Arturo Graf

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo

Edizione di riferimento:

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, Mondadori, Milano 1996

UN MONTE DI PILATO IN ITALIA

Fra le devote leggende più diffuse e più celebri nel medio evo, diffusissima e celeberrima fu quella di Pilato. Germogliata nei primi secoli del cristianesimo, cresciuta smisuratamente dipoi, trapiantata d’uno in altro suolo, essa soggiacque a varia fortuna, ebbe molte e curiose vicende, si mutò in tutto da quella ch’era stata in origine. I primi cristiani, solleciti di raccogliere quante più prove e testimonianze potevano in favore dell’insidiata e combattuta lor fede, giudicarono molto benignamente il giudice pusillanime; affermarono ch’egli aveva fatto quant’era in poter suo per istrappar Gesù all’ingiusto supplizio; mostrarono una lettera da lui scritta all’imperatore, nella quale era ampiamente riconosciuta l’innocenza del Nazareno ed esecrata la malvagità de’ nemici suoi; giunsero a dire persino ch’egli era morto martire della fede. Mutati i tempi, e assicurato il trionfo della Chiesa, mutarono anche i giudizii. La sospetta testimonianza, divenuta inutile ormai, fu lasciata volentieri in disparte, e sotto l’influsso di un altro pensiero, in virtù di un postulato della coscienza che voleva colpiti da formidabile e condegno castigo quanti, in un modo o in un altro, avevano avuto parte nella condanna e nella morte del Redentore, cominciò un lavoro delle fantasie in tutto diverse da quel di prima, e la leggenda si trasformò, e starei per dire si capovolse. Ecco Pilato diventare un pessimo scelerato, degno d’andarne alla pari co’ rei giudici del Tempio e con lo stesso Giuda. Si narra allora come l’imperatore lo chiamasse al suo cospetto per chiedergli conto della morte del Giusto; come rigorosamente il punisse; come il punito si togliesse da se stesso la vita, e il maledetto suo corpo fosse tramutato di luogo in luogo, cagione sempre alla terra che l’accoglieva di turbamenti e di calamità. Si ricercano le origini di lui, il paese ove nacque, i primi suoi fatti, e tutta una storia s’immagina, la quale cel mostra malvagio sino dalla puerizia, e spiega il gran misfatto finale. La sua leggenda si lega ad altre leggende celebri, a quella della Veronica, a quella della vendetta del Salvatore, fa corpo con esse, riceve da esse nuovo vigore e notorietà nuova. Egli finisce con Giuda, e con alcun altro massimo scelerato, fra le mascelle formidabili di un Satanasso trifronte, nel più profondo e tenebroso abisso d’Inferno.

Io ho ricordato brevemente le origini e le vicende della leggenda di Pilato, ma non è mio proposito di addentrarmi nello esame e nella discussione di essa. Tale lavoro fu già fatto, se non in modo che possa dirsi compiuto, almeno in modo sufficiente, e qui non accade ripeterlo. Io intendo solamente far parola di alcune immaginazioni che si riferiscono alla presenza di Pilato in Italia, e che propriamente appartengono a quella parte della leggenda ove si narra della sorte toccata al corpo di lui. In tale argomento sono da notare alcune cose che non furono, per quanto io mi sappia, notate e che non mancano di curiosità.

La leggenda, o, a meglio dire, le varie versioni di essa, fanno nascere Pilato in Vienna di Francia, o in Lione, o in Magonza, o in Forchheim, o nei dintorni di Bamberga, o in Ispagna. La ragione di tale variate facilmente s’intende quando si pensi che, affermando patria di alcun celebre tristo la tale o tal città, la tale o tale regione, si dava sfogo di consueto a passioni d’inimicizia e di gelosia, e durevole e concreta espressione a un intendimento ingiurioso. Ciò che si fece per Pilato si fece, com’era naturale, anche per Giuda. In un luogo del Dittamondo Fazio degli Uberti dice:

Entrai nella Marca, com’io conto,

Io vidi Scarïotto onde fu Giuda,

Secondo il dir d’alcun, da cui fu conto.

Giuda fu dunque fatto nascere, oltreché in molti altri luoghi, anche in Italia, e in più luoghi d’Italia, similmente, fu fatto nascere Pilato. Durante il medio evo soleva mostrassi in Roma, tra l’altre cose mirabili, anche una torre, o casa o palazzo di Pilato [1].

La fine di Pilato è, nelle varie versioni della leggenda, narrata assai diversamente. Egli morì sotto Tiberio, sotto Caligola, sotto Nerone, sotto Vespasiano e Tito: fu fatto decapitare; fu ucciso dallo stesso Nerone furente; fu scorticato; fu cucito, come si usava coi parricidi, in una pelle di bue, insieme con un gallo, una vipera ed una scimmia, e lasciato morire al sole; fu chiuso in una torre, ed egli con le proprie sue mai si uccise; fu, con la torre insieme, inghiottito dalla terra. La credenza che egli si fosse ucciso, suggerita forse dall’esempio di Giuda, e dal desiderio di far commettere al reo un’ultima colpa, a giudizio di cristiani gravissima, e molto antica e quasi cancellò tutte le altre: ad essa si legano, e ad essa in certo qual modo derivano, i racconti in cui si dice delle vicende cui andò soggetto dopo la morte il corpo maledetto, e dei danni ch’esso produsse. Secondo un racconto più antico, Pilato si uccise nella città di Vienna dov’era stato chiuso in una torre, e il suo corpo fu gettato nel Rodano. Secondo un racconto più recente, e che ebbe poi molto maggior diffusione, Pilato si uccise in Roma, e il corpo suo fu da prima gettato nel Tevere, poi tolto di là, trasportato in Gallia e buttato nel Rodano, ove non rimase nemmeno. Non solamente questi due racconti, che io reco qui in una forma meramente schematica, ma anche altri, sui quali non ho bisogno di soffermarmi, dan notizia dei turbamenti prodotti dal corpo sommerso del suicida e delle successive traslazioni che ne furono la conseguenza.

In un racconto latino intitolato Mors Pilati qui Jhesum condemnavit, pubblicato dal Tischendorf, si dice che Tiberio, fatto venire a Roma Pilato, ordinò fosse chiuso in un carcere, poi radunò il consiglio perché pronunziasse sentenza sopra di lui. Saputo d’essere stato condannato a morire di morte turpissima (ut morte turpissima damnaretur) Pilato con un coltello si uccise. «Informato della morte di Pilato Cesare disse: Veramente è morto di morte turpissima coluj che non risparmiò se stesso. Fu legato a un enorme masso e gettato nel Tevere. Ma gli spiriti maligni e sordidi, tripudiando per amor di quel corpo maligno e sordido, si agitavano tutti nell’acqua, suscitando terribilmente nell’aria folgori e bufere e tuoni e grandini, così che teneva gli uomini un orribil timore. Onde i Romani, trattolo dal Tevere, lo portarono per vituperio a Vienna, e lo sommersero nel Rodano: Vienna, gli è come dire via Gehennae, poiché era allora luogo di maledizione. Ma anche quivi accorsero i malvagi spiriti, producendo le medesime turbazioni. Però gli uomini di quel paese, non potendo sopportare tanta infestazione di demonii, allontanarono da sé quel vaso di maledizione e lo buttarono in certo pozzo, ch’era tutto intorno serrato di monti, dove, per riferimento d’alcuni si vedono sobbollire tuttavia le diaboliche macchinazioni». Così l’ingenuo ed incognito narratore.

Il codice ambrosiano, dal quale il Tischendorf trasse questo racconto, è del secolo XIV; ma il racconto stesso risale per lo meno al XII, nel qual tempo si congiunse alla già ricordata leggenda dei natali e dei primi fatti del proconsole romano, e diventò parte di maggior racconto, che, sotto il titolo di Vita Pilati, ebbe più redazioni diverse, e grandissima diffusione. Ciò che nella Mors Pilati si narra del corpo di costui, sommerso prima nel Tevere, poi nel Rodano, e gettato da ultimo in un pozzo fra’ monti, accenna evidentemente a più leggende locali già sorte, e al desiderio dell’autore del racconto di legarle possibilmente tra loro senza negarne nessuna. L’autore, o, per dir meglio, il compilatore della Vita, precede alquanto più oltre su questa via, e dice che dal Tevere il corpo passò nel Rodano; che tolto dal Rodano fu trasportato a Losanna; e che tolto finalmente anche da Losanna, sempre per le stesse ragioni, fu buttato in un pozzo dell’Alpi. Questa è la versione che, insieme con molti altri, accetta anche Giacomo da Varagine (m. 1298) nella Legenda aurea. L’anonimo autore di un commento allo Speculum regum di Gotofredo da Viterbo dice, sebbene in modo erroneo, qualche cosa di più, che accenna a nuove leggende locali; dice, cioè, che il corpo di Pilato, estratto dal Rodano, fu gettato in una palude tra’ monti, non lungi da Losanna, vicino a Lucerna: in montanis circa Losoniam (o Losaniam) prope Lucernam in quondam paludem proiecerunt. L’anonimo, il quale sembra fosse romano, fonde qui insieme due tradizioni diverse, l’una che si riferiva a Losanna, l’altra che si riferiva a Lucerna, e, propriamente, al famoso Monte di Pilato, che sorge a ridosso di quella città. Altre tradizioni del resto sembra non mancassero in Isvizzera. Un canonico di Zurigo, Corrado a Mure, dice nel suo Fabularium, finito di scrivere nel 1273, che dal Rodano il corpo di Pilato fu trasportato sul monte Septimer, poco lungi da Chiavenna. Forse quand’egli scriveva, la leggenda lucernese non era nata ancora: il primo a fare espresso ricordo di quello che ora si chiama il Pilato, e che prima fu detto il Fracmont, Frankmünd ecc. (mons fractus), sembra sia stato Felice Haemmerlin (Malleolus), morto in Lucerna nel 1457. S’intende facilmente come la Svizzera, in grazia della sua stessa configurazione fisica, dovesse essere paese assai favorevole alla moltiplicazione di così fatte leggende.

Con la sommersione del corpo di Pilato nel Tevere, con la credenza che in Roma si vedesse ancora quella ch’era stata casa del giudice malvagio, sembra che l’Italia, o almeno una regione di essa, volesse richiamare più risolutamente a sé una leggenda illustre, la quale per più altri rispetti le apparteneva. Una leggenda più particolarmente italiana era sorta; ma questa doveva, come abbiam veduto, comporsi con altre leggende più antiche, e se voleva tener dietro, come lo stesso suo spirito le dettava, alle vicende cui andava soggetto il corpo dello scelerato suicida, doveva uscire d’Italia. Doveva, dico, sino a tanto che non avesse trovato modo di supplire alle leggende straniere, e di liberarsi dallo straniero concorso. Ora, un tal modo, o prima o poi, l’aveva a trovar facilmente.

Notiamo anzi tutto che il luogo della relegazione e della prigionia di Pilato non era al tutto certo. Si credeva più generalmente fosse stato in Vienna; ma un racconto famoso, la Vindicta Salvatoris, lo poneva in Damasco, e un altro racconto, famoso ancor esso, e di origine sicuramente italiana, la Cura sanitatis Tiberii, lo poneva in una città di Toscana, variamente detta nei manoscritti Ameria, Amerina, Cimerina, Timerina, Arimena. La città di Toscana, qual ch’essa fosse, facendo dimenticare Vienna, faceva dimenticare anche l’avventura del Rodano, e poneva la leggenda italiana, sciolta da ogni legame con tradizioni straniere, in condizione di poter narrare a suo modo, e con intendimento italiano, le vicende del corpo di Pilato. In un racconto latino intitolato De Veronilla et de imagine Domini in sindone depicta, e che volentieri crederei composto in Italia, o derivato da alcuna fonte italiana, si dice che Pilato fu imprigionato in Roma; che quivi di sua mano si uccise; che il corpo di lui fu gettato nel mare, dove tutti i pesci morirono; che trattolo dal mare, i cittadini lo portarono in un luogo deserto che non nomina: in heremun tam longe duxerunt, ubi nullum hominem venire ultra sciverunt [2].

Non mancavano luoghi in Italia a cui la leggenda del corpo di Pilato poteva essere opportunamente legata. Tutte le tradizioni di cui ho fatto cenno sin qui parlano di danni recati da quel corpo, e parecchie dicono più specificatamente di formidabili procelle suscitate da esso. Una conseguenza si può subito prevedere: i luoghi di fama paurosa, le solitudine de’ monti che si credevano infestate dai demonii, i laghi portentosi di cui da tempo antichissimo si diceva non potervisi gettar dentro un sassolino senza che se ne levassero tempeste devastatrici, dovevano, naturalmente, attrarre a sé la leggenda, dovevano, o almeno potevano, diventare monti e laghi di Pilato. In Italia monti e laghi così fatti erano meno frequenti che altrove, ma non mancavano: l’Etna aveva le sue leggende, le aveva il Lago d’Averno presso Pozzuoli, e Giovanni Boccacci parla del lago Scaffajolo negli Apennini, il quale suscitava procelle spaventose, come appena ci si gettasse dentro alcuna cosa. I monti e il lago di Norcia avevano un’antica riputazione diabolica e magica diffusa per tutta Italia. Quivi ponevasi un antro della Sibilla, che diè luogo a leggende molto simili a quelle sorte in Germania intorno al Monte di Venere; quivi ancora si raccolse la leggenda di Pilato.

Pietro Bersuire (m. 1362) racconta nel suo Reductorium morale la seguente istoria: «Di un terribile esempio che si ha presso Norcia, città d’Italia, udii narrare, come di cosa vera e cento volte esperimentata, da certo prelato, fa tutti degnissimo di fede. Diceva egli pertanto essere tra’ monti prossimi a detta città un lago, dagli antichi consacrato ai demonii, e dai demonii sensibilmente abitato, al quale nessuno oggi può appressarsi (salvo che i necromanti) senz’essere da quelli portato via. Perciò fu cinto il lago di muri, guardati da custodi, affinché non possano andarvi i necromanti a consacrare i libri loro ai diavoli. E la cosa più terribile è questa, che la città deve, ciascun anno, mandar per tributo ai demonii, entra la cerchia dei muri, presso al lago, un uomo vivo, il quale subito e visibilmente è da essi lacerato e divorato: e dicono che se ciò non si facesse, sarebbe quella città distrutta dalle tempeste. Ogni anno sceglie la città alcuno scelerato, e lo manda per tributo ai demonii. Né questo io crederei, non avendone mai trovato cenno in iscrittura alcuna, se da tanto vescovo non l’avessi udito asserir fermamente».

La storia narrata da Pietro Bersuire ha molta somiglianza con quella che del monte Cannaro in Catalogna racconta Gervasio da Tilbury nei suoi Otia Imperialia. In essa non è fatto cenno di Pilato, come non ne è fatto cenno nel Guerino Meschino, il quale fu composto poco dopo il tempo in cui il benedettino francese compilava il suo Reductorium, e dove si parla a lungo dell’antro della Sibilla e della lieta vita che si menava nei regni sotterranei di lei; ciò nondimeno, una, leggenda in cui figurava Pilato era indubbiamente già nata, giacché se ne trova il ricordo nel Dittamondo di Fazio degli Uberti, il quale visse sino circa il 1367. Nel già citato luogo di questo poema, Fazio dice, continuando a parlare della Marca:

La fama qui non vo’ rimanga nuda

Del monte di Pilato, ov’è uno lago

Che si guarda la state a muda a muda.

Perché, quale s’intende in Simon Mago

Per sagrar il suo libro la su monta,

Onde tempesta poi con grande smago,

Secondo che per quei di là si conta.

Il Capello nota a questo passo: «El monte de Pilato se dice ch’è supra Norcia, e lì è un luogo di diavoli, al qual vanno quei che si vogliano intendere de arte magica», e non aggiunge altro, e forse non sapeva altro. Può darsi che lo stesso Fazio abbia avuto notizia di questa leggenda un po’ tardi, giacché in un precedente luogo del poema si trova ricordo dell’altra, che poneva in Vienna la prigionia e la morte di Pilato, e le due difficilmente possono insieme accordarsi. Nel L. II, cap. 5, il poeta così si esprime:

Qui ti vo’ dir, perché ti sia diletto,

Pilato fue confinato a Vienna,

Dove s’uccise d’ira e di dispetto.

Merita considerazione un riscontro, forse non fortuito. Pietro Bersuire e Fazio degli Uberti parlano di guardie poste al lago per impedire ai necromanti di accedervi, e il simile si racconta del Monte di Pilato presso Lucerna, su cui, ancora nello scorso secolo, era vietato di salire. Nel 1387 sei ecclesiastici di Lucerna furono messi in prigione, perché avevano tentata l’ascensione del Fracmont, e il già citato commentatore dello Speculum regum dice, seguitando a parlare della palude in cui era stato gettato il corpo di Pilato: «Egli è certo che ogni qual volta si gitti nella palude alcuna cosa, per minuta che sia, incontanente si muovon bufere e grandini e folgori e tuoni. Perciò vi si pongono custodi, che in tempo d’estate non lasciano che nessuno vi salga». Anche vicino a Lione si poneva un Mont Pilate con un lago suscitatore di tempeste; ma non so se fosse vietato l’andarvi.

La leggenda raccolta da Fazio fu ripetuta da altri, con le variazioni consuete e inevitabili. Un predicator di Foligno, fra Bernardino Bonavoglia, ebbe, sembra, a recitarla dal pulpito: egli nulla sa di muri e di custodi. «Dicesi che presso Norcia sia un monte, e quivi un lago, detto di Pilato, essendo opinione quasi di molti che il corpo di lui fosse quivi portato dai diavoli sovra un carro tirato da tori. E da luoghi prossimi, e da remoti, si recano colà uomini diabolici, e formano are con tre circoli, e ponendosi, con alcuna offerta, nel terzo circolo, chiamano quel diavolo che vogliono, leggendo il libro che da esso debb’essere consacrato. E venendo il diavolo con grande strepito e clamore, dice: A che mi citi? Risponde: Voglio consacrar questo libro; voglio cioè che tu ti obblighi a fare quanto in esso è scritto, quante volte io te ne richiederò, e in premio ti darò l’anima mia. E così fermato il patto, il diavolo toglie il libro, e vi segna alcuni caratteri, dopo di che egli è pronto a fare ogni male, quando altri lo legga. Ecco in che modo son fatti schiavi quei miseri e dannati uomini. Accadde una volta che un tale, voglioso di consacrare nel modo predetto il suo libro, stando nel circolo ordinato, chiamò certo demonio, e gli fu risposto, ch’e’ non v’era allora, ma era ito nella città di Ascoli, per farvi morire molti di ferro, così dei fuorusciti, come de’ cittadini che hanno il demonio, e che tornerebbe ad opera compiuta, e farebbe ciò onde fosse richiesto. Meravigliato di tale risposta, colui s’avvio verso Ascoli per conoscere la verità di sì gran fatto, e giunse ad un luogo dei frati minori, ove dimorava allora il santissimo fratello Savino da Campello, e narrato per ordine quant’eragli occorso, riseppe che la notte precedente trenta de’ fuorusciti erano stati impiccati in piazza, e che molti dell’una e dell’altra parte erano, nella città, morti di ferro. Venuto a cognizione di ciò, il detto uomo fermamente risolvette... di rinunziare all’arte magica e agl’incanti, considerando grande esser l’arte del diavolo in accalappiare e perder le anime. Ciò riferì il detto sant’uomo frate Savino, a certo frate nostro de’ predicatori».

Fra Bernardino accenna ad uomini che venivano da remoti paesi per attendere a lor pratiche di magia; sembra in fatti che la fama dell’antro della Sibilla e del monte e lago di Pilato che si ponevano presso Norcia, si diffondessero per la Germania e per la Francia, e ne richiamassero frequenti visitatori. Nel 1420 vi capitò un noto cavaliere e poeta francese, Antonio de la Sale, che raccontò poi le cose vedute, e nel 1497 ne imitò l’esempio Arnaldo di Harff, patrizio di Colonia. Leandro Alberti, dopo aver parlato, nella sua Descrittione di tutta l’Italia, dell’antro della Sibilla, così prosegue: «Poscia alquanto più in su nell’Apennino, nel territorio Nursino, vi è il Lago, non meno biasimevole della Grotta, addimandato Lago di Norsa, nel quale dicono gli ignoranti notare i diavoli, impero che continuamente si veggono salire et abbassare l’acque di quello in tal maniera che fanno meravigliare ciascuno che le guarda, parendogli cosa sopra naturale, non intendendo la cagione di tal movimento. La onde in tal guisa essendo volgata la fama di detto Lago, et non meno dell’antidetta Caverna appresso gli huomini, non solamente d’Italia, ma altresì fuori, cioè che quivi soggiornano i Diavoli, et danno risposta a chi gli interroga, si mossero già alquanto tempo (come scrive il Razzano) alcuni uomini di lontano paese (pero leggiermente) et vennero a questi luoghi per consagrare libri scelerati et malvagi al Diavolo, per poter ottenere alcuni suoi biasimevoli desiderii, cioè di ricchezza, di honori, d’amorosi piaceri, et di simili cose... Vedendo i Norsini tanto concorso d’incantatori, che salivano sopra questi aspri et alti monti, acciò non possano passare a detti luoghi, hanno serrata primieramente detta Caverna, et poi tengono buone guardie al Lago». L’Alberti, che scriveva verso il mezzo del secolo XVI, di Pilato propriamente non fa menzione, ma cita i versi di Fazio che lo ricordano. Il Razzano da lui nominato e quel Pietro, che nacque in Palermo nel 1420, fu domenicano, storico, oratore e poeta, e morì vescovo di Lucera nel 1492, lasciando molte opere manoscritte. Egli aveva avuto occasione di parlare con alcuni tedeschi dai quali era stato inutilmente tentato l’esperimento della consacrazione.

Nel 1621 ricorda il lago portentoso di Norcia Paolo Merula, nella sua Cosmographia generalis: «Nel Piceno, di fianco al Monte Vittore, dalla parte che guarda a Oriente, è un lago nobilitato dalla fama detto Nursino. Dice il volgo ignorante che in esso nuotano i diavoli, e ciò perché quelle acque si vedono con perpetui moti salire e calare a vicenda, non senza grandissima ammirazione di coloro che ne ignoran la causa». Riferisce ancor egli, come l’Alberti, quanto aveva già detto il Razzano; ma non fa parola di Pilato. Sembra del resto che queste leggende norcine cominciassero allora, o poco dopo, a perdere della loro celebrità, perché non se ne trova cenno in una poesia che in vituperio di Norcia scrisse monsignor Francesco Maria di Montevecchio, andatovi per sua sciagura prefetto, e nemmeno nei due capitoli che a Pilato e a Norcia consacro il Marucelli, nel suo sterminato Mare magnum, che manoscritto si conserva in Firenze nella biblioteca da lui nominata. Quando la leggenda norcina di Pilato sia nata io non so, né vorrei affermare che qualche concorso di elementi e qualche suggestione non le sieno venuti d’oltr’alpe. Essa ha perduto ormai ogni celebrità, e appena ne rimane qualche vestigio tra il popolo di quella provincia [3]; e mentre il Monte di Pilato presso Lucerna è cognito a tutti, e attrae ogni anno migliaja e migliaja di visitatori, son ben pochi coloro che conoscano l’esistenza di un monte e di un lago di Pilato fra gli Apennini, nel cuore d’Italia.

 

Note

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[1] Domus Pilati, Palatium Pilati, anche casa di Crescenzio e casa di Cola di Rienzio. Era presso Ponte Rotto

[2] Massmann, Der Keiser und des boech oder die sogenannte Kaiserchronik, Quedlimburgo e Lipsia, 1849/1854, vol. III, pp. 573 sgg., 594 sgg.

[3] Così le immaginose e paurose leggende di altri tempi si vanno scoloranndo, attenuando e perdendo anche tra i volghi, e nelle piú recondite vallate, loro ultimo asilo

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011