Arturo Graf

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo

Edizione di riferimento:

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, Mondadori, Milano 1996

Ad Angelo Messedaglia

in segno di gratitudine antica

d’incancellabile affetto

 

Thou hast deserved of me

Far, far beyond whatever I can pay.

Robert Blair.

IL MITO DEL PARADISO TERRESTRE

Introduzione

È ormai notissimo a tutti che la immaginazione di uno stato di felicità e d’innocenza di cui gli uomini avrebbero goduto nell’inizio dei tempi, e dal quale sarebbero poi decaduti, immaginazione che porge argomento ad uno degli antichi racconti tradizionali che vennero a raccordarsi e collegarsi nella Bibbia, e forma come il luogo d’origine di tutta la rimanente storia che ad essa consegue; non è una immaginazione particolare; non appartiene in proprio a quel libro; ma è generalissima e diffusissima, e appare, con forme varie e mutabili, nei libri e nelle tradizioni di molte religioni diverse, ed è parte vivace e saldissima della comune e spontanea credenza umana, tanto che questa rimanga impenetrata alla scienza e riottosa alla critica. Noi la troviamo su tutta la faccia della terra, dovunque son uomini; essa era già nata quando non era ancor nata la storia; essa vive presentemente; essa vivrà per lungo tempo ancora in avvenire, benché premuta da ogni banda e incalzata da nuovo pensiero e da nuova cultura. Gl’Indi, gli Egizii, gl’Irani, i Cinesi, le varie famiglie dei Semiti, i Greci, i Latini, i Celti, i Germani conobbero il mito: se, lasciato il vecchio mondo, attraversiamo i mari, noi ritroviamo il mito in America, in Oceania, nelle ultime piaghe di terra abitata che cingono il polo.

E in tutti i tempi, e fra tutte le genti, sotto sembianze quando simili in tutto, quando leggiermente disformi, il mito serba la stessa sostanza di concetto e la stessa significazione, e secondoché più direttamente e più strettamente si leghi all’idea di tempo, o all’idea di luogo, esso riesce, sia alla immaginazione di un’età beata ed aurea, sia a quella di un luogo paradisiaco ed arcano, primo ed unico albergo della umana felicità.

I libri sacri dell’India e il Mâhâbârata celebrano l’aureo monte Meru da cui sgorgano quattro fiumi, che si spandono poi verso le quattro plaghe del cielo, e sulle cui giogaje eccelse olezza e risplende, incomparabile paradiso, l’Uttara Kuru, dimora degli dei, prima patria degli uomini, sacra ai seguaci del Budda non meno che agli antichi adoratori di Brama. Gli Egizii, a cui forse appartenne in origine la immaginazione degli Orti delle Esperidi, serbavano lungo ricordo di una età felicissima, vissuta dagli uomini sotto la mite dominazione di Râ, l’antichissimo dio solare. L’Airyâna vaegiâh, che sorgeva sull’Hara-berezaiti degl’Irani, fu un vero Paradiso terrestre, innanzi che il fallo dei primi parenti e la malvagità d’Angrô-Mainyus l’avessero trasformato in un bujo e gelido deserto; e nell’Iran, e nell’India, come in Egitto, durava il ricordo di una prima età felicissima. I Cinesi coronarono il Kuen-lun di un paradiso, ove sono parecchi alberi meravigliosi e d’onde sgorgano parecchi fiumi. Nelle tradizioni religiose degli Assiri e dei Caldei il mito appare con sembianze che non si possono non riconoscere come simili affatto a quelle del mito biblico. Greci e Latini favoleggiarono dell’età dell’oro, dei regni felici di Crono e di Saturno, e di più terre beate. Non giova moltiplicar questi cenni: in tutte così fatte immaginazioni noi troviamo elementi comuni che si compongono insieme o si suppliscono a vicenda, alberi e frutti datori di vita e di scienza, fontane d’immortalità o di giovinezza, fiumi che si spargono intorno a fecondare la terra, mitezza e giocondità di cielo, riso perpetuo di natura, un divieto, una trasgressione, una caduta; – una breve felicità originale a cui sussegue lunga e crescente miseria.

La credenza che il monoteismo giudaico fosse religion primigenia, indivisa, tutta omogenea e tutta coerente, e credenza sfatata da tempo, e non v’è più modo di dubitare che il racconto biblico della caduta dell’uomo non provenga d’altronde e non si leghi ad un mito molto più generale e più remoto. Basterebbe a darne prova il fatto della poca coesione sua con l’altro racconto, detto eloista, al quale esso si congiunge nella Genesi. Il Lenormant, giudice non sospetto in così fatta materia, e che, pur dichiarando di voler rimanere cristiano, accetta le conclusioni della critica biblica moderna, scrive queste testuali parole: «Ce que nous lisons dans les premiers chapitres de la Genèse, ce n’est pas un récit dicté par Dieu lui-même et dont la possession ait été le privilège du peuple choisi. C’est une tradition dont l’origine se perd dans la nuit des âges les plus reculés, et que tous les grands peuples de l’Asie antérieure possédaient en commun avec quelques variantes. La forme que lui donne la Bible est même si étroitement apparentée avec celle que nous retrouvons aujourd’hui à Babylone et dans la Chaldée, elle en suit si exactement la marche, que je ne crois plus possible de douter qu’elle ne sorte du même fond»[1].

E con ciò rimane annullata l’altra credenza che l’unica verità della Bibbia voleva rifratta e dispersa nelle tradizioni e nei miti delle varie genti pagane, a quel modo che, passando pei prisma, si rifrange e disperde, colorandosi variamente, la luce bianca del sole. Questa fu la credenza dei Padri e dei Dottori della Chiesa, e questa era ancora la credenza di Dante, quando a Matelda, là, nel Paradiso terrestre, faceva dire:

Quelli che anticamente poetaro

L’età dell’oro e suo stato felice

Forse in Parnaso esto loco sognaro.

I moderni scrutatori dei linguaggi, delle tradizioni e dei miti posero in sodo che il mito, da alcuni per brevità chiamato edenico, è uno dei più antichi di cui l’umanità serbi memoria. Le indagini loro hanno disvelato una lontana convergenza, ed una, almeno parziale, sovrapposizione geografica delle tradizioni paradisiache sparse fra le genti della doppia famiglia ario-semitica; e una opinione s’è accreditata e fatta ormai generale fra essi, che quelle tradizioni, per quanto spetta ai grandi popoli storici, mettan capo a un’era antichissima, quando la gente aria viveva ancora congiunta nell’altipiano del Tibet, o in regione a quello adiacente, e sieno, in parte, lontane e diversificate reminiscenze di una patria comune. Il mito, quale appare nelle tradizioni assiro-caldaiche e fenice, e quale cel porge il racconto biblico, è esso stesso, secondo ogni probabilità, di origine indo-germanica. Il cherubino, che nel racconto della Genesi sta a custodia del Paradiso, non appartiene, né pel nome, né per la condizione e l’officio, al mondo semitico, ma rimanda, secondo congettura il Renan, a una radice grìbh, o grabh, occorrente in tutte quasi le lingue ariane, e ricorda in singolar modo, secondo avverte il Lenormant, i Garudi dell’India. Da altra banda un vasto complesso d’indizii mostra che l’Eden biblico deve rintracciarsi in quei medesimi luoghi ove i libri sacri dell’India e dell’Iran pongono il Meru e l’Hara-berezaiti. A me basta di avere accennato rapidamente tutto ciò, non essendo mio compito addentrarmi nell’esame dei fatti e delle opinioni, né richiedendosi ch’io ne faccia una esposizione particolareggiata e compiuta [2].

Ma come nacque, e di che ragioni, il mito meraviglioso? e quali sono i collegamenti suoi con la realtà geografica, con la vita storica primitiva, e con quello che, in mancanza di più acconcia espressione, chiamerà il contenuto della coscienza? Non è cosa agevole rispondere a così fatte domande.

Che il mito abbia una radice storica; che contenga dentro di sé, oscurato più o meno, il ricordo di una antichissima sede, di una prisca patria, alla quale tornano col pensiero e col desiderio, fantasticamente abbellendola, le razze che ne migrarono; e che immedesimandosi quel ricordo via via, come porta la fortuna di migrazioni consecutive, con ricordi d’altre sedi mutate e rimutate, serbi pur sempre alcun che dell’originale esser suo, è cosa che si deve senz’altro ammetter per vera, e che tale è provata da più altri esempii di miti affini.

Che, inoltre, nel mito, si riverberi il ricordo annebbiato di una primitiva condizione sociale, anteriore allo stabilimento della proprietà fondiaria, e agli ordinamenti che ne furono la necessaria conseguenza, può credersi; ma che il mito stesso abbia significato essenzialmente economico, ch’esso sia un grido di dolore del proletariato e la propria leggenda del socialismo, come dissero il Laveleye, il Malon, e ultimamente con dottrina copiosissima e lucidissima esposizione, il Cognetti De Martiis[3], non parmi opinione che regga, quando si considerino le condizioni tutte d’organamento e di vita sociale con le quali si concilia, sia l’apparizione, sia la perduranza del mito, e quando si ponga mente agli elementi molteplici ond’esso mito è composto.

Innanzi tutto, come spiegare il fatto che il mito, sia pure in forma rudimentale, appare tra schiatte d’uomini le quali durano nella medesima, primitiva condizione di vita sociale ed economica di cui quello dovrebb’essere, per lo appunto, un ricordo? Inoltre, se il mito è leggenda di proletarii, perché mai le teocrazie e le aristocrazie tutte lo raccolsero esse così amorosamente, e così gelosamente lo custodirono? Più lo scruto e lo sviscero, e più mi sembra che il mito, s’è per qualche picciola parte un ricordo, sia per la massima parte una visione ideale, nasca dalla projezione di un fantasma interiore nel tempo e nello spazio. Vero è che giova, a questo proposito, fare alquanto maggiore la separazione tra il mito dell’età dell’oro e il mito del Paradiso terrestre, e riconoscere che più copiosi in quello sono gli elementi storici, sociali, economici, più copiosi in questo gli elementi ideali, mitici ed etici.

Che nel mito paradisiaco ario-semitico, e in altri affini, si trovin tracce di un antichissimo culto della natura; non credo si possa negare. L’albero della vita è l’albero che porge il nutrimento; l’albero della scienza è l’albero che dà responsi: entrambi appajono in numerose mitologie, fatti spesso compagni dell’albero generatore da cui procedono gli uomini. Indipendentemente da qualsiasi storica reminiscenza, l’uomo è tratto, per virtù spontanea di fantasia, a immaginare uno stato di vita assai più felice di quello toccatogli in sorte, e a porre quella felicità assai remota da sé, o nello spazio, o nel tempo. Se nel tempo, egli deve necessariamente respingerla nel passato o nel futuro. A respingerla nel passato egli sarà sollecitato da quella medesima illusione che forza i vecchi a lodare i giorni e le cose che furono, da quella stessa mitica fantasia che lega insieme la felicità, l’apparir del sole, il cominciamento dell’anno, la primavera, la nascita di tutte le cose. Altre cagioni e ragioni potranno sollecitarlo ad allontanar nel futuro quel sogno di felicità, come interviene a noi, cui la scienza vieta ormai di colorirlo nel passato. Disse lo Schopenhauer: «La felicità è sempre, o nel futuro, o nel passato, e il presente è da rassomigliare a una piccola nube oscura, cacciata dal vento sul piano soleggiato: innanzi ad essa e dietro di essa tutto è chiaro, essa sola getta sempre un’ombra sul piano». E Vittore Hugo, nell’Année terrible:

Les philosophes, pleins de crainte ou d’espérance,

Songent et n’ont entre eux pas d’autre différence,

En révélant l’Eden, et même en le prouvant

Que le voir en arrière ou le voir en avant.

A noi non è più concesso figurare il sogno nello spazio, almeno in quel tanto spazio che la superficie del nostro pianeta comprende; ma tutta l’antichità credette all’esistenza di popoli remoti, i quali, governati dal senno e dalla virtù, beneficati da terra feconda e da clementissimo cielo, vivevano felicissimi, esenti dai morbi, non asserviti al lavoro, fruenti di rigogliosa longevità.

Quando la coscienza morale si desta, nuove ragioni concorrono a figurare il mito e fermarne il significato. Gli uomini primitivi non considerano e non intendono la morte come un fatto naturale: per essi la morte è effetto di un errore, di un malefizio, di un castigo. In molti miti di popolazioni selvagge si afferma che gli uomini dovevano essere immortali, ma che per un error di messaggio, o per malizia di certo messaggere, o per altra cagione si fatta, avvenne poscia il contrario. Allargandosi e chiarendosi sempre più la coscienza morale, si venne a considerare la morte, e i mali stessi ond’è ripiena la vita, quale conseguenza di un peccato commesso e di un meritato castigo. Questa interpretazione non si ebbe se non quando furono ben definiti i concetti di colpa e di pena, ed è frutto di un ragionamento, non giusto certo, ma naturale in menti incolte: la pena è dolore; ma dolore sono e la vita e la morte: dunque la vita e la morte son pena. Allora il sogno di primitiva felicità diventa anche sogno di primitiva innocenza, e l’intero sogno può benissimo intrecciarsi con ricordi storici e semistorici, sia di una patria remota, sia di una perduta condizione di vita sociale.

Dopo quanto son venuto dicendo non credo di dover giustificare con altre ragioni l’uso da me preferito di dire mito del Paradiso terrestre anziché leggenda del Paradiso terrestre, tanto più che io prendo a considerare la tradizione quando è già staccata da quelle radici storiche e reali che possa avere. Da altra banda occorre appena avvertire che il mito, volgendosi, a guisa di largo fiume, attraverso i secoli, e in mezzo a disparatissime genti, accoglie nel suo corso, insieme con altri e svariati miti, leggende in gran numero.

Il mito del Paradiso terrestre doveva acquistare nuovo valore e nuova, maggiore celebrità col diffondersi del cristianesimo, che tutto poggia sulla dottrina della caduta e della redenzione. I profeti appena fanno ricordo della beata dimora; i Padri e i Dottori cristiani son pieni delle sue lodi, e spogliano i poeti pagani per far più vaghe le descrizioni che vanno di essa intessendo. Non senza giusta ragione. Di contro all’opera misteriosa e solenne della redenzione compiuta da un Dio fatto uomo, il fallo dei primi genitori doveva apparire più che mai mostruoso ed enorme, e per necessario effetto di contrasto, a paragon di quel fallo doveva parere incommensurabile il primo benefizio di Dio, doveva la patria dell’uomo innocente rifulgere di un più intenso lume di cielo, e quello stato di prisca felicità dipingersi alle menti con colori tanto più vaghi ed accesi, quanto maggiore era la miseria de’ tempi, quanto più vivo il sentimento della fragilità ereditaria, quanto più angoscioso il pensiero degli ostacoli innumerabili che impedivano il conseguimento della salute, quanto più grave e più insistente il terrore degli atroci castighi minacciati a coloro che fossero per lasciar perdere il frutto della redenzione. Invano si tentò da alcuni dare al racconto biblico un significato puramente allegorico: i più lo presero alla lettera, e i poeti della nuova legge si voltarono desiosamente a quelle prime origini a cui pareva dovesse ripiegare il corso della storia, mentre una opinione già teneva gli spiriti, che la beata dimora dei padri colpevoli, riaperta ai figli redenti, dovesse accogliere, per misurato spazio di tempo, sino al giorno dell’Universale Giudizio, le anime degli eletti, destinate ad ascendere poi alle glorie incomparate e senza fine della Gerusalemme celeste. I Chiliasti sognavano un nuovo Eden, sotto il regno millenario di Cristo, e il sogno loro non era ancor spento nel secolo IX, quando si levava a dannarlo Pascasio Radberto. I tempi, volgenti più e più al peggio, favorivano quella disposizion degli spiriti. Si sfasciava l’impero di Roma, irrompevano i barbari da ogni banda: una età di ferro, quale non avevano immaginata le mitopee dell’antichità, pesava sul mondo, che, nel corso di una storia calamitosa ed oscura, pareva divenir sempre più il regno incontrastato di Satana. Qual meraviglia se poeti de’ primi secoli, Tertulliano, Proba Faltonia, Draconzio, Claudio Mario Vittore, Alcimo Avito; se poeti e romanzatori, e narratori di leggende, e scrittori d’opere ascetiche de’ secoli successivi, raccolgono quante reminiscenze dell’arte classica durano in loro, stemperano i colori più accesi delle lor fantasie, impregnano di mistici ardori il sentimento e la frase, per ripresentare agli animi una viva immagine di quel primo soggiorno di beatitudine? Quanto più rude e turbolenta e malvagia si faceva la vita, tanto più intenso doveva crescere negli spiriti contemplativi il desiderio di ritrarsi con la fantasia in quella solitudine beata e sacra.

Oi! paradis, tant bel maner!

Vergier de gloire, tant vus fet bel veer!

sospirava un trovero del XII secolo. E un poeta latino, forse anteriore:

Eden digne pingere vanum est conari,

Stillas paucas extraho de tam magno mari.

Di quel desiderio, come fiori da pianta vigorosa e feconda, nacquero, nel corso dei secoli, numerose leggende e infinite altre immaginazioni, nelle quali si vedono riapparire, con meraviglia di chi le consideri, venuteci non si sa come, né per qual via, molte particolarità del mito più generale, trascurate nel racconto biblico. Se ne vedranno le prove qua e là, nella trattazione che segue. Quelle finzioni sono, come ho detto, assai numerose, e dovevano essere, dato il luogo che nella memoria di tante generazioni di credenti aveva a tenere quella prima patria degli uomini, dove s’erano scontrati tutti in un punto i pugnanti fattori della storia, l’amor del piacere, l’amor del sapere, il desiderio di potestà, la legge e la ribellione, la virtù e la colpa, la vita e la morte. Molte di esse sono anche belle e fantasiose, accese de’ più vivi colori di una poesia fervorosa ed ingenua, e trasportan la mente in un cielo di sogni meravigliosi, il cui ricordo faceva esclamare al Leopardi:

Oh Fortunata

Di colpe ignara e di lugubri eventi,

E di quelle finzioni principalmente io intendo fare discorso non toccando, se non di volo, qua e là, delle dispute teologiche arruffatissime che si legano e si frammezzano a quelle, e sono, il più delle volte, altrettanto vane e fastidiose, quanto sono quelle dilettevoli ed istruttive.

 

Note

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[1] Les origines de l’histoire d’après la Bible et les traditions des peuples orientaux, Orleans 1880-84.

[2] Perciò tralascio di ricordare molt’altri libri capitali ove la questione è largamente esposta e discussa. Solo soggiungerò che Federico Delilisch, in un volume intilolato Wo lag das Paradies? Eine biblish-assyriologische Studie, Lipsia 1882, cercò di confutare, senza però riuscirvi, la opinione piú accreditata e diffusa, e di provare che il mito edenico nacque propriamente in Caldea, e dalla Caldea passò nell’Iran e nell’India. Vedi in contrario Oppert, nelle Göttingische gelehrte Anzeigen pel 1882, vol. II, pp. 801-31, e Lenormant, Les origines de l’histoire etc., vol. II, pp. 537-8

[3] Socialismo antico, Torino 1889. Vedi piú particolarmente le conclusioni,p. 250 e sgg.

Indice Biblioteca Graf, Miti leggende e superstizioni del Medioevo, Indice  Il mito del Paradiso terrestre e i paradisi artificiali - Cap. I

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011