Arturo Graf

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo

Edizione di riferimento:

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, Mondadori, Milano 1996

IL RIPOSO DEI DANNATI

Ciò che fa maggiore impressione sull’animo di un lettore moderno della Visio Pauli, non è la descrizione degli orrori e dei tormenti infernali, né la descrizione, assai più sbiadita, degli splendori e dei gaudii celesti, in quella unica redazione che la contiene; ma bensì la parte del racconto in cui si narra della sospensione di pena conceduta ai dannati, nell’abisso d’inferno. Guidato dall’Arcangelo Michele, San Paolo ha tutto percorso il doloroso regno, ha veduto i varii ordini di peccatori e gli aspri castighi a cui li assoggetta la divina giustizia, ha versato a quella vista lacrime di pietà e di dolore. Egli sta per togliersi all’orror delle tenebre, quando i dannati gridano ad una voce: «O Michele, o Paolo, movetevi a compassione di noi; pregate per noi il Redentore!». E l’arcangelo a loro: «Piangete tutti, ed io piangerà con voi, e con me piangeranno Paolo e i cori degli angeli: chi sa che Dio non v’usi misericordia». E i dannati gridano: «a Miserere di noi, figliuolo di David!» ed ecco scende dal cielo Cristo incoronato, e rinfaccia ai reprobi la malvagità loro, e ricorda il sangue inutilmente versato per essi. Ma Michele e Paolo e migliaja di migliaja di angioli s’inginocchiano dinanzi al figliuol di Dio, e chiedono misericordia, e Gesù mosso a pietà, concede alle anime tutte che sono in Inferno tanta grazia che abbiano requie, e sieno senza tormento alcuno, dall’ora nona del sabato all’ora prima del lunedì.

Questa poetica finzione, impregnata di un così ardente alito di umanità, è, a parer mio, la più bella e la più nobile di quante se ne trovino nelle Visioni anteriori alla Divina Commedia; e poiché la Visione che la contiene è una delle più celebri e più diffuse nel medio evo, e ce n’ha, insieme con altre versioni volgari, anche qualche versione italiana; e poiché gli è assai probabile che Dante questa Visione l’abbia conosciuta, non sarà, credo, senza qualche utilità discorrere di essa finzione, e delle ragioni ed origini sue, le quali son molto più antiche e più generali di quanto si potrebbe alla bella prima immaginare. Ciò mi porgerà pure occasione e modo di fare alcune osservazioni sopra l’«Inferno» dantesco.

Della eternità delle pene infernali la Chiesa cattolica fece, come tutti sanno, un dogma. Non solo i tormenti dei dannati non avranno mai fine, ma non avranno mai neanche mitigazione: anzi, dopo il giudizio universale, e dopo che alle anime saranno restituiti i corpi, si faranno più atroci di prima. Non indaghiamo se nelle parole dei profeti e negli evangeli il dogma abbia sicuro fondamento, o se ve l’abbia l’opinione contraria, che la Chiesa condanna; non discutiamo gli argomenti addotti e contrapposti dai sostenitori dell’una e dell’altra credenza: l’officio nostro non è di esegeti, e tanto men di polemici; l’officio nostro è di storici, e un tantino anche di psicologi, desiderosi di darsi conto di un motivo religioso, che diventa, in un particolar genere di letteratura, anche motivo poetico.

Riportiamoci con la mente alla prima età del cristianesimo, all’età che si può chiamare precostantiniana. La religione di Cristo è allora, essenzialmente, una religione d’amore. I dogmi, che dovevano poi raccogliere in forme rigide ed invariabili la sostanza della fede, o non son nati ancora, o non sono ancora ben definiti; i grandi concilii non si sono per anche adunati e non hanno piegato le coscienze sotto il grave giogo dell’autorità. La Chiesa si edifica, e ciascun operajo lavora un po’ di suo capo all’edifizio comune: le frontiere dell’ortodossia e dell’eresia sono incertamente segnate. La fede è viva e calda, ma alquanto indeterminata; essa e anche serena e piena d’abbandono, e non conosce le tetraggini e l’ansie che la sopraffaranno più tardi. Una grande speranza la penetra e la feconda: la comune credenza è che i più saran salvi. San Paolo aveva detto: Come tutti muojono in Adamo, così tutti rivivranno in Cristo.

Circa il principio del secolo III Clemente Alessandrino nega le pene puramente afflittive; la pena per lui ha sempre carattere e scopo pedagogico. Origene, suo illustre discepolo, uno dei più grandi spiriti ch’abbia prodotto l’antichità cristiana, e certo il più libero e il più liberale, afferma la salvazione finale di tutte le creature, compreso Satana e gli angeli suoi, il ritorno a Dio di quanto viene da Dio (᾽αποκατ' αστασις των παντων). La dottrina sua era fatta per cattivare gli animi più generosi e aperti; ma per ciò appunto non potè prevalere. Impugnata e contraddetta da impetuosi avversari mentr’egli era vivo ancora, quella dottrina fu condannata dal sinodo di Alessandria del 399 e poi, anche più risolutamente, dal concilio ecumenico costantinopoliniano del 545.

La dottrina contraria, la dottrina che affermava l’eternità delle pene infernali e la dannazione irrevocabile, trionfava, s’imponeva alle coscienze, diventava dogma. Ma il suo trionfo non fu e non poteva essere intero ed assoluto. Da una parte essa si trovò di fronte lo spirito critico e speculativo, cui non riesce ad impor silenzio un canone conciliare; da un’altra il sentimento, che, ributtato o compresso, torna ostinatamente alla sua condizion naturale. E lo spirito critico e speculativo diede più particolarmente forma a dottrine teologiche eterodosse, mentre il sentimento la diede in più particolar modo a credenze popolari. Nel quarto secolo Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa insegnano la temporalità delle pene infernali e la restaurazione finale di tutte le creature nel bene. San Gerolamo parla di coloro che al tempo suo avevano quella medesima credenza. Da altra banda l’opinione, già sostenuta da Taziano, da Ireneo, da Arnobio, che i reprobi dovessero perir nel castigo e rimanere annientati non mancò di seguaci né allora, né poi. Ma come più la dottrina della Chiesa s’andava determinando e acquistava rigore dogmatico, più doveva agitarsi negli animi il desiderio di sfuggire, in parte almeno, alle sue terribili conseguenze. La coscienza dei credenti non oserà più contraddire alla dottrina ortodossa in ciò che essa ha di essenziale, ma s’ingegnerà, e le verrà fatto, di temperarla alquanto, di piegarne la rigidezza soverchia. Il ricco malvagio ricordato da Luca non può ottenere che una goccia d’acqua gli bagni le labbra arse dall’incendio infernale, e nell’Apocalissi detta di San Giovanni è scritto che i dannati stanno tormentati nei secoli dei secoli, senza aver mai requie né giorno né notte [1]: la semplice teologia del sentimento affermerà che ai dannati la misericordia divina accorda talvolta riposo e refrigerio. Il dogma vuole che i dannati rimangano chiusi nell’Inferno in perpetuo: quella stessa teologia del sentimento non lo negherà, ma romperà con alcuna eccezione la regola, narrerà di dannati che in virtù di grazia speciale poterono uscir dall’Inferno. La teologia popolare si farà lecito di dissentire dalla teologia dogmatica, e delle due la prima sarà la più pietosa e la più umana. Quanto alle ragioni del dissenso non occorre andar molto lontano a rintracciarle; esse scaturiscono dalla stessa natura dell’uomo razionale ed affettiva.

Ed ecco qua un primo e curiosissimo documento di quella teologia più pietosa e più umana: l’apocrifa apocalissi di San Paolo, composta probabilmente da un qualche monaco greco. Di apocalissi attribuite all’apostolo delle genti ce ne furono due, ricordate da Sant’Agostino, da Sozomene, da Epifanio, da Michele Glica e da altri: di esse l’una andò perduta, se pur non la conserva alcun manoscritto ignorato; l’altra fu ritrovata dal Tischendorf nel 1843 e da lui pubblicata. L’editore opina ch’essa sia stata composta nel 380, il qual anno, se non è proprio quello della composizione, di poco certo se ne discosta. L’autore di questa scrittura s’inspirò evidentemente a quanto San Paolo dice, con coperte parole, nella epistola seconda ai Corinzii, di un suo rapimento al terzo cielo. Guidato da un angelo, San Paolo assiste al giudizio delle anime, vede il soggiorno dei beati, percorre l’Inferno. A un certo punto scende di cielo l’arcangelo Gabriele con le schiere celesti, e i dannati implorano soccorso. San Paolo che ha pianto sui tormenti inenarrabili che ha veduti, prega insieme con gli angeli: Cristo appare mosso dalle loro preghiere, e concede ai reprobi di poter riposare la domenica della sua risurrezione, a cominciar dalla notte che la precede.

L’incognito autore di questo apocrifo ammetteva dunque che i dannati riposassero un giorno nell’anno e propriamente il giorno della risurrezione di Cristo; ma tale credenza non era di lui solo, era, sembra, di molti intorno a quel medesimo tempo. Aurelio Prudenzio (c. 348-408?) la ricorda e la professa in certi versi famosi di un suo inno [2].

Sunt et spiritibus saepe nocentibus

Poenarum celebres sub Styge feriae

Illa nocte sacer qua rediit Deus

Stagnis ad superos ex Acheruntiis

Marcent suppliciis tartara mitibus,

Exultatque sui corporis otio

Umbrarum populus, liber ab ignibus,

Nec fervent solito flumina sulphure.

e si considera che l’autore dell’Apocalissi di San Paolo era greco, e che Prudenzio era spagnuolo, si dovrà ammettere che la credenza fosse molto diffusa: a tale diffusione sembra in fatti che voglia alludere lo stesso poeta quando chiama celebri le ferie concedute ai dannati. Ma di quella diffusione un’altra prova ci si porge, anche più importante. Nel cap. 112 dell’Encheiridion, Sant’Agostino dice, accennando appunto a coloro che tenevano quella credenza: poenas damnatorumn, certis temporum intervallis existiment, si hoc eis placet, aliquatenus mitigari Egli non la biasimava dunque, sebbene non la facesse sua, e tra coloro che in quel tempo la professavano era nientemeno che San Giovanni Crisostomo. Nella leggenda di San Macario egizio, narrata già da Rufino d’Aquileja (c. 345-410), si ricorda come il santo anacoreta trovasse una volta nel deserto un teschio, s’intrattenesse con esso delle pene dell’Inferno, e da esso sapesse che la preghiera reca alcun lieve refrigerio ai dannati.

Gli scritti che vanno sotto il nome di Dionigi Areopagita appartengono, secondo fu dimostrato dalla critica più recente, ai tempi di Proclo, se non alla prima metà del secolo VI a dirittura. In una delle epistole che vi si leggono, la ottava, è narrata una visione di San Carpo, inspirata evidentemente da quello stesso sentimento di umanità che informa la credenza ricordata pur ora. Cristo vi mostra una grande pietà per i pagani che i diavoli cacciano nell’inferno, si dice pronto a morire una seconda volta per gli uomini, ed egli e gli angeli suoi stendono soccorrevolmente la mano a coloro che stanno per essere inghiottiti dall’abisso. In sul finire del secolo VI, o in sul principiare del VII, Isidoro di Siviglia crede che i suffragi giovino in qualche modo alle anime dannate, e la leggenda ascetica afferma di bel nuovo che alle anime dannate è conceduta alcuna requie o alcun refrigerio. La Visione di San Baronto risale alla fine del secolo VII, e in essa si dice che quelli tra i dannati i quali hanno fatto nel mondo alcun bene, solo all’ora sesta di ciascun giorno, confortati con un po’ di manna del Paradiso. Qui la pietà giunge a far scendere ogni giorno in Inferno una particella, sia pur piccolissima, della beatitudine celeste. Nella Visione del monaco Wettin, ch’è del principio del secolo IX, si dice, parlando del castigo a cui sono assoggettati in Inferno i chierici incontinenti e le loro concubine, che essi sono flagellati tutti i giorni della settimana, meno uno, nelle parti genitali.

In quel medesimo secolo IX, il più copioso di leggende ascetiche fra tutti i secoli del medio evo, comincia pure a diffondersi fra i cristiani dell’Occidente la Visto Pauli, la quale altro in sostanza non e se non la versione latina della greca Apocalissi di San Paolo. Quella versione, e le versioni volgari che ne derivano, presentano, rispetto al testo originale, nelle redazioni varie, diversità di maggiore minore rilievo; ma una è quella che più particolarmente chiama la nostra attenzione. Nell’Apocalissi greca un sol giorno di riposo si concede ai dannati, la domenica della risurrezione di Cristo, con le due notti ancora fra le quali è compresa: nella Visio latina, e nelle versioni volgari, i dannati riposano tutte le domeniche, anzi, più propriamente, dall’ora nona del sabato alla prima del lunedì.

Il D’Ancona, ponendo mente alle parole con cui la Visione comincia in alcune redazioni latine e volgari, pensò la santificazione della domenica essere il concetto animatore di tutta la leggenda. Se non che tale pensiero egli esprimeva quando le redazioni latine più antiche non erano conosciute ancora e non erano conosciute le relazioni della Visione latina coll’Apocalissi greca. Nell’Apocalissi greca i dannati riposano, come s è veduto, la domenica di risurrezione; ma il concetto che informa quella parte della leggenda, non è la osservanza e la santificazione di un giorno sacro; bensì è il pensiero semiorigeniano di una intermittenza nelle pene infernali. Così pure nelle redazioni latine più antiche della Visione, dove nulla è detto della particolare santità della domenica, e della osservanza in cui la domenica vuoi essere tenuta, il concetto che informa la leggenda è pur sempre questo stesso pensiero semiorigeniano, e si può dire che continui ad essere anche nelle redazioni latine più recenti, e nelle volgari, nonostante ciò che intorno la domenica vi si nota espressamente. Non è però che la santità del giorno sia stata senza importanza, e senza esercitare un qual che influsso sulla leggenda. Se nell’Apocalissi vediamo assegnata ai dannati, quale giorno di riposo, la domenica di risurrezione, non dovette esser lungi dalla mente dell’autore il pensiero che essendo quello un giorno di universale salute, anche i dannati dovevano averne qualche beneficio. E se nella Visione il riposo si allarga a tutte le domeniche dell’anno, possiamo credere che ciò non avvenga in tutto fuori del pensiero che la domenica è per se stessa giorno di salute e di grazia. Di essa aveva detto Sant’Agostino: Domini enim ressuscitatio promisit nobis aeternum diem, et consecravit nobis dominicum diem; e ancora: Dominicus dies..., aeternam non solum spiritus, verum etiam corporis requiem proefigurans [3]. Si può ricordare, a questo proposito, che secondo i musulmani il fuoco infernale cessa di ardere il venerdì. Del resto anche un altro concetto si fa manifesto tanto nell’Apocalissi quanto nella Visione, il concetto della grandissima efficacia e della quasi irresistibilità della preghiera,

Che vince la divina volontate.

Il credente, il quale ha ferma fede nella efficacia della preghiera, difficilmente può indursi a pensare che questa efficacia possa in tutto mancare in certi casi, e io stesso dicasi quanto alle altre pratiche, cui sia annessa virtù deprecatoria e propiziatoria, e alle cose tutte cui sia attribuito un carattere sacro e una qualche virtù taumaturgica, come le reliquie, l’acqua benedetta, ecc. Al qual proposito vuoi essere notato che nella fede volgare quelle pratiche e quelle cose acquistano una virtù loro propria, di cui altri può giovarsi per un fine anche malvagio. Nei poemi epici del medio evo si parla spesso di reliquie tolte dai saraceni ai cristiani, e delle quali i saraceni al par dei cristiani si posson giovare. In certi malefizii magici si faceva uso di cose consacrate. Della virtù della preghiera si trovano dimostrazioni ed esempii in parecchie religioni oltre la cristiana: mi basterà di citarne un caso che fa più particolarmente per noi. Fu opinione dei rabbini che la punizione dei malvagi in Inferno fosse sospesa durante le preghiere solite a farsi ogni giorno dai credenti. Queste preghiere eran tre, e il riposo per ciascuna preghiera era di un’ora e mezzo. A questo si aggiungeva il riposo del sabato e delle feste del novilunio. Qui vuoi anche essere ricordato che in certi antichi offici della messa si trova una preghiera pro anima de quo dubitatur, e che si leggono in essa le seguenti parole: ut si forsitan ob pravitatem criminum non meretur surgere ad gloriarn, per haec sacrae oblationis libamina vel tolerabilia fiant ipsa tormenta.

Riprendiamo la enumerazione delle immaginazioni e delle leggende in cui è in vario modo espressa la credenza che le pene dei dannati possono essere alcuna volta mitigate o sospese.

San Pier Damiano (988-1072) racconta quanto segue: «Non mi par da tacere ciò ch’io appresi dall’arcivescovo Umberto, uomo di somma autorità. Tornando egli dai confini di Puglia, asseriva essere nel territorio di Pozzuoli un promontorio sassoso e ronchioso, sorgente di mezzo ad acque negre e puzzolenti. Fuor da quell’acque vaporanti si vedono repentinamente sorgere, per consueta usanza, uccelli di spaventevole aspetto, i quali, dall’ora vespertina del sabato sino al nascer del sole del lunedì, son soliti mostrarsi alla vista degli uomini. Durante quel conceduto spazio di tempo si vedono vagare liberamente in qua e in là per il monte, come prosciolti d’ogni vincolo. Spandono l’ali, si ravviano col becco le penne, e per quanto è dato d’intendere si rifanno nella tranquillità del refrigerio che per un tempo è loro largito. Questi uccelli non sono mai veduti cibarsi, nè si possono prendere, per nessun’arte che s’usi. Come schiara l’ora matutina del lunedì, ecco che un corvo, grande quanto un avvoltojo, si mette lor dietro, gravemente gracchiando dalla concava gorga. Quegli incontanente si sommergono nell’acque e si nascondono, nè più si lascian vedere, sino a che all’imbrunire del sabato novamente si levano dalla voragine dello stagno sulfureo. Però vogliono alcuni che sieno essi anime d’uomini dannati alle vendicatrici pene dell’Inferno, le quali anime, tormentate tutti gli altri giorni della settimana, abbiano, a gloria della risurrezione di Cristo, refrigerio la domenica e l’una e l’altra notte tra cui quella è compresa» [4].

San Pier Damiano ricorda, a questo proposito, i versi di Prudenzio, riferiti qui sopra, e dice che Desiderio, abate di Montecassino, sopraggiunto quando egli aveva scritto il racconto di Umberto, negò recisamente la cosa, mentre dal canto suo Umberto disse di non affermarla come vera, ma d’averla solamente riferita quale si narrava dagli abitanti della campagna di Pozzuoli.

Corrado di Querfurt (m. 1202) narra in sostanza il medesimo fatto, ma con qualche diversità, nella nota lettera scritta di Puglia l’anno 1196 allo scolastico Herbord. Egli pone la scena del miracolo in Ischia, forse per un error di memoria, e propriamente intorno a cena bocca dell’inferno che si vedeva: «Tutti i sabati, circa l’ora nona, in prossimità di quel medesimo luogo, si vedono, in certa valle, uccelli nera, e brutti di sulfurea fuliggine, i quali ivi riposano la domenica fino all’ora del vespero, quando con gran dolore e lamento se ne partono e s’immergono in un lago bollente, nè più ritornano sino al sabato susseguente. E stimano taluni siano essi anime tormentate, oppur demonii». Il racconto di San Pier Damiano è riferito, quasi con le stesse parole, da Vincenzo Bellovacense.

Corrado di Querfurt dice che quegli uccelli erano creduti da alcuni anime dannate, o demonii, e demonii veramente sono gli uccelli che incontra nell’avventuroso suo viaggio San Brandano, la cui leggenda latina risale per lo meno all’XI secolo, e quelli ancora che in prossimità del Paradiso terrestre trova Ugone d’Alvernia, e che hanno riposo la domenica. Tale immaginazione deve essere del resto assai antica, perché se ne trova traccia nella leggenda di San Macario Romano, attribuita ai tre monaci Teofilo, Sergio ed Igino.

Che la preghiera potesse alleviare la pena dei dannati, era, come abbiamo veduto, opinione di alcuni, anzi di molti; ma non mancavano altri modi d’alleviarla. Cesario di Heisterbach (m. c. 1240) racconta a tale proposito una edificante novella. Certo milite morto fa manifesto a un tale d’essere in Inferno per avere tolto ingiustamente l’altrui, e dice che se i figliuoli suoi volessero farne restituzione, potrebbero scemargli alquanto il castigo. I tristi figliuoli preferiscono lasciarglielo intero. In una novellina popolare della Bassa Brettagna, viva ancora tra il popolo, ma, probabilmente, antica di origine, un fanciullo mitiga nell’inferno le pene dei dannati gettando acqua benedetta nelle caldaje dove essi stanno a bollire.

Non era possibile che in così fatto ciclo di leggende o prima o poi non entrasse la Vergine, la pietosissima donna, la interceditrice a cui nulla si nega, l’avvocata dei peccatori. Il già citato Tischendorf diede notizia di un’apocalypsis Mariae, conservata in parecchi codici greci, e opera certamente di un monaco del medio evo. La leggenda ebbe, sembra, varie redazioni; ma la sostanza del racconto è la seguente. Maria desidera di visitare l’Inferno, e l’arcangelo Michele, accompagnato da numerosa schiera di angeli, ve la conduce. Vedute le pene orribili dei dannati, ella chiede d’essere condotta in cielo, affine di poter pregare Iddio per loro. L’arcangelo le dice che egli, insieme con gli angeli tutti, prega per i dannati sette volte il dì e sette volte la notte, ma invano. Maria insiste, e rinnovate le preci coi concorso di tutti i beati, Dio accorda un alleviamento di pena, alleviamento che dai frammenti trascritti dal Tischendorf non si può capire qual sia. Mi par probabile che questa apocalypsis Mariae altro non sia che una imitazione dell’apocalypsis Pauli, con la quale ha veramente molta somiglianza, e la sostituzione della Vergine all’apostolo parrà più che naturale a chiunque abbia qualche familiarità con le leggende mariane del medio evo, e specialmente con quelle in cui si vede la Vergine adoperarsi e intercedere per i peccatori più malvagi e più induriti. E nel medio evo fu opinione di alcuni che le pene dei dannati fossero mitigate, in grazia della Vergine, nel santo giorno dell’assunzione di lei.

Il naturale sentimento di pietà che suggeriva l’idea di una generale mitigazione di pena accordata in certi tempi, e con certe condizioni, ai dannati, poteva pure, anzi doveva suggerir l’idea di certe mitigazioni speciali accordate ai dannati più rei, a quelli cui alcun singolare peccato, eccedente i termini della malvagità consueta, procacciava in Inferno o anche fuori di esso, alcuno speciale castigo, eccedente i modi delle pene ordinarie. Il più malvagio dei peccatori, il più indegno di perdono, o di commiserazione, è Giuda, e la pena cui egli soggiace è di regola, tra quante colpiscono i dannati, la più terribile e la più orrenda. Ne fanno fede le Visioni tutte e tutte le descrizioni dell’inferno, nelle quali è parola di lui; e un pezzo prima di Dante, altri aveva pensato di porre tra le formidabili mascelle di Lucifero il discepolo traditore. Ma la stessa immanità del castigo, voluta dal fervore della fede, doveva destare negli animi meno rigidi un senso di pietà, e suggerire il pensiero di un temporaneo alleviamento. Secondo una leggenda musulmana, Iblîs, veduto che Dio aveva perdonato ad Adamo, chiese ed ottenne che il proprio castigo fosse sospeso sino al dì del Giudizio.

Nel corso della sua miracolosa peregrinazione, San Brandano trova Giuda seduto sopra una pietra in mezzo all’oceano; dinanzi a lui pende un panno, raccomandato a certe forche di ferro. Le onde lo assalgono e lo percotono d’ogni banda, recedono, lo investono di bel nuovo; il vento gli sbatte quel panno nel volto. Interrogato dal santo egli dà contezza di sé e narra la propria pena. Per sei giorni consecutivi egli arde e arroventa, simile a massa di piombo fuso; ma il settimo, cioè la domenica, la misericordia divina gli accorcia quel refrigerio, in onore della risurrezione di Cristo. Il medesimo alleviamento di pena gli è conceduto dalla Natività sino alla Epifania, dalla Pasqua sino alla Pentecoste, e dalla Purificazione sino all’Ascensione di Maria. Negli altri giorni soffre inenarrabili tormenti in compagnia di Erode, di Pilato, di Anna e di Caifasso. Quel panno egli diede in vita a un lebbroso; ma poiché non era suo, gli nuoce ora, più che non gli giovi, la mal fatta elemosina. Le forche di ferro diede ai sacerdoti dei Tempio perché se ne servissero a sorreggere le caldaje. La pietra su cui siede usò a turare certa fossa che era in una pubblica via di Gerusalemme. Il suo refrigerio dura dal vespero del sabato a quello della domenica, e in confronto delle torture che sopporta gli altri giorni, gli par quello un paradiso? San Brandano, per quella volta, glielo prolunga sino allo spuntare del sole del lunedì.

Dalla leggenda di San Brandano lo strano racconto passò, alterandosi in varii modi, nella Image du monde, in una leggenda di Giuda, latina ed in versi, pubblicata solo in parte dal Du Méril, nella continuazione Huon de Bordeaux, così in verso, come in prosa, nel Baudouin de Sebourc. Nella continuazione dell’Huon de Bordeaux, Ugone trova Giuda perpetuamente sbattuto in un gran gorgo di mare, dove passano e ripassano tutte le acque del mondo. Il dannato non ha altro schermo che un pezzo di tela, postogli da Cristo accanto al viso. Di altra pena, o di riposo, non è cenno.

Che alleviamento e abbreviamento di pena si potesse procacciare alle anime purganti, con la elemosina, con la preghiera, e altre pratiche di devozione era credenza universale, e su di essa non fa bisogno d’insistere; ma l’alleviamento assumeva anche in tal caso, alle volte, una forma e un carattere che importa di far rilevare. In principio dei secolo VIII San Bonifazio, narra in una delle sue epistole la visione di un tale che vide anime purganti, in figura di uccelli neri, uscir di un pozzo che vomitava fiamme, posare alquanto sul margine, e riprofondarsi nel pozzo. Nella Visione che da lui prende il nome (fine del secolo IX) Carlo il Grosso trova in Purgatorio suo padre Luigi, che un giorno sta immerso in un dolio d’acqua bollente, e un altro in un dolio d’acqua tiepida e chiara, grazia concedutagli per le preghiere di San Pietro e di San Remigio. Migliore d’assai la condizione del re Comarco, cui Tundalo vede sedere con gran gloria e letizia sopra uno splendido trono, in un

Nomar le donne antiche e i cavalieri;

vien meno al racconto dei casi di Francesca e Paolo; lagrima sull’affanno di Ciacco; ha il cor compunto alla vista del castigo che travaglia i prodighi ecc. Vero è che quando egli non può tener lo viso asciutto vedendo lo strazio degli indovini, Virgilio gliene fa rimprovero e io ammonisce con le terribili parole:

Qui vive la pietà quando è ben morta;

ma lo stesso Virgilio, divenuto tutto smorto in su la proda

Della valle d’abisso dolorosa,

aveva detto al discepolo:

L’angoscia delle genti

Che son quaggiù nel viso mi dipigne

Quella pietà che tu per tema senti [5].

Ma la pietà altrui può essa arrecare qualche beneficio ai dannati? e può mai aversi in inferno alcuna interruzione o alcun alleviamento di pena? Parlando della bufera che travolge i peccator carnali, Dante la chiama

La bufera infernal che mai non resta;

e di quei peccatori dice espressamente:

Nulla speranza li conforta mai

Non che di posa, ma di minor pena;

ma poco più oltre fa dire a Francesca che il vento alcuna volta si tace, e questi riposi del vento non si possono intendere disgiunti da un certo riposo concesso alle anime dannate. La piova dei terzo cerchio imperversa sempre ad un modo,

Regola e qualità mai non l’è nova;

ma i dannati

Dell’un de’ lati fanno all’altro schermo [6],

e si volgono spesso, e riescono in tal modo a trovare un alleggiamento, sia pur piccolissimo, al loro tormento. Similmente i dannati dei cerchio ottavo, sommersi nella pegola ardente, guizzan fuori alquanto ad alleggiar la pena. Per contro i dannati, o almeno i diavoli, possono andar soggetti a un accrescimento di doglia prima ancora dei Giudizio universale: dopo il Giudizio, i dannati rivestiti dei corpi loro, soggiaceranno a pena maggiore [7].

Dante ammette che i dannati possono avere, in mezzo alla spaventosa loro miseria, alcuna consolazione. Francesca e Paolo hanno dallo stare insieme, non accrescimento, ma lenimento di pena. Virgilio invita il discepolo a chiamarli a sé per quell’amor che i mena, ed essi non sanno resistere all’affettuoso grido, e delle lacrime di Dante si mostrano riconoscenti. I dannati cui non bruttarono colpe vili, desiderano, come Ciacco, Pier delle Vigne, Brunetto Latini, Guido Guerra, Tegghiajo Aldobrandi, Jacopo Rusticucci, il conte Ugolino, che la memoria di loro sia rinfrescata o vendicata nel mondo, e Dante promette ad alcuno il suo ajuto. Afferma San Tommaso d’Aquino che l’amore dei congiunti e degli amici non lenisce, ma inacerba i tormenti dei dannati, i quali se ne sentono indegni. Dante non la pensa proprio a quel modo. Cavalcante Cavalcanti, tuttoché dannato, ama il figliuolo, e certo non può essergli grave d’essere amato da lui; Brunetto Latini senza dubbio si allieta dell’affetto che addimostragli Dante.

Che Dante abbia conosciuta la Visio Pauli è più che probabile; che non l’abbia imitata in quella finzione dell’interrotto castigo è, credo, da deplorare. Di quella finzione il meraviglioso suo ingegno avrebbe saputo senza dubbio giovarsi. Con far tacere subitamente le grida disperate dei dannati, con farle poi ricominciare, giunto il termine del riposo, più spaventose di prima, egli avrebbe trovata la via a bellezze poetiche di prim’ordine, degne del poema immortale. San Tommaso forse fu quegli che non gliel permise.

 

Note

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[1] XIV, 11.

[2] Catherinon, inno V.

[3] Prologus in psalmox, De civiiate Dei, 1, XXII, c. 30.

[4] Epistula IX, ad Nicolaum II ponteficem maximum.

[5] «Inferno», V, 71; VI 58-59; VII. 36; XX, 28-30

[6] «Inferno», V, 13, 44-45, 96; VI, 7-9, 20-I.

[7] «Inferno», VI, 103-111

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011