Arturo Graf

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo

Edizione di riferimento:

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, Mondadori, Milano 1996

San Giuliano nel «Decamerone» e altrove

Tutti conoscono la storia poco edificante narrata nella novella 2ª della seconda giornata del Decamerone: Rinaldo d’Asti rubato, capita a Castel Guglielmo, et è albergato da una donna vedova, e, de’ suoi danni ristorato, sano e salvo si torna a casa sua. Di che maniera fosse l’albergare della buona vedova l’argomento non dice, ma dice, anzi fa vedere, la novella, dove, per giunta, la buona ventura toccata al mercante astigiano e messa in istretta relazione col così detto Paternostro di San Giuliano l’Ospitaliere, e con la devozione grandissima che si ebbe, durante tutto il medio evo, a questo santo famoso.

Quell’uomo dabbene che fu monsignor Giovanni Bottari, parlando, in una delle sue Lezioni sopra il Decamerone [1], di questa saporita novella, fitto sempre in quel suo caritatevole pensiero di voler purgare L’autore d’ogni sospetto di miscredenza o d’eresia, dice che in essa, il Boccaccio, da buon cattolico, e non altrimenti, volle biasimare e deridere una tra le tante pratiche superstiziose in uso a’ suoi tempi, e una di quelle appunto che più contrastano col sentimento religioso sincero e legittimo. Ora, che il Boccaccio abbia voluto farsi beffe di una sciocca superstizione, come di molt’altre superstizioni si fa beffe in altre novelle sue, è cosa in tutto fuor d’ogni dubbio; ma che egli abbia fatto ciò con gl’intendimenti che monsignor Bottari gli attribuisce, è cosa che non potrebbe provarla nemmanco il Dottor Angelico, se tornasse al mondo.

In fatto, se quelli fossero stati gl’intendimenti suoi, il Boccaccio, per dar loro effetto, non aveva a far altro che troncar la novella nel punto in cui, spogliato d’ogni avere dai malandrini, e abbandonato da essi nel fitto della notte, in mezzo alla neve, il malcapitato di Rinaldo poteva vedere quanto fosse vana la fede da lui riposta in San Giuliano, e quanto fallace la speranza di compiere, mercè sua, felicemente il viaggio e ottener buono albergo. Il Boccaccio stesso ci mostra Rinaldo starsene in quel brutto frangente tutto tristo e cruccioso, spesse volte dolendosi a San Giuliano, dicendo questo non essere della fede che aveva in lui. Ma, soggiunge poi subito, San Giuliano avendo a lui riguardo, senza troppo indugio gli apparecchiò buon albergo.

E fu buono albergo davvero, perché Rinaldo vi trovò, non solo tavola apparecchiata e letto sprimacciato, ma ancora certa donna del marchese Azzo di Ferrara, la quale divenne per quella notte la sua, e della quale ebbe soprammercato, in partirsi, buona quantità di denari. Ora, non erano certamente questi gli argomenti più acconci a far persuasi della vanità della superstizione gli uomini creduli e grossi, e il Boccaccio stesso pare che ce ne voglia avvertire, quando fa che Rinaldo, levatosi la mattina, ringrazii della venturosa nottata Dio e San Giuliano.

Vorremmo poi fare un altro pensiero e credere che messer Giovanni abbia, di suo capo, allargata a quel modo, oltre ai termini consueti e men disdicevoli, l’azione benefica del santo protettore, tratto a ciò da certo suo spirito di empietà, e dal desiderio di farlo conoscere altrui? Certo, non mancano nel Decamerone fatti e parole d’onde agevolmente si potrebbero trarre argomenti in sostegno di una tal congettura; ma qui non si tratta di sapere che cosa il Boccaccio avrebbe potuto volere secondando certe tendenze del suo spirito; si tratta di sapere che cosa egli fece veramente. Facciamo un’altra ipotesi. Se quanto nella nostra novella è men conforme a devozione appartenesse insiem col resto, e al par del resto, alla credenza superstiziosa messa in azione e derisa? Se il Boccaccio non avesse avuto bisogno d’inventar nulla, né aggiungere nulla; se nulla avesse narrato che una fede guasta e travolta non potesse, direi normalmente, ripromettersi dal favore di San Giuliano? Se così fosse, la novella, non contenendo inframmesse di un carattere personale troppo spiccato, verrebbe ad avere un valore storico anche maggiore e sarebbe tutta satira schietta, senza commistione alcuna di parodia. Ora gli è così veramente, e che sia, prova già lo stesso Rinaldo, il quale non si stupisce punto di quanto da ultimo gl’interviene, né dà in modo alcuno a conoscere che nel beneficio ricevuto gli paja esserci qualche eccesso, o sconvenevolezza; ma ogni cosa egualmente riferisce alla grazia del santo, il buon albergo, i denari e la donna. Egli nulla riceve che non potesse, in certo qual modo, ragionevolmente e legittimamente aspettarsi.

Il Galvani, prendendo appunto argomento da questa novella del Boccaccio, compose, intorno a San Giuliano, un’apposita dissertazioncella; la quale, per altro, non tocca menomamente la questione qui messa innanzi, ed è anche sotto più altri rispetti assai manchevole. Perciò spero che la notizia che segue non sia per tornare né discara né inutile agli studiosi del nostro massimo novellatore.

Volgiamoci dapprima alla letteratura italiana e vediamo se in essa non ci occorra qualche testimonianza e qualche prova del fatto che abbiamo congetturato: la protezione di San Giuliano essersi estesa anche ai facili amori, alle buone venture. Notiamo peraltro, prima di andare innanzi, che di una estension così fatta non è punto a meravigliarsi. Chi ha qualche pratica dell’agiologia popolare del medio evo, sa che le plebi cristiane attribuirono spesso ai santi qualità ed offici, che con la santità si accordano veramente assai poco, e non mancarono di cercar patroni persino al vizio e alla colpa. I ladri ebbero a protettori San Disma e San Nicola; le donne da partito si raccomandarono a Santa Maddalena, a Sant’Afra, a Santa Brigida. Se i matti furono protetti da San Maturino, non poteva mancare, e non mancò, un protettore agli innamorati, e questo fu San Valentino. Ma essendo quello dell’amore un gran regno e con molte faccende, da non potervi attendere un solo, ne fu data partitamente giurisdizione più o meno onorevole a parecchi santi, e di questi San Giuliano fu uno.

San Giuliano è spesso ricordato in libri nostri di ogni tempo; ma non tutti quei ricordi fanno per noi. Quelli, per esempio, che si hanno nel Pataffio e in una novella di Franco Sacchetti, provano che il Paternostro di San Giuliano era assai cognito, e da molti, all’occasione, recitato, ma non provano altro. Non così un luogo di certa novella del Pecorone. Quivi si narra di una bellissima donna, vestita da frate, della quale s’innamora, non conoscendola, la figliuola di un oste. Un prete, che viaggia con lei, credendola frate davvero, avvedutosi di quell’amore, dice alla sua compagna: Per certo voi diceste stamane il Pater nostro di San Giuliano, però che noi non potremmo avere migliore albergo, né la più bella oste, né la più cortese. Qui, di sbieco se si vuole, c’è un accenno ad altro che ad albergo. Ma testimonianze più sicure e più esplicite non mancano. Di Livia, supposta innamorata di Parabolano, dice il Rosso, nella Cortegiana dell’Aretino, che ha detto il Pater nostro di San Giuliano a guastarsi di lui. Nella stessa commedia, l’Alvigia mezzana, trovandosi a un brutto sbaraglio, si raccomanda al beato Angelo Raffaello, a San Tobia, e più particolarmente a San Giuliano, dicendo: messer San Giuliano scampa l’avvocata del tuo Pater nostro. Ora, avvocata del Pater nostro di San Giuliano, in questo caso non può voler dir altro che mezzana. Si potrebbero moltiplicare gli esempii, i quali proverebbero pure che il culto di San Giuliano era non meno vivo nel Cinquecento che nel Trecento. San Giuliano era uno dei santi più popolari e più spesso invocati, e lo prova il Franco quando fa dire alla sua loquace lucerna: «Veggo i carrettieri et i falconieri diventare in terra da più di San Vito e di San Giuliano nel paradiso».

Se non che, essendo gli esempii recati di sopra posteriori al Boccaccio, si potrebbe dir che non provano, e si potrebbe riconoscere in essi, anzi che un riflesso della credenza popolare, un semplice riflesso della novella stessa del Decamerone, cognita universalmente e passata in certo modo in proverbio. Ma altrettanto non si potrà certo dire delle testimonianze che ci offre la letteratura francese.

Se San Giuliano fu popolare in Italia, in Francia fu assai più, e v’ebbe più offici, giacché, non soltanto protettore dei viandanti, e procacciatore di buono albergo, ma vi fu anche patrono delle corporazioni dei menestrelli e dei poveri, e invocato da coloro che languivano in ischiavitù o in prigionia. Vero è che l’officio suo principale rimenava pur sempre quello di provvedere di buono albergo i suoi devoti. In Parigi c’era una chiesa a lui consacrata, e un poeta, ricordandola insieme con altre molte ch’erano nella città, dice:

Saint Juliens

Qui herberge les Chrestiens.

Ora l’albergare di San Giuliano poteva (non dico che dovesse) essere della maniera appunto che si vede nella novella del Decamerone; e avoir l’ostel Saint Julien volva dire, non solo avere buona stanza, ma spesso anche avere la buona nottata, come Rinaldo d’Asti. Il Legrand d’Aussy cita da una canzone manoscritta i seguenti versi, con cui un poeta, Giacomo d’Ostun, avendo passato la notte con la sua dama, celebra la goduta felicità:

Saint Julien qui puet bien tant,

Ne fist à nul home mortel

Si doux, si bon, si noble ostel.

 Nel fableau di Boivin de Provins, alcuni che si credono di accalappiare Boivin, traendolo in casa di una sgualdrina, gli dicono:

Par Saint Pierre le bon apotre,

L’ostel aurez saint Julien.

Eustachio Deschamps intende l’ostel nel senso che l’intende Giacomo d’Ostun, quando dice:

On quiert l’ostel Saint Julien

e quando, facendo il proprio ritratto, esce, in questa confessione:

Je ne desir fors que Saint Julien

Et son hostel, dont bon fait trouver l’uis;

De saint George pas grant compte ne tien,

De sa guerre n’est mie grant deduis.

Questi esempii provano che non fu il Boccaccio ad attribuire a San Giuliano il poco onesto officio; ma come mai la devota superstizione fu essa condotta ad affidarglielo? Non è troppo difficile il dirlo, Si tenga ben presente che San Giuliano, il quale, per far penitenza della involontaria uccisione del padre e della madre, da lui commessa, fondò un ospizio, dove per molti anni accolse liberamente i pellegrini, è come il santo titolare della ospitalità; si ricordi che la ospitalità nel medio evo fu intesa assai più largamente di quanto a noi possa parere dicevole, e che era in certo qual modo obbligo di cortesia, nei baronali manieri, offrire all’ospite, oltre alla stanza e alla tavola, anche una compagna di letto per la notte, e si avrà piena ragione e spiegazione del fatto. Un albergo non si considerò interamente buono se non c’era, diciam così, quel complemento, e San Giuliano che procacciava il buon albergo, procacciava il complemento insiem col resto. S’intende poi come trovatori, troveri, menestrelli, uomini che campavano dell’ospitalità e liberalità altrui, si raccomandassero a San Giuliano per tutto quanto era stato così posto sotto la sua giurisdizione. E certo a tutti i favori che il santo poteva largire pensava Pietro Vidal quando diceva:

Domna, ben aic l’alberc saint Julian,

quam t’ui ab vos dins votre ric ostal

e quando il proposito di rimanere in Italia esprimeva in quei versi:

Era m’alberc deus e sans Julias

e la doussa terra de Canaves,

qu’en Proensa no tornarai eu ges

pos sais m’acoilh Lameiras e Milas,

car s’aver posc cela qu’ai tant enquiza,

E a tutti quei favori similmente doveva avere la mente il Monaco di Montaudon, quando, in una sua canzone, introduce lo stesso San Giuliano a lamentarsi dinanzi a Dio che la decadenza dei costumi cavallereschi, e il picciol animo dei signori abbiano in tutto screditato il suo nome e quasi tolto il suo culto. Considerata ogni cosa, non si stenta troppo a capire come Guglielmo IX di Poitiers, il più scapestrato dei trovatori, potesse render grazie a Dio e a San Giuliano della molta perizia ch’egli si vanta di avere nel dolce giuoco di amore:

Dieus en laus e sanh Jolia;

Tant ai apres del juec doussa,

Que sobre totz n’ai bona ma.

Del resto San Giuliano non deve troppo dolersi di quell’officio commessogli certo contro sua voglia, giacché officio in tutto simile si trova pure commesso a santi che non avevan poi sulla coscienza ciò che egli ci aveva. In un vecchio poemetto tedesco, intitolato Die Treue Magd, si racconta di uno studente che aveva in uso di recitare ogni giorno due preghiere, l’una il mattino alla Santissima Trinità, perché non lo facesse capitar male, l’altra la sera a Santa Gertrude (quale delle parecchie registrate nei cataloghi?) per ottenere da lei buon albergo. Si mette in viaggio alla volta di Parigi, e giunta la sera si raccomanda alla santa. Per non fermarci troppo sui particolari, ecco che egli capita in casa di una donna bellissima, il cui marito è assente, e vi trova quelle stesse accoglienze che Rinaldo d’Asti trova in casa dell’amica del marchese Azzo. Sopraggiunge in mal punto il marito; ma allora Santa Gertrude, più sollecita de’ suoi devoti che lo stesso San Giuliano non sia, suggerisce (così almeno il poeta dice di credere) alla fantesca della donna un buon provvedimento che salva ogni cosa. Lo scolare riconoscente non dimentica di ringraziare la santa, e tutti contenti. Notisi che il giovane s’era mosso alla volta di Parigi con l’intenzione di attendere non meno agli amori che agli studii.

Così pure non si vede quale ragione potesse indurre il volgo credente in Francia a prendersi una confidenza in tutto simile con San Martino, se non si ammette che, essendo San Martino un santo molto popolare e bonario, il popolo poté credersi licenziato a ricorrere al suo patrocinio anche in casi nei quali l’ajuto dei santi non pare troppo a proposito. Fatto sta che ostel saint Martin significò quel medesimo che ostel saint Julien. Il fableau intitolato Le meunier et les II clers, che corrisponde alla novella 6ª della giornata IX del Decamerone, ce ne porge una prova. Il poeta, narrati i casi venturosi ch’ebbero i due giovani albergando la notte in casa del mugnajo, dice:

Il orent l’ostel saint Martin.

E in un’alba di Guiraut de Borneil non invoca il vigile amico la protezione di Dio sopra l’amante troppo felice che non cura il sopravvenire del giorno?

Il Manni crede che la storia di Rinaldo d’Asti narrata dal Boccaccio, non sia cosa inventata, ma vera. Ciò può ben essere; ma in tal caso, inclinerei a credere che al fatto sostanziale vero il Boccaccio avesse messo egli quel contorno di comica superstizione, traendolo, sia da altre storie a lui note, sia dalla divulgata credenza. Ad ogni modo non intendo che si voglia dire L. Cappelletti, quando afferma che le fonti della novella del Boccaccio sono il Panciatantra, le gesta Romanorum, c. XVIII, e la Legenda aurea, hist. XXII. Certo riscontro con una novella del Panciatantra fu notato, e sta bene; ma nei Gesta Romanorum e nella Legenda aurea si narra la storia di San Giuliano, e non si trova indizio di quelle particolarità del culto a esso San Giuliano prestato che appunto sono di capitale importanza nella novella del Boccaccio; e per sapere che San Giuliano l’Ospitaliere era protettor dei viandanti, il Boccaccio non aveva bisogno di ricorrere a quei racconti, ma bastava che ponesse mente al nome di lui, e aprisse le orecchie a’ discorsi degli innumerevoli credenti.

Per carità, un po’ più adagio in questa faccenda delle fonti.

 

Nota

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[1] Firenze 1818, vol. II, pp. 146 sgg.

Indice Biblioteca Graf, Miti leggende e superstizioni del Medioevo, Indice Il rifiuto di Celestino V Fu superstizioso il Boccaccio?

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011