Arturo Graf

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo

Edizione di riferimento:

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, Mondadori, Milano 1996

Appendice

Il paese di Cuccagna e i paradisi artificiali

La immaginazione del Paradiso terrestre, e le altre consimili, hanno stretta relazione con quella del Paese di Cuccagna, o come altrimenti si chiami la terra beata che nelle tradizioni orali e nelle letterature di buona parte d’Europa ebbe quel nome. Tale relazione non è, come fu troppo leggermente asserito, quella proprio che passa tra la parodia e la cosa parodiata; giacché se la parodia fa capolino talvolta nelle allegre descrizioni del Paese di Cuccagna, non però si può dire sia quella che consuetamente ne suscita negli spiriti e ne promuove la immaginazione. Entrambe le immaginazioni piuttosto traggono l’origine da un principio medesimo, da uno stesso desiderio e da uno stesso sogno di felicità, i quali, se variano quanto a certe parvenze e a certi caratteri, nella sostanza rimangono pur sempre invariati. Il Paradiso terrestre e la Cuccagna sono due termini diversi, ma non contraddittorii, a cui riesce lo stesso pensiero, secondo l’affetto che lo muove, e in conformità della mente entro la quale si muove. Del resto, tra le due immaginazioni non c’è una separazione costante e sicura, anzi si passa per gradi dall’una all’altra: il Paradiso è talvolta poco più nobile e poco più spirituale del Paese di Cuccagna, e talvolta il Paese di Cuccagna, idealizzandosi alquanto, diventa un Paradiso. Sarebbe forse difficile dire se l’uno o l’altro sia il luogo di beatitudine promesso da Maometto a’ suoi seguaci. I paradisi delle religioni inferiori sono veri Paesi di Cuccagna, e poco mancò che tal Paese non diventasse talvolta anche il Paradiso cristiano, sia terrestre, sia celeste.

I Greci, ch’ebbero la finzione dell’età dell’oro e dei Campi Elisi, ebbero anche quella di una terra felice, la quale mostra con la Cuccagna grandissima somiglianza. Tale finzione sembra sia stata assai popolare ed ebbe talvolta, ma non sempre, carattere e intenzione di parodia. Ateneo ricorda nel sesto libro de’ suoi Δειπνοσοϕισταί sette poeti comici che la introdussero in loro commedie. La città degli uccelli, nella commedia di Aristofane, abbonda di ricchezze e di letizia. I racconti meravigliosi concernenti l’India e l’Etiopia indussero taluno a porre in quelle remote regioni la terra sognata; mentre certa comica bizzarria d’umore e certo gusto del paradossale, non disgiunti talvolta da intenzione satirica, indussero altri a fare della descrizione di quella terra un tessuto risibile d’ingegnose fanfaluche e di argute panzane. Con la lepidezza che gli si appartiene Luciano descrive nella Vera Istoria la città dei beati, la quale è tutta d’oro, con le porte di cinnamomo, il suolo d’avorio, i templi di berillo, gli altari d’ametista. Cinge la città un fiume d’ottimo unguento, largo cento cubiti, profondo cinquanta. Le terme sono grandi palazzi di cristallo, dove, in luogo di acqua, si adopera rugiada riscaldata. Quivi non è mai notte, né dì, ma un lume mitissimo, quale si ha il mattino, prima del levare del sole; né altra stagione vi si conosce che la primavera, né altro vento che il zeffiro. Abbondano in quella terra piante bellissime d’ogni qualità e che mai non cessano di far frutto. Le viti si coprono di grappoli dodici volte l’anno; le spiche del grano, in luogo di chicchi, recan pani. Intorno alla città sono trecentosessantacinque fontane d’acqua, altrettante di miele, cinquecento di vani unguenti, ma più piccole, sette fiumi di latte, otto di vino. L’Elisio è un campo bellissimo, cinto da una selva di grandi alberi vitrei, che recan per frutti coppe di varie forme e grandezze. Chi vuoi bere non ha che a spiccarne una, la quale tosto si colma di vino. Dense nubi assorbono dalle fontane e dal fiume gli unguenti, e premute da lievi aure li riversano in rugiada Altrove Luciano parla di un’isola di formaggio, che sorge in un mare di latte, coperta di viti che danno latte, e nei Saturnali introduce Saturno a fare una comica descrizione della felicità de’ suoi tempi. In un trattatello, greco in origine, tradotto in latino nel secolo IV, e intitolato Expositio totius mundi, si descrive un paese, dove un popolo felice, ignaro dei morbi, si ciba di miele e di pani che cadono dal cielo.

La finzione fu certamente nota anche ai Latini, sebbene nella loro letteratura non si trovi ricordata in modo esplicito. Il valoroso Terapontigono Platagidoro del Carculio di Plauto, conquistò, fra molt’altre, anche le terre di Peredia e di Perbibesia.

Nel medio evo la finzione riappare assai per tempo, e acquista di poi favore grandissimo. La troviamo la prima volta in quel poemetto latino di Unibos, che un chierico franco d’ignoto nome compose nel secolo X. Il contadino Unibos, di cui si narrano quivi le astuzie e gl’inganni, dà ad intendere a tre suoi persecutori che in fondo al mare è un regno felicissimo, e così li induce a precipitarvisi e si libera di loro. Qui si ha appena un cenno fuggevole del paese felice; ma si può credere che in alcune almeno delle versioni del racconto, che già sin da allora dovevano correre tra i volghi d’Europa, si avesse di esso una descrizione più particolareggiata, e meglio acconcia ad accendere la fantasia e sollecitare il desiderio di coloro cui si supponeva fatto l’inganno. Tale sarà stato il caso per taluno almeno dei racconti orientali, da cui probabilmente traggono la prima origine i racconti largamente diffusi in Occidente, e tale è infatti per parecchi di questi. Nei romanzi persiani è spesso ricordo di un paese di Sciadukiam, che non è punto diverso dal Paese di Cuccagna.

Non si può dire con sicurezza quando appaja da prima questo nome di Cuccagna, né molto sicura è la sua etimologia. A me basterà qui di ricordare che un abbas Cucaniensis è già in una poesia goliardica composta probabilmente fra il 1162 e il 1164; che Cuccagna fu il nome di un castello ancora in parte esistente presso Treviso; che tal nome occorre già in documenti del 1142; che un Warnerius de Cuccagna comparisce in una carta del 1188; e che nel Pataffio si legge:

Erro, cu cu andra’ tu in cuccagna

Dal pero al fico sempre perperando?

Sia qual essere si voglia l’origine del nome, il componimento più antico, fra quelli sino a noi pervenuti, ove si descriva il paese indicato per esso, è un fablieau del secolo XIII, intitolato Li Fabliaus de Coquaigne L’autore dice d’essere andato per penitenza al papa, che lo mandò al paese di Cuccagna:

Li pais a à non Coquaigne,

Qui plus i dort, plus i gaaigne.

Le case vi son fatte di pesci, di salsicce e d’altre cose ghiotte. Le oche grasse si vanno avvolgendo per le vie, arrostendosi da se stesse, accompagnate dalla bianca agliata, e vi son tavole sempre imbandite d’ogni vivanda, a cui ognuno può assidersi liberamente, e mangiare di ciò che meglio gli aggrada, senza mai pagare un quattrino di scotto. Da bere porge un fiume, il quale è mezzo di vino rosso, e mezzo di vino bianco. In quella terra il mese è di sei settimane, e vi si celebrano quattro pasque, e quadruplicate sono l’altre feste principali, mentre la quaresima viene solo una volta ogni vent’anni. I denari si trovano, come i sassi, per terra; ma non bisognano, perché nessuno compra o vende, e tutto quanto è necessario alla vita si dà per nulla. Le donne che vi sono altro non chiedono che di fare altrui piacere, e ci è la fontana di gioventù.

Qui fet rajovenir la gent.

Il poeta, uscitone, non trovò più la via di tornarvi.

Non giova ch’io vada ritessendo la descrizione delle delizie ond’è pieno, secondo i vani racconti, il Paese di Cuccagna, giacché se mutano esse nei particolari, o nell’ordine con cui sono presentate, rimangon sempre, sostanzialmente, le stesse, e non muta lo spirito di sensualità, alle volte assai grossolano, che ne suggerisce e ne informa il concetto. E nemmeno tenterà di rifare la storia della finzione nel medio evo e nel tempo di poi, o di ricordare ordinatamente i componimenti cui essa diede materia nelle varie letterature d’Europa, bastando al proposito mio ch’io noti della finzione alcun elemento principale, alcun carattere più generale.

Il più delle volte non si dice, e per buone ragioni, dove sia il Paese di Cuccagna, o la situazione sua s’indica con parole scherzevoli che non danno senso, come le drey Meil hinter Weynachten, di una poesia di Hans Sachs. Talvolta invece si ha una indicazione geografica più o meno determinata e precisa. La terra di Bengodi, della quale Maso narra le meraviglie a Calandrino, terra dove si legano le vigne con le salsicce, ed hassi un’ oca a denajo e un papero giunta, è posta nel paese dei Baschi, ed è lontana da Firenze più di millanta miglia [1]. In un poemetto inglese, composto, come pare, verso la fine del secolo XIII, o sul principiar del seguente, il paese di Cuccagna è in mezzo al mare, ad occidente della Spagna. In un codice del Museo Correr si ha una Descrittion del Paese di Cuccagna vicino a S. Daniel, città nel Friuli, Stato della Repubblica veneta . Finalmente, in un dramma religioso tedesco lo Schlaraffenland è tra Vienna e Praga. Qui il Paese di Cuccagna s’immagina in luogo assai prossimo a chi scrive: altrove, per contro, è accennata grande distanza, senz’altre indicazioni geografiche. Nella Historia nuova della città di Cuccagna, data in luce da Alessandro da Siena e Bartolamio suo compagno, si dice che per andare in Cuccagna bisogna viaggiare ventotto mesi per mare e tre per terra; e quodam terrae cantone remoto pone il felice paese Teofilo Folengo. Una poesia tedesca del secolo XVI lo pone a mano manca del Paradiso terrestre, mentre un’altra vuole si avverta che esso non è nel Paradiso, dov’era vietato di mangiare. A questo proposito è da notare che l’autore del poemetto inglese testé ricordato giudica il Paese di Cuccagna assai miglior luogo del Paradiso, ove non c’è altro da mangiare che frutta, e altro da bere che acqua.

Se un desiderio, dirò così, generico di felicità e d’innocenza suscita nell’anime devote l’immagine delle delizie del Paradiso, un desiderio più particolare di uscir di stento; di appagare gli appetiti più animaleschi e più imperiosi susciti l’immagine delle delizie del Paese di Cuccagna in tutti i miseri, in tutti gli affamati, in tutti coloro la cui vita è un perpetuo combattimento, fatto più aspro e doloroso dallo spettacolo degli agi e delle lautezze altrui. Per tutti costoro la Cuccagna è una vera terra promissionis com’ebbe a dirla Geiler di Keisersberg, da far riscontro alla terra repromissionis sanctorum delle leggende ascetiche, e dove si mangia e si beve e d’ogni buona cosa si gode senza metter mai fuori un quattrino. Perciò coloro che ne celebrano le meraviglie spesso si volgono ai poveretti, e li chiamano a raccolta, e annunzian loro che anche per essi è venuta finalmente l’ora di scialare: e chi li invita si trova nella stessa loro condizione. In certo Capitolo di Cuccagna esclama il poeta:

hor andiamoci tutti, o poverelli!

e in certo Trionfo de’ poltroni:

Deh poveretti non stemo più a stentar!

L’autore di una poesia spagnuola intitolata La isla de Jauja, detto che in quella terra chi lavora riceve dugento bastonate ed è cacciato in bando, descritte tutte le comodità di cui vi si gode, si volge ai poveri idalghi, al gran popolo dei miseri:

Animo pues, caballeros,

Animo, pobres hidalgos;

Miserables, buenas nuevas,

Albri ias todo cuitado,

Que el que quisiere partirse

A ver este nuevo pasmo,

Diez navìos salen juntos

De la Coruna este ano.

Ma poiché i pasciuti hanno sempre confuso gli affamati coi furfanti, così vediamo il Paese di Cuccagna, sogno degli affamati, diventare talvolta una terra di riprovazione. Dallo Schiaraffenland descritto da Hans Hachs sono sbanditi gli uomini morigerati e dabbene: le bugie vi son tenute in gran conto, e chi più le dice grosse è premiato:

für ein gross lügn gibt man ein kron,

Per contro si vede la finzione del Paese di Cuccagna adoperata come strumento di satira e d’inventiva contro i panciuti e i gaudenti. Così nel poemetto inglese citato di sopra, il quale è tutto una satira contro la grassa e dissoluta vita dei monaci. A volte poi i racconti non sembrano nascere da altro che dalla voglia di ridere e di sballarle grosse. Il Novati giustamente distingue dalla immaginazione dei Paese di Cuccagna certe immaginazioni epicuree, quali son quelle che s’incontrano nel fabliau di Belle Eyse e nella descrizione che il Rabelais fa dell’abbazia di Thélème.

Se le finzioni greche, di cui s’è detto di sopra, sono talvolta parodia dell’età dell’oro o dell’Elisio, la finzione del Paese di Cuccagna non è, o almeno di rado è, una parodia voluta del Paradiso terrestre. Le vere parodie di questo bisogna cercarle altrove, nel Paradis perdu del Parny, in un poemetto intitolato Adam et Eve e inserito nel volume VI della raccolta L’Evangile du jour, pubblicata in Parigi, dal 1769 al 1778, ecc.

Finalmente è qui da dir qualche cosa di quelli che si possono chiamare paradisi artificiali. Non è improbabile che i giardini sospesi di Babilonia volessero essere una riproduzione del Paradiso assiro. Il più celebre di questi paradisi artificiali fu senza dubbio quello del famoso Veglio della Montagna, di cui tanto si parlò e si scrisse nel medio evo. Narrasi in certe tradizioni orientali che Ad, pronipote di Noè, divisò un meraviglioso giardino, e quello poi disse essere il Paradiso, e che Sceddad, figliuolo di Ad, costruì una città chiamata Gennet, cioè Paradiso, la quale sparì dopo l’esterminio di lui e de’ suoi. Di questo Paradiso molti autori mussulmani fanno ricordo. Secondo Scehabeddin, nel Libro delle perle, Scheddad, avendo saputo che nel Paradiso terrestre le colonne erano d’oro e d’argento, la polvere di muschio e d’ambra, e i sassi gemme, volle rifare quelle meraviglie, e mandò messi pel mondo, i quali penarono cent’anni a trovare un luogo acconcio. Altri soggiungono che la città di Sceddad era costruita nei deserti d’Aden; che le mura de’ suoi edifizii erano d’oro e d’argento, le colonne di smeraldi e di rubini, e che c’erano voluti trecento anni per erigerla, Ibn Khaldun, ne’ suoi Prolegomeni storici, lamenta la credulità degli scrittori che avevano divulgato quelle favole. Di un orto nel quale s’erano fatti seppellire Jannes e Mambres, magi di Faraone, con la speranza di risuscitarvi, e vivervi come in un paradiso, si narra nelle Vite de’ Santi Padri.

 

Nota

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[1] Decamerone, giorn. VIII, nov. 3

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011