Arturo Graf

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo

Edizione di riferimento:

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, Mondadori, Milano 1996

Capitolo II

Natura, condizioni e meraviglie del Paradiso terrestre

Nella Genesi non si dice che il Paradiso fosse un monte, o sopra un monte; ma i quattro fiumi che ne scaturivano lasciano congetturane quale sia stata a tale riguardo la immaginazione primitiva. Essa non era certamente disforme da quella che si trova in altri miti affini: il Meru indiano, l’Alburz iranico, l’Asgard germanico, il Kâf arabico, sono tutti monti; nè è questo il luogo d’andar ricercando le ragioni di così fatta immaginazione. Ezechiele pone il giardino dell’Eden sopra un monte tutto scintillante di gemme. Tale riman poi la credenza nei primi secoli del cristianesimo e durante tutto il medio evo. Molti identificarono il monte del Paradiso col monte su cui si fermò l’arca di Noè quando cominciarono a scemare le acque del Diluvio; per Dante il Paradiso è sulla cima del monte del Purgatorio.

Qui ci si offre una particolarità costante nella finzione. Il monte paradisiaco s’immagina altissimo sopra tutti gli altri monti della terra; al qual proposito non è da dimenticare che molti popoli, fra’ quali gli Ebrei, attribuirono ai monti più alti un certo carattere di santità. Il Meru, meravigliosamente descritto nel Mahâbhârata e nei Purâni, si leva tanto sopra le nubi che nemmeno il pensiero vi può salire. L’Alburz, l’Asgard, sono ancor essi di smisurata altezza. Del Caucaso dissero gli antichi che attingesse col vertice le stelle, e dell’Atlante che sorreggesse il cielo. Il Sinai e l’Olimpo si levavano sopra la regione dei venti.

Le opinioni circa l’altitudine del Paradiso sono tutte concordi in questo, che fanno veramente smisurata la elevatezza del monte, sebbene poi discordino nei ragguagli. La credenza di alcuni, che il giardino dell’Eden fosse stato distrutto dalle acque del Diluvio, era contraddetta dalla credenza degl’innumerevoli, i quali pensavano che le acque punitrici avessero bensì superato tutte l’altre cime della terra, ma non quella, sopra tutte l’altre innalzata, del monte sacro. Nel già citato Combattimento di Adamo si legge che le acque del Diluvio sollevarono l’Arca, sino appiè del giardino, e che quivi si umiliarono gli elementi sconvolti ed infuriati. Efrem Siro, ed altri assai, dicono che il Paradiso non fu sommerso dal Diluvio; Merlino, insieme con altri nove bardi, andò in traccia dell’isola verde che il Diluvio non aveva potuto sommergere.

Nel l. VII delle Istorie apostoliche, attribuite ad Abdia, supposto vescovo di Babilonia, San Matteo, predicando al popolo, afferma il Paradiso terrestre salir tant’alto da esser vicino al cielo; e Alberto Magno dice aver trovato in antichissimi libri che Matteo Apostolo fu il primo a metter fuori la opinione secondo cui il Paradiso attingerebbe il cerchio della luna. Tale opinione ebbe seguaci parecchi, fra’ quali Rabano Mauro, Valafredo Strabone e Pietro Lombardo; ma fu combattuta dai più. Mosè Bar-Cefa si contentò di dare al monte del Paradiso una grande altezza, allegando che senza di ciò non avrebbero potuto i quattro fiumi passar sotto il mare e scaturir di bel nuovo nelle nostre regioni; e San Giovanni Damasceno di dire ch’esso è più sublime di ogni altro luogo che sia in terra. E pare che Dante ponesse ben alto il suo Paradiso, se s’ha a giudicare da ciò che nel c. XXVII del Purgatorio dice delle stelle, le quali sembravangli più chiare e maggiori; ma vuolsi notare tuttavia che in fatto di astronomia stellare le nozioni erano molto imperfette a suoi tempi, e che appena dei corpi del sistema solare si calcolava, assai falsamente, la distanza. Al monaco Alberico il Paradiso era parso prossimo al cielo: in una leggenda italiana di tre monaci che andarono al Paradiso terrestre, leggenda della quale dovrò parlare a suo luogo, il monte è alto cento miglia. Il già ricordato Giovanni de’ Marignolli dice che il monte di Ceilan è forse, dopo quello del Paradiso, il più alto che sia in terra.

Le opinioni circa l’estensione del Paradiso furono molto discordi, e alcune di esse inconciliabili con la credenza che il Paradiso stesso formasse la cima di un monte, o uno spianato altissimo. Come abbiam veduto, credettero alcuni che il Paradiso coprisse in origine tutta la faccia della terra, o la cingesse tutto intorno; altri pensarono ch’esso chiudesse ne suoi confini più regioni assai vaste, in modo da potere accogliere tutto il genere umano, qualora Adamo non avesse peccato. Nella leggenda di San Brandano, si dice che costui, e i compagni suoi, camminarono quaranta giorni nell’isola del Paradiso senza poterne trovare la fine. I rabbini disputarono molto intorno a questo punto, e alcuni di essi fecero l’Eden parecchie centinaja di volte più spazioso della terra. Rabbi Giosuè (Jehoshûa), che ci fu e lo descrisse, vi trovò, fra l’altro, sette case, ciascuna delle quali era lunga 120.000 miglia e larga altrettanto. Per contro affermò il Tostato che il Paradiso ebbe non più di tre o quattro leghe di diametro, e circa dodici di circonferenza.

La credenza più comune fece il Paradiso non troppo esteso, e permise di cingerlo di un muro, il quale è talvolta di solida materia, e talaltra di fiamma viva. Il muro solido è, secondo i casi, di cristallo, di diamante, o d’altra gemma, di bronzo, d’argento, d’oro. Il muro di fiamma, che probabilmente trae la origine dalla spada fiammeggiante del cherubino, ricordata nella Genesi, s’incontra assai più spesso. Già Tertulliano, e poi Lattanzio e San Giovanni Crisostomo, ne fanno menzione; ma chi ne ribadì la credenza nel medio evo fu Isidoro di Siviglia, il quale dice che quell’incendio quasi s’alza sino al cielo; e da esso attinsero, direttamente o indirettamente, Rabano Mauro, Onorio Augustodunense, Giacomo da Vitry, Rodolfo da Ems, e altri assai. Nella già ricordata mappa dei tempi di Carlo V di Francia il muro di fiamme è assai chiaramente indicato, e in pieno secolo XVI lo descriveva ancora Davide Lindsay nel suo poema intitolato The dream. Tale immaginazione non è, del resto, senza riscontri. Il castello in cui, secondo la saga raccolta nell’Edda, dorme per decreto di Odino la valkiria Sigurdrifa, è circonvallato di fiamme; a detta del Mandeville, l’Arca di Noè, tuttavia esistente sul monte Ararat, è circondata da un fuoco celeste che non permette altrui di avvicinarsele.

Molto sovente il Paradiso fu immaginato, nel medio evo, non più come un giardino propriamente, ma come una città chiusa, o come un castello, cinto di buone mura, fornito di torri e provveduto di porte; e così si vede rappresentato in molti manoscritti e in parecchie carte. Tale fantasia si lega, senza dubbio, come vedremo più oltre, alla descrizione che della Gerusalemme celeste si legge nell’Apocalissi, descrizione che diede più di un elemento alle nostre finzioni. Del resto il Vara, o Paradiso dell’iranico Yima, era anch’esso cinto di muro e conteneva molti e varii edifizii.

Ma prima di spingerci attraverso quel formidabile muro di fuoco, o di varcare la soglia di quelle pone, per vedere le meraviglie molteplici che in sé racchiude il divino luogo, bisogna che noi scorriamo alquanto il paese dattorno (isole o terra ferma) e vediamo di qual natura esso sia. Ora, è da notare che queste vicinanze si presentano nella finzione con caratteri alle volte affatto opposti, quando dilettose e felici, quando spaventose ed orrende.

L’idea di far precedere al Paradiso una regione che mostrasse in sé alcuna delle condizioni di quello, e ne ricevesse, in certo qual modo, il benefico influsso, era un’idea così naturale che non poteva non sorgere negli spiriti e non riversarsi nella leggenda, sebbene dovesse contrariarla il racconto dei patimenti a cui erano andati soggetti Adamo ed Eva dopo la cacciata, durante il loro soggiorno in luoghi affatto prossimi al giardino di beatitudine. In certo libro di Juniore Filosofo, libro composto, secondo ebbe ad opinare il Mai, ai tempi dell’imperatore Costanzo, e conservato in un manoscritto del secolo X, si parla di un popolo il quale abita nel paese d’Eden, prossimo al Paradiso, in una condizione di felicità e d’innocenza. Vivono quegli uomini di pane che piove loro dal cielo, non conoscono le infermità e campan cent’anni. In parecchie delle leggende che dovrò riferire più innanzi, coloro che muovono in cerca del Paradiso sono avvertiti della sua prossimità dalla mitezza dell’aria, dallo splendore del cielo, dall’amenità dei campi, dal sorriso dell’intera natura. Il paese del Prete Gianni, situato a poca distanza dal Paradiso, è una specie di paradiso esso stesso, dove è dolcissimo il clima, e gli animali sono pieni di mansuetudine, e abbondano piante di gran virtù e di soavissimi frutti, ed è grandissima copia di oro e di gemme, e scaturiscono acque le quali serbano l’uomo sempre sano e sempre giovane, e scorrono persino fiumi di miele e di latte.

Quivi il balsamo nasce; e poca parte

N’ebbe appo questi mai Gerusalemme.

Il muschio dia noi vien quindi si parte;

Quindi vien t’ambra, e cerca altre maremme;

Vengon le cose in somma da quel canto

Che nei paesi nostri vaglion tanto [1].

Giovanni di Hese, del quale feci ricordo nel precedente capitolo, parla di un’isola deliziosa, ove non è mai notte, e che si chiama Radice del Paradiso: nel romanzo di Ugo d’Alvernia, la terra prossima al Paradiso è detta Terra di promissione. Terre beate si stendono appiè del Meru e dell’Hara-berezaiti.

Non di rado l’immaginazione è tutt’altra: appiè del Paradiso si stende una regione selvaggia, tenebrosa ed orrenda, asserragliata da monti inaccessibili, piena di serpenti spaventosi e di altri animali terribili, Giacomo da Vitry afferma che tra la dimora dei primi parenti e questo nostro esilio è un gran caos, una gran distesa di terre, popolata da serpenti innumerevoli. Giordano da Sévérac narra che nella Terza India, ov’è il Paradiso, sono dragoni in grandissima quantità, i quali recano sul capo pietre lucenti, dette carbonchi. Questi animali giacciono sopra arene d’oro, e crescono assai, e mandan fuori un fiato puzzolente ed infetto, simile a densissimo fumo, quando si leva dal fuoco. A certi tempi si accolgono insieme e mettono le ali, e cominciano ad alzarsi per l’aria; ma allora, per voler di Dio, cadono, essendo di sì gran peso, in un fiume ch’esce dal Paradiso, e quivi muojono». Di una regione popolata di serpenti è spesso fatto ricordo in racconti orientali, come, per citarne uno in quello dei viaggi di Sindbab, che si legge nelle Mille e una notte ; e del Meru è detto che serpenti orribili ne guardano l’accesso. Il Mandeville e altri parlano della regione inospitale ed asprissima che si frappone tra il Paradiso e le terre abitate; una regione tenebrosa trovasi già descritta nelle storie favolose di Alessandro Magno.

Nelle Visioni il Paradiso terrestre è, non di rado, posto in regione assai prossima all’inferno o al Purgatorio, di guisa che l’anima peregrina passa subitamente dai luoghi di tormento al luogo di beatitudine. Così nella leggenda del Pozzo di San Patrizio, nella Visione di Thurcill, in quella di Frate Alberico, ecc. Il Mandeville pone una specie d’antinferno in vicinanza del fiume Fison, e l’Ariosto apre una bocca dell’inferno alle radici del monte su cui è il Paradiso. Dante fa che il Paradiso coroni il monte del Purgatorio, e in una specie di prologo che precede una delle redazioni del noto poema La vengeance de Jésus-Christ, contenuto in un manoscritto della Biblioteca Nazionale di Torino, il Purgatorio è nel fosso da cui il Paradiso è cinto tutto all’intorno. Così l’Elisio fu, dagli antichi, immaginato contiguo al Tartaro: Ulisse, Enea, passano direttamente da questo a quello.

E ora varchiamo il fosso e il muro e penetriamo nel luogo sacro, il quale, stando a una ragionevole opinione di Marcione, il noto eresiarca del secondo secolo, fu formato con la più pura parte della terra, e, secondo Filosseno vescovo di Bagdad (secolo IX) e Mosè Bar-Cefa (secolo X), di una materia più tenue e più pura, che teneva dello spirituale. Regna nel beato giardino una perpetua primavera, non mai turbata da venti e da procelle. Il cielo, che spande sopr’esso un lume sette volte più chiaro che non sia quello del nostro giorno, ma scompagnato da ogni fastidiosa caldura, non vi patisce nube alcuna, e mai non lo ingombra la notte. Né mai per l’aria dolcissima si riversa grandine o pioggia, né mai vi s’ode il pauroso fragore del tuono e l’orrendo schianto della folgore. Tiene il luogo un’altissima quiete, una pace serena e sacra, ignote affatto a chi vive quaggiù. Padri e Dottori della Chiesa, e poeti cristiani dei primi secoli, vanno a gara in descrivere tanta letizia, e lor voci raccoglie Dante, quando nel canto ventesimottavo del Purgatorio descrive

La divina foresta spessa e viva,

e ricorda l’aura dolce, senza mutamento, che ne sommoveva le fronde, e la perpetua primavera. Anche qui i riscontri abbondano. Il Meru e l’Hara-berezaiti non conoscono i rigori del verno, né le tenebre, né le nubi, né intemperie di nessuna sorte. Di tutti gli altri luoghi di beatitudine fu necessariamente immaginato altrettanto. Veggasi ciò che Omero ed Esiodo e Platone e Virgilio e tanti altri antichi dicono del soggiorno dei giusti, o della condizione della terra durante l’età dell’oro, o del paese degl’Iperborei, o di altri così fatti:

Hic aeterna quies, nulla hic jura procellis [2].

L’isola di Avalon, di cui tanto favoleggiarono nel medio evo i poeti e i romanzatori del ciclo arturiano, e dove Artù, mortalmente ferito in battaglia, era, per forza di miracolo, serbato in vita, l’isola di Avalon godeva gli stessi benefizii del Paradiso terrestre [3].

Che quella stanza del Paradiso dovesse poi essere saluberrima; che i morbi non vi potessero penetrare, né vi potesse penetrare la morte, s’intende di leggieri ed è cosa in tutto conforme al concetto del mito biblico. Ma non si creda che essa fosse sola a fruire di così notabili prerogative. Dell’isola di Pafo fu creduto anticamente che nessuna infermità vi potesse aver luogo. Nell’isola de’ Macrobii, posta nel mare dell’India, e visitata da Alessandro Magno, l’aria era così pura, e così sano il clima, che gli uomini vi solevano vivere circa un secolo e mezzo. Plutarco, rimaneggiando finzioni antichissime, narra di due isole a ponente della Brettagna, abitate, l’una da uomini di santa vita, immuni da ogni umana infermità, l’altra da Crono, immerso in letargo e servito da demonii [4]. Nel l. VIII delle sue Istorie Filippiche, delle quali non sono rimasti se non pochi frammenti, Teopompo raccontava, conformemente a un’antica leggenda, come il re Mida fosse riuscito ad ubbriacare Sileno e ad avvincerlo di catene. Per riacquistare la libertà Sileno dovette comunicare al re la sua scienza, e tra l’altro gli narrò della terra Merope, posta di là dall’oceano, e dove gli uomini vivono il doppio che altrove, e non conoscono infermità, e il suolo spontaneamente produce le messi e ogni altro frutto. Di consimil natura era l’isola di Jambulo, di cui dà ragguaglio Teodoro Siculo. Anche di luoghi dove non si moriva ce n’era più d’uno. Giraldo Cambrense parla di due isole, poste in un lago dell’Irlanda, nella minor delle quali nessuno poteva morire e nessuno mai era morto, e perciò era detta Isola dei viventi. Chi, oppresso dai morbi, o giunto allo stremo della vecchiezza, desiderava por fine a una vita divenuta ormai troppo incresciosa, si faceva trasportare nell’altra isola, e come appena toccava terra, moriva. Queste isole sono spesso ricordate in leggende celtiche, e veggonsi poste più di frequente nel mare ibernico. Si legge nel Perceforest che i principi Dardanon, Gadiffer con la moglie sua, Perceforest e Gallafar si ritrassero nell’Isola di vita, per potervi aspettare la venuta del Redentore. Invecchiano oltre modo aspettando, tanto che la vita s’è fatta loro insopportabile. Avuta la nuova che il Redentore è nato, si fanno trasportare altrove e muojono in pace. Pietro Comestore parla di più isole dei viventi, ove a nessuno è dato morire, e Gervasio da Tilbury ne ricorda una, visitata da Alessandro Magno, là nei mari dell’India. Contrastava con queste un’isola dove non si poteva nascere.

Il Paradiso terrestre, che Dante, acconciamente, disse

Fatto per proprio dell’umana spece,

era immune dalla morte e dai morbi, non solo perché il santo luogo non poteva, per sua natura, essere contaminato da nessuna delle miserie di quaggiù, le quali furono il tristo retaggio della colpa; ma ancora perché accoglieva in se stesso, come ora vedremo, più cose le quali avevano virtù di combatterle e di tenerle lontane.

Degl’infiniti alberi d’ogni specie, che dovevano empiere il giardino dell’Eden, la Genesi ne nomina più particolarmente due: l’albero della vita e l’albero della scienza del bene e del male, concesso quello, vietato questo ai due primi parenti. Il linguaggio del libro sacro è del resto un po’ ambiguo, perché ora pare vi si parli di due alberi diversi, e ora di uno solo, il che è da ascrivere certamente alla imperfetta corrispondenza e alla poca fusione dei due racconti onde il libro stesso fu composto. Vi è poi anche ricordato il fico, delle cui foglie Adamo ed Eva copersero la lor nudità. Non parlo del bedolach, intorno alla cui natura fu tanto disputato.

La stretta affinità che gli alberi paradisiaci della vita e della scienza hanno con alberi meravigliosi di altre mitologie, col soma degl’Indiani, con l’haoma degl’Irani, con l’albero delle tradizioni caldeo-assire, con l’albero della immortalità, che insieme con altri alberi meravigliosi sorge nel Kue-lun dei Cinesi, con quello che, tutto splendente di pomi d’oro, era custodito gelosamente nell’Orto delle Esperidi, fu notata da un pezzo, né io intendo di farne qui particolare discorso.

Molto fu immaginato e disputato circa la specie e la natura dei due alberi della vita e della scienza, e più specialmente del secondo. Dall’uno o dall’altro si fece derivare, in una leggenda celebre di cui avrò a parlare in luogo più acconcio, il legno onde fu formata la croce; e il primo diede argomento anche a un’altra leggenda, assai strana, ove si narra che mille anni dopo il peccato dei primi parenti. Dio trapiantò l’albero della vita nell’orto di Abramo; che una figliuola di Abramo ingravidò respirando il profumo dei fiori dell’albero, e diede alla luce un fanciullo, il quale si chiamò Fanuel; e che costui, avendo forbito sulla propria coscia il coltello con cui aveva tagliato uno dei frutti dell’albero, vide la coscia gonfiarsi e mettere al mondo a tempo debito, una bambina che fu Sant’Anna, madre della Vergine Maria.

Nel Testamento d’Adamo, Seth domanda che albero fosse quello del cui frutto mangiarono i suoi genitori, e Adamo risponde che era il fico. Isidoro Pelusiota, morto circa il 450, dice che, secondo l’antica opinione, l’albero che condusse a peccare i primi parenti fu un fico, e un fico si vede talvolta rappresentato nei monumenti della primitiva arte cristiana. Un fico lo dissero pure alcuni rabbini; ma altri rabbini, seguìti in ciò dai Bogomili, pensarono che dovesse essere la vigna (la quale fu, per contro, dai Mandaiti considerata pianta di vita) oppure il grano. Nel Libro d’Enoch, il profeta, seguitando una sua fantasiosa peregrinazione, giunge al giardino di giustizia, e vi trova, fra altri alberi, l’albero della scienza, il quale somiglia al tamarindo, ha i frutti simili a grappoli d’uva, e spande intorno un profumo balsamico. Secondo una opinione molto diffusa tra i musulmani il frutto vietato era, come per alcuni rabbini, il grano. Felice Faber afferma che tutti gli Orientali credevano l’albero fatale essere il musa (banano, fico del Paradiso), e dice che il frutto mostra, quando è intero, la traccia di un doppio morso, e quando è tagliato a mo’ del rafano, il segno della croce, con una oscura immagine del crocifisso, in ogni fetta che se ne leva. Felice scriveva verso la fine del secolo XV; ma molti prima di lui avevano parlato del musa, e de’ suoi frutti, chiamati anche pomi del Paradiso (arbor Adae, poma Adae). Giacomo da Vitry e Giacomo di Maerlant, nel suo poema Der naturen bloeme, e Thietmar, e, in generale, tutti i peregrinatori di Terra Santa, ne fanno ricordo, notando più di proposito la particolarità di quel morso, che pareva attestare in modo irrefragabile l’origine della pianta e la parte da essa avuta negli umani destini. Burcardo di Monte Sion descrive abbastanza minutamente la pianta e i suoi frutti, ma nulla dice né del morso, né del segno di croce. Giovanni de’ Marignolli per contro sa che delle foglie della musa, le quali sono assai grandi, si coprirono, dopo il peccato, i primi parenti, e che tagliando per traverso il frutto si vede in ciascuna metà l’immagine di un uomo crocifisso. Comunque sia, si credeva universalmente che il pomo vietato, e gli altri frutti del Paradiso, fossero di così grato odore e di così squisito sapore da vincere di gran lunga quanti ne nascono in terra. San Giovanni, Enoch ed Elia ne dànno alcuni ad Astolfo

Di tal sapor, ch’a suo giudicio, sanza

Scusa non sono i duo primi parenti,

Se per quei fûr sì poco ubbidienti.

Ma si sa che il mal desiderato frutto restò nella strozza ad Adamo, e formò quello che appunto di chiama dal volgo il pomo d’Adamo, e dai dotti cartilagine tiroidea. Dio, «perciò che l’uomo sapesse che tutte le schiatte doveano essere colpevoli di questo peccato, fece rimanere lo nodo che àe la gola», si legge nel Libro di Sidrach; e più esplicitamente nei Fioretti della Bibbia: «Et quando Adamo mangiò del pome, avengnia che buono gli parve al ghusto, sì gli ricordò del comandamento che iddio gli avea fatto, et puòsesi allora la mano alla ghola, e ristrinse la volontae e fu pentuto, et per questo si dice che gli uomeni anno uno nodo nella ghola e le femmine no».

Tutti, o quasi tutti coloro che poterono penetrare nel Paradiso terrestre, videro l’albero che aveva dato materia al peccato, spoglio delle sue fronte e inaridito. Le leggende che io riferirò nel capitolo IV cel proveranno. Nel Combattimento d’Adamo è detto che Dio stesso disseccò, dopo il peccato, la pianta; e disseccata prima, poi rinnovellata di novella fronda, la vide Dante:

Io sentii mormorare a tutti: Adamo!

Poi cerchiaro una pianta dispogliata

Di fiori e d’altra fronda in ciascun ramo[5]

Tale, e ingombra di spine per giunta, e con avvolta al tronco la scoglia d’un serpente, la descrive Federigo Frezzi:

Quando trovai un arbor senza fronde

Ch’era di spoglio d’un serpente avvolto,

Sì come un’edra che un ramo circonde.

Lo spoglio avea di forma umana il volto;

E l’arbore di spine era pien tutto

Intorno a sé, siccome luogo incolto.

Ogni altro legno ivi era pien di frutto,

E di be’ fiori e frondi, fresco e bello;

E questo solo era secco e distrutto;

E su non vi cantava alcun uccello[6].

Nello strano racconto francese che ho citato poc’anzi si dice che Dio aveva fatto dono dell’albero della scienza ai demonii, e che Adamo ed Eva, avendo mangiato del suo frutto, caddero in loro potestà. Nella leggenda italiana de’ tre monaci, della quale ho già fatto parola, si ricordano quattro alberi meravigliosi di cui andava lieto il Paradiso: l’albero del bene e del male, l’albero della salute, del cui legno fu fatta la croce, l’albero della vita e l’albero della grazia, o della gloria; ma ben più numerose eran le piante che v’allignavano. Ezechiele ricorda nominatamente i cedri, gli abeti e i platani, e accenna a molti altri ligna voluptatis, quae erant in Paradiso Dei. Nelle innumerevoli descrizioni che se ne fecero la selva divina appar sempre densa di alberi, e dove non è selva, è campo sparso di minori piante, vestito d’erba e smaltato di fiori. I fiori sono, di solito,  questi nostri, la rosa, il giglio, il giacinto, la viola, salvo che hanno assai più vivi i colori e più soavi i profumi. Gli alberi, o sono i nostri, con più perfetta natura, come si conviene al luogo, o son di specie meravigliose, incognite a noi, e sempre in grandissima quantità. Rabbi Giosuè già ricordato, ne noverava 800.000 specie.

Si credeva che le piante aromatiche, le spezie, i balsami, venissero dal Paradiso terrestre, o da luoghi prossimi al Paradiso terrestre, e fatti, in certa misura, partecipi della sua condizione. Già Tertulliano ricorda, a tale proposito, la cannella e l’amomo, e Alcimo Avito descrive piante che stillano balsami. Arnaldo di Bonneval (m. dopo il 1156) dice, in una sua entusiastica descrizione, che dalle piante del Paradiso stillavano resine odorose e balsami d’ogni specie; e il Mandeville fa venir giù dal Paradiso, con la corrente del Nilo (che diventò, come s’è già notato, uno dei quattro fiumi), l’aloe: e il Joinville, oltre l’aloè, ne fa venir la cannella, lo zenzevero o gengiovo, il rabarbaro, i garofani e altre spezie. Ma sino dal IV secolo, Sant’Atanasio, arcivescovo di Alessandria, aveva detto che gli aromati vengono dall’oriente, perché il Paradiso terrestre, che appunto è in Oriente, impregna de’ suoi olezzi le piante delle regioni circostanti; opinione seguìta poi dall’Anonimo Ravennate. A quei fiati del Paradiso accenna Gualtiero di Châtillon, quando, descrivendo l’Asia, dice:

instat ab arcto Caucasus, irriguo

Paradisus spirat ab ortu.

Secondo una leggenda musulmana, gli aromati nacquero dalle lacrime di Adamo, espulso dal Paradiso e caduto nell’isola di Ceilan, mentre dalle lacrime di Eva nascevano le perle.

 Nel Paradiso era pure ogni specie di piante medicinali. Tertulliano, dopo aver descritte molt’altre cose mirabili che ci si trovavano, dice:

Et pulcre redolet munus medicabile Cretae.

alludendo al dittamo, o a più erbe medicinali, per cui andò famosa un tempo l’isola di Creta. Nel trattato Abodath Hakkodesh del Talmud è detto che nel Paradiso terrestre sono tutte le piante medicinali; e Gotofredo da Viterbo fa menzione di certi frutti ch’eran buoni, sembra, contro tutti i mali:

Optima per fluvium currentia poma tenentur;

Infirmis oblata viris medicina tenentur;

Solus odoratus sanat odore caput.

Piante medicinali coprivano i fianchi del Meru: nell’isola d’Avalon, qual è descritta nella Bataille Loquifer, le pietre della città guarivano tutti i mali del corpo e dell’anima.

Il Petrarca paragona il suo lauro simbolico agli alberi del Paradiso:

In un boschetto novo i rami santi

Fiorian d’un lauro giovenetto e schietto

Ch’un degli arbor parea di paradiso [7]

ma gli è certo che nel Paradiso ci erano alberi i quali vincevano di molto in pregio e in virtù quel suo lauro. Onorio d’Autun ne ricorda di proposito tre, oltre a quello della vita. Chi, a tempo opportuno, avesse gustato dei frutti dei primo, non avrebbe mai più avuto fame; e chi avesse gustato dei frutti del secondo, sarebbe stato liberato in perpetuo dalla sete; e chi di quei del terzo, non avrebbe più conosciuto stanchezza. Vedremo più oltre che nel Paradiso c’erano pure alberi con le fronde d’oro e d’argento. In un luogo del Mondo creato Torquato Tasso accenna a canuta e sacra fama appo gli Ebrei, secondo la quale le piante del Paradiso avrebbero avuto senno e favella. Da altra banda, nel Libro d’Enoch, è ricordato un albero sempre verde, sempre fiorito, che spande un soavissimo odore, e a cui non può agguagliarsi nessuno di quelli dell’Eden. I frutti suoi sono serbati agli eletti dopo il Giudizio. Le piante del Paradiso non abbisognavano di nessuna coltura; e benché mai non le bagnasse la pioggia, serbavansi sempre verdi e fresche, e recavano sullo stesso ramo il fiore appena sbocciato e il frutto già maturo. Tutti i poeti concordemente lo affermano.

Sia ricordato ancora che il paradiso di Maometto è tutto pieno di alberi, tra’ quali primeggia lo smisuratissimo Thuba, grave sempre di ogni specie di frutti; che un nuovo albero vi si pianta ogni volta che un credente dice Lode Dio! e che secondo una opinione del Profeta, o a lui attribuita, deriva dal Paradiso il succo del popone, il quale perciò guarisce settanta specie di mali, e ha tal virtù che un boccone che se ne mangi equivale a dieci buone opere e cancella dieci peccati. Alberi erano pure nel Vara, o paradiso dell’iranico Yima.

Nel racconto biblico è fatta parola della fonte che irrigava il Paradiso, e da cui nascevano i quattro fiumi; ma non è detto che essa avesse virtù di perpetuare la vita, o di restituire la giovinezza perduta. Ciò nondimeno, l’idea di porre accanto all’albero della vita anche una fontana di vita e di gioventù era un’idea così naturale, tanto consentanea ad una delle fantasie mitiche più diffuse e più costanti, che non poteva, o prima o poi, non sorgere nello spirito di qualcuno. A farla sorgere sarebbero bastati i parecchi accenni che ad una fonte di vita si trovano nelle Sacre Scritture; sarebbe bastato l’esempio dell’autore dell’Apocalissi, che nella celeste Gerusalemme fa scorrere presso l’albero della vita il fiume della vita; ma, anche senza di ciò, la fonte meravigliosa sarebbe scaturita nel luogo di tutte le delizie, e perché la natura stessa del luogo pareva richiederla, e perché essa esisteva già e non c’era bisogno d’inventarla. Nel paradiso indiano sgorga la fonte Ganga, da cui nasce il Gange; nell’iranico sgorga la fonte di vita Ardvîsûra; nel cinese è un fonte giallo dell’immortalità, il quale si spartisce in quattro fiumi, o un fiume giallo, che ritorna, alla sua fonte, ed ha la stessa virtù; negli Orti delle Esperidi, o nell’Elisio, sono i fonti dell’ambrosia, cioè dei sacro liquore che procaccia la immortalità. Una fonte di giovinezza si trova nel paradiso messicano, e nel gaelico, e in quello degli abitanti dell’arcipelago di Hawai, e in altri. Di uno stagno, le cui acque hanno virtù di ringiovanire, si parla nel Satapatha Brahmana. La immaginazione riappar frequente in tradizioni di più sorta e in novelline popolari, alcune delle quali sono senza dubbio assai antiche. Di una spedizione di Alessandro Magno alla ricerca della miracolosa fontana si narra nello Pseudo-Callistene, nei poemi di Firdusi e di Nizâmi, in quello di Lambert li Tors e Alessandro da Bernay, ecc. Tra le fiabe tedesche pubblicate dai fratelli Grimm ve n’è una intitolata Das Wasser des Lebens, nella quale si narra di tre giovani principi, che per ridare la sanità al padre ammalato muovono in cerca dell’acqua della vita: solo il minore dei tre riesce a trovarla. Questa novella fu narrata anche in latino, ed ebbe corso nel medio evo; fiabe consimili si trovano nelle letture popolari di tutta Europa. Nei racconti orientali la fontana di vita, o di gioventù, è spesso ricordata, e i più dei geografi arabici la pongono in Oriente, e in Oriente la lasciano, di solito, i racconti occidentali. Il desiderio di Fausto fu desiderio di tutti i tempi e di tutte le genti.

La fontana di vita e di giovinezza doveva dunque scaturire dal suolo benedetto del giardino di felicità. Nel Combattimento d’Adamo, l’acqua di che si formano i quattro fiumi sgorga dalle radici dell’albero della vita. Sant’Agostino racconta nel suo trattato De origine animae come a Santa Perpetua fosse conceduto di vedere il proprio fratello, morto di lebbra, «aggirarsi pieno di salute e di bellezza in una splendente dimora, bevendo acque miracolose entro una coppa d’oro». Non dice che acque fossero; ma s’indovina ch’erano attinte a una fontana di vita: quanto alla, dimora splendente, essa è, senza dubbio, come vedremo più oltre, il Paradiso terrestre. Nelle leggende medievali concernenti il Paradiso si parla risolutamente di una vera e propria fontana.

In altre leggende questa fontana appar di bel nuovo fuori del Paradiso, con cui può serbare o non serbar relazione: nel secondo caso nulla vieta di credere che si ammettessero più fonti diverse; nel primo la fonte deriva in qualche modo dal Paradiso, o è piuttosto un’acqua derivata dalla fonte dei Paradiso. Di una fonte così derivata si parla nell’Huon de Bordeaux:

Ens ou vregiet l’amiral est entré;

Dix ne fist arbrc qui peust fruit porter

Que il n’eust ens el vregiet planté.

Une fontaine i cort par son canel;

De paradis vien! ti rius sans fanser.

Il n’est nus hom qui de mere soit nés,

Qui tant soit vieus ne quenus ne metlés,

Que se il puet el ruis ses mains aver

Que iues ne soit meschina et bacelers.

Nel già citato Romans d’Alixandre di Lambert li Tors e Alessandro da Bernay la fontana ha la medesima origine, sebbene non troppo se ne intenda il modo:

Li fontaine sordait de l’ flun de paradis,

De l’aighe de Deufrate qui départ de Tigris.

Nel Trojanischer Krieg di Corrado da Würzburg, Medea usa di un’acqua venuta dal Paradiso terrestre per far ringiovanire il padre di Giasone; e dal Paradiso deriva la fonte che guarisce tutti i mali, della quale si parla nel Titurel di Albrecht. Nell’Arzigogolo del Lasca è ricordata cert’acqua che ha virtùdi far ringiovanire e che un tale andò a cercare nel Paradiso terrestre, sul Caucaso, consumando nel viaggio gran parte della vita.

Ma della fonte si parla pure, come ho detto, indipendentemente dal Paradiso terrestre. Stefano di Borbone (m. c. 1262) narra, per averlo udito narrare da altri, il caso di un vecchio, il quale avendo, là nelle terre d’oltremare, bevuto, senza intenzione, dell’acqua di certa fonte, tornò subito giovane, ma dopo non poté ritrovar mai più il luogo ov’essa scaturiva. Il Mandeville, che tante cose vide, vide anche questa. Egli dice che la fontana miracolosa sgorga alle falde di un monte; vicino alla città di Polambe; che ha odore e sapore di tutte spezie, e muta l’uno e l’altro a ciascun’ora del giorno. Chi, a digiuno, beve tre volte di quell’acqua guarisce d’ogni male; e gli abitanti di quelle terre vicine, i quali spesso ne usano, vanno esenti da malattie e pajon sempre giovani. Il viaggiatore volle berne ancor egli e credette di sentirsi tutto ringargliardito. Nel Phisiologus di Teobaldo (sec. XI), nei Bestiarii di Filippo di Thaun (sec. XII) e dei chierico Guglielmo (sec. XIII), e altrove, è riferita una credenza secondo la quale l’aquila, quando è vecchia, sale verso il sole, e ne’ suoi raggi quasi s’abbrucia, poi va in Oriente, s’immerge nell’acqua di certa fontana, e insieme con la giovinezza riacquista il vigore perduto. Questa fontana benedetta fu anche fatta sgorgare nel Paese di Cuccagna e nel paese del Prete Gianni. Nella lettera a Emanuele, imperatore d’Oriente, lettera che andò soggetta a tante interpolazioni, il Prete Gianni dice che in un suo palazzo, il quale vince di magnificenza tutti gli altri palazzi del mondo, «scaturisce un fonte che non ha l’eguale per fragranza e per sapore, e che non esce da quelle mura, ma corre da uno a un altro angolo dei palazzo, e scende sotterra, e correndo quivi in contraria direzione, ritorna là d’onde è nata, a quella guisa che torna il sole da Oriente ad Occidente. L’acqua ha il sapore di quella cosa che colui che la gusta può desiderare di mangiare o di bere, ed empie di tanta fragranza il palazzo come se ci si manipolassero tutte le sorta di balsami, di aromi e di unguenti ». Chi la beve con certo modo e regola campa più di trecent’anni, serbandosi sempre in età giovanissima.

In pieno secolo XVI la fontana di vita o di giovinezza faceva ancora sognare più d’uno. Luca Cranach si contentava di torla a soggetto di un suo dipinto, e Giovanni Sachs di una poetica fantasia; ma Ponce de Leon, lo scopritore della florida (1512), mosse appositamente con due navi per cercarla nell’isola di Bimini, dove credeva ch’essa scaturisse. Altri pure ebbe sì fatti sogni, e trovò, sembra, chi lo mise in canzone.

La fantasia degli uomini dei medio evo non si appagò dei resto della fontana di vita o di giovinezza, ma più altre cose venne immaginando provvedute di quelle stesse virtù. In molti racconti si parla di un’erba che ridà la vita. Nella continuazione dell’Huon de Bordeaux si parla di pomi del Paradiso terrestre che fanno ringiovanire; e Ugone ne dà a mangiare anche al sultano di Tauride. Gervasio da Tilbury dice che i frutti degli Alberi della Luna e del Sole, alberi che diedero responso ad Alessandro Magno, facevano vivere quei sacerdoti quattrocent’anni; e Uggieri il Danese ebbe a mangiarne. Del Santo Graal fu detto che avesse, tra le altre virtù, anche quella di ringiovanire i vecchi e risuscitare la Fenice; e dei pastorale di San Patrizio la leggenda narra che conservava la gioventù e la bellezza. Virtù consimili furono attribuite a molte altre cose. L’anello che Morgana dà ad Uggieri il Danese lo restituisce e lo serba in età di trent’anni, sebbene egli ne abbia più di cento; il cavallo bianco del re Thiermana-Oge, nel paese di gioventù, ha, secondo la leggenda irlandese, tal qualità, che chi vi monta su racquista immediatamente la più florida giovinezza, ma, come ne smonta, subito la perde.

 La fontana, di cui ho parlato, mi conduce ora, naturalmente, a dire dei fiumi. La Scrittura ne ricorda quattro, tanti quanti ne venivan dal Meru. La fonte da cui traggono l’origine, sia essa, o non sia, la fonte di vita o di giovinezza, è spesso descritta come ridondante di acque, dalle quali i quattro fiumi prendono nascimento. A far immaginare tanta copia di acque nel Paradiso deve aver contribuito, oltre i precedenti mitici normali, la scarsità di cui se ne pativa in Palestina, e che doveva di molto accrescerne il pregio agli occhi degli Ebrei: in fatti sono frequenti nei profeti le lodi dell’acqua fresca; e anche nel paradiso di Maometto sono acque in gran copia. Il Mandeville dice che a cagione delle grandi acque le quali vengono dal Paradiso tutta l’India è come spartita in isole. Precipitando dal monte altissimo, su cui fiorisce il giardino, nella sottostante pianura, le acque levano un così terribil fragore che le genti di quelle terre vicine son fatte sorde, anzi nascono sorde.

Già dentro al Paradiso, oppur fuori di esso, da un lago che il fonte formava, nascevano i quattro fiumi, Fison, Gihon, Tigri (Hiddekel) ed Eufrate, i quali ridussero alla disperazione quanti cercarono di conciliare ciò che se ne dice nella Genesi con una realtà geografica qualsiasi. Circa gli ultimi due non vi fu dubbio, generalmente parlando; ma circa i due primi le opinioni furono infinite, e chi volesse raccogliere tutte quelle che si trovano sparse negli scrittori ecclesiastici e non ecclesiastici potrebbe formarne un volume che riuscirebbe di mole non picciola e di assai maggiore fastidio. Basti dire che non vi fu fiume di qualche importanza il quale non siasi fatto venire dal Paradiso. L’antica, diffusa e comoda dottrina del corso sotterraneo, e anche sottomarino dei fiumi, permetteva, a tale riguardo, e rendeva inconfutabile qualsiasi più arrischiata e più strana opinione; e la confusione, solita a farsi, dell’India con l’Etiopia agevolava le più chimeriche fantasie. Ne ricorderò solo qualcuna.

Che uno dei quattro fiumi, e propriamente il Gihon, fosse il Nilo, è credenza antica. Già Giuseppe Flavio, certamente non primo, asseriva che il Gange, l’Eufrate, il Tigri e il Nilo derivano dal fiume paradisiaco che cinge tutto intorno la terra. Nei medio evo quella credenza fu molto comune e sarebbe lungo ed ozioso recarne le testimonianze: la confusione, pur ora notata, fra l’India e l’Etiopia doveva favorirla e la favorì nel fatto. Secondo gli autori del Bundehesh e dell’Avesta, risalendo l’Indo e il Nilo si giungeva all’Haraberezaiti. Altri, per ragioni facili a intendere, fece venire dal Paradiso il Giordano; e altri, non si sa perché, il Danubio. Federigo Frezzi, per non far torto a nessuno, fa venire dal Paradiso, oltre i quattro fiumi biblici, anche il Danubio, il Po, il Reno, il Tanai.

Ma al Paradiso i soli fiumi d’acqua non potevano bastare, e Tertulliano vi fa scorrere i rivi di latte. Più di un rabbino parla di fiumi di latte, d’olio, di vino, di balsamo; e Maometto se ne ricorda descrivendo il luogo di beatitudine serbato a’ suoi seguaci. Cosa ben più strana, vi scorreva anche un fiume di pietre preziose. Veramente, da prima, si parla di uno o più fiumi che, venendo dal Paradiso, trascinano con sé grande quantità d’oro, d’argento e di gemme. Nel già citato libro di Juniore Filosofo è detto che quelle genti, le quali abitano in prossimità del Paradiso terrestre, raccolgono con reti le gemme che seco mena un fiume. Per Brunetto Latini questo fiume è l’Eufrate; ma secondo Giordano da Sévérac le gemme abbondano in tutti e quattro i fiumi. I fiumi del paradiso di Maometto hanno le rive d’oro, il letto pieno di rubini e di perle, scorrono fra montagne di muschio; e nella paradisiaca dimora di Quetzalcoatl, quale la immaginarono gli Aztechi, sono in copia, fra molte altre cose meravigliose, le gemme e i metalli preziosi. Nella ricordata lettera del Prete Gianni all’imperatore Emanuele si discorre di un fiume, chiamato Idono, il quale venendo dal Paradiso, mena con sé gran quantità di smeraldi, di zaffiri, di carbonchi, di topazii, di crisoliti e di altre pietre preziose; e si discorre di un altro fiume, il quale passa sotterra, menando similmente con sé grandissima copia di gemme. Di questo secondo fiume, che dà occasione a una delle avventure di Sindbad il Navigatore nelle Mille e una Notte, non è detto che venga dal Paradiso. Un piccolo sforzo ancora e si avrà il fiume di sole gemme immaginato da Giovanni d’Outremeuse (secolo XIV), fiume che sbocca nel mar dell’arena, ne quello era uno sforzo difficile a fare, giacché di un fiume di sassi e di un mare d’arena, che si vedevano in Asia, parecchi avevan narrato le meraviglie.

Era naturale che nel Paradiso terrestre si ponessero tutte le ricchezze e tutti gli splendori: l’oro, l’argento e le gemme vi dovevano essere in abbondanza. Un passo di Ezechiele mostra si fatta tendenza in modo assai spiccato; il monte Meru, secondo una delle molte immaginazioni cui porse argomento, aveva quattro lati, l’uno d’oro, l’altro di cristallo, il terzo d’argento e il quarto di zaffiro. Nell’Elisio descritto da Platone gli alberi recano gemme, come nel paradiso di Maometto; e nella Gerusalemme celeste descritta dall’autore dell’Apocalissi, abbondano le pietre e i metalli preziosi. Delle molte gemme che sono nel Paradiso terrestre Tertulliano ricorda il prasio, il carbonchio, lo smeraldo, e Alcimo Avito afferma che quelle che noi chiamiamo gemme sono i sassi di colà. Sebbene il Mandeville dica che non si può sapere di che cosa sia formato il muro del Paradiso, tanto lo velano agli altrui sguardi il musco e l’edera, pure molti sapevano ch’esso era di materia preziosissima e tutto tempestato di gemme. Secondo qualche rabbino, tutto il Paradiso era selciato di pietre preziose e di perle. Si sapeva inoltre che Adamo, uscendo dal giardino, aveva potuto recar con sé l’oro, l’incenso e la mirra che dovevano poi, dai Re Magi, essere offerti al bambino redentore, e deporli, insieme con altre ricchezze, in una caverna, detta, per ciò appunto, la Caverna dei Tesori. Se si pensa alle virtù meravigliose, che giù nell’antichità, e poi, durante tutto il medio evo, si attribuirono alle gemme, virtù di cui si discorre largamente nei Lapidarii, e al significato simbolico che si soleva dar loro, non parrà strano che di gemme si volessero pieni il Paradiso e le sue acque.

Il Meru, quale è descritto nel Mahâbhârata, è coperto d’oro, e aureo è detto nei Purâni. Aureo meriterebbe d’essere chiamato anche il Paradiso terrestre. Il muro che lo serra è, talvolta, tutto d’oro, e d’oro sono i palazzi e le chiese ch’esso contiene. Un soldato di cui San Gregorio narra la visione, passa un fetido fiume, e giunge a prati fioriti dove si stan costruendo di mattoni d’oro, mirabili case. Note sono le relazioni mitiche dell’oro con la luce, col sole, con la felicità. Una città d’oro, stanza di beatitudine, sognarono gl’Indiani; la Gerusalemme celeste sfolgora d’oro; i palazzi del paradiso di Maometto sono costruiti d’oro, di perle, di smeraldi e di rubini. El Dorado chiamarono gli Spagnuoli la nuova terra di promissione.

Con tali condizioni di luogo e di clima quali abbiamo vedute, con tanto rigoglio di vegetazione soprammirabile, con tanto splendore di metalli preziosi e di gemme, il Paradiso terrestre doveva essere di tale bellezza e magnificenza da vincere ogni più ardita e fervida fantasia. Ma ciò appunto doveva stimolare e far vie più intenso il desiderio di rappresentano e colorirselo nella mente, di descriverlo con parole. Chi sa quante anime innamorate di solitarii e di reclusi lo sognarono nelle ore di estatica contemplazione, credettero d’intravvederne gl’immortali splendori nello spettacolo d’un tramonto pomposo! I primi poeti cristiani, che presero a sparger di fiori la nuda terra del Golgota e a lumeggiare l’austera speranza sorta novamente negli animi, andarono a gara in narrarne le divine delizie. Bisognava che gli uomini conoscessero ciò che avevano perduto per poter meglio intendere il pregio di ciò che il sangue di Cristo aveva loro ridato. Tertulliano, Proba Falconia, Prudenzio, Draconzio, Mario Vittore, Alcimo Avito, ci lasciarono tutti descrizioni calde di entusiasmo e non prive di merito, le quali hanno questo carattere comune, che tutte traggono elementi, colori ed immagini dalle descrizioni che i poeti gentili avevan fatte degli Elisii. Né questo poteva sembrare ai poeti cristiani un procedimento illegittimo, giacché essi credevano che il mito degli Elisii altro non fosse se non una ricordanza e come dire un riflesso alterato del racconto biblico. E fu appunto la gran somiglianza di sì fatte descrizioni quella che permise di attribuire a Lattanzio il noto poemetto De Phoenice, il quale, non solo non è di lui, ma non è, forse, nemmeno di autore cristiano, e in cui si descrive, non già, come fu creduto, il Paradiso terrestre, ma il Bosco del Sole. Proba Falconia formava la descrizione sua, e tutto il compendio del Vecchio e del Nuovo Testamento di cui quella descrizione è parte, con versi tolti a Virgilio. Mario Vittore chiamava il Paradiso col nome di Tempe, e sebbene in certa Epistola de perversis suae aetatis moribus ad Salmonem abbatem rimproverasse, più specialmente alle donne, di posporre Salomone a Paolo e Virgilio, ad Ovidio, ad Orazio, a Terenzio, i suoi versi sono tutti pieni di reminiscenze classiche. L’autore di un metrum in Genesim(forse Ilario d’Arles, ancor egli, come Mario Vittore, del V secolo), prendeva a modello il primo libro delle Metamorfosi, e Sidonio Apollinare, cristiano, descriveva gli Orti del Sole con quelle parole medesime che si usavano a descrivere il Paradiso terrestre.

Le descrizioni del Paradiso terrestre si possono dire innumerevoli, e vanno moltiplicando dai primi tempi del cristianesimo, attraverso il medio evo, sino ai giorni nostri, e sono in verso e in prosa, e sono in tutte le lingue. Compajono, com’è naturale, nei Commentarii alla Genesi, negli Hexaemera, nelle Bibbie versificate e istoriate, in molti trattati teologici; compajono in trattati scientifici, varii di natura e di forma; compajono in cronache, in Visioni, in leggende; compajono in poemi d’ogni sorta. I rabbini gareggiano in così fatte descrizioni coi dottori e coi poeti cristiani, e di gran lunga li vincono quanto a stranezza e audacia d’immaginazioni; e tra' cristiani v’è chi non si contenta delle descrizioni fatte da uomini, ma altre ne pone in bocca a Dia stesso e agli stessi demonii.

Molte di quelle descrizioni sono documenti assai notabili del carattere che venne assumendo nei primi secoli del cristianesimo e nel medio evo il sentimento della natura. La natura vi è idealizzata conformemente a una immaginazione di bellezza e di giocondità sovramondana, che il Freni rese non infelicemente in tre versi:

Rallegra tutto il cor quel paradiso:

Ivi ogni cosa intorno m’assembrava

Un’allegrezza di giocondo riso.

Il Paradiso terrestre diventa un prototipo di bellezza, suscitava altre immaginazioni affini, e di esso si ricordavano quanti poeti prendevano a descrivere luoghi di delizie e di felicità. Isole e giardini d’incantevol bellezza abbondano nei poemi cavallereschi, nei romanzi di avventura, e hanno col Paradiso terrestre anche questa somiglianza, che rinchiudono un principio malvagio, una causa di scadimento e di perversione, come i giardini di Alcina e di Armida. Il paese delle fate, o pays de faërie, o semplicemente Faërie, spesso descritto nei romanzi francesi, ha col Paradiso terrestre moltissima somiglianza, e così l’hanno il regno sotterraneo di Venere nella leggenda tedesca, e quello della Sibilla nella leggenda italiana.

E a somiglianza del Paradiso terrestre fu immaginato il Paradiso celeste, come già prova la Gerusalemme celeste dell’Apocalisse, e come si può vedere negli scritti di parecchi Padri. Tale somiglianza è spiccatissima in un Rhythmus de gloria et gaudiis Paradisi, falsamente attribuito a Sant’Agostino, ma certamente assai antico. San Pier Damiano pone nel Paradiso celeste prati fioriti, odori soavi, musiche meravigliose. Leggendo certa poesia latina pubblicata dal Böhmer, non s’intende di qual Paradiso il poeta voglia parlare, fino a che, a togliere il dubbio, non appajono il trono dell’Eterno, e i cori dei santi e degli angeli che gli stanno d’intorno. Talvolta il Paradiso terrestre e il celeste sono fusi insieme e ne formano un solo.

Tali, quali abbiamo vedute, erano le bellezze e le meraviglie di quello che gl’Italiani chiamarono dolcemente il Paradiso deliziano: vediamo ora quali ne fossero, o ne fossero stati, gli abitatori.

 

Note

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[1] Ariosto: Orlando Furioso, c. XXXIII, st. 105.

[2] Stazio: Sylvae, III

[3] L’isola di Avalon, che diventò un paese meraviglioso e mitico, e veramente un’isola, posta nel letto di un fiume, nella contea del Somerset. Fu creduta prima sede del cristianesimo in Inghilterra, introdottovi, secondo la leggenda, dai discepoli dell’apostolo Filippo, o da Giuseppe d’Arimatea.

[4] De oraculorum defectu, 18; De facie in orbe lunae, 26 sgg.

[5] «Purgatorio», XXXII, 37-39.

[6] Quadriregio, 1, IV, cap. 2.

[7] Nella canzone: Standomi un giorno, solo, alla finestra.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011