Arturo Graf

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo

Edizione di riferimento:

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, Mondadori, Milano 1996

Capitolo IV

I viaggi al Paradiso terrestre

Fu comune opinione tra coloro (ed erano di gran lunga i più) i quali ponevano il Paradiso terrestre in questa nostra terra, e lo dicevano tuttavia esistente, che esso, o non si potesse per nessun modo trovare dagli uomini, o, se pur si poteva trovare, fosse loro impossibile di penetrarvi. I Padri sono concordi su questo punto. La impossibilità di penetrarvi si faceva venire, di solito, dal volere divino, per decreto del quale il Paradiso terrestre doveva, dopo il peccato, rimanere inesorabilmente chiuso ai viventi; ma si faceva anche venire da difficoltà naturali, che non lasciavano via da passare a chi avesse in animo di recarvisi. Brunetto Latini, ripetendo quanto molti avevano affermato prima di lui, dice nel Tresor: Et sachiez que après lou pechiéz dou premier hom, cist leus fu clos à touz autres. E nel Tesoretto, parlando di Adamo:

Per quel trapassamento

Mantenente fu miso

Fora del Paradiso,

Dov’era ogni diletto,

Senza niuno eccetto

Di freddo o di calore,

D’ira né di dolore.

E per quello peccato

Lo loco fue vietato

Mai sempre a tutta gente

Che anche Dante avesse il monte del Paradiso in conto d’inaccessibile, sembra risulti dal racconto che Ulisse fa del suo viaggio (folle volo) nell’oceano. Il Geografo Ravennate s’ingegna di mostrare, con ogni maniera di buoni argomenti, come non sia possibile agli uomini penetrare nel Paradiso; e il Mandeville, cui duole di non averlo potuto visitare, dice, ripetendo ancor egli cose già dette da altri, che molti tentarono inutilmente di andarvi, e che l’altezza, e l’asprezza dei monti, e le strane fiere che intestano il paese d’intorno, non lasciano che nessun vi s’accosti. Ne’ Fioretti della Bibbia si legge: «Questa montangnia si dice ch’è si alta et dura e aspra fortemente e sì maravigliosa che neuno huomo per sua bontà non vi poté mai salire, né là drento intrare, secondo quelli che vi sono stati nel paese». Perciò Fazio degli Uberti lo dice un monte ignoto a tutta gente, e Giovanni di Hese lo descrive altissimo, con le pareti a perpendicolo, a guisa di torre, ita quod nullus potest esse accessus ad illum montem.

Ricordiamoci che per gli antichi gli Elisii erano reclusum nemus, discretae piorum sedes, regna impervia vivis; e che frugando nelle memorie mitologiche e nelle leggende, molti, altri esempii si trovano di luoghi o vietati, o inaccessibili. Del paese degl’Iperborei dice Pindaro che non vi si può andare né per terra, né per acqua. All’isola dov’era l’Orto dell’Esperidi, serbato agli dei, nessuna nave poteva approdare; e al monte Kâf degli Arabi non si perviene se non per arte magica; e all’isola Bulotu, immaginata dagli abitanti di Tonga, non si approda se non per volontà degli dei. Il Mons Romuleus (Rocciamelone), ove un re Romolo raccolse in, gente quantità di tesori, è descritto come inaccessibile nel Chronicon Novaliciense; e di una montagna inaccessibile, a poca distanza dalla città di Die, nel Delfinato, parla uno scrittore francese del secolo XVII.

Ma, a dispetto di chi diceva che non ci si poteva andare, e di chi affermava che nessuno di coloro che avevan corsa felicemente tutta la via era poi riuscito a penetrarvi, parecchi, in vani tempi, ebbero desiderio di tentare l’avventurosa impresa; e se di alcuni la leggenda narra che non fu dato loro di passare il formidabile muro di fuoco o di diamante, e la ben custodita porta, di altri narra che superato ogni ostacolo, penetrarono veramente nell’impareggiabil giardino, e vi fecero alcuna breve o lunga dimora, e ne tornarono per dare altrui alcun debole ragguaglio delle sue inenarrabili meraviglie. Ricordiamo, anche a questo proposito, che gli Elisii antichi furono, più di una volta, penetrati da vivi, e che altri consimili esempii si trovano in altre mitologie. Le leggende che ora io mi accingo ad esporre sono assai varie, non solo per la qualità delle cose che narrano, e pel modo della narrazione, ma ancora pel diverso spirito che le informa, e la ragione ond’hanno principio. Alcune hanno carattere spiccatamente ascetico, e pajon dettate da un’indomabile fervore di fede e di desiderio; altre hanno carattere spiccatamente romanzesco, e pajon dettate più che da altro sentimento o pensiero, da quella immaginosa e inquieta curiosità, da quel vivo amor del meraviglioso che nelle fortunose epopee, nei lunghi romanzi di avventura, si agitano, ma non si appagano. Molte di esse son figlie tutte ideali della fantasia; ma parecchie ve n’ha, le quali pur solvendosi, come l’altre in un sogno, muovono tuttavia da alcun che di reale. Nessuno di questi viaggi, per certo, ebbe suo compimento nel Paradiso terrestre; ma più d’uno fu, anziché immaginato da narratori, impreso davvero da pellegrini e da naviganti. Ben s’intende come queste distinzioni, che io ho accennate, sieno, del resto, assai più agevoli e sicure in teorica che non in pratica: e se nelle pagine che seguono io mi studierà di tenere un ordine che ad esse corrisponda, questa corrispondenza sarà soltanto approssimativa, e quell’ordine avrà tanto di rigore quanto ne può concedere la natura stessa delle cose, e non più.

Ecco qua, anzi tutto, una leggenda celebre, la quale inspirata bensì da quel fervore di fede e di desiderio che informa l’altre di carattere più risolutamente ascetico; ma vuoi essere pure considerata come una naturale espansione e prosecuzione storica, se così posso esprimermi, di un tema leggendario anteriore, in quanto viene ad esplicare ed a compiere, in conformità di certi postulati della coscienza religiosa, una storia mitica non compiuta e non chiusa. Intendo dire la leggenda di Seth, mandato dal padre infermo, e giù vicino a morte, al Paradiso terrestre per procacciare l’olio della misericordia. Questa leggenda ebbe a congiungersi poi con quella del legno della croce, e delle due se ne formò una assai complessa, la quale nel medio evo più tardo, a partire dal XII secolo, ebbe così gran diffusione che nessun’altra ebbe l’eguale. Tale leggenda ci pervenne in narrazioni di tutte le lingue parlate da popoli cristiani, conservata in libri d’ogni titolo e qualità, distribuita in numerose versioni, le quali furono dottamente paragonate fra loro e raccolte in gruppi e categorie. Nella esposizione che segue io dovrà attenermi a pochi racconti principali, e rimandare il lettore desideroso di più minuti particolari alle ottime monografie cui essi diedero argomento.

La prima memoria, sino a noi pervenuta, di un’andata di Seth al Paradiso terrestre, si ha probabilmente in quell’Apocalissi greca da me più volte ricordata nel capitolo prècedente, e, senza giusta ragione, intitolata Apocalissi di Mosè. Quivi si legge che Adamo, giunto all’età di 930 anni, e infermo, mandò Eva e Seth al Paradiso terrestre, per ottenere, a sollievo delle sue sofferenze, l’olio di misericordia. Cammin facendo, Seth è morso dal serpente. Giungono alla porta del Paradiso, ma non ne varcan la soglia: l’arcangelo Michele dice loro che non avranno, per ora, quanto desiderano, e li fa tornare addietro, annunziando che in capo di tre dì Adamo si morrà. Nella Vita latina, pure ricordata nel precedente capitolo, si ha, con lievi differenze, lo stesso racconto: Michele dice ai due pellegrini che l’olio di misericordia non sarà conceduto se non passati 5500 anni; che allora Cristo, figliuol di Dio, scenderà in terra; si farà battezzare nel Giordano, risusciterà Adamo e gli altri morti, e a tutti i credenti in lui largirà l’olio tanto desiderato. Così li accommiata, annunziando che ad Adamo non rimangono se non sei giorni di vita. Si può tener per certo ch’entrambi questi racconti derivino da una fonte più antica, rimasta sinora sconosciuta.

Il racconto della Vita passa nell’Evangelo di Nicodemo, con questa sola diversità di rilievo, che di Eva più non si parla, e Seth compie solo il viaggio, e solo ascolta le rivelazioni dell’angelo. Da indi in poi Eva rimane esclusa dalla leggenda, la quale, come ho detto, si lega all’altra del legno della croce, e fa corpo con essa. Questo congiungimento si può dire che rosse inevitabile, provocato, e in certa maniera imposto, da quei vivo e tenace desiderio cui ho più volte accennato, di raccostare alla caduta la redenzione, di contessere, per così dire, in un’unica trama i fatti dell’una e i fatti dell’altra. Leggende intorno al legno onde fu formata la croce, strumento di redenzione, dovettero sorgere assai per tempo, ed era naturale che alcune, se non tutte, facessero venire quel legno dallo stesso giardino ov’era stato commesso il peccato, e dallo stesso albero che aveva dato esca al peccato. Di più leggende simili, che poi furono sopraffatte da una finzione più rigogliosa, e che meglio appagava il sentimento e la fantasia dei credenti, è rimasta memoria. «Una tradizione greca narra senza più che un ramo dell’albero nel cui frutto peccò Adamo, fu trasportato a Gerusalemme; e ne sorse un grand’albero, donde fu fatta la croce. Altri dicono che Adamo stesso portò seco dal paradiso un frutto o un rampollo dell’albero. Secondo una terza versione Dio dopo il peccato svelse l’albero e lo gittò di là dal muro del paradiso. Mille anni più tardi Abramo lo trovò e lo piantò nel suo giardino. Un angelo (o Dio stesso) gli annuncia che su di esso Dio (egli) verrà crocifisso» [1]. O prima o poi, una di tali leggende doveva incontrarsi con la leggenda di Seth, e mescendosi con essa, dare origine a una tradizione nuova, secondo la quale l’albero onde fu fatta la croce sarebbe venuto da un virgulto, o da semi che Seth stesso riportò dal Paradiso. E in questa forma la leggenda trionfò.

Non può essere còmpito mio tener dietro alle troppe versioni in cui essa ebbe a spartirsi, e al moto de’ suoi vani elementi, i quali senza posa si accozzano insieme, si disgiungono, trapassano da luogo a luogo e gli uni agli altri sottentrano, come fanno i pezzetti di vetro multicolore nelle mutabili figure del caleidoscopio. Io mi contenterò di dar qui la sostanza di un racconto latino, il quale è certamente anteriore alla fine del secolo XIII, e in cui la leggenda appare in tutta la sua pienezza. Questa, nella forma che in esso consegue, «ottenne straordinario favore, e si diffuse per tutta Europa, dall’Irlanda e dalla Svezia alla Spagna, dalla Cornovaglia alla Grecia» [2] dando luogo a traduzioni e rimaneggiamenti innumerevoli.

Adamo ha vissuto 932 anni nella valle d’Ebron, nella terra d’esilio. Egli è stanco di estirpare i rovi dal suolo, stanco del male e dei mali che vede crescer nel mondo, fra la sua posterità, stanco di vivere. Chiama a sé il figliuolo Seth, e lo manda al cherubino che con la spada fiammeggiante sta a custodia dell’albero della vita, per avere da lui certezza dell’olio della misericordia che Dio promise al peccatore il giorno stesso in cui fu commesso il peccato. Va, dic’egli al figliuolo: tu conoscerai il cammino dalle impronte che noi vi lasciammo, tua madre ed io, venendo in questa valle e sulle quali non è più cresciuta l’erba. Seth s’avvia, giunge alla porta del Paradiso. Il cherubino saputa la ragione del suo venire, lo invita a mettere il capo dentro alla porta, e a gettar gli occhi sul giardino: tre volte pronunzia l’invito ed altrettante Seth vi si conforma. La prima volta questi contempla la vaghezza del Paradiso, vede le piante e i fiori, il fonte lucidissimo da cui nascono i quattro fiumi, e sopra esso un’arbore ramosa, ma nuda di frondi e di corteccia. La seconda, scorge un gran serpente avvolto al tronco della pianta. La terza, vede l’arbore elevata sino al cielo, e sulla cima un bambino appena nato, e, da basso, le radici, penetrate sin nello inferno, ove gli si scopre l’anima di suo fratello Abele. L’angelo spiega a Seth la visione, gli annunzia la venuta del Redentore, e, nell’accommiatarlo, gli porge tre granella del pomo fatale onde mangiarono i suoi genitori, ingiungendogli di porli sotto la lingua di Adamo, quando, di là a tre dì, questi sia morto. Seth se ne torna, e Adamo, udite da lui le parole dell’angelo, ride per la prima volta in sua vita (deve intendersi dopo il peccato), e muore. Seth gli pone sotto la lingua i tre semi, e sotterra il padre nella valle d’Ebron, e dai tre semi nascono tre virgulti, di cedro il primo, di cipresso il secondo, di pino il terzo, i quali così si rimangono, senza mai crescere oltre l’altezza di un cubito, e senza mai perdere il verde, sino al tempo di Mosè. Questi, giunto col suo popolo, dopo l’uscita dall’Egitto, nella valle d’Ebron, conosce essere nelle tre verghe alcun che di miracoloso, le toglie di terra, sana con esse coloro che erano morsi dai serpenti, e con esse fa scaturire l’acqua dal sasso; poi, conscio della morte vicina, le ripianta alle radici del monte Tabor, o dell’Oreb, ed entrato, ivi presso, in una fossa, rende l’anima a Dio. Mille anni stanno le verghe in quel luogo, sino a che Davide, per avvenimento del cielo, le viene a levare, e le porta in Gerusalemme, dove, poste in una cisterna, metton radice, e si uniscono in un’unica pianta, cui Davide, per trent’anni di seguito, cinge, ogni anno, di un cerchio d’argento. Davide sa già, per rivelazione divina, che della pianta si farà la croce, per la cui virtù cancellerassi il peccato. E la pianta cresce lo spazio di trent’anni; e sotto di essa piange Davide i suoi peccati, e sotto di essa compone il salterio; poi muore. Salomone gli succede, e dà opera a compiere il Tempio. Un giorno gli artefici, abbisognando di una trave, recidono l’albero miracoloso; ma poi, per quanto si argomentino, non riescono ad adattare il legno ov’era bisogno, e Salomone, chiamato a veder tal miracolo, ordina che il legno sia posto nel Tempio, e da tutti onorato. Una donna per nome Massimilla vi si pone sopra a sedere, e incontanente le sue vesti prendono fuoco, ed ella grida: Signore mio, e Dio mio Gesù; udite le quali parole, gli Ebrei, come bestemmiatrice, la trascinano fuori della città, e la lapidano, facendo di lei la prima martire; poi tolgono la trave dal Tempio, e la gettano nella probatica piscina che, per nuovo miracolo, acquista virtù di sanare gli’infermi. Sdegnati, gli Ebrei tolgon la trave dalla piscina, e la gettano, a mo’ di ponte, sul Siloe, perché sia calcata dai piedi dei passanti. Viene a Gerusalemme la regina di Saba, e ricusa di passare sulla trave, sapendo a che sia serbata, e profetizza il Messia. Venuto il tempo della passione, gli artefici fanno con essa la croce su cui è confitto Cristo.

Ho detto che non intendo tener dietro alle numerose versioni della leggenda; solo ricorderò che in una di esse i viaggi di Seth al Paradiso son due; e che talvolta l’angelo dà a costui, non già le tre granella, come nel racconto testè riferito, ma un ramoscello dell’albero della scienza, e che da quel ramoscello pende ancora, in uno o due casi, parte del frutto morso da Eva.

Il viaggio che nei precedenti racconti si narra di Seth, Gotofredo da Viterbo narra di Jonito (o Jonico) figliuolo di Noè. Jonito, udita dal padre la descrizione delle meraviglie del Paradiso, chiede a Dio in grazia di poterle contemplare con gli occhi suoi proprii, e ottenuto il suo desiderio, ne riporta tre virgulti, di abete, di palma e di cipresso, i quali piantati da lui separatamente, si congiungono in un’arbore sola, che ha tre colori, e le foglie di tre maniere, a simboleggiare la Trinità. Seguono le fortune del legno (le quali in parte solo concordano con quelle narrate nel racconto precedente) finché di esso si fa la croce. Gotofredo cita un Atanasio, il quale è probabilmente immaginato da lui, come da lui probabilmente è immaginato il rapimento di Jonito, al Paradiso, giacché della leggenda, in questa forma, non si trova altro vestigio. Bensì è narrato altrove che un figliuolo di Noè, per nome Jerico, desideroso di vedere la tomba di Adamo si recò nella valle d’Ebron, e trovati i tre virgulti, li svelse, poi li ripiantò, come narra il cronista.

Ma prima di passar oltre, fermiamoci a fare qualche considerazione non oziosa sovra un punto della leggenda di Seth e del legno della croce. Seth vede da prima l’albero del peccato, vedovo di fronde e spoglio della sua corteccia, e io ho già avvertito nel capitolo II che quell’albero è descritto assai volte come un albero secco. Ora, di un Albero Secco, posto, di solito, nel remoto Oriente, e per più ragioni mirabile, è frequente ricordo in iscritture del medio evo. Varian molto le descrizioni che se ne fanno ma io non dubito che, in alcuni casi almeno, esso non sia da identificare con la pianta disseccata del Paradiso, dalla quale; del resto, un poemetto latino, composto circa il 1300, lo fa derivare. Secondo alcune leggende riguardanti la fine del mondo, l’ultimo imperatore appenderà la corona ai rami dell’Albero Secco, o alla croce.

Seth vede poi la pianta mirabilmente ingrandita, e fatta simile ad uno di quegli alberi cosmogonici che in altre mitologie comprendono fra le radici la terra, e, tra i rami e le foglie, il cielo, quali lo skambha vedico, l’ilpa buddistico, l’irminsul e l’yggdrasil della mitologia germanica. Anche la croce fu considerata come un albero, la quale recò ottimo frutto, e talvolta a dirittura come un albero cosmogonico. Venanzio Fortunato così la saluta in un suo inno:

Arbor decora et fulgida,

Ornata regis purpura,

Electa digno stipite

Tam sancta membra tangere;

e in un altro inno ecclesiastico si legge:

Crux fidelis inter omnes

Arbor una nobilis:

Nulla silva talem profert

Fronde, flore, germine.

Come un albero di dolcissimo e vital frutto, e tutto fragrante di fiori, è invocata spesso la croce nelle laudi e come albero di vita in un canto latino del sec. XIV:

Salve, Christi crux praeclara.

Arbor astris pulchrior,

Facta reis ex amara

Mellis stilla dulcior;

Vitae nobis viam para,

Dux effeta gratior.

L’albero della croce diventa una pianta meravigliosa, come si può vedere nell’opuscolo di San Bonaventura intitolato Lignum vitae, ove si leggono questi due versi:

O crux, frutex salvificus, viva funte rigatus,

Cujus tlos aromaticus, fructus desideratus.

Ma già in un Hymnus de Pascha, attribuito a San Cipriano, la croce è diventata una specie di albero cosmico, che s’innalza sino al cielo e dalle cui radici scaturisce una mirabil fonte. I frutti di quello dànno la vita eterna; l’acqua di questa lava d’ogni macchia. Tutta l’umanità trae all’albero meraviglioso. Gerolamo Vida, in un carme In Jhesu Christi crucem, esclama:

Nunc prope numen habes, sancta et venerabilis arbor,

Coelo mina comas caput inter sidera condis.

Il legno della croce fu fatto derivare di solito dall’albero della scienza del bene e del male, ma talvolta ancora dall’albero della vita, o da un altro albero paradisiaco, detto della salute. Secondo una leggenda siriaca la croce fu fatta del legno di un albero che da indi in poi non cessò più di tremare, la tremula. Abbiam veduto come tre virgulti di specie diversa, ma tutti derivati dal medesimo albero, si ricongiungessero insieme per formar di nuovo un albero solo. Stando ad altre immaginazioni, la croce fu veramente formata di quattro legni differenti, palma, cedro, cipresso, olivo; oppure di tre, cedro, cipresso, pino; palma, cipresso, abete. Il numero di tre simboleggia la Trinità. Ricorderò da ultimo che, secondo i musulmani, la legge da Mosè recata agli Ebrei era scritta su tavole formate del legno di un albero Sedr, ch’è nel settimo cielo, e che secondo Mosè Bar-Cefa la lancia con cui fu ferito Cristo era quella stessa del cherubino posto a custodia del Paradiso.

Io qui non parlo di coloro che videro il Paradiso terrestre solamente in ispirito, come suole accadere nelle Visioni; ma di coloro che v’andarono in carne ed ossa; e perciò solo in passando fo cenno della questione agitata per sapere se San Paolo fosse stato rapito in cielo, o nel Paradiso terrestre, o in entrambi. La questione non era ancor risoluta a’ tempi di Torquato Tasso, il quale nelle Sette giornate chiedeva:

E ver che ’l terzo cielo, ove fu ratto

Già Paolo col pensier levato a volo,

Sia terren paradiso?

Nella leggenda che or segue noi abbiamo la favolosa istoria di alcuni pellegrini che non muovono propriamente alla ricerca del Paradiso, ma, dopo molte avventure, giungono in luogo prossimo ad esso, e di là se ne tornano indietro. E questa la leggenda, greca di origine, e certo assai antica, dei tre santi monaci Teofilo, Sergio ed Igino, nella quale noi cominciamo a far conoscenza con quei monaci irrequieti ed audaci, che spinti, non meno da curiosità venturiera, che da certo fervor religioso, disertano i chiostri e si dànno a correr le terre ed i mari attraverso a mille casi e mille pericoli. Essa si lega al nome di San Macario Romano, santo misterioso ed oscuro, il quale non si sa in che tempo sia vissuto, e da taluno si dubita che in niun tempo, e ch’egli sia, come tant’altri un santo mitico.

Tre monaci di un convento di Mesopotamia, posto tra l’Eufrate ed il Tigri, Teofilo, Sergio ed Igino, sedevano un giorno sulla riva di quel primo fiume, e ragionavano devotamente tra loro della umana vita e delle molte tribolazioni che affliggono i servi di Dio. A Teofilo vien nell’animo un desiderio, e lo palesa ai compagni: Io vorrei, egli dice, camminare tutto il tempo della mia vita, e giungere colà ove il cielo tocca la terra. I compagni s’accendono del medesimo desiderio, e nato del desiderio il proposito, tutti e tre, quella stessa notte, si partono dal monastero. In capo di diciassette giorni giungono a Gerusalemme, ove adorano il Sepolcro; dopo cinquanta, passano il Tigri ed entrano in Persia; scorsi quattro mesi, entrano nell’India. Quivi cadono in man degli Etiopi, e soffrono molti maltrattamenti; poi, cacciati dagli Etiopi, rimangono ottanta dì senza prendere cibo alcuno. Andando sempre verso Oriente, attraversano le terre dei Cananei, altrimenti (così il testo) detti Cinocefali; quelle dei Pichiti, alti un cubito; una regione montuosa ed orrenda, tutta popolata di draghi, di aspidi, di basilischi, e altri animali velenosi; un’altra regione, tutta sparsa di rupi asperrime; una gran pianura, ove pascolano mandrie di elefanti; un’altra, ingombra di dense tenebre, e giungono a un’abside eretta da Alessandro Magno quando inseguì Dario. Vivono la più parte del tempo miracolosamente, senza cibarsi, e, proseguendo il viaggio, trovano un lago pieno di anime dannate; un gigante incatenato fra due monti; una donna avviluppata da un dragone; un bosco di grandi alberi, su cui anime in forma di uccelli chiedono ad alta voce perdono dei loro peccati. Succede a questi orribili e strani luoghi un luogo bellissimo, custodito da quattro vecchi, i quali hanno corone d’oro in capo ed auree palme tra mani; poi viene una regione tutta piena di canti e di odori soavissimi, ove brilla una chiesa di vari colori, d’incomparabil bellezza, e che par fatta tutta di cristallo. Intorno ad essa sono uomini santi, di venerabile aspetto, che cantano, e dall’altare scaturisce un fonte, che sembra di latte. Dopo avere incontrato un altro popolo di pigmei, i tre pellegrini giungono la spelonca ove da lunghissimo tempo San Macario mena vita anacoretica, a sole venti miglia di distanza dal Paradiso terrestre, e il santo dice loro che non si può passare più oltre, e che il Paradiso è vietato a tutti i mortali. Udita da lui la sua storia, i monaci riprendono la via per cui sono venuti, scortati sino all’abside di Alessandro da due leoni, compagni amorevoli e consueti del santo.

In questo racconto noi abbiamo un evidente influsso delle storie favolose di Alessandro Magno, comprovato da quel ricordo dell’abside da costui edificata. Leggonsi appunto in esse alcune delle meraviglie incontrate da’ monaci, e altre molte per giunta, delle quali è frequente ricordo in iscritture del medio evo, e che veggonsi pure raffigurate in parecchie mappe. Non intendo discorrere partitamente di tutte quelle che nella leggenda ascetica si trovano, ma di taluna mi pare opportuno dir qualche cosa. Di una specie di regione infernale posta in prossimità del Paradiso terrestre abbiamo già trovato altri ricordi, molto meno antichi di quello che hassi nella nostra leggenda. Della regione tenebrosa, per contro, abbiamo ricordi e più recenti e più antichi. Una regione così fatta descrivesi nelle dottrine cosmografiche dell’India. Di là dal fiume oceano si distende, a occidente della terra, secondo Omero ed Esiodo, il tenebroso paese dei Cimmerii; più tardi esso fu posto a settentrione, intorno ai monti Rifei. Alessandro Magno si spinse un tratto in una regione coperta di tenebre, la quale chiudeva in sé il paese dei beati; e di terre ov’è notte perpetua fanno parola Marco Polo, il Mandeville e altri.

Le anime peccatrici, che i tre monaci trovano in sembianza di uccelli, appajono molto frequentemente in leggende ascetiche del medio evo, quando come anime dannate, quando come purganti; al qual proposito è da ricordare che nel simbolismo cristiano l’anima è consuetamente rappresentata sotto forma di uccello, e che in una delle saghe della Saemundar Edda, intitolata Solar-liodh, è ricordo di anime in forma di uccelli neri. In una leggenda riferita da San Bonifazio, anime purganti, simili nell’aspetto ad uccelli neri, volano intorno a un pozzo, da cui prorompono fiamme ardenti, e nel pozzo si sprofondano.

Seth poté solamente sporgere il capo dalla porta del Paradiso terrestre, e i tre monaci Teofilo, Sergio ed Igino dovettero fermarsi a venti miglia di distanza da esso. Altri furono più fortunati. Ecco qua la leggenda di tre altri monaci, la quale fa degno riscontro alla precedente, sebbene sia da essa molto diversa.

Sulle rive del Gihon è un monistero abitato da uomini di santa vita. Tre di questi, lavandosi un giorno nel fiume, veggono venir giù, portato dalla corrente, un ramo meraviglioso: «l’una foglia pareva d’oro battuto, l’altra pareva d’ariento, l’altra pareva d’azzurro fino, l’altra vermiglia, l’altra era bianca, e così era svariato d’ogni colore». Il ramo recava, per giunta, frutti molto dilettevoli a mangiare. Lo traggono fuori dell’acqua, e mentre lo contemplano, pieni di ammirazione e di allegrezza, senton nascersi in cuore un desiderio smodato d’andarne sin là, all’incantato paese d’onde quel ramo è venuto. E subito, accordatisi in un comune proposito, senza dir nulla a persona, si partono dal convento, e camminando lungo la ripa del fiume, ch’è uno dei quattro del Paradiso, si pongono in viaggio. Giungono, dopo lunga peregrinazione, alla famosa porta custodita dall’angelo, e domandato e ottenuto di varcare la soglia, s’aggirano fra l’ombre e le delizie del giardino immortale, mangiano di quelle frutta soavissime, bevono di quell’acque miracolose che rinnovano la giovinezza e ragionano co’ due vecchiardi Enoch ed Elia delle cose del cielo. Credono d’essere stati nel beato luogo tre giorni, e vi sono rimasti tre secoli. Tornati al convento, che ancora sussiste, ma dove già dieci generazioni di monaci si son succedute, eglino, con l’ajuto de’ vecchi libri memoriali, mostrano e provano la lor condizione, e narrata la storia mirabile del loro viaggio, in capo di quaranta giorni improvvisamente si dissolvono in cenere, e ascendono alla gloria eterna del cielo.

Questa leggenda sembra sia nata in Italia: io non so che si trovi in altri linguaggi volgari, e nemmeno mi è noto un testo latino da cui le redazioni italiane possano essere derivate. Ed è leggenda schiettamente ascetica. Le descrizioni che delle meraviglie del Paradiso vi si leggono sono come penetrate di un’aura di estasi, partecipano del sogno. Il narratore non trova nel linguaggio degli uomini parole acconce ad esprimere la novità e la bellezza degli spettacoli che si offrono agli sguardi attoniti dei tre pellegrini, a significare lo smarrimento di dolcezza onde sono prese le anime loro; e quando vuoi fare intendere altrui, in qualche modo, la virtù rapitrice che muove da un canto non più udito, dice che ogni anima umana vi si sarebbe addormentata, o avrebbe perduto ogni memoria e cognizione di sé. Nella leggenda sono due cose che voglio notare: quel ramo meraviglioso da cui i tre monaci sono allettati al viaggio, e l’error loro quando essendo dimorati nel Paradiso trecent’anni (settecento, in altre redazioni), stimano esservi rimasti solamente tre dì (altrove, sette). Giovanni de’ Marignolli dice che foglie e frutti degli alberi del Paradiso si trovano sovente nei fiumi che da questo derivano. Secondo una tradizione riferita da Mosè Maimonide, Seth riportò dal Paradiso parecchi alberi, tra’ quali uno che aveva le foglie e i rami d’oro; e secondo i musulmani l’albero della vita aveva il tronco simile a dell’oro, i rami come argento, le foglie come smeraldi.

Di quell’alterazione nel corso del tempo, o nel giudizio della sua durata, c’è da dire qualche cosa di più. Essa si produce in numerose leggende, la più celebre delle quali è la tedesca del monaco Felice, non più antica, sembra del secolo XIV. Era costui un monaco cistercense, di ottima indole, di saldissima fede e d’irreprensibili costumi, il quale, leggendo un giorno come la letizia del Paradiso celeste sia eterna, e senza mescolanza alcuna di dolore, cominciò, per la prima volta in sua vita, a entrare in un dubbio, e a disputar seco stesso per che modo possa ciò essere. E il modo gli fece intendere Iddio con un miracolo. Venne dal cielo un augelletto più candido che la neve, il quale si mise a cantare con sì nuova e meravigliosa dolcezza, che il monaco si credette un tratto rapito in Paradiso, e, voglioso di averlo tra mani, si mosse per prenderlo; ma l’augelletto aperse l’ali e sparì. Felice, rimasto pieno di desiderio e di rammarico, ode una campana sonar mattutino, si ricorda del suo convento, e torna addietro. Ma il portinajo non lo riconosce, e non lo vuoi lasciare entrare, e gli dà dell’ubbriaco e del pazzo quando gli ode narrare la storiella dell’augelletto bianco che rapiva l’anima col suo canto. Sopraggiungono gli altri frati con l’abate; ma nessuno riconosce colui che afferma d’aver dimorato quarant’anni nel chiostro. Finalmente il più vecchio della famiglia, il quale v’era stato già ben cento anni, e giacevasi allora infermo, si ricorda che nel tempo in cui egli era novizio, un dei fratelli, per nome Felice, era sparito un giorno di primavera, e non se n’era mai più avuta novella. L’abate fa portare il libro in cui da trecent’anni si registravano le morti dei monaci, e si trova che Felice, il quale credeva d’essere stato assente un ora, era stato assente un secolo. In altre versioni della leggenda il monaco chiede in grazia a Dio un piccolo saggio della beatitudine del Paradiso, o è travagliato da un dubbio, come mai possa un secolo non parere a Dio maggior di un istante ma in tutte è quell’error di giudizio circa la durata del tempo; e tale errore si ripete in alcune leggende paradisiache delle quale dirò or ora, e in altre pure di vario argomento. Narra il Joinville che un principe dei Tartari fu assente tre mesi, e quando tornò credeva l’assenza sua esser durata non più di una sera, ed ebbe nel frattempo una visione, o fu rapito in Paradiso. L’eroe di una leggenda celtica, Oisin, crede di passare in compagnia di una bella fanciulla alcuni giorni solamente, e sono, in realtà, più di trecento anni. Nel racconto di Roberto di Boron, Giuseppe d’Arimatea, sostentato dalla vista del Graal, passa quarant’anni in carcere senz’avvedersene. Secondo Giovanni di Hese, tre giorni passati in quell’isola dilettosa ch’egli chiama Radice del Paradiso, non sembrano durare più di tre ore [3].

Alla leggenda italiana dei tre monaci credo di dover far seguire la leggenda del giovane principe; sia perché italiana, come pare, ancor essa di origine; sia perché presenta con quella dei tre monaci molta somiglianza nello scioglimento e parecchio nello spirito di che è penetrata. Benché italiana, essa si legge in latino e in tedesco, né so che ve ne sia traccia in libri italiani, stampati o manoscritti. La narra, o si vuol che la narri, Eberardo, vescovo di Bamberg, il quale afferma d’averla udita in Italia, dall’abate di un monastero di cluniacensi, posto nelle Alpi. Di vescovi di Bamberg con quel nome, ce ne furono due, l’uno morto nel 1041, l’altro nel 1172; ma è probabile che il nostro sia il meno antico. Ecco, ad ogni modo, compendiato il suo poetico racconto.

Il figliuolo di un principe si ammoglia, e invita alle nozze il suo angelo custode. Giunto il vespro del giorno solenne, egli, che religiosissimo è, monta a cavallo, e si reca a pregare a certa chiesa, che sorge su un monte. Al ritorno incontra un vecchio di venerabile aspetto, vestito di candidi panni, circonfuso di luce, e seduto sopra un mulo tutto candido anch’esso. Compreso di affettuosa reverenza, il giovane prega lo sconosciuto di volere assistere alle sue nozze, e menatolo al castello, quivi il fa signore d’ogni cosa. Si celebrano le nozze pomposamente, e tre giorni dura il banchettare, senza che mai le provvigioni per quanto si profondano, vengano meno. L’ospite finalmente chiede licenza, e da tutti ringraziato e desiderato si parte, accompagnandolo il giovane sposo per un tratto di via. Giungono al luogo ove si sono incontrati la prima volta. Il giovane vorrebbe, tanto amore gli ha posto, abbandonare e la sposa e la patria, e andarne con esso lui; ma quegli il dissuade dicendo: Non ora: fra tre di, se tu vuoi, potrai venirne alla mia stanza. Questo sentiero vi conduce, e qui troverai tu questa mia cavalcatura, la quale ti porterà ove tu brami di essere. Ciò detto si parte. Venuto il giorno segnato, il giovane si accommiata dalla sposa, annunziandole che in breve sarà di ritorno, si mette in via, accompagnato da’ suoi cavalieri, giunge al luogo stabilito, trova il mulo, e licenziati i compagni, monta su quello e segue suo viaggio. Passa una gola tetra ed angusta, e riesce in una campagna di meravigliosa bellezza, piena di ogni maniera di alberi, dipinta di odorosissimi fiori, rallegrata dal canto d’infiniti uccelli. Percorre quattro stazioni, ove sono tabernacoli costellati di pietre preziose, addobbati di seta e di porpora, adorni di tanta ricchezza e splendore che nulla di simile può raffigurare la fantasia. Ciascuna stazione ha numerosi abitatori, vestiti sfarzosamente, raggianti di luce, i quali accolgono con gaudio e con onore il pellegrino. Nella quarta questi trova l’ospite suo, non più solo, ma circondato da molti compagni, tutti vestiti di bianco, tutti fregiati di corone, e più luminosi che il sole. Le accoglienze sono, quanto mai si possa dire, affettuose e magnifiche; il luogo pieno di tanta gloria e di tanta letizia che nessuna parola può darne una immagine. Il giovane vi dimora trecento anni e stima esservi stato tre ore. Indarno la sposa, i congiunti, i cavalieri, i servi, pieni di ansietà e di dolore, aspettano ch’egli torni. Il padre e la madre di lui vanno ad abitare nel luogo ov’egli s’accomiatò dai seguaci, mutano il castello in un chiostro, in una chiesa il palazzo. Volano gli anni muojono i genitori, muore la sposa, muojono l’uno dopo l’altro tutti i soggetti; le generazioni succedono alle generazioni, ininterrottamente. Scorsi trecent’anni il giovane, il quale ha serbata incolume intanto la sua giovinezza, chiede licenza e l’ottiene; ma tornato nella sua terra, trova ogni cosa mutata, e nuove genti, che né lui conoscono, né sono da lui conosciute. Gli appare il castello mutato in chiostro; gli appar la chiesa eminente e magnifica, guernita di torri, dalle quali scoppia un clamor di campane che fa tremare i monti circostanti, e sulla cui sommità sventola, in luogo del vessillo con l’aquila, il vessillo con la croce. Il giovane si dà a conoscere al portinajo del convento. Ecco l’abate, ecco i monaci tutti trasecolati di meraviglia; ecco accorrere d’ogni intorno il popolo tratto al grido di così nuovo prodigio. Il principe narra la sua storia, la quale è messa per iscritto poi l’abate ordina un sontuoso banchetto, raccoglie buon numero d’invitati; ma il principe, come appena ha assaggiato il pan degli uomini, improvvisamente appar vecchio di decrepita, non più veduta vecchiezza. Lo portano in chiesa; e quivi egli, ricevuti i sacramenti, si muore. Il corpo suo, dopo funerali pomposi, è deposto in quello stesso sepolcro ove da secoli già dorme la sposa.

Questa è leggenda risolutamente ascetica, e tale ancora è la leggenda del cavaliere irlandese Owen, che nel 1153, secondo narra Enrico di Saltrey, visitò in carne ed ossa i luoghi di punizione e il Paradiso terrestre, non peregrinando per lunga distesa di terra e di mari, ma scendendo in quel misterioso Pozzo di San Patrizio della cui fama fu pieno per molti secoli il mondo. Vedremo in seguito che anche altri prese, per giungere al Paradiso, quella medesima strada, non certo più comoda, ma molto più breve.

Il cavaliere Owen, dopo una vita di dissipazione e di peccato, fu preso da pentimento, e cercò modo di scontare, mentr’era ancora vivo, la pena che troppo temeva di dover pagare dopo la morte. A tal fine si fece introdurre nella cava di San Patrizio, la quale dava adito ai regni dei morti, e cominciò il meraviglioso suo viaggio, del quale fece poi, ritornato nel mondo dei vivi, il racconto. Attraversò da prima varii luoghi di punizione, e vide i castighi a cui erano assoggettate le anime, e n’ebbe la parte che gli toccava, insidiato e deriso per giunta dai diavoli che di quei castighi eran ministri. Giunse ad un ponte periglioso (il solito ponte delle leggende infernali), e passatolo si trovò in una gioconda campagna, dinanzi ad un muro altissimo e meraviglioso, e ad una porta tutta contesta di metalli preziosi e di gemme. La quale apertasi, ecco venir incontro al pellegrino una gloriosa processione di santi, e fargli lieta accoglienza, e introdurlo nella divina città, e taluno di quelli mostrargliene a mano a mano tutte le meraviglie. Il cavaliere non vorrebbe più partirsi da quel luogo di beatitudine; ma gli è forza tornare al mondo, e purgato d’ogni antica bruttura, ci torna.

Dice San Patrizio, in certa Confessio a lui attribuita, che quelli del suo sangue furono dalla Provvidenza dispersi in qua e in là sino agli ultimi termini della terra. Queste parole, vere o supposte, di un santo di cui la stessa esistenza fu posta in dubbio, ci richiamano ad un altro gruppo di leggende, nelle quali allo spirito ascetico si accompagnano lo spirito di esplorazione e di ventura, e che hanno per giunta questo comun carattere, d’esser leggende marittime, e di avere ad eroi certi monaci settentrionali che odiano la pace e l’ozio dei chiostri, ardono dal desiderio di propagare la fede di Cristo, sognan cose mostruose e terribili, ed essendo, in generale, grandissimi santi, hanno pure in sé qualche cosa del pirata. Costoro fioriscono più particolarmente sulle coste occidentali dell’Irlanda, della Scozia e della Frisia; e campo alle loro imprese è lo sterminato oceano che le bagna di onde perpetuamente in tumulto, e si stende, formidabile e sconosciuto, fino all’estrema piaga del cielo, ove il sole tramonta, fin sotto alla notte del polo; terribile ed infinito oceano che tutto il mondo circonda, scrive Adamo Bremense (m. 1076), oceano pieno d’intollerabile gelo e di caligine immensa.

Esso fu dalla turbata fantasia degli antichi prima, da quella degli uomini del medio evo poi, empiuto di pericoli, popolato di mostri, il terror de’ quali fu di non lieve ostacolo alla temeraria navigazion di Colombo, ma non valse a trattenere quegli arditi ed oscuri esploratori del Settentrione a cui devesi la scoperta della Groenlandia, e d’altre terre boreali, e della stessa America forse, molti secoli prima che v’approdasse il grande Italiano. Delle esplorazioni loro molti ricordi, tra storici e favolosi, son giunti sino a noi, ed io volentieri m’indugio, prima di proceder oltre, intorno a taluno, dacché essi hanno stretta attinenza con le leggende che verrò poscia esponendo, e servono a determinarne vie meglio il carattere e ad illustrane.

Di Aroldo, principe di Norvegia, narra il testè ricordato Adamo Bremense come corresse con le sue navi il mare settentrionale, finché si vide intenebrare dinanzi gli estremi confini del mondo, e come a stento scampasse da un immane baratro dell’abisso. Lo stesso Adamo narra la seguente istoria. Alcuni nobili di Frisia, desiderosi di accertarsi con gli occhi loro se verso Settentrione non vi fosse più terra alcuna, ma solo quel mare che dicesi concreto o viscoso, com’era comune sentenza, si misero in nave e sciolsero le vele ai venti. Lasciando dall’una mano la Danimarca, dall’altra la Brettagna, giunsero alle Orcadi, e seguitando la navigazione loro a occidente della Norvegia (Nordmannia), pervennero alla glaciale Islanda, d’onde, più oltre procedendo, verso il polo, entrarono nella region delle tenebre e furono travolti, con veementissimo impeto, in quella profonda voragine, che assorbendo, com’è fama, e rivomitando immensa copia di acque, dà origine al flusso e al riflusso del mare. Parecchie loro navi andarono miseramente perdute con quelli che dentro vi erano; altre, risospinte dal gorgo, uscirono dalle tenebre e dalla plaga del gelo, e giunsero insperatamente ad un’isola, la quale era, a guisa di fortezza, munita tutto intorno di altissimi scogli. Scesi a terra, i naviganti non videro per allora gli abitatori, i quali, essendo l’ora meridiana, si tenevano celati nelle loro spelonche; ma ben videro, davanti agli aditi di queste, molti vasi d’oro, e d’altri metalli che gli uomini stimano preziosi, e tolti di quelli quanti più poterono, lietamente fecero ritorno alle navi. Ma ecco che improvvisamente si videro inseguiti da uomini smisurati, che noi chiamiamo Ciclopi, i quali erano preceduti da cani di molto maggior mole che i nostri non sieno. Raggiunsero coloro uno dei fuggenti, e subito il fecero a brani; mentre gli altri poterono riparar nelle navi, e allontanarsi, non senza che i giganti li inseguissero buon tratto in alto mare, gridando e minacciando. Tornarono a Brema gli esploratori, e narrate le lor fortune al vescovo Alebrando, offersero sacrifici a Cristo redentore e al confessor suo Villecado, in ringraziamento di lor salvezza.

Quell’immane abisso, quella voragine che produce il flusso e il riflusso del mare, è probabilmente il Maelstrom, aggrandito e trasposto dalla fantasia, ed altri ricordi se ne trovano in iscritture del medio evo. Quanto ai Ciclopi è noto che il mito loro fu diffuso così in Occidente come in Oriente, e che nel medio evo esso riappare più di una volta. Del mare concreto o viscoso dirò più innanzi.

Un’altra spedizione, degna d’essere rammemorata, narra Sassone Grammatico. Gormo, re di Danimarca, bramoso di scoprir cose nuove, raccoglie trecento compagni, e alla guida di un tal Torkillo con tre navi saldamente costruite, si mette in mare. In capo di certo tempo giungono i naviganti a una terra, ove, essendo già stremati di vettovaglie, fanno strage dei greggi che vi trovano. Le divinità del luogo, offese, non li lasciano partire sino a che non abbiano offerto in sacrificio d’espiazione tre di loro compagnia. Di quivi passano nella Biarnia ulteriore, paese di delusive lusinghe e d’incantamenti diabolici. Torkillo vieta ai compagni di parlare cogli abitanti, di accondiscendere ai loro inviti, questo essendo il solo modo di render vane le loro malie: quattro più incontinenti trasgrediscono il divieto, e rimangono nella terra in una condizione di servitù neghittosa, immemori del passato. Gli altri si partono liberamente, e pervengono a un orribil castello, custodito da cani famelici, abitato da mostruose e spaventevoli larve. Qui Torkillo ammonisce di nulla temere e di nulla prendere delle cose che s’offrono alla vista, e lusingan la cupidigia; ma egli stesso non sa resistere alla tentazione. Ne segue una terribile zuffa. Al ritorno, dei trecento compagni non ne rimangono più che venti.

Narrazioni consimili ebbero corso e celebrità fra i Celti, i quali le designarono coi proprio nome d’imramha. Fantastica in sommo grado, e lunghissima è quella della navigazione di Maelduin, il quale desideroso di vendicare la morte dei padre, ucciso da certi pirati, si mise in mare con più di sessanta compagni, e correndo verso Settentrione e verso Ponente, visitò un numero stragrande di isole, piene d’infinite meraviglie, ed una tra l’altre in cui non s’invecchiava nè di male alcuno si pativa, e dalla quale era malagevole cosa partirsi. I figliuoli di Conall Dearg Ua-Corra erano stati prima pirati, ma poi, pentitisi, fecero un pellegrinaggio in mare, e videro anch’essi moltissime meraviglie, e tra l’altro alcune isole che facevano officio d’Inferno o di Purgatorio, e dov’erano variamente puniti peccatori di più maniere. Avventure in parte simili alle loro, in parte diverse si hanno nella narrazione del viaggio di Snedhgus e di Mac Riaghla, e in altri racconti, alcuni dei quali tuttavia inediti. Di Merlino narravasi che fosse andato con una nave di cristallo in traccia dell’Isole Beate.

Fra tanti navigatori erano forse i più ardenti, e non erano i meno audaci, i monaci; sia che li sollecitasse la speranza di piantare la croce in qualche isola incognita, – perduta nella immensità dell’oceano; sia che li movesse il desiderio di compiere, a salute dell’anime loro, un pio pellegrinaggio su quel mare pien di pericoli, che si credeva accogliesse, nella più remota sua parte, l’isola arcana del Paradiso. Testimonianze del IX e dell’XI secolo provano che lo zelo dei missionarii fece scoprire parecchie terre dell’Atlantico settentrionale; e Dicuil, nel suo trattato De mensura orbis terrae, parla delle loro spedizioni. I monaci di San Colombano correvano temerariamente l’oceano con barche leggiere, intessute di vimini, coperte di pelli, quali usavano sulle coste d’Irlanda, e uno di essi fu spinto dai venti nell’Oceano settentrionale lo spazio di quattordici giorni e quattordici notti. San Colombano stesso (m. 597) fu un ardito navigatore. Ed eccoci giunti ora a quella famosa leggenda di San Brandano, che acconciamente fu detta una Odissea monastica, e cui il Renan giudicò une des plus étonnantes créations de l’esprit humain et l’expression la plus complète peut-être de l’idéal celtique [4], la quale non è punto, come pareva al Greith, un’allegoria mistica intesa a rappresentare la vita claustrale; ma è un racconto fantastico formatosi intorno ad un nucleo reale, e strettamente legato a tradizioni e credenze gaeliche.

San Brandano fu irlandese, e se si debbono tener per sicuri i termini che alla sua vita assegnano i biografi nacque nel 484, morì nel 576 o 577. Il nome suo si scrisse in latino Brendanus; ma prese poi, col divulgarsi della leggenda per le varie province d’Europa, varie forme: Brandan, Brandanus, Brandon, Brandain, Blandin, Borodon, sotto l’ultima delle quali ebbe forse ad essere confuso con San Barinto (Barint, Barrendeus, Borandon) uno dei suoi precursori. San Brandano (noi useremo questa forma, come quella che occorre più di frequente) fu abate di Llancarvan e di Clonfert e fece veramente un viaggio, e vuolsi che tornato in patria scrivesse un libro De Fortunatis Insulis. Questo viaggio egli compiè, secondo affermano parecchi cronisti, l’anno 561, e la leggenda non dovette tardare a narrarlo in guisa fantastica, sebbene sia da credere che solo a poco a poco essa abbia preso rigoglio e raggiunta quella pienezza con la quale è sino a noi pervenuta. Il racconto più antico, fu probabilmente gaelico, ed è forse, in una forma più o meno alterata, quello stesso che si conserva nel così detto Libro di Lismore, il quale è, per altro, di età assai tarda, essendo stato scritto nel secolo XV. Dal racconto gaelico avrebbe attinto l’autore dei primo racconto latino, noto sotto il titolo di Navigatio Sancti Brendani, conservato in un codice della Vaticana, che, a ragione o a torto, fu stimato del secolo IX, e in altri codici assai numerosi dei secoli XI, XII e XIII; e dalla Navigatio dipendono, direttamente o indirettamente, in tutto o in parte, i molti racconti venuti di poi, latini e volgari, in prosa o in verso.

Ridotto in breve, il racconto della Navigatio è il seguente.

Un giorno San Brandano, padre di quasi tremila monaci, ricevette la visita di San Barinto, il quale ebbe a narrargli come fosse andato a visitare un altro sant’uomo, Mernoc, che con più monaci viveva in un’isola dell’oceano, detta Isola Deliziosa; come in sua compagnia fosse andato, verso Occidente, all’isola della promessione dei santi (terra repromissionis sanctorurn ), piena di ogni delizia, durata incolume dal principio del mondo, e serbata da Dio ai santi suoi, quando verranno gli ultimi tempi; come quivi avessero trovato un uomo circonfuso di luce, coi quale parlarono, e un fiume, che divideva l’isola per mezzo, ed oltre il quale non fu loro conceduto di passare; come tornassero indietro pel già corso cammino. Udita la narrazione di Barinto, San Brandano arse del desiderio di vedere ancor egli l’isola meravigliosa; e consigliatosi co’ suoi monaci, dopo un digiuno di quaranta giorni, presi seco quattordici compagni, e poi altri tre, sopravvenuti senza suo desiderio, si recò nella terra ov’erano i parenti suoi, e costrutta quivi una nave assai leggiera, formata di legname e di pelli, entrò in mare e diedesi a navigare verso Occidente, con prospero vento. Passati quaranta giorni, e venute già a mancare le vettovaglie, giunsero gli esploratori ad un’isola altissima, le cui ripe di pietra erano tutt’intorno tagliate a perpendicolo, men che in un punto, ove s’apriva un seno capace di una sola nave; ed essi entrativi, trovarono un castello, con una gran sala parata, ma vuoto di abitatori, e per tre giorni consecutivi ebbero mensa imbandita e ottimo ristoro. Quivi uno dei monaci sopraggiunti da ultimo, rubò, contro l’ammonizione espressa del santo, un freno d’argento, e per questo morì, ma confesso e perdonato, così che l’anima sua fu dagli angeli assunta in cielo. Gli altri, rientrati in nave, ripresero il viaggio, e vennero a un’isola popolata da innumerevoli pecore bianche, di grandezza maggiori dei buoi; poi ad una che pareva isola ed era invece uno sterminato pesce, detto Jasconius, dal quale i monaci fuggirono precipitosamente quando, sentito il calor del fuoco accesogli sul dorso, quello si cominciò a muovere poi a un’altra isola, dov’ era un infinito numero di uccelli candidissimi e parlanti, sotto alle cui penne si celavano gli angeli che si mantennero neutrali al tempo della ribellione di Lucifero; e quivi San Brandano e i suoi monaci celebrarono la festa di Pasqua, e rimasero sino alla ottava di Pentecoste. Partitisi anche da quella, non videro più, per tre mesi interi, se non l’acqua e il cielo, finché giunsero a un’isola abitata da ventiquattro monaci santi, i quali si nutrivan di pane largito loro dal cielo, serbavano rigoroso silenzio, non pativano i danni della vecchiezza e dei morbi. Quivi celebrarono i navigatori il Natale, poi, ripreso il mare, visitarono un’isola ov’era un fonte, le cui acque inducevano profondo sopore in chi le beveva; navigando quindi verso Settentrione, trovarono un mare che per troppa tranquillità era quasi coagulato; poi approdarono di nuovo ad alcune delle isole che già li avevano accolti l’anno innanzi, e nell’isola degli uccelli celebrarono la Pasqua: Sette anni durò la meravigliosa navigazione, e tutti gli anni gli esploratori, condotti dalla Provvidenza, tornarono a celebrare il Natale e la Pasqua ne medesimi luoghi. Noi non terrem dietro a questi ritorni e alle ripetizioni cui dànno argomento; ma noterem solo le nuove cose mirabili onde fa memoria il racconto. In sul principiar del terz’anno i naviganti scamparono da un gran pericolo. Uno smisurato cete li inseguì gran tratto, e li avrebbe tutti inghiottiti, se un altro mostro marino, che sbuffava fuoco dalla bocca, non fosse venuto con esso a combattimento, e non l’avesse ucciso. I monaci approdarono a un’isola, dove stettero tre mesi, trattenuti dall’imperversare dei venti contrarii, poi, navigando sempre verso Settentrione, giunsero a un’altr’isola, popolata da tre torme, di fanciulli l’una, di giovani l’altra, e di seniori la terza, i quali tutti consumavano il tempo cantando salmi e lodando il Padre celeste; e quivi si rimase il secondo di quei fratelli che raggiunsero il santo dopo la dipartita sua dal monastero. E sempre meraviglie seguitavano a meraviglie: un’isola tutta densa di alberi di una sola specie, i quali recavan per frutto grappoli d’uva di portentosa grandezza, ove ogni acino era della misura di un pomo; l’uccello griffa, che minacciò di divorare i naviganti, e fu ucciso da un altro uccello; un mare di meravigliosa limpidità, in fondo al quale si vedevano giacer sull’arena infiniti animali, a guisa di greggi; una smisurata colonna di cristallo chiarissimo, la quale sorgeva dal profondo del mare, e pareva toccar con la cima il cielo, e aveva intorno come un gran padiglione, fatto a maglie larghissime e di una sostanza che aveva il color dell’argento. Tanto corsero i naviganti verso Settentrione che raggiunsero le terre dei dannati. E prima videro un’isola popolata da orrendi fabbri ferrai, i quali scaraventarono loro dietro sul mare ingenti masse di metallo arroventato; poi un monte ignivomo, dove il terzo ed ultimo di quei monaci avventizii fu rapito dai diavoli. Passati alcuni giorni, trovarono Giuda sedente sopra una pietra in mezzo all’oceano, in una condizione che sembra a lui di riposo e di felicità paragonata con quella della sua dimora ordinaria, nel più profondo abisso d’inferno. Quel refrigerio è a lui conceduto dalla divina misericordia in ciascuna domenica, e nei giorni ancora che vanno dal Natale all’Epifania, dalla Pasqua alla Pentecoste, e dalla purificazione all’assunzion di Maria. Più oltre, navigando verso Mezzodì, trovarono sopra uno scoglio un eremita per nome Paolo, il quale, nutrito miracolosamente da una lontra, aveva raggiunto l’età di centoquarant’anni, e doveva aspettare, vivo, il giorno del Giudizio. Essendo già prossima la fine del settimo anno, San Brandano e i compagni suoi si videro avvolti un giorno da una densa caligine, e, quella attraversata, giunsero a un’isola circonfusa di splendidissima luce. Era quella la terra di promissione, l’isola paradisiaca, da essi con sì tenace desiderio cercata. Scesero su quella spiaggia benedetta, e videro la campagna tutta verde di alberi, e mangiarono di quei frutti deliziosi; e bevvero di quell’acque dolcissime. Trovarono il fiume che spartiva la terra per mezzo, e oltre il quale non era lecito di passare, e seppero da un giovane che Dio rivelerebbe quella felice stanza ai cristiani quando fossero ricominciate le persecuzioni. Adempiuto il voto, i felici esploratori presero la via del ritorno, dopo avere empiuta la nave di frutti e di gemme, e rividero finalmente la patria, dove San Brandano indi a poco morì, migrando gloriosamente a Dio e alla gloria del cielo.

Tale è il racconto di questo mirabile viaggio, tutto impregnato di spirito ascetico, ma penetrato ancora di un certo spirito eroico. I naviganti continuamente si raccomandano a Dio, pregano, digiunano, sono pasciuti miracolosamente, ascoltano rivelazioni e predizioni, e si mostrano in tutto degni del nome di santi; ma sostengono pure enormi fatiche, affrontano spaventosi perigli, e provano di meritare anche il nome di eroi. San Brandano chiama i compagni commitones e conbellatores; gli autori delle versioni francesi e tedesche li chiamano baruns e degen.

Di quali elementi, e donde venuti, s’ha a dire composto sì fatto racconto? Fu opinione del Cholevius che alcune delle meraviglie in esso narrate sieno di origine classica; ma sebbene questa opinione, presa in se stessa, non appaja troppo improbabile, quando si pensi al rifornimento di studii classici onde fu rallegrata l’Irlanda nei secoli VI, VII e VIII, pure non regge a un diligente e spregiudicato esame. Le immaginazioni ond’è tessuto il racconto dovettero nascere, per la più parte, nella patria stessa di San Brandano; ma non si può escludere la possibilità che alcune di esse sieno orientali di origine, come non si può escludere la possibilità che alcune sieno passate dal racconto latino in racconti orientali.

Tre sono, come ho detto, le redazioni della leggenda di San Brandano: quella del racconto gaelico; quella della Navigatio; quella di alcuni racconti tedeschi e di uno olandese. Veduta per intero la seconda, vediamo ora alcune particolarità per cui dalla seconda si differenziano le altre due.

 Nella redazione gaelica manca il racconto di San Barinto. San Brandano sente nascersi dentro spontaneamente il desiderio di visitare la terra di promessione; la contempla anticipatamente da lungi, per grazia che il cielo gli concede, e riceve da un angelo la promessa che il suo desiderio sarà appagato. Prende il mare con tre navi, entro ciascuna delle quali sono trenta de’ suoi compagni. Naviga sette anni, e ritorna in patria, senz’aver veduta la terra beata che l’aveva tratto sui mari. Imprende un secondo viaggio, e dopo altri sette anni giunge finalmente alla terra di promessione, e gli è conceduto di visitarla. Non accade far ricordo delle avventure del doppio viaggio, le quali son quasi tutte diverse da quelle della Navigatio.

Nella redazione che chiameremo tedesca il principio del racconto è di tutt’altra maniera. San Brandano getta nelle fiamme, come opera bugiarda, un libro in cui son narrate appunto quelle meraviglie di cui egli dovrà essere spettatore più tardi. Dio, per punirlo della sua incredulità, gl’impone di compiere il viaggio e di riscrivere il libro. I naviganti incontrano le stesse avventure narrate nel racconto latino; ma anche più altre, di cui non è cenno in questo: sono spinti da una procella nel Mare viscoso, mar formidabile, sparso di navi trattenute quivi in perpetuo; scampano al gran pericolo del Monte della calamita; hanno briga coi grifoni e con le sirene. Queste immaginazioni son derivate da altri racconti romanzeschi.

Nella Navigatio il Paradiso terrestre è descritto con sobrietà che può parere eccessiva, quando si pensi ch’esso porge lo scopo del viaggio, e si consideri la prolissità con cui vi sono descritte o narrate cose di assai minor conto. Questo difetto non incontra nell’altre due redazioni, e non incontra nemmeno in parecchie versioni della Navigatio. Nella redazione gaelica il Paradiso è descritto assai lungamente, e non troppo in breve nella redazione tedesca. Qui si legge che San Brandano e i compagni suoi giunsero a un’isola tenebrosa, il cui suolo era d’oro, tutto sparso di pietre preziose, e dopo essere rimasti quindici giorni immersi nell’oscurità, pervennero, rimontando il corso d’un’acqua, in una sala tutta scintillante d’oro e di gemme, dinanzi alla quale era un fonte, che spandeva quattro rivi, di latte, di vino, d’olio e di miele, e da cui derivavano la loro virtù tutti gli aromi e le spezie. Nella sala erano cinquecento seggi, e quante ricchezze può avere un imperatore: il soffitto era coperto di penne di pavone. Giunsero poi i naviganti a una città di meravigliosa bellezza, raggiante di luce, immune da qualsiasi intemperie, davanti alla cui porta sedevano Enoch ed Elia, ed era un angelo, con una spada di fuoco in mano. Costoro presero uno dei monaci, e lo misero dentro alla città, e subito Enoch chiuse la porta e lasciò gli altri di fuori. Merita d’esser notato che nella redazione tedesca San Brandano e i compagni suoi giungono al Paradiso, non già in fine, ma quasi in principio del viaggio. In qualche rimaneggiamento latino, e in taluna delle versioni francesi della Navigatio, si descrive il muro tutto sfolgorante di gemme ond’è cinto l’aureo monte del Paradiso, la porta custodita da dragoni, i boschi pieni di selvaggina e le acque popolate di pesci. La versione italiana contiene una descrizione abbastanza diffusa, con particolarità che non appajono altrove.

Soffermiamoci alquanto, ché non sarà senza frutto, a rilevare nella nostra leggenda alcune cose che possono dar materia a indagini e a riscontri.

 Il racconto della Navigatio somiglia molto a quelle narrazioni gaeliche di viaggi ricordate più sopra. Il palazzo inabitato, dov’è copia di tutte le cose necessarie alla vita; i frutti portentosi di cui basta uno solo a sfamare e dissetare per lunghi giorni i naviganti; l’isola popolata di fabbri ferrai; il mare limpidissimo di cui si scorge il fondo; la colonna smisurata che si leva dall’acque e nasconde le sommità fra le nuvole; l’isola degli uccelli bianchi; altre meraviglie vedute da San Brandano e da’ compagni suoi, si trovano nel racconto delle navigazioni di Maelduin e di Snedhgus e Mac-Riaghla.

Quanto all’isola popolata di pecore, gioverà ricordare che Ulisse trova, vicino al paese dei Ciclopi, l’isola Lachea; ma è questo un riscontro puramente fortuito. Un’isola, dov’era grandissima quantità di montoni, scoprirono anche gli Almagrurini, viaggiatori arabici la cui navigazione è narrata da Edrîsi e da Ibn-al-Vardi. Notisi che il nome delle isole Färoer è composto di due vocaboli, i quali significano, l’uno pecora, l’altro isola, e che Dicuil dice quelle isole plenae innumerabilibus ovibus.

Il cete scambiato per un’isola si ha nello Pseudo Callistene, nella narrazione dei viaggi di Sindbad, in un racconto talmudico, altrove; ma questo tema di leggenda ebbe origine probabilmente nel Settentrione, e dal Settentrione, insieme con altri assai, che già diedero materia al poema di Aristeo di Proconneso intitolato Ἀριμ'ασπεια, si diffuse verso Mezzodì e verso Oriente.

Gli angeli caduti, che San Brandano trova sotto forma di uccelli in un’isola, darebbero luogo a parecchie osservazioni, e argomento a parecchi riscontri; ma di essi mi si porgerà occasione di discorrere altrove.

Nella Navigatio è cenno di un mare quasi coagulatum pre nimia tranquillitate; ma nei racconti tedeschi esplicitamente si parla di un mare glutinoso, che nelle onde innavigabili trattiene prigioniere le navi. Questo mare non fu ignoto agli antichi. I Latini lo dissero mare pigrum, coenosum , o concretum, ed esso trova un riscontro nel Polmone marino di Pitea e nel Marimarusa di Filemone. Dai Tedeschi fu chiamato Lebermeer, Lebersee (mare jecoreum), Klebermeer, e vedesi ricordato, o descritto, in parecchi de’ loro poemi, per esempio nel Herzog Ernst e nell’Orendel. Il mare coagulatum è ricordato pure nella già citata lettera del Prete Gianni all’imperatore Emanuele, come quello che dovrebbe trovarsi a occidente dell’Europa: ma Giovanni di Hese pone il mare jecoreum in Oriente, di là dall’Etiopia, e seguendo l’esempio datogli da altri, ne congiunge il mito con quello del Monte della calamita. Anche Beniamino di Tudela del resto sembra aver posto nel remoto Oriente un mare coagulato.

Prima di giungere al Paradiso terrestre San Brandano e i compagni suoi attraversarono una così densa caligine che appena l’uno poteva scorgere l’altro. Essi passarono probabilmente quell’incognito e tenebroso mare a cui accenna Adamo Bremense, e che già noto agli antichi, vedesi spesso descritto dai geografi arabici; mare che era nell’estremo Occidente e nell’estremo Oriente, perché confondevasi col misterioso oceano che fasciava tutto intorno la terra. Credettero gli Arabi che fuori dal mar tenebroso occidentale si levasse la smisurata mano di Satana, pronta a ghermire le navi che ci si avventurassero; e nel Pellegrinaggio di tre figli del Re di Serendib, di Cristoforo Armeno, si parla di una regione dell’India, dove si vedeva uscir dal mare una gran mano aperta, che la notte ghermiva gli abitanti e li trascinava sott’acqua.

I fabbri fermi non sono già Ciclopi, come parve al Cholevius; ma veri diavoli (e qualcuna delle versioni lo dice espresso), e, assai probabilmente, diavoli martellatori di anime. Così fatti martellatori già compajono nella Visione di Tespesio, riferita da Plutarco, e ricompajono più volte in Visioni e leggende del medio evo. Nella Visione di Tundalo sono fabbri diabolici che con le tenaglie afferrano le anime, le gettano nelle fornaci ardenti, e arroventatele, e appastatene venti, trenta, cento insieme, le martellano a furia sulle incudini. Giovanni Villani, ripetuto da Ricordano Malispini, racconta che Ugo, marchese di Brandeburgo, cacciando un giorno in un bosco, trovò uomini neri e sformati, che tormentavano, con fuoco e con martello, anime dannate, e fu da quelli avvertito che, non emendandosi, gli sarebbe toccata egual sorte.

Alle genti di razza brettone e gaelica doveva parer naturale di porre l’inferno, anziché nelle viscere della terra, nelle varie isole mai note e di malagevole accesso, sparse per il burrascoso oceano. Nelle carte medievali è spesso indicata col nome d’isola dell’inferno una delle Isole Canarie, e più particolarmente quella di Teneriffa.

Dopoché San Brandano ebbe veduto Giuda sedere sopra una pietra in mezzo all’oceano, più altri esploratori e venturieri, meno reali e storici di lui, ebbero ad incontrarlo, presso a poco nelle medesime condizioni: tali Ugone da Bordeaux e Baldovino da Sebourg. Ugone lo trovò in un gran gorgo di mare, pel quale debbono passare tutte le acque che sono sulla terra:

Toutes les iaves, quanques dix fait en a,

U qu’eles soient par ichi pasera

Il monte ignivomo di San Brandano è certamente l’Hecla.

Da ultimo è da ricordare che la leggenda marinaresca fiorì già in Grecia in antico e riappar frequente nella letteratura tedesca del medio evo.

L’isola paradisiaca visitata da San Brandano lasciò di sé lungo ricordo e vivissimo desiderio. Durante tutto il medio evo, e per buon tratto di tempo anche dopo, si credette generalmente e fermamente alla sua esistenza. Nelle carte essa fu molte volte indicata, sebbene con differenze grandi, e naturali, di luogo. Quelle più antiche le assegnano presso a poco la latitudine dell’Irlanda, o una latitudine anche più settentrionale; nelle più moderne l’isola scende verso Mezzodì, e appare a ponente delle Canarie, o isole Fortunate, e con queste, facendosene d’una parecchie, è confusa talvolta, o col gruppo di Madera. Così nella mappa dei Pizzigani, ove si vedono nel mare occidentale le ysole dicte Fortunate S. Brandany, e San Brandano in atto di stendere le braccia verso di esse; così in quella di Grazioso Benincasa, ove pur compajono le Insule fortunate sancti Brandani, e in quella del Genovese Beccaria. Il Maurolico nel Martyrologium, e Onorio Filopono nella Navigatio in Novum Mundum, affermano che San Brandano approdò alle Canarie. Nel globo di Martino Behaim, dei 1492, l’isola meravigliosa è situata assai più verso Occidente e in prossimità dell’equatore. Gli abitanti delle isole di Madera, di Palma, di Gomera e del Ferro, ingannati da nubi, o dagli spettri della FataMorgana, credevano talora di scorgerla dalla parte di Occidente, come perduta fra l’acqua e il cielo. E già essa aveva preso il nome d’Isola Perduta, Insula Perdita, e dicevasi, con qualche reminiscenza forse dell’απρόσιτον νήσον degli antichi, che quando si cercava non si trovava. Nella Image du monde si legge:

Une autre ille est que on ne puet

Veoir comme on aler se veult,

Et aucune fois est veue:

Si l’appelle on l’Ille Perdue.

Celle ille trouva sains Brandains,

Qui mainte merveille vit ains.

Ma quest’Isola Perduta, visitata da San Brandano, non si diceva poi che fosse il Paradiso terrestre. Onorio d’Autun l’aveva descritta come la più amena e la più fertile di quante ne sono in terra: «Est quaedam Oceani insula dicta Perdita, amoenitate et fertilitate omnium rerum prae cunctis terris praestantissima, hominibus ignota. Quae aliquando casu inventa, postea quaesita non est inventa, et ideo dicitur Perdita»[5]. Rodolfo da Ems dice che l’Isola Perduta è il più bel paese del mondo, dopo il Paradiso terrestre, e che San Brandano v’andò,

der wunderliche gotes degen;

ma a nessun altr’uomo fu più conceduto di ritrovarla. Pietro Bersuire riferisce questa stessa immaginazione alle Isole Fortunate, così dette da alcuni «quia casu et fortuna quandoque reperiuntur; si autem a proposito quaerantur, raro aut nunquam inveniuntur». In un trattato dell’arte di navigare di Pietro di Medina, autore spagnuolo del secolo XVI, l’Isola Perduta si confonde con la famosa Antilia, da cui venne il nome di Antille.

L’Isola Perduta e introvabile fu cercata da molti, specie dopo che la scoperta del Capo di Buon Speranza e dell’America ebbe acceso negli animi la febbre delle remote esplorazioni; e qualcuno pretese anche di averla trovata. Ad ogni modo era comune speranza che dovesse, un dì o l’altro, ritrovarsi; e quando, il 4 di giugno dei 1519, Emanuele di Portogallo rinunziò alla Spagna, col trattato d’Evora, ogni suoi diritto sull’Isole Canarie, l’Isola Perduta, o Nascosta, fu espressamente compresa nella rinunzia [6]. Nei 1569 Gerardo Mercator segnava ancora sulla sua mappa l’isola misteriosa, e nel 1721 partivano in traccia di essa gli ultimi esploratori.

La leggenda di San Brandano n’ebbe poche pari in celebrità. Essa fu introdotta, in forma più o meno svolta, secondo le redazioni, nella Image du monde, che diffusissima essa stessa, ajutò a diffonderla sempre più. Un frate Filippo di Cork la inserì, non so se per disteso o in ristretto, in un suo – trattato provenzale delle meraviglie dell’Ibernia, che si conserva tra’ manoscritti del Museo Britannico; Pietro de Natalibus nel suo Catalogus Sanctorum; Wynkyn de Worde nella sua Golden Legend, ecc. Ricordi se ne trovano nel Lohengrin, nel Wartburgkrieg, e in altri poemi tedeschi. Essa era divenuta un tema consueto di narrazione e di recitare, e in un luogo della prima rama del Renard si trova ricordata insieme con istorie romanzesche del ciclo brettone. Inni di religiosi sonarono in onore del santo che aveva corsi i mari, e preghiere si recitarono, che dissero composte da lui fra i perigli della temeraria navigazione. Giovanni di Hese ebbe fantasia di emulano, e accrebbe con brandelli della leggenda di lui l’ingegnoso tessuto delle sue innocenti bugie. Nel presente secolo poeti inglesi si ricordarono del santo morto da dodici secoli, e presi d’ammirazione, ne ricantarono in vario modo le meravigliose avventure.

Di queste avventure pochissimi si mostrarono disdegnosi nel medio evo, e di questi pochissimi fu Vincenzo Bellovacense. Egli dice d’aver escluso affatto dall’opera sua la storia della peregrinazione di San Brandano a cagione dei vaneggiamenti ond’essa è piena, propter apocripha quaedam deliramenta quae in ea videntur contineri. Ora, sì fatto rigore ha alquanto dello strano, perché se la fama onde Vincenzo gode presso i posteri è, per più rispetti, onorevole, non però è fama di uomo in cui abbondi lo spirito critico e naturalmente avverso a raccontar fanfaluche. E più sembra strano quando si vede ch’egli, mentre ricusa di narrare la storia di San Brandano, narra poi la storia non molto meno miracolosa di San Maclovio.

San Maclovio o Macute, o Macuto (il Saint Malo dei Francesi) fu irlandese ancor egli; ma ottenne poca celebrità in patria, e divenne per contro un santo famoso tra gli Armoricani, i quali si studiarono di allargarne e adornarne quanto più poterono la leggenda, e l’allargarono e l’adornarono, sembra, a spese di San Brandano; e dico sembra, perché la cronologia, in tutte queste storie di santi, è assai oscura ed incerta, e può dar luogo a opinioni contraddittorie. Nei ricordi più antichi San Maclovio è soltanto uno dei monaci di San Brandano, e un compagno de’ suoi viaggi, i quali sono ricordati solamente di volo; ma poi usurpa il luogo del suo superiore e diventa il capo della spedizione, e San Brandano diventa uno dei seguaci. San Maclovio imprende due viaggi per ritrovare l’isola d’Ima, la quale non è il Paradiso, ma ha col Paradiso moltissima somiglianza. Nel secondo ha compagno San Brandano, e chiede a un gigante da lui risuscitato notizie dell’isola di cui va in traccia. Il gigante ricorda d’aver visitato una volta un’isola, la quale cinta di un aureo muro, splendeva come uno specchio, ed era vuota di abitatori. Pregatone, egli, ch’è di smisurata altezza, entra nell’oceano profondo, e si trae dietro la nave dei monaci, per andare alla scoperta dell’isola beata; ma insorge una furiosa burrasca, e debbon tutti tornarsene onde sono venuti. Poco dopo il gigante, che ha ricevuto il battesimo, si muore. Sigeberto Gemblacense narra anch’egli il viaggio di San Maclovio; ma dice che questi fu sollecitato, altrochè dal desiderio proprio, dall’esempio del suo maestro ed abate Brandano, il quale ardeva non men di lui della brama di trovar l’isola felice, e fu il promotore della peregrinazione, ut scriptura vitae ejus demonstrat. Mette, in dubbio che l’isola da essi cercata sia il Paradiso terrestre, e dice che, stando alla fama, è un’isola copiosa di tutti i beni e abitata da cittadini del cielo, che menan quivi santa e gioconda vita. Anche San Maclovio scese co’ suoi compagni sopra il dorso di una balena, credendola un’isola, e vi celebrò una messa. Quanto al gigante risuscitato è battezzato da lui, sarà opportuno avvertire che nel racconto gaelico della navigazione di San Brandano, questi risuscita e battezza una gigantesca fanciulla bionda, la quale misura ben cento piedi d’altezza, e che richiesta, dopo il battesimo, se voglia tornare fra’ suoi, o andarne subito in Paradiso elegge la sode più felice, e ricevuto il viatico, incontanente rimuore.

Gli esempi di San Barinto e di San Mernoc; di San Brandano e di San Maclovio, dovettero scaldare la fantasia e turbare i sonni a molti monaci di buona volontà, non meno provveduti di fede che di coraggio. Gotofredo da Viterbo, che parla della esploratrice curiosità di certi monaci dell’Armorica,

Qui marium fines scrutantur et ultima terrae,

Ut valeant populis post tempora longa referre

Quas ibi materies, quae loca mundus habet,

narra, fondandosi su certo Libro d’Enoch ed Elia a noi sconosciuto, una storia, che reca novella prova di quei desiderii irrequieti. Cento frati in una volta si cacciano a navigare per l’Oceano:

Vela vehunt validis erecta per aequora ventis.

His super alta maris per tempora longa retentis,

Sola poli facies, aequora sola patent.

Corrono fra cielo ed acqua tre anni, poi si scontrano in certe statue emergenti dai flutti, le quali col braccio teso additano loro la via. Arrivano finalmente a una montagna odorosissima, tutta d’oro, sulla cui vetta è una città aurea, e una chiesa, d’oro essa pure, tempestata di gemme sfolgoranti, e nella chiesa, sopra un altare prezioso, un’immagine di Maria col bambino. È quello il Paradiso terrestre. I naviganti, pieni di meraviglia, cercano da ogni banda se non vi sia persona viva, e da ultimo scoprono, in una celletta splendida e riposta, due vecchioni con barbe e chiome lunghe e candidissime, Enoch ed Elia.

Inclyta barba senum fuerat, longique capilli,

Candida caesaries; nautisque petentibus illis,

Surgentes pariter verbe dedere senes,

I due santi dicono loro come in quel luogo sia variata la ragione del tempo; come, al tornare che faranno in patria, troverannosi vecchi, e vedranno mutate le generazioni, e tutt’altra la condizion delle cose. Per ingiunzione di quei due si celebra allora una messa, alla quale séguita una general comunione. I naviganti si partono, e rifanno in cinque giorni la via in cui prima consumaron più anni; ma tornati in patria non trovan più nulla di quanto già vi lasciarono. Sparita è la loro chiesa, sparita è ancor la città, e ad un popolo nuovo re dà legge novella. L’assenza loro durò trecent’anni. Quelle statue che mostran la via hanno qualche riscontro; ma è più frequente il caso di statue, o di colonne, che avvertono altrui di non passare più oltre. Esse si moltiplicano sulle rive, e nelle men remote isole di quel formidabile Atlantico, che fu teatro alle audaci imprese dei nostri esploratori. Già le famose Colonne d’Ercole vietavano il passo gaditano. I geografi arabici, lbn-al-Vardi Yakut, Edrîsi, Masûdi, il Geografo Nubiense, parlano di statue colossali poste in Cadice e nelle Canarie, o anche nelle Isole del Capo Verde, le quali facevano cenno di non passare più oltre; e quella di Cadice è ricordata anche nella Cronaca detta di Turpino. Nel Mare amoroso , attribuito a Brunetto Latini, si fa cenno di un passo di mare

Che fie chiamato il braccio di Saufi,

Ch’à scritto in sulla man; niuno ci passi,

Per ciò che mai non torna chi vi passa;

e nella mappa dei Pizzigani è una figura in atto di respingere i naviganti che vorrebbero inoltrarsi sull’oceano. Il Camoens ebbe a ricordarsi di queste fantasie quando immaginò il suo gigantesco Adamastore, che tenta di far tornare indietro Vasco di Gama. Ma fu pur detto che nell’isola di Corvo, la più settentrionale dell’Azore, fosse la statua di un cavaliere che con la destra indicava l’Occidente, quasi per additare il cammino agli scopritori del Nuovo Mondo.

Dalle spiagge dell’Irlanda e dell’Armorica passiamo ora in Asia, o, se meglio piace, in Ispagna per incontrarvi l’ultimo di questi santi esploratori, Sant’Amaro, di cui narra le avventure una leggenda spagnuola. Chi fu Sant’Amaro? in che tempo viss’egli? Confesso schiettamente di non saperlo, e dubito forte non appartenga ancor egli a quella abbastanza numerosa famiglia di santi, che vivissimi nella fantasia popolare, non furono mai vivi al mondo. Un santo Amaro d’ossa e di polpe ci fu, nativo, credesi, di Francia, fermatosi poi in Burgos, e già venerato in Ispagna, nel, secolo XV; ma egli, che attese tutto il tempo di vita sua a curar gli ammalati e servir i poveri di quella città, nulla ha da spartire col nostro. Sia come si voglia, la leggenda di questo è assai moderna, e forse di poco anteriore al 1558, del quale anno se ne ha una stampa, coi titolo: La vida del bienaventurado sant Amaro y de los peligros que pasò hasta que llegò al Parayso terrenal. Nelle altre letterature non se ne ha traccia; ma in Ispagna essa entrò a far parte della letteratura popolare, e leggesi tuttavia. Io la riferisco di su un pliego suelto stampato in Madrid, senz’anno, ma recentissimo.

Amaro fu d’Asia (non si dice di quale città o provincia) uomo devotissimo, caritativo, e tutto preso dal desiderio di vedere una volta il Paradiso terrestre, di cui sempre chiedeva novelle, ma inutilmente, ai molti pellegrini che gli capitavano in casa. Una notte, stando in orazione, udì una voce che gli disse: «Amaro, abbandona la tua casa, va al porto, entra in una nave, lasciala andare dove la Provvidenza la condurrà, e vedrai ciò che desideri». La dimane il santo distribuì ai poveri le sue ricchezze, solo quel tanto ritenendone che poteva bastare alla sua navigazione, e il terzo dì, accompagnato da due servitori, e da quattro amici che non vollero andasse solo a quell’impresa, si recò al porto più vicino, comperò una buona nave, la fornì del necessario, e spiegò le vele, lasciandosi menare dai venti. Trovò da prima un’isola, chiamata Deserta, ma subito se ne dilungò, avvertito da una voce del cielo che quella era terra di peccatori. Attraversò il Mar Rosso, e giunse a una seconda isola, detta Fuen-Clara, fertilissima e deliziosa, abitata da uomini di buonissima indole, i quali vivevano centocinquant’anni senza conoscere infermità o disagio alcuno. Non si sa come, i naviganti, dopo lungo tempo, si trovarono nei mari polari, e per poco non rimasero prigionieri dei ghiacci, dai quali venne loro fatto di scampare per un buon suggerimento che diede a Santo Amaro la Vergine Maria. Approdarono ad altre due isole, nell’una delle quali vivevano tredici monaci in una badia murata, difendendosi a gran pena da innumerevoli e formidabili fiere, e nell’altra era un sant’uomo, chiamato Leonita, perché viveva in compagnia di sei leoni, mansueti come agnelli. Giunsero finalmente a una spiaggia deliziosa, ove né caldo si pativa né freddo, e quivi Sant’Amaro ebbe finalmente notizia della terra beata di cui andava in traccia, prima da due eremiti, poi da una santa donna per nome Baralides, la quale era badessa di un chiostro ivi presso, e l’aveva veduta una volta di lontano. Guidato da costei per un tratto di via, Sant’Amaro, i cui compagni erano rimasti addietro nel luogo ove avevano preso terra, risalì una valle, superò alti e dirupati monti, e giunse da ultimo in vista di un meraviglioso palazzo, munito di altissime torri, cerchiato di saldissimo muro, formato il tutto di gemme d’ogni colore, le quali ardevano dì luce incomparabile. Fuor del palazzo, alla cui porta vegliava un gagliardo giovane con una spada in pugno, correvano quattro fiumi. Era quello il Paradiso terrestre. Accostatosi alla porta magnifica Sant’Amaro chiese al guardiano se gli fosse lecito d’entrar dentro; ma quegli rispose che no, e che si contentasse di ciò che poteva vedere standosi sulla soglia. Obbedendo al precetto, Sant’Amaro vide gli alberi pieni di frutti, e quello, fra gli altri, del cui frutto mangiarono Adamo ed Eva; e vide cori di bellissime donzelle, coronate di fiori, le quali cantavano dolcissimamente, e sonavano vari strumenti, e servivano con somma riverenza e vivissimo amore la Vergine. Sant’Amaro credette di aver fruito di quel divino spettacolo un’ora, ed erano passati dugent’anni. Tornato al luogo dove aveva lasciato i compagni, trovò una bella città, che essi avevan fondata, e finì i suoi giorni in un monastero che gli abitatori di quella edificarono appositamente per lui.

Ma lasciamo oramai i santi, co’ quali ci siamo trattenuti così a lungo, e accostiamoci a un’altra schiera, formata di conquistatori e di venturieri, i quali, o deliberatamente muovono in traccia del Paradiso terrestre, con animo, talvolta, di assoggettarlo al loro dominio, o, quasi senza pensarvi, a forza di girare il mondo, lo trovano, e riescono, o non riescono, secondo i casi, a penetrarvi. E come ragione vuole cominciamo da colui che la leggenda consacrò principe e modello dei venturieri e degli eroi, da Alessandro Magno.

In un racconto latino, intitolato De itinere ad Paradisum, si legge quanto segue. Alessandro di ritorno dalla conquista dell’Indie, si ferma sulle rive del Gange, il quale è qui tutt’uno col Fison, e contemplando alcune foglie mirabili venute dal Paradiso, esce in tale lamento: «Nulla io feci nel mondo, e nulla stimo la gloria mia, se di tali delizie non godo». E subito, raccolti cinquecento seguaci, salita una gran nave, si mette a navigare su per il fiume. In capo di trentaquattro giorni ecco appar loro una gran città, le cui mura, tutte coperte di musco non lasciano scorgere adito alcuno, e sembrano essere di grandissima antichità. Per tre giorni cercano gli esploratori tutto all’ingiro, e finalmente scoprono una postierla angusta e sbarrata. Alessandro manda suoi messi a intimar l’obbedienza ed a chieder tributo, essendo egli signore del mondo. Al picchiar di coloro, uno di dentro apre l’usciolo, e alle parole minacciose e superbe risponde con voce blanda e tranquilla l’aspettino alquanto fin ch’ei ritorni. Va e torna, recando una gemma di singolare qualità e bellezza, e dice loro la dieno al lor re, perché conosciutane la natura, tosto smetterà ogni ambizioso pensiero. Alessandro, veduta la gemma, udita la risposta, incontanente si parte, e raggiunge le sue genti, insieme con le quali se ne va poscia a Susa. Quivi un vecchio Ebreo gli fa conoscere la virtù della gemma, e gliene svela il misterioso, simbolico significato. La gemma, messa nel piatto di una bilancia, vince di peso ogni maggior copia d’oro che le si contrapponga, ma, coperta di un pizzico di polvere, diventa più leggiera di una piuma. Stupisce Alessandro, e l’Ebreo gli dice: «Questa gemma è immagine dell’occhio umano, che vivo di nessuna cosa si appaga, morto o coperto di terra più nulla vagheggia ». Alessandro intende l’ammaestramento, e represso ogni ambizioso affetto, e licenziati i compagni d’arme, si ritrae in Babilonia, dove dal tradimento è troncata la gloriosa sua vita. La città murata e chiusa è la dimora dei giusti, ove soggiorneranno sino al di del Giudizio.

Questo racconto, pervenuto sino a noi in una redazione che probabilmente appartiene al XII secolo, è, senza dubbio, di origine molto più antica, e scaturisce da fonte giudaica. Nel trattato Tamid del Talmud di Babilonia se ne legge uno che ha con esso colleganza strettissima, anzi si può dir quei medesimo, salvo che il latino deriva da una redazione più larga e più antica. Nel racconto talmudico, l’andata di Alessandro al Paradiso si rannoda con l’avventura della fontana di giovinezza, e l’eroe riceve dagli abitatori del Paradiso, non una gemma simbolica, ma un vero occhio umano, il quale si comporta del resto come la gemma. La leggenda passò nell’Alexander del Tedesco Lamprecht, ma con alcune particolarità diverse da quelle pur ora vedute, e ch’egli, o poneva di suo, o toglieva da scrittura a noi incognita. Alessandro e i compagni suoi risalgono l’Eufrate (non il Fison) sostenendo grandi fatiche, e terribili procelle, che mettono a dura prova il loro coraggio e la loro perseveranza. Alessandro ha fermo nell’animo di conquistare il Paradiso, e infiamma i commilitoni alla gloriosa impresa. Dopo lunga navigazione giungono a un muro altissimo, tutto costruito di pietre preziose, del quale non viene lor fatto di vedere la fine. Trovano da ultimo la porta, fanno la intimazione a quei di dentro, ricevono la gemma. I più giovani contendono co’ più vecchi e savii: questi consigliano ad Alessandro di tornare; quelli di seguitar l’impresa incominciata. Prevale il consiglio dei primi. Tornato in Grecia, Alessandro fa vedere la gemma a molti che non sanno conoscerne la virtù, finché un vecchio Ebreo, da lui fatto venire appositamente, gliela scopre, servendolo per giunta di una lunga ammonizione. Con quest’avventura finisce il poema.

L’avventura fu pure narrata da Tommaso di Kent nel Roman de toute chevalerie, e introdotta da un interpolatore nel poema di Lambert li Tors e Alessandro da Bernay, e ripetuta nella compilazione intitolata Fait des Romains, nei Fatti di Cesare nostri, dal Mandeville, da Pietro Pabudano nel suo Thesaurus novus, Giovanni di Hese dice che vicino al Paradiso terrestre è un monte, sul quale fu Alessandro, che soggiogato tutto il mondo, dallo stesso Paradiso volle avere tributo. La novella dell’occhio umano, o della gemma che lo simboleggia, si trova anche separatamente dal racconto del viaggio di Alessandro al Paradiso.

Gli Arabi e i Persiani, che tante favole meravigliose narrano del Macedone, parlano bensì di una spedizione ch’ei fece in cerca della fontana di giovinezza, ma ignorano la sua andata al Paradiso. Solo Nizâmi, il quale fa compiere all’eroe un viaggio nell’Oceano Atlantico, dice ch’ei seppe, da certi selvaggi abitatori d’un deserto posto di là dal mare, come fosse, nella regione dove più non brilla il sole, una città magnifica, abitata da uomini di santa vita, i quali, senza mai invecchiare, vivevano cinquecent’anni; e il poeta conduce l’eroe a una terra felice, posta verso Settentrione, popolata da genti scevre di ogni malizia. A questo proposito non parrà superfluo ricordare come Firdusi narri dell’andata di Rustem all’Alburz.

Di Alessandro Magno, che presunse di assoggettare persino il Paradiso terrestre, ebbe forse a ricordarsi l’Ariosto, quando attribuì il pensiero temerario di così gran conquista al suo Senapo, che ne fu punito con la cecità e con le Arpie. Il Senapo.

Inteso avea che su quel monte alpestre,

Ch'oltre alle nubi e presso al ciel si leva.

Era quel Paradiso che terrestre

Si dice, ove abitò già Adamo ed Eva.

Con cammelli, elefanti, e con pedestre

Esercito, orgoglioso si moveva,

Con gran desir, se v’abitava gente

Di farla alla sua legge ubbidiente.

Un autore spagnuolo del secolo XVI, Giovanni Gonzales di Mendoza, narra, traendola non so d’onde, la storia di un re del Bengala, il quale mandò gente, con molte barche, su per il Gange, ordinando loro d’andarne alla scoperta del Paradiso terrestre. Gli esploratori navigarono più mesi a ritroso del fiume, e giunsero finalmente a un luogo ove era mitissima la corrente, e già molti segni apparivano della prossimità della felice dimora; ma per quanti sforzi facessero non poterono passar più oltre, sebbene non ci si vedesse impedimento alcuno. Tornando per un istante ancora ad Alessandro Magno, ricorderò, per opportunità di riscontro, come nello Pseudo-Calbistene si racconti l’andata di lui, attraverso a un paese tenebroso, ov’è la fontana di giovinezza, sin presso alle sedi dei beati, dalle quali lo fanno allontanare due uccelli parlanti; e come nel racconto dl Giulio Valerio, sia dato il nome di Paradiso al luogo dove gli Alberi del Sole e della Luna diedero all’eroe il famoso responso. Nel Titurel, due principi indiani che si vantavano discendenti di Alessandro, descrivono il loro paese, che si chiama Paradiso, senza però esser quello dei primi parenti.

Ecco ora farcisi innanzi parecchi eroi della leggenda cavalleresca medievale. Di Merlino si narra che muovesse con una nave di cristallo in traccia dell’isole beate. Di Ugone da Bordeaux si può dire che, se non fu nel Paradiso terrestre, fu in luogo molto a quello somigliante. Un grifone lo trasportò sopra una montagna che non conosce le tempeste, e dove sono alberi bellissimi e tutti i frutti della terra, e la fontana di giovinezza. Gesù Cristo vi si riposò e la benedisse. Per comando di un angelo, il cavaliere tolse tre pomi, che avevano virtù di far ringiovanire. Ma ben giunse al Paradiso terrestre un altro eroe, Baldovino da Sebourg. Spinti da una furiosa procella, Baldovino e Poliban passarono il mar d’Inghilterra, passarono il mare d’Irlanda, e corsero oltre finché si offerse loro agli sguardi un giardino meraviglioso, murato tutto intorno di cristallo, splendente come l’oro. Era quello il Paradiso terrestre. Approdarono i naviganti, e sulla porta trovarono Enoch ed Elia i quali, non vecchi già, ma parevano essere nel fiore della giovinezza, e accolsero i cavalieri molto benevolmente e li misero dentro. Qui le solite meraviglie: uccelli che cantano dolcissimamente, tra quali alcuni che nascono da un raggio di sole e sono detti salamandre; serenità perpetua; alberi sempre verdi e carichi di frutti; l’albero del peccato, tutto secco. Elia fece tornare il re Poliban di trent'anni, dandogli a mangiare di certo pomo. Baldovino, ch’era giovane, avendo voluto far ancor egli l’esperimento, contrariamente all’ammonizion del profeta, divenne in un momento vecchissimo, e pien d’acciacchi, e non racquistò la gioventù perduta se non quando Enoch gli ebbe dato a mangiare di un altro pomo del giardino. I cavalieri seppero da profeti che nel Paradiso avverrà il Giudizio universale. Quando se ne partirono, sembrava loro di esserci stati due giorni, e c’erano invece rimasti due mesi.

Un eroe più illustre di Baldovino, e anche di Ugone, fu Uggeri il Danese, del quale pure si narra che andasse al Paradiso terrestre. In uno dei poemi francesi cui la sua storia porge argomento, il poeta lo conduce, non nel Paradiso propriamente, ma in quelle vicinanze:

Car le Danois s’en va ou chastel d’aimant,

Qui siet par faerie les Avalon le grant,

Et Paradiz terrestre est un petit avant,

Dont Enoc et Elie vont le saint lieu gardant,

Et y furent ravy en char de feu ardant,

Et la sont tous en vie et sont jusqu’a tant

Qu’Antecrist regnera et cil deux dieu sergant

Le meteront a fin: on le treuve lisant

En la sainte escripture qui pas ne va mentant.

Segue poi il racconto del lungo soggiorno che fece l’eroe in quel paradiso dei cavalieri che fu l’isola di Avalon. Il medesimo si ha nel romanzo in prosa, calcato sul poema; ma moltiplicando e affastellandosi sempre più le avventure dell’eroe, gli era naturale che venisse a cacciarsi tra queste anche un vero e proprio viaggio al Paradiso. Di tale viaggio è ricordo nel Fioretti dei paladini. Giovanni d’Outremeuse narra che Uggeri volle conquistare il – Paradiso terrestre, e con un esercito di ventimila uomini passò regioni popolate di serpenti, attraversò la valle tenebrosa, vide molte isole, molti strani e spaventosi animali, mangiò dei frutti degli Alberi del Sole e della Luna, e giunse al Paradiso, il quale è tutto cinto di monti altissimi, ed ha un’unica entrata, guardata da fiamme, che non lasciano passare nessuno.

Uggeri non pare che sia penetrato nel luogo vietato, ma bene vi penetrò un altro cavaliere, il quale ebbe anche la ventura di visitare l’inferno, Ugo d’Alvernia. Dopo molte e molte avventure, le une più strane delle altre, Ugo giunge ai Paradiso terrestre, vede la fonte da cui nascono i quattro fiumi, e presso a quella l’albero disseccato, che pare tocchi con la vetta il cielo, e tra i rami dell’albero la Vergine, con in braccio il bambino; poi trova Enoch ed Elia, i quali si comunicano con cert’ostie ch’egli ebbe dal papa, e portò seco nel viaggio. Così nel testo italiano del poema, che manoscritto si conserva nella Nazionale di Torino, e così ancora, secondo ho ragion di credere, nel franco-italiano della Biblioteca Regia di Berlino. Nel romanzo in prosa di Andrea da Barberino il racconto corre alquanto diverso. Ugo risalì, cavalcando verso le sorgenti del Nilo, accompagnato da alcuni grifoni, suoi fedeli ajutatori: «trovò una nugola, come tenebra scura, ed era come un muro, e alta, e tagliata insino all’aria, e divideva la luce». Quivi presso era un pilastro, con una scritta, la quale avvertiva chiunque non fosse mondo di peccato di non andare più oltre. Ugo penò tre giorni ad attraversar quelle tenebre, dopo di che giunse a un bel prato fiorito, pieno d’alberi, ch’era la Terra Santa di Promissione: vide Enoch ed Elia, e un luogo cerchiato di muro, ch’era più propriamente il Paradiso terrestre, dove i santi dissero che nessuno uomo vivo poteva entrare; e non ben s’intende se all’eroe sia conceduto d’entrarvi.

Molta somiglianza morale ha con Ugo d’Alvernia Guerino il Meschino, e molta somiglianza spesso è tra le loro avventure. Guerino giunge al Paradiso terrestre scendendo nel Pozzo di San Patrizio. Uscito dall’inferno, il cavaliere perviene, in compagnia di molli spiriti vestiti di bianco, davanti a un muro, che gli sembra d’oro massiccio, tempestato di gemme, ed è alto sino al cielo, e splende a guisa di fuoco ardente. S’apre una porta, e n’esce un soavissimo odore, e uno di quegli spiriti porge al cavaliere un pomo molto odorifero, da cui questi si sente tutto riconfortare. Sopraggiungono Enoch ed Elia, i quali menano il cavaliere in giro per una felice campagna che si stende tutto all’intorno. Nel Paradiso stesso nessun uomo mortale può entrare. Più oltre Guerino vede una città risplendente, cinta di un muro di fuoco, e ode il canto degli angeli, ond’è rallegrata, ed ha, attraverso una porta, un’assai strana visione della Trinità. Non s’intende bene se questo sia il Paradiso terrestre o il celeste; ma è probabile sia il celeste. Tullia di Aragona rinarra tutto ciò, con alcune differenze, nel suo poema, e pone ad abitare nel Paradiso terrestre, insieme con Enoch ed Elia, anche San Giovanni.

Con la storia di Ugo d’Alvernia e di Guerino ha molta affinità la storia di un Fortunato, che non ha nulla di comune con quello celebre della leggenda popolare, ai quale la Fortuna aveva fatto dono della borsa che mai non si votava. Tale istoria porge materia a un poderoso romanzo in prosa, che si conserva fra i manoscritti palatini di Firenze. Come Guerino, il nostro Fortunato va in cerca del padre, che non conosce; compie il solito viaggio in remote regioni; vede le solite meraviglie; e giunge con alcuni compagni alle falde del monte del Paradiso, il quale è «tanto altissimo, che la fine dell’altezza» non si può vedere, e nemmeno il mezzo; e così erto, che non ci si può salire da quella parte. I viaggiatori son venuti su per il Fison, e si trovano nella provincia d’Etiopia, confusa spesso, come s’è già notato, con l’India. Dopo molt’altri giorni di viaggio, confessatisi e comunicatisi a una badia, salgono il monte dalla parte opposta, e trovano «molte ville e abitanti», da’ quali sono ricevuti con onore, finché, a un certo punto, vedono il «monte cerchiato di fuoco infimo all’aria», e un angelo «tutto focoso, con una spada in mano» dice loro che a nessun uomo mortale è lecito salir più su, e li invita a mandare un sacerdote che battezzi le genti da essi convertite alla fede cristiana.

Gli è strano che l’altro Fortunato, quello la cui storia compare in tutte quasi le letterature d’Europa, non esclusa l’italiana, non giunga ancor egli al Paradiso terrestre, dappoiché la leggenda lo fa scendere nel Pozzo di San Patrizio, visitare il paese del Prete Gianni, e correre tutto il mondo.

Gli ultimi cavalieri da noi incontrati ci hanno quasi ricondotti nel mondo monacale ed ascetico, tanto è spiccato in essi il carattere religioso, tanta la devozione con cui lungo tutto il corso degli strani lor viaggi, e in meno a mille avventure e a mille pericoli, si raccomandano a Dio, gridano i loro peccati, digiunano, si macerano, e si confessano ogni qual volta è data loro occasione di poterlo fare. Perciò sarà da ricordare qui la saga di Eirek, figlio di Thrand, re di Drontheim, saga che manifestamente intende alla edificazione. Partitosi dalla sua terra, Eirek giunge, in compagnia di un suo amico, a Costantinopoli; ha con quell’imperatore un colloquio di argomento religioso; attraversa la Siria, entra in mare, giunge in India, e a un ponte guardato da un drago. Di là dal ponte è il Paradiso. Eirek vi penetra, gettandosi nella bocca spalancata, passando attraverso il corpo del mostro. Trova una campagna fiorita, corsa da rivi di miele, e una torre sospesa in aria, a cui sale su per una scala leggiera, e dove gli si offre una tavola apparecchiata. Tornato in patria dopo sette anni di assenza, narra, a confusion dei pagani, le sue avventure, poi sparisce, rapito miracolosamente, e di lui non si ha più notizia.

Ricorderò ancora Hélias, o il Cavalier dal Cigno, dei poemi francesi, la figliuola della Reina d’Oriente, e il buon Astolfo. Del primo fu detto che venisse dal Paradiso terrestre quando comparve sulla navicella incantata, cui traeva per l’onde il candido uccello. La seconda ci fu fatta andare dal Pucci. Il terzo ci fu condotto dall’Ariosto. Astolfo chiusa la bocca dell’inferno, e imprigionate per sempre le tetre Arpie, si lava da capo a piè:

Poi monta il volatore, e in aria s’alza,

Per giunger di quel monte in su la cima,

Che non lontan con la superba balza

Dal cerchio della luna esser si stima.

Tanto è il desir che di veder lo ’ncalza,

Ch’al cielo aspira e la terra non stima.

Dell’aria più e più sempre guadagna,

Tanto ch’al giogo va della montagna.

 Quivi fiori che pajon gemme, alberi sempre fecondi, uccelletti di tutti i colori che cantano dolcemente, ruscelli, e laghi che vincono di limpidezza il cristallo, un’aura soave che va predando ai fiori il profumo, uno smisurato palazzo

in mezzo alla pianura,

Ch’acceso esser parea di fiamma viva:

Tanto splendore intorno e tanto lume

Raggiava, fuor d’ogni mortal costume.

Enoch, Elia, San Giovanni accolgono amorevolmente il cavaliere, lo alloggiano in una stanza, gli dànno di quelle frutta che non hanno simili in terra, provvedono buona biada all’ippogrifo. Il dì seguente l’eroe si leva, e dopo aver discorso con San Giovanni Di molte cose di silenzio degne[7], venuta la sera, entra con l’apostolo in un carro, tratto da quattro destrieri più rossi che fiamma, e sale al mondo della luna per ricuperare il senno d’Orlando.

Astolfo fu l’ultimo visitatore del Paradiso terrestre. Fausto, l’inquieto ed insaziabile scrutator delle cose, figura e simbolo di una nuova età, dopo aver corso in compagnia di Satana tutta la faccia della terra, e penetrato gli abissi, pervenne secondo il popolare racconto, alle fatali giogaje del Caucaso, e vide, da lungi, fiammeggiare la spada ardente del cherubino; ma, come tratto da nuova cura, non si fermò e passò oltre. E dopo di lui nessuno più vide la porta meravigliosa sognata da tanti, e da così pochi varcata; la porta d’oro e di gemme ormai chiusa per sempre.

 

Note

______________________________

 

[1] Mussafia. Sulla leggenda del legno della croce, pp. 165-167.

[2] W. Meyer, Die Geschichte des Krenzholzers von Christus.

[3] Le immaginazioni della leggenda e delle novelline popolari hanno importanza notabile per la dottrina psicologica del tempo.

[4] «La poésie des races celtiques», in Essays de morale et de critique, Parigi, 1859.

[5] Vedi la vita inserita dal Mabillon negli Acta sanctorum ordinis S. Benedicti, saec. pr., p. 178

[6] Filippo II, sposando Maria, s’impegnò a rinunziare alla corona d’Inghilterra nel caso che fosse tornato re Artú.

[7] 0rlando Furioso, c. XXXIV, st. 48 sgg.

Indice Biblioteca Graf, Miti leggende e superstizioni del Medioevo, Indice  Il mito del Paradiso terrestre e i paradisi artificiali - Appendice Il mito del Paradiso terrestre e i paradisi artificiali - Cap. 3

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011