ANGELO DE GUBERNATIS

STUDIO BIOGRAFICO

su

ALESSANDRO MANZONI

Letture fatte alla Taylorian Institution di Oxford

nel maggio dell’anno 1878

notevolmente ampliate

Edizione di riferimento:

Alessandro Manzoni, Studio biografico di Angelo de Gubernatis, ed. Successori Le Monnier, Firenze, 1879

Seconda parte

dal Capitolo VIII al Capitolo XI

abababbaba

VIII.

Il Manzoni e Vincenzo Monti [1].

Il professore Stoppani narra un aneddoto, secondo il quale il giovinetto Manzoni sarebbe stato corretto dal vizio del giuoco, per un solo affettuoso rimprovero che gli fece Vincenzo Monti. «Il così detto Ridotto del Teatro alla Scala» era allora precisamente un ridotto di biscaiuoli. L’inesperto Alessandrino si era lasciato prendere all’esca, confessando egli stesso più tardi che si sentiva già fortemente invasato da quella terribile passione, che può in brev’ora trasformare un amoroso padre di famiglia in un parricida, e in suicida un giovine morigerato. Una sera Alessandro Manzoni sedeva al banco dei giuocatori. Tutto a un tratto si sente leggermente battere sopra la spalla. Voltosi indietro, si trovò in faccia lo sguardo affascinante di Vincenzo Monti, il quale gli disse queste semplici, ma gravi parole: «Se andate avanti così, bei versi che faremo in avvenire!» Dopo di quella sera il Manzoni, quantunque, per avvezzarsi a contemplare lo spettacolo del vizio, senza lasciarsene signoreggiare, abbia continuato di proposito, per un altro mese, a frequentare ogni sera il Ridotto, non giuocò più. Ma il giovinetto che nel bollore degli anni primi aveva potuto cedere egli stesso all’impeto di qualche passione infelice, non tardò ad acquistare non pure tra’ suoi compagni, ma presso il proprio maestro, una singolare e veramente straordinaria autorità come consigliere sapiente. Onde, per esempio, quando il Monti, che apparteneva forse più di ogni altro poeta all’irritabile genus, entrò in lunga briga col mediocre letterato e poeta De Coureil e sostenne contro di lui un’acerba polemica letteraria, gravemente ammonito per lettera dal giovine suo discepolo che quello scandalo gli avrebbe fatto gran torto e diminuito quel prestigio che il Monti aveva sperato invece di accrescere rispondendo al De Coureil, il maestro ne rimase così colpito, che ne fece motto in una sua lettera del 6 febbraio 1805, diretta ad Andrea Mustoxidi, dandogli facoltà di pubblicare, se lo credeva utile, la lettera del Manzoni consigliatrice del partito più ragionevole, se pure non era il più piacevole all’amor proprio ferito del poeta-storiografo delle Alfonsine [2].

Ma nel 1805, conviene pur dirlo, il Manzoni era già lontano da quel primo entusiasmo, col quale quindicenne, nel Trionfo della libertà, ammirando più che altro la gloria di colui che chiamavano allora il Dante ringentilito, egli aveva glorificato e difeso contro i suoi detrattori il suo maestro Vincenzo Monti. Questo magnifico ed enfatico elogio del Monti fatto dal giovinetto Manzoni merita di venir riscontrato col famoso iperbolico epigramma, col quale ei lo piangeva morto, dopo ventott’anni:

Salve, o Divino, cui largì natura

Il cor di Dante e del suo Duca il canto;

Questo fia ’l grido dell’età ventura,

Ma l’età che fu tua tel dice in pianto.

Piacque al giovine Manzoni la gloria del suo maestro, ed è ben chiaro dal fine del saluto del nostro mirabile giovinetto al Monti, ch’egli sperava già o ardeva, almeno, del desiderio di acquistarne una simile:

Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi

Fai de’ tuoi carmi e trapassando pungi

La vil ciurmaglia che ti striscia ai piedi.

Tu il gran cantor di Beatrice aggiungi

E l’avanzi talor; d’invidia piene

Ti rimiran le felle alme da lungi,

Che non bagnâr le labbia in Ippocrene,

Ma le tuffâr ne le Stinfalie fogne,

Onde tal puzzo da’ lor carmi viene.

Oh limacciosi vermi! Oh rie vergogne

De l’arte sacra! Augei palustri e bassi;

Cigni non già, ma corvi da carogne.

Ma tu l’invida turba addietro lassi

E, le robuste penne ergendo, come

Aquila altera, li compiangi e passi.

Invano atro velen sovra il tuo nome

Sparge l’invidia, al proprio danno industre,

Da le inquiete sibilanti chiome;

Ed io puranco, ed io, vate trilustre,

Io ti seguo da lunge, e il tuo gran lume

A me fo scorta ne l’arringo illustre.

E te veggendo su l’erto cacume

Ascender di Parnaso, alma spedita,

Già sento al volo mio crescer le piume.

Forse, ah che spero? io la seconda vita

Vivrò, se alle mie forze inferme e frali

Le nove suore porgeranno aita.

Notiamo presso quell’ambizioso io, vate trilustre, quel prudente, ma non meno ambizioso forse tutto manzoniano, messo innanzi al vivrò immortale che ci prenunzia già l’Autore del Cinque Maggio predestinato a sciogliere all’urna del primo Napoleone un cantico

Che forse non morrà.

Quando il Manzoni scrive, nell’anno 1803, al Monti, lo fa già in un tuono di una certa famigliare baldanza che rivela la poca soggezione, e gli dà del voi. Il Monti invitato a dir la sua opinione sopra l’Idillio del Manzoni, gli risponde lodandolo sinceramente, facendo i migliori augurii al giovinetto e dicendogli finalmente: «Io non sono da tanto da poterti fare il dottore.» Fra maestro e discepolo un tale linguaggio colpisce. Nella risposta del Monti, il maestro dice che egli ha incominciata la stampa del Persio. Nel marzo dell’anno 1804, il Manzoni si trovava a Venezia e scriveva di là al suo amico Pagani, studente di giurisprudenza a Pavia; nella sua lettera è una parola impaziente contro il Monti, che può già dimostrare la scaduta riverenza del discepolo. «Se Monti (egli scrive) vuol mandarmi il Persio, lo faccia avere, nel nome di Dio, a mio padre, a Milano.» Questi indizii mi bisognava raccogliere per ispiegare non pure la vivacità del battibecco letterario che nacque dipoi fra i Manzoniani e i Montiani sopra l’argomento della mitologia nella poesia moderna, ma ancora per illustrare qualche passo del Carme In morte dell’Imbonati.

Il giovine Poeta rammentando l’indegna educazione ed istruzione ch’egli avea ricevuta specialmente nel Collegio de’ Nobili, non rattiene, com’è ben noto, il proprio sdegno, e lo sfoga in una forma intemperante che non si trova poi più in alcun altro suo scritto; ed accennando in particolare ad un maestro di poesia che lo disgustò, dice che da lui si rivolse, invece, agli antichi poeti:

Questa

Qual sia favilla, che mia mente alluma,

Custodii com’io valgo e tenni viva

Finor. Nè ti dirò com’io, nodrito

In sozzo ovil di mercenario armento,

Gli aridi bronchi fastidendo, e il pasto

Dell’insipida stoppia, il viso torsi

Dalla fetente mangiatoia, e franco

M’addussi al sorso dell’ascrea fontana;

Come, talor, discepolo di tale,

Cui mi sarìa vergogna esser maestro,

Mi volsi ai prischi sommi, e ne fui preso

Di tanto amor, che mi parea vederli

Veracemente e ragionar con loro.

Qui mi arresta un dubbio assai penoso. Chi fu mai codesto maestro, da cui il Manzoni, sentendo vergogna di lui, si diparte per correre ad inspirarsi direttamente presso i poeti antichi?

Io so bene che, a questo punto, qualche amico discreto mi raccomanderà discrezione, invitandomi a passar oltre, a non arrischiar congetture che potrebbero riuscir vane ed ingiuriose. Ma passar oltre vuol dire o non capire o non voler capire. E se noi contemporanei ci contentiamo di leggere così il primo fra i nostri scrittori viventi, come potranno sperare d’intenderlo meglio quelli che verranno dopo di noi? So bene che il vivente discepolo del vecchio Vincenzo Monti, l’illustre Andrea Maffei, il quale ricorda pur sempre come, dopo l’anno 1820, il Manzoni visitasse spesso il Monti infermo, come nel mandargli la cantafera de’ suoi Promessi Sposi glieli raccomandasse affettuosamente [3], come lo encomiasse morto con lodi iperboliche, non farà buon viso alla nostra congettura; ed essa ripugna pure vivamente a me stesso, come ripugna, per dire il vero, ogni maniera o specie d’ingratitudine. Ma io non posso tacere che corsero parecchi anni, ne’ quali il Manzoni ed il Monti apparvero veramente come avversarii; la storia letteraria ha i suoi diritti, e, per quanto c’incresca vedere il Manzoni, che aveva egli stesso fatto grande abuso, ne’ primi suoi studii poetici, della mitologia, divenirci aperto derisore del Monti che volea mantenerla in onore, e colpirlo direttamente con l’Ode satirica intitolata: L’ira d’Apollo, ove, con nuova malizia, s’imita pure lo stile cancelleresco della Polizia austriaca, quale era adoprato allora da un poeta da strapazzo, Pietro Stoppani di Beroldinghen, e da un giornalista venduto, il Pezzi, grandi lodatori entrambi di Vincenzo Monti divenuto buon servitore dell’Austria, il Manzoni, che giovinetto avea molto ammirato e lodato, come sappiamo, il suo maestro Monti, divenuto amico di Ugo Foscolo, imparò forse da lui a giudicarne con minore indulgenza la condotta politica; e nella diminuzione di stima per l’uomo è assai probabile che siasi pure diminuito il concetto che il Manzoni si formava del Monti poeta. Recatosi poi a Parigi, in mezzo a una società, per la massima parte repubblicana, anzi che pietà, parve ch’egli concepisse un vero disprezzo pel Monti. Il Manzoni dice che tra i prischi sommi, egli cercò prima di Omero, per la traduzione del quale specialmente nacque tra il Foscolo ed il Monti così fiero dissenso, e, nominando Omero, sembra volerne, per antitesi, ferire il traduttore:

. . . . Non ombra di possente amico,

Nè lodator comprati avea quel sommo

D’occhi cieco e divin raggio di mente

Che per la Grecia mendicò cantando.

Nè era, io debbo pur ripeterlo, forse intieramente innocente e fuor d’ogni intendimento malizioso Ugo Foscolo, quando in una nota al suo Carme de’ Sepolcri, volendo nominare il Manzoni, per mostrargli il conto ch’ei ne faceva e com’ei fosse memore di lui lontano, citava precisamente que’ versi relativi ad Omero, ove si dice più tosto quello che non era stato Omero e quello ch’era invece qualche altro moderno poeta. L’amico Pagani, che ristampava a Milano il Carme per l’Imbonati, desiderava egli forse distruggere il sospetto che si alludesse con que’ versi al Monti, quando, senza averne avuto l’incarico, dedicava, anche a nome dell’Autore, il poemetto a Vincenzo Monti? Lo ignoriamo; ma ci è noto intanto che l’imprudenza e l’arbitrio del Pagani maravigliarono ed irritarono grandemente il giovine Poeta, e furono per guastare l’amicizia di que’ due buoni compagni di scuola. Il Manzoni voleva, invero, obbligare il Pagani a pubblicar subito una protesta che disdicesse la dedicatoria. Il Pagani gli opponeva che il dedicare non è un avvilirsi; che anche l’Alfieri avea fatto delle dedicatorie, e nessuno potrebbe negarlo uomo libero ed indipendente. Il Manzoni rispondeva esser vero, ma l’Alfieri essere stato «un modello di pura, incontaminata, vera virtù, di un uomo che sente la sua dignità e che non fa un passo, di cui debba arrossire.» - «Ebbene (soggiungeva ancora da Parigi il nostro giovine Poeta), Alfieri dedicò; ma a chi, e perchè dedicò? Dedicò a sua madre, al suo amico del cuore, a Washington, al popolo italiano futuro.» Ci è noto finalmente come il Manzoni deplorava il Carme per l’Imbonati per altre ragioni più gravi che non fossero le allusioni al Collegio de’ Nobili. Una di queste ragioni può essere stato il tacito biasimo del Monti, e l’altra ragione la vedremo in breve.

Fu detto da qualche biografo che, quando nel 1801 il Manzoni pubblicò l’Urania, il Monti abbia esclamato: «Questo giovine incomincia dove vorrei finire.» È possibile che un giorno il Monti abbia reso un tale omaggio al suo discepolo; ma a questo detto suppongo che siasi attribuita un’origine troppo recente. Il Manzoni non incominciava più con l’Urania; da ben sette anni egli scriveva, ed i primi suoi componimenti il Monti aveva letti e lodati; è assai probabile quindi che il complimento, di cui si tratta, siasi fatto veramente dal Monti, ma nel 1801, poich’egli ebbe conosciuto il Trionfo della libertà, poema che il discepolo avea scritto per imitare, forse per emulare il maestro, e che termina in ogni modo, come abbiamo già udito, con la esaltazione del Monti sopra lo stesso Dante.

IX.

I primi amici.

Il libro del signor Romussi ci ha recata in quest’anno una grata sorpresa, ponendoci sott’occhio alcune lettere o frammenti di lettere giovanili del Bianconi, dalle quali ricaviamo il nome de’ suoi tre primi amici. Il più intimo tra questi fu Giambattista Pagani di Brescia [4], col quale il Manzoni avea studiato a Pavia; le lettere del Manzoni ce lo mostrano affettuoso, devoto, pronto a render servigii, alcuna volta anche troppo, come quando volle dedicar di suo capo, in nome del Manzoni, a Vincenzo Monti il Carme In morte dell’Imbonati, che si ristampava in Milano dal De Stefanis. Veniva secondo Ignazio Calderari, che il Manzoni stesso chiamava aureo, amabile e rispettabile; e pure doveva essere un giovine ardente e pieno di entusiasmo, a giudicarne dalla lettera, in cui egli descrive il proprio viaggio a Brusuglio, la nuova villa manzoniana, per conoscere la madre dell’amico e per vedere se l’amico era sempre il medesimo. Pare che il Manzoni fin d’allora scrivesse lettere mal volentieri, e preferisse, stando a Milano, incaricare l’amico Calderari di mandare i suoi saluti al Pagani, anzi che scrivere egli stesso. «Aggiungi (egli scriveva al Pagani) che nel mio soggiorno a Milano la facilità di aver tue nuove per mezzo del nostro Calderari favoriva e scusava la mia pigrizia, la quale, a dir vero, non era scossa da alcuna tua sollecitudine a scrivermi.»

Il terzo amico, Luigi Arese, morì tisico nel 1806, intorno a’ suoi vent’anni; gli amici lo chiamavano: «caro e adorabile.» [5]

Non è raro il caso che le amicizie fatte nella scuola si raffreddino e si dileguino nella lontananza, per tornare a ravvivarsi nella vecchiaia. Il Calderari non accompagnò altrimenti la vita del Manzoni; la loro corrispondenza parve cessare quasi intieramente nell’anno 1808, quando il Manzoni, sposata Enrichetta Blondel, si ritrasse a vivere per alcuni anni isolato in Brusuglio; ed anche l’amicizia col Pagani cessò, dopo quell’anno, dall’essere attiva.

Così non sappiamo altro dell’amicizia che il Manzoni parve avere con Antonio Buttura, letterato amico di sua madre [6], e con Francesco Lomonaco.

X

Carme autobiografico.

Quantunque già pubblicato a Lugano in fronte alle Vite degli illustri italiani di Francesco Lomonaco, fino a pochi anni innanzi era pochissimo noto il Sonetto giovanile di Alessandro Manzoni, ove si muove lamento, perchè l’Italia trascuri i suoi migliori ingegni, fin che son vivi, per piangerli morti:

Tal premii, Italia, i tuoi migliori; e poi,

Che pro se piangi e ’l cener freddo adori,

E al nome vôto onor divini fai?

Sì, da’ barbari oppressa, opprimi i tuoi,

E ognor tuoi danni e tue colpe deplori

Pentita sempre, e non cangiata mai.

Nel principio del Sonetto, diretto a Francesco Lomonaco, si compiange la sorte di questo giovine e già illustre esule napoletano, obbligato a condur vita misera e raminga come Dante, l’antico esule gloriosa fiorentino, del quale il Lomonaco aveva narrata la vita. Due anni innanzi, in una nota al terzo canto del Trionfo, ove si descrivono le stragi di Napoli, il Manzoni raccomandava già «l’energico e veramente vesuviano rapporto fatto da Francesco Lomonaco patriotta napoletano». Vogliono che il Manzoni vecchio dicesse avere in gioventù concepite del Lomonaco grandi speranze, che non furono poi mantenute; ma chi riferì quelle parole del Manzoni dovette frantendere; il Lomonaco non ebbe tempo d’acquistar maggior gloria, poichè nell’anno 1810 che era, a pena, il trentesimoprimo della sua vita, egli miseramente s’uccise. L’ingratitudine è cosa mostruosa in tutti, ma più nei grandi ingegni. Ora io non posso credere che il Manzoni fosse ingrato a quel Lomonaco, il quale fu uno degli scrittori che lo fecero maggiormente pensare, e quello che importa, pensar giusto. Io ho voluto rileggere la Vita di Dante scritta dal Lomonaco. Ora, udite quali parole si leggono in fine di quella Vita: «I benemeriti della repubblica letteraria non sono i pedanti, o i servili imitatori, bensì quei che informati di una qualche potenza vivificativa sanno altamente e profondamente pensare. Un filosofo interrogò una volta l’Oracolo: quai mezzi praticar dovesse per divenir immortale, e l’Oracolo gli rispose: Segui il tuo genio.» Ci sono simpatici quegli scrittori che esprimono meglio i nostri proprii sentimenti; il Manzoni deve aver detto leggendo tali parole: esse furono scritte per me; ed averle presenti quando, due o tre anni dopo, scriveva in Parigi il suo programma civile e poetico, ossia il Carme per l’Imbonati [7].

È vera fortuna per l’Italia che, nella primavera dell’anno 1805, Alessandro Manzoni abbia dovuto recarsi in Francia. È possibile, invero che proseguendo a rimanere in Milano, a respirar l’aria delle scuole letterarie d’Italia, a vivere tra le maldicenze puerili e pettegole de’ nostri letterati, egli, a malgrado di tutta l’originalità del proprio ingegno, non avrebbe trovato così presto quella forma chiara, schietta, popolare di linguaggio, pel quale veramente col Carme dell’Imbonati per la nostra poesia incipit vita nova. A Parigi egli si trovò libero d’ogni impaccio scolastico, ed il suo genio, per la prima volta, potè spaziare per vie proprie e non ancora battute. Sentir e meditar: ecco la sua gran formola poetica; in Francia egli trovò pure il modo di esprimere naturalmente questi sentimenti meditati, per l’esempio che gli offrivano gli scrittori francesi.

Il Carme per l’Imbonati è una prova eloquente che il Manzoni ha sentito, meditato e imparato a scrivere con semplicità e naturalezza.

Esaminiamo ora dunque quali forti sentimenti dovessero agitarlo e commuoverlo, quali pensieri governarlo, quando egli scrisse a vent’anni, in Parigi, il bellissimo Carme.

Che cosa sia veramente avvenuto nella famiglia Manzoni, nel principio dell’anno 1805, quando la signora Giulia Beccaria s’indusse a lasciare precipitosamente Milano in compagnia del figlio Alessandro, non si può fino ad ora bene affermare. Che il giovine Alessandro avesse avuto in Milano de’ grossi dispiaceri, si può argomentare dai versi stessi del Carme, ov’egli si sfoga contro i vili che armarono contro il suo nome l’operosa calunnia. Carlo Imbonati era morto il 15 marzo dell’anno 1805, in Parigi, assistito dalla signora Giulia Beccaria, madre del Manzoni. La Giulia accompagnò le spoglie dell’amico a Brusuglio: villa, di cui egli, sebbene avesse parecchie sorelle, l’aveva fatta erede. La madre ed il figlio, dopo quella morte, partirono per Parigi, lasciando solo Don Pietro in Milano; l’eredità lasciata alla Giulia Beccaria diede occasione a molte ciarle; ora le ciarle, nelle quali anche gli uomini eletti che vi si abbandonano, diventano volgo, le nove volte su dieci, come sono figlie dell’ozio, sono madri di maldicenza. La signora Giulia Beccaria non dovette essere risparmiata. Che fece allora il figlio? Prima di tutto, egli non l’abbandonò più, e poi si preparò a vendicarne, come potè, la fama oltraggiata. Del padre che morì settantenne in Milano, due anni dopo la morte dell’Imbonati, e a cui il figlio, avvertito troppo tardi in Parigi, non arrivò in tempo a chiudere gli occhi, non troviamo se non un rapido cenno, abbastanza freddo, per annunciarne la morte, in una lettera che il Manzoni diresse nel marzo del 1807 all’amico Pagani da Brusuglio, ov’egli s’era per pochi giorni condotto con la madre a mettervi in ordine i suoi affari più urgenti. Nella stessa lettera, invece, il Manzoni rappresenta all’amico la propria «felicità di avere per madre ed amica una donna, parlando della quale, egli dice, troverò sempre più ogni espressione debole e monca.» [8] Ignazio Calderari, comune amico del Manzoni e del Pagani, avendo poi, allora per l’appunto passato, com’ei diceva: «due mezze giornate in paradiso,» o sia, nella villa dell’amico Manzoni a Brusuglio, scrivendo nel giorno stesso al Pagani, gli fa il ritratto della signora Beccaria: «Che dirotti di sua madre? Mi palpitava il cuore nel viaggio pel desiderio di conoscere una tal donna, che io già amava e venerava come quella che forma la felicità del nostro Manzoni, e da quanto vidi non posso ingannarmi che l’uno formi la contentezza dell’altro, perchè nulla è tra loro di segreto: l’uno a vicenda ambisce di prevenire i desiderii dell’altro, e si protestano l’un dell’altro indivisibili. Tu trovi in lei una donna, cui, non mancando alcuna delle vere grazie che adornano una donna, è dato un senno maschio ed una facile quanto soave ed affettuosa parola; è poi nel discorso tutta sentimento; ma quel che più attrae l’ammirazione, è il vedere queste prerogative d’ingegno e di cuore accompagnate da modestissimo contegno e spoglie affatto d’ogni donnesco, benchè minimo pettegolezzo; mi pare insomma che essa si assomigli perfettamente a quello che ce la rappresentavano le sue lettere a te e al sempre caro e adorabile Arese, quando le leggevamo insieme. Che bella coppia è mai quella! In verità, io credo non si possa pregare miglior cosa ad un uomo che di avere una tal madre o un simile padre!»

Ma è pure unica la fortuna di una donna, la quale abbia avuto per padre un Cesare Beccaria [9] e per figlio un Alessandro Manzoni [10]. La madre del Manzoni, quando si recò a Parigi, non si faceva chiamare altrimenti che la signora Giulia Beccaria; il nome del Beccaria servì di passaporto e di commendatizia anche al nostro giovine Alessandro presso la più eletta e la più colta società parigina, ov’egli ebbe pure occasione di conoscere, fra gli altri valentuomini, lo storico piemontese Carlo Botta, il quale, non potendo ancora presagire in lui il futuro caposcuola del romanticismo in Italia, gli divenne amico [11]. Il Manzoni stesso, in quel tempo, un poco per farsi meglio conoscere, ma molto più forse per compiacere alla propria madre, firmava le proprie lettere col doppio nome di Manzoni-Beccaria; quando poi l’amico suo Pagani fece ristampare in Milano, per conto dell’Autore [12], il Carme In morte dell’Imbonati, egli lo pregò di aggiungere pure sul frontispizio il nome del Beccaria, specialmente dopochè il poeta Lebrun, allora molto in voga, inviandogli un suo nuovo componimento stampato, lo avea, senz’altro, salutato col nome di Beccaria, soggiungendo nella dedicatoria manoscritta queste parole: «C’est un nom trop honorable pour ne pas saisir l’occasion de le porter. Je veux que le nom de Lebrun choque avec celui de Beccaria.» [13] Il Pagani o dimenticò o finse o volle dimenticare il singolare desiderio espressogli dall’amico, il quale dovette contentarsi di sentirsi chiamare semplicemente: Alessandro Manzoni.

I versi per l’Imbonati non furono dunque scritti, come sembrami siasi creduto fin qui, immediatamente dopo la morte di colui, che, discepolo del Parini, dovea, se avesse vissuto, divenire la guida spirituale del Manzoni; ma parecchi mesi dopo, nel febbraio dell’anno 1806, quando s’appressava l’anniversario della sua morte, ed assai probabilmente per dare, in quel giorno funebre, una consolazione alla nobile amica derelitta dell’Imbonati. Noi sappiamo ora intanto dal signor Romussi che, per quell’anniversario funebre, il Manzoni faceva ristampare i suoi versi in Milano, per mezzo del suo amico Pagani, al quale soggiungeva il seguente poscritto:

«Il 15 corrente è il fatale giorno anniversario della morte del virtuoso Imbonati. Mia madre dice che un tuo sospiro per lui sarà a lui un omaggio, una consolazione a lei, e che in quel momento le nostre anime saranno unite.» [14] Nel Carme commemorativo, ove si esalta la virtù dell’Imbonati, ove si confessa pubblicamente l’amicizia che lo legava a Giulia Beccaria, ove si promette dal poeta all’ombra dell’Imbonati ch’egli avrebbe seguito i sapienti consigli dell’amico di sua madre, si esalta insieme e si consola la virtù e il dolore della madre. Sotto questo aspetto speciale, parmi che il Carme, sebbene già notissimo, In morte dell’Imbonati, possa ora venir riletto dagli ammiratori del Manzoni, con più viva, se pure non nuova, curiosità, poichè insieme col genio nascente del poeta ci mostra il coraggioso ed eloquente affetto del figlio vendicatore dell’onore materno [15].

Incomincia il Poeta accortamente col rivolgersi alla madre, rammentando com’egli fosse solito a scusarsi presso di lei, per avere fino a quel dì coltivata solamente la poesia satirica, poichè non gli era apparso sopra la terra un solo raggio di virtù, al quale potesse consacrare l’ingegno poetico. Ma, dopo avere inteso come la madre rimpiangesse la rara virtù dell’amico che le era stato tolto, gli parve almeno che il ricordo di quelle virtù potesse destare in alcuno il proposito di farle rivivere in sè. Il giovine Poeta vede veramente o immagina d’avere veduto in sogno il conte Carlo Imbonati, ma in figura di malato già consunto dal proprio male. Egli serba tuttavia sempre molta calma nell’aperto volto e nell’aspetto, i quali inspirano pronta fiducia anche agl’ignoti. Pensosa è la fronte di lui, mite e sereno lo sguardo, il labbro sorridente. Il Poeta ventenne fa prontamente atto di volerlo abbracciare e di favellargli:

ma irrigidita

Da timor, da stupor, da reverenza

Stette la lingua.

Allora l’Imbonati stesso prende a parlare, e dice come un affetto imperioso lo muova a ritornar presso di lui, che, nel fine di sua vita, era stato oggetto dei suoi più vivi desiderii:

E sai se, quando

Il mio cor nelle membra ancor battea,

Di te fu pieno, e quanta parte avesti

Degli estremi suoi moti. - Or, poi che dato

Non m’è, com’io bramava, a passo a passo,

Per man guidarti su la via scoscesa,

Che, anelando, ho fornita, e tu cominci,

Volli almeno una volta confortarti

Di mia presenza.

L’Imbonati, non credendo forse ancora imminente l’ultimo suo giorno, avea diretta al giovine Manzoni che, in quel tempo, dovea condurre fra la gioventù milanese una vita alquanto dissipata, una prima ed ultima lettera eloquente, dove gli dava alcuni suoi consigli amorosi, fiducioso certamente di deporre il buon seme in ottimo terreno. Il Manzoni, alla sua volta, rispose con una lettera caldissima; ma la risposta arrivò all’Imbonati, quand’egli avea già chiusi gli occhi alla luce.

Mi si domanderà: Come sapete voi questo? In quale biografia l’avete voi letto? Avreste, per avventura, vedute quelle preziose lettere? No: io non le ho vedute; ma ho semplicemente letto, con intento biografico, i versi stessi del Manzoni. Gli abbiamo letti anche noi, e sono chiari abbastanza da non abbisognare di commenti. Io ne convengo perfettamente, e vi prego dunque soltanto di rileggerli ancora una volta:

.  .  .  . Allor ch’io l’amorose e vere

Note leggea, che a me dettasti prime,

E novissime fôro, e la dolcezza

Dell’esser teco presentìa, chi detto

M’avrìa che tolto m’eri! E quando in caldo

Scritto gli affetti del mio cor t’apersi,

Che non sarìa dagli occhi tuoi veduto,

Chiusi per sempre! Or quanto e come acerbo

Di te nutrissi desiderio, il pensa.

Il Manzoni non pare dunque aver conosciuto l’Imbonati, ma essersene solamente innamorato per la fama delle sue molte virtù e per l’affetto sincero e profondo che egli aveva inspirato alla signora Beccaria; il che è intieramente regolare, poichè sappiamo dal Fauriel che la Beccaria s’era recata a Parigi con l’Imbonati fin dai primi anni del Consolato. Si spiega quindi pure come, per un certo periodo della vita giovanile di Alessandro Manzoni, appaia educatrice di lui non già la madre, ma una zia uscita da uno de’ conventi soppressi, nel tempo in cui i Manzoni abitavano nella Via di Santa Prassede [16]. Essa aveva l’incarico di accompagnare in chiesa il giovinetto, e di fargli dare lezioni di musica e di danza, forse pure di scherma. Come spiegarsi altrimenti che l’Imbonati fosse così poco noto al figlio di colei, per la quale egli era tutto, e che, invece di parlare al Manzoni, egli si risolvesse a scrivergli?

Un giorno qualche altra lettera inedita ci darà forse la chiave di questo enigma biografico; intanto proseguiamo la nostra lettura:

Io sentìa le tue lodi; e qual tu fosti

Di retto, acuto senno, d’incolpato

Costume e d’alte voglie, ugual, sincero,

Non vantator di probità, ma probo,

Com’oggi, al mondo, al par di te nessuno

Gusti il sapor del beneficio, e senta

Dolor dell’altrui danno. Egli ascoltava

Con volto nè superbo, nè modesto.

Io, rincorato, proseguia: se cura,

Se pensier di qua giù vince l’avello,

Certo so ben che il duol t’aggiugne e il pianto

Di lei che amasti ed ami ancor, che tutto,

Te perdendo, ha perduto.

L’Imbonati sorride mestamente, e risponde:

Se non fosse

Ch’io l’amo tanto, io pregherei che ratto

Quell’anima gentil fuor delle membra

Prendesse il vol, per chiuder l’ali in grembo

Di Quei ch’eterna ciò che a Lui somiglia.

Che, fin ch’io non la veggo, e ch’io son certo

Di mai più non lasciarla, esser felice

Pienamente non posso. A questi accenti

Chinammo il volto, e taciti ristemmo;

Ma, per gli occhi d’entrambi, il cor parlava.

Dopo questo omaggio che il giovine Poeta, preteso ateo, rende per le parole dell’Imbonati alla credenza in Dio e nella immortalità dell’anima umana, egli domanda all’ombra dell’Imbonati quale impressione essa abbia provato nel punto della morte [17]. Essa risponde evasivamente che non provò alcun dolore, che le parve liberarsi da un breve sonno; ma poi, ridesta alla vita eterna, le increbbe non ritrovarsi più vicina la cara donna che vegliava, con amorosa pietà, al fianco di lui infermo. Altro l’Imbonati non può rimpiangere di questa vita mortale, nè il tristo mondo ch’egli abbandonò. Anima virtuosamente stoica e scettica ad un tempo, comunica il proprio scetticismo all’amica diletta ed al carissimo alunno:

Che dolermi dovea? forse il partirmi

Da questa terra, ov’è il ben far portento,

E somma lode il non aver peccato?

Dove il pensier dalla parola è sempre

Altro, è virtù per ogni labbro ad alta

Voce lodata, ma ne’ cor derisa;

Dov’è spento il pudor, dove sagace

Usura è fatto il beneficio, e frutta

Lussuria amor; dove sol reo si stima

Chi non compie il delitto; ove il delitto

Turpe non è, se fortunato; dove

Sempre in alto i ribaldi e i buoni in fondo.

Dura è pel giusto solitario, il credi,

Dura e, pur troppo, disugual la guerra

Contro i perversi affratellati e molti.

Tu, cui non piacque su la via più trita

La folla urtar che dietro al piacer corre

E all’onor vano e al lucro, e delle sale

Al gracchiar vôto, e del censito volgo

Al petulante cinguettìo, d’amici

Ceto preponi intemerati e pochi,

E la pacata compagnia di quelli

Che, spenti, al mondo anco son pregio e norma,

Segui tua strada; e dal viril proposto

Noti ti partir, se sai.

Qui, dove torna pure ad affacciarsi in parte il poeta de’ Sermoni che si mostra alieno dai pubblici affidi, appaiono chiare le ragioni, per le quali il Manzoni, disgustato della società milanese, si recò in Francia con la madre. Segue il già citato ricordo dell’educazione ricevuta in collegio, quindi l’allusione allo innominato maestro ch’egli disprezza; viene infine l’alunno sdegnoso alle calunnie dei vili che assalirono il nome del giovine poeta in Italia, alle quali egli non diede risposta, unico modo savio per farle cadere; e caddero infatti così bene, che non si potrebbe oggi più argomentare con qualche fondamenta di qual natura veramente esse fossero e onde partissero. È possibile tuttavia, se è vero che il Manzoni abbia, in qualche modo, nella gioventù di Lodovico, voluto raffigurar la propria ch’egli, non ignaro, per averle particolarmente studiate, delle leggi cavalleresche, invece di sfidare il suo avversario calunniatore l’abbia disprezzato, per mostrare poi in età più matura, con tutta la forza stringente della sua logica poderosa, e per l’esempio del duello di Lodovico, come un tal partito, tragico insieme e ridicolo, non risolva mai alcuna questione d’onore. I versi giovanili del Manzoni ci dicono, in somma, in modo indiretto, che egli nè entrò in polemica letteraria, nè chiese a’ suoi calunniatori alcuna riparazione di sangue:

Nè l’orecchio tuo santo io vo’ del nome

Macchiar de’ vili che, ozïosi sempre,

Fuor che in mal far, contra il mio nome armâro

L’operosa calunnia. Alle lor grida

Silenzio opposi, e all’odio lor disprezzo;

Qual merti l’ira mia fra lor non veggio;

Ond’io lieve men vado a mia salita

Non li curando:

non curanza che, ricordando il disdegnoso verso dantesco,

Non ti curar di lor, ma guarda e passa,

conferma pure il verso del Manzoni giovinetto:

Spregio, non odio mai.

Per quale intima associazione d’idee non si potrebbe ora ben dire, il giovine Manzoni domanda quindi all’Imbonati, se sia vero quello che di lui si va dicendo, ch’egli abbia, cioè, disprezzato i poeti e le Muse. Ma l’Imbonati è pronto a soggiungere che gli furono venerandi e cari Vittorio Alfieri e Giuseppe Parini, ma ch’egli disprezza, invece, i poeti triviali, arroganti, viziosi, di perduta fama, i quali fanno un vergognoso mercato di lodi e di strapazzi, e dai quali si attende una vecchiaia oscura e ignominiosa; e qui forse il Manzoni mirava ancora al cavaliere storiografo Vincenzo Monti od all’improvvisatore Francesco Gianni che viveva a Parigi, e metteva in verso i bollettini delle vittorie napoleoniche. La vecchiaia dell’Autore della Bassvilliana e della Mascheroniana fu, pur troppo, quale il Manzoni la pronosticava ai venali poeti, dai quali egli abborriva; al Gianni fu invece, dopo la caduta di Napoleone, conservata la sua lauta pensione. Udite, pertanto, le generose parole dell’Imbonati, il Manzoni prorompe egli stesso e conchiude stupendamente il Canto:

Gioia il suo dir mi prese, e non ignota [18]

Bile destommi; e replicai: deh! vogli

La via segnarmi, onde toccar la cima

Io possa, o far che, s’io cadrò su l’erta,

Dicasi almen: su l’orma propria ei giace.

Sentir, riprese, e meditar; di poco

Esser contento; dalla mèta mai

Non torcer gli occhi; conservar la mano

Pura e la mente; delle umane cose

Tanto sperimentar, quanto ti basti

Per non curarle; non ti far mai servo;

Non far tregua coi vili; il santo vero

Mai non tradir; nè proferir mai verbo,

Che plauda al vizio, o la virtù derida.

O maestro, o, gridai, scorta amorosa,

Non mi lasciar; del tuo consiglio il raggio

Non mi sia spento, a governar rimani

Me, cui natura e gioventù fa cieco

L’ingegno e serva la ragion del core.

Così parlava e lagrimava; al mio

Pianto ei compianse, E, non è questa, disse,

Quella città, dove sarem compagni

Eternamente. Ora colei, cui figlio

Se’ per natura e, per eletta, amico,

Ama ed ascolta, e di figlial dolcezza

L’intensa amaritudine le molci;

Dille ch’io so ch’ella sol cerca il piede

Metter su l’orme mie; dille che i fiori

Che sul mio cener spande, io li raccolgo,

E li rendo immortali; e tal ne tesso

Serto che sol non temerà nè bruma,

Ch’io stesso in fronte riporrolle, ancora

Delle sue belle lagrime irrorato.

Dolce tristezza, amor, d’affetti mille

Turba m’assalse; e, da seder levato,

Ambo le braccia con voler tendea

Alla cara cervice. A quella scossa,

Quasi al partir di sonno, io mi rimasi;

E con l’acume del veder tentando

E con la man, solo mi vidi; e calda

Mi ritrovai la lagrima sul ciglio.

Qui tutto è vero e caldo come fiamma viva; qui spira l’alito di una poesia originale e potente. L’ombra dell’Imbonati, in conformità delle idee svolte nell’Ode pariniana Sull’Educazione e di quelle del Fauriel (il prediletto tra i pochi ed intemerati amici del Manzoni in Parigi), il quale, intorno a quel tempo, stava, per l’appunto, meditando una storia dello Stoicismo, traccia al discepolo e, per mezzo di esso, a noi, un intiero bellissimo programma di Filosofia stoica. Con un tale espediente, non saprei dire se più ingegnoso o affettuoso, avendo l’Imbonati parlato per mezzo del figlio all’amico, la signora Giulia Beccaria dovette persuadersi come, per la virtù dell’amor figliale, divenuta poesia sovrana, la madre non solamente potea consolarsi, ma avesse ogni ragione di inorgoglirsi, nella lieta certezza di aver fatto all’Italia il dono celeste di un nuovo grande poeta [19].

XI.

Il Manzoni a Parigi.

Il nome che portava la madre del Manzoni l’avea fatta accogliere in tutte le conversazioni più eleganti e più dotte del Consolato e del Primo Impero. Ad Auteuil, presso Parigi, viveva la vedova dell’Helvetius, in una casa già frequentata dai famosi Holbach, Franklin, Jefferson, Condillac, Diderot, D’Alembert, Condorcet, Laplace, Volney, Garat, Chenier, Ginguenè, Daunou, Thurot, Tracy l’ideologo e Cabanis. Ma il Cabanis frequentava specialmente la Maisonnette ove viveva la vedova del Condorcet, sorella del maresciallo Grouchy e della moglie di Giorgio Cabanis. Fu alla Maisonnette, ove la signora Beccaria si recava con particolare frequenza, che il Manzoni dovette conoscere il grande medico filosofo di Auteuil.

Dal Sainte-Beuve apprendiamo che il Manzoni, parlandone col Fauriel, lo chiamava cet angèlique Cabanis. Il Cabanis era nato nel 1757 a Cosnac e morì nel 1808 presso Meulan. Il Manzoni lo conobbe dunque negli ultimi tre anni della sua vita, e al colmo della sua gloria. Nell’anno 1806 il Cabanis aveva indirizzata al Fauriel una bella lettera sopra le cause prime, che fu pubblicata solo parecchi anni dopo la sua morte; probabilmente il Manzoni la lesse manoscritta presso il Fauriel. Il Sainte-Beuve riportò un passo eloquente della lettera del Cabanis; io ne riferirò qui, invece, la conclusione, nella quale il medico filosofo si rivolgeva allo storico sperato dello Stoicismo: «C’est a vous, mon ami, qu’il appartient de nous offrir les images des grandes âmes formèes par ces maximes, de retracer dignement des souvenirs si touchants et si majestueux. Sans doute il est toujours utile de proposer aux hommes de semblables modèles; mais, aux èpoques des rèvolutions politiques, le bon sens et la vertu n’ont de garantie que dans la constance des principes, dans l’inèbranlable fermetè des habitudes. Le dèbordement de toutes les folies, de toutes les fureurs, les excès de tous genres, insèparables de ces grands bouleversements, troublent les tètes faibles, leur rendent problèmatique ce qu’elles ont regardè comme le plus certain; les exemples corrupteurs, les succès momentanès du crime, les malheurs, les persècutions qui s’attachent si souvent aux gens de bien, èbranlent la morale des âmes flottantes; le ressort des plus ènergiques s’affaiblit lui-même quelquefois, et toutes celles qui ne sont affermies dans la pratique des actions honnêtes que par le respect de l’opinion publique, voyant cette opinion toujours èquitable à la longue dans les temps calmes, alors incertaine, ègarèe et souvent criminelle dans ses jugements, s’habituent à mèpriser une voix qui leur tenait lieu de conscience; et si elles ne finissent bientôt par traiter de vaines illusions les devoirs les plus sacrès, il ne leur reste plus du moins assez de courage pour les faire triompher, dans le secret de leurs pensèes, des impressions de terreur dont elles sont environnèes de toutes parts. Poursuivez donc, mon ami, cet utile et noble travail: si la plus grande partie des temps historiques vers lesquels il vous ramène doivent remettre sous vos yeux les plus horribles et les plus hideux tableaux, vous y trouverez aussi celui des plus admirables et des plus touchantes vertus; leur aspect reposera votre cœur, rèvoltè et fatiguè de tant de scènes d’horreur et de bassesse. Jouissez, en le retraçant avec complaissance, des encouragements qu’il peut donner à tous les hommes en qui vit quelque ètincelle du feu sacrè, surtout à cette bonne jeunesse, qui entre toujours dans la carrière de la vie avec tous les sentiments èlevès et gènèreux; et ne craignez pas d’embrasser une ombre vaine, en jouissant d’avance encore de la reconnaissance des vrais amis de l’humanitè.» A me pare tra le cose probabili che il Cabanis, quando scriveva queste parole, scritte, prima del Manzoni, un poco alla manzoniana, per le quali insieme col Fauriel si confortava nella speranza che la nuova gioventù avrebbe raccolto l’esempio delle virtù stoiche, di cui il Fauriel dovea scrivere la storia, sebbene fosse avvezzo a terminare i suoi scritti con una generosa perorazione ai giovani, pensasse questa volta, particolarmente, al giovine amico del Fauriel, al Manzoni, che, nel suo Carme in morte di Carlo Imbonati, fin dal mese di febbraio dello stesso anno 1806 si era fatto un vero programma poetico di Filosofia stoica. In parecchi scritti poi del Cabanis trovo traccie di quello stile modestamente arguto, un po’ vago d’antitesi e di paralleli, che piaceva pur tanto al Manzoni e che gli divenne proprio, ma ch’egli potè forse sentirsi capace di rinnovare leggendo alcuno degli scrittori francesi. Non vorrei ingannarmi, innanzi ai professori di stilistica, dicendo che riconosco, per esempio, anticipato in parte il fare manzoniano in queste parole, con le quali si termina la prefazione del Coup-d’œil sur les rèvolutions et sur la rèforme de la Mèdecine, del Cabanis: «Cette introduction est la seule partie que j’aie pu terminer. Je m’ètais refusè jusqu’à ce moment à la rendre publique, dans l’espoir de complèter un jour l’ouvrage entier tel que je l’avais conçu. Mais le dèpèrissement total de ma santè ne me permet plus de nourrir cet espoir, qui fut toujours peut-ètre beaucoup trop ambitieux pour moi. Je finis donc par cèder aux vœux de quelques amis, et par livrer au public cette faible esquisse. J’aurais voulu la rendre plus digne de lui et d’eux, mais la même raison qui m’engage à la tirer de mon portefeuille, m’ôte le courage et les moyens de la perfectionner. Telle qu’elle est, elle renferme, je crois, des idèes utiles, c’est assez pour ècarter les conseils de mon amour-propre, qui peut-ètre la condamneraient a l’oubli; et si nos jeunes èlèves, auxquels elle est particulièrement destinèe, retirent quelque fruit de cette lecture, l’avantage de les avoir aidès dans leurs travaux sera pour mon cœur bien au-dessus de tous les succes les plus glorieux.» Io non dico che qui dentro ci sia il Manzoni; ma mi pare di ritrovarci, fino ad un certo segno, il suo modo di dire, e però non ho creduto di doverlo tacere. Nel Cabanis, oltre al medico filosofo, vi era l’apostolo, un bisogno continuo di comunicarsi vivamente ed utilmente agli altri; questo bisogno il Manzoni non l’ha sentito in pari grado, anzi, per dire il vero, egli mi pare averlo sentito pochissimo. Il Cabanis non si contentava che il medico fosse dotto; lo voleva principalmente buono; e tutti i suoi migliori scritti riescono ad una tale conclusione. Ma, se il Manzoni non provava la stessa impazienza nel manifestare i proprii sentimenti e nel farli attivi leggendo gli scritti e ascoltando i discorsi di colui che gli parve angelico, dovette provare più volte una viva simpatia, e, approvando in cuor suo i pensieri del sapiente di Auteuil, trarne qualche profitto per la regola della propria vita, ed in parte, anche, in quanto il Cabanis gli parve scrittore efficace, giovarsene per dare, ad un tempo, rilievo singolare e disinvoltura alla propria prosa.

Il Manzoni entrò nella vita con un programma etico ben determinato. Così il Cabanis, quando, nel 1783, ottenne il dottorato, avea proferito innanzi a’ suoi giudici un generoso giuramento in versi non molto eleganti, ma, in compenso, molto sinceri, onde rilevo questi brani:

Je jure qu’à mon art obstinèment livrèe

Ma vie aux passions n’offrirà nulle entrèe;

Qu’il remplira mes jours; que, pour l’approfondir,

L’embrasser tout entier, peut-être l’agrandir,

Mon âme à cet objet sans repos attachèe,

Poursuivant sans repos la vèritè cachèe,

Formera, nourrira, par des efforts constants,

Sa lente expèrience et ses trèsors savants.

Je jure que jamais l’intèrêt ni l’envie

Par leurs lâches conseils ne souilleront ma vie;

Que partout mes respects chercheront les talents;

Que ma tendre pitiè, que mes soins consolants

Appartiendront surtout au malheur solitaire,

Et du pauvre d’abord trouveront la chaumière;

Que mes jours, dont mon cœur lui rèserve l’emploi,

Pour conserver les siens ne seront rien pour moi

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Libre de vains ègards ou d’un orgueil coupable,

Je jure que ma voix, de dètours incapable,

Montrera sans faiblesse, ainsi qu’avec candeur,

Et l’erreur ètrangère et surtout mon erreur.

Je jure encor, fidèle à mon saint ministère,

Je jure, au nom des mœurs, que mon respect austère

Ne laissera jamais mes dèsirs ni mon cœur

S’ègarer hors des lois que chèrit la pudeur.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ah! si mon cœur jamais, dans de honteux moments,

Abjurait sans pudeur ses vertueux serments,

Attache à tous mes pas les remords et le blâme,

Dieu vengeur qui m’entends! qu’en me fermant son âme,

La sèvère amitiè me laisse en un dèsert!

Dans ce cœur maintenant aux goûts simples ouvert

Flètris les vrais dèsirs, ètouffe la nature,

Frappe-le des terreurs que nourrit l’imposture;

Et que plein de l’effroi d’un obscur avenir,

Je meure sans laisser aucun doux souvenir!

Mais, si de la vertu dont l’image m’enflamme

La sèvère beautè toujours parle à mon âme;

Si, malgrè tant de maux dont les assauts constants

Ont flètri mes beaux jours et glacè mon printemps,

À mes devoirs livrè, moi-même je m’oublie,

Pour ne songer qu’aux maux qu’un autre me confie;

Si toujours mes serments sont prèsents a mon cœur,

Dieu juste, sur mes jours rèpands quelque douceur;

Veille sur les amis qui consolent ma vie;

Nourris les sentiments dont tu l’as embellie!

Chèri du malheureux, du puissant rèvèrè,

Que mon nom soit bèni plutôt que cèlèbrè!

Il Cabanis, come più tardi il Manzoni, tenne fede al suo programma giovanile. E, se fu caso che due uomini come il Cabanis ed il Manzoni, l’uno al tramonto, l’altro al principio della vita, s’incontrassero e si amassero, quel caso almeno non si potè dir cieco, poichè, se il temperamento dei due scrittori era diverso, non potevano incontrarsi due uomini che si somigliassero di più nel desiderio del bene.

Il ritratto del Cabanis che accompagna il primo volume della edizione delle sue opere fatta nell’anno 1823 a Parigi dal Didot, ci offre la figura d’uomo pensoso e malinconico, ma benevolo e dall’espressione soave. La gioventù del Cabanis era stata molto agitata; giovinetto, egli aveva seguito, in qualità di segretario, un signore polacco a Varsavia; tornato a diciott’anni a Parigi, vi aveva atteso per alcuni anni a lavori letterarii, tra gli altri, a una versione dell’Iliade; ma non trovandosi abbastanza incoraggiato, elesse infine di studiar la medicina; laureato dopo sei anni di studio, si stabilì ad Auteuil, dove ebbe la ventura di conoscere la vedova del celebre Helvetius, che lo trattò come proprio figlio e gli fece conoscere gli uomini illustri che ne frequentavano la casa, tra i quali quel Beniamino Franklin, di cui il Cabanis ci ha poi raccontata così bene e con tanta efficacia morale la vita. Per mezzo dell’Holbach, divenne amico del Diderot, del D’Alembert e del Voltaire. All’arrivo della rivoluzione, il Cabanis ne approvò i principii e ne deplorò gli eccessi. Amico intimo del Mirabeau, ne descrisse la malattia e la morte. Assistette fino all’ultima ora il Condorcet, ne raccolse gli scritti, ne consolò la vedova; poco dopo, si congiunse in matrimonio con una cognata di lei, sorella del generale Grouchy. Nominato quindi professore, membro dell’Istituto, membro del Senato, la sua fama d’allora in poi andò sempre crescendo e la sua vita potè dirsi relativamente felice. Tutti gli scrittori francesi contemporanei s’accordarono nel chiamare il Cabanis non solo un gran medico, professore e filosofo, ma un homme de bien. Questa lode ch’egli ambiva sopra ogni altra, gli meritò pure la gloria di essere amato ed ammirato dal nostro Manzoni; ora, poichè nessuna delle ammirazioni del Manzoni rimase sterile per la sua vita, noi non possiamo tacere che, se il Manzoni tornò in Italia migliore che non ne fosse partito, una parte del merito vuole pure riferirsi all’angelico Cabanis. Quando il Cabanis morì, nel 1808, il suo posto nell’Accademia francese fu occupato da un altro filosofo, un amico, una conoscenza intima anch’esso del Fauriel e del Manzoni, l’ideologo Destutt de Tracy, l’autore dei celebri Èlements d’idèologie, nato nel 1751, morto nel 1836 [20].

Sebbene, per l’età, il Tracy potesse essere padre al Fauriel, sappiamo tuttavia che egli avea tanta fiducia nel criterio di lui, che gli dava ad esaminare e giudicare i proprii scritti prima di pubblicarli. Scrivendo poi al Fauriel, il Tracy gli diceva, citando un bell’adagio orientale, che l’albero dell’amicizia «est le seul qui porte des fruits toujours doux.»

Ma il grande amico, l’anima gemella, nella gioventù del Manzoni, fu Claudio Fauriel.

La signora di Staël, scrivendo al Fauriel, fra le altre cose gli diceva: «Ce n’est pas assurèment que votre esprit aussi ne me plaise, mais il me semble qu’il tire son originalitè de vos sentiments.» Queste parole ci possono dare la ragione della profonda simpatia, della viva amicizia che il Manzoni sentì pel Fauriel. La forza, la grandezza originale del Manzoni consiste pure nella sua capacità di sentire vivacemente e di tradurre sinceramente il proprio sentimento. Ammiratore del Parini e di Carlo Imbonati, due stoici, il giovine Manzoni arrivava a Parigi e vi incontrava lo stoico Fauriel, nel 1805, cioè nell’anno in cui questi preparava una storia dello Stoicismo ed attirava alle dottrine stoiche i suoi migliori amici. Ma lo stoicismo del Fauriel non si scompagnava da un sentimento filantropico, più moderno che lo raddolciva. Amico del vero, e persuaso che il vero si può conciliar sempre col buono, per amor del vero egli amava pure nell’arte la naturalezza. Il Manzoni trovò dunque nel Fauriel più tosto un consenso che un ammaestramento; i due amici confermarono a vicenda, ne’ loro lunghi e geniali discorsi, e determinarono meglio a sè stessi la loro poetica letteraria che riusciva al tempo stesso una poetica della vita. Anche al Manzoni si sarebbero forse potute rivolgere le parole che la Staël indirizzava al Fauriel: «Vous aimez les sentiments exaltès, et, quoique vous n’ayez pas, du moins je le crois, un caractère passionnè, comme votre âme est pure, elle jouit de tout ce qui est noble avec dèlices.» Ingegni critici entrambi, ossia correttivi, erano impediti essi stessi da una clamorosa e tumultuosa dimostrazione de’ loro sentimenti; poeti entrambi, non potevano tuttavia guardare con freddezza alcun oggetto della loro critica; moderavano dunque la passione e scaldavano la riflessione con una specie di compenso euritmico che le metteva quasi sempre fra loro in perfetta armonia.

Il Fauriel sarebbe stato amato con ardore dalla Stael, se egli lo avesse voluto; ma preferì una soddisfazione più viva, quella di essere ammirato da lei, che, deposta oramai ogni speranza di una corrispondenza amorosa, poteva quindi scrivergli: «Je croirai moins de mal de la nature humaine quand votre âme noble et pure me fera sentir au moins tout le charme et tout le mèrite des ètres privilègiès.» Si comprende il fascino che un tal uomo dovette esercitare sopra il giovane Manzoni al suo arrivo in Parigi, e si capisce ancora come il Fauriel dovesse fortificarsi ne’ suoi virtuosi convincimenti, trovando adesione ad essi nell’animo di un Manzoni.

Vuolsi egli da ciò argomentare che il Fauriel fosse, nella sua qualità di stoico, insensibile all’amore, e fargli quasi un merito di una tale insensibilità? Non è questo il mio pensiero. Pare, invece, che l’animo del Fauriel fosse preso, più ancora che dalle grazie, dalle virtù della vedova del Condorcet. Essa era nata sei anni prima di lui, ma, se egli amò alcuna donna, fu quella; ed amando fortemente quella, non ne poteva onestamente amare un’altra; perciò Beniamino Constant, scrivendo al Fauriel, dopo avere chiamata la Stael «la meilleure et la plus spirituelle des femmes,» si scusa, soggiungendo queste altre parole significanti: «Je m’aperçois que le superlatif est malhonnête, et je le rètracte pour l’habitante de la Maisonnette.» Il Fauriel era nato per sentire fortemente l’amicizia, degno quindi d’incontrarsi col Manzoni che si mostrò anch’esso affettuoso e costante nelle sue amicizie. E si può ancora riferire al Manzoni quello che il Sainte-Beuve scrisse del Fauriel: «En lui les extrèmitès, les terminaisons de l’âge prècèdent se confondent, se combinent à petit bruit avec les origines de l’autre; il y a de ces intermèdiaires cachès qui font qu’ainsi deux èpoques, en divorce et en rupture à la surface, se tiennent comme par les entrailles.» Come il Fauriel comunicò al Cabanis, ad un ideologo, ad un filosofo, che era pure non grande, ma neppure infimo poeta, il proprio amore delle indagini storiche, così ne innamorò un altro poeta più grande e più originale, il nostro Manzoni. Il dramma storico, il romanzo storico, il discorso storico, la Storia della Colonna infame, riconoscono per loro padre legittimo, effettivo, il Manzoni; ma se il Manzoni ne fu il padre, il Fauriel ne vuol essere tenuto come l’amoroso padrino. Alla sua volta, il Manzoni, rapito da un nuovo profondo sentimento religioso, dovea forse contribuire ad animare di nuova poesia cristiana il sentimento stoico, quasi pagano, del Fauriel, e aggiungere a’ pensieri virili dello storico una maggior soavità di espressione poetica. Il Fauriel poi ed il Manzoni erano di quegli uomini, in compagnia del quali, anche non volendo, si diventa migliore: il poeta danese Bággesen, per esempio, che era temuto da’ suoi avversarii per i suoi frizzi e per le sue invettive, presso il sereno e virtuoso Fauriel diveniva o voleva almeno apparire un agnello: i frammenti delle sue lettere al Fauriel pubblicati dal Sainte-Beuve lo dimostrano.

Lo stoico Fauriel, amico della vedova del Condorcet, ma, senza dubbio, amico nel più nobile senso della parola, dovea tenere il posto presso il Manzoni di quel Carlo Imbonati, lo stoico discepolo del Parini, ed amico della signora Giulia Beccaria. Quando la signora Condorcet morì nel 1822, il Fauriel venne a cercare conforto al suo vivo, irreparabile dolore, presso il suo Manzoni, a Brusuglio.

Premesse queste poche parole intorno alle ragioni profonde della simpatia ed amicizia che legò insieme il Manzoni ed il Fauriel, mi giova ora, con la guida del Sainte-Beuve, seguire i discorsi che i due grandi scrittori tennero in Parigi sull’arte loro. Ma io discorderei tosto dall’illustre critico francese, il quale attribuiva al Fauriel il merito d’avere, dopo la lettura del noto Carme In morte dell’Imbonati, non pure consigliato al Manzoni di perfezionarsi nel verso sciolto, ma indicatigli «les modèles qu’il prèfèrait.» Per quanto il Fauriel fosse intelligente di poesia italiana, conviene ammettere che il Manzoni se ne intendesse un poco più: il Fauriel provavasi egli pure a scrivere sonetti italiani e li leggeva al Manzoni; ma, se que’ sonetti avessero avuto un vero valore, è assai probabile che gli avrebbero sopravvissuto. Il Fauriel deve avere semplicemente ammirato i bei versi del Manzoni, e convenuto con lui che il miglior modello di verso sciolto italiano era quello del Parini, che molto probabilmente il Manzoni fece conoscere al Fauriel e non, di certo, viceversa. Il Sainte-Beuve scrive, del rimanente, egli stesso parlando del Manzoni: «Le divin Parini, comme il l’appelait quelquefois, fut son premier maître; mais, en avançant, son vers tendit de plus en plus à se dègager de toute imitation prochaine, à se retremper directement dans la vèritè et la nature.» Il che è vero soltanto, se si confronti lo sciolto della tragedia con quello del Carme per l’Imbonati, ma non potrebbe stare se si volesse riguardare come un progresso l’Urania ed altri componimenti lirici immediatamente successivi, rispetto a quel primo Carme mirabile per verità e naturalezza. Ma a questo punto non mi giova più citare; mi conviene invece riferire, per intiero, quanto il Sainte-Beuve ci lasciò scritto intorno ai discorsi principali che si tennero su argomenti letterarii fra il Manzoni ed il Fauriel, dall’anno 1806 all’anno 1808.

«Quante volte (scrive il Sainte-Beuve), correndo l’estate del 1806 o alcuno degli anni dipoi, nel giardino della Maisonnette e fuori, per le colline di Saint-Avoie, sul pendio di quella vetta, onde si scorge sì bello il corso della Senna, e l’isoletta coperta di salici e di cipressi, da cui l’occhio si allarga contento su quella fresca e tranquilla vallata, quante volte i due amici andavano ragionando tra loro sul fine supremo d’ogni poesia, sulle false immagini di che conveniva spogliarla, sull’arte bella e semplice che bisognava richiamare alla vita! Certo, il Cartesio non fu tanto insistente nel raccomandare al filosofo di deporre le idee della scuola e i pregiudizii dell’educazione, quanto il Fauriel nel raccomandare al poeta di liberarsi intieramente da quelle false immagini che sogliono ricevere nome di poetiche. Bisogna che la poesia sia cavata dall’intimo del cuore, bisogna sentire e saper esprimere i proprii sentimenti con sincerità. Quest’era il primo articolo della riforma poetica meditata dal Fauriel e dal Manzoni. Non è però che di mezzo alle speranze questi non sentisse un’amarezza nel cuore. Ben intendendo che la poesia non può corrispondere nè alle sue origini nè al suo fine, se non opera sulla vita del popolo e della società, scorgeva facilmente, che, per mille titoli, l’Italia non poteva arrivare a tanto. La divisione degli Stati, il difetto d’un centro comune, l’ozio, l’ignoranza, le pretensioni locali avevano arrecato differenze troppo profonde tra la lingua scritta e le parlate. Quella divenne addirittura una lingua morta. Non potè quindi prendere ed esercitare sulle varie popolazioni un’azione diretta, immediata, universale. E così, per una contradizione veramente singolare, la prima condizione in Italia d’una lingua poetica, pura e semplice, era di fondarsi sull’artificio. Il Manzoni sentì assai presto la gravità di questo inconveniente. Egli non poteva contemplare senza un certo piacere, misto d’invidia, il pubblico di Parigi tutto plaudente alla commedia del Molière. Quel vedere un popolo intero che gustava e intendeva in tutte le loro parti i capolavori del genio, come cosa sua, quasi ponendosi in comunicazione con esso, gli pareva un sintomo di quella vita attiva che temeva fosse divietata a una nazione divisa in tanti dialetti. Egli ch’era destinato a riunire un giorno i più eletti ingegni del suo paese in un concorde sentimento d’ammirazione, egli allora non credeva possibile siffatta unanimità, o almeno dolevasi che non potesse partire dal maggior numero. Il Fauriel lo incoraggiava con autorità, e ponevagli sott’occhio molti illustri esempi, anche di scrittori italiani, ricordandogli che tutti, più o meno, ebbero a lottare con difficoltà della stessa specie.»

Il soggiorno in Francia non valse di certo al Manzoni per fargli imparar meglio quella lingua italiana, allo studio della quale egli si appassionò poi tanto dopo il suo ritorno in Italia. Ma gli diede, quanto allo stile, quella naturalezza, quell’agevolezza e disinvoltura che le nostre scuole e le nostre Accademie non ci hanno mai insegnate, avendo anzi mirato molto spesso a nascondere con la frase elegante i pensieri, o il vuoto de’ pensieri, più tosto che ad esprimerli. Il Manzoni ammirava grandemente e sovra tutti i prosatori il Voltaire, le opere del quale egli citava spesso, avendole fino al suo trentesimo anno 1820 avute sempre fra le mani! Se ne privò poi, per farne dono al proprio confessore monsignor Tosi, canonico del Duomo, poi vescovo di Pavia, e togliersi così la tentazione di ascoltare il Voltaire altrimenti che come scrittore, e di sorbire con l’ambrosia delle belle parole il veleno di pensieri che quella fede cattolica, della quale egli aveva assunta la difesa, gli comandava di riprovare [21].

Note

________________________

[1] Cfr. il paragrafo VI.

[2] La lettera è questa; il Manzoni era ancora in Milano, onde partì soltanto nella primavera, dopo la morte dell’Imbonati:

Ad Andrea Mustoxidi.

«In appendice alla mia del passato ordinario ve ne acchiudo un’altra del nostro amico Manzoni. Egli ha voluto farla passare per le mie mani, perchè mi risguarda direttamente e contiene una sua onesta disapprovazione dell’essermi io avvilito a parlare di De Coureil. Del quale mio errore io non meriterei veramente perdono, se non mi scusasse il fatto di quelli che hanno confuso il reverendo lor nome con quello d’un pazzo, e si sono condotti peggio di me, e non veggo che abbiano ancor redenta questa ignominia, separandosi da così vile e disonesta compagnia.

Vera è pur troppo la riflessione di Manzoni che, prendendo briga col De Coureil, è forza che i buoni si scordino di quella gentilezza che pure è il primo frutto delle lettere, vero per conseguenza che in quella mia nota sono corsi dei termini non gentili. Ma se un facchino imbriaco, mentre io vado per la mia strada, mi viene addosso con villanìa, e mi lorda di fango, dovrò io dirgli: - Signore, siate più rispettoso coi galantuomini; signore, maltrattatemi con più discrezione; considerate, vi prego, che mi si deve un poco più di rispetto - e altre simili gentilezze? Chi può dunque incolparmi d’aver dato al mio critico i nomi ch’ei merita? Le creanze si usano con chi le pratica, e il bastone con gli asini mal educati. Ma parlerò con altro linguaggio, se avverrà che io sia forzato a drizzare più alto il mio giusto risentimento. Il contegno che così si usa con me, ha ormai irritata tutta l’Italia, e la sana porzione dei letterati, anche stranieri, ha già manifestato il suo sdegno su queste vili e scandalose ingiustizie. Della lettera di Manzoni fate l’uso che più vi piace, anche pubblico.

Milano, 6 febbraio 1805"

[3] Il Monti non fu, tuttavia, a quanto pare, de’ lettori più solleciti de’ Promessi Sposi, secondo quanto trovo scritto nelle Memorie autografe di un ribelle, di Giuseppe Ricciardi (Milano, 1873): «Recatici a visitare l’Osservatorio astronomico posto nel Palazzo di Brera, trovammo quivi l’Oriani e il Carlini. Altri uomini, più o meno illustri, conoscemmo indi a poco, fra cui nominerò primo il Manzoni. Il quale io vidi la prima volta in Milano, nel giugno del 1827. Sedeva in mezzo alla sua bella e numerosa famiglia e ad un nobile crocchio d’amici, in cui tenevano il primo luogo Ermes Visconti, Tommaso Grossi e Giovanni Torti, cioè, quasi tutta la così detta Scuola romantica. Ci fu introduttore in casa Manzoni il Rosmini, giovanissimo allora, ed il quale avevo conosciuto per mezzo di un assai colto e gentil veneziano, per nome Antonio Papadopoli. I Promessi Sposi erano usciti in luce pochi dì prima, ed io li avevo divorati con un piacere infinito, tanto più poi in quanto che m’avevo sott’occhio i luoghi, dei quali parla quel mirabile libro. Desiderosi oltremodo di salutare il decano dei poeti allora viventi, Vincenzo Monti, n’andammo a Monza col Papadopoli. Trovammo il povero vecchio adagiato, o, per dir meglio, giacente in un seggiolone. Teneva gli occhiali inforcati sul naso, e leggicchiava non so qual commedia di Goldoni. Scorta sur un tavolino una copia dei Promessi Sposi, mio padre chiese al buon vecchio che ne pensasse, e quegli rispose aver provato alquanto fastidio nel leggere il primo capitolo, ma pur voler trapassare al secondo. Ne mostrò poi una bella lettera scrittagli dal Manzoni nell’inviargli in dono il suo libro.»

[4] Mi giova qui intorno al Pagani riferire per intiero la nota che trovasi nell’importante volume del Romussi: «Giambattista Pagani fu condiscepolo di Manzoni nel Collegio dei Nobili (Longone) di Milano, e gli conservò sempre un’amicizia che molti anni di lontananza non riescirono nè a spegnere, nè ad indebolire. Fino ai loro ultimi giorni si scambiarono con schietta cordialità proteste di affetto; e la ritrosia di Manzoni in questi ultimi anni a scriver lettere non lo fece mai tardo nel rispondere all’antico amico. Il Pagani era nato nel 1784 in Lonato: era quindi maggiore di un anno di Manzoni. Terminati gli studii del Collegio, il Pagani passò a Pavia a studiar giurisprudenza, e colà conobbe Vincenzo Monti, che teneva cattedra d’eloquenza, e che lo accolse fra i suoi famigliari. In quel tempo Manzoni erasi recato a Venezia, e di là mandava all’amico i versi che man mano scriveva, fra cui un Sermone allo stesso Pagani indirizzato, e nel quale parla dapprima della vocazione ch’ebbe fin dall’infanzia di essere poeta e giustifica il genere satirico di poesia, cui intendeva consacrarsi. Questo Sermone rimase ignoto fino al 1874, in cui fu pubblicato dall’abate Antonio Stoppani nel suo bel libro: I primi anni di Alessandro Manzoni. Il Pagani aveva ingegno da comprendere l’amico, egli pure scrisse reputati lavori: opere giuridiche, perchè avea per la severa scienza del diritto una vera passione, e opere letterarie, cui si applicava per diletto, ma con molta intelligenza. Fra queste ultime si ricorda un Discorso intorno all’Adelchi letto all’Ateneo di Brescia, in difesa dell’opera dell’amico che era allora da molti, con indegna guerra, combattuto. Fra le giuridiche sono lodati il Repertorio legale pei diritti reali ed un Trattato sulle Rendite giuridiche. Durante il primo Regno d’Italia era stato eletto Conservatore delle Ipoteche in Brescia. Nei dolorosi anni della dominazione straniera conservò, con dignitosa fermezza, la fede e l’affetto per la patria, che ebbe la gioia di vedere risorta. Morì nel 19 febbraio 1874, e fu pianto da tutti i buoni, che perdevano un vivente esempio d’integrità e di modestia.»

[5] Le due lettere del Manzoni al Calderari e la lettera intermedia al Pagani, pubblicate dal Romussi, volgono intorno alla malattia ed alla morte dell’Arese; le riproduco, perchè rivelano bene l’animo ed i pensieri del giovine Manzoni, il preteso ateo che dovea fare il miracolo di convertirsi:

 

"Parigi, 7 settembre 1806,

"Mio Calderari,

L’amara novella che mi hai data mi ha riempito di dolore e di melanconia. Io era per iscrivere a te, a Pagani, al povero Arese per annunciarvi il mio ritorno a Parigi, e per chiedere di voi tutti. Non puoi credere quanto m’abbia colpito l’annuncio della grave malattia del nostro Arese. La speranza che tu conservi, rianima la mia; ma le circostanze che tocchi, la indeboliscono pur troppo (In questo passo si vede già l’amore speciale del Manzoni per le antitesi, amore che si può pure avvertire nella lettera del 1803 al Monti già citata.) L’apparato della morte è quello che la accelera. Chi ha avuto il cuore di dargli la sentenza finale? Di farlo soffrire nei forse ultimi suoi momenti? Oh piaccia a Dio che io possa avere da te nuova del suo rivivere! Quando un malato ha presso di sè dei veri amici che gli nascondono il suo stato, egli muore senza avvedersene; la morte non è terribile che per quelli che rimangono a piangere. Ma quando gli amici sono allontanati, quando vi sentite intronare all’orecchio: Tu devi morire! allora la morte appare nel suo aspetto più deforme. Povero Arese! Ho sempre davanti gli occhi quella sua camera deserta degli amici, senza te, senza Pagani che potreste sollevarlo. Alcuni sono morti che sarebbero guariti, pel timore solo cagionato loro dalla sentenza che fu data al povero nostro Arese. Ti prego di scrivermi presto e senza interruzione; non ho bisogno di raccomandartelo. Mia madre divide la mia afflizione, e freme parlando della fredda crudeltà che è tanto comune nei nostri paesi. Scrivimi, ti prego, a lungo ogni minuzia che riguarda Arese. Povero Arese! nel fiore dell’età! Ti prego di scrivere a Pagani che io non ho ora testa nè tempo di scrivergli, ma che, al primo ordinario, lo farò sicuramente. Se mai il mio silenzio gli fosse dispiacente, digli che io sono sempre il suo Manzoni; al mio Pagani ciò deve bastare. Tu amami, Calderari, e sii certo che io ti amo e ti riverisco veramente, e scrivimi presto. Addio; dammi nuove di Arese.

Il tuo

MANZONI B.a"

"Mio Pagani,

M’hai tu dimenticato davvero? Sono tre mesi che non ho tue nuove; e l’ultima mia lettera, nella quale ti annunciava la mia partita da Parigi, è rimasta senza risposta. Non posso dubitare della tua salute, giacchè il nostro aureo Calderari che mi scrive, me ne avrebbe senza dubbio fatto cenno. Io sperava che Zinammi, col quale ci siamo abboccati, avesse qualche tua lettera a consegnarmi; ma, non vedendone ed aspettandone di giorno in giorno, tardai a scriverti fino al mio ritorno. Scrivimi al più presto, dimmi se sei ancora il mio Pagani, com’io sarò sempre il tuo Manzoni; dammi nuove di te, e di tutto quello che ti è a cuore.

Non puoi credere quanta pena mi abbia fatto la nuova della grave malattia del nostro povero Arese; e mia madre, che divide ogni mio affetto, ne fu pure assai triste ed in timore. Calderari mi annunciò qualche miglioramento che mi riempì di gioia e di speranza. Duolmi amaramente che gli amici non abbiano adito al suo letto, e che invece egli debba aver dinanzi agli occhi l’orribile figura di un prete. Nè puoi figurarti quanto dolore ed indignazione abbia in noi eccitato il sentire da Calderari che ad Arese era stata annunciata la fatale sentenza (spero, per Dio! che sarà vana). Crudeli, così se egli schiva la morte, avrà dovuto nullameno assaporare tutte le sue angosce! E quante volte l’annunzio della morte ha ridotto agli estremi dei malati che, ignorando il loro stato, sarebbero guariti? Basta: i mali del caro ed infelice Arese, che ho sempre dinanzi agli occhi, mi allontanano sempre più da un paese, in cui non si può nè vivere nè morire come si vuole. (Qui vi sono accenti intieramente foscoliani.) Io preferisco l’indifferenza naturale dei Francesi, che vi lasciano andare pei fatti vostri, allo zelo crudele dei nostri, che s’impadroniscono di voi, che vogliono prendersi cura della vostra anima, che vogliono cacciarvi in corpo la loro maniera di pensare, come se chi ha una testa, un cuore, due gambe e una pancia, e cammina da sè, non potesse disporre di sè e di tutto quello che è in lui a suo piacimento.

Mi accorgo di aver fatto un pasticcio di parole, pazienza! Il mio Pagani è buono. Due parole di me. Io continuo il ben cominciato modo di vivere, senza cangiamento, senza interruzione. Se tu rileggi le mie passate lettere, ti farà ben maraviglia l’udire da me che mia madre, quest’unica madre e donna, ha aumentato il suo amore e le sue premure per me. Eppure la cosa è così. Io sono più felice che mai, e non mi manca che d’esserlo vicino a te e ai pochi scelti nostri amici, che si riducono ad Arese che vorrei risanato, e a Calderari che vorrei felice come egli merita. Ho vergogna di dirti che, dopo i versi stampati, non ne ho fatto più uno: ora però voglio mettermi il capo tra le mani, e lavorare, massime che mia madre non ha mai lasciato di punzecchiarmi, perchè io cacci la mia pigrizia.

A proposito di versi, devo parlarti di un affare che mi è a cuore assai assai, e che in conseguenza premerà anche a te. Io non ho avuto dal libraio un soldo per l’edizione, e mi sono messo in puntiglio di non rilasciargli niente niente, perchè non voglio essere lo zimbello di nessuno e massime d’un libraio. La sua renitenza o noncuranza è veramente stomachevole. Nè ha alcun appiglio per eludere le mie richieste e per evitare di rendermi il mio. Perchè o le copie sono vendute e mi dia il danaro, o sono invendute e me le renda. Arese si era impegnato di parlargli. Rispose che egli aveva ottocento copie non vendute: io scrissi a Zinammi quello che doveva fargli dire da Arese, ma il povero Arese cadde malato. Ecco la mia risposta: rendere al signor Zinammi, procuratore di mia madre, il prezzo delle 200 vendute e le 800 copie invendute. E veramente mi fa maraviglia che il numero di quelle che sono in bottega sia così grande, non già perchè io credessi che dovessero avere grande spaccio (giacchè v’è un ostacolo a ciò, non so se per colpa dell’opera o dei lettori), ma perchè tu mi avevi annunziato che si vendevano a furia.

Come tu facesti il negozio col libraio, così spero che vorrai ora ridurlo a fine, e te ne prego caldamente. Ho veduto su un giornale di Roma un giudizio di quei versi, con una lode tanto esagerata, che non ardisco riportarlo.

"Caro Pagani, scrivimi ed amami, anzi amaci, giacchè tu sai che mia madre non ha mediocre stima di te e desiderio della tua amicizia. Scrivi a lungo e vale."

Il tuo

MANZONI B.a"

 

"Parigi, 30 ottobre 1806."

"Caro il mio Calderari,

O Arese, giovine buono, amico vero della virtù e degli amici, giovine che in tempi migliori saresti stato perfetto, ma che nella nostra infame corruttela ti conservasti incontaminato, ricevi un vale da quelli che ti amarono caldamente in vita, e che ora amaramente ti desiderano. Povero Calderari, tu lo amasti, tu lo desideri e tu non hai potuto vederlo, consolarlo! Egli è morto nel fiore degli anni, nella stagione delle speranze, e l’ultimo oggetto che i suoi occhi hanno veduto non è stato un amico. Egli che era degno di amici! Povero Calderari! Mia madre ed io piangiamo sopra di Arese e sopra di te. Seppi da Buttura che tu eri assiduo alla sua porta, che le tue lagrime mostravano la forza del tuo affetto, ma invano. Noi rileggiamo le lettere di Arese, quel che ci resta di lui, quello che rimane in questo mondaccio di quell’anima fervida e pura. Odi quello che egli ci scrisse nell’ultima lettera, dove traspira quasi un presentimento della sua separazione. Egli parla con mia madre e con me, e par ch’egli non abbia voluto darmi l’ultimo addio, se non unendomi con Lei che tutto divide con me, e che abbia voluto così render più sacre per me le ultime sue parole. La lettera è del mese di giugno o di luglio al più tardi:

"Ho veduto con sommo dolore partire il mio Pagani. Mi rimane Calderari, che è un angelo. È veramente degno di miglior sorte e di.... Le sue disgrazie, che egli soffre con animo veramente forte, mi stringono a lui più fortemente, e mi servono di un grande esempio. Oh Giulia, Giulia! non è così rara in Italia la virtù come tu pensi!"

E finisce con queste parole che mai non rileggiamo senza un fremito di dolore e di speranza: "Giulia, Alessandro, ci rivedremo certamente. Un giorno, superiori all’umano orgoglio, beati e puri ragioneremo sorridendo delle passate nostre debolezze. Addio."

Oh sì! ci rivedremo. Se questa speranza non raddolcisse il desiderio dei buoni e l’orrore della presenza dei perversi, che sarebbe la vita?

Calderari, noi siamo afflitti di non poter essere con te. Tu sei degno d’aver degli amici, e in noi troveresti del cuore, quello di cui tu hai bisogno.

Non posso scrivere a Pagani. Egli pure deve essere conturbato.

In verità la morte di un amico nel fior degli anni vi lascia, oltre il dolore, un certo risentimento; pare un’orribile ingiustizia. Addio, caro ed infelice Calderari, amami e scrivi. Addio.

Il tuo

MANZONI B.a"

[6] "Buttura Antonio (scrive il Romussi) buon critico e poeta, nato a Malcesine sul Lago di Garda nel 1771, partigiano della Repubblica francese a Venezia, epperciò favorito da Napoleone, si trasferì, dopo il Trattato di Campoformio, a Parigi, dove morì nel 1832. Fu professore al Pritaneo di San Ciro ed all’Ateneo, dove successe al Ginguené; la traduzione del Boileau, di cui parla il Manzoni (in una sua lettera del 1806), fu pubblicata nel 1816.

[7] È giusto tuttavia l’avvertire che consigli simili il Manzoni dovea averli talora intesi dallo stesso Monti. Questi, in una sua lettera di risposta al Tedaldi-Fores, ringraziando il giovine Poeta romantico per un Inno all’Aurora, gli scriveva come lo potrebbe ora fare un manzoniano: «Perchè in avvenire trionfi ne’ vostri versi l’affetto, innamoratevi, fate che le vostre idee prima di andar sulla carta passino per mezzo il fuoco del cuore; in una parola, sentite

[8] In una lettera del marzo 1806 diretta da Parigi al Pagani, il Manzoni si esprime così. "Scrivimi presto, te ne prego per me e per mia madre, che legge le tue lettere coi miei occhi. Ella t’ama quanto io t’amo. Ella è continuamente occupata.... ad amarmi e a fare la mia felicità."

[9] Quando, nel 1793, il Beccaria morì, il Manzoni si trovava in collegio, e contava appena otto anni. Non pare ch’egli abbia ricevute altre impressioni del nonno, fuori di quelle che gli furono comunicate dalla madre e dalla lettura delle opere, specialmente dei due libretti, Intorno ai Delitti e alle Pene, e Intorno alla Natura dello stile. In quest’ultima opera, quantunque scritta assai male, trovansi parecchi pensieri, che devono aver servito di base ai primi discorsi che il Manzoni tenne in Parigi col Fauriel intorno allo stile. Io ne accennerò alcuni che mi sembrano particolarmente essere divenuti manzoniani: «Un’eccellente poetica sarebbe quella che insegnasse a risvegliare in sè stesso l’indolente ed indeterminata sensibilità, che facesse scorrere lo spirito osservatore su tutte le cagioni che gli produssero piacere o dolore. Sono le osservazioni sopra le interne operazioni dello spirito, non sulle esterne manifestazioni di esso, che formano le vere istituzioni. - Io parlo solamente a quegli animi pronti e penetranti che sanno ripiegarsi in sè medesimi e sentir profondamente, ed a quegl’ingegni arditi e liberi che si formano una scienza de’ loro pensieri e non degli scritti altrui.» Il sensismo del Condillac adoperato nella statistica è il fondamento della dottrina del Beccaria, che il Manzoni tradusse in pratica. «Il principal artificio (conchiudeva il Beccaria) di chi vuole riuscire eccellente scrittore sarà quello di ridurre a tutte le idee sensibili, componenti, tutto il corredo delle parole, delle quali egli, conversando e studiando, carica la memoria, il che finalmente si riduce al principio medesimo esposto nella prima parte di queste ricerche; se l’eccellenza dello stile consiste nell’esprimere immediatamente il massimo numero di sensazioni unibili colle idee principali, per mettersi in istato appunto di esprimere questo massimo numero, il miglior mezzo sarà quello di averne ricca l’immaginazione. Ora come mai ciò potrà aversi se tre quarti dell’istituzione nostra si fa per mezzo delle parole, ed è necessario di farlo attesa la complicata coltura de’ nostri costumi? non certamente in altra maniera, infuori che in quella di studiosamente e ad ogni occasione portare l’unione delle generali ed indeterminate espressioni alle sensibili, precise e determinate.

[10] Così l’Imbonati che ebbe per discepolo il Manzoni, aveva avuto per maestro il Parini. Il Manzoni stesso dovea avere per maestro un Monti, per amici un Foscolo ed un Fauriel, un Rosmini ed un Grossi, per critico un Goethe, per genero un Azeglio, per discepolo ideale un Giusti! Le visite del Mazzini e del Garibaldi, di Vittorio Emanuele e del Principe Umberto, di Don Pedro d’Alcantara e del Granduca Alessandro di Weimar, erano dimostrazioni particolari di quel consenso universale d’ammirazione, pel quale la gloria letteraria del Manzoni fu insuperata ed insuperabile.

[11] Il Botta dava a leggere al giovine Manzoni il manoscritto della sua Storia della Indipendenza degli Stati Uniti, della quale il Manzoni scriveva con entusiasmo all’amico Pagani, dicendogli, tra l’altre cose: «Credi che, dopo i nostri storici vecchi, nulla d’eguale è mai comparso in Italia,» e gli raccomandava di trovargli un editore in Italia. L’editore non si potè trovare. Il Botta stampò il libro a sue spese; poi, avendo la moglie malata, e bisogno urgente di far danaro, vendette tutta l’edizione a peso di carta! - È noto come, dopo la pubblicazione de’ Promessi Sposi, il Botta classicheggiante si schierò tra gli avversarii della Scuola manzoniana.

[12] La prima edizione de’ soli cento esemplari, uscita nel febbraio del 1806, non fu messa in vendita; l’edizione di Milano fu di 1000 esemplari, ed uscì nel marzo di quello stesso anno.

[13] Fra i poeti che destarono maggior entusiasmo nel giovine Manzoni vuol essere ricordato, per l’appunto, questo Lebrun.(*) Egli era nato nel 1729, e s’era acquistato fra i suoi contemporanei il nome di Pindare français. A quattordici anni aveva già fatta un’Ode che prometteva un poeta insigne. Nato nella casa del principe di Conti, che lo prese a proteggere e lo adoperò poi per molti anni come suo segretario, vogliono che egli potesse esserne figlio. Il figlio del grande tragico Racine, poeta egli stesso, innamorò il giovane Lebrun della poesia; naufragato il Racine presso Cadice, il Lebrun lo pianse con un’Ode tenerissima. Sopra il suo quinto lustro, il Lebrun noveravasi già fra i primi Lirici francesi. L’indole satirica del poeta gli fece molti nemici; ma vuolsi pure ricordare che la figlia del grande Corneille ebbe dote per un’Ode famosa, nella quale il Lebrun supplicava in favore di lei il Voltaire. E quando il Voltaire morì, il Lebrun lo onorò con questa strofe efficace:

O Parnasse! frémis de douleur et d’effroi!

Pleurez, Muses, brisez vos lyres immortelles

Toi dont il fatigua les cent voix et les ailes,

Dis que Voltaire est mort, pleure et repose-toi.

 Ma gli epigrammi pungenti del Lebrun sono molto più numerosi. La morte del prìncipe di Conti, la sua separazione dalla moglie, il fallimento del principe di Guémenée, presso il quale il Lebrun avea collocati i suoi risparmii, ne amareggiarono la vita. Per la intercessione del conte di Vaudreuil e del Calonne, impietosito il re Luigi XVI concesse al povero Lebrun una pensione annua di duemila franchi, il che non impedì, allo scoppiar della rivoluzione, che il Pindaro francese scrivesse le più ardenti odi rivoluzionarie. Ma il regno del Terrore lo spaventò; il Lebrun lamentò allora la libertà perduta e l’umanità oltraggiata. Passata la tempesta rivoluzionaria, creato l’Institut National, ei fu de’ primi ad esservi accolto. Sotto il Direttorio, gli fu dato quartiere nel Louvre, con una pensione annua di mille scudi; Napoleone, primo console, la portò nel 1804 a seimila franchi. Negli ultimi anni della sua vita, il poeta perdette la vista; ma la ricuperò, in parte, per le cure del dottor Forlenze, onde il Cournand componeva la graziosa strofa seguente:

D’un nuage fatal tes yeux étaient voilés;

Forlenze, par son art, te rendit la lumière.

En des siècles plus reculés

Ce qu’il fit pour Pindare, il l’eût fait pour Homère.

 Ma del beneficio della luce il Lebrun godette per poco tempo, poichè morì nel mese di settembre dell’anno 1807. I critici contemporanei del Lebrun non lo stimavano inferiore al lirico Giambattista Rousseau, specialmente per le due Odi al Buffon, per l’Ode sopra il vascello Le Vengeur, e per le sue traduzioni e imitazioni delle Odi d’Orazio. Ebbi sotto gli occhi un ritratto del poeta Lebrun, una figura nervosa, un profilo sottile, che non doveva inspirar molta simpatia; il Manzoni era tuttavia in quell’età, in cui tutti gli scrittori celebri sembrano degni d’essere amati, quando incontrò il Lebrun; e però il 17 marzo dell’anno 1806 scriveva da Parigi al suo amico Pagani: «Ieri ebbi l’onore di pranzare con un grande uomo, con un poeta sommo, con un lirico trascendente, con Lebrun. Avendomi onorato di un suo componimento stampato, volle assolutamente scrivere sull’esemplare, che conserverò per sempre: À. M. Beccaria. Ho avuto l’onore di imprimere due baci sulle sue smunte e scarnate guancie; e sono stati per me più saporiti che se gli avessi colti sulle labbra di Venere. È un grande uomo, per Dio! Spiacemi che le sue Odi sieno sparse e non riunite in un volume per potertele far conoscere; il suo nome lo conoscerai certamente. Credimi che noi Italiani siamo alquanto impertinenti, quando diciamo che non vi è poesia francese. Io credo e creder credo il vero, che noi non abbiamo (all’orecchio), che noi non abbiamo un lirico da contrapporre a Lebrun per quello che si chiama forza lirica. E perciò qui lo chiamano comunemente Pindare Lebrun, e non dicono forse troppo. Per contentare la loquacità che oggi mi domina, e per giustificare la mia opinione, ti trascriverò qualche verso qua e là delle sue Odi. In una imitata dall’Exegi monumentum di Orazio, egli dice che il suo monumento è più ardito della piramide e più durevole del bronzo. E poi (ascolta, per Dio!):

Qu’atteste leur masse insensée?

Rien qu’un néant ambitieux:

Mais l’ouvrage de la pensée

Est immortel comme les Dieux.

Eh? e nella medesima Ode:

Comme l’encens qui s’évapore

Et des Dieux parfume l’autel,

Le feu sacré qui me dévore

Brûle ce que j’ai de mortel.

E nella stessa ancora:

J’échappe à ce globe de fange:

Quel triomphe plus solennel!

C’est la mort même qui me venge;

Je commence un jour éternel.

E, in un’Ode a Bonaparte, due anni fa:

Le peuple souverain qu’un Héros sent défendre

N’obéira qu’aux Lois;

Et l’heureux Bonaparte est trop grand pour descendre

Jusqu’au trône des Rois.

In un’Ode per la famosa notte del 10 agosto, - attento bene:

O Nuit, dont le voile imposteur

Servit un roi conspirateur,

Je te dénonce à la mémoire!

ors de ta lâche obscurité,

Parais dans ton affreuse gloire,

Subis ton immortalité!

Se questi non sono versi, quelli d’Orazio e di Pindaro sono cavoli! - E parlando di Dio in un poema;

Au-delà du soleil, au-delà de l’espace,

Il n’est rien qu’il ne voie, il n’est rien qu’il n’embrasse,

Et la création respire dans son sein.

(*) P. D. E., da non confondersi con un altro poeta Lebrun (P. A.) nato nello stesso anno, in cui nacque il Manzoni, morto membro dell’Accademia Francese, di cui il Dumas figlio ebbe a tessere l’elogio insieme col D’Haussonville. Questo Lebrun ebbe pure una gloria precoce, cantò pure le vittorie napoleoniche, e ottenne perciò anch’esso una pensione annua, ma di soli 1200 franchi.

[14] Una lettera del maggio 1806 diretta in poscritto dalla Giulia Beccaria al Pagani lo pregava di visitare in Milano la tomba dell’Imbonati: «Un vostro puro vale (scriveva essa), sarà aggradito da Lui, sarà accetto dal mio povero cuore.»

[15] L’Autore della Biografia del Manzoni che si legge ora nel Supplemento all’Enciclopedia popolare del Pomba, preferisce invece far credere che il Manzoni abbia scritto il Carme per l’Imbonati, per riconoscenza della pingue eredità ricevuta!

[16] «Il Manzoni (scrive lo Stoppani) si ricordava fin negli ultimi suoi anni della buona zia, la quale gli aveva lasciato delle impressioni vivissime, che egli ricordava agli amici, come fossero ancora quei giorni. Ritornata ai patrii lari, l’ex-monaca si era assunta lei una parte dell’educazione di Lisandrino, a cui aveva preso a volere un gran bene, e questa parte era di farne un giovinotto... se vi par troppo il dire galante, diremo brillante, chè non daremo così occasione di pensar male a nessuno. Non pare che per una coltivazione di questo genere il terreno fosse così facile, come avrebbe desiderato la coltivatrice. Anche il Manzoni dovette subire il supplizio inevitabile delle lezioni di musica e di danza.... Non vi cadesse mai in mente che l’ex-monaca fosse una donna meno che ammodo, anzi meno che pia; ella non mancava mai di condur seco Lisandrino alla benedizione nella chiesa detta alla Pace. Vuol dire che lungo la via c’era tempo di discorrere d’altre cose. - Vede lei, - diceva un giorno il Manzoni, in uno degli ultimi anni della sua vita, ad un amico, mentre passavano per la Via di Santa Prassede, - vede lei quella finestra? Un giorno ero là colla zia che m’insegnava il viver del mondo. D’un tratto eccoci alle spalle lo zio monsignore; e la zia svelta a regalargli, come si dice, una buona cavatina, cambiando discorso con tale disinvoltura, da fare invidia al comico più provetto. - Dove mai aveva la zia appreso una tattica così sorprendente? Ma!... La cosa aveva fatto un gran senso al giovinetto, e gli avrà dato certamente da pensare. Talvolta certamente nella conversazione il discorso cadeva sulla soppressione, con tutti quei pro e contro che udiamo anche noi a’ nostri giorni. La zia a questo proposito non si lasciava mai cogliere nelle spire di un ragionamento qualsiasi. Con quel suo fare spigliato e disinvolto saltava a piè pari alla conclusione. - Io per me - diceva - sono del parere di Giuseppe II. Aria: Aria! - soggiungeva, trinciando nell’aria di gran cerchi colla mano destra, quasi avesse voluto farsi largo, e sgombrarsi dattorno quel non so che, da cui aveva impedito per tant’anni il respiro."

[17] Questa pareva una preoccupazione forte nel Manzoni: noi abbiamo veduto nelle lettere che scrive intorno all’Arese moribondo com’egli si sdegni contro il sacerdote che viene a crescere il terrore della morte; è noto poi come l’estrema agonia del Manzoni sia stata dolorosa, pel terrore che lo invase nell’ultimo momento.

[18] Egli ricordava senza dubbio, in quel punto, il proprio già citato Sermone contro i cattivi poeti.

[19] L’indole intieramente soggettiva del Carme, le lodi date all’Imbonati amico di sua madre, quando il padre ancora viveva, e la possibilità che alcuno venisse un giorno, come venne pur troppo, a sospettare ch’egli cantasse l’Imbonati per riconoscenza venale, dopo che il Conte aveva diseredato i proprii parenti per lasciare le proprie sostanze alla bella ed intelligente amica, furono, senza dubbio, i motivi gravissimi, per i quali il Manzoni ebbe più tardi a dolersi d’avere scritto quel Carme giovanile.

[20] L’Elogio del Cabanis recitato dal Tracy fu tradotto in italiano da Defendente Sacchi sopra il manoscritto dell’Autore e pubblicato nel 1834 a Piacenza.

[21] Il fatto ci è affermato dal professor Magenta, il quale aggiunge che il Voltaire appartenuto al Manzoni «era un magnifico esemplare parigino del 1785, di circa 100 volumi in-8°, legati in marocchino col labbro dorato. L’egregio Carlo Tosi ne tiene quattro soltanto, che degli altri alla morte del Vescovo non si trova che i cartoni.»

Indice Biblioteca

ProgettoAlessandro Manzoni

parte terza     indice dell'opera

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011