Arturo Graf

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo

Edizione di riferimento:

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, Mondadori, Milano 1996

Un mito geografico

(Il monte della Calamita)

I

Il terzo calendero, figliuolo di re, narra, nelle Mille e una Notte, come dopo aver corso, con dieci navi, moltissimo mare, e sostenuta una furiosa procella, egli ed i suoi smarrissero per sì fatto modo il cammino, che nessuno sapeva più dov’e’ fossero. Un giorno, dall’alto dell’albero maestro, un marinajo, che stava in vedetta, gridò che non vedeva, tutto all’intorno, se non acqua e cielo, meno che dalla parte di prua, dove appariva una gran macchia nera. A tale annunzio il nocchiero mutò colore, buttò il turbante sul ponte, si picchiò il viso, e piangendo gridò: O mio re, noi siam tutti perduti! Sollecitato a spiegarsi, disse quella macchia nera non essere altro che il Monte della Calamita, il quale ormai traeva a sé irresistibilmente le navi, per cagion dei chiodi e delle altre ferramenta ch’erano in esse, e palesò a tutti ciò ch’era per seguire, ciò che in fatto seguì. Le navi s’andarono sempre più approssimando alla formidabil montagna, e il dì seguente, a certo punto, le ferramenta loro, sbarbate dal legname, volarono ad essa, e con ispaventoso rumore aderirono alla sua superficie, la quale d’altre infinite ferramenta vedevasi ingombra. In un subito le navi si sfasciarono, e quanti erano in esse furon sommersi nel mare, ch’era ivi di profondità smisurata. Tutti perirono, meno il principe. Costui poté raggiungere il monte, e per una angustissima gradinata salire fin sulla cima, dove, sotto una cupola, vedevasi un cavaliere di bronzo, sopra un cavallo similmente di bronzo; opera magica, da cui veniva alla rupe la sua perniciosa virtù, e che doveva essere distrutta perché quel mare tornasse sgombro d’ogni pericolo ai naviganti. Istruito da un vecchio, durante il sonno, di ciò ch’ei dovesse fare, il principe disseppellì un arco e tre frecce, saettò il cavaliere, e lo fece precipitare nell’onde, le quali presero a gonfiare ed a crescere, tanto che raggiunsero la cima del monte. Allora venne dal largo una navicella, condotta da un navicellajo di bronzo, e dentr’essa il principe poté allontanassi e scampare.

È questo un racconto che potrebbe dirsi secondario e composito, nel quale un tema originale, semplice e schietto, appare sformato e adulterato da sovrapposizioni più tarde e affatto disacconce. Il tema originale (altrove leggermente variato) noi lo abbiamo in quel Monte di Calamita che trae a sé e ad irreparabile perdizione le navi; le sovrapposizioni le abbiamo in quel cavaliere e in quel cavallo di bronzo, in quell’artificio magico, il quale, o appar esso superfluo, quando si lasci (come qui si lascia) alla calamita la sua propria e naturale virtù, o, per contro, fa apparire superflua la calamita.

Il tema originale ci si appalesa in parecchi racconti, di cui dirò or ora, e in una doppia tradizione geografica e romanzesca, orientale per l’una parte, occidentale per l’altra; ma giova, nondimeno, avvertir subito, che l’adulterazione di cui porge esempio il racconto delle Mille e una Notte, appare, in qualche modo, anche altrove.

La tradizione occidentale è assai antica. Plinio fa menzione di due monti, prossimi al fiume Indo, di cui l’uno ha virtù di attrarre il ferro, l’altro di respingerlo, per modo che chi abbia calzari con bullette di quel metallo non può dall’uno staccare il piede, né fermarlo nell’altro [1]. Parlando delle isole dell’India, Tolomeo ricorda le dieci Maniole, dalle quali dicevansi trattenute le navi le quali fossero, in qualche modo, munite di ferramenta; per la qual cosa le navi che frequentavano quei mari usavansi compaginare di solo legname [2]. Questa favola riappare in un trattatello De Brachmanibus, composto da un Palladio, che certamente non fu Palladio da Metone, sofista fiorito ai tempi di Costantino Magno, e nemmeno, secondo è più ragionevole credere, Palladio vescovo di Elenopoli (388-407), ma fu, probabilmente, un uomo che visitò l’India, e quivi intese narrare parecchie delle cose che riferisce: riappare, inoltre, in un opuscolo De moribus Brachmanorum, malamente attribuito a Sant’Ambrogio, e dipendente dal trattatello di Palladio, d’onde la deriva lo Pseudo-Callistene, o un interpolatore del romanzo che va sotto tal nome. Costantino Africano, il celebre medico e monaco cassinense, il quale, nella seconda metà del secolo XI, viaggiò gran parte dell’Oriente e si spinse sino nell’India, narra, in una delle numerose sue opere, su per giù le medesime cose, ma senza far ricordo di quelle isole Maniole, e citando un libro De lapidibus di Aristotele, che lo Stagirita mai non iscrisse, e che a lui fu probabilmente attribuito dagli Arabi. Alberto Magno parla del fatto succintamente. Vincenzo Bellovacense attinge, parlando della calamita, da Plinio e da Isidoro di Siviglia, e riferisce anche il passo di Costantino; ma, sostituendo al vecchio un nuovo errore, attribuisce quel libro De lapidibus, a Galeno. Il Mandeville, che tanti miracoli vide, ebbe a vedere anco questo; e poiché la relazion del suo viaggio fu una delle più divulgate scritture del medio evo, e molto giovò, senz’alcun dubbio, a diffondere vie più la notizia che del miracolo già s’aveva in Europa, non sarà inopportuno riferire, nell’antica versione italiana, le parole con cui egli lo vien descrivendo. «Ad Ormes sono le nave di legnio sanza chiovi di ferro per li sassi della calamita, della quale nel mare è tanta quantità, che è una maraviglia. E se per questi confini passassi una nave che avessi ferro, di subito perirebbe; però che la calamita tira a sé per natura el ferro. Per la quale cagione tirerebbe a sé la nave, né più di là si potrebbe partire»... «in quel mare (il mare che bagna il regno del Prete Gianni, in India) in molti luoghi, sono molti scogli, e assai sassi di calamita che tira a sé il ferro co la sua proprietà; e per questo non passa nave ove sia chiovi o bandelle di ferro. Questi sassi di calamita, per sua proprietà, tirono le nave, e mai più di lì non si posono partire. Io medesimo vidi in quel mare, di lungi a modo d’una isoletta, ove erano alberi, spine e pruni in quantità; e dicevono e marinai, che ciò erano nave, che quivi erano restate pei sassi de la calamita; e perché erono marcite, li erono cresciuti questi alberi, spine, pruni e altre erbe, che vi sono in gran quantità. Questi sassi vi sono in molti luogi in quele parte, e però non v’usano passare mercatanti, se egliono non sanno molto bene la via, e se e’ non hanno buono guidatore». Petro Berchorio e Felice Faber ridicono su per giù le medesime cose, e sul finire del secolo XVI, Simone Majolo ripete ancora la divulgatissima favola.

 La qual favola non poteva non variarsi in più modi; onde abbiamo udito alcuni parlare d’intere isole di calamita, altri di singoli monti, altri di scogli sparsi pel mare; ne mancarono alcuni che, come Giovanni di Hese, dissero il fondo stesso del mare, in certi luoghi, formato di calamita, per modo che le navi, le quali vi passavano sopra, erano irresistibilmente inghiottite.

Né farà meraviglia che monti e rupi di calamita, simili a quelli che s’immaginavano in mare, s’immaginassero pure entro terra. I monti ricordati da Plinio non sembra fossero in mare. Giovanni del Pian dei Carpini parla di una spedizione di Gengis Chan, la quale non sortì l’esito sperato, perché certi monti di calamita attrassero a sé tutte le armi de’ suoi soldati [3].

La tradizione orientale fu, senza dubbio, assai più copiosa dell’occidentale, ma noi non la conosciamo se non in piccola parte. So Sung, scrittore cinese dell’XI secolo, parla in un suo Erbario, citando certe Memorie delle cose meravigliose che si vedono nei paesi meridionali, di pietre di calamita giacenti nei bassifondi del mare che bagna le coste del Tonchino e della Cocincina, pietre che fermano le navi armate di lastre di ferro. Nel libro arabico sulle pietre attribuito ad Aristotele, e citato da Bailak Kibgiaki, si legge: «A detta d’Aristotele, si trova nel mare una montagna di calamita. Se le navi le si accostano, tutti i chiodi e l’altre ferramenta sono sconficcati dal legno, e volano come tanti uccelli verso il monte, senza che il legno li possa trattenere; e per tale ragione le navi che corron quel mare non hanno chiodi di ferro, ma sono tenute insieme da corde fatte con le fibre dell’albero di cocco, fermate con caviglie di legno molle che gonfia nell’acqua. I popoli del Jernen legan pure le navi loro con liste staccate dalle palme. Dicesi inoltre che una simile montagna di calamita si trovi sulle coste del mare d’India, ecc.». Parlando dell’Africa orientale, Edrisi fa ricordo di una montagna per nome Agiud, la quale attrae a sé le navi che troppo le si avvicinano: Abulfeda pone il Monte della Calamita in prossimità dell’Indo.

E nei mari d’India, o della Cina, lo pongono più generalmente coloro che ne parlano; ma nel poema tedesco di Gudruna esso è trasposto agli estremi confini dell’Occidente, e Guido scrisse:

In quelle parti sotto tramontana

Sono li monti della calamita,

 Che dan virtute all’a’re

Di trar lo ferro [4].

II

Che questa immaginazione del Monte della Calamita (parlo solo del monte, perché gli è quello che si trova ricordato più spesso) sia orientale di origine, e passata d’Oriente in Occidente, non si può, cred’io, dubitare. Ma come e quando passata la prima volta nessuno può dire. Non sarebbe forse troppo irragionevole congettura quella che la facesse giungere in Europa coi reduci della spedizione di Alessandro Magno, sebbene in Arriano, e negli altri narratori delle imprese del Macedone, e descrittori dell’India, non se ne trovi cenno. Ben si può tener per sicuro che l’antica memoria, raccolta da Plinio, fosse in varii modi, e a più riprese, rinfrescata, oltreché da notizie di viaggiatori, da racconti giunti nei tempi di mezzo fra le genti cristiane per quelle medesime vie per cui giunsero, dal remoto Oriente, tanti altri racconti. Di ciò vedremo, tra breve, alcuna prova complessa; ma non sono da trascurare, per questo rispetto, certi parallelismo e riscontri che difficilmente si posson credere casuali e spontanei.

Ho notato nel racconto delle Mille e una Notte sommariamente riferito in principio, la sovrapposizione di un elemento estraneo ed eterogeneo a quello che senza dubbio dovette essere il tema primitivo e genuino. Per esso, il Monte della Calamita, perduta quasi la sua virtù naturale, diventa mezzo, e strumento di magico potere. Che direm noi quando, in racconti occidentali vedremo questo medesimo accoppiamento del Monte della Calamita con alcun magico artificio, ovvero il Monte fatto dimora di maghi e di fate? Nel poema tedesco anonimo intitolato Reinfrit von Braunschweig, e composto sul finire del secolo XIII, o sul principiare del seguente, si narra una strana storia di un gran negromante per nome Zabulon, il quale, dimorando sul Monte della Calamita, aveva letto nelle stelle la venuta di Cristo milledugento anni prima che accadesse, e per impedirla aveva scritto parecchi libri di negromanzia e di astrologia, delle quali scienze era inventore. Poco tempo prima che Cristo nascesse, Virgilio, uomo di gran sapere e di singolare virtù, avuta notizia di questo mago e delle sue male arti, navigò alla volta del Monte della Calamita, e mercé l’ajuto di uno spirito, riuscì ad impadronirsi dei tesori e dei libri di lui. Venuto il termine prescritto, la Vergine poté dare alla luce Gesù. Enrico di Müglin narra in una sua poesia come Virgilio, in compagnia di molti nobili signori, partisse da Venezia sopra una nave tratta da due grifoni, giungesse al Monte della Calamita, trovasse quivi, chiuso in una fiala, un demonio, il quale, a patto d’avere la libertà, gl’insegnò come potesse impadronirsi di un libro di magia, ch’era dentro una tomba. Avuto il libro ed apertolo, Virgilio si vide comparir dinanzi ottantamila diavoli, ai quali comandò subito di costruire una buona strada, dopo di che se ne tornò tranquillamente co’ suoi compagni a Venezia. Queste fantasie fan capolino anche nel Watburgkrieg. Di un magnifico palazzo, sorgente sul Monte della Calamita, e abitato da cinque fate, si narra nel séguito dell’Huon di Bordeaux in prosa, ed è senza dubbio tutt’uno collo chastel d’aimant descritto in una redazione tarda dett’Ogier. In un romanzo francese in prosa, composto probabilmente nel secolo XV, il Monte, o piuttosto lo scoglio di Calamita è abitato da maghi e incantato, e per potersene allontanare, dopo esserne stati attirati, bisogna, conformemente a quanto si è detto in certa iscrizione, gettar nel mare un anello, ch’è in cima alla rupe. Non è ciò singolarmente conforme a quanto si legge nel racconto del terzo calendero? S’avverta inoltre che nei lapidarii, dove molte immaginazioni si trovano venuteci dall’Oriente, la calamita è messa in istretta relazione con l’arti magiche. In quello attribuito a Marbodo si legge:

Deendor magus hoc (lapide) primum dicitur usus,

Conscius in magica nihil esse potentius arte.

Post illum fertur famosa venefica Circe

Hoc in praestigiis magicis specialiter usa.

Alberto Magno ed altri parlano ancor essi delle virtù magiche della calamita.

Dopo quanto abbiam veduto non ci parrà cosa troppo fuori del ragionevole che il Monte della Calamita diventasse il beato soggiorno, oltre che delle fate, anche di Artù, come si vede essere avvenuto in un vecchio romanzo francese intitolato Roman de Mabrian, e ci sarà men difficile intendere come e perché, nel poema di Gudruna, il Monte della Calamita s’identificasse col monte Gîvers, o Mongibello, dove una leggenda, di cui discorro in questo stesso volume, pose per l’appunto la dimora di Artù, e divenisse stanza di un popolo felice, che vive nell’abbondanza, ed abita in palazzi d’oro. A immaginare così fatta stanza e così fatto popolo, sollecita anche, in certo qual modo, la credenza che le infinite navi tratte da ogni banda inverso il monte, vi recassero copia delle ricchezze tutte della terra.

Che l’idea di porre in relazione col Monte della Calamita i grifoni, facendo di questi un mezzo di scampo per alcuni naufraghi più ingegnosi e più arditi, sia ancor essa orientale di origine, parmi cosa, come vedremo tra breve, più che probabile. Beniamino da Tudela parla di certe, com’egli le chiama, angustie del mar della Cina, dalle quali le navi che ci si smarrivano più non potevano districarsi, onde, venendo a mancare le vettovaglie, conveniva che i naviganti si morissero di fame. Perciò i meglio avveduti portavano con sé pelli di buoi, e quando non rimaneva loro altro scampo, si avvolgevano in esse, e si lasciavan rapire da certe aquile grandi, che li portavano a terra; e così molti se ne salvavano. Fra quelle angustie del mare si cela di sicuro il Monte, o si celano, per lo meno, gli scogli, o i bassifondi di calamita, e quelle aquile grandi sono i ruc o i roc delle novelle orientali, divenuti poi, in Occidente, grifoni.

In racconti occidentali il Monte della Calamita è posto spesso nel bel mezzo del Mare coagulato, così nel Herzog Ernst, di cui dirò or ora, nel Jüngere Titurel, ecc. Il poema di Gudruna lo pone nel Mar tenebroso. Che sì fatti collegamenti fossero già prima avvenuti in Oriente, parmi probabile; ma vuolsi per altro avvertire che la fantasia doveva essere, non meno qua che laggiù, naturalmente inclinata a raccogliere insieme i pericoli tutti del mare; e gli è perciò che, in parecchi racconti occidentali, al Mare coagulato, al Monte della Calamita, vanno a tener compagnia le sirene.

III

Come in Oriente, così in Occidente, il Monte della Calamita non doveva figurare soltanto nelle relazioni più e men veridiche dei viaggiatori e nei trattati dei geografi e dei naturalisti, ma, come quello che poteva dare argomento a descrizioni fantasiose e poetiche, e occasione a strane avventure, doveva, o prima o poi, figurare anche in racconti d’indole romanzesca, e, più particolarmente in quelli che narravano di lontane peregrinazioni, di favolose imprese. Non era quasi possibile ch’esso non trovasse luogo in quelli che, con nome appropriato, si potrebbero dire i romanzi del mare: se l’antico poeta, che narrò i lunghi errori e i patimenti d’Ulisse e de’ compagni suoi, ne avesse avuta contezza, il Monte della Calamita sarebbe apparso probabilmente nell’Odissea, fuori dall’onde di alcun remoto ed incognito mare.

Dire a qual tempo risalga la prima redazione del racconto del terzo calendero nelle Mille e una Notte gli è impossibile ora; ma si può per contro, indicare, se non altro con sufficiente approssimazione, il tempo in cui fu composto il più antico racconto romanzesco occidentale dove si parli del Monte della Calamita. Tale racconto è quello tedesco, ricordata pur ora, del Duca Ernesto, Herzog Ernst. La primitiva redazione latina di questa storia cavalleresca non s’è potuta rintracciare sinora; ma, da essa derivò, tra il 1170 e il 1180, un poema basso renano, di cui rimangono solo frammenti, e la cui sostanza passò nell’anonimo poema tedesco (tra l’XI e il XII secolo) dal quale io trarrò, ridotto in breve, il racconto che si riferisce al Monte della Calamita; in un altro poema, a torto attribuito a Enrico di Weldecke (composto tra il 1277 e il 1285); nel poema latino di un Odone (prima del 1230); in un racconto prosastico latino; in un racconto prosastico tedesco e popolare.

Nel più antico poema pervenuto intero sino a noi, il racconto procede nel modo che segue. Dopo lunga e faticosa navigazione, il duca Ernesto e i compagni suoi giungono in vista di un arduo monte, alle cui falde serpeggia come una gran selva di alberi di nave. Uno dei nocchieri, avendo riconosciuta la natura del monte, il quale s’alza fuori dalle onde pigre del mare coagulato, annunzia al duca e agli altri la rovina irreparabile. Alla forza attrattiva della calamita non è possibile di resistere: tutti quegli alberi sono di navi naufragate; la morte per fame attende i naufraghi. Udito così tristo annunzio, il duca sembra smarrirsi, parla amorevole ai suoi, li esorta a innalzar l’anima a Dio, a pentirsi d’ogni errore commesso, a prepararsi ad entrare, con divina grazia, nel regno dei cieli. Tutti si conformano alle sue esortazioni, ed intanto la nave, con impetuosissimo corso, s’approssima al monte, e a guisa di un cuneo si caccia tra l’altre navi, molte delle quali sono, per vetustà, marcite, e con ispaventevole fragore, sfondando fianchi e travolgendo rottami, passa oltre, e cozza alla rupe. Le ricchezze perdute che s’offron quivi agli sguardi dei naufraghi son tali e tante che non si possono descrivere. Ma a che giovano? Il monte sorge in mezzo a remotissimo oceano e da nessuna banda si scorge la terra. A poco a poco vengono meno le vettovaglie; l’un dopo l’altro quei valorosi periscon di fame; sopraggiungono i grifoni e ne rubano i corpi, per pascerne i loro nati. Da ultimo rimangon vivi solo il duca e sette compagni, e delle provviste più non avanza se non mezzo pane. Allora il conte Wetzel, illuminato da una miracolosa idea, propone ai soci di avvolgersi in pelli di bue e lasciarsi rapire dai grifoni, non essendovi, fuor di questa, altra speranza di scampo. Il consiglio è accolto con applauso e con giubilo. Vestiti di tutte l’armi, si fanno, primi, cucir nelle pelli il duca ed il conte: vengono a volo steso i grifoni, li levano in aria, li portan di là dal mare. Quando si sentono sul sodo, i due fendono con le spade le pelli, balzan fuori, son salvi. E nella stessa maniera si salvano gli altri, meno uno, che rimasto ultimo, non ha chi lo ajuti ad avvolgersi nella pelle, e muore di fame. Ma, per partirsi dal luogo dove i grifoni li hanno deposti, i superstiti debbono abbandonarsi, sopra una zattera, al corso impetuoso di un fiume sotterraneo, il cui letto è tutto sparso di preziosissime gemme.

Ugone da Bordeaux, il noto eroe della gesta carolingia, corse gli stessi pericoli, si salvò nel medesimo modo; e tra il racconto che narra di lui e quello che narra del duca Ernesto non sono, per questa parte, se non picciole differenze e di poco rilievo. Ugone sopravvive solo ai suoi compagni di sventura, e perciò bisogna che si lasci rapir dal grifone senza ravvolgersi in una pelle di bue, e il grifone lo trasporta in un’isola paradisiaca, dove scaturisce una fonte e maturan pomi che hanno virtù di ridare la giovinezza, e d’onde l’eroe non può altramente partirsi che affidandosi al corso di un fiume sotterraneo, in tutto simile a quello descritto nel poema del duca Ernesto. La differenza maggiore si nota, non tra le avventure dei due cavalieri, ma tra i due cavalieri medesimi. Ernesto affronta impavido il pericolo e la morte, incora e sorregge i suoi: Ugone piange, si dispera, sviene, e confortato dai suoi, scambia i grifoni per diavoli. Egli è di quella picciola schiera di eroi, non meno timorati e piagnucolosi che prodi, a cui appartengono anche Ugone d’Alvernia e Guerino il Meschino.

Non è chi non avverta subito la somiglianza grandissima che questi racconti occidentali, oltreché col racconto del terzo calendero, hanno con quello del sesto viaggio di Sindbad il navigatore, quale si legge per esso nelle Mille e una Notte. Anche la nave di Sindbad è tratta irresistibilmente verso un monte le cui radici sono ingombre di rottami di navi naufragate e d’infinite ricchezze; anche Sindbad, solo sopravvissuto ai compagni periti di fame, scampa, lasciandosi trascinare, sopra una zattera, da un fiume copioso di gemme, che scorre sotterra. E io credo che i racconti occidentali porgano, se non una prova, un indizio, che il racconto orientale è, in certo punto, difettoso o alterato, e dieno anche modo di restituirlo alla integrità e sincerità primitiva. Sindbad non dice che il monte ov’ei naufragò sia il Monte della Calamita; ma che tale fosse veramente in origine parmi si possa argomentare dalle particolarità stesse della descrizione, e dai collegamenti che hanno i varii racconti tra loro. Per le ragioni medesime credo s’abbia ad identificare col Monte della Calamita la montagna smisurata e lucida come se fosse di acciajo forbito, verso la quale è trascinata la nave di Abulfauaris nei Mille e un Giorno. A questo proposito, un riscontro curioso è notabile. Nella storia prosastica latina del duca Ernesto si dice che il Monte della Calamita sorgeva tutto corrusco dall’onde, come se fosse di fiamma viva.

Molti altri eroi, oltre al duca Ernesto e ad Ugone da Bordeaux, corsero questa memorabile e gloriosa avventura. Ho già accennato a racconti intessuti nella Gudruna, nel Reinfrit von Braunschweig, nel Jüngere Titurel, in una tarda redazione dell’Ogier, ecc.: ricorderò ancora la storia tedesca di Enrico il Leone, e una redazione, pure tedesca, del viaggio di quel San Brandano cui nessuno dei miracoli del mare doveva rimanere occulto. La molteplicità e variate di sì fatti racconti mostrano quanto diffusa e celebre fosse in Europa l’antica favola nata in Oriente, la favola che il Goethe ricordava d’avere udito narrare quand’era ancora fanciullo.

 

Note

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[1] Historia naturalis, l. II, cap. 98

[2] Geographia, l. VII, cap. 2

[3] Iohannis de Plano Carpini: Antivariensis Archiepiscopi Historia mongulorum quos nos Tartaros appellamus... Parigi 1839

[4] Canzone: Madonna il fine amore ch’eo vi porto

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011