Arturo Graf

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo

Edizione di riferimento:

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, Mondadori, Milano 1996

Il rifiuto di Celestino V

Tra le molte novelle che, com’è noto, Ser Giovanni Fiorentino trasse, quasi copiando a parola, dalle Cronache di Giovanni Villani, è pure la 26ª, nella quale si narra come Celestino V rinunziasse il papato. Anche qui il novelliere altro quasi non fa se non trascrivere lo storico, salvo che, venuto quasi al fine della narrazione, v’interpola di suo la notizia seguente: «è che molti dicono, che il detto cardinale (Benedetto Gaetani, che poi fu papa col nome di Bonifazio VIII) gli venne una notte segretamente con una tromba a capo al letto e chiamollo tre volte, ove Papa Celestino gli rispose e disse: chi sei tu? Rispose quel dalla tromba: io sono l’Angel da Iddio mandato a te come suo divoto servo; e da parte sua ti dico, che tu abbia più cara l’anima tua che le pompe di questo mondo, e subito si partì». Udita questa ammonizione, e credendo gli venisse veramente da Dio, Celestino, che già assai di mal animo sosteneva il gravissimo officio, depose il manto e la tiara. Ser Giovanni, che cominciò a scrivere il Pecorone l’anno 1378, non inventò questa storiella; essa era già nata da un pezzo, e, come le parole stesse di lui ci provano (molti dicono), era allora largamente diffusa. Poniamoci sulle sue tracce e vediamo fin dove ci possano condurre.

La storiella testè riferita si ha generalmente in conto di leggenda, e a confermarla tale fu osservato che i contemporanei e i testimoni di veduta non ne fanno cenno [1]. Che ne tacessero i fautori e gli amici di Bonifazio s’intende; ma fatto è che nemmeno i suoi nemici ne parlano. Nel famoso libello, che da Longhezza i due cardinali Giacomo e Pietro Colonna scagliarono (10 maggio 1297) contro quel pontefice, si dice bensì che nella rinunzia di Celestino (13 dicembre 1294) entrarono multae fraudes et doli, conditiones, et intendimenta et machinamenta, ma si rimane così sulle generali, senza specificar nulla. Jacopone da Todi, che diceva a Bonifazio:

Come la salamandra

Sempre vive nel fuoco,

Così par che lo scandalo

Te sia sollazzo in joco.

non avrebbe taciuta la frode se gli fosse stata nota. I fautori di Filippo il Bello, che tante accuse terribili lanciarono contro il nemico pontefice, e fra l’altre quella d’intendersela col diavolo, non avrebbero mancato d’imputargli anche questo gravissimo sacrilegio della usurpata qualità di messo celeste, se qualche fama ne fosse loro venuta all’orecchio. E Dante n’ebbe egli un qualche sentore? Crediamo di no; o, se l’ebbe, non se ne dié per inteso. Tutti sanno quanto siasi disputato intorno all’essere di colui che nel III canto dell’Inferno Dante accusa di viltà per aver fatto il gran rifiuto. Non entreremo in queste disputazioni, che la soluzione del dubbio non importa ora al nostro bisogno. Supposto che Dante intendesse parlare di Celestino, gli è chiaro che la leggenda che entrava per nulla in quel suo giudizio, perché, se egli avesse potuto credere alla gherminella di Benedetto, questa gli avrebbe dato argomento a giudicar Celestino uomo credulo e semplice, vile non già. Ma che il poeta ignorava la leggenda, o, conoscendola, non le dava credenza, si desume da altri due luoghi di quella medesima Cantica. Nel canto XIX, vv. 55-7, Niccolò III, credendo di parlare a Bonifazio, dice:

Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio

Per lo qual non temesti torre a inganno

La bella donna, e poi di fame strazio?

La bella donna, non ostante qualche interpretazione diversa, è senza dubbio la Chiesa, e quel tôrre a inganno può riferirsi, tanto alle male arti usate per indurre Celestino a rinunziare, quanto a quelle usate poi per succedergli. Ma che in quelle poche parole non si contenga nessuna allusione alla frode della leggenda, provano i vv. 104-5 del c. XXVII, dove lo stesso Bonifazio dice:

Però son due le chiavi

Che il mio antecessor non ebbe care.

Dante credeva dunque che Celestino avesse rinunziato alla dignità papale per insufficienza d’animo, per non sentirsi atto all’officio, e non, oltre che per queste ragioni, anche per obbedienza a un presunto comandamento divino. Ma il non farsi dai citati sin qui ricordo alcuno della leggenda non prova che la leggenda non fosse già nata; ed anzi noi abbiamo i documenti in mano che ce la mostrano nata quasi ad un tempo coi fatti che le diedero origine. Il Tosti cita, come il più antico autore che la riferisca, il cronista Ferreto Vicentino, che scrisse circa trentadue anni dopo la rinunzia di Celestino; ma essa si trova già narrata in una cronica fiorentina, detta di Brunetto Latini, e pubblicata anni sono dall’Hartwig. L’autore di essa, ignoto del resto, era già adulto nel 1292, e non condusse la sua narrazione oltre il 1303. Egli racconta la leggenda nei termini seguenti: «Questi (Celestino) essendo homo religioso e di santa vita elli fue ingannato sottilmente da papa Bonifazio per questa maniera, ch’ello detto papa per suo trattato e per molta moneta, che spese al patrizio nuch (sic) vedevasi la notte nella camera del papa ed aveva una tromba lunga e parlava nella tromba sopra il letto dello papa e dicea: Io sono l’angelo, chetti sono mandato a parlare e comandoti dalla parte di Dio glorioso, che tu immantenente debbi rinunziare al papatico e ritorna ad essere romito. E così fece tre notti continue, tanto chelli crette alla boce dinganto (sic) [2], e rinunciò al papatico del mese di dicembre, e con animo deliberato colli suoi frati cardinali dispose se medesimo ed elesse papa un cardinale d’Anangna, chaveva nome Messer Benedetto Gatani, e suo nome papale Bonifazio ottavo». Qui la leggenda è bella e formata, e non si dà come leggenda, ma come storia certa: solo è da notare che l’autore attribuisce bensì a Bonifazio l’idea della frode, ma non la materiale esecuzione di essa, mentre i più di coloro che la narreranno poi ne faranno Bonifazio inventore ed esecutore ad un tempo.

Abbiam parlato sin qui di leggenda; ma non è poi assolutamente provato che la leggenda sia e non istoria. Un uomo di pochi scrupoli come Bonifazio VIII, poteva bene, trovarsi a fronte un uomo semplice e dappoco, quale era appunto Celestino, ricorrere, per conseguire il suo intento, a una gherminella indecorosa sì, ma certo non inefficace. Se non che ciò poco importa al caso nostro. Ammesso che sia leggenda, s’intende come la nota scaltrezza di Bonifazio e la non men nota semplicità di Celestino dovessero farla nascere, e dovessero farla nascere in tempo assai prossimo agli avvenimenti che le davano appiglio, quando di questi avvenimenti appunto si cercava di dar ragione, e quando le passioni suscitate da essi erano calde ancora. Forse il Marino accenna alla vera origine della leggenda in un luogo della sua vita di Celestino V, notando come, dopo la rinunzia, si spargesse per Roma la fama, e Pietro Grasso, notajo regio, attestasse, avere Cristo parlato a Celestino, dicendo: Quid prodest homini si universum mundum lucretur, animae vero suae detrimentum patiatur? Non ci voleva un grande sforzo di fantasia per porre al luogo di Cristo il cardinale Benedetto. Che poi la leggenda, per alcun tempo, dopo esser nata, potesse rimanervi chiusa entro una cerchia piuttosto stretta, in guisa da non venire a cognizione di chi avrebbe potuto giovarsene contro il pontefice, non farà meraviglia a nessuno.

 La leggenda, di cui un cronista ci offre la testimonianza più antica, riappare poi in altri cronisti del secolo XIV; e s’intende come con l’andar del tempo, allargandosi anche fuori d’Italia, si venisse in varii modi alterando. Il già citato Ferreto non dà la cosa per sicura, come fa il cronista fiorentino, ma dice: ferunt, e operatore del dolo fa lo stesso Bonifazio. Giovanni Vittoriense non dubita, pare, della frode, ma lascia dubbio se ci dovesse o no a Bonifazio. Alberto Argentinense riferisce la cosa, senza affermar nulla. Ma nella seconda metà del XVI secolo Gilberto Genebrando l’afferma risolutamente.

Se non che le notizie più curiose della leggenda ci sono offerte, non dai cronisti, ma dai commentatori di Dante, alcuno dei quali è forse anteriore a Ferreto. Cominciamo da uno dei più antichi, dall’anonimo autore delle Chiose alla prima Cantica pubblicate dal Selmi. In quella parte di esse che si riferisce al noto luogo del c. III noi troviamo, non senza meraviglia, la leggenda in una forma assai svolta, e con isfoggio di particolari fantastici che non si riscontrano altrove; il che accennerebbe già di per sé ad una lunga elaborazione. Il racconto merita d’essere qui riportato per intero. «Questi che per viltà fece il gran rifiuto fu papa Cilestrino, il quale essendo Romito Murato, perciò che di poco bene era sazio, e avea le genti d’intorno crediano che fosse santo uomo, e’ cardinali credendolo che fosse sufficiente persona, si lo chiamaro papa, e fu confermato papa. Bonifazio che si fu accorto della miseria e della cattività sua, fece fare ali e volti e mani a una scritta con cose che lucono di notte e non di dì; e poi, a sua posta, celato di notte tempo i lumi, spenti in prima tutti i lumi, entrò ne la camera sua, lui dormendo, e chiamò con un organo: Cilestrino, Cilestrino, tre volte. Questi si svegliò dicendo: Domine, chi mi chiama?... E’ rispose: messo di Dio. Cilestrino il mirò, e vide solo le mani e l’ali e ’l volto lucenti. Maravigliossi molto, e disse: che comandi? E que’ rispose: a Dio spiace molto la tua vita, e hai lasciata la via del paradiso e vuoli ire a l’inferno. Leggi questa carta del comandamento. E la scritta dicea: I’ ti comando, che domattina, fatto il dì, tu prenda il manto e ’l pasturale, e ’l primo cardinale che tu truovi fa sedere in su la sedia di San Pietro, e vestilo d’ogni cosa come l’hai tu, e poi rifiutata, e partiti in maniera che non sii veduto esser partito. Letta la scrittura che d’oro paria, credette per certo che Agnolo di Dio fosse. Disse che si farebbe. Papa Bonifazio ravolse le cose e sparì, e la mattina si levò sì tosto che fu dì. Prima Cilestrino lo vide, ampiè il comandamento, e poselo in sulla sedia, e Cardinali furono d’intorno, e da’ più fu confermato a cui parve ragione, e tali per amore, e tali per promesse, e altri per paura, sì che papa rimase».

Nel commento di anonimo pubblicato da Lord Vernon e nelle chiose attribuite a Jacopo Alighieri la leggenda non è ricordata; ma questa poi riappare, tuttoché in forma più semplice e compendiosa, in parecchi dei commentatori posteriori. Secondo Jacopo della Lana furono i cardinali, e non il solo Benedetto, a ordir l’inganno. L’Ottimo parla di certi artificj, ma non dice quali fossero: Pietro Alighieri non fa cenno nemmeno di artifizii. Giovanni Boccacci riferisce una versione secondo la quale a far l’inganno Bonifazio si sarebbe accordato con alcuni suoi servitori. Il falso Boccaccio (Chiose sopra Dante, pubblicate da Lord Vernon) parla di ragioni e di argomenti usati da Bonifazio, non d’altro; e Benvenuto da Imola crede che il reo del gran rifiuto sia Esaù, non Celestino. Francesco da Buti dice che Bonifazio usò e della persuasione e della frode. L’Anonimo Fiorentino, pubblicato dal Fanfani, attinge per la narrazione dal Villani; poi, al c. XIX, narra l’inganno, introducendo un fanciullo a far la parte dell’angelo; ma pare stimi il tutto una favola. Guiniforto delli Bargigi tace della leggenda, e ne tacciono ancora il Landino, il Vellutello, il Daniello. E tra coloro che ne tacciono sia qui ancora ricordato il Petrarca che, come altri, solo ad umiltà attribuisce la rinunzia di Celestino [3].

La varietà delle versioni che abbiam vedute sin qui, e il richiamarsi, che i narratori spesso fanno, alla voce pubblica, provano, ci sembra, la diffusione della leggenda. Non ci recherà dunque meraviglia di ritrovar questa in un racconto islandese contenuto in un codice del sec. XV, e fatto, non ha molto, di pubblica ragione. S’intende come la leggenda non abbia potuto compiere un così lungo viaggio senza molto alternarsi; ma ecco la sostanza del non breve racconto. Celestino aveva accettato assai malvolentieri la dignità papale; Bonifazio, per contro, uomo di facili costumi, e padre di dodici figliuoli, ad essa aspirava. Nella camera del papa erano due letti, uno per lui, l’altro per la sua sposa la Chiesa. Bonifazio scrisse con lettere d’oro una epistola, e dicendo di averla trovata nel letto della Chiesa, la consegnò a Celestino. Questi, apertala, vi trovò una comunicazione della Chiesa celeste alla terrena, nella qual comunicazione si diceva che, non piacendogli l’ufficio, il papa poteva liberamente rinunziarlo; e il papa rinunziò, e Bonifazio ne prese il luogo. Bisogna confessare che, migrando tanto lontano dal suo luogo di origine, la leggenda si fece molto più sciocca, e il povero Celestino tramutò a dirittura di semplice in istolido. Ciò che si dice della epistola scritta con lettere d’oro ricorda la epistola luminosa di cui parla l’autore delle Chiose anonime.

In questo campo ci sarà senza dubbio da spigolare dell’altro, e altri il faccia, se lo stima opportuno. Prima di lasciar l’argomento una sola cosa vorremmo avvertire ancora, e cioè, che la leggenda di cui abbiam parlato, specie nella forma che assume nelle Chiose pubblicate dal Selmi, entra nel copioso gruppo di quei racconti, diffusi così in Oriente come in Occidente, nei quali un mortale prende l’aspetto e gli attributi di alcun essere soprannaturale, per così ingannare altrui e ottenere i suoi fini.

 

Note

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[1] Tosti: Storia di Bonifacio VIII, e dei suoi tempi, vol. I, pp. 231 sgg.; Gregorovius; Geschichte der Stadt Rom in Mitteralter, vol. V, p. 515

[2] «D’incanto»?

[3] De vita solitaria, II, 18

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011