ANGELO DE GUBERNATIS

STUDIO BIOGRAFICO

su

ALESSANDRO MANZONI

Letture fatte alla Taylorian Institution di Oxford

nel maggio dell’anno 1878

notevolmente ampliate

Edizione di riferimento:

Alessandro Manzoni, Studio biografico di Angelo de Gubernatis, ed. Successori Le Monnier, Firenze, 1879

A FEDERICO MAX  MILLER

Professsore nella Università di Oxford

e curatore della Taylorian Institution

Illustre Amico,

Nessuno meglio di Voi potrebbe dire in qual modo sia nato inaspettatamente questo mio tenue volume. Chè, se mia fu la scelta del tèma, Vostro fu il merito, posto che il libro non accresca i miei torti verso le lettere, se mi venne fornita l’occasione di scriverlo. E quale occasione! La più solenne che amor proprio di autore potesse ambire. Nè contento di avermi coi vostri insigni colleghi, i curatori di codesta illustre Tayloriana Istituzione intesa a promuovere fra gli Inglesi lo studio delle lingue e delle letterature moderne, messo in condizione di ragionare per tre volte, innanzi a un pubblico veramente eletto, intorno al sommo fra i nostri scrittori contemporanei, la vostra bontà e cortesia volle non pure che, tra le agiatezze della vostra casa ospitale, io dimenticassi in Inghilterra la mia condizione di straniero, ma ancora che, nelle vostre dimestiche contentezze, se pure visibilmente contristate da un amaro ricordo, io vedessi, in alcuna parte, la immagine di quelle vivissime che mi attendevano al mio ritorno in patria. A Voi, illustre concittadino ed ammiratore di quel Goethe che diede al Manzoni nostro il vero battesimo della gloria, a Voi avvèzzo, dal cielo olimpico e luminoso in cui spaziate, a contemplar le cime più ardue di quell’açvattha infinito, ch’è l’albero della scienza, non increscerà, spero, dopo avere, con la vostra costante benevolenza accresciuto coraggio al vostro amico lettore, se io sono in qualche modo riuscito a presentarvi del Manzoni un ritratto abbastanza fedele, ritrovarvelo nuovamente innanzi come figura degna di Voi; questo ritratto, in ogni maniera, nel mio desiderio vi appartiene, se non altro come ricordo di quegli obblighi di sentita gratitudine, per i quali sono lieto io medesimo di non esservi più intieramente straniero.

Con questi sentimenti, gradite, illustre amico, il libro che Vi invio con la fiducia, non vorrei dire solamente speranza, che ne durasse lungamente in Voi la memoria, se non per alcun merito particolare del biografo, almeno, sicuramente per la nobiltà della vita intellettuale che impresi a descrivere, dalla quale, fin che le nuove generazioni deriveranno luce ed esempio, le lettere continueranno sempre a sostenere il loro desiderabile e necessario ufficio d’ instauratrici amabili e generose di ogni civile sapienza.

Il vostro

ANGELO DE GUBERNATIS.

PROEMIO DEL LIBRO

Il Discorso che segue, col quale tentai di studiare la vita del primo fra i nostri moderni scrittori, fa letto in tre giorni consecutivi dello scorso maggio in una sala della Taylorian Institution di Oxford. innanzi ad eletto uditorio che a mi è venuto intorno, fino all’ultimo, crescendo per numero e benevolenza.

Dovendo ogni lettura restringersi al breve giro di un’ora, dovetti pure, per non abusare della pazienza de’ miei cortesi uditori, sopprimere parecchie parti del Discorso che io avea preparato, per la importante e splendida occasione, e che un’ora non avrebbe bastato a svolgere. Desidero ora dunque ricolmare nella stampa le inevitabili lacune di que’ discorsi, lieto d’offrire, per intiero, ai dotti e gentili Curatori dell’Istituto Oxoniano e a’ miei proprii concittadini il frutto di que’ pochi studii da me fatti sopra lo scrittore italiano, che ho più ammirato nell’età nostra e dal nome del quale tolse pure il proprio il carissimo fanciullo, nel quale io ho riposto le mie migliori speranze. Mi sia ora indulgente la critica, com’io sono sicuro che furono onesti tutti gl’intendimenti che mi hanno mosso a scrivere; e chi ha poi qualche cosa di meglio e di più da dire intorno al Manzoni lo dica, chè non troverà, per un tèma così simpatico, alcun lettore più attento di me e più desideroso d’imparare. Io non sono, e lo dichiaro subito, idolatra d’alcun nome; ma è pure tanto in me il sentimento della grandezza dell’uomo che ha chiuso in Italia tutto un secolo di storia letteraria, che spero di non essere accusato per falsa modestia, s’io confesso ingenuamente che il tèma altissimo mi sgomenta, e ch’io lo riconosco, pur troppo, superiore ad ogni mia virtù.

S’io dovessi qui solamente discorrere degli scritti di Alessandro Manzoni, mi farei animo a ragionarne, reso forte ed illuminato dal consenso ammirativo dell’universo che legge; ma quando un uomo s’inalza alla grandezza del Manzoni, quando, dopo avere contemplato questo mirabile gigante dell’arte nostra, è necessità persuadersi che la sua originalità è specialmente riposta nel suo modo particolare di sentire, e questo modo di sentire non si può bene comprendere e non si ha quindi il diritto di giudicarlo, se non fa germogliare insieme il proponimento virtuoso di conformare la propria vita a que’ sentimenti medesimi, io mi domando con piena sincerità: «Sono io degno di parlare di Alessandro Manzoni?» Io non voglio inalzarmi qui come critico sopra di esso; voglio anch’io guardare in su, e con tanto maggior obbligo di Giuseppe Giusti che pure avrebbe avuto per la qualità dell’ingegno il diritto di guardare il Manzoni in faccia; ma le parole verrebbero a morirmi sopra le labbra, so io non sapessi ammirare il Manzoni altrimenti che come un altro uomo che sia stato più grande di noi tutti, per sè stesso soltanto, e non ancora per lasciarci alcun memorabile esempio.

Ora io che ho sempre desiderato richiamare moltagioventù della mia terra a ristudiarlo con me, io che lo propongo sicuramente ad esempio [1], non lo potrei, non dovrei poterlo fare, se prima non avessi fatto promessa a me medesimo di seguire docilmente i principii di quella filosofia letteraria che ammiro sovra ogni altra. E, pur troppo, per quanto sia grandein me il desiderio, sento povere le forze ed insufficienti all’uopo; e ripeto, pieno di confusione e di sincerità, il domine, non sum dignus.

Ma io prevedo, pur troppo, a questo punto il moto impaziente di alcuni lettori, i quali prima di proseguire avranno già sentenziato presso a poco così: «Abbiamo capito, l’Autore ci promette un panegirico, invece d’uno studio critico; invece d’un Manzoni diminuito e fatto minutamente, come ora si deve, in pezzi; avremo un Manzoni altissimo, iperbolico, messo sugli altari ed idealeggiato, per educazione de’ buoni.» Chi ha di tali impazienze non legga più oltre. Io voglio sì, io spero provare come il Manzoni fu grande, com’egli è stato, e sarà forse ancora per molto tempo, il massimo de’ nostri scrittori; ma chi teme una tale dimostrazione, chi non la permette, chiuda il libro; chè, in verità, io non lo scrivo con la speranza di convertire alcun profano, ma nel desiderio, il quale può ingannarmi, ma è onesto, di delineare il Manzoni quale mi apparve, dopo averlo ricercato attentamente ne’ suoi scruti e nelle memorie del nostro tempo; e perciò ne verrà fuori, come io spero, non solo la figura di un grande scrittore, ma ancora quella di un grand’uomo, sì mi tenta anche la speranza che alcuno già ben disposto, innamorandosi più forte della sua figura, si giovi dell’esempio che sotto di essa si cela, come tento io stesso di cavarne come posso alcun profitto non solo per l’arte dello scrivere, ma per quella assai più difficile del vivere. Da queste stesse parole si deve, parmi, capire che io non mi propongo di scrivere la vita d’un Santo; se il Manzoni fosse stato un uomo perfetto in ogni cosa, non ci rimarrebbe altro che adorarlo. Ma poich’egli era mortale come noi e soggetto ad errare ed alcuna volta può avere anch’esso umanamente errato, sarà utile a noi l’apprendere in qual modo egli vincesse le sue battaglie ideali, e quale ostinazione virtuosa egli abbia messo per vincere. «Ma noi non vogliamo più la noia di libri siffatti, che ci diano la biografia d’uno scrittore, con l’intendimento dichiarato di offrirci un modello virtuoso. Dateci l’uomo come l’avete visto. Penseremo noi alla conclusione, se ce ne sarà da farne alcuna, o non ne faremo, che sarà il meglio. Risparmiateci dunque i vostri fervorini.» Sento già correre in aria questo parole più di minaccia che di consiglio; e, mettendomene in pensiero, prometto, fin d’ora, che risparmierò i fervorini, quanto mi sarà possibile, ma non prometto poi nulla di più: perchè, se, nello scrivere, mi accadrà, in qualche momento, che il cuore mi batta un poco piú rapido, e mi esca per avventura una parola piú calda, io non sacrificherò quel po’ di fuoco che m’ accende ancora ad alcun domma della nuova critica; poichè io non ammetto, e lo dichiaro subito, in alcuna opera d’arte, principii, i quali escludano il principale, anzi il solo creatore d’ogni arte grande, che è il sentimento.

Prologo.

Se bene a molti rechi oramai gran tedio che si parli ancora nel mondo del Manzoni, e tra i molti più siano persuasi che sopra un tale argomento, da essi chiamato giustamente eterno, non ci sia più nulla di nuovo da dire, dovendo io tener discorso intorno ad un nostro moderno scrittore, innanzi ad un’eletta d’Inglesi, presso i quali da Giuseppe Baretti ad Ugo Foscolo, da Ugo Foscolo a Gabriele Rossetti, da Gabriele Rossetti a Giuseppe Mazzini, per tacerti degli onorati viventi che hanno insegnato od insegnano tuttora la letteratura italiana in Inghilterra, lo nostre lettere da un secolo in qua furono sempre coltivate con amore, io non ho saputo trovare alcun tèma non solo più nobile, ma più nuovo delManzoni. Non sorridete, o Signori. Io so bene che gli stranieri, i quali hanno fatto i loro primi, in verità, non molto divertenti esercizii d’italiano sopra i Promessi Sposi e sopra le Mie Prigioni, riguardano come stranamente idolatrico il nostro culto manzoniano. Lo so, e se credessi che la loro opinione avesse buon fondamento, me ne turberei; poichè, in verità, se il Manzoni fosse per noi un idolo, innanzi ad un idolo io vedrei solamente possibile una di queste due attitudini: adorare tacendo con gli occhi chiusi, che non è il miglior modo per veder bene; o passargli accanto sdegnosi, sprezzanti, correndo via, che non è, di certo, un modo di veder meglio. Io ammiro grandemente il Manzoni, ma non l’adoro, e però, quantunque pieno di riverenza a tanta umana grandezza, oserò accostarmele e studiarla, anco perchè stimo che giovi il vedere come un uomo non solo sia nato, ch’è merito di natura, ma come abbia saputo egli stesso divenire e mantenersi grande. Ogni vanto di priorità in lavori simili al presente mi parrebbe, o Signori, intieramente oziosa e puerile; e però, prima d’accennare ad un fatto singolare che mi riguarda, debbo dichiararvi candidamente che non solo io non me ne faccio merito alcuno, ma che mi vergognerei se alcuno attribuisse a me un merito ch’è stato del caso. Ora sono più di sei anni, quando il Manzoni era pur sempre vivo, avendo io la debolezza di credere che la letteratura abbia alcuna virtù educatrice, tentai, come potei meglio, rinfrescare nella mente de’ giovani il ricordo, e nel cuore di essi la riconoscenza per gli scrittori italiani, i quali avevano, a parer mio, più efficacemente cooperato non solo a mantenere vivo il decoro delle nostre lettere, ma a farle operative di virtù domestica e civile. Io m’era detto e persuaso che la loro modestia avrebbe loro vietato di parlare prima di scendere nel sepolcro; intanto i giovani che vengono su, poichè, ad uno ad uno, i nostri buoni vecchi se ne vanno, poco o nulla ne potranno sapere, onde mancheranno ad essi quei nobili esempi ed eccitamenti che in parte servirono, in parte avrebbero dovuto servire a noi per animarci nel sentimento del nostro dovere e per educarci alla virtù del sacrificio. Era dunque, o almeno parevami, che fosse debito nostra servire d’anello ideale fra la generazione che passa e quella che viene, portare virilmente ai giovani la parola de’ vecchi; e, non credendo di potere far meglio, incomminciai da Alessandro Manzoni. Ma quale non fu il mio stupore, quando, messomi intorno a cercare se esistessero biografie italiane del nostro primo scrittore vivente, in un secolo pur così prodigo di biografie, dovetti, con molta confusione, rinunciare alla speranza di trovarne alcuna e provarmi a tentar da me solo con le notizie del Fauriel e del Lomènie, con gli sparsi articoli di critica letteraria, con le onorevoli disperse testimonianze degli amici ed ammiratori del Manzoni, e con una nuova lettura delle sue opere, la prima biografia del grande Poeta milanese! La cosa parrebbe incredibile, senon fosse vera.

Morto il Manzoni, il 22 maggio dell’anno 1873, in età d’ottantotto anni, quel primo saggio biografico ebbe naturalmente la buona fortuna di servire come addentellato ad altri, che lo resero presto insufficiente; seguirono pertanto nuove spigolature e nuove biografie, tra le quali come non ricordare quelle di Vittorio Bersezio, Giulio Carcano, B. Prina, F. Galanti, Antonio Stoppani, A. Buccellati, Carlo Magenta; Carlo Romussi, Giovanni Sforza, Salvatore De Benedetti, FeliceVenosta, Nunzio Rocca, Antonio Vismara, Carlo Morbio e Cesare Cantù, tutte diversamente pregevoli per la nuova luce che recarono alla biografia manzoniana. Ma è cosa singolare che non sia ancora comparso fin qui alcun discorso critico un po’ largo sopra tanta novità di materia biografica. Non ci si è pensato, pur troppo; onde è ancora veramente un caso, per me felice, ma non lieto per l’Ita1ia, che, dopo oltre sei anni dal mio primo saggio biografico, io abbia ancora, senza alcun merito e senz’alcuna pretesa, ad essere, per ordine cronologico, il primo che tenti una biografia ragionata di Alessandro Manzoni. Chè, se io mi sono, ora volge il sest’anno, messo nell’impegno difficile di lodare il Manzoni vivo, senza tradire la maestà di quel santo vero che fu la sua prima e vorrebb’essere la mia religione, ognuno intenderà facilmente come una parte delle indagini, le quali son divenute possibili, sarebbero state sconvenienti, quando il grand’uomo era vivo e potea provarne pena; ognuno si persuaderà dunque come un nuovo studio biografico intrapreso in così diversa, e, per rispetto alla critica, migliorata condizione, dove necessariamente riuscire alquanto più ricco e più dimostrativo del primo.

Queste dichiarazioni scuseranno pure il dono alquanto dimesso del mio presente Discorso. Non si tratta qui, invero, di giudicare dall’alto, che sarebbe sempre una impertinenza, nè da lontano, che non si potrebbe senza molta imprudenza, un Manzoni già ben cognito, o supposto tale, per farne, con pochi vivaci tratti di penna, un nuovo e splendido ritratto ideale. Il mio ufficio vuol essere, almeno per questa volta, assai più modesto. Si tratta, cioè, semplicemente di ristudiare da capo il nostro Poeta, di seguirne passo passo la vita, i pensieri, i sentimenti, prendendo per guida principalissima i suoi proprii scritti. Questo esercizio minuto richiede naturalmente un po’ di pazienza, tanto in chi lo intraprende, quanto in chi conviene ad osservarlo; ma, s’io non erro, poichè avremo, voi ed io, fatto prova insieme di questa necessaria virtù, ci troveremo finalmente innanzi, quasi senz’accorgercene, vivo ed in piedi, un nuovo Manzoni, che nè voi nè io ci eravamo, prima di ristudiarlo, immaginato fosse per riescire così grande, per quanto lo ingrandisse già la nostra ammirazione, nè così importante, per quanto fosse già molto viva la nostra curiosità di conoscere tutto ciò che lo riguardava.

II

La nobiltà del Manzoni

In una delle sue lettere alla propria moglie, Massimo d’Azeglio le narrava una visita fatta al paese originario di casa Manzoni: «Ci hanno detto (egli scrive) che i vecchi della famiglia, ai tempi feudali, avevano un certo cane grosso, che quando andava per il paese i contadini erano obbligati a levargli il cappello, e dirgli: Reverissi, sur can (La riverisco, signor cane).» Un proverbio della Valsàssina, ove i Manzoni una volta spadroneggiavano come signori del luogo insieme con la famiglia de’ Cuzzi, suona ancora così

Cuzzi, Pioverna e Manzon

Minga intenden dereson.

Cioè, le famiglie Cuzzi e Manzoni ed il torrente Pioverna, quando straripa, non intendono punto la ragione. Dalla Valsàssina la famiglia Manzoni passò ad abitare in quel di Lecco, dove il signor Pietro Manzoni, padre del nostro Poeta, possedeva molte terre ed una bella palazzina detta il Caleotto, che nell’anno 1818 Alessandro Manzoni fu costretto a vendere, insieme con gli altri beni per la mala amministrazione di chi aveva tenuto, per oltre un decennio, la procura ed il governo di quelle terre, una parte delle quali si trovava nel Comune di Lecco, altre in Castello, altre in Acquate, il villaggio per l’appunto de’ Promessi Sposi. Come Renzo si trova obbligato a lasciare il proprio villaggio ed a vendere la propria vigna per recarsi ad abitare nel Bergamasco; così il nostro Poeta dovette, per salvar la villa di Brusuglio, abbandonar luoghi che gli erano cari, dove aveva passata una parte della sua infanzia, dov’era tornato a villeggiare tra gli anni 1815 e 1818, onde non è meraviglia l’intendere dallo Stoppani che in quegli anni, per l’appunto, Alessandro Manzoni si trovasse pure a capo dell’amministrazione del Comune di Lecco; meno ancora ci meraviglieremo, dopo di ciò, che la scena de’ Promessi Sposi sia stata posta dall’Autore nel villaggio di Acquate, nel territorio di Lecco, nei luoghi, ove lo riportavano le prime e le più care sue reminiscenze e dai quali egli s’era dovuto staccare per sempre con un vivo dolore, tre anni e mezzo soltanto, innanzi ch’egli incominciasse a scrivere il proprio romanzo.

I Manzoni erano dunque nobili, ma nobili decadutidai loro titoli di nobiltà e dalla loro antica potenza. Avevanodominato una volta con la forza. La fortuna d’Italia volle che col sangue dei Manzoni, che la tradizione ci rappresenta quali uomini. violenti, si mescolasse un giorno un sangue più, gentile, e che, per gli ufficii dell’economista Pietro Verri e, come vuolsi, del poeta Giuseppe Parini, l’illustre marchese Cesare Beccaria sposasse un giorno la non ricca, ma bella giovine, ed intelligente sua figlia Giulia al proprietario del Caleotto, a Don Pietro Manzoni, uomo intorno alla cinquantina, e che da quelle nozze fra una nobile fanciulla milanese ed un grosso signorotto di provincia, il 7 marzo dell’anno 1785, nella città di Milano, nascesse un figlio.

Se mi si domandasse ora qual conto il nostro Poeta facesse della sua origine nobilesca, mi troverei alquanto imbarazzato a rispondere. Nel suo discorso,nel suo contegno, tutto pareva in lui signorile, ma, nel tempo stesso, egli si adoprava a riuscir uomo semplice ed alla mano [2]. Forse in gioventù aveano desiderato dargli una educazione più aristocratica che la sua vera condizione di nobile decaduto non comportasse; Don Pietro Manzoni, uomo alquanto materiale, venuto dalla provincia a stabilirsi in Milano [3], dovea, fra i nobili milanesi, trovarsi alquanto spostato e l’arguta intelligenza del figlio potè sentire, per tempo, ciò che v’era di falso in quella condizione della propria famiglia fra l’alto patriziato lombardo. Se è vero che, nella educazione del giovane Ludovico, divenuto poi Fra Cristoforo, il Manzoni abbia inteso, in qualche modo, rappresentare la propria gioventù, convien dire ch’egli non avesse della propria nobiltà gentilizia, per la stima che se ne faceva a Milano, una opinione superlativa; ma, come discendente dagli antichi signori di Barzio nella Valsàssina, come antico proprietario del Caleotto, egli dovea pure ricordare che i suoi padri erano stati una volta il terrore delle terre da loro dominate e persuadersi che, se la sua nobiltà contava poco a Milano, avea contato troppo dalle parti di Lecco. Questa speciale contradizione nella stima ch’egli potea fare della propria nobiltà, lo tirava ora a farsi piccino con Renzo, ora a immaginarsi grande con l’Innominato, ora a collocarsi ragionevolmente fra i due con la figura di Fra Cristoforo. Ma quali fossero i panni, di cui gli piacesse vestirsi, o rivestirsi, egli doveva sentir sempre l’altezza del proprio ingegno sovrano, la quale poi si dimostrava altrui molto più nella modestia che ne’ vanti volgari. Poichè uno de’ privilegi degli uomini grandi (un privilegio che talora può anche divenire una loro debolezza) è quello di trovar compiacenza nel farsi piccini. Crediamo, dice, con molto garbo, il conte Carlo Belgioioso, che una squisita modestia convivesse col Manzoni con una ben misurata stima di sè. Egli riconobbe di certo i privilegi della propria intelligenza, e ne ringraziò Dio; ma li scordò davanti agli uomini. Della nobiltà del Manzoni altri si occuparono, non lui; quando il signor Samuele Cattaneo di Primaluna [4] pensò fargli cosa grata, inviandogli l’antico stemma de’ Manzoni ch’egli avea ritrovato nella casa di Barzio, il Poeta ringraziò tosto del pensiero amorevole, ma non aggiunse altro [5]. Gli pareva sul serio di offender qualcheduno, quando avesse lasciato capire ch’egli sapesse o sentisse, e, peggio ancora, si compiacesse d’appartenere ad una casta privilegiata. Ma tanto fa, egli era un signore; e, quando s’accostava al popolo per fargli del bene, mosso da un sentimento di umanità, di giustizia, di carità cristiana e da una gentilezza squisita, quando, nella vendita del Caleotto e delle sue terre ereditate dal padre in quel di Lecco, egli tirava un frego sopra i debiti de’ suoi contadini e affittaioli e li perdonava tutti, si mostrava generoso ed umile al modo di quell’ottimo suo marchese erede di Don Rodrigo de’ Promessi Sposi: quel marchese, se vi ricordate, volendo far del bene a Renzo ed a Lucia o riparare verso di essi i gravi torti del suo predecessore, compra la vigna di Renzo pagandola il doppio del prezzo richiesto; poi invita i due fidanzati al suo palazzotto, fa loro imbandire un buon desinare ed ordina che venga servito bene, anzi lo serve, in parte, da sè, ma non si mette addirittura a tavola coi villani. A questo punto il Manzoni entra direttamente in iscena, ed osserva: «A nessuno verrà, spero, in testa di dire che sarebbe stata cosa più semplice fare addirittura una tavola sola. Ve l’ho dato per un brav’uomo, ma non per un originale, come si direbbe ora; vi ho detto ch’era umile, non già che fosse un portento di umiltà. N’aveva quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari». Questo brano mi pare abbastanza eloquente per sè, nè mi obbliga ad aggiugnere altro intorno ai modo con cui il Manzoni sentiva la propria signoria [6].

III

Manzoni a scuola.

Io non mi fermerò ora a darvi notizie della culla del Manzoni, che fu ritrovata e si conserva in una villa del signor Rosinelli a Mozzane sopra Galbiate; nè della cascina detta La Gosta, ove il grand’uomo fu allattato da Caterina Panzeri, nè di questa nutrice, la quale vogliono che fosse svelta, vivace e piacevolona[7]. Ma non è senza importanza il fatto che a soli sei anni il fanciullo Manzoni fu allontanato da casa sua e chiuso nel Collegio de’ Frati Somaschi di Merate, ove rimase dall’anno 1791 all’anno 1796[8]. La mamma ve l’accompagnò, ma scomparve intanto che il fanciullo era tenuto a bada da un frate maestro. Si possono facilmente immaginare gli strilli del povero fanciullo non appena egli s’accorse che la mamma sua l’aveva lasciato; ma, poichè ad uno de’ prefetti parve pure che il pianto durasse troppo, il fanciullo ricevette un colpo sulla guancia accompagnato da queste parole: «E quando la finirete di piangere?» Quello fu il primo dolore provato dal grand’uomo, che se ne rammentava anche negli ultimi anni della sua vita. «Buona gente (del resto egli concludeva, parlando di que’ suoi primi istitutori), quantunque, come educatori, lasciassero troppo a desiderare che fossero prima un po’ più educati loro stessi.» I frati di Merate lo avvezzarono dunque ai primi castighi. Ad undici anni, Alessandro Manzoni passò nel Collegio di Lugano, ove gli toccò la buona fortuna di avere tra i suoi maestri il buon padre Francesco Soave [9], onesto letterato e, per quei tempi, educatore assai liberale, sebbene s’indispettisse contro il nostro piccolo scolaro, che s’ostinava a scrivere le parole Re, Imperatore e Papa con la prima lettera minuscola. Il Manzoni parlando un giorno del Soave a Cesare Cantù gli disse, tra l’altre cose: «Teneva nella manica della tonaca una sottile bacchetta, presso a poco come quella che fa i miracoli dei giocolieri; e quando alcuno di noi gli facesse scappare la pazienza, egli la impugnava, e la vibrava terque quaterque verso la testa o le spalle del monello, senza toccarlo; poi la riponeva e tornava in calma.» Al Manzoni rincresceva d’avere talvolta inquietato quel Padre, che tanto fece, sebbene non sempre il meglio, per l’istruzione della gioventù. Narrava pure il Manzoni come una volta gli scappasse detto in iscuola «ne faremo anche a meno,» quando il Padre Soave annunziò che fra poco ci sarebbe stata la lezione d’aritmetica. Il Padre maestro si levò allora dalla cattedra, e si mosse gravemente verso il piccolo ribelle, che si sentiva già agghiacciare per lo sgomento il sangue nelle vene; gli si accostò, gli pose sulla guancia leggermente due dita, come per carezzarlo, ma dicendogli con voce grossa: «E di queste ne farete a meno?» come se lo avesse percosso ferocemente. Il Manzoni, come assicura lo Stoppani e come si può ben credere, rimase «profondamente colpito da tanta mitezza, e ne parlava ancora con vera compiacenza quasi 70 anni più tardi.»

Ma la via crucis de’ collegi non era ancora finita pel nostro piccolo proscritto. Verso il suo tredicesimo anno, lasciati i Somaschi di Lugano, egli veniva raccomandato ai Barnabiti del Collegio di Castellazzo, poscia a quelli del Collegio de’ Nobili di Milano; e qui sebbene egli n’abbia poi detto un gran male nei noti versi In morte di Carlo Imbonati, nacque e si rivelò fra il tredicesimo e il quindicesimo anno il suo genio poetico, o per lo meno, la sua felice attitudine al poetare [10].

IV.

Primi versi.

Invero, ch’egli amasse molto i versi e ne scrivesse fin dal tempo, nel quale sedeva ancora sui banchi della scuola, ce lo dice egli medesimo in un sermone giovanile diretto al suo compagno Giambattista Pagani di Brescia [11], onde rileviamo ch’egli prediligeva già, fra tutti i metri, il verso sciolto, e che non gli toccarono mai, per cagione di poeti, quali Orazio, Virgilio e il Petrarca, quelle battiture che non gli saranno certamente mancate per altre ragioni. Ma, ingegno precocemente riflessivo, egli dovette accorgersi assai presto della vanità degli esercizii rettorici, ne’ quali i frati maestri del Collegio de’ Nobili in Milano costringevano allora, e così non li costringessero più ora, frati e non frati, nelle scuole d’Italia, i giovinetti ingegni. Nel suo sermone al Pagani egli si burla delle gonfie orazioni che, giovinetto, gli toccava comporre nella scuola, travestito, com’ei dice satiricamente, da moglie di Coriolano, e dell’arte rettorica, per la quale si chiude «in parole molte, poco senso,» precisamente l’opposto di quello ch’egli fece dipoi, dicendo sempre molto in poco:

Pensier null’altro io m’ebbi infin dal tempo

Che a me tremante il precettor severo

Segnava l’arte, onde in parole molte

Poco senso si chiuda; ed io, vestita

La gonna di Volunnia, al figlio irato

Persüadea, coi gonfii sillogismi,

Ch’umìl tornasse disarmato in Roma,

Allor sol degno del materno amplesso.

Me dalla palla spesso e dalle noci

Chiamava Euterpe al pollice percosso

Undici volte, nè giammai di verga

Mi rosseggiò la man, perchè di Flacco

Recitar non sapessi i vaghi scherzi,

O le gare di Mopso o quel dolente

«Voi che ascoltate in rime sparse il suono.»

Ma vi ha di più: io sono lieto di potervi oggi recare una nuova prova meravigliosa della precoce potenza, con la quale Alessandro Manzoni sentì sè stesso. Uno de’ più geniali amici della sua vecchiaia, il professor Giovanni Rizzi, poeta gentile e sapiente educatore, conservava inedito presso di sè un mirabile Sonetto, composto dal Manzoni nell’anno 1801, il che vuol dire sul fine del suo quindicesimo o sul principio del sedicesimo anno della sua vita. Egli mi permise, per tratto di grande amorevolezza, in questa occasione a me tanto solenne, di levarlo dall’oblio immeritato, in cui rimaneva da settantasette anni. È, come vedrete, un ritratto fisico e morale che lo stupendo giovinetto faceva di sè stesso; vi è qualche cosa d’ingenuo nell’espressione, ma nel tempo stesso vi si ammira, insieme con una grande e preziosa sincerità, il felice presentimento di una vita lunga e gloriosa.

Capel bruno, alta fronte, occhio loquace,

Naso non grande e non soverchio umìle,

Tonda la gota e di color vivace,

Stretto labbro e vermiglio, e bocca esìle.

Lingua or spedita or tarda, e non mai vile,

Che il ver favella apertamente o tace;

Giovin d’anni e di senno, non audace,

Duro di modi, ma di cor gentile.

La gloria amo e le selve e il biondo Iddio [12].

Spregio, non odio mai; m’attristo spesso,

Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio.

All’ira presto, e più presto al perdono,

Poco noto ad altrui, poco a me stesso,

Gli uomini e gli anni mi diran chi sono.

Quest’ultimo verso profetico mi scioglie dall’obbligo di qualsiasi commento. Vi è qui tutto l’afflato del genio potente, che doveva rivelare al suo secolo ed alla sua terra una nuova poesia.

V.

Il Manzoni ed il Parini.

Nella sua prima maniera satirica il Manzoni parineggia; il Parini, egli non avea conosciuto di persona, se bene lo potesse per le relazioni che il poeta di Bosisio avea avute con la famiglia Beccaria. Quando il Parini morì, il Manzoni, quattordicenne, incominciava già a sentire la poesia e ad ammirare veramente i poeti; si narra anzi ch’egli leggesse per l’appunto la celebre Ode La caduta, quando gli venne annunciato che il Parini era morto[13]. Il Manzoni vecchio dolevasi con Giovanni Rizzi di non averlo cercato, e scusavasi malamente col dire che allora egli era «un ragazzaccio che non sapeva nulla di nulla.» Il vero è che non ci avrà pensato, che non avrà, come accade, creduto il Parini già così vicino a morire, e che la vita di collegio gli avrà pure diminuite le occasioni d’incontrarlo. Che se, al dire di Giulio Carcano, quando, nel Collegio de’ Nobili, il giovinetto Manzoni fu, la prima volta, presentato al Monti come nipote di Cesare Beccaria, il Monti gli parve un Dio, è probabile che il vecchio Parini, quantunque non bello, gli avrebbe lasciata nell’animo una impressione più soave e più durevole. Ricordano gli amici del Manzoni che egli sapeva a memoria tutto il Giorno e che, sul fine della propria vita, quando sentiva affievolirsi la memoria, per assicurarsi di non averla perduta tutta, soleva trascrivere a mente qualche verso del suo Parini [14].

Quando, nel settembre dell’anno 1803, il diciottenne Manzoni mandava al suo maestro Monti un Idillio allegorico intitolato: L’Adda, egli lo accompagnava con una lettera, di cui, perchè si vegga quanta destrezza e causticità d’ingegno era già nel giovine Poeta, riporterò qui le prime parole: «Voi mi avete più volte ripreso di poltrone, e lodato di buon poeta. Per farvi vedere che non sono nè l’uno nè l’altro, vi mando questi versi.» [15] Il discepolo domanda al maestro un parere sopra i suoi nuovi versi, per limarli, ed, intanto, invita il Monti alla propria villa. Nell’Idillio, il fiume Adda personificato in una Dea si volge così al Monti:

Te, come piacque al ciel, nato a le grandi

De l’Eridano sponde, a questi ameni

Cheti recessi e a tacit’ombra invito.

L’Adda sa bene di non poter contendere col Po, presso il quale il Monti è nato, e prima di lui Lodovico Ariosto ed il Guarini, ma pur si gloria che presso le sue rive abbia cantato un giorno Giuseppe Parini, l’Orazio lombardo. L’Adda dice:

Quivi sovente il buon cantor vid’io

Venir trattando con la man secura

Il plettro di Venosa e il suo flagello,

O traendo l’inerte fianco a stento,

Invocar la salute e la ritrosa

Erato bella, che di lui temea

L’irato ciglio e il satiresco ghigno;

Ma alfin seguïalo e su le tempie antiche

Fêa di sua mano rinverdire il mirto.

Qui spesso udillo rammentar piangendo,

Come si fa di cosa amata e tolta,

Il dolce tempo della prima etade,

O de’ potenti maledir l’orgoglio,

Come il genio natìo movealo al canto

E l’indomata gioventù dell’alma.

Or tace il plettro arguto e ne’ miei boschi

È silenzio ed orror. Te dunque invito,

Canoro spirto, a risvegliar col canto

Novo rumor Cirreo. A te concesse

Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi

E le imagini e l’estro e il furor sacro

E l’estasi soavi e l’auree voci

Già di sua man rinchiuse. A te venturo

Fiorisce il dorso brïanteo; le poma

Mostra Vertunno e con la man ti chiama,

Ed io, più ch’altri di tuo canto vaga,

Già mi preparo a salutar da lunge

L’alto Eridano tuo, che, al nuovo suono,

Trarrà meravigliando il capo algoso,

E tra gl’invidi plausi de le Ninfe,

Bella d’un inno tuo corrergli in seno.

Nonostante la grazia di questo voluttuoso invito, il Monti non può muoversi, e se ne scusa con una lettera, la quale incomincia cerimoniosamente col voi e prosegue affettuosamente col tu. Loda moltissimo i versi, e conchiude: «Dopo tutto, sempre più mi confermo che in breve, seguitando di questo passo, tu sarai grande in questa carriera; e se al bello e vigoroso colorito che già possiedi, mischierai un po’ più di virgiliana mollezza, parmi che il tuo stile acquisterà tutti i caratteri originali.»

Nell’amore del Parini fu ancora confermato il Manzoni dall’affetto che lo legò poco dopo alla memoria del più caro discepolo dell’Autore del Giorno, l’Imbonati, dall’ombra del quale, nel noto Carme, ei si fa dire:

.  .  .  . Quei che sul plettro immacolato

Cantò per me: torna a fiorir la rosa, [16]

Cui, di maestro a me poi fatto amico,

Con reverente affetto ammirai sempre,

Scola e palestra di virtù.

E i consigli dell’Imbonati non sono altro, in somma, se non quelli che si trovano già espressi nei versi sentenziosi del Parini. Il Manzoni sentì che erano veri, e li fece suoi proprii, per seguirne i precetti. Scegliere il vero per farne argomento e fondamento di alta poesia è virtù di pochi ingegni potenti. Il Manzoni non solamente sceglie bene, ma quello ch’egli ha scelto, perfeziona e migliora. Spoglia, a poco a poco, di una parte del loro apparato classico e mitologico i nobili pensieri del Parini e li rifeconda col proprio sentimento, per esprimerli con un linguaggio più caldo e più semplice.

VI.

Il Trionfo della Libertà.

Il Manzoni, per sua natura, s’accostava, invero, più al fare un po’ rigido del Parini che a quello pieno ed ampio, ma un po’ reboante del Monti; quindi il Monti, che pur lo lodava tanto, desiderava in lui alcuna maggiore larghezza e rotondità di frase, ossia, come diceva, «un po’ più di virgiliana mollezza», che si sarebbe ancora definita convenientemente «pastosità lombarda.» Nel Sonetto giovanile che vi ho già riferito, il Manzoni si accusa da sè stesso come «duro di modi». Questa durezza è pure un poco nella sua poesia, quando alcun sentimento specialmente soave e vivace non viene a commuoverlo, obbligando il critico arcigno a tacere innanzi al poeta commosso.

Tuttavia il Manzoni, negli anni de’ suoi studii a Pavia, più tosto che un alunno e un ammiratore del discreto, austero e parco di versi tessitor, ci si dimostra un seguace dell’impetuoso Monti, verseggiatore facile, ad un tempo, e solenne ed alti-tonante, dal quale egli dovette pure avere appreso a studiare e ad imitar la Divina Commedia [17].

Dall’Autobiografia del medico inglese Granville, il quale nell’anno 1802 studiava la Medicina nell’Università di Pavia, rilevo che, in quell’anno medesimo, egli vi conobbe il Manzoni, il quale doveva esservisi recato per frequentare specialmente le lezioni di eloquenza italiana di Vincenzo Monti. Sappiamo ancora che il Monti, dalla sua cattedra di Pavia, fulminava dantescamente il governo temporale de’ preti, parlava alto dell’amore di Dante per la patria e per la libertà. Le impressioni ricevute a quella scuola si rivelano chiaramente nel primo componimento manzoniano che si conosca, un poema in terza rima, diviso in quattro canti, intitolato: Il Trionfo della libertà, scritto ad imitazione dei Trionfi del Petrarca, e con molte reminiscenze della Divina Commedia, della Bassvilliana e della Mascheroniana del maestro Monti; il Manzoni lo concepì e lo scrisse fra il 1800 e il 1801, il che vuol dire tra il fine del suo quindicesimo e il principio del suo sedicesimo anno. Rileggendo alquanto più tardi il suo lavoro giovanile, il Manzoni, che lo poteva fare, poichè non s’era pubblicato, non lo distrusse; ma si contentò di porvi su la seguente Avvertenza: «Questi versi scriveva io Alessandro Manzoni nell’anno quindicesimo dell’età mia, non senza compiacenza e presunzione di nome di Poeta, i quali ora, con miglior consiglio e forse con più fino occhio rileggendo, rifiuto; ma veggendo non menzogna, non laude vile, non cosa di me indegna esservi alcuna, i sentimenti riconosco per miei; i primi come follia di giovanile ingegno, i secondi come dote di puro e virile animo». L’Avvertenza manca di quella lucidità e naturalezza che divenne, specialmente nella prosa, uno de’ privilegi dello stile manzoniano, il che mi fa naturalmente sospettare che risalga essa stessa ad un tempo, nel quale il Manzoni, non più giovinetto, ma pur sempre giovanissimo, non era ancora interamente padrone di sè come prosatore, e probabilmente all’anno, in cui egli scriveva la faticata Urania. Il Manzoni parlando di un ritratto che gli aveano fatto in gioventù (forse quello di Parigi), con gli occhi rivolti al cielo, diceva: «Io era in quell’età, nella quale chi si lascia fare un ritratto, si crede in obbligo di prendere l’attitudine di un uomo ispirato». In quell’età soltanto il Manzoni poteva, dunque, parlando di sè, scrivere «io, Alessandro Manzoni», e vantarsi del suo «puro e virile animo». Il Manzoni, divenuto cattolico convinto, avrebbe della propria persona e delle proprie virtù parlato con molto maggiore umiltà. Il Manzoni vecchio poi non solo avrebbe scritta altrimenti quell’Avvertenza, non solo vi avrebbe condannati molti de’ sentimenti sdegnosi espressi in quel poema; ma, cosa più probabile, ei non l’avrebbe scritta affatto, che, invece di scriverla, egli avrebbe semplicemente distrutti, con uno spietato auto-da-fè, i versi giovanili che rifiutava. Quando, assai più tardi, egli disapprovò pure ed anzi ripudiò, per molte gravi ragioni, i versi In morte dell’Imbonati, non era più in suo potere il distruggerli, perchè già troppo divulgati. È cosa certa poi, o almeno può tenersi come probabile fino alla certezza, che il Manzoni, dall’anno 1818 in qua, non avrebbe mai scritta in prosa la parola laude, invece di lode, la sintassi finalmente dell’Avvertenza rivela ancora l’impaccio del periodo classico, dal quale il Manzoni pose dipoi tanto studio a liberarsi. Il prosatore Manzoni, che conosciamo come maestro di mirabile naturalezza ed evidenza, non avrebbe mai detto, per esempio: non cosa di me indegna esservi alcuna; ma semplicemente: non esservi alcuna cosa indegna di me. Sono minuzie, lo vedo, delle quali parrà forse superfluo che si pigli nota in un breve discorso biografico. Ma, se io ammettessi che il Manzoni non pur vecchio, ma dopo il suo anno ventesimoterzo, avesse potuto scrivere quella singolare Avvertenza, non comprenderei più il Manzoni e sarebbe un cattivo principio per chi ha impreso a parlarne con la pretesa, la quale vedrete voi stessi in qual misura sia legittima, di farlo meglio conoscere agli altri. Il Manzoni tra i venti e i ventidue anni, non ancora risoluto di credere cattolicamente, ma già seguace di Zenone lo Stoico ed avido insieme di gloria poetica, poteva benissimo, nella fiducia di aver fatto qualche progresso nell’arte sua, ripudiare la forma letteraria del suo primo componimento per impedirne la stampa e, in pari tempo, compiacersi nella manifestazione di sentimenti, ai quali non aveva ancora rinunciato, nè poteva facilmente rinunciare fin che si trovava in mezzo ai liberi ragionari degli atei o deisti, dei materialisti o ideologi, dei rivoluzionarii, in ogni modo, e in pari tempo, galantuomini suoi amici, i quali frequentavano la Maisonnette. Il Manzoni vecchio sarebbe stato forse alquanto più indulgente, per quella serenità olimpica ch’è la bontà de’ vecchi, ai difetti letterarii del suo componimento giovanile; ma egli ne avrebbe, senza dubbio, deplorato i sentimenti che vi si esprimono in modo violento, contro la Madre Chiesa, e contro quella povera Maria Antonietta, la quale, appena che il Manzoni incominciò a studiare criticamente la storia della prima rivoluzione francese, diventò una delle sue più forti simpatie storiche. Io so bene che a molti deve piacere il poter affermare che il Manzoni, riconoscendo come proprii i sentimenti espressi nel suo poema giovanile, si schierò addirittura contro il Papato e coi repubblicani; ma per un tale riconoscimento la questione cronologica è di capitale importanza, quando noi non vogliamo, per seguire le nostre fantasie o le nostre passioni, foggiarci, ad inganno di noi medesimi, in un discorso biografico sopra il Manzoni, un Manzoni diverso dal vero.

Il quindicenne Manzoni, nel suo poemetto intitolato: Il Trionfo della libertà, ci dà l’aspetto di un generoso aquilotto che vuol tentare il primo suo volo. Egli sente già le ali che gli battono i fianchi generosi, ma ignora ancora quale via terrà. Si capisce già che egli ambisce volar alto, quando invoca la sua Musa, perchè rinfranchi la cadente poesia italiana, perchè sostenga la virtù che vien meno:

Tu la cadente poesia rinfranca,

Tu la rivesti d’armonia beata,

E tu sostieni la virtù che manca;

mirabili versi per un poeta di quindici anni che esce dalle scuole de’ frati e da un secolo cicisbeo educato fra le canzonette del Metastasio e del Frugoni; ma il giovinetto non ha ancora potuto pensare a crearsi una propria forma letteraria. Noi vediamo nel suo Trionfo piuttosto la destrezza di un forte ingegno imitatore, nutrito di buoni studii, che gl’indizii del più originale fra i nostri scrittori moderni. Egli ha già studiato molto, e incomincia a sentire gagliardamente, ma gli manca ancora l’abitudine, che fa grande l’artista, di meditare lungamente sopra i suoi sentimenti ed il proposito virile di esprimerli con naturalezza. Si sente già in parecchi versi il fremito di un’anima ardente, ma il paludamento del poeta è ancora tutto classico. Qualche indizio di originalità lo troviamo, appena, in que’ passi, ove il poeta abbassa la tonante terzina ad uno stile più umile, vinto dalla propria urgente natura satirica. Egli incomincia allora ad esercitare la più difficile e la più utile di tutte le critiche, quella che uno scrittore intraprende sopra sè stesso, temperando talora l’iperbole di alcune immagini sproporzionate. Dopo avere, per esempio, dantescamente imprecato contro la città di Catania, onde era partito l’ordine regio delle stragi napoletane, dopo aver fatto invito tremendo all’Etna, perchè getti fuoco e cenere sopra tutta la città, il Poeta s’accorge da sè stesso che sarebbe troppo castigo, e che non si può per un solo reo punire tutto un popolo innocente; dominato però da quel sentimento della giusta misura così raro nell’arte, e pel quale appunto egli divenne poi artista così eccellente, modera e corregge l’imprecazione, trasportandola sopra il solo capo della regina Carolina:

Deh! vomiti l’acceso Etna l’ultrice

Fiamma, che la città fetente copra

E la penetri fino a la radice.

Ma no; sol pèra il delinquente; sopra

Lei cada il divo sdegno, e sui diademi,

Autori infami de l’orribil’opra.

E fin da lunge e nei recessi estremi,

Ove s’appiatta, e ne’ covigli occulti

L’oda l’empia tiranna, odalo e tremi.

In altri passi del poema pare affacciarsi direttamente il poeta satirico, ossia incominciarsi a rivelare uno de’ caratteri più specifici dell’ingegno manzoniano. L’attitudine de’ Lombardi innanzi al Francese arrivato come liberatore, e dominante come padrone, non contenta il giovine Poeta, anzi gli muove la bile; rivolto pertanto all’Italia, egli le domanda che cosa facciano i suoi figli, per rispondere tosto:

.  .  .  .  .  . I tuoi figli abbietti e ligi

Strisciangli intorno in atto umile e chino;

E tal, di risse amante e di litigi,

D’invido morso addenta il suo vicino,

Contra il nemico timido e vigliacco,

Ma coraggioso incontro al cittadino.

Tal ne’ vizii s’avvolge, come Ciacco

Nel lordo loto fa; soldato esperto

Ne’ conflitti di Venere e di Bacco.

E tal di mirto al vergognoso serto

Il lauro sanguinoso aggiunger vuole,

Ricco d’audacia e povero di merto.

Tal pasce il volgo di sonanti fole,

Vile, di patrio amor par tutto accenso,

E liberal non è che di parole.

Un giovinetto capace di scrivere tali versi annunzia non solo un ingegno precoce, ma ancora una precoce e formidabile esperienza della vita.

VII.

Il Manzoni poeta satirico.

In questi versi vi è già la forza, ma non ancora la finezza dell’umorismo manzoniano. Egli li apprese troppo di fresco nelle scuole, per poterli già smettere, quell’accento rettorico, quel fare magniloquente che presto sdegnò ed evitò poi sempre negli altri suoi scritti. La rima stessa doveva inceppargli il pensiero; la terzina imporgli quasi l’obbligo d’imitare ora il Dante ora il Monti, quando, non imitando alcuno, egli avrebbe già, fin d’allora, potuto rivelarsi come Manzoni. Negli anni seguenti, sebbene egli ricordasse ancora altri modelli poetici, avendo preferito il verso sciolto e quella forma di sermone pedestre che, nel secolo passato, il veneziano Gaspare Gozzi avea messo in qualche voga, il Manzoni potè sfogar meglio il suo umore satirico. I suoi Sermoni giovanili che si conoscono, pubblicati dal professore Antonio Stoppani, risalgono agli anni 1803 e 1804. Il terzo Sermone, diretto all’amico Pagani, fu scritto dalla patria stessa del Gozzi, nel marzo dell’anno 1804[18]. Il Poeta sente d’avere un po’ malato il cervello; egli s’era innamorato in quel tempo, egli, diciottenne studente, di una ragazza veneziana sulla trentina, ed era andato tanto in là ne’ desiderii e nelle speranze da chiederle la mano. «All’età vostra (gli fu risposto) si pensa ad andare alla scuola, non a fare all’amore». - «Sotto quella doccia a freddo (scrive lo Stoppani) la guarigione fu istantanea, nè di quell’aneddoto altro rimase al Manzoni che la memoria per riderne piacevolmente coi famigliari negli anni più tardi».

Egli si consola dunque della disgrazia amorosa nella gioconda vita e nei versi; non ha ardori belligeri, nè smania di divenire un gran filosofo, od un legislatore e uomo di Stato potente; la sua cura solenne sono i versi:

Valido è il corpo in prima, e tal che l’opra

Non chiegga di Galen; men sano alquanto

Il frammento di Giove, e non è rado

Che a purgar quei due morbi, ira ed amore,

O la febbre d’onor, mi giovin l’erbe

Dell’orto epicureo. Chè se mi chiedi:

« A che l’ingegno giovinetto educhi? »

Non a cercar come si possa in campo

Mandar più vivi a Dite, o, con la forza

Del robusto cerèbro, ad un volere

Ridur le mille volontà del volgo,

E i feroci domar; ma freno imporre

Agli indocili versi, e i miei pensieri

Chiuder con certo piè; questa è la febbre,

Di cui virtù di farmaco o di voto

Non ho speranza che sanar mi possa.

A scuola, noi lo abbiamo già detto, i versi gli erano sempre piaciuti; ora che egli, avendo il primo pelo sul mento, potrebbe quasi già venir coscritto fra le milizie del Regno, risolve consacrar tutto il suo tempo alla poesia:

Ed or di pel già sparso il mento e quasi

Fra i coscritti censito, in quella mente

Vivo, e quant’ozio il fato e i tempi iniqui

A me concederanno, ho stabilito

Consacrarlo alle Muse. Or come il mio

Furor difenda, dolce amico, ascolta.

Egli, discepolo ideale del Parini, non cura le ricchezze, nè l’illustre discendenza, nè i palazzi, nè la gran signoria, nè il rumore di eccelsi fatti, perchè ne parlino i tardi nepoti; Giove, a lui più mite, lo obbliga ai versi. Ma quali versi? Oramai gli vennero a noia i sonanti, e però, prendendo nota di ciò che vede intorno a sè, che non è degno di poema, egli prosegue a scrivere umili sermoni, ad occuparsi di quella povera plebe, che sarà pure primissima cura dell’Autore de’ Promessi Sposi:

Or ti dirò perchè piuttosto io scelga

Notar la plebe con sermon pedestre,

Che far soggetto ai numeri sonanti

Detti e gesta d’eroi. Fatti e costumi

Altri da quei ch’io veggio a me ritrosa

Nega esprimer Talìa.

Egli avrebbe bisogno, per rappresentar degli eroi, di vederne intorno a sè; ma non ne vede pur troppo; quelli che vorrebbero passare per eroi, invece di destare in lui ammirazione, lo fanno più tosto ridere. Quando la fantasia lo porta fra gli antichi, al fervido pensiero, ei dice:

Mi s’attraversa Ubaldo, il qual pur ieri

Pitocco, oggi pretor, poco si stima

Minor di Giove e spaventar mi crede

Con la novella maestà del guardo.

Se anche il nostro tempo, ei dice, opera cose grandi, lo tentano poco le odierne guerre e le paci, e i nuovi Greci e Quiriti, e la ghigliottina nuovamente inventata per affrettar la morte che fin qui pareva venire all’uomo troppo lenta:

                     .  .  .  quella cieca

Famosa falce, che trovò l’acuto

Gallico ingegno, onde accorciar con arte

La troppo lunga in pria strada di Lete.

Un altro Sermone dello stesso anno 1804 fu diretto ad un autore di cattivi versi per nozze. Il giovine Poeta si sdegna che si mettano a far versi i medici e gli avvocati, come se fosse cosa facile il frenare

Di questa plebe indocile i tumulti.

Si burla il poeta dell’uso di scrivere versi per ogni matrimonio che si celebra, onde vengono fuori tanti cattivi poeti e tanti versi scellerati; ognuno deve fare l’arte sua; ma ogni arte ha bisogno d’essere appresa; egli non crede che la poesia sia un’arte sacra e necessaria; ride anzi volentieri di chi lo pensa e lo dice; necessaria è l’agricoltura, che insegna all’uomo il modo di alimentarsi, necessaria la scienza della legislazione; ma è un’arte, insomma, anche la poesia e domanda molto studio. I versaiuoli che cantano sopra ogni cantante, e scrivono per ispassarsi, quelli certamente non sudano. Ma sudava invece il divino Parini nel tornire i suoi versi oraziani:

Quando sull’orme dell’immenso Flacco

Con italico piè correr volevi,

E dei potenti maledir l’orgoglio,

Divo Parin, fama è che spesso a l’ugne,

Al crin mentito ed a la calva nuca

Facessi oltraggio. Indi è che, dopo cento

E cento lustri, il postero fanciullo

Con balba cantilena al pedagogo

Reciterà: Torna a fiorir la rosa.

Dopo il Parini, il giovine Poeta rende uno splendido omaggio all’Alfieri morto l’anno innanzi [19], per condannare con esso i poeti Metastasiani; quindi, come pensa Paolo Ferrari, il poeta viene pure a condannare il melodramma grottesco con le maschere, la tragi-commedia, il dramma semi-serio che ottenne favore sulle scene italiane e francesi nel principio di questo secolo:

Mentre Emon si spolmona e il crudo padre

Alto minaccia, e la viril sua fiamma

Ad Antigone svela, o con l’armata

Destra l’infame reggia e il cielo accenna,

Odi sclamar dai palchi: «Oh duri versi!

O duro amante! Dal tuo fero labbro

Un ben mio! non s’ascolta. Oh quanto meglio

Megacle ad Aristea, Giulia ad Orazio!»

Che ti val l’alto ingegno e l’aspra lima,

Primo signor dell’italo coturno?

Te ad imparar come si faccia il verso,

Degli itali aristarchi il popol manda.

Mirabil mostro in su le ausonie scene

Or giganteggia. Al destro piè si calza

l’alto coturno e l’umil socco al manco;

Quindi va zoppicando. Informe al volto

Maschera mal s’adatta, ove sul ghigno

Grondan lagrime e sangue. Allor che al denso

Spettatore ei si mostra, alzarsi ascolti

Di voci e palme un suon, che per le cave

Vôlte rumoreggiando, i lati fianchi

Scote al teatro e fa sostar per via

Maravigliato il passeggier notturno.

Qui il verso è già intieramente sicuro; l’artista appare padrone della sua materia e la domina; il fanciullo sembra intieramente scomparso. Il Manzoni a diciannove anni è uomo. I compagni di scuola del Manzoni, Giambattista Pagani, Ignazio Calderari, Luigi Arese, incominciano a mescolare all’affetto un po’ di ammirazione; il Foscolo gli diviene amico [20], il Monti incomincia a temerne i giudizii. Poco prima, egli aveva sul giovinetto autorità di maestro e quasi di padre.

Note

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[1] Che la mia venerazione pel Manzoni sia oramai antica, ne recherò qui un breve documento. Ero studente nella Università di Torino; nella Facoltà di lettere si era disegnata la fondazione d un giornale letterario; lo doveva esserne li direttore e proporne li titolo. Posi innanzi il nome di Alessandro Manzoni. Ma, temendo pure che al Manzoni potesse non piacere che da lui s’intitolasse un giornale di studenti, il quale avrebbe potuto riuscir battagliero, gli scrissi, in nome de’ miei compagni, per domandare un permesso che alla nostra fiera, ma pur delicata, baldanza giovanile pareva necessario. Il venerando uomo si turbò all’idea cheil suo nome potesse diventar simbolo di una battaglla di giovani, e c’indirizzò la lettera seguente, finqui inedita, l’autografo della quale trovasi ora nelle mani dell’egregio Antonio Ghislanzonia Lecco:

«Pregiatissimi Signori, Non ho mai avuto nell’animo un conflitto d’opposti sentimenti, come quello d’ una profonda riconoscenza e d’un vivo dispiacere che m’ha fatto nascere la troppo cortese lettera, dicui m’hanno voluto onorare. Ma la benevolenza che attesta in ogni sua parte, mi dà la certezza che di quei sentimenti non mi rimarrà che il primo. Per codesta così spontanea e per me preziosa benevolenza, vi prego dunque, o Signori, di non dare al giornale, l’annunzio del quale mi rallegra, il titolo che v’eravato proposto. Sarebbe una cagione di vero e continuo turbamento alla mia vecchiezza, che, per quaggiù, non aspira ad altro che alla quiete. L’indulgentissimo vostro giudizio è già una gran ricompensa per de’ lavori che non hanno altro merito, che d’esser fatti in coscienza. Confido, anzi mi tengo sicuro che non me lo vorrete cambiare in un castigo, e che potrò goder subito in pace la speranza de’ frutti che mi promette il saggio del vostro ingegno e del vostro cuore. Chiudo in fretta la lettera, perchè arrivi a tempo, come desidero ardentemente, e mi rassegno

Milano, 7 novembre 1859.

» Dev.mo obbl.mo

» ALESSANDRO MANZONI. »

Ricevuta questa lettera stimammo debito nostro, per rispetto alla volontà del Manzoni, rinunciare tosto al primo titolo desiderato di Alessandro Manzoni e ne sostituimmo perciò un altro che nel nostro pensiero, doveva riuscire equivalente. Il nuovo Giornale s’ intitoló per tanto: La Letteratura civile; ebbe, tuttavia, la vita solita de’ giornali compilati da studenti.

[2] Quanto alla fisionomia del Manzoni, non si potrebbe tuttavia, dire che avesse un carattere diverso da quello de’ popolani di Lecco ove, come me ne assicura il prof. Stoppani, s’incontrano spesso contadini, alla vista de’ quali vien voglia di gridare: - Ecco il Manzoni. - Cade quindi l’indiscreta ciarla nata in Milano, per cui si suppose possibile che il Manzoni fosse figlio dell’Imbonati, ciarla, alla quale alludeva forse il verso del noto Carme giovanile, In morte di Carlo Imbonati: Contro il mio nome armâro L’operosa calunnia.

[3] Don Pietro Manzoni abitava allora nella Via San Damiano, nella casa che porta ora il numero venti, e il battesimo venne celebrato nella chiesa di Santo Babila dal prete Alessio Nava; al fanciullo furono imposti i nomi di Alessandro, Francesco, Tommaso, Antonio. Il primo nome era quello del padre di Don Pietro; ossia del nonno del Manzoni, allora già morto; il secondo il nome del padrino Don Francesco Arrigoni. Il nome di Tommaso gli fu imposto, senza dubbio, perchè la Chiesa il dì 7 marzo festeggia San Tommaso. Antonio era il nome di un cugino canonico in San Nazaro; ma potrebbe pare esser venuto al Manzoni da una madrina Antonietta, intorno alla quale tuttavia, per ora, non sappiamo proprio nulla. Poichè si è qui ricordata la prima abitazione del Manzoni (l’ultima in Via del Morone, ove egli morì, è ben nota), ricorderò ancora col Morbio le altre case abitate dal Manzoni in Milano: «Altra casa, già abitata precedentemente da Manzoni, col padre, oltre l’accennata a San Damiano, fu quella segnata col N. 931, in Via Santa Prassede, ora Via Fontana, N. 94. Manzoni fu molto instabile nelle sue dimore. Nel 1808 abitava in Via Cavenaghi al N. 2528, ora N. 5. Sul declinare dell’anno 1810 scelse un’altra dimora; e colla madre, la sposa e la figlia Giulia, recossi ad abitare in Via San Vito al Carrobbio, al vecchio N. 3883, ora N. 27. Ponete un’iscrizione su quella casa. Ivi cominciò ad ideare gli Inni Sacri; ma essi furono ultimati e perfezionati nella sua villa di Brusuglio, e precisamente in una capannuccia del giardino.»

[4] Cfr. il voltume delle Lettere pubblicato da Giovanni Sforza.

[5] {Riportiamo la lettera per intero (ndr.)

A Samuele Cattaneo - Primaluna

Milano, 27 novembre 1863

Pregiatissimo Signore,

Non so come degnamente ringraziarla del gentile pensiero di procurarmi un antico stemma della mia famiglia, e delle troppo cortesi espressioni con cui Le è piaciuto d’accompagnarlo. Voglia gradire con la medesima cortesia i sensi della mia riconoscenza, e dell’affetto che m’ispira un tratto così amorevole. E accolga insieme l’attestato del mio più distinto ossequio.

umil.mo devot.mo servitore

Alessandro Manzoni}

[6] Intorno alla nobiltà della famiglia Manzoni, ecco quanto scrisse l’erudito Carlo Morbio nella Rivista Europea dell’anno 1874: «Fu creduto da quasi tutti i biografi di Manzoni che Egli fosse stretto in parentela colla Francesca, celebre poetessa e letterata, della quale lungamente scrisse l’Argelati, che morì nel 1743 alla Cerreda sua villetta presso Lecco, nella ancor fresca età di 33 anni. Ma io già provai con lettera, direttami dallo stesso grande Poeta, nel 25 gennaio 1844, che Egli colla Francesca non aveva di comune che il cognome, comunissimo del resto, com’Egli m’osserva, nel territorio di Lecco e della Valsassina. Il grande Poeta fu egli di nobile casato? I Manzoni ebbero, è vero, feudi e onoranze in quei paesi, ma la loro nobiltà non venne mai ufficialmente riconosciuta. Don Pietro, padre di Alessandro, ed i suoi fratelli, presentarono bensì nel 1794 un’istanza documentata al Consiglio Generale della città di Milano, onde essere ammessi agli onori del Patriziato Milanese; ma prima che il Consiglio si pronunciasse in proposito, i supplicanti in causa d’urgenti affari di famiglia chiesero ed ottennero la restituzione de’ loro documenti, obbligandosi però a riprodurli a tempo opportuno. Ma non mi consta che la famiglia Manzoni riproducesse più tardi la sua istanza. È poi assolutamente erroneo che la sua nobiltà venisse riconosciuta dal Tribunale Araldico, con sentenza del 10 luglio dell’anno 1771, perchè i Manzoni non si trovano accennati in nessuno degli elenchi dei nobili cittadini, proclamati come tali dal Tribunale Araldico e dal Consiglio Generale della città di Milano. - Manzoni non ha mai fatto uso di stemma gentilizio, neppure nelle lettere; il suo sigillo porta semplicemente le sue iniziali, entro un cerchietto a linee concentriche.»

[7] Cfr. I primi anni di Alessandro Manzoni, spigolature di Antonio Stoppani

[8] La poca armonia che dovea regnare in casa di Don Pietro Manzoni fra moglie e marito, onde sappiamo che, alcuni anni dopo, la signora Giulia Beccaria si trasferiva con l’Imbonati a Parigi, dovette essere una delle principali cagioni, per le quali il Manzoni, in così tenera età, fu rinchiuso in collegio. Il Manzoni concepì poi per la vita di collegio una tale avversione, che, al dire del Loménie, egli non volle mandare in collegio alcuno de’ suoi figli, ch’egli educò, invece, presso di sè. «On dit (aggiunge il Loménie) que, par suite de son excessive tendresse de père, l’expérience de l’éducation domestique ne lui a pas parfaitement réussi.» Ed è vero, pur troppo, per quello che riguarda i maschi, i quali, ad eccezione forse del primogenito Pietro, che gli fece almeno buona compagnia negli ultimi anni della vita, non risparmiarono al grand’uomo noie e dolori.

[9] Francesco Soave era nato in Lugano nel giugno dell’anno 1743; avea fatto i suoi primi studii a Milano, quindi a Pavia, finalmente a Roma nel Collegio Clementino. Soppressa la Compagnia di Gesù, della quale faceva parte, andò nel 1767 ad insegnare poesia a Parma; fu allora che pubblicò la sua Grammatica ragionata della lingua italiana. Non è inutile avvertire che il primo impulso agli studii di lingua, che poi l’occuparono tanto, può esser venuto al Manzoni dai primi insegnamenti del Soave. Avendo, dice un biografo del Soave, la Reale Accademia di Berlino proposto il quesito: «Se gli uomini abbandonati alle loro facoltà naturali sieno in grado per sè medesimi d’istituire un linguaggio, e in qual modo potrebbero pervenirvi,» il Soave vi mandò una dissertazione latina che ottenne il primo Accessit. Lo stesso Padre Soave la tradusse poi in italiano e la pubblicò in Milano nel 1772; quantunque Gesuita, il Padre Soave vi sosteneva arditamente il concetto poco ortodosso, che l’uomo può da sè stesso istituire il proprio linguaggio. Nello stesso anno 1772, il conte Firmian elesse il Padre Soave a leggere nel Collegio di Brera la filosofia morale, quindi la logica e la metafisica; nel tempo stesso egli coltivava le scienze fisiche e adopravasi a divulgare le nuove scoperte scientifiche; alcune delle sue osservazioni parvero anzi vere invenzioni. Per eccitamento del conte Carlo Bettoni di Brescia, il Padre Soave scrisse pure le Novelle morali per la Gioventù, e ne ottenne un premio di cento zecchini. Un altro riscontro curioso si può notare fra la vita del maestro Soave e quella del discepolo Manzoni. Il primo, inorridito nell’anno 1789 e ne’ successivi per i rivolgimenti di Francia, imprese a scrivere un libro storico, sotto l’anagramma grecizzato di Glice Coresiano (Soave Luganese), col titolo: La vera idea della rivoluzione di Francia; il secondo termina la sua vita scrivendo per l’appunto un libro sopra la rivoluzione di Francia, per disapprovarla (sebbene in modo e per motivi assai diversi) come il suo primo vero maestro. Quando il Soave riparò nel 1796 in Lugano e vi ammaestrò il nostro piccolo Manzoni, era fuggiasco da Milano, ove spadroneggiavano vittoriosi i Sanculotti. Si capisce pertanto qual animo fosse allora il suo contro i repubblicani e come li dovesse rappresentare a’ suoi piccoli alunni del Collegio di Lugano. Da Lugano lo richiamava poi in Napoli il principe d’Angri per affidargli l’educazione del proprio figliuolo. Il Manzoni dovette rivedere il Soave nel 1803 a Pavia, ove il buon Padre insegnava l’analisi delle idee; chi sa che il Manzoni non abbia pure frequentate le sue nuove lezioni di logica. Accennerò finalmente come, a promuovere le idee del giovine stoico Manzoni, può avere pure conferito alcun poco l’esempio del Soave che ci è rappresentato come uomo «d’ingenui e sinceri costumi, dal parlare lento e grave, dal viso alquanto austero, dal far contegnoso, non ostante il quale, la bontà sua lo rendea caro e venerato.»

[10] «I locali del sozzo ovile (scrive Carlo Morbio, che fu egli pure alunno nel Collegio de’ Nobili) non avevano subìto cambiamento importante dall’epoca in cui fuvvi Manzoni; così almeno assicuravano i vecchi del Collegio, che si ricordavano benissimo del vispo e caro Don Alessandro o Lisandrino. Verso la seconda corte ed i giardini, il Collegio spiegava un aspetto grandioso, ma melanconico e severo. Nell’interno, ampi eranvi i corridoi e le camerate. Era, per dir così, la fronte d’un vasto caseggiato, che non venne poi condotto a compimento. Verso il Naviglio poi l’Imperiale Collegio presentava una fronte ignobile e bassa. Gli alti pioppi di quella seconda corte già avevano ombreggiato il capo del giovane Poeta, il cui ritratto ad olio, grande al vero, stava appeso fra quelli dei più distinti allievi (Principi) del Collegio. È quindi troppo assoluta la sentenza della signora Dupin che i ritratti di Manzoni giovane sarebbero apocrifi. Questo all’incontro è bene autentico e genuino. È anche fama che a vent’anni Manzoni si facesse ritrarre a Parigi, a guisa d’inspirato, colle chiome sciolte e collo sguardo volto al cielo (*). Fu scritto da quasi tutti i biografi di Manzoni, che egli da giovinetto fosse di tardo ingegno, e punto non istudiasse. Non ignoro che il grande Poeta, forse burlando, lasciò creder ciò; ma io combatto Manzoni colle stesse sue armi, coi bellissimi suoi Versi giovanili alla mano; ma io cito l’onoranza del ritratto, certamente non sospetta, che egli ottenne nello stesso Collegio Longone, ove fu alunno dal 1796 all’anno 1800.»

(*) Con gli occhi rivolti in su lo rappresentava pure nella virilità il pittore Molteni in un quadro ad olio, che si conserva presso la marchesa Alessandrina Ricci D’Azeglio.

[11] Anche nell’Urania, il Manzoni dice ch’egli ambì la fama di poeta italiano fin dai passi primi nel terrestre viaggio:

                           Da’ passi primi

Nel terrestre vïaggio, ove il desio

Crudel compagno è della via, profondo

Mi sollecita amor che Italia un giorno

Me de’ suoi vati al drappel sacro aggiunga.

[12] Variante: «Di riposo e di gloria insiem desìo.»

[13] Tutti ricordano il principio commovente dell’Ode pariniana:

 

Quando Orïon dal cielo

     Declinando imperversa,

     E pioggia e nevi e gelo

     Sopra la terra ottenebrata versa,

Me, spinto nella iniqua

     Stagione, infermo il piede,

     Tra il fango e tra l’obliqua

     Furia de’ carri la città gir vede;

E per avverso sasso

     Mal fra gli altri sorgente

     O per lubrico passo

     Lungo il cammino stramazzar sovente, ec.

 

Il Manzoni vecchio che, per timore di cadere, soleva sempre, quando usciva, farsi accompagnare, dovette spesso pensare al suo Parini. «Una volta (mi scrive il Rizzi), quando egli andava a passeggio, una carrozza signorile passò così accosto a una povera donna che quasi la schiacciava. Avessi veduto che occhi fece, in quel momento! E pazienza gli occhi! Gli scappò nientemeno che questa frase: porchi de sciori! (porci signori!). E tutti intorno la sentirono.»

[14] Le ultime parole trascritte dal Manzoni, per quanto me ne assicura il professor Giovanni Rizzi, furono versi del Giorno.

[15] Cfr. il libro del signor Romussi, Il Trionfo della libertà.

[16] Allude all’Ode La educazione, che il Parini scrisse pel giorno natalizio del suo allievo undicenne Carlo Imbonati all’uscire da una malattia, e che incomincia:

 

Torna a fiorir la rosa

    Che pur dianzi languia

    E molle si riposa

    Sopra i gigli di pria.

    Brillano le pupille

    Di vivaci scintille.

 

Questi versi sentenziosi del Parini dovettero far pensar molto il Manzoni, e persuaderlo; il Carme In morte dell’Imbonati ha perfetto riscontro di pensieri ed anche di parole con essi:

 

Dall’alma origin solo

    Han le lodevol opre.

    Mal giova illustre sangue

    Ad animo che langue.

    - Chi della gloria è vago

    Sol di virtù sia pago.

- Giustizia entro il tuo seno

    Sieda e sul labbro il vero. -

    - Perchè sì pronti affetti

    Nel core il ciel ti pose?

    Questi a Ragion commetti,

    E tu vedrai gran cose.

- Sì bei doni del cielo,

    No, non celar, garzone,

    Con ipocrito velo,

     Che alla virtù si oppone.

    Il marchio, ond’è il cor scolto,

    Lascia apparir nel volto.

Dalla lor mèta han lode,

    Figlio, gli affetti umani.

 

Si può, si deve combattere per la patria, ma chi vince

 

Pietà non nieghi

    Al debole che cade.

 

Soccorriamo il povero, e l’uomo si mostri fido amante e indomabile amico.

Il Giusti, nell’Elogio del Parini, scriveva: «La Lombardia perdè il suo poeta e non poteva cadere in mente ai cittadini, che lo piangevano, di consolarsene nel caro aspetto di un fanciullo di tredici anni ch’era allora in Milano e che di lì a poco fu quell’uomo che tutti sanno.»

Il Manzoni avrebbe pure potuto far propria la famosa strofa dell’Ode pariniana, La vita rustica:

 

Me non nato a percotere

    Le dure illustri porte,

    Nudo accorrà, ma libero,

    Il regno della morte.

No, ricchezza nè onore

    Con frode o con viltà

    Il secol venditore

    Mercar non mi vedrà.

 

Il Manzoni vide pure, come il Parini, nell’educazione un mezzo per rialzare non solo i costumi, ma la patria infelice ed oppressa. Nella Canzone: Per l’innesto del vaiuolo, il Parini intese anco a preparar fanciulli sani, perchè potessero un giorno dar prova

 

D’industria in pace o di coraggio in guerra.

 

Nell’Ode: L’educazione, facendo apostrofare da Chirone il giovinetto Achille

 

Nato al soccorso

      Di Grecia,

 

il Parini rammenta al giovine Conte lombardo che può intraprendere ogni più ardua impresa per la patria

 

              Un’alma ardita,

Se in forti membra ha vita.

 

Così la poesia pariniana non è un vano giuoco, come non saranno mai pel Manzoni le lettere; tutta la sua letteratura è civile, anche dove scopre meno direttamente il suo intento educativo.

[17] Cfr. il Trionfo della libertà, e il Carme: In morte dell’Imbonati.

[18] Veggasi la lettera diretta da Venezia al Pagani, pubblicata dal signor Carlo Romussi

[19] Vittorio Alfieri era molto ammirato dal giovine Manzoni; dubito tuttavia assai che il Manzoni abbia conservato sempre la stessa ammirazione per l’illustre Astigiano. Tra i due poeti erano alcune conformità nel comune disdegno della poesia vana e servile, e della mitologia, (*) nel sentimento comune dell’ufficio civile delle lettere, nello studio posto da entrambi gli scrittori a scrivere non pure italianamente, ma toscanamente: il Manzoni adorò tuttavia quella Francia che l’Alfieri odiò fino all’oltraggio; il Manzoni pose ogni cura a scrivere con naturalezza, l’Alfieri volle esser duro ed aspro, sperando riuscire più efficace. Nella gioventù accade tuttavia che s’ammira ingenuamente tutto ciò ch’è grande, senza domandarsi troppo se l’ammirazione abbia fondamento in alcuna viva simpatia, il giovane ammira talora con entusiasmo un grande per una sola qualità principale che lo tenta; l’età matura vuole rendersi maggior conto della stima che concede agli uomini; quindi accade che l’uomo ammiri tanto meno, ma ami poi e stimi molto più profondamente del giovane. Il Manzoni giovine aveva ammirato l’Alfieri che il Parini e l’Imbonati ammiravano; l’Imbonati è perciò dal Manzoni fatto parlare, nel modo seguente, intorno all’Alfieri:

 

                        Venerando il nome

Fummi di lui, che nelle reggie primo

L’orma stampò dell’italo coturno;

E l’aureo manto lacerato, ai grandi

Mostrò lor piaghe e vendicò gli umìli.

 

Quando poi l’amico Pagani fece al Manzoni la poco piacevole sorpresa di dedicare a Vincenzo Monti, in nome del poeta, in modo alquanto infelice, il Carme per l’Imbonati, il Manzoni gli scrisse in termini abbastanza vivaci e risentiti. In quella lettera del 18 aprile 1806 che il signor Romussi ci ha fatta conoscere, son notevoli queste parole relative all’Astigiano: «Tu mi parli di Alfieri, la cui vita è una prova del suo pazzo orgoglioso furore per l’indipendenza, secondo il tuo modo di pensare, e secondo il mio un modello di pura, incontaminata, vera virtù di un uomo che sente la sua dignità, e che non fa un passo, di cui debba arrossire. Ebbene, Alfieri dedicò. Ma a chi e perchè dedicò? Dedicò a sua madre, al suo amico del cuore, a Washington, al popolo italiano futuro, ec.» Nella lettera francese al Chauvet sopra l’unità di tempo e di luogo, pubblicata nell’anno 1820, il Manzoni, che combatteva come poeta drammatico le unità alfieriane, poneva pure una parola di biasimo contro l’Autore del Misogallo: «Un uomo celebre, cui l’Italia era avvezza ad ascoltare con riverenza, aveva annunziato ch’egli avrebbe lasciato postumo uno scritto, al quale erano confidati i suoi più intimi sentimenti. Vide la luce il Misogallo, e la voce d’Alfieri, la sua voce che usciva dalla tomba, non levò alcun rumore in Italia, perchè una voce più potente si levava in ogni cuore contro un risentimento che mirava a fondare il patriottismo sull’odio. L’odio per la Francia! per la Francia illustrata da tanti genii e da tante virtù, donde sono sorte tante verità e tanti esempi! per la Francia che non si può vedere senza provare un’affezione somigliante ad amore di patria, e che non si può lasciare senza che al ricordo d’averla abitata non si mescoli qualche cosa di malinconico e di profondo simile all’impressione di un esiglio.»

 

(*)Il Manzoni non doveva ignorare la terzina alfieriana:

Certo in un Dio fatt’uom creder vorrei

A salvar l’uman genere, piuttosto

Che in Giove fatt’un tauro ai furti rei.

[20] Il Manzoni dovette conoscere il Foscolo, quando ritornò studente da Pavia. Gliene dovette conciliar la simpatia, oltre l’ingegno fervido, il culto che il Foscolo professava al Parini e il suo amore dell’indipendenza che lo rese forte contro l’adulato Buonaparte. Il Manzoni dovea essere tornato da Pavia meno entusiasta del Monti che non fosse quando vi si era recato: ne’ litigi letterarii che il Monti ebbe col Foscolo, il Manzoni non parteggiò forse per alcuno, ma probabilmente ascoltò più volentieri il poeta più indipendente. Il Foscolo venerava l’Alfieri; al Monti, invece, parlando un giorno dell’Alfieri in casa del conte Venèri, scappò detto: «Un’arietta del Metastasio val più di tutte le sue opere insieme.» Nel passo citato del Sermone manzoniano, ove si difende l’Alfieri contro i Metastasiani, è forse un’eco dei battibecchi letterarii fra il Monti ed il Foscolo: il Monti chiamò poi sacrilegio epico la traduzione alfieriana dell’Eneide, e non ebbe tutti i torti.

Il Foscolo faceva credere che il Monti lo evitasse per timore di compromettersi, a motivo del suo carattere indipendente; è dunque assai possibile che ne’ suoi colloquii degli anni 1804 e 1805 col Foscolo il Manzoni abbia udito più volte giudicare il Monti severamente. Il Foscolo parlando di sè dice: « Il Foscolo, figlio della Repubblica veneta che Buonaparte distrusse, si nutrì nel sentimento dei più, i quali considerano l’indipendenza de’ rispettivi Stati d’Italia come la sola causa necessaria che può essere produttrice della intera sua rigenerazione. Coerente dunque a tali principii, egli non volle mai intervenire nelle adunanze dei Collegi elettorali di cui era membro, per non trovarsi nell’obbligo di prestare il solito giuramento di obbedienza.» Per quanto una parte della condotta del Foscolo sotto l’impero non sia stata conforme a queste parole, non è dubbio che l’animo del Foscolo era piuttosto alieno dalla signoria napoleonica in Italia; e il Manzoni che aveva frequentata la contessa Cicognara e appreso da essa a giudicare il Buonaparte, dovette assai naturalmente accostarsi più volentieri al Foscolo dopo avere conosciuto il Monti. Dico più oltre come mi sembri pure scorgere un’allusione contraria al Monti nel Carme In morte dell’Imbonati. Se io non mi sono ingannato in tale congettura, si spiega forse meglio come, pubblicando i Sepolcri a Brescia nell’anno 1807, il Foscolo provasse una certa maliziosa compiacenza nel citare, per segno d’onore, in una nota i versi del Manzoni, relativi ad Omero libero, che non adulava i potenti, ad Omero, di cui il Monti e il Foscolo rivali traducevano allora l’Iliade, I versi citati sono questi per l’appunto:

 

Non ombra di possente amico,

nè lodator comprati avea quel sommo

D’occhi cieco e divin raggio di mente

Che per la Grecia mendicò cantando.

 

Il Foscolo che non avea perdonato al vecchio Cesarotti la Pronea, di cui diceva: «Misera concezione, frasi grottesche, verseggiatura di dramma per musica e per giunta gran lezzo d’adulazione, infame ad ogni scrittore, ma più infame ad un ottuagenario che non ha bisogno di pane o poco omai può temere dalla fortuna,» non dovea perdonare più tardi al Monti la dedicazione servile della sua Iliade al Beauharnais.

È giusto tuttavia avvertire che il Monti divenne aperto nemico dell’Autore dei Sepolcri, la polvere dei quali minacciava di scuotere, solo tre anni dopo. Ma poichè il motivo primo della guerra fu la rivalità per la versione dell’Iliade, il primo saggio pubblico della quale comparve insieme coi Sepolcri nel 1807, non mi pare improbabile che, quantunque per tre anni nelle loro esterne relazioni i due poeti siansi mostrati amici, in privato avessero già incominciato a lacerarsi. Checchè ne sia, per altro, dell’intendimento, col quale fu scritta la nota de’ Sepolcri, essa basta in ogni modo a provare l’amicizia e la stima che il Foscolo nutriva pel giovine Manzoni; come il Parini aveva pronosticata la gloria poetica del Foscolo, così il Foscolo augurò bene di quella nascente del Manzoni. Quando poi questi si convertì al Cattolicismo, e diede motivo a molti commenti maligni, tra i quali non doveano mancare quelli dei mitologisti Montiani, il Foscolo, che aveva potuto pregiare la sincerità de’ sentimenti del suo giovane amico, ne prese apertamente in Milano le difese, come rileviamo da una nota lettera di Silvio Pellico a Nicomede Bianchi.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011