Arturo Graf

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo

Edizione di riferimento:

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, Mondadori, Milano 1996

Capitolo III

Gli abitatori del Paradiso terrestre

Il primo uomo, e il primo abitatore umano del Paradiso terrestre fu, secondo la Genesi, Adamo. Il mito ampliato e variato de’ tempi posteriori s’attenne scrupolosamente, per questo rispetto, alla parola biblica, e la invenzione dei preadamiti, che prima di Adamo avrebbero dovuto popolare la terra, è una invenzione assai tarda, ignota ai cristiani dei primi secoli, ignota a quelli dei tempi di mezzo. Eva fu la compagna di Adamo nel beato soggiorno.

Il racconto biblico è assai sobrio di notizie intorno ai due primi parenti; ma una tal sobrietà non poteva appagare la fantasia dei credenti, memori dell’antico peccato e consci della infelicità ond’esso era loro stato cagione. Il bisogno di conoscerne meglio gli autori, le condizione, le conseguenze, nacque spontaneo negli spiriti; e da quel bisogno ebbe origine una moltitudine d’immaginazioni, le quali ripeterono fantasticamente tutta la storia dei due protoplasti, dalla creazione alla morte, e più oltre ancora, sino alle vicende della più prossima loro discendenza. In grazia di quelle immaginazioni, il succinto e arido racconto biblico si muta in un lungo romanzo pieno di meraviglie e di stravaganze, le cui parti non sono tutte insieme congiunte; anzi si può dire che formino come tanti romanzi separati, aventi il soggetto medesimo, e informati, generalmente parlando, dal medesimo spirito. Esse appartengono, quando in comune, quando in particolare, alle tre grandi famiglie religiose che nei libri dell’Antico Testamento cercano il verbo primo, se non anche l’ultimo, delle loro credenze: ebrei, cristiani, maomettani. Prima di passare a vedere un buon numero di quelle immaginazioni, non sarà fuor di luogo dare una rapida indicazione delle fonti da cui esse derivano, o, per parlar più giusto, giacché ben poco si conosce circa le loro origini prime, delle scritture in cui ebbero a raccogliersi. Le principali sono: 1. Alcuni trattati del Talmud; 2. La Piccola Genesi, o Libro dei Giubilei, opere di autore ebraico, anteriore a Gesù Cristo; 3. Il Combattimento di Adamo ed Eva, tradotto dall’ebraico in etiopico, e malamente attribuito a Sant’Epifanio, vescovo di Cipro; 4. La Caverna dei Tesori, già ricordata; 5. Il Testamento d’Adamo, il quale è, assai probabilmente, tutt’uno con l’Apocalissi d’Adamo di cui fa parola Sant’Epifanio, e con la Penitenza d’Adamo registrata nel decreto di papa Gelasio; 6. Il Libro d’Adamo dei Mandaiti; 7. Una Vita greca; 8. Una Vita latina; 9. Il Corano, e non poche storie, e non pochi trattati geografici degli Arabi.

Le prime favole di cui noi dobbiamo ora prendere notizia sono quelle concernenti la creazione di Adamo e di Eva. Anzitutto è da ricordare che i cabalisti conobbero un tipo celeste dell’Adamo terrestre, e lo chiamarono col nome di Adam Kadmon, e che un Adamo celeste si mostra pure nelle dottrine dei primi gnostici. La Bibbia si contenta di dire che il Signore plasmò il corpo di Adamo della polvere della terra; ma tale linguaggio parve poi ai credenti troppo generico. Secondo una finzione dei rabbini, la polvere con cui Dio plasmò quel corpo fu raccolta da tutta la faccia della terra; secondo una finzione analoga dei musulmani, la terra necessaria fu dai quattro angeli maggiori recata dai quattro punti cardinali: solo il cuore ed il capo furon fatti di terra tolta nei campi dove sorsero poi la Mecca e Medina, la santa Kaaba e il sepolcro del profeta. Ebrei e cristiani vollero far notare, che Adamo era stato creato di terra vergine, di terra, cioè, non ancora bagnata e polluta dalla pioggia e dal sudore e dal sangue, né seminata, né arata; e Sant’Agostino, per tal ragione, poneva il nascimento del primo uomo a riscontro del nascimento di Cristo, figliuol d’una vergine. La terra non parve più materia sufficiente a tant’opera, e si disse che Adamo fu formato di otto parti diverse, e che la terra fu una delle otto, assegnando le altre, con più varie enumerazioni, a elementi diversi, o sostanze, o corpi; per esempio: mare, sole, nuvole, vento, pietre, spirito santo, chiarità del mondo. La credenza del resto che l’uomo fosse formato di otto parti, si vede già ricordata da Plutarco, il quale l’attribuisce agli stoici. Stando a un’opinione assai diffusa, Adamo fu creato nell’agro damasceno; ma parecchi affermarono ch’ei fu creato in Ebron, presso Gerusalemme, e ciò per ragioni che vedremo tra poco.

I musulmani, i quali narrano più cose mirabili del modo con cui l’anima immortale fu introdotta da Dio nel corpo appena plasmato, e del diffondersi di quella per le varie membra e pei sensi, in guisa che ciascuno ne ricevesse la vita, i musulmani asseriscono che il primo uomo fu creato un venerdì, nell’ora in cui i credenti sogliono recitare la terza preghiera, a egual distanza dal mezzodì e dal tramonto del sole; e s’accordano così, quanto al giorno, con ebrei e con cristiani. Dice Sant’Ireneo che Adamo fu creato un venerdì, e di venerdì peccò, nel qual giorno poi ebbe a morire il Redentore per ricomprar quel peccato. Altri scrittori ecclesiastici notarono che come Adamo fu creato il sesto giorno, così Cristo nacque nel sesto millenario. Vedremo in seguito altri riscontri e collegamenti simili, immaginati per coordinare sempre più fra loro i due fatti del peccato e della redenzione, dei quali l’uno era causa e l’altro effetto; ma gioverà notare sin da ora che nel racconto biblico quel benedetto giorno non è molto sicuramente indicato, perché mentre in una parte l’uomo appar creato nel sesto, subito dopo i bruti, in un’altra appar creato prima dei bruti e prima delle piante; altro segno della poca cura con cui furono congiunte insieme le due tradizioni. Nel Bunde-hesh si legge che Ahura Mazda spese settantacinque giorni in formar l’uomo: non so che nulla di simile siasi detto dal creatore di Adamo.

Ma non da tutti si credette che di una così vile e malvagia creatura come subito ebbe a mostrarsi l’uomo potesse essere fattore Iddio. Gli gnostici, che tanto travaglio diedero alla Chiesa primitiva, e per oltre due secoli ne minacciarono le dottrine e l’esistenza; gli gnostici, per cui la materia era la corporalità stessa del male, affermarono che tutta la creazione, e però anche l’uomo, fosse fattura, non già di Dio, ma del Demiurgo, il quale, nella loro concezione dualistica, s’immedesima sempre più col principio del male, e contro cui è tutta rivolta l’opera salutare di Cristo. Pei Marcioniti il Demiurgo creatore è bensì il Dio degli Ebrei, ma è, in pari tempo, un principio malvagio, contrapposto al Dio superiore, il quale è tutto amore e bontà. Il Demiurgo creò l’uomo e gl’infuse il suo spirito. Fra i Manichei il Demiurgo assume talvolta il nome di Satana. Nel Libro d’Adamo dei Mandaiti, libro tutto penetrato di dottrine gnostiche, si dice che il corpo del primo parente fu creato da genii malefici. Nel medio evo i Concorezensi, i Bogomili e i Catari pensarono che i primi parenti fossero spiriti angelici rinchiusi in corpi plasmati da Satana, e che fosse un’illusione e un inganno dello stesso Satana il Paradiso terrestre.

Che Eva fosse stata creata con una costa d’Adamo fu generalmente ammesso dalle varie famiglie di credenti che si attennero al racconto biblico; e alcuni rabbini seppero dire perché il Signore avesse scelta quella parte del corpo anziché un’altra, e provarono pure che, togliendola ad Adamo, Dio non era stato un ladro. Ciò nondimeno una opinione diversa ebbe pure a sorgere, che suggerita da un’altra ambiguità di quel racconto medesimo, trovò numerosi seguaci fra i rabbini, e qualcuno anche tra i cristiani; la opinione cioè che Adamo fosse creato primariamente androgino, o con due corpi di sesso diverso, congiunti insieme e poi separati da Dio. La celebre visionaria Antonietta Bourignon (1616-1680), la quale giunse a veder l’Anticristo, vide pure il primo padre Adamo, quale fu nella sua gloria, e lo vide androgino; ma a modo suo. In luogo di membro virile egli aveva un naso, simile in tutto a quello che adorna il volto, e provveduto delle medesime facoltà; e nel suo ventre avveniva così la produzione come la fecondazione degli ovuli da cui nascevano altri uomini.

Naturalmente si volle che, prima del peccato. Adamo avesse avuto un corpo molto più perfetto che non ebbero poi, e che non sia questo nostro; e si disse che, mentre durò nello stato d’innocenza, egli fu tutto luminoso. Altrettanto si narrò di quel Yami della mitologia indiana, il quale ha con l’Adamo biblico più di una somiglianza. Nell’Evangelo di San Matteo è detto che i giusti risplenderanno come il sole nel regno del padre loro, e di una parziale lucidità miracolosa apparsa nel corpo di un santo uomo parla Cesario uno de’ suoi racconti. Alcuni rabbini pensarono che Dio avesse creato Adamo con la coda, ma che poi gliela togliesse per amor di bellezza; e qualcuno pur ve ne fu che di quella coda disse formata Eva. Ad ogni modo, Adamo fu la più bella delle creature, superiore in bellezza agli angeli ingelositi, inferiore solamente a Dio; ed Eva fu la sua degna compagna; e se poteva importare, per altri rispetti, che essi avessero, o non avessero avuto ombelico, per la bellezza non importava gran fatto.

Ebbero bensì statura acconcia alle altre loro perfezioni. Secondo i rabbini, Adamo toccava col capo il cielo, si stendeva da una a un’altra estremità della terra. Gli angeli ne furono sgomenti, e allora Dio lo rimpicciolì sino a mille cubiti; oppure, dopo il peccato, gli gravò una mano sul capo e lo ridusse di 1000, 900, 300 o 200 cubiti. Anche pei musulmani Adamo toccava col capo il primo de’ sette cieli, e opinioni consimili corsero tra’ cristiani. Mosè Bar-Cefa riferisce, in relazione con l’opinione che poneva il Paradiso terrestre nell’antictone, una credenza, secondo la quale Adamo ed Eva, essendo di smisurata statura, avrebbero attraversato l’oceano a guado per venirsene nella terra di qua. Non mancarono valentuomini che sulla vera ed esalta statura dei primi parenti istituirono lunghe e faticose indagini.

Il nome stesso di Adamo diede argomento a parecchie strane immaginazioni, perché non pareva possibile che il nome imposto al primo padre da Dio medesimo, non fosse formato in qualche maniera speciale, non contenesse alcuna significazione occulta. Giuseppe Flavio si contenta di dire che Adamo vuoi dire Il Rosso, e che il primo uomo fu così denominato perché formato di terra rossa; ma in un opuscolo De montibus Sina et Sion, falsamente attribuito a San Cipriano, si mostra come il nome di Adam sia formato delle quattro lettere con cui principiano, in greco, i nomi dei quattro punti cardinali, ᾽ανατολή, δύσις, ᾽αρχτος, μεσημβρία; e ivi stesso si svela che nel nome di Adamo era indicato il tempo della passione di Cristo e il numero d’anni speso da Salomone in costruire il Tempio. Sant’Agostino dice che quella composizione del nome di Adamo sta a mostrare, sia che la discendenza di Adamo si spargerà per le quattro piaghe della terra, sia che dalle quattro piaghe saranno raccolti gli eletti. Per quella ragione Adamo fu detto tetragrammatos e microcosmo. Tralascio di parlar di coloro che nei nomi di Adamo e di Eva trovarono, o credettero di trovare, le prove del solito mito solare.

La creazione del primo uomo, se fu incominciamento d’iniquità e di sciagura sopra la terra, fu pure cagione di discordia e di ruina nel cielo. Narrano i rabbini, che come appena si sparse colassù la nuova che l’Eterno voleva creare Adamo, si affollarono intorno al trono di lui gli angeli e i genii, de’ quali, parte lo esortavano a crearlo, e parte ne lo dissuadevano. Gli angeli della Misericordia, della Pace, della Giustizia e della Verità, espressero vani sentimenti e diedero opposti pareri. Quest’ultimo gridò piangendo: «Padre del vero, tu crei sulla terra il padre della menzogna». Ma l’Eterno rassicurò le schiere degli spiriti, dicendo che la verità avrebbe legato la terra col cielo; e Adamo fu creato. Nel Corano il contrasto si aggrava, e produce effetti disastrosi. Dio, dopo che ebbe creato Adamo, chiamò le schiere degli angeli suoi perché onorassero la nuova creatura Tutti si piegarono volentieri al divino comando, salvo Iblîs, l’angelo superbo, il quale ricusò d’inchinarsi alla creta, e fu per tale disobbendienza cacciato dal cielo; di che poi si vendicò, trascinando l’uomo e la donna al peccato. Fantasie simili ebbero anche i cristiani, e si può tener sicuro che Maometto, il quale da cristiani e da ebrei toglieva ciò che gli tornava utile, ne conobbe qualcuna. Nella Vita latina ricordata di sopra, Satana stesso narra ad Adamo la cagione della sua caduta. Creato l’uomo, Dio ordinò a tutti gli angeli di adorare quella sua immagine. Primo obbedì Michele, il quale poi fece obbedire gli altri; ma Satana, tenendosi troppo da più di Adamo, ricusò di adorarlo, e alle minacce di Michele rispose che porrebbe la sua sede sopra gli astri del cielo, e si farebbe simile all’Altissimo. L’ira dell’Altissimo piombò su di lui. Egli fu espulso, insieme coi suoi seguaci, dal cielo, e per vendicarsi trascinò alla colpa chi fu involontaria cagione della sua caduta. Qualche accenno a sì fatto mito si trova già, come fu notato da altri, in Tertulliano, in Sant’Ireneo, in Sant’Agostino. Questi lo ricusa, e sostien la opinione che Satana cadde per superbia nell’inizio dei tempi.

Il primo uomo aveva, del resto, qualità e pregi quasi divini, tali, insomma, da meritargli l’ammirazione e la reverenza degli angeli. In più luoghi si trova detto che egli vinceva in perfezione tutti gli spiriti celesti: stando a una delle tante fantasie rabbiniche, gli angeli, vedutolo, credettero ch’egli fosse un secondo Dio, e l’unico vero Dio, per disingannarli, lo fece cadere in un profondo sopore. Non si dimentichi che in molte altre mitologie il primo uomo è un dio, o quasi un dio.

Adamo fu il più sapiente degli uomini, superato solo da Cristo, l’Uomo Dio. Seguendo San Tommaso e la tradizione patristica, dice Dante che in Adamo e in Cristo fu infuso da Dio stesso.

Quantunque alla natura umana lece

Aver di lume [1].

Sapere connato [2] dunque, non acquisito. I cabalisti pensarono invece che Adamo fosse stato ammaestrato dagli angeli, e Mosè Maimonide asserì ch’egli fu uno stolto finché non ebbe gustato il frutto proibito. La opinione, per altro, ch’egli avesse in sé, comunque acquistata, ogni dottrina, fu la opinion prevalente. Alcuni rabbini dissero che Dio stesso mandò ad Adamo, per mezzo dell’angelo Rasiele, un libro, in cui erano dichiarati tutti i secreti del cielo, ed esposte tutte le sante dottrine, e che gli angeli scendevano apposta per udirne la lettura. Questo libro miracoloso ritornò da se stesso in cielo dopo il peccato; ma quando Adamo ebbe fatto penitenza, Dio ordinò all’arcangelo Raffaele di riportarglielo, e Adamo ne fece diligente lettura, e lo lasciò, morendo, a Seth. Una finzione simile a questa corre tra’ musulmani: nella fantasia di taluno il libro diventò un vero e proprio libro di magia. Adamo fu tenuto inventore dei caratteri, peritissimo in astrologia e, generalmente parlando, institutore di tutte le scienze e di tutte le arti. Frutto di tanto sapere furono parecchi libri. Sant’Epifanio ricorda certe rivelazioni attribuite dagli gnostici ad Adamo; alcuni rabbini parlarono di un libro di singolarissimo pregio in cui egli raccolse quanto nel Paradiso terrestre udì dalla bocca di Dio; Mosè Maimonide dice che i Sabei facevano Adamo autore di trattati sopra l’agricoltura: persino libri di alchimia gli furono attribuiti. Due salmi si volle fossero opera sua. Eva dovette avere, in qualche parte almeno, il sapere di Adamo: Sant’Epifanio fa menzione di un evangelo che si diceva dettato da lei.

Una solenne e innegabile prova del suo sapere, se non altro filologico, diede Adamo quando, essendogli stati condotti innanzi, da Dio, tutti gli animali creati, egli seppe nominar ciascuno in settanta lingue diverse, mentre, per confession dei rabbini, gli angeli non avevano saputo nominarli nemmeno in una lingua sola. Gli è vero, per altro, che di solito non si concede ad Adamo la cognizione di tante lingue quante ne nacquero poi, al tempo della edificazione della Torre di Babele; ma si ragiona della lingua parlata da lui come di una lingua assai più perfetta che non quelle venute dopo, e perdutasi già sin dai tempi della prima sua discendenza.

La lingua ch’io parlai fu tutta spenta

Innanzi assai ch’all’ovra inconsumabile

Fosse la gente di Nembrot attenta [3],

dice lo stesso Adamo a Dante, là nel Paradiso. Vero è che nel trattato De vulgari eloquentia, Dante aveva affermato che la lingua parlata primamente da Adamo fu quella stessa che parlarono poi gli Ebrei, serbata integra, affinché il redentore del mondo potesse parlare il linguaggio della grazia, e non un linguaggio nato dalla confusione[4].

Vogliono alcuni che Adamo fosse introdotto da Dio nel Paradiso terrestre solo quaranta giorni dopo la sua creazione. Checché sia di ciò, la felicità di cui godettero nel giocondo giardino egli e la donna sua fu quale noi non possiamo nemmeno immaginare, nonché descrivere. Vivendo in terra, eglino eran fatti partecipi della vita del cielo. Nel Testamento ricordato pur dianzi, lo stesso Adamo racconta al figliuolo Seth quale fosse la condizione di lui e di Eva nel Paradiso, prima del peccato. Udivano il suono armonioso che moveva dalle ali dei serafini preganti; udivano la gran voce dell’acque, le quali, dal profondo, adoravano il loro fattore; udivano le preghiere di tutti gli esseri distribuite per le diverse ore del giorno e della notte. Fruivano della beatifica visione di Dio, e pascevano l’anime della parola divina. Godevano delle delizie incomparabili del giardino, circondati dalla reverenza e dall’amore di tutte, le creature viventi.

Ma quanto tempo godettero di così invidiabile felicità? quanto durò, in altri termini, lo stato di loro innocenza? Su questo punto le opinioni divariano assai, giacché nulla dicono le Scritture. San Giovanni Crisostomo crede, che Adamo ed Eva non rimasero forse nemmeno un giorno nel Paradiso; e narrano alcuni talmudisti che Adamo peccò nella decima ora del giorno in cui fu creato, e che egli ed Eva furono pieni di terrore quando, essendo già stati cacciati dal Paradiso, videro per la prima volta in lor vita tramontare il sole. In Occidente si accreditò in più particolar modo la opinione che i primi parenti non rimanessero nel Paradiso più di sett’ore, dalla prima alla settima, o dalla terza alla nona del giorno in cui furono creati, e vi furono introdotti. Perciò dice Adamo a Dante:

Nel monte, che si leva più dall’onda,

Fu’ io, con vita pura, e disonesta,

Dalla prim’ora a quella che seconda,

Come il sol muta quadra, l’ora sesta [5].

Ma altre opinioni vi furono in buon numero, delle quali alcune poco si dilungavano da questa, e altre moltissimo; e secondo che si badi all’una o all’altra, Adamo ed Eva sarebbero rimasti nel Paradiso un giorno, sei, nove, quaranta giorni, sett’anni, quindici, ventotto, un secolo. I maomettani ce li fanno stare cinquecent’anni.

Non si creda, del resto, che questi numeri fossero sempre immaginati a caso: molte volte si cercò in essi un indizio di misteriose e recondite colleganze tra i due fatti capitali della storia del genere umano, la caduta e la redenzione. Le condizioni e il modo di quella dovevano prenunziare le condizioni e il modo di questa. Perciò da taluno si fece durare il soggiorno dei primi parenti nel Paradiso quanto poi durò la passione di Cristo; e si disse che il peccato fu commesso l’ora sesta, nella qual ora Cristo fu posto in croce; e che l’espulsione avvenne l’ora nona, nella quale ora poi Cristo morì. Altre corrispondenze pure s’immaginarono. I quarant’anni dovevano rispondere agli altrettanti che gli ebrei passarono nel deserto.

Secondo i musulmani, che drammatizzarono in assai poetico modo la storia della tentazione, Adamo resistette ottant’anni alle sollecitazioni di Eva, che voleva fargli gustare il fatal pomo. I cristiani non si curarono di sapere troppi particolari in proposito. Ammisero, senz’altro, che Adamo fu trascinato al peccato da Eva; e solo si mostrarono alquanto più curiosi di conoscere la vera qualità del peccato commesso da entrambi. La opinione ortodossa e legittima è ch’essi abbiano veramente trasgredito il divino precetto mangiando il pomo; non un pomo simbolico, ma un pomo reale. Divieti simili a quello di cui narra la Genesi si trovano in tutte le mitologie, e non di rado riguardano appunto una pianta; e di ciò non si meraviglia chi ricordi con quanta facilità gli uomini primitivi attribuissero ai frutti, o ai succhi di certe piante, virtù di conferire, sia la immortalità, sia un sovrumano sapere. Dante, che in così fatte questioni suol farsi ripetitore delle dottrine approvate dalla Chiesa, dice, parlando della sacra pianta del Paradiso terrestre:

Per morder quella, in pena ed in disio

Cinquemil’anni e più, l’anima prima

Bramò colui che il morso in sé punio;

e facendo consistere la colpa, non nel fatto materiale dello aver mangiato il frutto, ma nella disobbedienza, pone in bocca ad Adamo queste parole:

Or, figliuol mio, non il gustar del legno

Fu per sé la cagion di tanto esilio,

Ma solamente il trapassar del segno [6].

Alcuni talmudisti, per altro, pensarono, non ostante il detto divino Crescete e moltiplicate, che il peccato fosse consistito nella copula, e questa loro opinione ebbe seguitatori anche fra’ cristiani[7].

Dove, quando seguì il primo accoppiamento dei due primi genitori? Anche intorno a ciò vi furono più disparate opinioni. Alcuni rabbini dicono ch’esso avvenne nel Paradiso, e che nel Paradiso furono concepiti Caino e Abele. I musulmani narrano meraviglie delle nozze di Adamo ed Eva: e del padiglione di seta sotto cui esse furono celebrate, nel bel mezzo del Paradiso. Ma i Dottori cristiani, tra cui San Girolamo e Sant’Agostino, sostennero sempre che Adamo ed Eva uscirono vergini dal Paradiso terrestre, e non si congiunsero se non passato certo tempo, più o meno lungo, dalla loro espulsione: e Felice Faber afferma che, se fossero rimasti nel Paradiso, avrebbero generato senza perdere la verginità. Ad ogni modo si ammetteva da tutti che, immediatamente dopo il peccato, essi avessero perduto in certa guisa la verginità dello spirito, avvedendosi della nudità propria. Perciò parecchie sètte di eretici, che si chiamarono col nome di Adamiti, sorte in vani tempi, considerarono la nudità come un segno di libertà di spirito e d’innocenza e rifiutarono ogni maniera di vesti.

Ma fu veramente Eva la prima moglie di Adamo? ed Eva, la gran prevaricatrice, fu ella sempre fedele al suo legittimo sposo? Strani dubbi si mossero intorno a ciò; anzi strane cose si affermarono. Fu credenza diffusa tra’ rabbini che, prima di generar figliuoli con Eva, Adamo ne generasse con un demone femmina per nome Lilith, il quale vuolsi da taluno che sia una cosa istessa con Ilithia, dea della notte e dello spazio, adorata in Grecia ed in Egitto. Da quelle prime nozze nacquero molti spiriti maligni. Secondo un’altra finzione, Dio, prima di trarre Eva dalla costa di Adamo, creò di terra Lilith, la quale rifiutò di obbedire al marito, lo abbandonò, e divenne un genio malefico, infesto ai pargoli, e madre di demonii. Per contro, una favola satirica, dovuta assai probabilmente alla fantasia di un trovero narra che prima d’Eva, Dio aveva dato ad Adamo una compagna assai più perfetta; ma che Adamo, ingelositosi della superiorità di lei, la uccise, dopo di che Dio, per punirlo, diedegli Eva, che lo trasse al peccato. E fu persin detto che Adamo non ischifò di congiungersi con le fiere.

Eva, dal canto suo, non avrebbe dato prova di troppo maggior continenza. Vogliono ch’ell’abbia avuto commercio con Samaele, principe de’ demonii, e procreato con esso più figliuoli, tra cui v’è chi pone Caino, e anche Abele. Del resto le notizie intorno ai figliuoli di Adamo ed Eva sono molto confuse, e non di rado contraddittorie.

Negli apocrifi ricordati di sopra si narra l’aspra e dolorosa vita che dovettero condurre i due primi parenti dopo la loro cacciata dal Paradiso; si narra la dura e lunga penitenza con cui si studiarono di cancellare il peccato e di riacquistare la grazia e l’amore di quel Dio che avevano offeso; si narra la vecchiezza loro e la morte, supreme calamità che sulla terra produsse la colpa. Usciti dal luogo di beatitudine, si trovano in una terra inospitale ed ingrata, fra belve fatte nemiche; errano in cerca di cibo, e debbono contentarsi di quello onde le belve si pascono. S’accostano di bel nuovo al Paradiso, con isperanza d’esservi riammessi, ma la speranza rimane delusa. Essi piangono vedendo i corpi loro tanto mutati da quelli di prima; piangono pensando alla felicità irreparabilmente perduta. Pregano senza fine il Signore, ne implorano la pietà, digiunando, rimanendo immersi per lunghi giorni nelle acque del mare, o in quelle del Giordano o del Tigri. Ma Satana, e gli spiriti suoi, non danno loro pace, li insidiano in tutti i modi: tentano di ucciderli, seducono una seconda volta Eva, distogliendola dalla cominciata penitenza. A consolare tanta miseria, a confortare gli animi che stanno per cedere alla disperazione, viene di quando in quando dall’alto la voce del Signore, che annunzia il futuro perdono e la redenzione; a rinfrancare i corpi afflitti Dio misericordioso manda delle frutta del Paradiso. Nuovi uomini nascono sopra la terra e si vanno aggravando le conseguenze fatali della colpa. Caino uccide Abele: Adamo ed Eva piangono amaramente l’ucciso. Sono corsi nove secoli e Adamo, stremato dalla vecchiezza e dalla malattia, manda il figliuolo Seth, manda la moglie, prima cagione di tanto soffrire, a chiedere al cherubino, cui fu commessa la custodia del Paradiso, l’olio di misericordia. Qui nuova promessa di futura redenzione. Adamo passa di questa vita, profetando nuove colpe e nuove sciagure; Eva non tarda a seguirlo. I figliuoli danno sepoltura ai loro corpi e la storia del mondo procede qual fu prenunziata, correndo incontro al Diluvio.

Tale in succinto, raccolta da’ varii racconti, la storia dei due primi uomini dopo il peccato. Come ognuno può immaginar facilmente, più e più opinioni particolari si ebbero sopra tale, o talaltro punto di essa. Nel trattato Erubim si legge che la penitenza di Adamo durò centotrent’anni; secondo una tradizione musulmana, le lacrime ch’egli pianse dopo il peccato formarono il Tigri e l’Eufrate; secondo un’altra, quelle lacrime caddero sull’isola di Serendib, e produssero le piante medicinali e gli aromati. Uno dei tristi e più visibili effetti della colpa fu, a detta di ceni rabbini, la calvizie. Circa il luogo ove i due primi parenti vissero dopo l’espulsione dal Paradiso, e il luogo dove poi ebbero sepoltura, furono varie credenze. Si disse da alcuni ch’e’ furono rimessi nell’agro damasceno, ov’era stato creato Adamo. Secondo Sant’Epifanio (sec. IV), Adamo ed Eva dimorarono alcun tempo in prossimità del Paradiso, poi errarono per molte regioni, e finalmente vennero in Giudea, ove morirono. Dionigi di Telmahar (sec. IX) dice che la caverna dei tesori, ove ripararono e vissero i due cacciati, e sulla quale apparve poi la stella che guidò i Re Magi, era posta nell’ultimo Oriente, nella montagna di Scir, di contro all’oceano che cinge il mondo, e non lungi dal Paradiso terrestre. Coloro poi che ponevano il Paradiso nell’antictone, pensavano, come abbiam veduto, o che Adamo ed Eva fossero rimasti di là, e la progenitura loro similmente, sino al Diluvio, o che fossero venuti di qua, attraversando l’oceano. Secondo un’altra opinione, che fu diffusissima, così in Oriente, come in Occidente, e in Oriente è viva tuttora, Adamo ed Eva vissero gli anni del loro esilio nell’isola di Serendib, o Ceilan.

 Questa credenza è, senza dubbio, di origine maomettana, o, piuttosto, è una credenza buddistica trasformata da maomettani; ed ecco in qual modo. Credevano, e credono ancora i buddisti, che il Budda soggiornò alcun tempo sopra un monte dell’isola di Ceilan, chiamato Langka dai bramani del continente; che quivi menò vita contemplativa; e che sollevandosi poi al cielo, lasciò nella rupe la impronta del proprio piede, visibile a tutti. I maomettani, usando un procedimento assai frequente nella storia delle leggende, riferirono ad Adamo quanto si narrava del Budda, e le due tradizioni continuarono a vivere l’una accosto all’altra. Di ciò ci porge una curiosa testimonianza Marco Polo nella relazione dei suoi viaggi. Egli dice che l’isola di Ceilan, sulla cima di un alto monte, al quale non si può salire se non con l’ajuto di catene, è un sepolcro, che i Saracini dicono essere di Adamo, e gli idolatri (intendi i buddisti), di Sergamon Borcam. Il séguito del racconto mostra che questo Sergamon non è altri che il Budda, il quale andò soggetto, come è noto, ad un’altra consimile trasformazione diventando il santo Josafat della leggenda cristiana. Gli Arabi chiamarono il monte Rahun, e il primo loro scrittore che abbia fatto ricordo della leggenda sembra essere stato Suleymân. Edrîsi, il quale scrisse il suo trattato geografico alla corte di Ruggero II di Sicilia, nel 1154, Edrîsi, il quale attesta, fra tant’altre cose, d’aver visitato la grotta dei Sette Dormienti presso Efeso, e d’aver veduto i loro corpi tra l’aloe, la mirra e la canfora, non s’intende bene se morti, o sopiti di nuovo, riferisce la leggenda del monte, da lui chiamato el-Rahuk. A suo dire, narrano i bramani esservi sulla vetta del monte l’impronta del piè di Adamo, lunga settanta cubiti e luminosa. Da quel punto, con un passo, Adamo giunse al mare, ch’è lontano due o tre giornate. Dicono inoltre i maomettani che Adamo, cacciato dal Paradiso, cadde nell’isola di Serendib, e quivi morì, dopo aver compiuto un pellegrinaggio al luogo dove poi doveva sorgere la Mecca. Una descrizione del monte si trova pure nei viaggi d’Ibn-Batûta.

La leggenda passò d’Oriente in Occidente, e dai maomettani ai cristiani; e il monte di Ceilan, chiamato poi dai Portoghesi Pico de Adam, diventò celebre. Eutichio, patriarca d’Alessandria (m. 940) dice solo che Adamo fu cacciato in un monte dell’India; ma il monte è poi sempre quello di Ceilan. Odorico da Pordenone lo descrive succintamente, e narra che nella sommità di esso era un lago che quelli dell’isola dicevano formato delle lacrime piante da Adamo e da Eva per la morte di Abele. Giovanni de’ Marignolli ha un racconto più particolareggiato e più esplicito. L’angelo di Dio prese Adamo, e lo posò sul monte di Ceilan, e l’impronta del piede di Adamo rimase miracolosamente impressa nel marmo, lunga due palmi e mezzo. Sopra un altro monte, lontano dal primo quattro piccole giornate, l’Angelo posò Eva, e i due peccatori stettero disgiunti, immersi nel lutto, quaranta giorni, trascorsi i quali, l’angelo condusse Eva ad Adamo, il quale era ormai disperato. Sulla prima montagna erano, oltre l’impronta del piede, una statua seduta, con la destra stesa verso l’Occidente; la casa di Adamo; una fonte di purissime acque, le quali si credeva venissero dal Paradiso, e in cui eran gemme, formate, secondo le opinioni di quegli abitanti, delle lacrime di Adamo; un orto pieno d’alberi che recavano ottimi frutti. Molti pellegrini si recavano a visitare il santo luogo. Sulla fine del secolo XVII, Vincenzo Coronelli diceva ancora che sulla cima del monte era sepolto Adamo, e che ci si vedeva un lago formato dalle lacrime versate da Eva per la morte di Abele. Quest’ultima affermazione contraddiceva a un’altra credenza, che non sembra, per altro; sia stata molto diffusa. Il già ricordato Burcardo di Monte Sion dice che nel fianco di un monte, nella valle d’Ebron, era la spelonca ove Adamo ed Eva piansero cent’anni la monte di Abele, e che ci si vedevano ancora i letti su cui avevano dormito, e la fonte delle cui acque avevano bevuto.

Se fu posta sulla sommità del monte di Ceilan, la sepoltura di Adamo fu posta pure in molti altri luoghi. Secondo una leggenda orientale, Adamo fu seppellito nel Paradiso terrestre; e nella già più volte ricordata Vita latina si dice il medesimo; e nell’Apocalissi greca si dice anche di Eva. Ma questa credenza non ebbe molto favore. Nel Testamento di Adamo si narra che Adamo fu seppellito a oriente del Paradiso, e che gli stessi angeli e le Virtù del cielo ne fecero i funerali. Nel Combattimento di Adamo ed Eva il racconto si arricchisce di particolari a questo riguardo, e si narrano parecchie vicende a cui andò soggetto il corpo del primo genitore. Adamo mancò l’anniversario del giorno in cui fu creato, ricorrendo l’ora in cui fu espulso dal Paradiso. Il suo corpo fu deposto nella caverna dei tesori, dove andarono a raggiungerlo a mano a mano i corpi degli altri patriarchi. Avvicinandosi il Diluvio, Noè e i figliuoli tolsero, per comandamento divino, dalla caverna il corpo di Adamo, insieme con l’oro, l’incenso e la mirra che v’erano raccolti, e lo portarono nell’Arca, lasciando gli altri corpi nella caverna, la quale fu chiusa da Dio per modo da non lasciarne veder segno; e così rimarrà sino al giorno della risurrezione. Molti anni dopo, morto Noè, Sem e Melchisedec traggono, per ordine di Dio, il corpo dall’Arca, e, guidati da un angelo, vanno a seppellirlo sul Golgota. Ecco qui la leggenda celebre che vuole sepolto il peccatore nel luogo stesso ove dovrà poi sorgere la croce del redentore, e che narra bagnata del prezioso sangue di questo il capo ribelle che non aveva saputo piegarsi al divino comandamento. Di questa, che è certo leggenda mirabile, s’ispirarono le arti del disegno: il teschio che in infiniti quadri si vede fuor di terra, appiè della croce, è il teschio di Adamo. Alcuni eretici si spinsero più oltre nei liberi campi della fantasia: essi identificarono il redentore col peccatore, fecero passa l’anima di Adamo prima in Davide, poi in Cristo. E Cristo fu anche detto secondo Adamo. Vogliono alcuni Padri della Chiesa greca che la tradizione, la quale dice Adamo sepolto sul Golgota, sia di origine giudaica: concesso pure che tale sia la sua origine (e gli Ebrei dovevano essere naturalmente tratti a raccostare il padre del genere umano a Gerusalemme), bisogna riconoscere che quella tradizione aveva ogni desiderabil carattere per farsi accettar da’ cristiani. Sant’Agostino esprimeva il pensiero e il sentimento di molti quando mostrava che alla riparazione nessun altro luogo poteva esser più acconcio di quello ove giaceva sepolto il colpevole. Accostandosi a certi racconti di cui dovrò parlare più innanzi, e seguitando una opinione professata da parecchi rabbini e da parecchi Dottori cristiani, dice l’inglese Sevulfo, nella relazione del viaggio che fece in Palestina negli anni 1102-1103, che Adamo era seppellito nella valle d’Ebron, insieme con Abramo, Isacco e Giacobbe. Di così ingegnosi collegamenti non si dilettarono, del resto, solamente gli ebrei e i cristiani: secondo una delle tradizioni maomettane, Adamo fu seppellito a poca distanza dal luogo ove doveva sorgere la Mecca, sul monte Abù-Cais, oppure sul monte Arafat, dove Adamo si ricongiunse con Eva dopo centovent’anni di separazione.

Adamo ed Eva lasciarono, com’è ben naturale, lungo ricordo di sé, del loro peccato, e della punizione che gli tenne dietro, nella loro progenie, defraudata per essi della felicità a cui Dio la voleva chiamata, e data in preda a inenarrabili sciagure. Non si può aprire libro di sacro argomento senza incontrare i loro nomi, e un qualche cenno della istoria loro. Per secoli, durante tutto il medio evo, essi furono vivi nella coscienza dei credenti, che sognavano e agognavano, nella comune desolazione, la perduta felicità. Ai tempi di Michele Psello (sec. XI) si vedevano in un luogo di Costantinopoli le statue di Adamo ed Eva accanto a quelle della prosperità e della fame. Nella solitudine dei chiostri, i monaci si proponevano a vicenda indovinelli, cui porgevano argomento Adamo ed Eva, domandando per esempio: Chi morì senz’esser mai nata? Nei Misteri si vedeva la creazione dei due primi parenti, e tutta la storia dolorosa della tentazione e del peccato, sceneggiata. Nelle epopee francesi del medio evo sono molto frequenti le preghiere poste in bocca a tale o talaltro dei personaggi, e quelle preghiere cominciano assai spesso con un cenno alla creazione dei due progenitori e al peccato da essi commesso. Non era forse uscita da quel peccato tutta, la storia dell’uman genere? I versi d’Alcuino esprimevano a questo riguardo la credenza e il rammarico di un infinito popolo:

Postquam primus homo paradisi liquerat hortos,

Et miseras terme miser adibat opes:

Exiloque gravi poenas cum prole luebat,

Perfidiae quoniam furta et maligna gerit:

Per varios casus mortalis vita cucurrit,

Diversosque dies omnis habebat homo

Ma lasciamo ora, per ritrovarli ancora una volta un po’ più innanzi, Adamo ed Eva, e volgiamoci ad altri abitatori del Paradiso.

Primi ci si presentano Enoch ed Elia, il patriarca il profeta che mai non pagarono il debito loro alla morte, e vivi furono sottratti alla vista degli uomini. La tradizione che entrambi li pone ad abitare nel Paradiso terrestre è assai antica, e comune così ad ebrei come a cristiani: essa aveva una sua ragion naturale nel pensiero che chi scampava per divina grazia alla morte dovesse rientrar nel luogo ove la morte non poteva aver potestà, ov’era l’albero della vita. Sant’Ireneo, Tertulliano, Sant’Agostino, Mario Vittore, Gregorio di Tours, Santo Aldelmo, altri assai, così del tempo più antico, come del medio evo, la ricordano, e se i più l’accettano, parecchi ancora la rifiutano. Un dubbio rimane, se il luogo dove i due santi soggiornano da secoli sia proprio il Paradiso terrestre. Nell’apocrifo Libro d’Enoch è detto che nessuno mai conobbe il luogo ov’ebbe ricetto il patriarca; e Alano de Insulis, per non recare altri esempii, in uno degli scritti suoi dice che il santo fu trasportato nel Paradiso terrestre, e in altro ch’egli fu trasportato, sia nel Paradiso terrestre, sia in luogo a noi occulto. Ma questo dubbio fu di pochi. Le leggende medievali ci mostrano assai spesso Enoch ed Elia nel Paradiso; e nel Paradiso li pongono Fazio degli Uberti e Federigo Frezzi; e Dante non dice qual ragione l’abbia indotto a non lasciarveli vedere.

Tradizioni simili a queste hanno i maomettani, i quali narrano che Enoch, da essi chiamato Edris, ed Elia (Kheder, Khidr) trovarono la fontana di vita, e avendo bevuto delle sue acque non conobbero la morte; essi sono pressoché sempre in moto per vegliare alla sicurezza dei pellegrini che si recano alla Mecca, e solo di tanto in tanto riposano in un paradiso ripieno di tutte le delizie. Il viaggiatore Abulfauaris dei Mille ed un giorno trova Elia e Kheder (qui Kheder è diverso da Elia) in un paradiso serbato agli amici e discepoli del profeta.

Enoch ed Elia compajono di solito vecchissimi, sebbene questa loro vecchiezza male s’accordi con la credenza che nel Paradiso terrestre fosse la fontana di giovinezza. Essi non sono mai morti, e serbano il corpo che già ebbero mentre furon tra gli uomini; ma non per questo si sottrarranno alla comune e inflessibil legge cui è soggetta tutta la discendenza d’Adamo. La morte loro è solamente differita. Alla fine dei tempi essi torneranno sulla terra d’esilio, e combatteranno contro l’Anticristo, e saranno uccisi da lui, ma per risuscitare poco dopo, ed essere assunti alla gloria eterna del cielo. Questa credenza suggerita, per una parte, dalla opinione che i due santi dovessero, come tutti gli altri uomini, andar soggetti alla morte e alla risurrezione, e per un’altra, da ciò che nell’Apocalissi è detto di due testimoni non nominati, i quali saranno uccisi dalla bestia diabolica e poi risusciteranno, questa credenza ebbe tra’ cristiani grandissima diffusione. Non senza variare tuttavia in parecchi particolari. Così qualche scrittore aggiunse terzo campione ai due primi San Giovanni: altri fece compagno ad Elia, non già Enoch, ma Mosè, o Geremia, o Eliseo; altri parlò del solo Elia. I rabbini favoleggiarono di un ritorno di Elia pel tempo della venuta del Messia, e poi pel tempo della irruzione dei popoli di Gog e Magog. Non sarà fuor di luogo ricordare a questo proposito che Lao-Tseu si tolse agli occhi degli uomini ritraendosi sulle cime del Kuen-lun, ov’è il paradiso dei Cinesi; e che la rimozione, o segregazione (quella che i Tedeschi chiamano Entrückung) degli eroi, o di altri personaggi tra l’umano e il divino, è tema comune a molte mitologie.

Nell’Evangelo di Nicodemo Enoch ed Elia accolgono nel Paradiso terrestre le anime che Cristo ha liberate dall’Inferno, e a capo delle quali è Adamo. Che quel Paradiso dovesse esser luogo di dimora pei giusti e per gli eletti, fu opinione seguitata da molti, così tra gli ebrei come tra’ cristiani, e assai naturalmente suggerita dal pensiero che le anime riscattate da Cristo dovessero racquistare quanto la diabolica frode aveva fatto loro perdere. Sant’Isidoro Pelusiota (sec. V) dice che i giusti risorti saranno accolti da Cristo nel Paradiso terrestre, come nella propria lor patria, dalla quale li ha esclusi il peccato; è nel già più volte citato Combattimento di Adamo Dio promette al peccatore che il giorno in cui scenderà nel regno dei morti, e spezzerà le ferree porte dell’Inferno, condurrà le anime dei giusti nel giardino di beatitudine.

Ma la credenza prese, come si può bene immaginare, più forme, e se da molti fu accolta, fu pure da molti contraddetta. Nel Libro di Enoch, il quale, non tenendo conto di certe aggiunte posteriori, fu composto, secondo la più probabile opinione, oltre a cent’anni prima di Cristo, è fatta menzione del giardino ove abitano i giusti e gli eletti, e tale giardino è, senza dubbio, quello stesso di Adamo. Nel racconto di Rabbi Giosuè, figliuolo di Levi, ricordato di sopra, e in un altro racconto rabbinico, ove si narra un’avventura di Alessandro Magno, e del quale dovrò far parola più innanzi, si dice similmente che il Paradiso terrestre è luogo di dimora ai giusti, e nel secondo si soggiunge, sino all’universale Giudizio.

Tra’ cristiani, i più di coloro che pensarono dovere i giusti aver ricetto nel Paradiso terrestre, asserirono che questo loro soggiorno sarà temporaneo, e durerà solo sino alta risurrezione e al Giudizio, dopo il quale ascenderanno in cielo. Taluno di essi volle usata ai soli martiri cotal grazia; mentre altri, o sostennero la opinione che giusti e rei sono accolti in un luogo medesimo sino al novissimo dì, o concedettero ai giusti d’entrare nel Paradiso celeste immediatamente dopo la morte. Quest’ultima opinione trionfò dopo il V secolo, e riuscirono vani gli sforzi con cui Giovanni XXII tentò di far prevalere la contraria dottrina, che gli eletti non saranno ammessi alla beatifica visione di Dio se non dopo il Giudizio universale. Ciò nondimeno, questa dottrina, che l’Università di Parigi condannò come ereticale nel 1240, si vede implicitamente professata in alcune leggende, delle quali dovrò dire più oltre, e in parecchie Visioni. In esse, il luogo ove i giusti attendono il gran giorno, è talvolta il Paradiso terrestre, espressamente nominato, e talvolta un luogo non nominato, che può essere, o non essere, secondo i casi, il Paradiso. Beda narra di un uomo di Nortumbria che, pellegrinando nel mondo di là, giunse a una pianura fiorita e ridente, inondata di luce, chiusa da altissimo muro, e popolata di innumerevoli beati vestiti di bianco, i quali, non essendo stati perfetti in vita, attendono ivi il Giudizio. Non dice che fosse quello il Paradiso terrestre. Nel racconto di cert’apparizione, riferito da Gervasio da Tilbury, è fatto cenno di un Purgatorio nell’aria, e di un altro luogo, più remoto dalla terra, dove le anime dei giusti aspettano il novissimo giorno. Il monaco di Evesham, di cui narra la Visione di Matteo Paris, trovò, dopo essere uscito dai luoghi di punizione, anime beate, che soggiornavano in campi luminosi e fiorenti, separati dal Paradiso da un muro di cristallo. Nella Visione di Tundalo si parla di anime non abbastanza buone per meritare il cielo, le quali si stanno esultanti in una dilettosa campagna; ma non è detto che questa campagna sia il Paradiso terrestre, sebbene possa farlo credere la fontana di vita che vi si trova. Per contro nell’Apocalypsis Pauli sono anime beate, le quali aspettano nel Paradiso terrestre il giorno del Giudizio, in compagnia di Enoch ed Elia; e il medesimo si ha nella leggenda del Pozzo di San Patrizio, nella visione di Frate Alberico e in altre.

Quel Thurcill, di cui narra la Visione il testé ricordato Matteo Paris, trovò nel Paradiso terrestre, seduto appiè di un albero meraviglioso, accanto alla fonte da cui scaturiscono i quattro fiumi, il primo padre Adamo, il quale sembrava ridere con un occhio e pianger con l’altro, ed era coperto di una veste di più colori e di meravigliosa bellezza. Egli rideva pensando ai discendenti suoi che andrebbero a vita eterna, e piangeva pensando a quelli che andrebbero a eterna dannazione. La sua veste non era intera, ma andava crescendo per le virtù dei giusti, simboleggiate nei colori di quella: quando sarà tutta compiuta il mondo avrà fine. Una Visione molto simile a questa narra di un novizio cistercense Vincenzo di Beauvais, il quale ne trae il racconto di Elinando. Qui nulla è detto di altri eletti che si trovino nel Paradiso; ma non si esclude che ci sieno. Altrove si ha notizia di altri particolari eletti, di cui si recano i nomi, sia poi che ad essi diensi pochi compagni soltanto, o moltissimi, quanti posso no essere i giusti. I rabbini nominano di proposito, oltre ad Enoch ed Elia, il Messia che deve venire, Elieser, servitore di Abramo, Hiram, re di Tiro, il quale, montato in superbia, ne fu espulso e precipitato nell’inferno, e alcun altro, nove e tredici in tutto. Nell’Apocalypsis Pauli è fatto speciale ricordo, oltreché della Vergine Maria, la quale non è da considerare come abitatrice ordinaria del Paradiso terrestre, e di Enoch e di Elia, anche di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe, di Giuseppe, di Mosè, d’Isaia, di Geremia, di Ezechiele e di Noè. Frate Alberico dice che di coloro che sono nel Paradiso San Pietro gli nominò soltanto Abele, Abramo, Lazzaro e il buon ladrone. L’ingresso del buon ladrone nel Paradiso terrestre è descritto nell’Evangelo di Nicodemo, dove si dice pure che dei redenti da Cristo egli fu il primo a penetrarvi. Altrove sono ricordati i nomi di Giosuè, di Salomone, e, con assai maggior frequenza, di San Giovanni evangelista. Credevasi generalmente che in conformità di alcune parole pronunziate da Gesù a suo riguardo (Si eum volo manere donec veniam, Gv., 21, 22 e 23) l’apostolo prediletto non fosse mai morto, e aspettasse, per ricomparire, il ritorno del suo maestro. Gregorio di Tours racconta che San Giovanni si fece seppellir vivo e che dal suo sepolcro scaturiva manna. Isidoro di Siviglia ripete questa notizia, e dopo lui la ripetono parecchi, alterandola più o meno; e fra i parecchi sono Brunetto Latini e il Mandeville, il quale ultimo non dice cosa punto nuova quando dice che il santo era stato portato in Paradiso, e nel sepolcro suo non si trovava se non manna. L’Ariosto, facendo accogliere Astolfo da San Giovanni nel Paradiso terrestre, si conformava a modo suo a una tradizione assai antica [8]. Un’altra leggenda fa entrar San Giovanni nella numerosa famiglia dei Dormienti, e narra che l’apostolo dorme in una caverna vicina ad Efeso, aspettando le ultime battaglie della fede e il ritorno di Cristo.

Secondo una opinione che discorda da tutte le precedenti, gli eletti non entreranno nel Paradiso terrestre, il quale alle volte diventa tutt’uno col celeste, se non dopo il Giudizio universale. Da altra banda i Chiliasti pensarono che tutta la terra dovesse diventare, in certo qual modo, Paradiso terrestre durante i mille anni del regno di Cristo, prima dell’ultimo sovvertimento finale.

Ma il beato giardino non fu abitato solamente da uomini: esso fu ancora abitato da bruti, i quali vincevano di molto in dignità, in bellezza ed in senno i loro simili della terra d’esilio, ed erano per ogni rispetto tali da aggiunger vaghezza alla santa dimora. Non solo mostravansi pieni di benignità e mansuetudine; ma ancora, secondo afferma San Basilio, parlavano assai sensatamente; e la leggenda maomettana racconta che il cavallo Meimun rinfacciò ad Adamo, suo signore, il commesso peccato. Com’è noto, nel paradiso di Maometto sono parecchi animali, fra gli altri il cammello del Profeta, e l’asino su cui Gesù entrò in Gerusalemme e una leggenda tedesca narra di un paradiso degli animali, dove questi, sotto la tutela di Dio, vivono in piena tranquillità ed innocenza. Vogliono alcuni che tutti gli animali parlassero in origine, e che perdessero la favella in séguito al peccato.

Fra gli animali del Paradiso tengono il principal luogo gli uccelli, i quali empiono tutto il giardino dei loro dolcissimi canti. Non è descrizione del santo luogo che non ricordi espressamente, insieme con l’altre, anche questa delizia; e in più leggende particolari è detto tale essere l’armonia e la soavità di quei canti da forzare al sonno chiunque li ascolti. L’uccello del Paradiso è spesso descritto nel medio evo per la sua gran bellezza, e il nome suo indica la sua presunta origine. Francesco da Barberino scrive meraviglie di due uccelli bianchi che sono nel Paradiso terrestre; e una leggenda dei Copti cristiani narra che il gallo fu messo in Paradiso per aver rivelato a Cristo il tradimento di Giuda.

Ma di quanti uccelli poterono ornare e rallegrare di lor presenza il Paradiso, il più mirabile fu, senza dubbio, la Fenice, quell’una e immortale Fenice, di cui tanto aveva favoleggiato l’antichità, e di cui tanto ancora doveva favoleggiare il medio evo. Le ragioni che dovevano favorire, anzi richiedere, l’introduzione della Fenice nel Paradiso son quelle stesse che noi abbiam già veduto operare in altri casi analoghi: tutto quanto si sottraeva alla morte, a quella morte ch’era apparsa nel mondo come un effetto del peccato, apparteneva in certo qual modo al Paradiso, stanza naturale dell’innocenza e della vita. I rabbini spiegarono la immortalità della Fenice narrando che tutti gli uccelli mangiarono, insiem con Eva, del frutto proibito, salvo quella, che perciò rimase immortale. Per i Dottori cristiani il meraviglioso uccello diventò un vivente simbolo della risurrezione, del rinnovamento mediante il battesimo, della felicità restaurata, della vita eterna, e sono senza numero quelli che ne parlano. Come di simbolo ne usò l’arte cristiana sino dai primi tempi, ritraendo la immagine sua sopra monete, in sepolcri, in mosaici; ponendola accanto a quelle di Cristo e dei santi; facendone più tardi una figura del Redentore medesimo. Secondo Alcimo Avito, la Fenice raccoglie in Paradiso gli aromati con cui forma il vitale suo rogo. Non m’indugerò a ripetere le descrizioni che di essa si leggono nei Bestiarii, e in altri trattati del medio evo, come sarebbe ilTresor di Brunetto Latini. Dirò solo che della sua esistenza nessuno dubitava; che il Prete Gianni asseriva d’averla in quel suo fortunato paese; e che il Mandeville, il quale pretende d’averla veduta due volte, la dipinge più grossa d’un pavone, con una specie di corona in capo, le ali e la coda color di porpora, il dorso turchino, e tinta di tutti i colori dell’arcobaleno quando il sole la illumina. Il Petrarca vide un giorno, sognando desto,

Un strania fenice, ambedue l’ale

Di porpora vestita e ’l capo d’oro;

ma il Tasso, il quale osa dirla

Augello eguale alle celesti forme,

ne fa una pittura ben più pomposa nel poemetto che appunto s’intitola La Fenice. Né m’indugerò a dire dell’altre sue meraviglie; del modo che teneva per abbruciarsi, anzi per rinnovarsi; e del tempo che si diceva passare tra uno e un altro rinnovamento, e che varia, secondo le opinioni, da 500 a 7000 anni. Noterà solamente, parendomi abbia più stretta relazione col nostro argomento, che le fu attribuita anche una certa virtù curativa, conveniente, del resto, alla natura del luogo ove credevasi da molti ch’essa dimorasse. Secondo certa versione di una leggenda che io ho già ricordata più sopra, i tre figliuoli del re infermo vanno in cerca, non della fontana di giovinezza, o di vita, ma della Fenice, che restituisca la sanità al padre loro.

Un’altra finzione fece compagno della Fenice, nel Paradiso terrestre, il pellicano, simbolo anch’esso di Cristo, che dà col proprio sangue la vita ai peccatori.

Certi monaci, della cui leggenda ho già fatto cenno e dovrò dar ragguaglio più oltre, videro nel Paradiso, fra molt’altre meraviglie, «una fontana lunga uno quinto miglio, et era ampia secondo che rispondeva alla grandezza (lunga e larga per spazio di miglia cinque, secondo altre redazioni) et era piena di pesci, i quali cantavano tanto dolcemente, che quasi ogni creatura umana vi sarebbe dormentata, tanto era soave e dolce a udire. E questo canto facevano a certe ore canoniche del dì, quando udivano cantare gli angioli del Paradiso».

E basterà degli abitatori.

 

Note

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[1] «Paradiso», XIII, 43-4

[2] connato: nato insieme, innato (B.)

[3] 15 «Paradiso», XXVI, 124-26.

[4] L. I, cap. 6

[5] «Paradiso», XXVI, 139-42.

[6] «Purgatorio», XXXIII, 61-3; «Paradiso», XXVI, 115-7.

[7] Bisogna per altro riconoscere che la dottrina cristiana, coprendo di disprezzo la carne e di vergogna l’atto generativo, legittimò così fatte stranezze. Pei catari, e per altri eretici, la copula fu una frode del diavolo.

[8] Orl. Fur. XXXIV, 54-9.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011