Arturo Graf

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo

Edizione di riferimento:

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, Mondadori, Milano 1996

LA CREDENZA NELLA FATALITÀ

I

Nel dogma cristiano la dottrina del fato, quale già l’ebbero gli antichi, del fato esistente in sé e per sé, come separata e suprema potenza, non può trovar luogo: essa ripugna troppo al concetto del Dio uno e massimo che campeggia nei libri sacri dell’Antico e del Nuovo Testamento, e in cui è fondata la fede. Le opinioni e le sentenza dei Padri e dei Dottori della Chiesa in proposito, così dei più come dei meno antichi, sono concordi ed esplicite; e San Tommaso che le accoglie, le condensa e le epiloga, mostra come il fato, il caso e la fortuna si risolvano da ultimo nella potestà, volontà e provvidenza di Dio, e come la stessa necessità delle cose materiali, essendo conseguenza della natura e dell’ordinamento loro, sia perciò un effetto mediato dell’unica potestà divina, creatrice e ordinatrice del tutto. Dante descrive la fortuna come una ministra di Dio, intesa a permutare li ben vani

Di gente in gente e d’uno in altro sangue

Oltre la difension de’ senni umani.

Il Petrarca, seguendo la opinione di San Girolamo e di Sant’Agostino, dice il fato e la fortuna essere nomi senza significazione.

All’influsso degli astri generalmente si crede nel medio evo; ma non senza molte riserve. San Tommaso ammette l’azione loro sulla vegetazione, sull’atmosfera, sui corpi in genere, non esclusi gli umani; ma nega che possano operare sull’intelletto e la volontà salvo che indirettamente, e togliere o scemare la libertà dell’arbitrio. Anche gli astri, del resto, sono organi e strumenti della provvidenza.

La volontà divina è dunque, secondo il canone cristiano, il principio vivo, eterno ed immutabile d’onde fluiscono le forze tutte, non solo che producono ed instaurano, ma ancora che reggono il mondo. Essa è la necessità suprema ed invincibile, così per rispetto alla natura, come per rispetto agli uomini, i quali possono bene, essendo provveduti d’intelletto e di libertà, agitarsi entro il circolo che quella volontà stringe loro d’attorno; ma non lo possono per nessun modo spezzare, e non ne possono uscire. L’arbitrio umano sarà libero, come sotto l’impero del fato antico; ma gli eventi saran necessarii, e molte volte saranno necessarie le azioni. Di qui quella terribile quanto logica dottrina della predestinazione, secondo la quale la eterna salute e la eterna dannazione dipendono, non già dagli atti umani e dall’umano volere, ma dal volere divino e dalla divina grazia; dottrina che escogitata prima da Sant’Agostino, esplicata e compiuta più tardi da Isidoro di Siviglia (m. 636) e da Godescalco (m. 867), avversata sempre dalla Chiesa greca, fu tratta alle ultime e inevitabili sue conseguenze, asseverata in tutto il suo rigore, da Zuinglio e da Calvino. Un rozzo dramma religioso, composto in Italia in sul principiare del secolo XV, se non forse anche prima, prende argomento da quella dottrina e, in pari tempo, la nega. Un giovane lascia il padre, la madre, e il buono stato in cui era cresciuto, per consacrarsi al servizio di Dio, e attendere, lungi dagli allettamenti e dagl’inganni del mondo, alla salute dell’anima. Un vecchio eremita, che l’ha accolto nella sua cella, e l’ha fatto compagno dell’austera sua vita, vedendolo tutto infervorato nel bene, e dedito alle sante pratiche di devozione, assai se ne loda, e chiede a Dio che gli riveli in grazia qual posto è serbato al giovine fra i beati in Paradiso. Un’amara delusione lo aspetta. L’angelo del Signore gli annunzia che, non il Paradiso, ma l’Inferno sarà dato in premio a tanta virtù;

E tu che vai cercando il destinato,

Sappi che il servo tuo sarà dannato.

Ecco la dottrina della predestinazione affermata in tutta la sua crudezza. L’eremita molto si accora della terribile sentenza, e biasima la presunzione propria con argomenti tolti di peso ai campioni di quella dottrina:

      O uomo istolto, che vai tu cercando

Quello che a te non appartien sapere?

Pensi tu, sempre qui bene operando,

Di dover l’alta grazia possedere?

Non sai tu che hai di lassù bando

Per non saperti nel ben mantenere?

E questo vuoi la tua ribellione,

Che stii qui sempre in gran confusione.

 

      Se in Dio non esser giustizia dirai,

Dappoi che vuol chiunque ben fa dannare,

Così per contro arguir tu potrai

Che voglia quei che mal fanno salvare;

E se per lui esser giusto vorrai,

La cagion perché li fa vorrai cercare,

E sarai fatto come chi non vede;

Perché dovè ragion manca la fede.

Egli non sa tacere al giovine ciò che gli fu rivelato; ma questi non si smarrisce, non dispera; anzi, pieno di mansuetudine e di rassegnazione, risolve di servir Dio con più amore e più fervore di prima, quale che sia il decreto divino a suo riguardo, poiché egli non può volere se non ciò che Dio vuole. Il demonio tenta invano distorlo da tale proposito e ricondurlo nel mondo; e il vecchio eremita, dopo aver pregato lungamente, apprende dall’angelo che il discepolo sarà salvo. Udita la buona novella, il giovine esclama:

Padre, ben che l’umana intelligenza,

Gravata dal peccato, intenda poco.

Nondimeno io non ebbi mai temenza,

Facendo ben, d’essere dannato al foco.

Ecco la dottrina della predestinazione risolutamente negata.

Aveva ragione Fausto, vescovo di Riez, nella seconda metà del secolo V, quando affermava che con quella dottrina si tornava per altra via al fatalismo antico. La Chiesa cattolica sentì la gravità del rimprovero, e ricusò da ultimo il dogma pericoloso e spietato, piegando, senza addarsene quasi, verso l’opposta dottrina del grande avversario di Sant’Agostino, Pelagio, che da più di un sinodo era stato condannato per eretico. Ma il concetto della fatalità, cacciato da una banda, irrompeva da un’altra, e in altro modo soggiogava gli spiriti. Il popolo, che poco intende e meno si cura delle sottili dispute e delle più sottili distinzioni dei teologi e dei filosofi, non lasciò mai di aver fede in una o più potenze, occulte e irresistibili, distinte e separate dal volere divino, e variamente designate, secondo i casi, coi nomi di destino, di fortuna, o d’influsso astrologico. Di tale credenza, a cui non rimasero estranei i dotti, sono vestigia e documenti lungo tutto il medio evo. Nel libro I del suo poema De diversitate fortunae et philosophiae consolatione, Arrigo da Settimello (XII secolo) esclama: «A cui mi debbo io dolere della fortuna? non so»; e nel secondo libro chiama quella sua nemica, perfida, stolta, lingua dolosa, meretrice, che si vanta dea e signora del tutto. Un vescovo di molta riputazione, Ildeberto di Lavardin (m. 1133), si lagna assai della fortuna in un carme De exilio suo, e in certa breve poesia, che appunto s’intitola De infidelitate fortunae et amoris mundi. Più tardi il medico fiorentino Tommaso del Garbo, e il poeta aretino Braccio Bracci, chiedevano al Petrarca che fosse la fortuna; e rispondendo al primo, il Petrarca si doleva dei moltissimi che a quei tempi credevano in lei, e come dea la ponevano in cielo, e il favore di lei mettevano sopra, non pure alla virtù, ma allo stesso ajuto divino, e volevano piuttosto essere amici suoi che di Dio. E questa fortuna si vede assai volte figurata in libri del medio evo, quando d’una e quando d’altra maniera, ma più spesso in forma di una ruota simbolica, che mossa da virtù fatale, girando senza posa, muta e rimuta con eterna vicenda, irresistibilmente, le sorti di quaggiù:

Est rota fortunae variabilis ut rota lunae:

Crescit, decrescit, in eodem sistere nescit.

E ciò che della fortuna, s’ha pure a dir del destino. Dante ora fa del volere divino e del fato una sola e medesima cosa, ora sembra che, almeno fantasticamente, li distingua, e distingua pure il fato della fortuna.

Alto fato di Dio sarebbe rotto

Se Lete si passasse e tal vivanda

Fosse gustata senza alcuno scotto[1],

dice Beatrice là nel Paradiso terrestre. Ma prima di lei Virgilio aveva detto, distinguendo l’uno dall’altro:

 Senza voler divino e fato destro[2].

Vedendoselo capitare innanzi, laggiù in Inferno. Brunetto Latini chiede a Dante:

qual fortuna o destino

Anzi l’ultimo dì quaggiù ti mena[3].

E lo stesso Dante che percuote col piè nel viso Bocca degli Abati, non sa

Se voler fu, o destino, o fortuna[4]

Ai grandi d’Italia il Petrarca gridava:

Qual colpa, qual giudicio, o qual destino

Fastidire il vicino

Povero; e le fortune afflitte e sparte

Perseguire?

Agl’influssi degli astri si dava assai più forza che i teologi non volessero. Essi reggevano la vita di ciascun uomo, la prestabilivano immutabilmente, e ne svelavano il corso sin dalla nascita. Nei lirici nostri delle origini sono frequenti gli accenni all’irresistibile potere degli astri, e per bocca di Marco Lombardo, Dante biasima la opinion comune che al loro influsso appunto assoggettava tutte le cose di quaggiù:

Voi, che vivete, ogni cagion recate

Pur suso al cielo, sì come se tutto

Movesse seco di necessitate[5].

Ma Cino da Pistoja prega Cecco d’Ascoli di scrutare nei cieli quali stelle sieno a lui, Cino, favorevoli, e quali contrarie, soggiungendo:

E so da tal giudizio non s’appella.

E Cecco d’Ascoli, il quale mostra, come più tardi fa pure Gerolamo Cardano, che la vita dello stesso Cristo fu soggetta al corso degli astri, è, per questo e per altro, accusato di eresia, condannato, bruciato vivo. Il Petrarca, pur così avverso a tali credenze, dice in un verso:

Sua ventura ha ciascun dal dì che nasce.

Gli è un fatto che quelle credenze erano radicate nello spirito dei pii e porgevano argomento a leggende e a novelle diffuse tra i volghi. Un poeta spagnuolo del secolo XIV, Giovanni Ruiz, più conosciuto sotto il nome di Arciprete d’Hita, dice che nessuno può sfuggire alla propria sorte, e narra a tale proposito un esempio che vive ancora nelle letterature popolari dei giorni nostri. Cinque astrologi, tratto l’oroscopo al figliuolo pur allora nato di un re moro, predissero ch’egli morrebbe lapidato, bruciato, precipitato, impiccato, affogato. Il re, dubitando di qualche ciurmeria, fece trattenere e custodire gli astrologi, per vedere che cosa seguisse di quella strana e, in apparenza, contraddittoria lor profezia. Passati più anni, il figliuolo, divenuto adolescente, chiede un giorno al padre e ottiene il permesso di andare a caccia. Si scatena una furiosa tempesta, e il giovinetto è, insieme co’ suoi, lapidato da una orribil grandine. In quell’ora istessa, passando egli un ponte, lo investe la folgore: il ponte si squarcia sotto a’ suoi piedi; egli precipita, rimane appeso per le vesti ad un albero, ma si sommerge con parte dei corpo nel fiume. Così muore lapidato, bruciato, precipitato, impiccato, affogato, secondo dagli astrologi era stato predetto.

Durante tutto il medio evo si credette pure ai giorni perigliosi, che in numero variabile (sino a quarantaquattro, se non più) veggonsi registrati nei calendarii. Chi in uno dì quei giorni infermava, non guariva più; chi si poneva in viaggio, più non tornava; chi toglieva moglie aveva l’inferno in casa. Qualunque cosa si cominciasse a fare in quei giorni non se ne poteva sperare buon fine. Ancora oggi dice il popolo:

di Venere né di Marte

Non si sposa e non si parte.

C’erano necessità che sfidavano la stessa potenza di Dio. Fra Filippo da Siena (XIV secolo) narra la storia di uno sceleratissimo soldato, che venuto a morte, disse al confessore, il quale lo esortava a pentirsi e a sperar perdono: «Io ho tanti nemici nell’altra vita, che mi saranno contrarii, che se Dio mi volesse perdonare quasi non potrebbe»

II

Tali immaginazioni e credenze appajono, nel medio evo, incarnate in numerosi racconti, de’ quali alcuno ripete un tema pagano antico, altri sono certamente venuti dall’Oriente, altri sono, secondoché si può ragionevolmente congetturare, nati qua e colà, fra le genti cristiane, senza che sia possibile dire né come né quando.

Il tema più usuale e più diffuso di racconto è quello di una sequela di casi, meravigliosi e terribili, pronunziati di lunga mano, i quali si effettuano a dispetto di quanti provvedimenti furono presi in contrario; anzi, molte volte, in grazia di quei provvedimenti medesimi. Nasce un bambino, o una bambina: gli astrologi, o gl’indovini, o alcun’altra persona, umana o soprannaturale, a cui sia data facoltà di leggere nel futuro, predicono che l’essere novamente nato morrà di mala morte, in tale o tal modo; o soggiacerà a gravi sciagure; o di gravi sciagure sarà cagione altrui. I genitori, o altre persone cui ciò importi, chiudono e custodiscono il fanciullo, o la fanciulla, in un palazzo, in un castello, in un fondo di torre, o li abbandonano in luogo deserto, o li gettano in mare, o in altro modo procacciano, senza venirne a capo, la morte loro. Dopo alcuni anni, tutto quanto era stato preveduto e annunziato, subitamente e irresistibilmente si compie.

Il più antico racconto di tal fatta che si conosca è la storia del Principe predestinato, scritta in Egitto ai tempi della XX, se non pure della XVIII dinastia, ma narrata forse fra quel popolo assai prima che scritta: dopo di essa si può ricordare la storia di Ati, figliuolo di Creso, riferita da Erodoto. Nel medio evo corsero fra le genti cristiane numerosi racconti inspirati da quel tema, alcuni dei quali mi paiono meritare uno speciale ricordo.

Anzi tutto è da avvenire che il mito di Edipo, il quale è fra i miti dell’antichità pervenuti sino a noi, quello che più fortemente esprime il concetto del fato, non solo fu cognito al medio evo, ma fu, da scrittori di quella età, ripetuto, e preso a soggetto di nuove composizioni. Abbiamo di un ignoto poeta, vissuto non più tardi del XII secolo, una lamentazione latina di Edipo sui corpi de’ suoi due figliuoli. Edipo dice, tra l’altro, che tutta la sequela dei luttuosi avvenimenti, sino al fratricidio, era stata preordinata dal fato:

Ab antiqua rerum congerie

cum pugnarent rudes materiae

fuit moles hujus miseriae

ordinata fatorum serie.

In quello stesso secolo XII, un poeta francese, che non si sa con certezza chi fosse, introduceva il mito classico in un poema che ha il proprio argomento, e quasi anche il titolo della Tebaide di Stazio, il Roman de Thèbes, poema che fu, assai probabilmente, tradotto o rifatto in Italia.

Ma queste sono reminiscenze e ripetizioni di carattere puramente letterario, le quali non provano punto che la credenza nel fato durasse ancor viva tra le genti cristiane. Molti miti, e moltissime storie dell’antichità classica furon tolti nel medio evo a soggetto di nuove composizioni, sia a fine di sola esercitazione scolastica, sia per imbandir nuovo pascolo a menti avide di meraviglie. Ed era, in certi casi, non pur naturale, ma necessario, che chi si faceva a ripetere quei miti e quelle storie, lasciasse parlare in essi dottrine e credenze, che se non quadravano con le sue proprie, erano pur quelle che avevano governato i suoi eroi; come in altri casi era pur naturale, fatta ragione dei tempi e della coltura, che il ripetitore mutasse le parti, e facesse pensare, parlare e operare come cristiani i personaggi mitici o storici di Grecia e di Roma. Difficilmente avrebbe potuto un poeta letterato del medio evo rinarrare la storia d’Edipo senza lasciarvi al fato l’officio che v’ebbe in antico; e perciò quelle ripetizioni erudite nulla provano, come ho detto, in favore di una vera e propria credenza: ma quando noi vediamo quel mito riapparire in racconti affatto popolari per indole e per fattura, i quali non dànno segno d’esser passati mai per nessuna trafile letteraria; o quando vediamo il tema, e come lo spirito di esso, trasportati ad un racconto di origine bensì letteraria, ma affatto cristiano pel soggetto e per gl’intendimenti, noi non possiam più venire nella medesima conclusione negativa, noi abbiamo la prova che una certa credenza nel fato vive, per quanto alterata o contraddetta da altre credenze, nell’intimo della coscienza cristiana. Lascio in disparte i racconti popolari che qui potrebbero essere ricordati, e metto innanzi il racconto di origine letteraria, racconto che com’ebbe giustamente a osservare il D’Ancona, non diventò mai veramente popolare, sebbene abbia avuto diffusione grandissima, e nel quale tutti quasi i critici ebbero a riconoscere il mito di Edipo trasformato, appropriato ad altre persone, trasportato in altro ambiente morale. Questo racconto è fa leggenda di Giuda.

Il medio evo fantasticò molto intorno all’apostolo traditore, alla sua fine scellerata, agli atroci castighi inflittigli dalla divina giustizia nell’ultimo fondo d’inferno, o in altri luoghi di pena, sulla faccia stessa della terra, perché potesse essere ai vivi di ammonimento e di terrore. Per una inclinazion naturale, e di cui non poteva rendersi conto pienamente, la coscienza cristiana era tratta ad aggravare sempre più la malvagità di quanti, in uno od in altro modo, avevano procacciato la morte di Cristo e preso parte, con animo di nemico, alla sua passione, ed in ispecie la malvagità di colui che l’aveva tradito e venduto. La leggenda compie l’usato suo lavoro di concatenazione e di accumulazione così pel bene come pel male; fa magnanimi e forti gli eroi sin dall’infanzia, fa tristi e vili i malvagi sin dalla culla; cerca; con avvedimento degno di un più maturo sapere, negli antenati, nella fortuna delle cognazioni, la causa delle virtù e delle colpe dei nipoti, e non si cheta finché non abbia creato figure compiute e perfette, e interi lignaggi di scellerati e di eroi. Così fece di Giuda, collegando al misfatto finale tutta una sequela di misfatti e di colpe, ch’entran gli uni negli altri come gli anelli di una lunga catena; sequela che si inizia prima ancora che il maledetto sia nato.

Quando e dove e per opera di chi questa leggenda sia sorta, non si sa. Verso la fine del secolo XIII la narrò Giacomo da Varagine, traendola da una storia certamente latina, ch’egli stesso dice apocrifa, ma della quale non si hanno altre notizie. Un uomo di Gerusalemme, chiamato Ruben o Simone, aveva per moglie una donna chiamata Ciborea. Costei sognò una notte di mettere al mondo un figliuolo che sarebbe cagione della ruina di tutto il suo popolo, e narrò il sogno al marito. Passato ceno tempo, partorì un bambino, e ricordando il sogno, consenziente il marito, lo mise in una cesta e lo buttò in mare. Le onde portarono la cesta a un’isola detta Scariot, dov’era una regina, che non avendo figliuoli, fece allevare il bambino segretamente, si finse gravida, e diede a intendere al marito e a tutto il popolo che il trono aveva finalmente un erede. Grande fu la letizia nel regno. Il fanciullo ebbe nome Giuda Scariote, e il re lo fece nutrire ed educare magnificamente; ma non andò molto che la regina ingravidò davvero, e diede alla luce un figliuolo. I due fanciulli crescono insieme, e Giuda comincia a far palese la malvagia sua indole maltrattando il presunto fratello. La regina parteggia naturalmente pel figliuolo vero contro il supposto. Si scopre il fatto della supposizione: Giuda, pien d’ira e di vergogna, uccide di nascosto il rivale, poi temendo il castigo, fugge, ripara in Gerusalemme, ed è accolto da Pilato che lo fa suo maggiordomo. Accanto al palazzo di Filato era l’orto di Ruben, padre di Giuda; né questi sapeva di chi fosse figliuolo, né quegli immaginava che il bambino commesso un dì alle onde fosse scampato dalla morte. Standosi un giorno Pilato alla finestra, vede nell’orto del vicino alcuni frutti bellissimi, ed è preso da un irresistibile desiderio d’averne. Giuda, per fargli cosa grata, va e comincia a coglierne. Sopravviene Ruben: nasce una contesa, e alle parole tenendo dietro le busse, Giuda, con un sassata fra capo e collo, uccide il padre. Pilato dà in premio all’amico suo tutto l’avere di Ruben, e per giunta gli fa sposare Ciborea. Non passa gran tempo e i due sposi si riconoscono. Ciborea induce il figliuolo e marito ad andare a trovar Cristo, e chiedere a lui il perdono de’ sui misfatti. Cristo accoglie Giuda fra i suoi discepoli, poi fra gli apostoli: il resto è noto.

 Che l’intenzione dell’autore della favola sia stata quella di rendere vie più malvagio e di mettere in sempre più mala vista l’apostolo traditore, è chiaro; ma si deve pur riconoscere, da altra banda, che egli non raggiunge troppo bene lo scopo, e che la favola da lui narrata, assai più che alla malvagità di Giuda, fa pensare all’occulto destino da cui questo è tratto a compier misfatti ch’egli propriamente non volle, e la cui mostruosità non conosce se non dopo averli compiuti, il parricidio e l’incesto non sono propriamente delitti suoi, ma del destino, del fatum invictum, che ciò che vuole opera, e così saranno gli altri delitti che lo sciagurato commetterà, e che avranno per ultima, inevitabile conseguenza la ruina e la dispersione del popolo d’Israele, annunziata dal sogno fatidico. Un certo concetto e spirito di fatalità appajono del resto in un’altra leggenda, che anch’essa si lega al nome di Giuda, la leggenda dei trenta denari, prezzo del tradimento, narrata da parecchi nel medio evo, e, fra gli altri, da Gotofredo da Viterbo, che certamente, per altro, non fu il primo a narrarla. I trenta denari furono coniati da Nino, re degli Assiri, con la propria effigie, e, diranno alcuni, con l’oro che Adamo portò seco, uscendo dal Paradiso terrestre. Abramo li portò con sé nella Terra di Canaan, e con essi fu comperato dagli Ismaeliti Giuseppe, il figliuol di Giacobbe. Passarono dopo per molte mani; furono nei tesori di Faraone, di Salomone, di Nabuccodonosorre, sempre insieme raccolti. I magi ne fecero offerta al bambino Gesù. Da ultimo, per ordine dello stesso Gesù, furono donati al tesoro del Tempio di Gerusalemme, d’onde passarono nelle mani di Giuda, e poi in quelle dei militi che furono posti a guardia del sepolcro. In un poema tedesco del XII secolo si dice che la Vergine Maria mandò dal cielo trenta monete al re Orendel, perché potesse comperar con quelle la veste di Cristo, e il poeta avverte espressamente, che per altrettante fu venduto Cristo da Giuda. Ecco dei denari predestinati, com’è predestinato il legno della croce nella leggenda famosa di questo nome.

III

Più strano parrà vedere il fato introdursi nelle storie dei santi, ed esser causa precipua dei casi che vi si narrano. Non altrimenti segue nella storia di quel San Giuliano, che, sotto nome di Ospedaliere, ebbe culto celebre nel medio evo, e fu il natural protettore dei viandanti e di quanti abbisognavano d’albergo e di ristoro. La sua leggenda, che fu diffusissima per l’Europa, diede argomento, tra l’altro, a una gustosa e nota novella del Boccaccio e a un dramma di Lope de Vega. Vincenzo Bellovacense e Giacomo da Varagine la narrano press’a poco allo stesso modo.

Giuliano, di nobile famiglia, inseguiva un giorno, essendo giovine, un cervo alla caccia. A un tratto il cervo si volta, e facendo intendere umano linguaggio, gli dice: Osi tu d’inseguirmi, tu che ucciderai tuo padre e tua madre? Inorridito di tale annunzio, il giovine diserta la casa, abbandona la patria, e fugge in remoto paese, ove diportandosi assai valorosamente in guerra ed in pace, entra in grazia del principe, che lo fa cavaliere, e gli dà in moglie una vedova nobile e in dote un castello. Intanto i genitori di Giuliano, non si potendo dar pace della perdita del figliuolo, andavano pellegrinando, chiedendo di lui in ogni luogo, e tanto andarono che giunsero a quello stesso castello ov’egli faceva con la moglie dimora. Quel giorno appunto Giuliano s’era per poco assentato. La donna, riconosciuti, discorrendo, i genitori di suo marito, li accoglie benevolmente, e li fa coricare entrambi nel letto cogniugale, adagiandosi ella in altro letto. Ecco la mattina seguente torna Giuliano, mentre la moglie sua er’ita in chiesa, ed entrato in camera, veduti i due addormentati, crede senz’altro sieno la moglie infedele e lo adultero, e tratta in silenzio la spada, li uccide. Conosciuto indi a poco l’errore, disperato e piangente, risolve di espiare con asprissima penitenza l’involontario delitto, e subito vi si accinge, insieme con la moglie, che non vuole abbandonarlo. Trascorsi molti anni, dopo un miracolo che assicura Giuliano dell’ottenuto perdono, muojono entrambi in grazia di Dio.

Come nella leggenda di Giuda, il destino, in questo racconto, non è nominato, ma è presupposto e sottinteso: esso è dietro gli avvenimenti che, senza altrui volere, si compiono; è la forza primordiale, ineluttabile, occulta, che li preordina e li promuove, incalzando. Giuliano non è, come Giuda, un malvagio. All’annunzio dell’orrenda sciagura che minaccia lui, e per lui i suoi genitori, egli fugge, egli pone di mezzo, tra’ suoi genitori e sé, i monti ed i mari, studiandosi di opporre, in qualche modo, alle insidie del fato i ripari della natura. E che qui del fato propriamente si tratti, e non di altra potenza, si può conoscere con poco studio. Se cagion prima degli avvenimenti fosse il demonio, la leggenda ascetica non lascerebbe di farne cenno; e poi, al cristiano, armi contro il demonio non mancano. Nemmeno si può dire che gli avvenimenti qui sieno opera della provvidenza divina. Molte volte, gli è vero, la provvidenza divina, secondo il concetto che se ne forma il credente del medio evo, opera il male, o sembra operare il male; ma sempre per impedire mali maggiori, per conseguire un fine buono. Questo concetto è in più particolar modo significato nella leggenda celebre dell’angelo e dell’eremita, della quale non è qui luogo a discorrere. Ma nella leggenda di Giuliano non si vede a qual fine buono serva il doppio parricidio; perché, se si dice che esso serve a far di Giuliano, mediante la penitenza, un santo, il mezzo ci sembra troppo sproporzionato al fine, e privo di ogni ragionevole relazione con esso. In fatti, Giuliano è buono sin da principio, e non s’intende che bisogno ci sia di trarlo con si violento modo all’ascetismo, e soprattutto poi non s’intende che bisogno ci sia di farlo avvertito del parricidio ch’egli dovrà mal suo grado commettere. Così non si comporta la divina provvidenza; ma così si comporta per lo appunto il fato. Lo stesso Giuliano sente e mostra di sentire che il terribile decreto viene, non già da Dio, ma da un’altra potestà. Dio si lascia piegare e muta i suoi decreti: egli non è sordo alla preghiera, alla voce di chi implora perdono, o soccorso;

Regnum coelorum vïolenza pate

Da caldo amore e da viva speranza,

Che vince la divina volontate[6],

dice Dante. Ma il fato non si piega e non si muta. Giuliano, udito il formidabile annunzio, non ricorre a Dio, non prega, non si umilia; ma fugge, tratto dall’unica e, starei per dire, istintiva speranza di nascondersi, di far perdere al destino la traccia di sé, di fargli scambiar la via, come usa la belva inseguita dai cani. Ma nemmeno questo avvedimento gli riesce; anzi in grazia di esso la predizione si compie: truce ironia, che fa più oltraggioso l’evento, mesce alla tragedia lo scherno.

Molto simile alla leggenda di San Giuliano è la leggenda di Sant’Ursio, venerato più particolarmente nella diocesi di Vicenza; né so quale delle due possa aver servito di modello all’altra, se pur non nacquero entrambe spontaneamente. Ursio, nato in Francia di nobili genitori, era ancora lattante, quando un pellegrino annunziò alla madre che il figliuol di lei sarebbe un dì parricida. Passano gli anni, e Ursio cresce in corte dell’imperatore, valente della persona, esperto nell’armi. Dalla madre, che non può guardarlo senza piangere, viene a conoscere il terribile vaticinio, ed egli, senza frappor dimora, lascia la patria e se ne va con un suo compagno di Dalmazia. Quivi uccide molti pagani, converte il re loro alla fede di Cristo, ne sposa la figliuola, e sale poi, morto il suocero, sul trono. Il padre del giovine, avuta notizia di questi casi, muove per venirlo a trovare, e càpita al reale palazzo giusto in tempo che il figliuolo era ito a cacciare. Si fa ciò nondimeno riconoscere dalla nuora, la quale lo accoglie in quel medesimo letto in cui ella riposa con un suo fanciulletto. Il demonio, sotto sembianza di un cameriere, fa credere a Ursio che la moglie gli manchi di fede. Ursio accorre, e, ingannato dalle apparenze, uccide il padre, la moglie, il figliuolo. Segue la scoperta della verità, l’orrore del misfatto commesso, la penitenza.

In altri racconti non solo il destino non è nominato, ma non è nemmen fatto cenno di casi preordinati che si debbano compiere: e pure si sente che quei casi seguono, nella mente di chi li narra, per una forza irresistibile, che non è la divina provvidenza, non è, il più delle volte, il demonio, e tanto meno poi la umana volontà. Anch’essi sono, e ciò va notato, leggende di santi.

Cominciamo da quella di Sant’Albano. Un possente Imperatore del Settentrione ama di amore incestuoso la propria figliuola, e la rende madre di un bambino, ch’egli vorrebbe tor di mezzo facendolo uccidere, ma che, per intercessione della madre, è mandato in Ungheria e quivi esposto sulla pubblica strada. Un pallio prezioso, una borsa con entro un anello e non poche monete d’oro, dànno indizio della origine illustre del bambino, che, raccolto, è portato al re. Questi non avendo figliuoli, lo riceve assai lietamente, come un beneficio del cielo, e accordatosi con la moglie, questa simula gravidanza e parto, di maniera che da tutto il popolo si crede il bambino sia veramente figliuolo de’ suoi principi. Albano cresce di bellissimo aspetto, di grande prestanza, di ottimi costumi, tanto che ne va la fama all’imperatore, il quale, desiderando di lasciare l’antico peccato, e nulla sospettando di un nuovo, pensa dargli la figliuola in isposa. Si fanno le nozze pompose e solenni; madre e figlio son moglie e marito e s’amano con gran tenerezza. Inferma intanto il re d’Ungheria, e prima di morire svela ad Albano il segreto del suo ritrovamento, e gli consegna il pallio e la borsa. Poco dopo la donna, e Albano stesso, poi l’imperatore, vengono a cognizione del resto. Lacerati dai rimorsi, desiderosi di cancellare con penitenza adeguata i volontarii e gl’involontarii peccati, ricorrono per consiglio a un vescovo, il quale li manda a un santo eremita. Questi impone loro di andare esuli per sett’anni, e per sett’anni essi vanno pellegrinando, ciascuno per conto suo, con molto travaglio e fra molti pericoli, e ciascuno anno se ne tornano al santo eremita per avere da lui consiglio e conforto. Passato il termine prescritto, fatti mondi oramai d’ogni colpa, si ritrovano insieme, e insieme s’avviano alla dimora dell’eremita. Ma, andando, smarriscono la via e sono soprappresi dalla notte in un bosco. Il giovine, in mal punto, compone pei genitori un letto di foglie, e va a dormir sopra un albero. Ma il demonio risveglia nel cuor dell’imperatore e della donna l’antico ardore scelerato; essi ricadono in colpa, e il giovine, ch’è dì ciò testimone, vinto dallo sdegno, entrambi li uccide. Comincia allora per lui una seconda penitenza, che dura altri sett’anni, in capo dei, quali, avendo rinunziato al regno, e accingendosi a condur nella solitudine il resto de’ suoi giorni, è assalito da ladroni ed ucciso. I miracoli che seguono fanno prova della sua santità.

Più antica, e più famosa della leggenda di Sant’Albano è la leggenda di San Gregorio papa, da cui quella, forse deriva. Un conte d’Aquitania ama per istigazione del diavolo la propria sorella e pecca con lei. Nasce dal loro peccato un bambino, il quale, per ordine della madre, è posto entro una barca in mare, insieme con quattro marchi d’oro, un pallio alessandrino, e alcune tavolette di avorio ov’è narrata la storia del suo nascimento. Il padre, che ad espiar la colpa, aveva fermo d’andarne in pellegrinaggio a Gerusalemme, inferma e muore. Allora molti baroni si fanno, attorno alla donna, rimasta erede di tutto il dominio, e la sollecitano, perché scelga uno di loro in isposo; ma ella ostinatamente ricusa. Di ciò sdegnato, un duca le muove guerra, e il contrasto dell’armi durerà lunghi anni. Frattanto il bambino è tratto fuori dall’acque da due pescatori che, sono al servizio di un’abbazia, ed allevato, per ordine dell’abate, da uno di essi. Il fanciullo cresce degno del suo lignaggio; ma azzuffatosi un giorno con un figliuolo del, pescatore, viene a sapere dalla moglie di costui, sdegnata, la propria storia. Allora va a trovare l’abate, e gli annunzia la deliberazione presa d’andar vagando pel mondo, in cerca d’avventure. L’abate si studia di consolarlo e di dissuaderlo lasciandogli intendere che potrà, col tempo, diventare abate a sua volta; ma il giovine si mostra sordo ad ogni consiglio, dice di voler essere non frate, ma cavaliere, e ottenute le tavolette di avorio ov’è scritta la storia del suo nascimento, se ne parte, ripassa il mare, e giunge al paese materno giusto in punto che l’ultima città, dopo lunga guerra devastatrice, sta per cadere nelle mani del nemico. Sconosciuto, offre i suoi servigi, che sono tosto accettati. Combatte, sconfigge gli avversarii, fa prigione il duca, e in premio della vittoria ottiene la mano della contessa. Ma già s’avvicina la prevedibil catastrofe. Le tavolette fan conoscere alla donna chi sia Gregorio, e questi non tarda a conoscere, chi sia colei ch’egli chiama col nome di sposa. Egli impreca al demonio, cui imputa l’accaduto, e d’accordo con la madre, risolve di cancellare con asprissima penitenza la colpa. Un pescatore, cui egli ha fatto noto il suo divisamento, lo conduce in cima a uno scoglio in mezzo al mare, lo avvince di ceppi, getta la chiave dei ceppi in acqua, e lo abbandona senza più curarsi di lui. Passano diciassette anni. In Roma muore il pontefice, e un angelo, messo del cielo, indica nuovo pontefice ai Romani il penitente, senza per altro far noto il luogo di sua penitenza. Muovono ambasciatori in traccia dell’eletto di Dio, e capitano alla capanna del pescatore, il quale nel ventre di un grosso pesce, che deve servir loro di cena, trova la chiave gettata diciassette anni innanzi nel mare. Gregorio diventa papa, e la madre di lui, che il tutto ignora, si reca a Roma per confessargli i suoi peccati.

Madre e figlio si riconoscono. Quella entra, per esortazione di questo, in un chiostro, ed entrambi finiscono santamente la vita.

A noi ora non importa chi sia stato, nel pensiero del primo narratore, quel Gregorio papa; se Gregorio Magno, o Gregorio V, o Gregorio VII, o altro meno illustre. Le opinioni sono su di questo punto discordi, e l’una non ha nella storia più fondamento dell’altra. Non cercheremo nemmeno se la leggenda di San Gregorio, e quella di Sant'Albano, e alcun’altra simile, abbiano, o non abbiano, col mito di Edipo, relazione diretta o indiretta, prossima o remota, se ne sieno in qualche modo una derivazione o un riflesso, perché anche intorno a ciò dissentono i critici, e a noi non importa, pel proposito nostro, confrontarne e discuterne i pareri. Ma bene c’importa sapere quale sia il concetto che in esse s’accoglie. Secondo il Comparetti, quel concetto sarebbe che non vi è così grave e mostruoso peccato che non possa con opportuna penitenza e per i meriti di Cristo ricomperarsi. Non v'è dubbio che più ragioni favoriscono tale opinione. La dottrina e il sentimento cristiano conferirono alla penitenza valor grandissimo, non inferiore a quello che in India le fu attribuito dagli adoratori di Brama e dai seguaci del Budda. Albano e Gregorio compiono asprissime penitenze, e diventano santi e s’acquistano il regno dei cieli. Ciò si può dire anche di Giuliano e di Ursio. Nei Gesta Romanorum, la leggenda di San Giuliano reca in fronte la seguente intitolazione: Quod omne peccatum, quamvis predestinatorie gravissimum, nisi desperationis baratro subjaceat, sit remissibile: parole che appunto richiamano l’attenzione sulla gran virtù della penitenza. Ma non è però men vero che a provare quella virtù, e a persuadere altrui di farne esperimento, avrebbero giovato assai meglio storie ed esempii di uomini veramente malvagi, i quali avessero con acconcia penitenza ottenuto il perdono di peccati volontariamente commessi. E di tali storie ed esempii v’era dovizia, nonché altrove, nei leggendarii dei santi, ov’è memoria di omicidi, di predoni, di prostitute e di molt’altri malvagi dell’uno e dell’altro sesso, i quali, ravvedutisi in tempo e fatta debita ammenda dei loro peccati, si riconciliarono con Dio e andarono a gloria eterna. In un vecchio racconto islandese si narra di un padre e di una figliuola, che peccarono insieme e generarono tre figliuoli, i quali, nati appena, furono uccisi dalla madre. La madre di costei, e moglie del padre incestuoso, avendo scoperto la tresca, è uccisa dalla figliuola, che poi uccide anche il padre, quando questi, pentito, le annunzia di volersi separare da lei e andare in pellegrinaggio in Terra Santa. Compiuto questo nuovo misfatto, la scelerata femmina toglie l'oro paterno, e va in altra città, e qui mena vita dissolutissima e vituperosa. Ma un giorno entra in una chiesa, ove predicava un santo vescovo, e colta da amarissimo pentimento, e dall'angoscia della contrizione, muore dopo essersi confessata, ma prima d'avere ottenuta l'assoluzione." Una voce dal cielo annunzia ch'ella è salva e fatta compagna di Cristo.

In questo, e in altri racconti simili, è veramente dimostrata, con le giustificazioni opportune, la virtù della penitenza, ma non nelle storie di Gregorio, di Albano, di Ursio e di Giuliano, i quali non vogliono nessuno dei misfatti che commettono, e perciò non sono malvagi, ma sciagurati, e non dovrebbero aver bisogno di penitenza, ma di soccorso. Certo, tra i fatti narrati in esse, non può essere quella logica consecuzione, e quella giustificazione reciproca che non era nemmeno fra i pensieri, i sentimenti e le credenze degli autori loro: ma non è men vero che il concetto il quale sembra se ne sprigioni con più vigore è il concetto di una forza occulta che trae gli avvenimenti e le fortune in modo disforme da ogni avvedimento umano, o, a dirittura, in contrario di ogni umano avvedimento; il concetto stesso del fato, che nella leggenda di San Gregorio appena si occulta dietro il supposto di un'azione diabolica. Giuliano, Ursio, Albano, Gregorio, peccano senza sapere e senza volere, e se non facessero penitenza sarebbero irremissibilmente dannati. Non è questa fatalità bella e buona? Essi, come Edipo, purgano in sé la colpa del fato e la provvidenza nei casi loro non interviene se non forse per volgere da ultimo a fine buono la lunga sequela di mali, o, piuttosto, per trarre il bene dal male.

IV

Il fato si mostra in più diversi modi, e talvolta anche più aperto, in altre leggende, varie di età, di origine, di carattere.

Gli eruditi sanno che la leggenda dei Santi Barlaam e Giosafat, la quale appare da prima in greco, poi, nel XII secolo, in una versione latina, d’onde passa in numerose versioni occidentali, mentre altre versioni se ne moltiplicano in Oriente, altro non è se non la favolosa storia del Budda, venuta d’India fra genti cristiane, e fatta essa stessa cristiana. Di così fatte derivazioni ed appropriazioni sono altri esempii in buon numero, e mercé loro si leggono di santi cristiani, veri o immaginarii, storie meravigliose, narrate gran tempo innanzi fra gl’infedeli, nelle più remote contrade dell’Asia. A tacere di Barlaam, Giosafat non esistette mai, o esistette sotto tutt’altro nome, chiamandosi prima Siddhârtha, poi il Budda. Ecco che cosa si narra di lui. Un re dell’India, glorioso e possente, ha, dopo averlo lungamente desiderato, un figliuolo. Gli astrologi, consultati, annunziano mirabili cose; ma uno di essi svela che il principe novamente nato abbandonerà il regno, e le pompe del mondo, e la religione de’ padri suoi per darsi a Cristo e alla vita ascetica. Profondamente addolorato di tal predizione, il re fa rinchiudere il figliuolo in un meraviglioso palazzo, dove ha tutto raccolto quanto può rallegrare i sensi e lo spirito, e dove al fanciullo fanno compagnia servitori e donzelli, cui fu severamente proibito di lasciarsi sfuggir parola che alluda, comechessia, alla miseria del mondo, alla brevità della vita, alla morte inevitabile. Spera il re per tal modo di poter combattere nel figlio ogni innata inclinazione all’ascetismo e contrastare al destino; ma torna vana ogni sua cautela. Giosafat cresce, d’animo naturalmente austero e raccolto, e in breve acquista cognizione della infermità, della vecchiezza, della morte, di quanto la provvidenza paterna avrebbe voluto occultargli. Allora subito si risolve. Istruito da Barlaam nella dottrina di Cristo, rigenerato nel battesimo, egli rinunzia al regno, agli agi, al mondo, e si ritrae a vita solitaria, mutando la corona del principe nell’aureola del santo.

Il tema del parricidio predestinato, che abbiam veduto porgere argomento a leggende di santi, appare anche in parecchie storie profane. Secondo un’antica tradizione, riferita la prima volta, verso la fine del secolo X, nella cronica che va sotto il nome di Nennio, e ripetuta poi da parecchi, tra gli altri dal poeta normanno Wace nel XII, Bruto, figliuolo di Silvio e nipote di Enea, Bruto, che diede il nome alla Brettagna, uccise involontariamente la madre ed il padre, secondo quanto era stato predetto dagl’indovini. In un poema latino, attribuito a Ildeberto di Lavardin, già citato, o a Bernardo di Chartres (XII secolo), si narra di due sposi di Roma, i quali si struggevano d’aver figliuoli, e a’ quali fu predetto che il figliuolo nato da loro ucciderebbe, per decreto del destino, il padre. In un racconto olandese d’incerta età si legge di uno sconosciuto eroe, Seghelino di Gerusalemme, che esposto appena nato, è raccolto e allevato da un pescatore, compie, giovanissimo ancora, molte mirabili imprese, sposa la figlia di Costantino Magno, trova insieme con lei la croce, diventa imperatore, uccide imprudentemente il padre e la madre, si fa eremita, e, come San Gregorio, finisce papa sotto il nome di Benedetto I.

Ma non sempre il fanciullo fatale, che campeggia in tutti questi racconti, uccide entrambi i genitori, o l’uno o l’altro di essi. Talvolta, conformemente a una predizione fatta, egli acquista alcuna gran dignità, per modo che i genitori diventano suoi soggetti e gli si debbono umiliare innanzi; oppure uccide il padre adottivo, ovvero anche compie certa azione, o sale a certo grado, a dispetto di tutti i provvedimenti presi in contrario. Parecchi di tali racconti si leggono nelle varie redazioni del Libro dei Sette Savii, o in altre così fatte raccolte, venuteci originariamente dall’Oriente. Uno speciale ricordo merita a questo punto una curiosa favola, che di Costanzo, padre di Costantino, si legge in un racconto francese del secolo XIII. Un imperatore di Bisanzio, a nome Muselino, vagando una notte con alcuni suoi cavalieri per la città, s’imbatte in un uomo, il quale, pregando ad alta voce, chiede a Dio alternatamente due grazie, l’una all’altra contraria: la prima che gli faccia sgravare felicemente la moglie soprappresa dalle doglie del parto; la seconda, che non permetta a costei di partorire. Stupito, l’imperatore interroga lo sconosciuto, il quale risponde la contraddittoria preghiera essergli suggerita dalla scienza di astrologia, che egli appieno intende, e che gli mostra quali sieno i buoni e i maligni influssi degli astri, e quale il punto del tempo propizio o infausto al nascere. Soggiunge poscia d’avere ottenuto che il suo figliuolo nasca in un punto felicissimo, e che però questi sposerà la figlia dell’imperatore, e all’imperatore succederà nel dominio. Sdegnato e turbato di tale annunzio, Muselino si parte; poi manda un suo cavaliere a involare il bambino. Avutolo tra mani, gli fende il ventre, dallo stomaco all’ombellico, e s’accinge a strappargli anche il cuore, ma, ad istanza del cavaliere, nol fa, e ordina che così mezzo morto sia gettato nel mare. Il cavaliere, cui non regge l’animo di eseguire il crudele comando depone il bambino davanti alla porta di un monastero. I frati lo raccolgono, lo fanno curare, e in ricordo di quanto loro costò l’opera dei medici, gli pongono nome Costante. Il fanciullo cresce e dà assai buona speranza di sé. L’imperatore, che per caso viene a conoscerlo e a sapere chi egli sia, risolve novamente di farlo morire, e dovendo muovere contro a’ nemici, consegna al giovinetto una lettera da recapitare al governatore di Bisanzio, lettera che contiene una sentenza di morte. Prima di recapitarla Costante, o Costanzo, entra nel giardino imperiale e vi si addormenta. La figliuola dell’imperatore lo vede, se ne innamora, legge la lettera, e s’affretta a sostituirne un’altra, scritta da lei, con la quale s’ingiunge al governatore di far sposare al giovine la principessa. L’imperatore, al suo ritorno, trova il matrimonio già celebrato, e allora, rinunziando a’ suoi tristi propositi, riconosce Costante per figliuolo. Più tardi, Costantino, figlio di Costante, diede a Bisanzio il nome del padre. Cosi ebbe compimento la volontà del destino.

Molta somiglianza con questa storia di Costante ha la storia dell’imperatore Enrico III, che Gotofredo da Viterbo (m. 1191) è forse il primo a narrare. L’imperatore Corrado, secondo di questo nome, era severissimo punitore di chiunque turbasse la pace. Un conte Lupoldo che appunto era reo di tal colpa, temendo l’ira di lui, fuggì in una selva remotissima, ed ivi si stette insieme con la moglie sua, abitando in un tugurio. Avvenne che l’imperatore, cacciando, capitò da quella banda, proprio la notte che la contessa metteva al mondo un bambino, e standosi a riposare, udì per tre volte una voce dal cielo che diceva: O imperatore, questo bambino sarà tuo genero e regnerà dopo di te. Sul far del giorno Corrado diede ordine a due suoi famigli di uccidere il bambino e di recargliene il cuore. Quelli, mossi a pietà, abbandonarono la creaturina sopra un albero e recarono all’imperatore un cuore di lepre. Certo duca, passando per di là, trova il bambino abbandonato, lo prende con sé, e lo adotta come figliuolo. Passati molti anni, l’imperatore vede in casa del duca il giovine, e venutogli sospetto che possa essere il bambino della selva, gli consegna una lettera che lo condanna a morte, e gl’ingiunge di portarla alla imperatrice. Ma un prete scambia la lettera, sostituendone una in cui è ordinato all’imperatrice di dare la figliuola in moglie al giovine. Così segue, e il giovine diventa poi imperatore sotto il nome di Enrico III. Nei Gesta Romanorum tedeschi questa medesima storia si trova narrata; salvo che un re Annibale vi prende il posto dell’imperatore Corrado, e Lupoldo è il duca che adotta il bambino.

Ma non sempre la storia fatale si lega, come negli esempii recati sin qui, a un fanciullo fatale: il destino prepara anche e svolge altri temi e altri casi. Nel poema di Gudruna è fatale l’andata dei Burgundii alla corte di Attila, fatale la strage loro, predetta dalle ondine. Francesco Pipino, cronista bolognese del secolo XIV, narra nel seguente modo la morte di quel Michele Scoto, che Federico II ebbe assai caro, e che Dante pose per mago in Inferno. Michele previde ch’e’ morrebbe della percossa di un sassolino di peso determinato che doveva coglierlo in capo, e a guardarsene si munì di una celata di ferro, e mai non andava senz’essa. Ma un giorno, trovandosi in chiesa nel momento dell’elevazione, per riverenza se la tolse, e in quel medesimo punto cadde una pietruzza dal soffitto e lo colpì nel capo. Pesatala e trovatala del giusto peso che aveva preveduto, conobbe essergli imminente la morte, e dato ordine alle cose sue, poco dopo morì. E così soggiunge il cronista, si vede avverato per lui quel detto di Giuseppe Flavio, che gli uomini non possono fuggire il destino nemmen quando il prevedono.

Come abbiam veduto, si poteva peccare, servire il diavolo, rendersi compartecipi della sua iniquità, e meritare l’eterna dannazione, senza sapere e senza volere: è questo il luogo di dir qualche cosa di una specie di predestinazione diabolica, in virtù della quale l’uomo poteva essere dannato anche senza peccare, senza far nulla che, a ragione o a torto, dovesse tirargli addosso sì fatta sorte. Numerose storie del medio evo narrano di figliuoli consacrati, ceduti o venduti al diavolo, prima ancora che nascessero, e dopo nati, dai proprii loro genitori. Talvolta è il marito che così cede o vende la moglie; tal altra, ceduto e cedente, venduto e venditore, sono affatto estranei l’uno all’altro. Nella novella popolare italiana di Liombruno, che appare in istampa già nel secolo XV, è un pescatore, che per assicurarsi buona pesca, cede il figliuolo al demonio. Chi si trovava in tal condizione era irremissibilmente perduto, se una fortissima volontà, o il cielo, non l'ajutavano. Fra Filippo da Siena, già ricordato, narra la storia di due genitori, che avendo un loro figliuolo inalato, e non potendo ottenere da Dio che il guarisse, ricorsero a una incantatrice, la quale, in loro nome, l'offerse al diavolo. II fanciullo da prima sembrò guarire; ma in capo di tre mesi morì, e sotterrato tre volte, fu tre volte rigettato dalla terra benedetta del cimitero, che mal volentieri accoglie i dannati. Da ultimo se ne trovarono le membra lacerate e sparse per un bosco attiguo alla chiesa. Più ancora pesava la diabolica fatalità su quelli ch'erano veri e proprii figli del demonio; ma nemmeno ad essi era chiusa ogni via di salute; e se Ezzelino da Romano fu dannato, Merlino e Roberto il Diavolo riuscirono a riscattarsi.

Gli uomini (lei medio evo credettero alla libertà dell'umano valore; ma le azioni umane ed i casi assoggettarono a influssi, a necessità molteplici. La terra, luogo per essi di passaggio e di prova, luogo ancora di punizione, perché vi espiavano l'antico peccato ereditario, ond'erano macchiati già prima di nascere, cinta e chiusa tutta intorno dai nove cicli di Tolomeo, li faceva inevitabilmente sottoposti a tutti gli influssi che del continuo piovevano dagli astri. E altri influssi salivano pur di continuo dal grembo di essa, ov'era 'l regno di Satana e degli spiriti suoi, di guisa che l'uomo era preso in mezzo e premuto, tra il cielo e l'inferno, da un doppio sistema di forze. C'era poi la provvidenza divina, imperscrutabile ne' suoi fini e nelle sue vie, che soprastava a quelle forze, ma lasciava pur luogo ed azione ad altre potenze, oscure e ma definite, al caso, alla fortuna, al destino. Gli uomini di quella età credettero nel destino, senza troppo discutere, se e come il potessero fare, e di tale loro credenza porgono documento, oltre alle leggende e ai racconti che abbiamo veduti, innumerevoli novelle popolari, che da quella età vennero sino a noi, e sono tuttora vive nei parlari d'Europa.

 

Note

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[1] «Purgat.», XXX, 142-4

[2] «Inf.», XXI, 82

[3]. «Inf.», XV, 26-7.

[4] «Inf.», XXXII, 76

[5] «Purgat.», XVI, 67-9.

[6] «Parad.», XX, 94-6.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011