale ci giova tener conto. Il poeta Pindaro, dopo aver dato prove del suo valore poetico ed onorate le Muse, riesce improvvisamente dubitoso delle proprie forze; onde la Musa discende a rimproverarlo insieme ed aggiungergli coraggio. Il Manzoni, quantunque vago di riposo, quando s’accingeva all’opera non s’arrestava facilmente innanzi alle cose difficili; anzi, metteva più forte impegno per riuscire; il modo con cui tormentò sè stesso negli Inni Sacri, lo sforzo giovanile per frenare i versi volubili e ribelli, il lungo, ostinato studio ch’egli, lombardo, pose nella parlata fiorentina, possono servire di commento a questi versi dell’Urania:

. . . . Baldanza a quel voler non tolse

Difficoltà, che all’impotente è freno,

Stimolo al forte.

Le Muse e le Grazie discendono sulla terra e recano i loro benefici ai mortali, cioè la pace, la concordia, la pietà. I versi seguenti del Manzoni, non ancora cattolico, concordano perfettamente col fine dell’Inno sulla Pentecoste, e col precetto evangelico che la mano sinistra non deve sapere quello che fa la destra, e ci dimostrano insomma ch’è una poco pia menzogna il miracolo della conversione dall’ateismo, dal materialismo e dal cinismo del Manzoni, che non fu mai nè ateo, nè materialista, nè cinico. Ma su questo argomento avremo occasione di ritornare; intanto, spogliando della loro veste classico-mitologica i versi che seguono, compiacciamoci di veder già vivo sotto di essa un Manzoni cristiano. Scrivendo nel 1805 al Monti, il giovine Manzoni gli ricordava già che le lettere non sono buone a nulla, se non servono a ringentilire i costumi; nell’Urania, le Muse devono fare qualche cosa di più, insegnarci la pietà ed il perdono delle offese, e la carità benefica e modesta:

Così dal sangue e dal ferino istinto

Tolser quei pochi in prima; indi lo sguardo

Di lor, che a terra ancor tenea il costume

Che del passato l’avvenir fa servo.

Levâr di nuova forza avvalorato.

E quei gli occhi giraro, e vider tutta

La compagnia degli stranier divini,

Che alle Dive fea guerra. Ove furente

Imperversar la Crudeltà solea

Orribil mostro che ferisce e ride,

Viver pietà che mollemente intorno

Ai cor fremendo, dei veduti mali

Dolor chiedea: Pietà, degl’infelici

Sorriso, amabil Dea. Feroce e stolta

Con alta fronte passeggiar l’Offesa

Vider, gl’ingegni provocando, e mite

Ovunque un Genio a quella Furia opporsi,

Lo spontaneo Perdon che con la destra

Cancella il torto e nella manca reca

Il beneficio, e l’uno e l’altro obblia.

Per virtù delle Muse nasce nell’uomo l’amor della fatica industre, il sentimento dell’onore, della fedeltà, dell’umana ospitale fratellanza,

.  .  .  .  .  . che gl’ignoti astringe

Di fraterna catena; e tutta in fine

La schiera pia nell’opra affaticarsi

Videro, e nuovo di pietà, d’amore

Negli attoniti sorse animi un senso,

Che infiammando occupolli.

I poeti si destano e cantano alla turba le vedute bellezze, la terra non più squallida, ride; al discendere dell’armonia nel cuore dei mortali, l’ira tace e si sveglia un secreto ardente desiderio di carità e di pace, onde la vita si fa bella e riposata:

L’ira

V’ammorzava quel canto, e dolce, invece,

Di carità, di pace vi destava

Ignota brama.

Dopo aver cantato, le Muse risalgono all’Olimpo e ne ricevono le lodi di Giove, ma per tornar sollecite presso Pindaro, a que’ luoghi che un gentile ricordo rende cari,

.  .  .  . chè ameno

Oltre ogni loco a rivedersi è quello

Che un gentil fatto ti rimembri.

Le Muse spiegano a Pindaro che, se egli, a malgrado dell’amor delle Muse, non potè ancora sciogliere canti immortali, ciò accade per la vendetta d’un Nume, poich’egli, fino ad ora, negò il canto alle Grazie; senza le quali nè pure gli Dei

.  .  .  . son usi

Mover mai danza o moderar convito.

Da lor sol vien se cosa in fra i mortali

E di gentile, e sol qua giù quel canto

Vivrà che lingua dal pensier profondo

Con la fortuna delle Grazie attinga.

Queste implora coi voti, ed al perdono

Facili or piega. E la rapita lode

Più non ti dolga. A giovin quercia accanto

Talor felce orgogliosa il suolo usurpa;

E cresce in selva, e il gentil ramo eccede

Col breve onor delle digiune frondi:

Ed ecco il verno le dissipa; e intanto

Tacitamente il solitario arbusto

Gran parte abbranca di terreno, e mille

Rami nutrendo nel felice tronco

Al grato pellegrin l’ombra prepara.

Signor così degl’inni eterni, un giorno,

Solo in Olimpia regnerai: compagna

Questa lira al tuo canto, a te sovente

Il tuo destino e l’amor mio rimembri.

Qui il Manzoni sembra certamente voler fare qualche allusione personale. È evidente ch’egli lascia rivolger la parola a Pindaro, perchè gli parrebbe cosa troppo vana ed orgogliosa obbligar le Muse a discendere dall’Olimpo per lui e augurargli di regnar solo in Olimpia. Se così è, noi dobbiamo riconoscere in questa giovine quercia olimpica, che un giorno regnerà sola, il Manzoni stesso, e domandargli chi possa nascondersi sotto la felce orgogliosa che ingombra intanto la via alla giovine quercia, ma che, in pena della sua temerità, vivrà un anno solo. Gl’indizii precisi od anco probabili ci mancano per arrischiarci a qualsiasi congettura. Osservo, invece, come una potente ragione segreta dovette determinare il Manzoni a compiere la sua prima formola poetica sentir e meditare, con un nuovo elemento che le mancava, la grazia. Il Manzoni vecchio diceva che l’arte deve aver per oggetto il vero, per fine l’utile, per mezzo l’interessante, ossia il bello. Il senso dei versi dell’Urania è il medesimo:

.  .  .  . sol qua giù quel canto

Vivrà che lingua dal pensier profondo

Con la fortuna delle Grazie attinga.

Io dubito che l’amore abbia dettato que’ versi, e che nell’anno 1807 il Poeta avesse già veduta la giovinetta che dovea l’anno seguente sposare. L’Urania, a malgrado della bellezza di alcune parti, riesce, tuttavia, un componimento freddo e stentato, a motivo specialmente della morta Mitologia evocata a velare più che a significare i sentimenti vivi e contemporanei del Poeta. Lo studio ch’e’ fece per nascondersi, dopo essersi molto e forse troppo scoperto nel Carme per l’Imbonati, gli fece parer buoni quegli stessi mezzi mitologici, sopra i quali, pochi anni dopo, egli medesimo dovea gettar tanto ridicolo. Ed è a dolersi che l’amico Fauriel non abbia sconsigliato il Manzoni dal ritentar quella vana forma poetica. È da dolersi, ma non da stupire; poichè, in quel tempo medesimo, il Fauriel traduceva la Parteneide, poema alpestre del poeta danese Jens Bággesen [5], ove non solamente si rimettono in iscena gli Dei ma si crea una nuova dea della Vertigine, dove la Jungfrau o la Vergine è allegoricamente rappresentata come una poetica persona viva.

Nè pago il Fauriel di tradurre in francese il poema che il Bággesen avea composto in tedesco, invitava il Manzoni a tradurlo in italiano. Ma il Manzoni, che intanto avea già fatto, con la madre, nel 1806 il suo viaggio in Isvizzera e ammirato dappresso le montagne, che vi ritornò forse nel 1807, invece di tradurre, si provò a comporre un poema originale sopra le montagne, accompagnandone l’invio al Fauriel suo secondo duca alpestre, come il Bággesen era stato il primo, con una epistola in versi, della quale il Sainte-Beuve ci ha fatto conoscere un frammento «Alla Vergine ideale del Danese egli opponeva nell’epistola e nel poema una Vergine che le somigliava, da lui conosciuta sui colli orobii, in una villa del Bergamasco: siamo, ove precisamente egli conobbe la sua Enrichetta Blondel. Il suo matrimonio con essa si celebrò in Milano il 6 febbraio dell’anno 1808 innanzi all’ufficiale civile. Enrichetta Blondel aveva sedici anni, era nata a Casirate, apparteneva ad una famiglia di origine ginevrina, di confessione evangelica riformata, onde nel giorno stesso in cui celebravasi il matrimonio civile, veniva in Milano da Bergamo il pastore protestante Giovanni Gaspare Degli Orelli a benedire quelle nozze evangelicamente; testimone dello sposo era non solo un cattolico, ma un prete, il sacerdote Francesco Zinammi (o Zinamini?). Dopo le nozze, gli sposi partirono per Parigi, ov’era rimasta la signora Beccaria. Il 31 agosto dell’anno 1808, il Manzoni scriveva da Parigi al suo amico Pagani: «Ho trovato una compagna che riunisce veramente tutti i pregi che possono rendere veramente felice un uomo e me particolarmente; mia madre è guarita affatto, e non regna fra di noi che un amore ed un volere.» In Parigi nasce al Manzoni una figlia; vien battezzata secondo il rito cattolico e le s’impone il nome di Giulia, in onore della madrina ch’era la nonna, e di Claudina, in onore del padrino Claudio Fauriel.

XIII.

La Conversione.

A questo punto si colloca dai biografi quella che si chiamò la meravigliosa conversione del Manzoni, e si raccontano storielle forse tutte veridiche, ma ove si dia loro una soverchia ed esclusiva importanza, poco credibili.

Alcuni vogliono che un semplice «io ci credo» opposto risolutamente dal piemontese conte Somis di Chiavrie alle invettive lanciate contro la religione cattolica in una conversazione di Parigi, abbia persuaso il giovine miscredente, e indottolo a cercar consigli edificanti presso il medesimo conte Somis, presso l’abate Grègoire e presso il giansenista genovese Padre Degola, che allora si trovava a Parigi e col quale entrò quindi in corrispondenza letteraria; altri che, smarrita un giorno la giovine sposa in mezzo alla folla delle vie di Parigi, attiratovi da un canto religioso, sia entrato nella chiesa di San Rocco, e abbia mormorato in ginocchio questa semplice preghiera: «O Dio, se tu ci sei, fammiti palese.» Egli ritrovò, dicesi, tosto la sposa, e divenne credente. Qualche piccolo fatto deve, senza dubbio, essere intervenuto per risolvere in un dato momento il Manzoni a fissare un po’ meglio quelle idee vaghe ch’egli aveva intorno al Cattolicismo [6]. Ma egli era nato cattolico, la sua educazione di collegio era stata tutta cattolica; uscito di collegio, sappiamo ch’egli frequentava ancora le chiese; le scene orrende del cardinal Ruffo a Napoli, quelle di Binasco e di Pavia stavano presenti alla memoria del Manzoni; e però il Trionfo della Libertà esce in frequenti imprecazioni contro la Chiesa, ma a quel modo stesso con cui Dante cattolico imprecava contro la Lupa, e il canonico Petrarca contro l’avara Babilonia. Se il giovine Manzoni amava poco i preti ed i frati, se la lettura delle opere del Voltaire lo aveva anche maggiormente alienato da essi, se quando morì il suo giovine compagno di scuola Luigi Arese, ei si doleva che tenendosi lontani dal letto dell’infermo gli amici, gli si fosse accostata soltanto «l’orribile figura del prete» per accrescergli il terrore della morte, se, in somma, il Manzoni, pur credendo nella immortalità dell’anima, nell’esistenza di un Dio che premia «eternando ciò che a lui somiglia,» nei doveri cristiani della pietà e della carità, e pure adempiendo alcuno de’ riti religiosi prescritti dalla sua condizione di cattolico, fra i quindici ed i ventitrè anni non fu un cattolico profondamente convinto, devoto e zelante, in un pariniano, in uno stoico suo pari doveva riuscir molto agevole l’innestare un po’ di devozione cattolica. Ma i preti furono solleciti a levarne soverchio romore e a trarne troppo grande profitto. Parlando, nel 1806, dei preti italiani che assediano il letto de’ moribondi, in una lettera diretta all’amico Pagani, il ventenne Manzoni usciva in un fiero lamento, dichiarando ch’egli voleva rimaner lontano «da un paese, in cui non si può nè vivere nè morire come si vuole. Io preferisco, proseguiva egli, l’indifferenza naturale dei Francesi che vi lasciano andare pei fatti vostri, allo zelo crudele dei nostri che s’impadroniscono di voi, che vogliono prendersi cura della vostra anima, che vogliono cacciarvi in corpo la loro maniera di pensare.» Due anni dopo aver levato questo vivo lamento, Alessandro Manzoni doveva egli stesso cadere in cura d’anima, ed il tristo frutto di questo stato di forzata docilità, alla quale egli si sottomise, fu una sterilità intellettuale che durò quasi dieci anni, 1808-1818, e, per l’appunto i dieci anni più belli della sua vita, ne’ quali con molto stento, con molti pentimenti, il Manzoni riuscì a pena a mettere insieme quattro Inni sacri, due Parodie letterarie e due povere e stentate Canzoni politiche di genere classico. Si dirà: in quegli anni, egli si godette le sue prime gioie domestiche, ed attese a’ suoi affari un po’ imbrogliati ed alle cure agrarie, ed è vero; ma nè le une nè le altre hanno mai impedita la manifestazione del genio. Il Manzoni ebbe, pur troppo, in quegli anni un’idea fissa, che non era la sua, un’idea che gli aveano messa; e quando v’ha un’idea fissa, tutte le altre idee, per quante siano, e per quanto originali, non trovano l’opportunità e l’agevolezza di manifestarsi. L’idea fissa era ch’egli dovesse come scrittore diventare il poeta e l’apologista della religione cattolica, o non iscrivere più.

XIV.

Il Manzoni a Brusuglio.

Gl’Inni Sacri e la Morale cattolica.

Sopra la luna di miele manzoniana noi non abbiamo altre notizie, oltre quelle che il Sainte-Beuve e il Lomènie avevano potuto raccogliere dai ricordi del Cousin e del Fauriel. Il Manzoni [7], già convertito alla fede cattolica, tediato dalle ciarle, alle quali quella conversione avea dato motivo, in compagnia della madre e della giovine sposa, ch’egli adorava, si ritrasse alla sua villa di Brusuglio, e parve nelle cure agresti dimenticare ogni tumulto della vita mondana. Il Lomènie trova una analogia fra il Manzoni e il Racine [8], rapportandosi per l’appunto ai primi anni del soggiorno di Alessandro Manzoni in Brusuglio, e la sua comparazione non è priva d’ogni fondamento; non ispiega tuttavia come il nostro Poeta, in mezzo agli splendori della natura ed alle contentezze domestiche trovasse così scarse occasioni d’ispirazione poetica. Mi duole dover ripetere che nello sforzo lungo e doloroso che il Manzoni dovette fare per credere, isterilì per alcuni anni il proprio ingegno, costretto a lavoro che dovette riuscirgli ingrato dall’autorità riverita del proprio confessore. Il Tosi volendo fare del Manzoni un poeta cattolico, gli aveva ordinato di comporre gl’Inni Sacri e le Osservazioni in difesa della Religione cattolica rivolte contro il Sismondi. Gli Inni Sacri doveano, nel primo intendimento, riuscir dodici come i dodici Apostoli o come i dodici mesi dell’anno [9]; ma il Manzoni stentò tanto a comporli, che in sette anni ne terminò a fatica cinque. L’Inno della Risurrezione fu incominciato nell’aprile del 1812, e compiuto soltanto i l 23 giugno; anzi l’ultima lima ricevette più tardi; il Manzoni vi notò di suo pugno, che era ancora da correggersi; nel vero, l’autografo e la stampa differiscono notevolmente. Il 6 novembre del 1812, il Manzoni si accinse a comporre l’inno, Il Nome di Maria; durò sei mesi in quel breve lavoro, e vi si affaticò grandemente; lo stento appare ora grandissimo anche nel leggerlo: fu terminato il 19 aprile 1813. Il Natale, pieno di cancellature, costò più di quattro mesi di lavoro: incominciato il 15 luglio 1813, ebbe compimento il 29 novembre dello stesso anno, ma con poca soddisfazione dell’Autore che vi appose questa nota: explicit infeliciter. L’Inno della Passione costò un anno e mezzo di lavoro; fu ripreso in quattro volte: la prima nel 3 marzo dell’anno 1814, la seconda nel dì 11 luglio dello stesso anno, la terza nel 5 gennaio del 1815, la quarta nell’ottobre di quell’anno. La Pentecoste, ch’è il più bello, il più inspirato, il più caldo degli Inni Sacri, fu bensì incominciato nel giugno 1817, ma abbandonato nel suo primo disegno dal Manzoni che vi scrisse sopra rifiutato, e ripreso soltanto il 17 aprile del 1819 e terminato, fra molte soste e cancellature, il 2 ottobre di quell’anno. Esso appartiene dunque già al nuovo periodo più agitato e più operoso della vita poetica manzoniana. Queste note cronologiche sopra la composizione degl’Inni Sacri devono avere per la critica la loro importanza. La lentezza del comporre non accenna a una troppo grande vivezza del sentire, ma l’ostinazione che il Manzoni pose per finirli, anche a dispetto delle Muse, provano la sua ferma volontà di credere, e la sua persuasione che fosse necessario comunicare altrui la propria fede; ma questa maniera di fede, pur troppo, male si comunica.

Vivo il Manzoni, osai fare sopra gl’Inni Sacri il seguente giudizio, ove nel rendere un omaggio riverente all’Autore intendevo lasciare aperto un adito alla critica dell’opera. «Gl’Inni Sacri, io diceva, hanno creato in Italia una nuova forma di poesia, il contenuto della quale che si giudicò, da prima, romantico, era semplicemente biblico. Il Manzoni ha il gran merito d’avere liberato in Italia la poesia cristiana dalle forme convenzionali ereditate dal Paganesimo; forme convenzionali per noi moderni, che ci studiamo d’imitarle, mentrechè, invece, per gli antichi erano proprie, naturali, e frutto spontaneo e necessario di quella civiltà. Egli restituì ai poeti d’Italia la loro libertà, e col proprio esempio disse loro: essendo cristiani, inspiratevi da Cristo; essendo moderni, diffondete la parola di Cristo con la lingua vostra ch’è la lingua del cuore. Per questo rispetto gli Inni Sacri segnano nella storia della nostra poesia una vera rivoluzione letteraria, della quale saranno sentiti per sempre, ed invano si dissimulerebbero, i benefici effetti. Io non chiamo, senza dubbio, tali i numerosi inni nati dipoi in varie parti d’Italia ad imitazione di que’ primi che avean fatto, se bene lentamente, fortuna; gl’imitatori avevano ne’ loro esercizii dimenticato l’essenziale, cioè che per cantare la religione bisogna almeno portarla un poco, anzi molto nell’anima; essi lavoravano a soggetto come gli antichi istrioni, sul modello degl’Inni Sacri, ma per istemperare i primi colori, stancare le prime immagini, e dir poco in molto, come il Manzoni avea detto molto in poco. E questo carattere distintivo della poesia manzoniana parmi pure creare il suo difetto principale; poichè lo studio di restringere un gran senso in brevi parole fa sì che talora queste brevi parole siano adoperate ad esprimere più che naturalmente esse non potrebbero, e a diventare talora semplici formole astratte: il che se prova la potenza del poeta del concentrare le sue idee, impedisce per altro che la sua poesia riesca popolare, e le toglie molta parte di quell’impeto lirico e di quel calore che si comunica, tanto necessario ad ogni poesia, ma alla lirica religiosa in modo specialissimo. Il Manzoni giovine fece opera da vecchio, costringendo in linguaggio matematico le verità della religione che gli eran nuovamente apparse in modo luminoso, quasi egli volesse porsele innanzi, ed estrinsecarsele in una forma più precisa per potersi meglio persuadere della loro realtà e più durevolmente contemplarle ed adorarle. Ma ci sembra di non rischiar troppo, dicendo come il Manzoni vecchio, innamorato com’egli è e maestro nelle bellezza del linguaggio popolare, se dovesse oggi cantar la religione, sceglierebbe una via opposta a quella ch’ei tenne in gioventù, escludendo ogni parola equivoca che il popolo non potesse comprendere da sè ed ogni trasposizione men naturale di parole, per riuscire subito al desiderato effetto di dare al popolo un canto che non muoia appena recitato, che si diffonda senza bisogno d’interpreti, e che consoli veramente chi si muove a cantarlo.»

Ma, nell’ordine specialmente de’ pensieri religiosi volendo sollevare l’espressione all’altezza del pensiero e chiudere quest’ultimo in una forma sacra ed immobile, che non gli permetta di deviare ad alcun senso profano, o l’espressione manca od assume un carattere mistico che non può riuscir popolare. L’età nostra non è punto mistica; il Manzoni dovea sentirlo più d’ogni altro. Per un verso egli voleva credere, e per rendersi degno della propria fede si adoprava ad esprimerla per infonderla in altri. Ma il lungo meditare sopra un sentimento religioso, più tosto che accrescerlo, lo diminuisce. In un’Ode sopra l’Innesto del vaiuolo, rimasta inedita, e forse incompiuta, dominato, senza dubbio, da un sentimento religioso, e riflettendovi lungamente sopra, per trovargli una espressione corrispondente, il Manzoni sentendo che egli usciva dal vero, e che fuori del vero fortemente amato non può più essere vera poesia, si scusava con due bellissimi versi, che sono pure una eccellente scappatoia:

E sento come il più divin s’invola,

Nè può il giogo patir della parola.

Quanto più il pensiero del poeta s’innalza, tanto più la materia fonica diviene inerte e incapace di farsene messaggiera; ma è vero ancora che, lanciando imprudentemente il pensiero in un campo, ove esso non può prender radice, invece di fecondarvisi, muore di sterilità. Il Manzoni parafrasando spiritosamente in prosa il pensiero dissimulato ne’ due versi citati, accompagnava l’invio di un frammento d’Inno sacro inedito alla signora Louise Colet con questa scusa per non averlo finito: «Je me suis aperçu (diceva egli) que ce n’ètait plus la poèsie qui venait me chercher, mais moi qui m’essoufflais a courir après elle.» Ed i pochi versi erano questi, che celebravano la presenza, l’onnipotenza, l’onnisapienza di Dio nella natura:

A lui che nell’erba del campo

La spiga vitale nascose,

Il fil di tue vesti compose,

Di farmachi il succo temprò,

Che il pino inflessibile agli austri,

Che docile il salcio alla mano.

Che il larice ai verni, e l’ontano

Durevole all’acque creò;

A quello domanda, o sdegnoso,

Perchè sull’inospite piagge,

Al tremito d’aure selvagge,

Fa sorgere il tacito fior,

Che spiega davanti a lui solo

La pompa del pinto suo velo,

Che spande ai deserti del cielo

Gli olezzi del calice e muor.

Il Manzoni, per propria confessione, voleva dimostrare che non vi è nulla e nessuno inutile a questo mondo; che come Dio ha le sue ragioni per far crescere il fiore nel deserto, così anche i monaci, anche gli eremiti sebbene apparentemente inutili alla società, avranno qualche merito, per le loro solitarie e segrete virtù, innanzi al Creatore. Ma ancora qui il ragionamento vince ed ammazza il sentimento. Il Manzoni ha pensato molto più che sentito gl’Inni Sacri. Non gli uscirono dal cuore per impeto di una fede ardente, ma dalla testa, per disciplina della propria ragione piegata e costretta a quell’esercizio letterario dai consigli, dagli eccitamenti, anzi dai precetti di monsignor Luigi Tosi suo confessore. Egli obbedì, ma era evidente che l’obbedienza gli costava molta fatica. Si voleva fare dell’ode Pariniana un’ode Cattolica, e si toglieva alla lirica il principale dei suoi caratteri, la spontaneità. Nello sforzo per riuscir sublime, molte volte il Manzoni negl’Inni Sacri riuscì oscuro; una tale oscurità non si dissimulava egli medesimo, e, anzi che scusarsene a chi gli domandava schiarimento di qualche passo ambiguo, rispondeva su per giù come a Luigi Frati, il quale aveva assunta l’apologia degl’Inni Sacri contro il sacerdote Salvagnoli-Marchetti, autore di un opuscolo che li bistrattava: «Si contenti ch’io non dica nulla sul passo, dove Ella incontra difficoltà, e che, del rimanente, non porta il prezzo che Ella se ne occupi, appunto perchè v’incontra difficoltà; giacchè le parole hanno a dire da sè, a prima giunta, quel che voglion dire; e quelle che hanno bisogno d’interpretazione, non la meritano.» [10]

L’Inno sacro del Manzoni è assai dotto, grave, solenne, elevato, quasi epico; è evidente che, dopa essersi immerso nella lettura della Sacra Scrittura per derivarne immagini, e tradurle in un linguaggio più moderno, il Manzoni fece quanto poteva per inalzarle. Ma in questo sforzo egli tolse un po’ di naturalezza e di evidenza al sentimento; volle fare un commento poetico, anzi un compendio della leggenda biblica, e in questo lavoro tutto sintetico arrivò talvolta ad interpretarla in modo grandioso, ma non mai, o quasi che non mai, in modo popolare. L’Inno sacro manzoniano è buono per l’artista che vuol credere, ma non pel popolo che crede. Cristo col suo mondo storico appare, negl’Inni Sacri, come qualche cosa d’antico, di lontano da noi, che la sola immaginazione storica può ritrovare, non già presente, non già vivo, che nasce, che soffre, che risorge. Le immagini degl’Inni Sacri, quasi tutte bibliche, non sono più vive per la nostra moderna poesia, e non corrispondono quasi mai all’altezza de’ pensieri e de’ fatti che dovrebbero esprimere e far più evidenti. Tutti hanno a memoria le due prime strofe del Natale cioè l’immagine d’una valanga che ci ricorda il Manzoni alpinista, tornato di fresco da un viaggio nella Svizzera e dall’ammirazione della Parteneide del Bággesen; la valanga è stupendamente descritta:

Qual masso, che dal vertice;

Di lunga erta montana,

Abbandonato all’impeto;

Di romorosa frana,

Per lo scheggiato calle,

Precipitando a valle,

Batte sul fondo e sta;

Là dove cadde, immobile

Giace in sua lenta mole,

Nè per mutar di secoli

Fia che riveggia il Sole

Della sua cima antica,

Se una virtude amica

In alto nol trarrà;

a questo punto il lettore s’arresta, perchè ha bisogno di ripigliar fiato, come l’avrà di certo ripreso assai lungo il Manzoni scrivendo, e questo riposo che l’autore ed il lettore sono obbligati a prendere dopo due strofe, non è atto troppo ad agevolare l’intelligenza di quello che deve seguire. Lasciando poi stare che non è mai venuto in mente ad alcuno, e al Manzoni meno che ad altri, che alcuna virtù amica possa immaginarsi di far risalire in cima d’un monte quel macigno che n’è precipitato, nessuno si sentirà disposto a commuoversi al pensiero poco dopo espresso che l’uomo, per il peccato originale, sia caduto nella condizione medesima di quel macigno che non può da sè risorgere a quell’altezza, onde la giustizia o la vendetta di Dio lo precipitò. La comparazione dal maggior numero de’ lettori che declamano l’Inno del Natale, non è, per fortuna, intesa; si guarda alla similitudine e non all’oggetto comparato; se fosse intesa, più tosto che commuovere, quasi offenderebbe. Ed il Manzoni non era di certo commosso, quando intonava il suo Inno. Proseguendo, il Poeta s’infiamma nel suo canto mistico e trova parole eloquenti per esprimere alcuni alti concetti; ma il Bambino Gesù si vede poco, quel Bambino che nei rozzi canti popolari di Natale, i quali si sentono in Italia, in Francia, in Ispagna, si ode veramente piangere, ha freddo, è povero, è accarezzato, è venerato. Io mi ricordo essermi intenerito, da fanciullo, cantando in coro con ingenua fede uno di que’ rozzi idillii natalizii innanzi al Presepio; nessuno potrebbe innanzi al Presepio cantare ora tutto il Natale del Manzoni, perchè troppi versi vi sono, i quali avrebbero bisogno di commento per venire intesi, atti benissimo a significare alle persone colte (che pur troppo, in Italia almeno, non vanno più in chiesa a cantar inni) la grandezza del mistero che si vela nel nascimento di Cristo, ma non già a rappresentarlo in forma viva al popolo, al quale la poesia sacra è specialmente destinata. Il fine dell’Inno manzoniano sul Natale assume il tono del canto popolare; tuttavia qua e là occorrono ancora versi o immagini troppo sapienti. Il popolo capirà, per esempio, perfettamente il principio di questa strofa:

Dormi, o Fanciul non piangere,

Dormi, o Fanciul celeste;

Sovra il tuo capo stridere

Non osin le tempeste.

Il popolo capisce questa specie di tenerezza; ma essa non avrebbe mai aggiunto di suo i tre versi rettorici che seguono, i quali descrivono le tempeste:

Use su l’empia terra,

Come cavalli in guerra,

Correr dinanzi a te;

oltre che al nostro popolo l’idea che la terra sia empia non può entrare. Il popolo intenderà i due primi versi della strofa che segue:

Dormi, o Celeste, i popoli

Chi nato sia non sanno;

e non più i seguenti:

Ma il dì verrà che nobile

Retaggio tuo saranno;

Che in quell’umil riposo,

Che nella polve ascoso

Conosceranno il Re.

Per il popolo il Bambino nasce ogni anno. Il Manzoni si riporta col suo pensiero all’anno storico della nascita del Redentore, per profetare che un giorno il Bambino sarà adorato «in quell’umil riposo» come il Re. Ma il popolo che canta il Bambino che nasce, e però la poesia del Natale, non si cura di quello che ne penseranno i posteri; il Bambino è nato a posta per esso, esso lo canta, lo adora, come suo proprio Dio, che crescerà per lui, che per lui farà miracoli e si lascerà un giorno ammazzare. Il Manzoni volle, nel suo Inno, abbracciare il passato e l’avvenire, cantare ad un tempo come un antico cristiano, e come un cattolico del secolo XIX, quasi da Dio mandato a spiegare con la poesia i misteri del Cristianesimo. Egli compose parecchi bei versi, espresse alcuni alti e nobili concetti; come poeta, sostenne e forse accrebbe la propria fama, ma, sebbene gl’Inni Sacri si leggano, si spieghino e si raccomandino nelle scuole e nei seminarii d’Italia, nessuno è riuscito fin qui a farli imparare a memoria e cantare dal nostro popolo. Il Manzoni credette talora con immagini popolari render più chiari i suoi concetti morali; ma l’immagine, senza dubbio, chiarissima ed in Manzoni quasi sempre pittoresca, per la sua troppa luce abbaglia, e c’impedisce di veder bene quello che è destinata ad illuminare. Nella Passione ci si descrive, per esempio, l’altare della chiesa parato a bruno:

Qual di donna che piange il marito.

Ecco l’immagine di una realtà ben viva; ma bisogna andare a pensare che la Chiesa ha chiamato sè stessa la Sposa di Cristo, per intenderne il motivo; onde, per capire l’immagine bisogna presupporre nel popolo una nozione che gli manca. Nella Risurrezione, per dirci che Cristo non durò alcuna fatica a rovesciare il marmo del suo sepolcro, il Manzoni ricorre ad una similitudine, per la quale il Redentore ci appare in figura di uno di que’ poderosi Giganti della leggenda popolare indoeuropea, che senza alcuna fatica operano prodigiosi tours de force; e la lenta cura che pone il Poeta nel rappresentarci la similitudine, diminuisce l’efficacia dell’atto taumaturgico attribuito al Cristo:

Come, a mezzo del cammino,

Riposato, alla foresta,

Si risente il pellegrino

E si scote dalla testa

Una foglia inaridita,

Che dal ramo dipartita

Lenta lenta vi ristè;

Tale il marmo inoperoso,

Che premea l’arca scavata,

Gittò via quel Vigoroso,

Quando l’anima tornata

Dalla squallida vallea

Al Divino che tacea:

Sorgi, disse, io son con te.

Ma quando il Manzoni, nell’Inno medesimo, lascia stare i dogmi od i miti, per tornare a predicar semplicemente quella carità cristiana ch’egli sentiva già fortemente anche prima di mettersi nelle mani del suo confessore, quella carità ch’è principio, fonte, alimento d’ogni religione, il suo linguaggio torna semplice, naturale, eloquente. Nella festa della Pasqua, ossia nella risurrezione primaverile, tutto il mondo si rallegra e sorride, ed i Cristiani si danno il bacio fraterno del perdono, e siedono democraticamente ad una mensa comune; ma perchè tutti mangino, il ricco non deve mangiar troppo; onde il Manzoni ci canta:

Sia frugal del ricco il pasto;

Ogni mensa abbia i suoi doni;

E il tesor negato al fasto

Di superbe imbandigioni

Scorra amico all’umil tetto;

Faccia il desco poveretto

Più ridente oggi apparir.

Nel Nome di Maria notasi non pure lo stento dei pensieri, ma ancora un certo stento di parole, non di rado antiquate [11]; il Manzoni si ricordò forse troppo delle nostre antiche Laudi spirituali, e questo riuscì certamente l’Inno più cattolico del Manzoni. Ma il puro Cattolicismo non seppe mai inspirar nulla di grande; e se non si sapesse che il Manzoni non ischerzava mai con le cose sacre, si direbbe in alcune strofe ch’egli, anzi che scrivere un inno originale, volesse parodiare certi poeti classicheggianti. È strano infatti il trovare in una sola poesia manzoniana forme come queste: quando cade il die, invita ad onorarte, d’oblianza il copra, se ne parla e plora, d’ogni laudato esser la prima, in onor tanto avèmo, vostri antiqui Vati, i verginal trofei, nosco invocate. Conviene invece a tutti i Cristiani, siano cattolici, sian protestanti, l’Inno manzoniano della Pentecoste, ossia l’inno dell’amore, l’inno della carità. Il Manzoni sta per uscir dalla tutela troppo opprimente della sua guida spirituale. Egli è arrivato finalmente a riposare non più nel genere, ma in una sua propria specie di fede; ma egli vuole poi esser libero di cantarla come la sente, non vuol più traccie, la traccia egli se la darà questa volta da sè; non teme oramai più il ridicolo, che da principio lo disturbava ed irritava, è arrivato alla calma, anzi a quella pace che il mondo irride, ma non può rapire, e chi ha la pace nell’anima è libero e padrone di sè. Perciò, nel suo Canto della Pentecoste, che appartiene già ad un nuovo ciclo della vita manzoniana, il Poeta ritrova nuovamente sè stesso, tutta la sua originalità, tutta la sua potenza; noi sentiamo risorgere il Manzoni dell’Imbonati, ma rinvigorito, ma più eloquente, ma più sereno e più grande; noi recitiamo commossi la sua magnifica invocazione lirica all’Amore cristiano, perchè si diffonda e si comunichi a tutte le vite, a tutte le età della vita:

Noi t’imploriam; nei languidi

Pensier dell’infelice

Scendi, piacevol Alito,

Aura consolatrice;

Scendi bufera ai tumidi

Pensier del vïolento;

Vi spira uno sgomento,

Che insegni la pietà.

Per te sollevi il povero

Al ciel ch’è suo, le ciglia;

Volga i lamenti in giubilo,

Pensando a Cui somiglia;

Cui fu donato in copia,

Doni con volto amico,

Con quel tacer pudìco,

Che accetto il don ti fa.

Spira dei nostri bamboli

Nell’innocente riso;

Spargi la casta porpora

Alle donzelle in viso;

Manda alle ascose vergini

Le pure gioie ascose;

Consacra delle spose

Il verecondo amor.

Tempra dei baldi giovani

Il confidente ingegno;

Reggi il viril proposito

Ad infallibil segno;

Adorna la canizie

Di liete voglie sante;

Brilla nel guardo errante

Di chi sperando muor.

Dopo queste strofe sacre il Manzoni non ne scrisse altre; egli sentì che non si poteva andare più in su, tutti i dogmi religiosi si riducono finalmente ad una sola parola: amate. Dopo aver cantato l’amore, dopo averlo probabilmente sentito nella sua maggior veemenza, e sotto le varie forme, con le quali nella vita si può amare, il Manzoni stava per espandere liberamente il suo genio giovanile già temprato, e per drizzare il suo proposito virile a segno infallibile. Ma il confessore gli stava ancora presso per ricordargli ch’egli avea dato di sè pubblico scandalo, e che come pubblico era stato lo scandalo, pubblica dovea essere la riparazione [12]. Non bastava che ei fosse diventato cattolico, e che egli avesse composto inni intieramente ortodossi; doveva adoprare tutto il suo ingegno in difesa della religione cattolica. La Chiesa sapeva bene quanto quell’ingegno valesse, e se lo volle appropriare. Al Manzoni fu imposto come penitenza da monsignor Tosi l’obbligo di scrivere le Osservazioni sopra la Morale cattolica. Noi leggiamo con ammirazione nella Vita dell’Alfieri che il grande Astigiano ordinava al suo servitore di legarlo fortemente alla sedia per obbligarsi al lavoro; ma non abbiamo letto senza una grande pietà e confusione, che monsignor Tosi chiudeva in camera Alessandro Manzoni, perchè mandasse innanzi il libro sulla Morale cattolica che non voleva andare avanti. Il fatto ci è assicurato dall’egregio biografo del Tosi, professor Carlo Magenta, il quale scrive precisamente: « Il Tosi, vedendo che quel lavoro procedeva lento, perchè l’Autore era occupato in altri studii, trovandosi a Brusuglio, ad una cert’ora del giorno andava a chiudere il Manzoni nel suo studio, dichiarandogli che non l’avrebbe lasciato escire, finchè non avesse scritto un certo numero di pagine.» Dallo stesso biografo abbiamo appreso con una specie di terrore che il Tosi consigliava il Manzoni a mettere in versi la storia di Mosè ed un lavoro ascetico, di cui ci è rimasta una traccia. Basterà per saggio che io ne riporti l’introduzione: «L’uomo aspira a riposare nella contentezza, ed è agitato dal desiderio di sapere; e, pur troppo, abbandonato a sè stesso cerca la soddisfazione in vani diletti ed in una scienza vana. Oggi ci è dato un Consolatore che insegna. Felici noi, se sappiamo comprendere che l’unica vera gioia e l’unico vero sapere vengono dallo Spirito che il Padre ci manda, nel nome di Gesù Cristo». Come non fremere al pensiero che, se il Manzoni s’imbecilliva in un’opera di tal natura, l’Italia non avrebbe forse mai avuto i Promessi Sposi? E chi sa quante belle pagine de’ Promessi Sposi sono andate perdute per la condanna di quel bravo e sant’uomo, che era monsignor Tosi!

Il signor Magenta ci dice che il Tosi «avrebbe voluto togliere quel brano bellissimo dei Promessi Sposi, in cui il Padre Cristoforo, dopo avere sciolta Lucia, soggiunge quelle commoventi parole che tutti sanno: «Peccato, figliuola? peccato il ricorrere alla Chiesa, e chiedere al suo ministro che faccia uso dell’autorità che ha ricevuta da essa, e che essa ha ricevuta da Dio? Io ho veduto in che maniera voi due siete stati condotti ad unirvi; certo, se mai m’è parso che due fossero uniti da Dio, voi altri eravate quelli; ora non vedo perchè Dio v’abbia a voler separati;» parrebbe che questo passo fosse abbastanza religioso: ma al Tosi non bastava; ei si faceva ancora scrupolo, non avrebbe prosciolto Lucia dai voti, e da cattolico conseguente non poteva permettere che l’Autore del romanzo, posto che Lucia avea fatto voto alla Madonna di non isposar Renzo, li mandasse finalmente insieme all’altare. Ma si trovò, per fortuna, in Milano un altro prete di manica più larga, un altro amico, Don Gaetano Giudici, al quale il Manzoni dava a leggere gli stamponi dei Promessi Sposi, e Don Giudici vedendo che il Manzoni, per obbedienza al confessore, stava già per dar di frego a quelle parole e a parecchie altre pagine, vi si oppose energicamente. Il Manzoni lavorava dunque sotto una duplice censura, l’austriaca e l’ecclesiastica; ed abbiamo tutte le ragioni di credere che, se la prima sacrificò qualche parola, la seconda ci privò di molte belle pagine e chi sa forse d’intieri volumi manzoniani. Non apprendiamo forse dalle lettere del Manzoni al Tosi che questi cercava pure distoglierlo, nel 1824, dal lavoro sulla lingua italiana, al quale il Manzoni fin da quel tempo attendeva, temendo ch’egli vi si affaticasse troppo ed entrasse in polemiche letterarie? Polemiche contro il Sismondi per la difesa del Cattolicismo si potevano fare, e non erano da temersi; il Manzoni dovea invece più tosto riposarsi in un ozio beato ed infingardo, che correre il pericolo di agitare in Italia alcuna nuova questione letteraria che poteva divenir nazionale. Ma io qui mi fermo, per timore di cambiare il mio studio biografico sopra il Manzoni in una specie di processo contro il suo confessore, che, lo ripeto, era uomo di santi costumi, ed aggiungerò ancora di svegliato ingegno e d’animo liberale ed amantissimo della patria; ma i sillogismi cattolici sono terribili e fatali per la loro angustia; chi si rassegna a ragionare in quel dato modo, come l’esemplare delle opere del Voltaire già possedute dal Manzoni, avrebbe potuto indifferentemente sopprimere il genio del Manzoni. Alcune delle lettere di lui al Tosi ci fanno paura; questa per esempio: - « Veneratissimo e Carissimo Signor Canonico. Le rispondo immediatamente, perchè Ella possa assicurare la nota persona che tutto sarà saldato. Io intanto ringrazio vivamente il Signore che ci ha offerto questo fortunato mezzo di propiziazione per noi peccatori, e ringrazio pure di cuore la carità di Lei, del cui Santo Ministero Dio si vale per tutto quel bene ch’io possa fare. Dico senza esitare questa parola, perchè malgrado la mia profonda indegnità sento quanto possa in me operare la Onnipotenza della Divina Grazia. Si compiaccia di pregare il buon Gesù che non si stanchi di farne risplendere i miracoli in un cuore che ne ha tanto bisogno. È inutile raccomandarle il segreto. Si ricordi intanto d’una famiglia che tanto la venera ed ama, e mi tenga sempre Suo umilissimo e affezionatissimo Figlio in Gesù Cristo, Alessandro Manzoni.» - Questo eccesso di umiltà cristiana ci atterra. La lettera allude, senza dubbio, ad una buona azione, a qualche opera di carità, per la quale il futuro Autore di quei bei versi, in cui si raccomanderà di far l’elemosina:

Con quel tacer pudìco

Che accetto il don ti fa,

domanda il segreto. Ma il linguaggio di quella lettera, pur troppo, ci umilia. Per fortuna, il Manzoni stesso reagì da sè medesimo contro quella servitù e contro quell’unzione di linguaggio, per tornare uomo anche col proprio confessore. Si trovano perciò con piacere molte altre lettere, nelle quali il Manzoni scrive al Tosi con molta naturalezza, e si rivela bonariamente qual è, senza prendere ad imprestito alcuno stile d’occasione e di convenienza o di obbedienza; che se il Manzoni solamente cattolico ci faceva l’effetto di un uomo asfissiato, noi ci sentiamo in esse inondare da un aere più spirabile che ci rinfresca e ci rasserena.

Il Manzoni stesso temette, del resto, egli medesimo d’esser preso per più cattolico ch’egli veramente non fosse e non si sentisse, e in un momento di molta, se non ancora di perfetta, sincerità, nei primi giorni dell’anno 1828, se ne confessava candidamente ad una donna, alla poetessa piemontese Diodata Saluzzo Roero, la quale rallegravasi con lui, perch’egli fosse apparso al prete Lamennais di allora «religieux et catholique jusqu’au profond de l’ame». Quell’opinione lo spaventava come eccessiva, e però egli le scriveva: «Egli è vero che l’evidenza della religione cattolica riempie e domina il mio intelletto; io la vedo a capo e in fine di tutte le questioni morali; per tutto dove è invocata, per tutto donde è esclusa. Le verità stesse che pur si trovano senza la sua scorta, non mi sembrano intere, fondate, inconcusse, se non quando sono ricondotte ad essa ed appaiono quel che sono, conseguenze della sua dottrina. Un tale convincimento dee trasparire naturalmente da tutti i miei scritti, se non fosse altro, perciocchè, scrivendo, si vorrebbe esser forti e una tale forza non si trova che nella propria persuasione. Ma l’espressione sincera di questa può, nel mio caso, indurre un’idea pur troppo falsa, l’idea di una fede custodita sempre con amore, e in cui l’aumento sia un premio di una continua riconoscenza; mentre invece questa fede io l’ho altre volte ripudiata e contraddetta col pensiero, coi discorsi e colla condotta; e dappoichè, per un eccesso di misericordia, mi fu restituita (avvertasi la parola restituzione, la quale implica soltanto che vi furono anni, in cui il Manzoni negò o più tosto non custodì bene la fede cattolica, in cui era stato allevato, e diminuisce perciò il merito taumaturgico degli operatori della conversione di lui), troppo ci manca che essa animi i miei sentimenti e governi la mia vita, come soggioga il mio raziocinio. E non vorrei avere a confessare di non sentirla mai così vivamente, come quando si tratta di cavarne delle frasi; ma almeno non ho il proposito d’ingannare, e col dubbio d’aver potuto anche involontariamente dar di me un concetto non giusto, mi nasce un timore cristiano d’essere stato ipocrita, e un timore mondano di comparire tale agli occhi di chi mi conosce meglio». Questa preziosa confessione può ridursi ad una sola formola: dal Manzoni cattolico uscirono, in somma, sole voci di testa; ed ora udremo, se vi piace, le sue più gagliarde e spontanee voci di petto, e vedremo finalmente spiegarsi tutta la singolare originalità del genio manzoniano.

Note

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[1] Per la Francia bastavano in ogni modo quelle del Fauriel, per l'Italia quelle del Foscolo.

[2] Il signor Romussi crede pure che il Torti nella Torre di Capua raffigurasse il Manzoni convertito in Fra Calisto da Firenze:

......rifuggissi alla Scrittura, o quando

S'avvenne al loco, ove il Maestro disse

Che stretto è in quel d'amare ogni comando,

Fu come gli occhi della mente aprisse:

Tutto qui sta (diss'ei) vivere amando,

E amar fu sua scienza fin ch'ei visse;

Di che pur reso in suo sermon potente

Innamorava di ben far la gente.

[3] Anche il Monti, del resto, scrivendo nel 1818 a Giovanni Torti, gli avea detto: «Da chi avete voi imparata l'arte di far versi così corretti, così belli? Fatene di più spessi e crescete la gloria degl'Italiani, il più caldo lodatore della vostra Musa sarà sempre il vostro Monti.»

[4] In quell'anno medesimo il Manzoni aveva composto una Canzone di tessitura classica, in onore delle Nove Muse. Ne ho veduto un frammento non molto felice. Ogni strofa dovea descrivere una Musa.

[5] L'incontro del Manzoni in Parigi con questo illustre poeta danese non fu, di certo, senza risultamenti. Il Bággesen era nato nel 1761 da una povera famiglia; ricevuto gratuitamente all'Università di Copenhagen, diede tosto parecchi saggi del suo valore nel poetare. In età di ventun anno avea pubblicata la prima raccolta de' suoi versi, alla quale, dopo sette anni, era serbato l'onore di una versione tedesca; a ventiquattro anni, usciva il suo dramma Uggiero il Danese, che cadde intieramente dopo la parodia che ne fece l'Heiberg intitolata: Uggiero il Tedesco. Allora il giovine poeta disgustato desiderò lasciare il proprio paese e visitare la Germania, la Svizzera e la Francia; il Duca di Augustemborgo, suo protettore, gliene fornì i mezzi. Il Bággesen viaggiò così fuori di patria per quattro anni, e s'addestrò in questo tempo specialmente nella lingua tedesca, la quale divenne per lui come una seconda lingua. Impromessosi a Berna con una nipote dell'Haller, rientrò per poco in patria, per ripartirne nell'anno 1793 e visitare nuovamente la Svizzera, Vienna e l'Italia. Lo ritroviamo nel 1796 a Copenhagen, aggregato a quel Corpo universitario; ma l'anno dipoi egli s'era già rimesso in viaggio, avea perduto la moglie a Kiel e sposava, in seconde nozze, a Parigi, come più tardi il Manzoni, la figlia di un pastore di Ginevra, con la quale, nell'anno 1798, ritornava in Danimarca. Chiamato a prender parte nella direzione di quel Teatro reale, vi rappresentava un proprio dramma, che fu molto applaudito. Ma, nel 1800, tornava a chiedere un congedo per recarsi a Parigi, dove, dopo avere pubblicato in Amburgo due volumi di poesie tedesche assai maltrattate dai giornali di quel tempo, e il suo poema della Parteneide, scritto pure in tedesco, nell'anno 1806 faceva ritorno a Copenhagen, dove intanto il Rahbez e l'Oehlenschlaeger, coi giovani ammiratori del Goethe e della scuola romantica di Weimar, avevano preso il posto del Bággesen nella simpatia del pubblico. Il nostro poeta ne sentì pena. Volle col suo Labirinto provare di esser anch'esso capace di trattare quel genere di poesia che piaceva ai romantici, ma intanto non si rattenne dallo scrivere una satira contro la moderna scuola, dal pubblicare epigrammi contro i capi romantici, e specialmente contro il Goethe che avea ammirato e certamente molto studiato, come lo prova lo stesso suo dramma Il perfetto Faust, e contro l'Oehlenschlaeger da lui prima molto onorato. Non potendo più esser riguardato come primo fra i poeti della Danimarca, il Bággesen lasciava nuovamente il suo paese nell'anno 1807, e soggiornava ora in Francia, ora in Germania, fino all'anno 1814, scrivendo ora satire ed epigrammi, ora inni d'amore pel suo paese, secondo il suo vario umore poetico. Natura mobile, egli subiva facilmente e mutava impressioni ed idee, in contradizione e lotta continua fra lo spirito romantico ed il classico, fra la fede e lo scetticismo. Il nostro giovane Manzoni, per mezzo del Fauriel, conobbe il Bággesen in Parigi fra gli anni 1806 e 1808, e fu tra i suoi più caldi ammiratori. Il Fauriel non fu amico inutile dei letterati e filosofi, dei quali divenne famigliare; com'egli rivedeva, prima della stampa, gli scritti del Tracy, attirava il Cabanis alle ricerche storiche, come più tardi traduceva e raccomandava ai Francesi le tragedie del suo Manzoni, così, innamoratosi della Parteneide del Bággesen, imprese a tradurla e quasi a rifarla, facendola precedere da una introduzione, ove scriveva il Sainte-Beuve: « A la définition délicate qu'il donne de l'idylle, à la peinture complaisante et suave qu'il en retrace, je crois retrouverà travers l'écrivain didactique l'homme heureux et sensible, l'hôte de la Maisonnette et l'amant de la nature.» Il Fauriel confessava poi che, primo il Bággesen, nella Parteneide, gli aveva dato: «le sentiment des Alpes,» e per questo pregio gli perdonava molte stranezze; il Botta ed il Manzoni parteciparono a quell'ammirazione. Quando nel 1810 il Fauriel pubblicò finalmente la Parteneide in francese, il primo gli scriveva: « Vous avez rencontré des beautés pures et presque angéliques, vous avez été attiré vers elles, vous les avez saisies, vous en avez été pénétré et nous les avez rendues avec le ton et le style qui leur conviennent;» il secondo, come scrive il Sainte-Beuve, « réinstallé à Milan, adressait A Parteneide une pièce de vers allégoriques dans le genre de son Urania, et il semblait se promettre de faire en italien une traduction, ou quelque poème analogue sur ses montagnes. Voici» prosegue il Sainte-Beuve « un passage dans lequel il exprime l'impression vive qu'il ressentit lorsque la belle Vierge lui fut présentée par son second guide, par ce cher Fauriel, qui la lui amenait par la main. Manzoni nous pardonnera d'arracher à l'oubli ces quelques vers de sa jeunesse, ce premier jet non corrigé (non corretto, est-il dit en marge); il nous le pardonnera en faveur du témoignage qu'il y rend a son ami:»

    . . . . . Col tuo secondo duca

Te vidi io prima, e de lo sacre danze

O dimentica o schiva; e pur sì franco.

Sì numeroso il portamento, e tanto

Di rosea luce ti fioriva il volto,

Che Diva io ti conobbi, e t'adorai.

Ed ei sì lieto ti ridea, sì lieta

D'amor primiero ti porgea la destra,

Di sì fidata compagnia, che primo

Giurato avrei che per trovarti ei l'erta

Superasse de l'Alpe, ei le tempeste

Affrontasse del Tuna, e tremebondo

Da la mobil Vertigo e da l'ardente

Confusïon battuto in sul petroso

Orlo giacesse. Entro il mio cor fêan lite

Quegli avversarii che van sempre insieme,

Riverenza ed Amor; ma pur sì pio

Aprivi il riso, e non so che di noto

Mi splendea ne' tuoi guardi, che Amor vinse,

E m'appressai sicuro. E quel cortese,

Di cui cara l'immago ed onorata

Sarammi, infin che la purpurea vita

M'irrigherà le vene, a me rivolto,

Con gentil piglio la tua man levando,

Fêa d'offrirmela cenno. Ond'io più baldo

La man ti stesi.

Mi piace ora aggiungere che Parteneide rispose al Manzoni, in lingua tedesca, per bocca dello stesso Bággesen in una poesia intitolata precisamente: Parthenais au Manzoni, la quale si legge nella quinta parte delle Poesie del Bággesen  pubblicate  dal  figlio  del  poeta  a  Lipsia  nell'anno  1836. Una nota dice: « Questa poesia si fonda sul fatto che dopo che il Fauriel ebbe tradotta la Parteneide in francese, il Bággesen ricevette dal Manzoni la promessa ch'egli l'avrebbe tradotta in italiano. La traduzione francese è in prosa; il Manzoni si proponeva di adoperare la terza rima. Non sappiamo per quali motivi il lavoro non sia poi stato seguito.» Debbo questa notizia alla cortesia del signor Kr. Arentzen, autore di un pregiato lavoro biografico sopra il Bággesen pubblicatosi di recente in lingua danese. Il signor Arentzen ebbe pure la bontà di trascrivermi gli esametri tedeschi del Bággesen diretti al Manzoni. Anche in essi come nel poema della Parteneide, egli si cela sotto il nome di Nordfrank, il poeta viaggiatore. Parteneide parla e dice come, guidata dal Bággesen, ella visitò la regione del Nord, guidata dal Fauriel la regione dell'Occidente; l'amicizia del Fauriel, essa dice, mi è cara, come quella di Nordfrank. Si compiace in tale compagnia, quando sente un dolce richiamo verso il Mezzogiorno; le par di sognare, le par di viaggiare verso un mondo incantato, e stende la mano al nipote di Dante, del Tasso e del Petrarca, all'amico del Fauriel e del Bággesen, al simpatico Manzoni:

Ach! und ich ahne dass mildere Duft and sanftere Tüne

Wonniger noch mit der blühenden Gluth lebhafterer Farben

Würden umwehn und vollenden den Schmück, wenn irgend ein Enkel

Dantes', Tasso's oder Petrark's mit gönnte der Bildung

Blümenkron, geflückt in des jungfraubeiligen Maro's

Muttergefild. O reichte die Hand mir Fauriel's Freund und

Nordfranks! Liebe zuletzt noch lernte, holder Manzoni!

Hold sunt Erröthen Dir schon die freundschaftseliger Jungfrau.

Questi due versi sembrano lasciar capire che al Bággesen fosse noto che nel tempo in cui il Manzoni tornato in Lombardia si preparava a tradurre la Parteneide (1807), per la prima volta conoscesse veramente l'amore, nel suo incontro con un'altra Vergine, la giovinetta Blondel, che divenne, poco dopo, sua moglie e che ciò possa essere, lo confermerebbe pure la seguente nota che troviamo nel caro libriccino dello Stoppani: I primi anni di Alessandro Manzoni, pag. 234: «I versi pubblicati di preferenza dal Sainte-Beuve, perchè gli tornavano bene ad illustrare il suo soggetto, sento ora con piacere che esistono fra le carte del Manzoni, preceduti da pochi altri che formano il principio del Carme, e seguiti da un numero maggiore che ne costituiscono come il corpo, sia questo o non sia del tutto compiuto.» Chi mi dà questa notizia aggiunge che, dopo aver letti quei versi, glien'è rimasta l'impressione che il Manzoni abbia cominciato il suo Carme col richiamo della Vergine ideale della Parteneide, per dire in seguito, come infatti dice, che egli ha trovato in Italia, sul colli orobii, una Vergine a lei somigliante. Sarebbe poi sua opinione che questa seconda Vergine del Manzoni non fosse ideale, ma reale, molto probabilmente la stessa Enrichetta Blondel, che fu poi sua sposa, o che egli deve aver conosciuta la prima volta da vicino, o presso i di lei zii Mariton in una lor villa, nelle vicinanze di Bergamo. Ad ogni modo non sarebbe questo Carme, secondo lui, quel lavoro, a cui allude il Sainte-Beuve, che il Manzoni sembrava promettersi di fare in italiano, perchè un poemetto sul gusto di quello di Bággesen il Manzoni diceva di averlo fatto realmente in ottava rima, e alcune stanze le recitava, anche in questi ultimi anni, a chi l'accompagnava nella passeggiata. Sfortunatamente questo poemetto non si trovò fra i suoi scritti, e pare indubitato che egli l'abbia consegnato alle fiamme.

La stessa Vergine ci descrive finalmente il Poeta in un'Ode giovanile, della quale citerò te strofe più espressive. Il Poeta, ancora irretito nelle immagini mitologiche, ci assicura che la sua fanciulla gli apparve la prima volta in forma somigliante a quella della dea Cinzia. Crediamogli sulla parola, e compiacciamoci ora nel veder partitamente descritte le qualità esteriori della sedicenne sposa sperata dal Manzoni, la quale dovea poi aver tanta parte, per quanto destramente dissimulata, nell'arte sua:

Tal prima agli occhi miei,

Non ancor dotti d'amorose lagrime,

Appariva costei,

Vincendo di splendor l'emule vergini

Per mover d'occhi dolcemente grave

E per voce soave.

Dagl'innocenti sguardi,

Che ancor lor possa e gli altrui danni ignorano,

Escono accesi dardi;

Non certi men, nè di più lieve incendio,

Se dal fronte scendendo il crine avaro

Lor fa lene riparo;

Oh qual tutta di nuove

Fatali grazie ride allor che l'invido

Crin col dito rimove:

E doppio appresta di beltà spettacolo

Sul fronte schietto, trascorrendo lieve

Con la destra di neve.

Nè tacerò la bella

Bocca gentil, fonte di riso ingenuo

E di cara favella;

E in cui prepara, ahi, per chi dunque! Venere

I casti baci e le punture ardite

E le dolci ferite.

Non giova al Poeta il suo proposito, fatto nel Carme per l'Imbonati, di voler seguire la dottrina di Zenone; l'Amore lo ferì; egli è invitato ad amare e a cantare d'amore, quando per l'appunto ben più alti soggetti e più fieri gli occupavano la mente; Amore non vuole, egli esclama:

. . . . .  ch'io canti rossa

Di sangue Italia, onde ancor pochi godano;

Nè di plebe commossa

Le feroci vendette ed i terribili

Brevi furori, e i rovesciati scanni

Dei tremanti tiranni.

Il Poeta, come nell'Urania, cede alle grazie di Venere, e, per essa, lascia le cure della politica. Notiamo ora questa sua prima confessione poetica, perchè essa ci potrà aiutare, in appresso, a comprender meglio le sue tragedie ed il suo romanzo, e a scusare, in parte, il Manzoni della poca parte attiva ch'egli prese con la sua persona alle vicende politiche Italiane, alle quali diede pure co' suoi proprii scritti pieni d'efficacia educativa una spinta così gagliarda.

[6] « L'histoire de la conversion de Manzoni (scrive il compianto Loménie) est diversement racontée; suivant quelques-uns, la première pensée en serait venue au poëte dans le voyage à Paris dont je viens de parler. Au milieu d'une conversation où le Catholicisme n'était pas épargné, une personne se serait tout-à-coup écriée «Et moi, je crois!» Et ce cri d'un homme avouant sa foi au milieu des sarcasmes de l'incrédulité aurait été pour Manzoni le signal d'une révolution intellectuelle. Suivant d'autres, l'écrivain milanais, marié avec une protestante en haine de la croyance catholique, aurait été conduit par elle et avec elle au Catholicisme. Un écrivain (M. Didier) qui a publié, dans la Revue des Deux Mondes de 1831, un article sur Manzoni, et qui raconte ce dernier fait, ajoute: «On aimerait que de telles démarches fussent spontanées et procédassent moins de circonstances accidentelles que d'une volonté libre et solitaire.» Le même écrivain semble reprocher a la détermination de Manzoni d'être l'effet «d'une influence de foyer beaucoup plus que le résultat logique et volontaire d'une argumentation personnelle et indépendante.» Je crois ce reproche mal fondé, et le fait sur lequel il repose inexact. Je ne sais pas au juste toutes les circonstances qui ont précédé et occasionné, de près ou de loin, la conversion de Manzoni, mais je sais que ce fait est bien le résultat logique et volontaire d'une argumentation personnelle et indépendante; car, durant la temps où Manzoni, revenu de Paris à Milan, flottait avec inquiétude entre le scepticisme et la foi, il écrivait à Paris, à un ami, des lettres où il peint l'état de son esprit, et où il s'annonce comme absorbé par l'examen d'une question à ses yeux la plus importante de toutes. Cette situation de doute et d'examen se prolonge fort longtemps; il est naturel de penser que cette résolution a été prise en connaissance de cause. Il n'est pas exact non plus que Manzoni ait épousé une protestante en haine de la croyance catholique. A son retour a Milan il se maria, très-jeune lui-même, avec une jeune personne de seize ans, mademoiselle Henriette Blondel, fille d'un Génevois établi à Milan, et qui était en effet protestante; mais il l'épousa, non parce qu'elle était protestante, mais parce qu'elle était fort intéressante, parce qu'il l'aimait beaucoup, et que sa mère désirait qu'il n'épousât pas une Milanaise. De plus, si mes renseignements sont exacts, loin d'avoir été conduit au Catholicisme par sa femme, ce serait lui au contraire qui aurait décidé l'abjuration de cette dernière.» Vogliono, come dissi, che il Padre Degola giansenista, ed il Padre Grégoire abbiano avuto il primo merito come catechisti del neo-cattolico; venuto poi ad abitar nuovamente in Lombardia, il giansenista monsignor Tosi, divenuto confessore del giovino Poeta, compì, a poco a poco, il preteso miracolo, con tanto maggiore efficacia, in quanto egli conformava interamente la propria vita ai precetti religiosi che insegnava. - Tra le opere che formavano parte della libreria del Manzoni a Brusuglio, vi era un magnifico Sant'Agostino in undici volumi, con qualche postilla autografa. Le Confessioni di Sant'Agostino dovettero offrire materia di lunga meditazione al neo-cattolico Manzoni. Il professor Magenta è persuaso che la vera conversione del Manzoni sia stata operata dal Tosi, e noi lo crediamo tanto più facilmente, in quanto riconoscendo che nel Tosi vi erano le doti d'un santo, e che dal lato morale egli dovette fare un gran bene al Manzoni, pel rigore del suo Giansenismo, per l'angustia de' suoi sillogismi religiosi minacciò pure di soffocarne l'alto ingegno creatore. Il professor Magenta, al quale avevo domandato qualche schiarimento sul contenuto di certe lettere confidenziali da lui omesse nella stampa dell'importante suo libro relativo al Tosi, egli, dichiarando di non potermene dare, si distende nuovamente nelle lodi di monsignor Tosi, ed io credo mio dovere riferir qui le sue proprie parole: «Non s'esagera dicendo che (il Tosi} dominava l'animo del grande scrittore. Non pare vero che nessuno del biografi del Manzoni abbia mai parlato del vescovo Tosi, vero tipo di sacerdote, al quale il Manzoni professava una venerazione che non aveva limiti. Lo Sclopis, il Ferrucci e lo Zoncada, per citare alcuni nomi, mi scrissero che, dopo il mio libriccino, l'origine del ritorno del Manzoni al Cattolicismo non è più dubbia per loro; nè so se a lei paia così. In quanto a me le dirò che la mia persuasione è profondissima, persuasione che cavai anche dai tenore di talune lettere della Blondel che io aveva già stampate, e che, per ragioni che debbo tacere, levai dai torchi. L'eccesso delle dottrine volteriane, gli avvenimenti politici, la nativa temperanza e la grande dirittura di mente del Manzoni, tutto cospirava ad apparecchiare un'atmosfera morale, in cui fosse a lui facile di ricevere l'influenza d'un uomo ch'era altrettanto pio, quanto largo d'idee. Ho ragione di credere che la Curia Romana avesse ingiunto al Tosi di stampare una ritrattazione dell'illustre Tamburini, quando questi si trovava sul letto di morte; ma il venerando Vescovo di Pavia, pigliando tempo, riuscì a sottrarsi all'odioso ufficio. Una vita così immacolata, così caritatevole, così forte, umile e liberale ad un tempo, doveva esercitare un fascino sullo spirito del Manzoni, spirito de' più larghi anche in fatto di religione che sieno mai stati al mondo.» Noi conveniamo solamente in parte in questa ammirazione; noi crediamo che il Tosi ed il Manzoni, per natura, avessero ingegno ed animo largo; ma in quanto si proponevano di voler riuscire cattolici, esclusivamente cattolici, divenivano intolleranti. Quando giudicavano senza preconcetti cattolici, giudicavano bene, e liberalmente. Nella bella e lunga lettera che il Manzoni diresse da Parigi al Tosi sopra la questione religiosa, si trovano alcuni giudizii larghi che fanno onore a chi li proferiva e a chi gli ascoltava. La conclusione tuttavia è che noi in Italia dobbiamo essere contenti del nostro buon clero e della credulità del nostro volgo, ed una tale conclusione agghiaccia tutto il nostro entusiasmo: «Chi può dissimularsi gl'inconvenienti che esistono fra di noi? ma non v'è stato di guerra, perchè non ci son quasi protestanti; ma v'è una classe di buoni preti, i più dei quali potrebbero, è vero, senza danno, essere un po' più dotti, ma i quali per lo più hanno uno zelo sincero per la religione non mista di altre teorie, e una buona classe di fedeli che sono cristiani di cuore, e che non credono ad altri dogmi che ai rivelati.»

[7] La vita del Manzoni in quegli anni ci è così  descritta  dal  Sainte-Beuve: « Nel 1808 si ammogliava. Occupavasi d'agricoltura e d'abbellire la sua villa di Brusuglio presso Milano; poi tornava in Francia a rivedere gli amici della Maisonnette: e dava il Fauriel per padrino alla sua primonata, imponendole i nomi di Giulietta-Claudina. Così passava i giorni tra la famiglia, le piante ed i versi; e questi tenean forse l'ultimo posto. Il Mustoxidi scriveva da Milano al Fauriel: « Alessandro e gli altri della famiglia godono salute, e spesso vi ricordano. Tutto dedito alle cure domestiche, mi pare che s'allontani troppo di frequente dalle Muse, le quali pur gli furono liberali di santi favori (20 dicembre 1811).» Ma il Manzoni non s'allontanava forse dalla poesia quanto pareva; essa doveva tornare a lui, di lì a qualche tempo, ricca di nuovi e più santi gaudii. Dato alla famiglia come il Racine, sebbene forse un po' troppo presto convertito verso il 1810 alle idee religiose e alla pratica cristiana, padre, sposo, amico, davasi tutto, con animo pacato, ai più ordinati sentimenti, prendeva i costumi e gli abiti più puri e naturali; pareva vi si seppellisse. Non temete! L'immaginazione saprà trovar la sua strada; essa rimane sempre viva in certe anime ardenti insieme e delicate. Egli era di quelli, nel quali dovea verificarsi il bel motto proferito dal Fauriel nei loro primi colloquii: « L'immaginazione, quando s'applica alle idee morali, cogli anni, anzichè raffreddarsi, si fortifica e raddoppia d'energia.» Il Manzoni adunque in que' tempi occupavasi pur sempre di poesia, se non per farne, almeno per godere di tutto ciò che ne forma l'oggetto, e la parte migliore. Se l'architettura e i disegni di ville degni del Palladio parevan qualche volta dominare soverchiamente nelle sue fantasie, l'agricoltura e i suoi piaceri innocenti gli sorridevano più tranquillamente in mezzo a quella quiete. Il Fauriel inviavagli di Francia gran copia di scelte semenze, che riempivano i desiderii dell'amico cadendo su terra ubertosa; e i bachi da seta soprattutto e i gelsi erano la sua grande faccenda sul fine di maggio, come la trattura della seta. Un giorno, nei primi momenti della sua andata in campagna, uno sciame di api venne a stabilirsi nel suo giardino, proprio sotto i suoi occhi, quasi per dar pascolo di piaceri e studii classici a questo figliuol di Virgilio. Erano gioie sì pure, che la poesia non poteva esser lontana.» Fin qui il Sainte-Beuve. - Ho veduto due opere d'agricoltura, del Re e del Lastri, con postille autografe del Manzoni. La lettera del Manzoni al Grossi che pubblicai nella Rivista Europea, ed uno scritto pubblicato dai signor Galanti nella Perseveranza sopra il Manzoni agronomo, provano chiaramente che egli era non solo molto appassionato, ma anche intelligentissimo delle cose agrarie. Sappiamo pure ch'egli s'occupava a Brusuglio di bachicoltura; e non ci deve perciò recar meraviglia, sebbene possa parere un po' tirata, la similitudine che troviamo ne' Promessi Sposi, quando Don Gonzalo, per risovvenirsi dell'affare di Lorenzo Tramaglino, un filatore di seta come il Manzoni, che ha dimenticato «al campo sopra Casale, dov'era tornato, e dove aveva tutt'altri pensieri, alzò e dimenò la testa, come un baco da seta, che cerchi la foglia.» - Poichè abbiamo ora sorpreso il Manzoni in casa sua, dirò pure che egli non solo leggeva i proprii libri, ma che li postillava quasi sempre, mettendosi volentieri in dialogo con l'autore da lui letto; ebbi in mano alcuni de' suoi libri postillati: uno di essi che posseggo è il seguente; La théorie del'Economie politique fondée sur les faits résultants des statistiques de la France et da l'Angleterre, par M. Ch. Ganilh: Paris, 1815. Nel secondo volume si trovano sei postille. Credo che possa destare qualche curiosità il vedere in qual modo il Manzoni leggeva e intendeva e criticava un libro di economia politica. Alla pag. 249 l'Autore scrive: « Comme l'on ne peut consommer habituellement les produits de l'étranger, qu'autant qu'on peut en payer la valeur en produits indigènes, il s'ensuit évidement que la consommation des produits indigènes est de la même valeur; et ce qu'il ne faut pas perdre de vue, c'est que, sans la consommation des produits exotiques, l'équivalent en produits indigènes n'aurait pas existé. L'effet nécessaire de la circulation des produits étrangers dans un pays, quand ils sont d'une nature différente de celle des produits nationaux, est donc d'accroître ces produits, de favoriser l'industrie particulière de chaque peuple, etc.» Il lettore Manzoni riproduce in margine lo stesso passo con una breve omissione e con alcune proprie aggiunte, che segneremo in corsivo: «Comme l'on ne peut consommer, habituellement ou non, les produits de l'étranger (qu'ils soient ou non d'une nature differente de celle des produits nationaux) qu'autant qu'on peut en payer la valeur en produits nationaux, il s'ensuit évidemment que la consommation des produits exotiques, quelle que soit leur nature, nécessite la production d'une quantité de produits indigènes de la même valeur. L'effet nécessaire de la circulation des produits étrangers dans un pays, même quand ils sont de même nature que les produits nationaux, est donc d'accroître ces produits, de favoriser l'industrie particulière de chaque peuple, etc.»

L'Autore ripiglia: «Enfin les peuples, en se refusant à la circulation de leurs produits identiques, me semblent avoir rempli parfaitement les intentions de la nature, et s'être conformés strictement à ses lois bienfaisantes. La circulation des produits identiques ne peut s'établir et se maintenir que par la concurrence, qui excite parmi les concurrens l'envie, la haine, et toutes les passions anti-sociales». Il Manzoni è pronto a ribattere: «Oh prodige d'irréflexion! Il ne s'est pas souvenu que la concurrence est tout naturellement établie entre les fabricants et les débitants de produits identiques dans un même pays. Pour la prévenir, il faudrait qu'il n'y eût, par exemple, qu'un seul cordonnier en France

Alla pag. 221, il Ganilh scriveva; «On chercherait inutilement, par la pensée, un seul cas où un individu quelconque pût être offensé ou affligé de voir, dans le marché de sa localité, des produits différens de ceux de son sol et de son industrie.» Il Manzoni, che ama la precisione, scrive in margine, con la solita arguzia: « Il n'a pas observé qu'il y a des produits de nature différente, et qui servent aux mêmes usages. Ainsi un individu quelconque qui fabriquerait des étoffes de laine ou de fil, pourrait être fort bien offensé ou affligé de voir apparaître pour la première fois sur son marché des étoffes de soie; un fruitier de voir pour la première fois arriver des oranges, etc.»

A pag. 222, l'Autore dice d'un'imposta che è a danno dei produttori e dei consumatori, ma torna a beneficio dello Stato: il Manzoni annota maliziosamente: «Il faut donc entendre un État duquel sont exclus les consommateurs et les producteurs.» A pagina 224, il Ganilh si pronuncia contro la libertà sconfinata del cambio, che « tend a soumettre toutes les industries particulières a l'industrie du peuple le plus industrieux, toutes les aisances nationales a la richesse du peuple le plus riche.» Il Manzoni, logico implacabile, interrompe questo slancio di eloquenza protezionista, osservando che il popolo più ricco vende « mais a condition que ceux qui lui achètent ne s'appauvriront pas; car autrement il ne pourrait plus leur vendre.»

Alla pag. 292, l'Autore sconsiglia i trattati di commercio con la Cocincina; l'Europa comprerebbe dalla Cina che, alla sua volta, non farebbe acquisto dei prodotti dell'Europa. Il Manzoni obbietta: «Inconcevable! Il ne voit pas que si l'Europe achetait le sucre de la Cochinchine, celle-ci aurait le moyen d'acheter les produits du sol et de l'industrie de l'Europe: car, sans cela que ferait-elle des 125 millions (supposés) que l'Europe lui enverrait? Il ne voit pas que 125,000,000 importés tous les ans et jamais rendus embarrasseraient autant un pays que la même somme exportée annuellement et jamais remplacée. Au reste, il suppose que la Cochinchine pourrait fournir du sucre pour la consommation entière de l'Europe, etc., etc.»]

[8] « Au sortir (scrive il Loménie) d'une conversation avec une personne fort distinguée qui a vécu dans l'intimité de Manzoni, et qui, après m'avoir raconté en quelques mots sa vie assez dénuée d'incidents pittoresques, avait excité au plus haut point mon intérêt en me parlant longuement du caractère et des habitudes du poëte milanais, dans le but de me prouver que Manzoni était, suivant l'expression du narrateur, tout ce qu'il y a de moins homme de lettres, je m'en allais cherchant parmi les hommes de lettres de notre pays et de notre temps quelque poëte célèbre, doué d'une modestie plus grande encore que son talent, d'une piété aussi sincère qu'éclairée, sans affectation comme sans intolérance; quelque nature riche à la fois d'élévation, de finesse, d'ingénuité et d'abandon; quelque caractère reste simple, honnête et bon, malgré les séductions du génie et les corruptions de la gloire; quelque chose enfin qui pût m'aider à comprendre et faire comprendre Manzoni au lecteur par la comparaison. J'étais un peu embarrassé, quand j'eus l'idée de rétrograder de deux siècles, et de relire les Mémoires que le fils de Racine nous a laissés sur la vie de son père. J'avais trouvé mon affaire. - Et ce n'est pas seulement par le côté moral qu'il (Manzoni] ressemble á Racine; ce n'est pas seulement parce qu'il s'est renfermé très-jeune encore dans ces jouissances paisibles et pures d'époux, de père et de chrétien, qui firent le bonheur de Racine après Phèdre, depuis son mariage jusqu'à sa mort; ce n'est pas seulement parce qu'il a de Racine, avec la simplicité des goûts, une légère teinte de causticité tempérée par le sentiment religieux qui charme dans maintes pages du beau roman des Fiancés, comme elle se fait jour dans la comédie des Plaideurs; ce n'est pas seulement parce qu'il abhorre franchement, comme Racine, tout entretien relatif à lui-même et à ses productions littéraires, que l'auteur de Carmagnola et d'Adelchi peut, sous plusieurs rapports, être comparé à l'auteur d'Esther et d'Athalie. Ces deux hommes représentent à la vérité dans l'art dramatique deux systèmes bien différents; mais, de tous les dramaturges de l'école dite romantique, je n'en connais point qui, par la délicatesse du sentiment moral, le fini et la distinction de la forme, se rapproche autant que Manzoni du plus pur, du plus élégant, du plus harmonieux représentant de la tragédie classique. Offrant dans leur caractère, dans le tour de leur inspiration, et dans la physionomie générale de leurs œuvres, je ne sais quel air de famille qui perce à travers la différence des idées, des pays et des temps, ces deux poëtes présentent encore une certaine analogie au point de vue biographique. Des deux côtés c'est la même vie honnête et simple, plus calme, plus solitaire, plus indépendante chez Manzoni, garantie plus tôt des orages du cœur par la croyance religieuse et les chastes douceurs d'un mariage heureux, moins affairée que celle de Racine, moins mélangée de soucis mondains et de devoirs de cour, mais également marquée par une double période d'inquiétude dans le doute et de repos dans la foi.»

[9] Gli argomenti dovevano esser questi: Il Natale, L'Epifania, La Passione, La Risurrezione, L'Ascensione, La Pentecoste, Il Corpo del Signore, La Cattedra di San Pietro, L'Assunzione, Il Nome di Maria, Ognissanti, I Morti.

[10] Il pubblico italiano non s'accorse degl'Inni Sacri, se non dopo pubblicato il Cinque Maggio. Quando, nel 1817, Carlo Mazzoleni indirizzava per essi complimenti al Manzoni, questi gli rispondeva: «Io non so quali grazie rendervi per le lodi, colle quali mi fate animo a proseguire questi lavori. Se io non dovessi attribuirle in gran parte alla indulgente vostra amicizia, mi leverei davvero in superbia; ma ad ogni modo l'indifferenza del pubblico mi farà stare a segno.» Quando il Manzoni era forse ancora contento degl'Inni Sacri usciti di fresco da un parto molto laborioso, il pubblico non se ne volle accorgere; quando il pubblico se ne accorse e se ne contentò, chi non era più contento degl'Inni Sacri era il Manzoni stesso.

[11] In Milano si conservano alcune strofe dello stesso componimento, non più felici, che lo stesso Poeta tolse via, nel momento di stamparlo.

[12] Dopo la morte del Manzoni, fu raccontato che il grand'uomo un giorno a chi lo ringraziava del bene ch'egli avea fatto, rispose commosso: « Senta, se c'è un nome che non meriti autorità, questo nome è il mio. Lei forse non sa che io fui un incredulo e un propagatore d'incredulità e con una vita conforme alla dottrina, che è il peggio. E se la Provvidenza mi ha fatto vivere tanto, è perchè mi ricordi sempre che fui una bestia e un cattivo.» Il Manzoni evidentemente, per eccesso di umiltà cattolica e d'immaginazione, si calunniava, esagerando la propria giovanile empietà e gli stravizii della sua vita di studente.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011