Arturo Graf

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo

Edizione di riferimento:

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, Mondadori, Milano 1996

La leggenda di un filosofo

(Michele Scotto)

Nella quarta bolgia dell’ottavo cerchio infernale, Virgilio, redento ormai dalla dubbia fama di mago che per secoli ne aveva infoscato e snaturato il carattere, addita e nomina a Dante gl’indovini ed i maghi che quivi son puniti di lor, tracotanza. Accennatine alcuni antichi, Anfiarao, Tiresia, Aronta, Manto, Euripilo, e detto alcun che dei loro fatti, il maestro volge l’attenzione del discepolo sopra un moderno:

Quell’altro che ne’ fianchi è così poco,

Michele Scotto fu, che veramente

Delle magiche frode seppe il gioco [1];

poi nomina ancora Giudo Bonatti e Asdente, e, senza più far nomi, accenna al popol minuto delle fattucchiere, alle

.      .       .     triste che lasciaron l’ago,

La spola e il fuso e fecersi indovine;

Fecer malie con erbe e con imago.

Se Dante tornasse al mondo, e riscrivesse la Commedia, si può tener per sicuro che Michele Scotto non sarebbe più posto da lui in quella bolgia, tra quei dannati, quando pure il poeta rinascesse così buon cattolico quale già fu, e così inclinato a certe credenze come un cattolico non può quasi, non essere; ma, dato il tempo in cui il poeta visse e fu composto il poema; data la celebrità grande di cui Michele Scotto ebbe a godere in quei tempo, e le ragioni e l’indole di tal celebrità, era assai difficile, per non dire impossibile, che il poeta non ponesse il filosofo a quella pena. Dante avrebbe potuto bensì non parlarne, come di tanti altri non parla; ma il giudizio ch’egli avrebbe pensato sarebbe stato in sostanza quel medesimo ch’espresse parlando. E se noi porgiamo orecchio alle voci insistenti della leggenda e della tradizione, intenderemo chiaramente il perché [2].

I

Le notizie storiche pervenuteci intorno a Michele Scotto sono molto scarse e molto incerte, e il nome stesso di lui dà luogo a dispareri e a dubbiezze. Vuole taluno che Scotto sia forma italiana del cognome Scott, frequente in Iscozia; vogliamo altri che Scotto sia nome, non di famiglia, ma di nazione, e che perciò s’abbia a dire e scrivere Michele Scoto, come si dice e scrive Duno Scoto, Clemente Scoto, Ugo Scoto, ecc. Se non ché è da notare che nel medio evo il nome etnico si scrisse indifferentemente Scotus e Scottus, Scoto e Scotto; ed io, seguendo l’uso degli antichi nostri, scriverò Scotto, senza impacciarmi in questioni, che nel caso nostro, non importan gran fatto.

Del resto, i dubbii circa il nome debbono essere stati promossi, almeno in parte, da dubbii che si ebbero circa la patria. Secondo Jacopo della Lana, Michele sarebbe stato spagnuolo; ma gli altri commentatori di Dante lo dissero, per la più parte, scozzese; e v’è un anonimo il quale, non solo il conosce per tale, ma sa pure avere egli sì fattamente ammaestrati gli Scozzesi nell’arte sua, che anche non fanno passo che arte magica non seguiscano, e avere per giunta insegnato loro portare calze bianche e gonnelle con maniache cuscite insieme. Dei biografi, alcuni lo vollero scozzese, altri inglese, e la opinion dei secondi ebbe seguitatori recentissimi, come gli ebbe la opinion dei primi. Che Michele Scotto nascesse italiano, e più propriamente salernitano, fu, credo, opinione particolarissima di un Pier Luigi Castellomata, riferita e accettata per buona da Nicola Toppi; ma non meritevole di nessun riguardo. La opinion più plausibile è insomma quella che fa Michele scozzese, confortata anche dal fatto che la leggenda di lui serbavasi viva in Iscozia in principio di questo secolo, come vedremo tra poco, e viva forse ci si serba tuttora.

Per non allungarci troppo stringiamo in poche parole i non molti fatti della vita di Michele che si possono dire accertati, o che si possono considerare come certi fino a prova contraria. Michele nacque verso il 1190, in Belwearie, nella contea di Fife; studiò prima in Oxford, poi in Parigi; soggiornò un tempo in Toledo, ov’era nel 1217; si recò, dopo il 1240, in Germania, dove fu conosciuto e bene accolto da Federico II, fece dimora, certamente non breve, in Italia, nella corte di quell’imperatore, e, si può credere, in parecchie altre città; si ridusse, non si sa quando, in patria; morì verso il 1250. Stando a tradizioni scozzesi, egli fu sepolto, o in Holme Coltrame, nel Cumberland, o nell’Abbazia di Melrose.

Michele Scotto occupa un luogo onorevole nella storia della filosofia del medio evo, sebbene Ruggero Bacone abbia scritto di lui ch’e’ fu ignaro così delle parole come delle cose, e Alberto Magno ch’ei non conobbe la natura e non intese a dovere i libri di Aristotele. Ch’e’ non abbia inteso a dovere i libri di Aristotele gli è un fatto; ma quanti furono in quella età coloro che non li frantesero? Un merito, ad ogni modo, non si può togliere a Michele, ed è d’avere efficacissimamente cooperato a diffondere, o, come lo stesso Ruggero Bacone si esprime, a magnificar tra i Latini la filosofia dello Stagirita, e d’essere stato uno degli ajutatori di Federico II nell’opera della restaurazione del sapere da quel principe con tanto ardore promossa. Per Federico II egli tradusse il compendio che Avicenna aveva tratto dalla Istoria degli animali di Aristotele; per Federico II compose un Liber physionomiae ch’ebbe grandissima celebrità, fu messo a stampa ed ebbe molte edizioni, a cominciare dalla prima di data certa, che è del 1477; poi fu tradotto in italiano, e così impresso in Venezia nel 1537. Voltò di arabico in latino parecchi libri di Aristotele, sebbene non tanti probabilmente quanti, ne’ manoscritti, se ne veggono col suo nome; un trattato di Alpetrongi sopra la Sfera; un trattato e alcuni commenti di Averroe, che da lui primamente, secondo avverte il Renan, fu fatto conoscere ai Latini; compose trattati di astrologia e di chiromanzia; tradusse, o compose di suo, parecchi altri libri, de’ quali alcuno, attribuitogli certo senza ragione, sta pure a far testimonianza del gran credito in che fu tenuto il suo sapere. Certo è calunnia quanto asserisce il già citato Ruggero Bacone, che Michele, al pari d’altri parecchi che s’arrogarono di tradurre le scritture altrui, non avesse cognizione né delle scienze, né delle lingue; nemmeno della lingua latina; e usurpasse l’opera e il merito di un Ebreo per nome Andrea, pubblicando come sue le versioni di costui; sebbene sia vero che del sapere e dell’ajuto di questo Andrea egli ebbe a giovarsi. La corte di Federico II non era corte dove fosse avegole a un ignorante acquistar credito di sapiente, e perché Federico non era uomo da lasciarsi così facilmente ingannare, e perché i molti dotti ch’egli si raccoglieva d’attorno avrebbero presto scoperto l’inganno e smascherato l’ingannatore. Per contro noi abbiam prove della riputazion grande onde Michele ebbe a godere appresso gli uomini dotti d’allora. Leonardo Fibonacci, il celebre matematico, dedicò a Michele la seconda parte del suo Abaco. In una epistola in versi che Federico d’Avranches scriveva l’anno 1236 all’imperatore, Michele è celebrato quale astrologo, indovino e nuovo Apollo, profetante felicissime sorti all’impero. Finalmente un papa, Gregorio IX, in una lettera scritta il 28 di aprile del 1227 all’arcivescovo di Cantorbery, chiama Michele il nostro caro figliuolo, e di lui loda lo zelo per lo studio, la cognizione del latino, dell’ebraico, dell’arabico, il vasto sapere.

Fra Salimbene racconta del sapere, specie astrologico, di Michele una storiella veramente sbalorditiva. Trovandosi un giorno in certo palazzo, Federico II chiese all’astrologo quanta distanza corresse da quello al cielo. Michele rispose come la scienza sua gl’insegnava; dopo di che l’imperatore, sotto pretesto d’andarne a diporto, lo condusse in altra parte del regno, e quivi lo trattenne più mesi, nel qual tempo ordinò ai suoi architetti, o ai suoi legnajuoli, di sbassare la sala, per modo che nessuno potesse avvedersene; e così fu fatto. Dopo molti giorni, tornato nel medesimo palazzo, l’imperatore, volgendo accortamente il discorso, ripeté all’astrologo la domanda stessa dell’altra volta, e l’astrologo, fatti suoi calcoli, rispose che, o il cielo s’era alzato, o la terra s’era abbassata: ed allora conobbe l’imperatore ch’egli era astrologo davvero.

Avviene della buona e della rea fama degli uomini come delle valanghe: queste ingrossano della neve e dei sassi che incontrano giù per la china del monte; quelle, giù per la china del tempo, ingrossano d’infinite opinioni, d’infiniti errori e d’infinite novelle. Così, in bene e in male, si formano le riputazioni eccessive, che la critica storica scompone e riduce a’ suoi elementi; così, in parte, fuori dalla consueta mezzanità umana, si levano gli eroi, i santi, i mostri tipici.

Il sapere di Michele parve grande, fatta qualche eccezione, agli uomini del suo tempo: agli uomini de’ tempi che seguirono, per lungo tratto, esso parve sempre più grande. Di tale fama crescente noi troviamo le testimonianze in tutti, o quasi tutti, gli scrittori che parlarono di lui; e nei più moderni dura ancora il suono delle lodi con cui era stato celebrato il suo nome, dura l’ammirazion d’un sapere fatto oramai universale: Michele, oltre la lingua sua propria e qualche altro linguaggio volgare, oltre il latino, ebbe familiari il greco, l’ebraico, il caldaico, l’arabico; Michele fu matematico insigne, teologo egregio, astrologo insuperato, medico meraviglioso, conoscitore profondo di tutti i segreti della natura. Pico della Mirandola, seguendo gli esempii di Alberto Magno e di Ruggero Bacone, lo giudicherà, gli è vero, scrittore di nessun peso, e di molta superstizione; ma l’opinion di quelli e sua rimarrà opinion di pochissimi.

II

Come mai, di filosofo ch’egli fu, Michele si tramutò in profeta ed in mago? Come nacque la leggenda che per secoli fronteggiò intorno al suo nome, e che forse conserva ancora, mentr’io ne ragiono, alcuno sarmento vivo e alcuna foglia verde? Quel tramutamento seguì ne’ modi consueti; la leggenda nacque come molt’altre così fatte nacquero.

Notiamo anzi tutto che tra le opere conosciute di Michele non ve n’ha nessuna che tratti di magia; ma notiam pure che non v’era punto bisogno d’un tal documento per dar l’aire alle fantasie, sebbene poi la leggenda sel produca da sé. Nel caso presente sono da distinguere una ragion generale e due ragioni particolari. La ragion generale è questa, che in secoli di comune ignoranza la fama di dotto basta di per se stessa a produr la fama di mago; onde noi vediamo dalle fantasie degli uomini del medio evo trasformati in maghi i sapienti così degli antichi come de’ nuovi tempi, e ciò con un procedimento uniforme e sommario che mette tutti in un fascio filosofi e poeti e matematici e pontefici e santi e persino uomini così poco necromantici come fu messer Giovanni Boccacci. Libri di magia furono attribuiti anche a San Tommaso d’Aquino: Alberto Magno e Ruggero Bacone, così sprezzanti, come s’è veduto, di Michele Scotto, furono ascritti con lui alla stessa famiglia di maghi, ispirarono lo stesso rispetto pauroso, ebbero la stessa celebrità. Sarebbe in tutto superfluo moltiplicar le prove e gli esempii di cosa ormai molte volte discorsa e notissima: già ebbe a dire Apulejo, parlando de’ tempi suoi, che le plebi sospettavano di magia tutti i filosofi.

Questa, dunque, la ragion generale nel caso nostro; le ragioni particolari, o, per lo meno, due delle ragioni particolari, le abbiamo presumibilmente nella dimora che Michele fece in Toledo negli anni della sua giovinezza, e, per qualche parte, nella dimestichezza ch’egli ebbe con Federico II.

Durante tutto il medio evo la città di Toledo godette, in materia di scienze occulte, grandissima riputazione: ivi fiorivano l’arti magiche; ivi fioriva una scuola di magia celebre fra quante ne fossero in terra di Saraceni o di cristiani; celebre tanto che la scienza insegnatavi fu detta per antonomasia talvolta scentia toletana. Virgilio v’aveva studiato; persuaso dal diavolo, vi studiò Sant’Egidio prima della sua conversione; e così vi studiarono molti altri. Il monaco Elinando afferma nella sua Cronica che i chierici andavano «a Parigi a studiare le arti liberali, a Bologna i codici, a Salerno i medicamenti, e in nessun posto i buoni costumi». Nei romanzi di cavalleria Toledo e la sua scuola sono mentovate assai spesso, e Luigi Pulci, ricordandosi di quanto altri assai avevano detto prima di lui, scrisse nel Morgante (XXV, 259):

Questa città di Tolleto solea

Tenere studio di negromanzia;

Quivi di magic’arte si leggea

Pubblicamente e di piromanzia;

E molti geomanti sempre avea,

E sperimenti assai d’idromanzia,

E d’altre false opinion di sciocchi,

Come e fatture o spesso batter gli occhi.

Il troppo famoso Dalrio ricordava ancora quello o come celebre e detestabile. Michele doveva essere stato condotto a Toledo dal desiderio di apprendervi l’arte magica.

Federico II diede argomento a due diverse, anzi contrarie tradizioni, delle quali, l’una si diffuse più largamente e prevalse in Germania, l’altra si diffuse più largamente e prevalse in Italia; la prima ghibellina ed a lui favorevole; la seconda guelfa ed a lui sfavorevole. Di quella non abbiamo ora a curarci: di questa basterà notare che per essa Federico II fu spogliato di ogni virtù, gravato di ogni nequizia, dipinto quale uomo diabolico, identificato persino con l’Anticristo. Del carattere che così la leggenda gli veniva attribuendo un’ombra s’aveva a stendere su tutto ciò che gli stava d’intorno; e ch’egli e i familiari suoi avessero intelligenza con Satanasso doveva parere presunzione, più che ragionevole, necessaria. Strani uomini si vedevano in quella corte; strane cose vi si facevano; di più miracoli dell’arti occulte (così dicevasi) vi si dava saggio e spettacolo. Quivi Saraceni in gran numero, i quali tutti eran tenuti accoliti e serventi del diavolo; quivi messi, che da paesi remoti ed incogniti recavano meraviglie non più vedute; quivi giocolieri d’ogni nazione e maestria; quivi maghi, operatori d’inauditi prodigi [3]. Federico II traeva a sé gli uomini singolari come la calamita di ferro. Nell’anno 1231, essendo egli alla dieta di Ravenna, ebbe a trovarsi (così narra il cronista Tommaso Tusco) con certo Riccardo, venutovi in compagnia d’altri cavalieri d’Alemagna, il quale si spacciava per iscudiero di Olivieri, del paladino morto da quattro secoli, e asseriva d’essere stato altra volta in Ravenna insieme col suo signore, con Carlo Magno e con Orlando. Richiesto dall’imperatore di dar qualche prova di quanto affermava, fece discoprire certa cappella e certe arche sepolcrali da gran tempo interrate, e scovare sul davanzale di una finestra altissima certi sproni rugginosi, dimenticativi da un gigantesco cavaliere di Carlo [4]. Dei miracoli d’arte che i suoi maestri sapevano oprare diede un saggio Federico quando, volendo ricambiare il soldano di certi ricchissimi doni che n’avea ricevuti, gli mandò, oltre a cento stendardi d’oro, e cento destrieri di Spagna, e cento palafreni da sollazzo, «uno albero tutto pieno d’uccegli, e tutti erano d’argento; e quando traeva alcuno vento, tutti cantavano e dirizzavansi e chinavansi, ed erano a vedere una grande meraviglia: e questo albero si commetteva tutto insieme».

Chi sa mai quant’altre così fatte novelle dovettero narrarsi di Federico II, le quali non sono venute sino a noi, ma che tutte dovevano riuscire a questo effetto, di sollevare e di stendere intorno a lui e alla sua corte come una caligine di meraviglioso, attissima a mutar volto e colore alle persone che ci si movevano dentro, e che già per altre ragioni eran disposte e inchinevoli al mutamento. Fra Salimbene ebbe certo a udirne di molte, che a noi rincresce sieno state passate da lui sotto silenzio, dicendo egli in due luoghi della sua Cronica: Di Federico io so molt’altre superstizioni e curiosità e maledizioni e perversità e inganni, dei quali alcuni consegnai in altra mia cronica, e di cui taccio ora per amor di brevità, e perché mi rincresce riferire tante sue fatuità. Sebbene di Michele Scotto non sia mai ricordo nei Regesti di Federico, se non in quanto si accenni ad alcuna delle sue versioni; e sebbene non sia da credere all’Anonimo Fiorentino che lo crea senz’altro maestro dell’imperatore; pur nondimeno non è da dubitare ch’ei non fosse uno de’ familiari suoi, un frequentatore della sua corte, e forse uno dei molti astrologi che l’imperatore si teneva d’attorno. Ma, s’avesse egli, o non s’avesse cotale ufficio, da quella familiarità e da quella frequentazione doveva venire nuovo argomento e nuovo stimolo alla leggenda magica che già, per altre ragioni, era per formarsi intorno al suo nome.

III

La leggenda di Michele Scotto, simile in questo a tutte le altre leggende, non nacque certo già bella e formata, ma si venne formando a poco a poco, in virtù di svolgimenti e di aggregazioni successive. In essa si possono distinguere due parti principali: l’una, che narra di lui come conoscitor del futuro o indovino; l’altra, che narra di lui come mago; ma dire qual delle due preceda in ordine di tempo, o se entrambe non sorgano congiuntamente, è cosa impossibile ora. Gli è vero che Salimbene ricorda di lui soltanto le predizioni, e nulla dice dell’arte magica più propriamente detta; ma ciò non significa punto che l’altra parte della leggenda non fosse già nata, se non cresciuta; o che Salimbene dovesse ignorarla; mentre vediamo che Pietro Alighieri, fatto di questa consapevole, se non da altro, dai versi stessi del poema paterno che commentava, dice dell’indovino, o, com’egli latinamente lo chiama, grande augure, ma non tocca punto del mago.

Dante condanna alla stessa pena, promiscuamente, gli indovini ed i maghi; e altro de’ commentatori suoi, quello che chiaman l’Ottimo, giunto ai versi ov’è fatta menzione di Michele Scotto, nota: «Qui descrive l’autore di un’altra specie d’indovini, li quali usano arte magica». Ma indovini e maghi non erano propriamente la stessa cosa; anzi, tra gli uni e gli altri, più che diversità, c’era, a rigor di dottrina, opposizione e contrasto; dappoiché, se l’arte magica non si poteva esercitare senza la cooperazion dei demonii, la divinazione escludeva ogni loro concorso, essendo opinione universalmente professata che i demonii non conoscessero il futuro. Di solito, questi indovini andavano debitori di quella molta o poca cognizione dell’avvenire ch’e’ si vantavan d’avere alla scienza astrologica; ma tal cognizione poteva, alle volte, avere altra origine, essere di natura divina, confondersi col dono di profezia; e tale essendo, poteva, (la qual cosa parrà, ed è forse, un po’ strana) accompagnarsi con l’esercizio dell’arte magica, di un’arte iniqua e dannata. In Virgilio, quale se lo venne figurando la fantasia medievale, c’è il profeta di Cristo e c’è il mago; Merlino è profeta e mago ad un tempo; e profeta e mago in uno dovette sembrare a molti Michele Scotto. Graziolo de’ Bambagioli, o come altrimenti suoni il suo nome, accenna senza dubbio a scienza astrologica, là dove dice: «Jste Michael Scottus fuit valde peritus in magicis artibus et scientia auguri, qui temporibus suis potissime stetit in curia Federici Jmperatoris»; ma Salimbene parla propriamente di profezie, e così pure Fazio degli Uberti, nel cui Dittamondo si legge:

     In questo tempo che m’odi contare,

Michele Scotto fu, che per sua arte

Sapeva Simon mago contraffare.

     E se tu leggerai nelle tue carte,

Le profezie ch’ei fece troverai

Vere venire dove sono sparte [5].

Non vorrei arrischiarmi in una congettura temeraria; ma se Dante non pose nella quarta bolgia, insieme con gli altri indovini, anche Merlino, quel Merlino che assai più di Anfiarao, di Tiresia, di Aronta, di Manto, di Euripilo, era allora noto all’universale, la ragione del non averlo posto potrebbe essere questa, che il poeta, con altri molti, credeva di origine divina le profezie dell’antico bardo, alle quali solo una decisione, del concilio di Trento tolse da ultimo il credito e la riputazione. Comunque sia, e’ si vuole avvertire che noi ci troviamo qui in presenza di cose, di concetti, di credenze, i cui caratteri, la cui significazione, i cui confini, sono per le condizioni stesse del pensiero e della vita del medio evo, incerti ed instabili, con trapassi e straripamenti continui, e commutazioni infinite, e che in tanta mobilità e promiscuità non può esser luogo a definizioni troppo rigorose, a distinzioni fisse e perspicue.

E la unione del profeta col mago in persona di Michele Scotto era agevolata dalla qualità di mago buono ch’egli ebbe insieme con altri parecchi. Qui ci si para dinanzi un fatto che nell’argomento nostro è di capitale importanza e vuol essere inteso a dovere. Antichissima, e serbata durante tutto il medio evo, è la distinzione tra la magia divina e la diabolica, o, se si vuol dare alla parola magia un più ristretto significato, tra la teurgia, che moveva da Dio, e la magia, che moveva dal Diavolo. Ma anche questa distinzione non è così costante e sicura come potrebbe a primo aspetto sembrare. La teurgia apparteneva ai santi; ma la magia non apparteneva di necessità ad uomini malvagi e diabolici; giacché c’erano maghi buoni e maghi rei, e alcuna volta è assai difficile distinguere il santo dal mago buono. E in vero, non solo operavano entrambi, su per giù, gli stessi prodigi, ma gli operavano ancora con lo stesso animo e con gli stessi intendimenti. Virgilio, se fosse stato cristiano, sarebbe diventato un santo; e la leggenda narra che San Paolo pianse sulla sua tomba, e che San Cadoco ebbe quasi la prova ch’egli era salvo. Alberto Magno, di cui si disse che esercitasse la magia in beneficio della fede e con licenza del papa, al quale aveva salva in certa occasione la vita, fu canonizzato davvero. Ruggero Bacone fu così buon cristiano che una volta punì certo suo servitore perché non digiunava quand’era prescritto; un’altra volta riscattò un gentiluomo che per quattrini s’era obbligato al diavolo; e da ultimo, preso da scrupoli, bruciò tutti i suoi libri di magia, e si rinserrò in una cella, donde più non uscì, e dove finì di vivere in capo di due anni, tutti consacrati a pratiche di devozione. Avicenna fu un mago buono tra i musulmani. Mago buono e il Malagigi dei romanzi cavallereschi; ottimo il Prospero della Tempestadello Shakespeare. Di questi e di altri maghi, storici o immaginarii, si può dire ciò che di Cipriano dice uno de’ famuli suoi nel dramma Calderon:

Yo solamente resuelvo

Que, si el es magico, la sido

El magico de los cielos [6].

Come immaginò i demonii servizievoli e amici dell’uomo, così immaginò la fantasia popolare i maghi buoni, stimandoli tali anche quando ricorressero ad arti prave ed illecite. La massima che il fine giustifica i mezzi è massima, in secreto o in palese, professata universalmente; non sempre così malvagia come molti la dicono; e non tale a ogni modo che se ne debbano considerare inventori ed osservatori i soli gesuiti, a cui, generalmente, suol farsene colpa. Oltre di ciò, la opinione che col cielo si possa tergiversare, venire a patti ed a transazioni, è ancor essa in fondo alla coscienza comune; e se noi lo vediamo accolta come norma di temperamento, o, a dirittura, come principio regolativo della vita, in più di una religione pratica, ciò non vuol dir altro se non che le religioni, in pratica, prendendo sempre forma dalla coscienza comune.

C’è, del resto, un criterio, per cui si può abbastanza sicuramente conoscere il mago buono dal mago reo. Il reo stringe col diavolo un patto, in forza del quale ei si impegna di dargli l’anima in pagamento dell’ajuto che da esso avrà. Il buono non si obbliga con patto alcuno, ma riman libero, ed esercita l’arte, bensì con la cooperazione del diavolo, ma in virtù di un alto potere ch’egli s’è procacciato. Il primo esercita l’arte da mercante, e, in realtà, serve al diavolo, cui par che comandi: il secondo esercita l’arte da gran signore, e comanda al diavolo, cui può chiedere tutto senza concedere nulla. Così è che Salomone poteva forzare i diavoli a ballargli davanti; e dicono i maomettani che chi avesse l’anello di Salomone potrebbe comandare ai diavoli ogni cosa che gli fosse in piacere. Orbene; chi sapeva leggere nei libri magici poteva fare altrettanto [7]. Certo, questi commerci e queste pratiche non erano senza pericolo, come non erano senza peccato; ma il pericolo non era poi troppo terribile, e il peccato, a giudizio almeno di chi non fosse teologo di professione, non era grandissimo. Il Talmud permette d’interrogare i demonii, di chiedere loro consiglio ed ajuto: i cristiani non potevan certo giovarsi delle permissioni del Talmud; ma certe permissioni, quando loro faceva comodo, se le prendevan da sé.

Michele Scotto fu dunque un mago buono, il quale comandò ai diavoli per iscienza, senza (che si sappia) obbligarsi loro né in vita né in morte. Non fu, da quanto mostra la sua leggenda, così largo benefattore degli uomini come l’unico Virgilio, ma non abusò dell’arte sua, e dovette essere servizievole uomo e liberale, se a due suoi discepoli, che lasciò in Firenze, impose (come attesta il Boccaccio) fossero sempre presti ad ogni piacere di certi gentili signori che l’avevano onorato, e se quelli, obbedienti al precetto, «servivano i predetti gentili uomini di certi loro innamoramenti o d’altre cosette liberamente». Di sua bontà vedremo qualche altra prova più innanzi. Anche fu dabbene cristiano, tuttoché si lasciasse vincere in questa parte da altri, e Alberto Magno accusi in certo qual modo di empietà un suo libro intitolato Quaestiones Nicolai Peripatetici, e parecchi notino ch’egli non era troppo devoto. Vedremo, tuttavia, che un atto di devozione fu, in parte almeno, cagione della sua morte.

E ora, senza, più oltre indugiarci, prendiamo in esame le predizioni dell’indovino, o, se meglio piace, del profeta, e i prodigi del mago: e cominciam dalle predizioni.

IV

Varia e copiosa fiorì in Italia, nei tre secoli XII, XIII e XIV, la letteratura profetica, e due furono le ragioni principali del suo fiorire: il ravvivarsi del sentimento religioso; la passione politica. Il sentimento religioso naturalmente inclina l’uomo a ideare un avvenire conforme a certi dati della fede, o a certi postulati della coscienza, e, ideatolo, a palesarlo e bandirlo. La passione politica lo inclina a cercar nella predizione un concetto che lo sorregga e diriga, un’arme di combattimento, un principio di giustificazione. Nascono per tal modo due maniere di profezie, l’una più propriamente ascetica, l’altra più propriamente politica; sebbene tra le due non sia divario di specie a specie, ma solo di varietà a varietà; e sebbene delle due se ne faccia assai volte una sola: e nel riguardo della politica è in più particolar modo da distinguere la profezia che dirò suggestiva, la quale s’adopera a drizzar gli eventi piuttosto per una che per altra via; e la profezia retroattiva, la quale, descrivendo o narrando ciò che assume di predire, giustifica e sancisce, post eventum, un dato ordine di fatti.

Da Gioachino di Fiora, il quale fu

Di spirito profetico dotato,

a Jacopone da Todi, i profeti moltiplicarono in Italia; e quasiché i nostrani non bastassero, furono tratti a questa volta e forzati a immischiarsi nelle cose nostre anche i forastieri. Di ciò nessun altro esempio più calzante per noi, e che più, faccia al caso, di quello di Merlino, profeta e mago.

Le supposte profezie di Merlino, in grazia della compilazione latina che ne fece Goffredo di Monmouth, si diffusero rapidamente e largamente per l’Europa, acquistando fra disparatissime genti meravigliosa e durevole celebrità. Esse furono accolte nelle istorie, come un lume atto a rischiarare le umane vicende e a guidare il giudizio; furono commentate e interpretate da uomini di grande dottrina ed autorità, qual fu uno Alano de Insulis, che consacrò loro un’opera divisa in sette libri. Esse ebbero ad influire più d’una sugli avvenimenti e si serbarono in credito, e si seguitarono a stampare e citare, finché non sopraggiunse, come s’è notato, il Concilio di Trento, che le dichiarò false e le proibì. In grazia di quella tanta sua riputazione, Merlino non fu più soltanto il profeta dei Brettoni, ma diventò un profeta universale, a cui si attribuirono a mano a mano altri vaticinii, riguardanti, quando le sorti di una particolare nazione, quando eventi di carattere più generate, così fu ch’ei divenne profeta anche per l’Italia, dove, già nella prima metà del secolo XIII, un Riccardo, che abitava in Messina, compose in francese, a richiesta di Federico II (si noti questo particolare), e spacciandola per autentica, una nuova raccolta di profezie di Merlino, tutte molto favorevoli all’imperatore e altrettanto avverse alla curia romana. Non so se ad esse si riferiscano in qualche modo certe parole del già citato Fioretto di croniche degli imperadori, in un luogo dove, parlando appunto di Federico II, l’autore, che gli si addimostra assai favorevole, nota: «E se Merlino o vero la savia Sibilla dicono veritade, in questo Imperadore Federigo finì la dignitade». Col titolo di Versus Merlini il Muratori pubblicò in calce al Memoriale potestatum Regiensium sessanta versi leonini, assai rozzi, nei quali si accenna confusamente ai casi di molte città e province d’Italia.

Qualche altra prova si potrebbe recare della fama onde, come profeta, Merlino ebbe a godere in Italia; ma quelle recate potranno bastare.

Certo, Michele Scotto non ebbe, né poteva avere, per questa parte, fama eguale a quella di Merlino, il cui nome era cognito a quanto (ed erano innumerevoli) avessero qualche dimestichezza con le leggende vaghissime, ambages pulcherrimae, come Dante le chiama, del ciclo arturiano, e la cui vita favolosa aveva dato materia a un romanzo famoso, il Merlin di Roberta di Borron, notissimo, come gli altri del ciclo, in Italia, e tradotto nel volgare nostro l’anno 1375. Né pure ebb’egli celebrità meravigliosa onde fruì più tardi Michele Nostradamus; ma ebbe, ciò nondimeno, come profeta, non piccolo nome. Salimbene, che nella sua cronica riferisce parecchie profezie di Merlino e d’altri, ne riferisce anche una dello Scotto, in versi contenente Futura praesagia Lombardiae, Tusciae, Romagnolae et aliarum partium, e nota in proposito: «Quanto sieno state vere queste predizioni, fu da molti potuto vedere, ed io stesso il vidi e lo intesi; e la mente mia contemplò assai cose sapientemente, e fui ammaestrato; onde so che, se alcune poche ne togli, furono vere». Il cronista bolognese Francesco Pipino, il quale fiorì nella prima metà del secolo XIV, ricorda che lo Scotto diede fuori certi versi (probabilmente quegli stessi che Salimbene riporta) ov’era predetta la rovina di parecchie città d’Italia, con altri avvenimenti; e Benvenuto da Imola assicura che parecchie profezie del nostro filosofo si avverarono.

Le profezie qui ricordate furono esse veramente opera di Michele Scotto? o non piuttosto furono a lui attribuite per acquistar loro il credito e la celebrità onde quegli godeva, così come s’era fatto già, o tuttavia si veniva facendo, con Merlino? Che Michele s’arrogasse l’officio di profeta è provato da quanto dice in proposito Enrico d’Avranches, ricordato di sopra; ma che le profezie a lui attribuite sieno proprio di lui non si può provare, e che quella riferita da Salimbene non sia si può affermare sicuramente, quando si consideri che essa è, in sostanza, non favorevole, ma avversa a Federico II. Comunque sia, ciò che più importa a noi si è che dalla comune credenza e dalla leggenda ei fu tenuto profeta.

E la leggenda altro narra in proposito. Il cronista Saba Malaspina (sec. XIII), avvertito come Federico II desse molta fede ad astrologi e negromanti, e si governasse con loro parole, soggiunge che essendogli stato predetto da certi aruspici che morrebbe sub flore desideroso di vivere immortale, evitò con ogni studio d’entrare così in Firenze, come in Fiorentino di Campania, senza, per questo, poter fuggire alla sorte che l’aspettava. Chi quegli aruspici fossero Saba non dice. Giovanni Villani narra: «Lo Imperadore venuto in Toscana non volle entrare in Firenze, né mai non v’era intrato, però che se ne guardava, trovando per suoi augurj, ovvero detto d’alcuno demonio, ovvero profezia; come doveva morire in Firenze, onde forte ne temea»; e alquanto più oltre, narrando come Federico morisse in Firenzuola, soggiunge: «ma male seppe interpretare le parole mendaci, che ’l demonio li avea dette». Giovanni non sa donde propriamente venisse, di che natura fosse l’avvertimento; ma inclina da ultimo a crederlo avvertito ingannevole di demonio. Altri, e sono il maggior numero, attribuiscono l’avvertimento a Michele Scotto. Benvenuto da Imola, notato come Michele mescolasse la negromanzia con l’astrologia, e come delle predizione ch’ei fece alcune ebbero ad avverarsi, dice che male per altro s’appose quando annunziò a Federico che morrebbe in Firenze, mentre morì in Fiorenzuola di Puglia (sic). L’autore del Fioretto delle croniche degli imperadori nomina Michele Scotto, ma non accenna a errore o equivocazion di nome: «E andando per lo cammino (lo imperadore) giunse in Campania a una terra che si chiama Fiorentino, e quivi morì. E tutto ciò gli disse di sua morte Maestro Michele Scotto negli anni domini MCCL»: e avverte poi che Merlino parlò di Federico II, e profetò che vivrebbe settantasette anni. Sant’Antonino ricorda l’equivocazione dei nomi, ma di Michele Scotto non parla; mentre alcuni fra i commentatori meno antichi di Dante, come il Landino, il Vellutello, il Daniello, ne fanno espresso ricordo. Taluno d’essi parla, non di Fiorenzuola, ma di Firenzuola. Com’è noto, Federico morì veramente in Fiorentino di Puglia.

Non ispenderò parole intorno all’indole di questa profezia la quale arieggia certi responsi ambigui degli oracoli antichi: mi basterà notare ch’essa ha numerosi riscontri.

A Cecco d’Ascoli, mutato come Michele Scotto in mago, furono, come a Michele Scotto, attribuite parecchie profezie, ricordate da Giovanni Villani e da altri.

V

Se celebre come profeta, assai più celebre fu Michele Scotto come mago.

Abbiamo già udito il Landino affermare essere stata opinione universale che Michele «fusse ottimo astrologo et gran mago»; e l’Anonimo Fiorentino ch’ei «fu grande nigromante». Il Boccaccio lo fa dire da Bruno «gran maestro in nigromanzia», e Guiniforto delli Bargigi lo vanta «grande incantatore nella corte di Federico II». Nel Paradiso degli Alberti, Maestro Luigi Marsilii, facendosi a narrare una novella che vedremo or ora, dice di voler narrare «un caso assai famoso e noto pubblicamente fatto da tale, che secondo si crede, non fu in Italia già moltissimi secoli più dotto e famoso mago». Aveva dunque avuto ragione Dante di affermare che Michele seppe veramente quel gioco, e Fazio degli Uberti ch’ei seppe contraffare Simon Mago, maestro e principe di tutti i maghi. In sul finire del secolo XV e in sul principiar del seguente questa celebrità di Michele Scotto non era ancor dileguata: Teofilo Folengo, nella maccheronea XVIII ce ne fa testimonianza.

La leggenda magica di Michele Scotto non dovett’essere per certo così copiosa e compaginata come fu quella di Virgilio; ma certo fu più compaginata e copiosa di quanto ora appaja a noi, che non siam più in grado di conoscerla tutta. Di ciò le prove non mancano. Benvenuto da Imola ricorda avere udito narrar di Michele, de quo jam toties dictum est et dicetur, assai cose, che pajon a lui piuttosto immaginate che vere; e l’Anonimo Fiorentino: «Dicesi di lui molte cose meravigliose in quell’arte». Più secoli dopo il Dempster nota che ancora a’ suoi tempi si narravan di lui innumerevoli fiabe, innumerabiles... aniles fabulae. Avvertasi che la leggenda magica di Michele Scotto nasceva e prendeva vigore giusto nel tempo in cui cominciava ad appalesarsi in modo più risentito il triste vaneggiamento superstizioso che tante sciagure procacciò di poi; quando contro gli stregoni e le streghe s’instruivano i primi processi e s’accendevano i primi roghi; quando Gregorio IX, di cui abbiamo udite le lodi date al filosofo, si levava con impetuoso sdegno contro l’arte dannata e contro i rei che osavan di professarla. Nasceva la leggenda e prendeva vigore in un tempo assai favorevole al suo nascere ed al suo crescere.

I racconti in cui la leggenda prende corpo e colore si possono spartire in due gruppi: l’uno, di quelli nati in Italia, o, per lo meno, riferiti da autori italiani; l’altro, di quelli nati fuori d’Italia, e più propriamente nella patria del filosofo, in Iscozia. Tra questi due gruppi non è diversità quanto al concetto che li informa e sorregge; ma non è nemmeno continuità: li tiene congiunti insieme il nome di colui che diede argomento alla leggenda. Volgiamoci primamente al primo.

Jacopo della Lana, Francesco da Buti, l’Anonimo Fiorentino, Cristoforo Landino, Alessandro Vellutello, narrano, quale più in breve, quale più in disteso, e con particolarità che variano dall’uno all’altro, come, essendo in Bologna, Michele invitasse a banchetto molti gentili uomini della città, senza apparecchiare vivanda alcuna, e neanco accendere il fuoco in cucina, e come, essendo i convitati, seduti intorno alle mense, cominciassero a venir per l’aria serviti di molte vivande, e Michele dicesse loro: questo viene dalla cucina del re di Francia; quest’altro dalla cucina del re d’Inghilterra, e così di séguito; e il tutto avveniva per diligenza di spiriti, comandati da Michele.

Il qual Michele, per altro, non potrebbe vantarsi d’essere stato al mondo solo operatore di tanto prodigio, ché altri l’operarono, prima e altri dopo di lui. Di Pasete, il quale superò tutti gli uomini nell’arte magica, ricorda Suida come facessero apparire sontuosi banchetti, e donzelli che li servivano, e il tutto novamente sparire; e miracoli simili narra Origene dei maghi d’Egitto. Numa Pompilio, Virgilio, Tiridate I, re d’Armenia, un re dei Bramani, Alberto Magno, Ruggero Bacone, Pietro Barliario, Fausto, un rabbino per nome Löw, conobbero tutti quest’arte, e la praticarono con ottimo successo. Il diavolo Astarotte imbandì a Rinaldo e a Ricciardetto un banchetto sontuoso, e avendo i due paladini domandato

                  onde l’oste abbia avute

Queste vivande che son lor venute;

   Risponse il diavol: Questa colezione,

E le vivande che mangiato avete,

Apparecchiava il re Marsilione;

E giunti in Roncisvalle lo saprete,

 Che i servi insieme ne fecion quistione;

E se del vostro imperador volete

Ch’io faccia qui venir lesso o arrosto.

Comanda pur, ché ci sarà tantosto [8].

Né potrebbe il nostro Michele vantarsi d’essere stato il solo che sapeva operare il miracolo, riferito dall’Anonimo Fiorentino, di far comparire «essendo di gennaio, viti piene di pampani et con molte uve mature», le quali sparvero subito che i presenti si furono accinti a tagliare i grappoli co’ coltelli; perché un miracolo in tutto simile a questo seppe operare anche Fausto, e altri incantatori seppero, di pieno verno, far comparire interi giardini, verdi e fioriti. Così l’Ebreo Sedecia, di cui si dice, nel Paradiso degli Alberti, che l’anno 876 fece sorgere, in presenza dell’imperator Lodovico, uno stupendo giardino, tutto odoroso di fiori, tutto sonante del canto d’infiniti uccelli; così Alberto Magno, che in un giardino miracoloso imbandì un miracoloso banchetto, così Cecco d’Ascoli, di cui si racconta che «in un convito di dame, a tempo d’inverno, fece apparir pergolati, e fiori e frutta, come di primavera e autunno». Ma il prodigio più pomposo e mirabile fu quello operato dal secondo. Nel cuor del verno, Alberto Magno pregò una volta l’imperatore Guglielmo di volersi recare, con tutta la corte, a desinare in sua casa. V’andò l’imperatore, e il buon mago lo menò, insieme col seguito, in un giardino, dove, tra gli alberi sfrondati, in mezzo alla neve ed al ghiaccio che coprivano intorno ogni cosa, si vedeva apparecchiato il convito. I cortigiani cominciarono a mormorare, sembrando loro uno strano scherzo quello dell’ospite che li aveva condotti a intirizzir di freddo; ma come l’imperatore si fu seduto a mensa, e gli altri similmente, ciascuno secondo il suo grado, ecco splendere in cielo un sole estivo, ecco disfarsi in un baleno la neve ed il ghiaccio, la terra e gli alberi germinare e vestirsi di verzura e di fiori, brillar tra le fronde i frutti maturi, e l’aria d’intorno sonare del canto soavissimo d’infiniti uccelli. In breve la caldura crebbe di sorta, che i convitati cominciarono a togliersi i panni di dosso, e, mezzo ignudi, ripararono all’ombra degli alberi. Fornito il mangiare i numerosi e leggiadri valletti, che avevan servito sparvero come nebbia, e di subito il cielo si rabbujò, e le piante si dispogliarono, e un orrido gelo ravvolse novamente ogni cosa, con sì acerba freddura che gli ospiti, tremando, corsero in casa, e si accalcarono intorno al fuoco [9].

Non estraneo forse ai banchetti magici di Michele era un barletto portentoso, che mai non si votava. Si racconta nelle chiose sopra Dante alle quali si dà il titolo di Falso Boccaccio, che nel campo e nel padiglione dell’imperator Federico, il giorno in cui questi fu sconfitto da’ Parmigiani assediati, un povero ciabattino, andatovi con altri infiniti a far preda, trovò un barletto pien di vino squisitissimo, e sel portò a casa. Egli e la donna sua ogni dì ne spillavano; ma per quanto ne spillassero, non potevano vederne la fine: onde il pover uomo, meravigliato, volle vedere che mai ci fosse dentro, e ruppe il barletto, e vi trovò una piccola figurina di un angelo d’argento, il quale con l’un de’ piedi premeva un grappolo d’uva, similmente d’argento, e dal grappolo usciva quel perfettissimo vino. Così appagò egli la sua curiosità; ma tosto se n’ebbe a pentire, perché dal barletto non usci più nemmeno un gocciolo; e il barletto «era fatto per arte magicha e di negromanzia, e questo fecie Tales, overo Michele Scotto, per la sua scienza e virtù». L’autore di queste chiose è il solo che affibbii a Michele il nome di Tales (Talete?), né so dire perché sel faccia. Di un altro botticino che non si votava mai, ma che avrebbe perduta la virtù il giorno in cui alcuno avesse voluto guardarvi dentro, fu autore Virgilio, secondo attesta Bonamente Aliprando.

Questi racconti hanno popolare l’origine, popolare il carattere. Stimolata dal bisogno e talora dalla fame, la fantasia vagheggiò nell’arte magica un mezzo sbrigativo e sicuro di sovvenire alla fame e al bisogno. Di qui sì fatte ed altre simili finzioni, le quali perpetuamente rinascono dal desiderio perpetuo. La borsa inesauribile di Fortunato passa di mano in mano: a Pietro d’Abano i denari spesi facevano ritorno da sé, fedelmente; l’antico Pasete, già ricordato, aveva un mezzo obolo che sempre gli rivolava in tasca, e che diede argomento a un proverbio.

Di tutt’altro carattere, e più romanzesco, men comune, è un altro prodigio che del nostro mago si narra.

 Federico II celebrava in Palermo, con solennissime feste, la elezione sua a re dei Romani. Il giorno della festa maggiore, essendo chiarissimo il cielo, e già seduti intorno alle mense i convitati, e cominciato a dar l’acqua alle mani, si presentò all’imperatore Michele Scotto, insieme con un suo compagno, entrambi in abito di Caldei, e ricordato come da un mese circa non fosse più stato in corte, offerse di dar saggio dell’arte sua. L’imperatore lo pregò di far rinfrescare, con un buono scataroscio di pioggia, l’aria, ch’era caldissima. Obbedì il mago, e tosto, rannuvolatosi il cielo, imperversò una furiosa procella, la quale si chetò prontamente, come appena l’imperatore n’ebbe espresso il desiderio. Ammirato e lieto di tal meraviglia, l’imperatore invitò i savii a chiedergli quale grazia più loro piacesse, ch’egli era pronto a concederla e Michele li pregò di voler dar loro uno de’ suoi baroni, perché fosse loro campione, e li ajutasse ad aver ragione di certi nemici, co’ quali erano in guerra. Acconsentì Federico, e li invitò a scegliere tra’ cavalieri presenti quello che loro fosse più in grado, ed essi scelsero un cavaliere tedesco, per nome Ulfo, e subito, con esso lui (così parve al cavaliere) si posero in viaggio, sopra due grandi e magnifiche galere, avendo seco numerosa e bella compagnia. Navigando a seconda, risalirono lungo la costa occidentale d’Italia, ridiscesero lungo la costa orientale di Spagna, valicarono lo stretto di Gibilterra, e giunsero «a liti assai domestici e piacevoli», dove si fe’ loro incontro molto popolo festante, ed ebbero, come signori di quel paese, meravigliose accoglienze; e di lì passarono a un luogo, ov’era accompagnato un grandissimo esercito, pronto a muovere contro il nemico, e dell’esercito, Ulfo fu gridato capitano. Comincia all’ora una micidialissima guerra. Si combattono due grandi battaglie campali, a cui tien dietro la espugnazione d’una città. Ulfo uccide di sua mano il re nemico, ne occupa il trono, ne sposa la figliuola, e riman d’ogni cosa, per volontà di Michele, solo ed assolto signore. Michele e il compagno chiedono allora licenza e si partono, e Ulfo vive lietissimo in compagnia della moglie, che adora, e ha da lei più figliuoli, così maschi come femmine. Trascorsi quasi vent’anni, Michele e il compagno tornano a lui, e lo sollecitano ad andarsene con loro in Sicilia, alla corte dell’Imperatore. Ulfo, benché di mala voglia si parta dalla famiglia e dal regno, cede alla loro preghiera, si pone con essi in viaggio, giunge con essi a Palermo, ed ecco ritrova, con sua stupefazione grandissima, nella corte di Federico, le cose tutte in quella condizione medesima in cui le aveva lasciate, che dai donzelli non s’era ancor finito di dar l’acqua alle mani. Quelli che ad Ulfo erano, per illusion di magia, sembrati molt’anni, non erano stati se non pochi istanti; e la novella soggiunge che il povero cavaliere non poté racconsolarsi mai più della felicità che credeva di aver goduta e perduta. In quel punto medesimo Michele e il compagno sparirono, e per quanto Federico, doglioso della tristezza del suo cavaliere, li facesse cercare, non fu più possibile di trovarli.

La novella di cui io ho qui dato un sunto, è narrata molto per disteso nel Paradiso degli Alberti; ma, assai prima che in questo romanzo, fu introdotta nel Novellino, salvo che qui è narrata, come le altre del libro, in forma assai compendiosa, e che il luogo di Michele Scotto e del suo compagno vi è tenuto da «tre maestri di nigromanzia », di nessun de’ quali si dice il nome, e un conte di San Bonifazio fa le veci del cavaliere Ulfo. L’avventura, o, a meglio dire, l’incantesimo che le porge argomento, riappare, variato più o meno, in numerosi racconti.

Della valentia di Michele Scotto nell’arti magiche, e dei prodigi operati da lui, rimase lungo ricordo in Italia. Nella maccheronea XVIII del Baldo, Teofilo Folengo enumerando le varie figure di maghi ond’era adorno il libro di Muselina, non dimentica Michele, e fa cenno de’ suoi incantementi: immagini diaboliche; filtri amatorii; un cavallo invisibile, che rapido come saetta, il portava dovunque gli piacesse d’andare; certa nave disegnata sulla riva, che si mutò in vera e propria nave trasvolante pel mari; una cappa che faceva invisibile chi la indossava, ma lasciava scorgere l’ombra del corpo, se quegli, incauto, si fosse esposto al sole. Non so se, altri, prima del Folengo, avesse attribuiti a Michele sì fatti prodigi, che dagli autori più antichi non si vedono ricordati; ma quanto ai prodigi stessi, l’invenzione non è del Folengo. Un cavallo molto simile a quello da lui descritto ci si parerà dinanzi a momenti: il miracolo della nave si racconta di Eliodoro, di Virgilio, di Pietro Barliario, di altri: delle immagini, dei filtri, della cappa che rende l’uomo invisibile, nulla è da dire, tanto sono comuni. In principio del secolo XVII, Antonio Maria Spelta ricordava ancora, ma per burlarsene, i banchetti magici di Michele Scotto.

Ora sarebbe a dire della morte di Michele secondo la tradizione italiana; ma avendosi, circa quella morte, anche una tradizione scozzese, dirò di entrambe congiuntamente più oltre.

VI

I racconti intorno al nostro buon mago dovettero essere in Iscozia, e anche in Inghilterra, assai numerosi. Abbiam veduto il Dempster accennare a favole innumerevoli: Gualtiero Scott, alla cui diligenza dobbiamo le poche di cui s’abbia notizia, dice di riferire alcune delle molte che a’ suoi tempi narravansi ancora. E sono queste che seguono.

Certi sudditi del re di Francia avevano, in danno di certi sudditi del re di Scozia, commesso non so che atti di pirateria. Il re di Scozia pregò Michele d’andarne a chiedere soddisfazione e risarcimento, e Michele accettò l’ufficio; ma, anziché provvedersi di sontuoso equipaggio, come richiedeva la condizione d’ambasciatore, egli si ritrasse nel suo studio, aperse un suo libro magico, evocò un demonio in figura di un gran cavallo nero, gli montò addosso, e lo forzò a volare per l’aria alla volta di Francia. Mentre così volavano sopra il mare, il demonio chiese insidiosamente al suo cavaliere che cosa mai borbottassero le vecchie donniciuole di Scozia in sul punto di mettersi a letto. Un incantator meno esperto avrebbe, risposto: il Pater noster; e subito il nemico se lo sarebbe scosso dal dorso e l’avrebbe precipitato nell’onde. Ma Michele severamente rispose: Di ciò che t’importa? Sali, diavolo, e vola! Giunto in Parigi, legò il cavallo alla porta del palazzo, si presentò al re, espose arditamente il suo messaggio. Il re accolse poco rispettosamente un ambasciatore che si mostrava in così povero arnese, e stava per rispondergli con un superbo rifiuto, quando Michele il pregò di voler soprassedere ad ogni risoluzione fino a che il suo cavallo avesse dato tre zampate in terra. Alla prima zampata traballarono tutti i campanili di Parigi, sonarono tutte le campane; alla seconda tre torri del palazzo rovinarono; e l’infernal palafreno stava per picchiare la terza, quando il re, prima di vederne gli effetti, concesse a Michele tutto quanto gli aveva domandato.

Questo di un viaggio per l’aria, compiuto con l’ajuto di un diavolo, in brevissimo tempo, è tema di racconto assai comune; e comune la finzione del cavallo diabolico [10], e l’accorgimento o il precetto di non far atto, o profferir parola, che abbia carattere religioso. Le streghe, che a cavalcioni d’una granata, o sul dorso di un caprone, si recavan di notte, per l’aria, alla tregenda, erano precipitate a terra se facevano il segno della croce, se invocavano Dio o i santi.

Un’altra volta Michele, mentre dimorava nella torre di Oakwood, sul fiume Ettrick, a circa tre miglia da Selkirk, udì parlare di una strega, detta la strega di Falsehope, la quale aveva sua stanza sull’altra sponda del fiume. Una mattina egli si recò da lei, per metterla alla prova; ma fu deluso, poiché quella negò d’avere qualsiasi cognizione dell’arte magica. Discorrendo, Michele posò sbadatamente la verga sopra una tavola, e la strega, datole subitamente di piglio, lo percosse con quella e lo trasformò in lepre. Egli, così mutato, sguizzò fuori; ma si imbatté nel suo proprio servitore, e ne’ proprii suoi cani, i quali presero a corrergli dietro, e in breve l’ebbero serrato così da vicino, che egli, per avere un momento di respiro e poter disfar l’incanto, si dovette cacciare, dopo faticosissima fuga, in una cloaca. Desideroso di vendicarsi, Michele, una bella mattina, nel tempo del raccolto, andò, co’ suoi cani, sopra di un colle, e mandò il servo dalla strega, a chiederle un po’ di pane per le bestie, istruendolo di quanto dovesse fare in caso che ne avesse un rifiuto. La strega ricusò con parole ingiuriose, e il servo attaccò all’uscio un breve, datogli dal padrone, ove, insieme con più parole cabalistiche, si potevan leggere questi due versi:

Il servitore di Michele Scotto

Chiese del pane e invece ebbe un rimbrotto.

Senza por tempo in mezzo, la vecchia, tralasciata la occupazion sua, ch’era di cuocere il pane pei mietitori, prese a ballare intorno al fuoco, ripetendo que’ versi. Giunta l’ora del desinare, il marito di lei, non vedendo venire le provvigioni, mandò l’uno dopo l’altro i suoi uomini a vedere quale fosse la cagion del ritardo; ma tutti furono colti dalla stessa malia, e tutti, senza più pensare a tornarsene indietro, entrarono nella danza. Da ultimo si mosse anche il marito, ma veduto Michele sul colle, sapendo del brutto scherzo fattogli dalla donna, fu più cauto degli altri, e non entrò in casa, ma guardò dalla finestra, e vide i suoi mietitori, i quali trescando senza volere, trascinavano la moglie sua, oramai più morta che viva, quando intorno, e quando attraverso il fuoco, che, secondo l’uso, ardeva nel bel mezzo della stanza. Non cercò altro, ma sellato un cavallo, corse sul colle, si umiliò dinnanzi a Michele, e lo pregò di far cessare l’incanto, grazia che il buon mago subito gli concesse, avvertendolo di entrare in casa a ritroso, e di staccare con la mano sinistra il breve dall’uscio. Così fece il buon uomo e l’incanto cessò.

Ci sono due cose in questo racconto che richiamano più particolarmente la nostra attenzione: la metamorfosi del mago in lepre; la danza magica forzata.

È credenza antichissima, e comune a tutte le razze umane, che, per virtù di magia, l’uomo possa mutarsi, o essere mutato in bruto e che una simile mutazione possa anche operare il volere di un nume. La mitologia classica abbonda, a questo riguardo, di notissimi esempii, a cui fa riscontro, nella Bibbia, il caso di Nabucco, e fanno riscontro molti miti fanciulleschi di genti selvagge. Il medio evo conserva sì fatta credenza, se pur non l’accrebbe, e per secoli nessuno dubitò della realtà della licantropia, nessuno negò che gli stregoni e le streghe potessero prendere la forma di quell’animale che più fosse loro piaciuto, o farla prendere altrui. La trasformazione era del corpo propriamente, e dicevasi che l’anima, nel corpo mutato, serbavasi inalterata; ma anche in questa, come in tante altre opinioni del tempo, è difetto di precisione e di certezza. Più e più cronisti narrano il caso del re Gontrano di Francia, la cui anima, sotto forma di un topo, fu veduta uscire dalla bocca di lui dormente, passare un ruscello, entrare nel cavo di un monte, scoprirvi un tesoro, e rientrar poi d’ond’era uscita; e molte e molte leggende ascetiche narran di anime vaganti in forma d’uno o d’altro animale, il più sovente di uccelli. Gli è assai difficile dire dove, secondo le idee medievali, cessi il bruto e l’uomo incominci, tanto quello è fatto prossimo a questo. Sono senza numero le pie leggende in cui si vedono i leoni e le tigri rispettare i martiri; i santi anacoreti vivere familiarmente con le fiere del deserto, avere da esse nutrimento e difesa, e talvolta operar miracoli in loro beneficio; varii animali esser fatti messi del cielo, ammonire i peccatori, predir l’avvenire, o, se non altro, osservare le feste. Perciò, come non è a meravigliare dell’uso che il medio evo fece degli animali in servigio della esemplificazione e del simbolo, così non è da stupire delle procedure giudiziali, delle sentenze, delle maledizioni e delle scomuniche cui, più d’una volta, essi porsero occasione e argomento. Perciò San Francesco aveva ragione di predicare agli animali e di farli assistere alla santa messa; aveva ragione di chiamarli fratelli; e non ebbe torto il giorno in cui maledisse una troja che aveva ammazzato un agnello, e che per la forza di quella maledizione morì in capo di tre giornia [11]. Dopo la morte, l’uomo ritrovava gli animali in inferno; ne ritrovava qualcuno, secondo la popolare credenza, in paradiso.

Di danze forzate sono molti esempii in leggendarii, : in croniche, in novelle popolari. Sempre hanno carattere o di burla maligna o di castigo, e chi le promuove può essere così un mago come un sant’uomo. Ruggero Bacone forzò tre ladri a ballare tutta una notte. Infiniti son i racconti ove si vedono colte successivamente alla stessa malia molte persone, delle quali quelle che giungon dopo vengono col proposito di vedere che cosa sia occorso alle altre, giunte prima, o con quello di liberarle. Il caso di Michele e della strega porge inoltre esempio di quelle gare di maghi onde tanti altri esempii si hanno, a cominciare da quello celebre di Mosè e dei maghi d’Egitto.

Dice Gualtiero Scott che a tempo suo, nel mezzodì della Scozia, ogni fabbrica antica e di gran lavoro si credeva opera del vecchio Michele, o di Sir Guglielmo Wallace, o del diavolo. Ben s’intende che il vecchio Michele, come ogni altro mago, s’era in ciò giovato della forza e della industria dei diavoli. E la leggenda narra di uno di questi diavoli, il quale era sempre attorno a Michele, e non voleva mai starsi con le mani in mano, ma lo importunava senza fine perché volesse dargli faccenda. Michele gli ordinò di costruire una diga attraverso il fiume Tweed, a Kelso, e in una notte la diga fu fatta. Poi Michele gl’ingiunse di spartire in tre il colle di Eildon, e in un’altra notte il colle fu spartito. Finalmente Michele gl’impose d’intrecciar corde d’arena, e a questa disperata bisogna il buon diavolo attende tuttora. Notisi che evocare i diavoli, e non occuparli subito in qualche cosa, poteva portar pericolo. Il famulus di Virgilio, avendone evocati molti storditamente, e vedendoli impazienti e minacciosi, ordinò che lastricassero la strada da Roma a Napoli, e così fecero. I ponti, i muri, gli acquedotti, i palazzi fabbricati dai diavoli sono innumerevoli: tra le opere loro si ha pure qualche bella chiesa, e più di un convento.

La morte di Michele Scotto è narrata in modi affatto diversi dalla tradizione italiana e dalla tradizione scozzese.

Francesco Pipino, già ricordato, racconta: «Dicesi che Michele Scotto, avendo trovato d’avere a morire della percossa di un sassolino di peso determinato, immaginò una nuova armatura del capo, detta cervelliera, e di quella andava sempre coperto. Un giorno, essendo in una chiesa, nel momento della ostensione o elevazione del corpo di Cristo, egli, per consueta reverenza, si nudò il capo, e in quella appunto il fatal sassolino, cadendo dall’alto, il percosse, e lievemente il piagò. Postolo in una bilancia, e trovatolo del peso che avea preveduto, intese esser giunta la sua fine, e dato ordine alle cose sue, di quella ferita indi a poco morì».

Con leggiere varianti questa novella è narrata pure da Benvenuto da Imola, dal Capello, commentatore del Dittamondo, dal Daniello, dal Landino, dal Vellutello, e, riferendosi, senza dubbio, ad essa, parecchi cronisti dicono, come il Pipino, Michele inventore della cervelliera. Questa morte di Michele Scotto ricorda quella di Virgilio, che avvertito, secondo la leggenda, di guardarsi il capo, morì d’insolazione.

Stando alla tradizione scozzese, Michele Scotto morì per la malvagità di una donna, sua moglie, o concubina. Costei riuscì a farsi palesare da lui ciò che, insino allora, egli aveva tenuto a tutti celato; cioè che con l’arte sua egli poteva premunirsi da ogni pericolo, salvo che dalla velenosa virtù di un brodo fatto con la carne di una troja furiosa. Cotal brodo per lo appunto ella gli diede a bere, e il povero mago se ne andò all’altro mondo; non così presto tuttavia, che non gli rimanesse tempo di punir con la morte la traditrice.

Per questo racconto Michele entra a far parte della numerosa famiglia degli ingannati dalle donne, famiglia così spesso ricordata da poeti e romanzatori del medio evo, e nella quale figurano Adamo, Salomone, Sansone, Aristotele, Virgilio, Merlino, Artù e parecchi altri.

Dei libri magici di Michele Scotto durò lungo il ricordo in Iscozia. A’ tempi del Dempster si credeva che essi esistessero ancora, ma non si potessero aprire senza spavento, a cagione de’ prestigi diabolici che tosto si offerivano a chi li aprisse. Del pericolo che gl’inesperti potevan correre in aprire i libri magici son molti esempi: due nipoti di Pietro Barliario vi lasciarono la vita. I libri di Michele, dicevasi erano stati sepolti con lui, o si conservavano nel convento ov’egli era morto, o in un castello, appesi ad arpioni di ferro. Del libro magico di Cecco d’Ascoli si disse in Italia che fosse conservato nella Laurenziana, o sopra le volte di San Lorenzo, assicurato con catene. Nel canto II del suo Lay of the last Minstrel, Gualtiero Scott narra la storia di un cavaliere, per nome Guglielmo Deloraine, il quale con l’ajuto di un vecchio monaco, che già aveva conosciuto Michele Scotto, apre la tomba del mago, e ne toglie il libro magico. In mezzo a una luce meravigliosa, che riempie la tomba, il mago appar loro come fosse ancor vivo, maestoso nell’aspetto, col libro del comando nella mano sinistra, una croce d’argento nella destra, e quasi co’ segni della eterna salute nel volto. Tutto ciò è invenzion del poeta.

VII

De’ prodigi che la leggenda attribuisce a Michele Scotto, non pochi, come abbiam veduto, si narrano di altri maghi; e in generale può dirsi che le numerose leggende di maghi pervenute, in tutto o in parte, sino a noi, presentano, insieme con alcune picciole parti divariate e proprie, una parte di molto maggiore, uniforme, e comune. Di questa uniformità e comunanza son due ragioni: la prima, che i temi principali della finzione sono naturalmente di numero assai ristretto, e, in condizioni simili di coltura e di vita, rinascono e si ripetono simili; la seconda, che i temi passano d’una in altra leggenda, di modo che i maghi nuovi ereditano dagli antichi; i maghi celebri arrichiscono a spese degli oscuri. Abbiamo qui un caso speciale di quel generale procedimento di attrazione e di accumulazione per cui tutte le leggende crescono, e di cui tanti esempii ci porgono le storie favolose e mirabili degli eroi epici, dei santi, ecc. così fu che la leggenda di Virgilio crebbe di numerose sottrazioni fatte alle leggende di altri maghi; così fu che crebbe la leggenda di Fausto.

Virgilio, Ruggero Bacone, Pietro Barliario, Cecco d’Ascoli, Fausto, diedero materia a storie popolari, nelle quali si pensò d’avere raccolti ordinatamente tutti i miracoli che loro si attribuivano, narrata per intero la vita, dal nascimento alla morte. In essi appare, non più la leggenda disgregata, ma la leggenda integrata, venuta a termine di crescenza. Non si sa che di Michele Scotto siasi scritta una cotale storia in Italia; ma potrebbe darsi che fosse stata scritta in Iscozia. Un poeta, per nome Satchells, ignoto alle storie letterarie e ai repertorii bibliografici, ma citato, non so con quanta veridicità, da Gualtiero Scott, parla di una storia di Michele Scotto da lui veduta.

Come le altre leggende di presunti maghi, la leggenda di Michele Scotto cominciò a trovar molti increduli e fu risolutamente negata, dopo che la nuova coltura ebbe sgombrate le menti dalle caligini medievali. Il Pits, il Dempster, il Leland, il Naudé, altri, schifano la leggenda, esaltano, come s’è veduto, il sapere di Michele, dicono ch’egli fu mago solo nell’opinione del volgo. Nel 1739, un Giovanni Gotofredo Schmutzer scrisse un’apposita dissertazione per difendere Michele Scotto dalla imputazione di veneficio. Per veneficio l’autore intese probabilmente, come dai Latini molte volte s’intese, maleficio, sortilegio: a me non fu dato di veder quest’opuscolo.

In Italia le leggende di Pietro Barliario e di Cecco d’Ascoli son vive tuttora, offron tuttora alcun pascolo alla curiosità popolare; ma quella di Michele Scotto è spenta già da gran tempo. In Iscozia, la leggenda di Michele Scotto, viva ai tempi dell’autore d’Ivanhoe, è forse viva anche ora; ma non andrà molto che e questa, e quelle, ed altre parecchie, andranno a raggiungere le innumerevoli che i nuovi tempi, i nuovi costumi e le nuove idee hanno cancellate per sempre dal libro della vita. Allora, solo nei libri degli eruditi esse troveranno ricetto e riposo.

 

Note

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[1] «Inf.», XX, 115-7

[2] Da piú luoghi del poema, e in particolare modo dal racconto posto in bocca a Virgilio nel IX canto dell’«Inferno», vv. 22-7, si ricava, parmi, con sicurezza che Dante non dissentiva, per questo caso, dalla comune credenza dei tempi suoi... Dante vede nella magia un’arte diabolica, nascente dalla mostruosa alleanza dell’uomo con le potenze infernali.

[3] Novellino, nov. XXI del testo gualteruzziano.

[4] ... lo stesso Carlo ebbe a dare argomento a qualche leggenda consimile;

[5] L. II, cap. 27

[6] «Io soltanto penso / Che, se è un mago, / È il mago del cielo». El magico prodigioso, giorn. III, in fine

[7] I demografi sono p ressoché concordi nel dire che il diavolo non può essere forzato e che la sua obbedienza ai maghi è finzione ancor essa: ma la credenza popolare contraddisse, in questo, come in altri punti, alla opinione dei trattatisti di professione

[8] Mogante Maggiore, c. XXV, st. 220-1

[9] Cfr. la nov. 5 della giorn. X del Decamerone.

[10] Vedi il mio libro Il Diavolo, Milano 1889, pp.239 sgg.

[11] Su questo tema ci sarebbe da scrivere un libro non meno istruttivo che dilettevole ed io da gran tempo l’ho in mente.

Indice Biblioteca Graf, Miti leggende e superstizioni del Medioevo, Indice  Artù nell'Etna Il rifiuto di Celestino V

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011