MELCHIORRE GIOJA

La scienza del povero diavolo.

Edizione di riferimento:

Opere minori di Melchiorre Gioja, Volume secondo, contiene La Scienza del Povero Diavolo, riflessioni relative allo stesso. Lugano presso Giuseppe Ruggia e C., MDCCCXXXIII

LA SCIENZA DEL POVERO DIAVOLO.

“il haît quiconque réussit, comme

les eunuques haîssent les jouissants.”

Voltaire.

“Rien n’est plus dangereux dans les sciences,

dans la morale, dans l’administration des ètats,

que les hommes médiocres qui visent a la réputation:

ne pouvant atteindre aux grandes choses,

ils veulent au moins se faire remarquer

par des bizarreries, ou étonner par des destructions.

Poullion, ou le siècle d’Auguste”

CHIAVE

PER L’INTELLIGENZA DELL’OPERETTA

LA SCIENZA DEL POVERO DIAVOLO.

Povero diavolo, protagonista         G. Tamassia.

Il primo mago                                 Abate Carlo Amoretti.

Il secondo mago                             Padre Pino domenicano.

Il terzo mago                                  Padre Pino barnabita, fratello del suddetto.

Primo uff. del consiglio del Bascià      Conte De Brème, Ministro dell’ Interno del cessato Regno d’Italia.

Secondo ufficiale                            Conte Melzi già vice-presidente della Repubblica Cisalpina.

Terzo ufficiale                                 Containi.

Quarto ufficiale                              Cav. Luigi Bossi.

Il segretario                                     Daverio, segretario del suddetto.

Scheriff                                            Melchiorre Gioja.

Guatero del Povero diavolo           Pollini, segretario.

Primo Oman                                Ticozzi, fratello di Stefano autore del Dizionario de’ Pittori.

Noi preghiamo i lettori a non dimenticare che Melchiorre Gioja ha fatto delle applicazioni che sono smentite dal merito distinto di cui godono molti dei sunnominati individui, e che sebbene il nostro autore non si possa giustificare di un'ingiustizia così manifesta, dobbiamo in lui compatire gli effetti di un carattere assai facile alla collera e quindi ingiusto nei suoi primi accessi.

Nota degli Editori.

INTRODUZIONE.

Vi sono alcuni invidiosi che lodano soltanto due classi di persone, i morti e loro stessi.

Vi sono altri che portano la barbarie al punto da non volere far grazia neanche ai morti.

Noi che ci picchiamo d’imparzialità (e nissuno potrà dubitarne dopo la nostra asserzione) ci siamo proposto di spargere lodi sui vivi e sui morti a piene mani: l’occasione non può essere più favorevole.

Diffatti; presso alcune nazioni barbare sedicenti incivilite, la sorte che toccò a gran uomini, fu d’essere perseguitati vivi, onorati estinti; alcune città si disputavano la gloria d’aver dato loro i natali, dopo averli lasciati morir di fame anche nella loro vecchiezza.

Al contrario presso la nazione musulmana, modello delle nazioni in tutte le cose, il desiderio d’incoraggire e ricompensare, qualunque merito vivente va al punto che si può essere presuntuoso ed ignorante con vantaggio e con onore.

Quindi in un tempo in cui il calzolajo parla di finanza, il sarto di codici, il parrucchiere d’amministrazione; in un tempo in cui ciascuno erige tribunale e chiama tutti ad esservi giudicati senza che nissuno comparisca, e pronuncia con tuono da Radamanto sentenze che il pubblico rigetta; in questo tempo un dottor di prima sfera, un politico sublime, il povero diavolo in una parola debb’essere accolto con tutti gli onori del trionfo dai buoni Musulmani, e il quadro della sua scienza ottenere il suffragio rispettabilissimo degli ignoranti, fortunatamente sì numerosi.

Alcuni imbecilli che si credevano letterati, volevano darci ad intendere che senza aver divorato un mucchio di libri, non si poteva essere nè uomo onesto, nè suddito fedele, nè pubblico amministratore, Si voleva che lasciassimo da banda la pipa le essenze i profumi i sorbetti e fin le donne per seguire de’ fuochi fatui, cui davasi scioccamente il titolo di cognizioni.

Grazie sieno rese al povero diavolo che c’insegnò l’arte di saper tutto senza fatica, di ragionar profondamente di ciò che s’ignora, di ridurre le più vaste cognizioni a poche pagine. Egli ci dimostrò che là finisce il mondo ove finisce il nostro orizzonte; che per essere Scherif, Naib, Cadì, Bascià, Muftì, Gran-Visir basta la scienza d’un barbiere, e per dir tutto in poche parole non la sbagliava il buon Caligola quando voleva far console il suo cavallo.

Siccome il nostro scopo si è di esporre il quadro della scienza del povero diavolo non il quadro della di lui vita, quindi benché con nostro rincrescimento, non parleremo de’ suoi antenati, i quali avendo buone gambe erano una prova evidente che il povero diavolo non doveva esser zoppo; ometteremo le circostanze della sua nascita, che come quella di Maometto e compagni dovette essere miracolosa; non diremo ch’egli nacque nella stanza stessa in cui nacque il profeta, il che, come osservano profondamente gli storici, dovette influire sul suo destino, come sullo sviluppo de’ funghi il canto del gufo; non lo seguiremo nella sua giovinezza, in cui soggetto alla rachitide come il nostro apostolo all’epilessia, non potè coltivare nissuna scienza, circostanza rimarchevole, e palpabile monumento della grazia del profeta, giacché senza alcuna specie di studio il povero diavolo giunse poscia e sì improvvisamente ad altissimo grado di sapere. Osserveremo soltanto che l’epoca in cui egli nacque, fu un’epoca veramente straordinaria, giacché se prestasi fede ai documenti che esistono negli archivj del serraglio, allora i duchi non vegetavano inutili in mezzo alle nazioni, gli arciduchi non ponevansi alla testa delle armate quand’erano incapaci di dirigerle, i re credendo d’aver dei doveri verso lo stato, ne promovevano i vantaggi invece d’opprimerlo colle guerre e colle spese insensate. Non si parlava allora nè di grandi imbecilli inalzati a grandi cariche, nè di bricconi da galera accarezzati e protetti, nè di galantuomini perseguitati, perchè non sapevano mentire o adulare....

Affine però di non imitare i commentatori d’Omero che gli profondono elogi, anche quando fa sbadigliare i suoi lettori, noi ritroveremo qualche imperfezione nel povero diavolo, come si trova qualche macchia anche nel sole; in questa maniera il nostro elogio riuscirà a lui più gradito, giacché sans liberté de blâmer il n’y a point d’éloge flateur; il nostro elogio sarà più utile al popolo, giacché gli eroi senza macchia, invece di confidenza inspirano disperazione.

Desiderando che il lettore non prenda abbaglio sul frontispizio del nostro libro, ci facciamo un dovere d’avvertirlo, che in questa storia non compariscono nè donne che svengono per mostrare un affetto che non hanno, nè cavalieri erranti che si battono per l’onor d’un’eroina che non conoscono, nè vecchj spasimanti per una frine e sorpresi d’esserne il zimbello, nè mariti cornuti battuti e contenti, nè impostori che portando il rosario e il pugnale, pregano ed uccidono con eguale indifferenza. In questa storia nissun personaggio s’abbraccia il cervello dopo essersi rovinato al giuoco; nissuno fa il salto di Leucade invece di vuotare una bottiglia; non vi si trova nè anello magico che faccia comparir il demonio, nè pappagallo che dia consiglj alla regina, nè porco che segua di voto il suo santo protettore, nè pesce che metta la testa fuori dell’acqua per udire una predica.... In una parola si tratta solamente della scienza del povero diavolo, affar serio, o affare ridicolo, come a ciascuno piacerà.

LA SCIENZA DEL POVERO DIAVOLO.

CAPO I.

In qual modo il povero diavolo divenisse zoppo.

Il povero diavolo che nella sua gioventù non aveva potuto fare studj regolari, come è stato già detto, lesse per accidente verso gli anni 36 un’opera inglese, in conseguenza cattiva, la quale trattava della ricchezza delle nazioni, e le dava per base la libertà naturale.

Quest’idea sempre malintesa dal volgo, perchè non mai esattamente definita, sconvolse la testa al povero diavolo non anco illuminato dalla grazia del profeta. Egli si cacciò in capo di farsi il don Quichotte dalla libertà naturale, e quindi aveva sempre la mano sull’elsa per difenderla. Una volta egli si battè tre giorni di seguito per sostenere che le leggi erano o non erano vincoli alla libertà naturale, e alla fine del terzo, al momento stesso in cui era cominciato il combattimento, essendo rimasto ferito in una mano, confessò che non sapeva ancora qual fosse delle due sentenze la vera [1]. Un’altra volta fece 500 miglia per venir all’armi con un dottor persiano, che in un tempio del Sole invitava i Saphis a scorrere colla sferza alla mano per le contrade e per le piazze e cacciare alle scuole o alle botteghe i ragazzi vaganti, metodo che il povero diavolo dichiarava contrario alla libertà naturale. In questo incontro egli si battè da disperato; ma il dottore, che non era meno spadacino di lui, finì per disarmarlo, il che dimostrò ad evidenza che il povero diavolo aveva torto. A Serraï egli si avventò, furiosamente colla scimitarra alzata contro d’un galantuomo che aveva e disarmata e legata una vedova, la quale voleva uccidersi per esserle morto il marito; ma anche questa volta la libertà naturale perdette la causa; giacché un pugno di sabbia gettato improvvisamente negli occhi al povero diavolo da un astante fece cadere a terra la scimitarra. A Gallipoli il nostro eroe corse evidente pericolo di restar vittima del suo sistema; poiché avendo detto che si doveva lasciare ad un padre la facoltà di disporre di tutta la sua sostanza e trasmetterla a chi più gli piacesse a norma della sua libertà naturale, sorsero contro di lui tre giovani, i quali bramando che il loro padre passasse presto agli eterni riposi, aspiravano per lo meno ai tre quarti dell’asse paterno. Costoro nel bollor della collera e seguendo gli impulsi della libertà naturale, menarono vigorosi e replicati colpi sulla testa del povero diavolo, cosicché d’allora in poi le sue facoltà intellettuali rimasero in uno stato di debolezza.

Non essendo possibile il descrivere tutte le prodezze che eseguì il nostro eroe in onor della libertà naturale, ci ristringeremo a dire che un giorno a Costantinopoli egli volle entrare, a tutti i patti nel palazzo in cui il sacro Collegio de’ dottori discuteva gravemente, se la polve della farina sollevata dal moto del buratto ed inghiottita dagli astanti rompeva il digiuno.

Rispinto con calci la prima volta, egli ritornò dicendo che siccome era permesso a tutti l’entrare nelle taverne, così doveva essere permesso l’entrare nel sacro palazzo; che sotto il sistema della libertà naturale non vi era corporazione di alcuna specie; e soggiunse altre simili verità, che sgraziatamente furono prese per pazzie [2].

Il fracasso che il povero diavolo faceva nella strada, avendo interrotto il sonno d’alcuni impiegati nelle prime sale, e disturbato l’interessantissimo racconto delle notizie politiche che si faceva da altri, fu ordinato dal Cadì che per indurre il povero diavolo alla ragione, gli fossero date 50 bastonate sui piedi.

Il giannizzero che eseguì questa fevta o sentenza, invece di 50 bastonate gliene diede 300, e finì per storpiarlo nel piede destro: fu in quest’occasione e per questo motivo che il popolo gli diede il soprannome di povero diavolo.

Così malconcio egli ricorse al Cadì e riclamò contro l’eccessiva generosità del Giannizzero; ma per fatalità particolare al solo Impero Ottomano in que’ tempi [3] gli agenti del governo dovendo aver sempre ragione anche quando storpiano a torto i galantuomini, il Cadì rispose: a che vieni a farmi lagnanze straniere al fine della mia carica? Perchè mi fai perdere un tempo dovuto a più utili faccende? Non è ella cosa ridicola il proporre rimostranze per qualche colpo di bastone? Cosa importa a me che alla fine dell’anno il numero delle bastonate nella mia provincia giunga a 10 milioni piuttosto che ad uno? Se tu sei rimasto storpio, tanto meglio per te e per lo stato, giacché ad ogni passo ti ricorderai della legge e dell’obbligo di eseguirla [4].

Questa pazza ed insultante risposta empì di giusto dispetto il povero diavolo contro la sublime Porta, a cui ne’ momenti di spasimo dava il titolo di sublimemente tiranna; e tale dispetto continuò in lui per molto tempo, giacché avendo buone ragioni per non credere alla chimera della perfezione, non poteva consolarsi colle massime del buon Pangloss.

Un autore contemporaneo riportando l’antecedente fatto, e aggiungendone altri di simil conio, osserva che i governi si screditano nella pubblica opinione lasciando impuniti gli ingiusti arbitrj de’ loro agenti; che l’attaccamento delle nazioni al sovrano è proporzionato al bene che ne ricevono; che il sentimento de’ mali restando vivissimo nella memoria, non devono i principi maravigliarsi se poi il popolo si ride delle loro sventure o ricusa di battersi per sostenerli sul trono. — Dopo quell’epoca però si pretende da alcuni che la sublime Porta abbia fatto giudizio (giacché è dimostrato esser possibile che i Governi lo facciano); e perciò attualmente tutte le sue provincie mandano voti a Maometto per l’eterna prosperità del Sultano, e soprattutto del suo serraglio.

CAPO II.

Il povero diavolo condannato all’ammenda.

Le antecedenti vicende invece di rettificare le idee del povero diavolo sulla libertà naturale, ne accrebbero maggiormente la confusione e resero esso più ostinato.

Diffatti; nella scelta d’una professione egli ricusò di consultare le proprie forze e le circostanze esteriori. Dapprima, dimenticandosi d’essere zoppo, voleva fare il lacchè tra gli infedeli, attratto dal piacere di vivere sgambettando; poi, contro i divieti del serraglio, bramava d’acconciare i capelli alle sultane, lusingandosi di penetrare tutti i segreti dello stato; talora voglioso di comandare ai postiglioni e smungere i forestieri s’accingeva a fare il mastro di posta, ma trovavasi sprovvisto di capitali; talora proponevasi di fare il medico e ricordavasi poscia di non aver mai letto un libro di medicina. Sorpreso di ritrovare tanti ostacoli alle sue liberissime voglie, si determinò finalmente a far il ferrajo, perchè in un momento di freddo si persuase che il mestiere del ferrajo era il migliare per riscaldarsi.

Ma sia che il povero diavolo non volesse porre alcun limite alla sua libertà naturale, sia che bramasse imprimere in altri una grande idea de’ suoi affari, fatto sta che la sua bottega era un modello di disordine, ed egli chiamava pedanteria il dividere regolarmente i travagli il distribuirne le specie in ragione dell’abilità de’ lavoratori, il ripartire gli oggetti a norma de’ siti in cui più abbisognavano....

La cronica riferisce anche, ch’egli compariva in bottega incipriato e privo di scarpe; che mancavano i mantici e le incudini mentre erano dipinte le muraglie, e che alla fine della settimana invece di sborsare denaro a’ suoi lavoranti, volle talvolta regalar loro una bellissima sonata [5].

Rinchiuso nella sua bottega e morto per così dire al mondo fabbricò delle scimitarre pesanti che non erano più di moda, e in conseguenza non le vendette. Sorpreso di questo fatto, ch’egli avrebbe potuto prevedere, declamò contro la corruzione del gusto, dimostrò che le sue scimitarre erano le migliori possibili, che il loro prezzo era infimo, che in conseguenza doveva il pubblico correre alla sua bottega per farne compra, come l’acqua corre verso il luogo più inclinato. Ma siccome da una parte la moda non intende ragione, dall’altra il bisogno di vivere era pressante, quindi il povero diavolo fu costretto a piegare la sua libertà naturale ai sconsigliatissimi capricci della moda, ma per sua sventura vi si piegò male, e si rovinò; ecco in quale maniera.

Conviene sapere che affine di moltiplicare le invenzioni e indennizzare delle spese preparatorie gli inventori, una legge di Abdurrahman fondatore della monarchia araba in Ispagna ordinava che la fabbrica dell’oggetto inventato appartenesse esclusivamente all’inventore. Ora il povero diavolo fermo sul suo principio della libertà naturale, ridendosi della legge e di chi gliela opponeva, volle fabbricare delle scimitarre quali erano state inventate da un suo vicino, sostenendo che nel suo secolo non si riconoscevano privilegi esclusivi [6]. L’inventore danneggiato nell’interesse trasse il povero diavolo davanti al Cadì, e questi lo condannò a pagare 50 piastre, 5 delle quali toccarono all’inventore, 45 al Cadì in prova di giustizia gratuitamente esercìta.

Irritato non corretto da questa sentenza il povero diavolo gridò a perdita di fiato contro il Cadì, disse che era stata fatta violenza alla sua libertà naturale; che tutti i fedeli essendo uguali avanti al profeta, ciò che era permesso ad uno, doveva essere permesso a tutti; che il Cadì si era lasciato corrompere dalla parte avversa, o sfogava in lui qualche privata passione, adducendo in somma tutte le ottime ragioni dei condannati alla galera, e buon per lui che si diede presto alle gambe, altrimenti il Cadì uomo spedito in affari di giustizia, lo condannava ad onorifico palo.

CAPO III.

Il povero diavolo fabbricator di confetti

Fuggito da Costantinopoli il povero diavolo andò a fissarsi ad Ohry, dicendo con ragione per istrada come l’antico filosofo omnia mecum porto; giacché se tutti gli averi di questo erano concentrati nella sua scienza, tutte le sostanze di quello si riducevano all’industria delle sue mani.

La storia non accenna in qual modo egli ottenesse un piccolo capitale, nè per quale ragione si determinasse ad impiegarlo in una fabbrica di confetti. Si sa solamente che per seguire la sua libertà naturale, egli cominciò a porre in discredito i fabbricatori del paese. Ma siccome mentre voleva dar grande idea di se stesso, ignorava realmente la teoria e la pratica del mestiere, quindi tirava, schioppettate senza polve, e si ristringeva, a dire a foggia d’ oracolo, certe manipolazioni sono superflue, molti ingredienti sono ridicoli, varie cotture riescono dannose... guardando bene di specificare temendo di compromettersi e d’essere lapidato dall’infimo garzone di bottega [7].

Pria d’accingersi a fabbricare, egli ragionò così: siccome tutti gli uomini hanno una stessa bocca ed uno stesso ventre, quindi è evidente che tutti devono consumare la stessa quantità di confetti; ora a Costantinopoli il consumo di confetti per testa è di libbre cinquanta all’ anno, dunque debb’essere lo stesso anche ad Ohry.

Questo sublime raziocinio si trovò sgraziatamente falso in pratica, e si vide che in Ohry non regnava la stessa mania pe’ confetti, nè v’erano gli stessi mezzi per comprarli; quindi il povero diavolo non conoscendo da una parte nè il numero nè lo smercio delle altre fabbriche, avendo dall’altra fabbricato al di là del bisogno comune, perdette nel primo anno la metà del capitale, giacché dovette vendere ad un prezzo minore del costo per poter pagare le imposte, gli affitti, le materie, i lavoranti...

Nell’anno seguente volle fabbricare la stessa quantità di confetti e finì di rovinarsi. Fu inutile il fargli osservare che i giorni di digiuno erano maggiori ad Ohry che a Costantinopoli, e più generalmente osservati; che il carattere degli abitanti d’Ohry essendo meno sociale, era meno favorevole al consumo de’ confetti; che minor numero di forestieri e di nazionali concorreva al mercato... Il povero diavolo rispondeva: sì a Costantinopoli che in Ohry è lo stesso governo, lo stesso culto, la stessa civilizzazione, dunque, se non v’è, vi debb’essere la stessa eguaglianza ne’ consumi [8].

CAPO IV.

Il povero diavolo all’udienza del Bascià di Bosnia.

Dopo d’essersi rovinato ragionando giustamente, il povero diavolo andava cercando altri mezzi per esercitare la sua libertà naturale con con miglior successo.

Ituriel suo angelo custode (giacché gli angeli pensano a noi quando ne hanno tempo), Ituriel suggerì al povero diavolo di dare dei consiglj al Bascià di Bosnia sulla pubblica amministrazione, ad imitazione di colui che carcerato per debiti scriveva sull’arte di far denaro.

Il consiglio non poteva essere nè più opportuno nè più sagace, giacché il Bascià che era animal ragionevole benché ministro della sublime Parta, aveva stabilito la pena di 200 bastonate a chi gli nascondeva la verità, e il premio di 10 piastre per ogni errore che gli si scoprisse nella aula, amministrazione, cosa incredibile per tutte le nazioni non musulmane [9].

Il povero diavolo, che era allora mediocremente ignorante non mediocremente presuntuoso, trovando divino il suggerimento d’Ituriel, fece il suo piano di politica al focolajo, e dopo tre giorni (altri dicono quattro) chiese l’onore di presentarsi al Bascià.

Questi, che non credeva affare di stato il far tosare i suoi cani, il gozzovigliare con una valdracca, o raccontar le sue avventure ad uno scimunito (giusti motivi per negare un’udienza nel Mogol) condiscese alla dimanda con piacere.

Nel giorno in cui comparve il povero diavolo, si trovavano nell’ anticamera tre dotti o tre imbecilli che volendo comparir dotti s’immaginavano d’esserlo.

Il primo era un mago che in una mano teneva un libro sulla Rodomanzia, nell’altra una bacchetta divinatoria colla quale pretendeva scoprire i metalli. I cortigiani gli si affollarono intorno, gli fecero eseguire varj giuocolini da ragazzo, e conchiusero che costui aveva il diavolo nella punta del naso. Il Bascià però che s’intendeva di fisica, appena lo vide, si mise ad esclamare: un mago! una bacchetta divinatoria! misericordia! e fuggendo faceva dei lunghi segni di croce, giacché questo Bascià non poteva dimenticarsi d’essere stato cristiano. Ciononostante ordinò ad un ufficiale d’accettare la petizione del mago, e nel giorno seguente (cosa facile nel caso di pochi e saggi impiegati) comparve il riscontro in questi termini : apparteranno al mago tutti i metalli che scoprirà colla sua bacchetta.

L’altro sedicente dotto presentò al Bascià un libro, nel quale senza cognizione di fisica e di matematica sforzavasi di provare che i pianeti e le stelle per irresistibile voglia di vagheggiare davanti di dietro di fianco quell atomo invisibile che chiamasi Terra, ed è la mucidissima abitazione di noi altre formiche, corrono a galoppo per le immense vie del Cielo senza darsi mai posa. I cortigiani che hanno degli occhi (la ragione è qualche cosa di diverso) dissero che la scoperta era veramente nuova e soprattutto evidente. Il Bascià, benché persuaso che non apparteneva ad esso la decisione di queste quistioni, dimandò all’autore se ritrovandosi in barca, aveva mai veduto moversi le sponde; questi avendo risposto di sì, il Bascià replicò: nella barca vedi la terra, nelle sponde il cielo; avrai anche osservato che girando tu sopra uno de’ tuoi piedi, ti sembra che girino tutti gli oggetti circostanti; quindi d’ora innanzi, acciò il tuo sistema faccia fortuna, ogni volta che comparirai in pubblico, camminerai girando intorno di te stesso quasi ruota che si mova sul proprio asse. — Il moto pregressivo e rotatorio di questo letterato avendo offerto alla plebe occasione di ridere, fu poscia origine del ballo denominato Wars, giacché per dirla di passaggio, il Bascià procurava che anche i divertimenti servissero all’istruzione, come altri procurano che servano alla corruzione de’ costumi.

Il terzo dotto presentò esso pure un libro più enigmatico dell’Apocalisse e tale che l’autore stesso non ne intendeva parola. Egli assicurò per altro il Bascià e fece credere ai cortigiani che dimostrava colla ragione l’esistenza del ternario platonico. È una gran quistione, disse il Bascià, ed infinitamente utile per la condotta degli affari e degli uomini. Quando avrai inteso tu stesso la prima pagina del tuo libro, mi farai avvisare, che ne parleremo a lungo e seriamente. Intanto, acciò quest’opera arrechi la massima possibile utilità, giacché non veggo merito dove non veggo utile, ne manderai un esemplare a ciascun pizzicagnolo.— Il letterato si ritirò, e il Bascià soggiunse: ecco un uomo che ha fatto tutto il possibile per rendersi dottamente inutile, ed è riuscito al di là de’ suoi desiderj; egli ha però diritto all’ammirazione del volgo che legge senza intendere, alla riconoscenza de’ dotti, cui ha procurato un nuovo specifico per dormire in piedi

Mentre questi dottori sottili serafici angelici (non so con qual nome chiamarli) comparivano avanti al Bascià, il povero diavolo parlava nell’anticamera con un grande ufficiale, il quale trovatosi per accidente avere il senso comune, gli disse: guardati dall’esporre le tue idee economiche al Bascià, se vuoi conservare intatta l’altra gamba. Ma il povero diavolo non abituato a peccare per modestia, si rise di questo consiglio, e parlò al Bascià nel modo seguente:

“Passando per le tue stanze ho veduto molti volumi in cui è descritto a lungo lo stato della popolazione, agricoltura, arti, commercio, finanza, beneficenza, giustizia.... della tua provincia. Tutte queste cognizioni ti sono per lo meno inutili, come è inutile al medico la cognizione di tutte le parti del corpo umano. La scienza d’un Bascià musulmano debb’essere ridotta a poche pagine come la scienza d’un marchese tra gli infedeli debb’essere ridotta alla danza o al blason.

Diffatti; a che proposito spendere e tempo e denaro per conoscere i mali della popolazione, quando le leggi invariabili della natura ti dicono che quest’oggi a mezzo giorno comparirà la peste, nel mese venturo il vajuolo, alla fine dell’anno la lepre [10], qui la lue venerea, altrove la rogna od una febbre epidemica?

«Tu puoi bensì determinare se i tuoi sudditi sono o no felici dall’aumento o decremento nella popolazione; ma le leggi invariabili della natura ti indicheranno l’uno e l’altro, senza che tu segua i movimenti della popolazione e il riparto di essa per territorio come le leggi invariabili della natura ti indicano il peso e il calore dell’atmosfera, senza che tu segua i movimenti del barometro e del termometro.

Perchè t’agiti tu cotanto per promovere l’agricoltura e le arti? Ignori tu che la sola voce della filosofia può produrre utili e stabili cambamenti nelle arti e nell’agricoltura? Non è egli evidente che la sola bacchetta d’un mago può far sparire una palude, le sole parole turchine d’uno zingaro possono cangiare una brughiera, in un giardino, e le sole figure geometriche d’un astrologo crear de’ capitali ove non sono?

È egli poi necessario che tu spedisca commissarj sul luogo per rilevare lo stato agrario e le manufatturiere? Tu puoi conoscerla a meraviglia senza uscir dal tuo gabinetto, ed ecco in qual modo : là ove esiste una scuola per leggere e scrivere, sii certo che v’ha irrigazione di terreni, quand’anche non vi fosse un filo d’acqua corrente: là ove la scuola manca, dì pur che si coltivano le zucche e i ravanelli.

Le strade piccole e montuose ti assicurano che nel circondario non si fa nè burro nè formaggio; le strade larghe e piane son prova che in tutte le campagne si coltiva il riso o il cotone, il che è lo stesso come ognuno vede.

Lo stato delle arti e dell’agricoltura, dopo l’influsso delle scuole e delle strade dipende interamente dalla libertà civile; tutte le altre cause sì interne che esterne, come a cagione d’esempio gusto de’ nazionali, bisogno degli esteri e simili, sono un bel nulla; ora la libertà civile dipende dalle leggi; studia dunque le leggi che ti suppongo ignote, benché le abbia fatte tu stesso; ciascun articolo ti dirà: qui vi sono asini, là cammelli; qui si conciano pelli di capra, là di bufalo, altrove si cola il ferro, più lungi si dà buona tempra alle sciab[o]le...

È legge generale della natura che tutti gli uomini seguano il loro interesse bene o malinteso; dunque tutti i tuoi cortigiani, tutti i tuoi sudditi debbono essere o egualmente birbanti o egualmente virtuosi, ed è inutile che tu perda il tuo tempo nel fare particolari osservazioni sopra ciascuno, onde collocare i migliori ne’ tuoi dicasteri.

Tu pretendi alla chimera della perfezione quando diminuisci l’imposta sull’olio e aumenti quella sul vino, mosso dal diminuito consumo del primo, e dall’aumentato del secondo: io ti paragonerei a que’ pedanti astronomi che col calcolo e col compasso alla mano sudano per correggere l’errore d’un minuto.

Per la stessa ragione io ti condanno che vedendo tu scemare il numero delle ferite, abbia ridotto alla metà il numero delle bastonate contro i rei di questo delitto; tu mi sembri ridicolo come un generale che s’abbassasse a decidere, se un saccheggio da eseguirsi in una città debba durare due ore o ventiquattro.

La chimera della perfezione poi ti fece perdere interamente il cervello, allorché t’indusse a diversificare i dazj secondo le diverse posizioni geografiche ed economiche sì interne che esterne. Hai tu dimenticato che il legislatore deve regolarsi sopra principi generali ed immutabili e rompere gloriosamente la nave in uno scoglio, per non subir la vergogna di cangiar vela?

Perchè fai tu marcire de’ ragionieri sui registri delle dogane per determinare la quantità delle derrate e delle manifatture che entrano e sortono dalla tua provincia? Non otterrai tu dei risultati più sicuri, se ne chiederai notizia ai capi delle borgate interessati a non nascondi derti il vero? Dall’unione delle loro risposte tu formerai il seguente quadro istruttivo ed esaustissimo per ciascun articolo.

Con questa bellissima tavola alla mano tu vedi in un colpo d’occhio l’aumento e la diminuzione in ciascun anno, i rapporti d’entrata e d’uscita, come è evidente [11]”.

Tutta la serietà orientale non avendo potuto reggere a questo discorso, scoppiarono le risa da una estremità della sala all’altra; e fu la prima ed ultima volta che gli ufficiali ridessero di cuore alla corte.

Il povero diavolo riguardando questo rumore come segno d’universale applauso, s’asciugò la fronte, gonfiò le labbra, mandò il guardo intorno come uomo sicuro d’avere eccitato l’ammirazione, e si credette divenuto Agamenone per aver tenuto il linguaggio di Tersite.

Politico sublime o ragazzo di 10 anni, disse il Bascià, non si può fare nissuna replica al tuo discorso sì saggio. — Quindi fatto segno al povero diavolo di ritirarsi, lasciò che gli officiali esponessero il loro parere. Era diffatti suo costume di opinare sempre l’ultimo nel consiglio, acciò il timore di contrariarlo non fosse ostacolo alla libertà della discussione, lontanissimo altronde dall’imitare que’ principi che ricusando di sentire tutti i partiti, si credono prudenti e fermi, allorché non sono che ostinati.

Il primo a parlare fu un vecchio buffone, vuoto di giudizio pieno di pazzie; sedicente letterato perchè comprava libri ad uso delle tignuole [12]; entusiasmato alla sera per ciò che condannava alla mattina; voglioso di fare lo spirito forte senza le meschine cognizioni per esserlo; proponente in consiglio spropositi da energumeno coll’intrepidezza dell’ignoranza; contento che il pubblico lo maledisse, purché si occupasse di lui; pronto anche ad abbruciare il tempio di Maometto a condizione che il suo nome fosse seguato nella storia; disprezzato dal popolo vantandone la stima e l’affezione; odiato da’ suoi subalterni ne’ quali cercava solo la celerità della tartaruga e l’acutezza dell’asino; più impetuoso di Caligola per temperamento e per abitudine; finto e simulatore con proteste di verità; feroce nell’odio col linguaggio della morale; detrattore, per invidia, d’ogni ufficiale che primeggiasse per merito; attivo nell’avvilire la nazione odiandone l’energia; arlecchino alla corte vendendo seriamente del fumo; interno nemico del Bascià, benché gli si inchinasse più profondamente degli altri; genuflesso avanti agli idoli che aveva tentato d’atterrare; egli aveva in una parola tali vizj che leggendo i ritratti de’ viziosi, credeva sempre che l’autore l’avesse preso per modello. Costui disse: se il povero diavolo avesse proposto delle verità, sarebbe mia opinione che fosse mandata la di lui testa al serraglio; ma egli ha detto de’ buoni e grossi errori, perciò opino che viva e sia onorato; altrimenti cosa diverrebbe l’importantissima nostra razza?

Il secondo a parlare fu un altro buffone, piccolo ne’ talenti, piccolo ne’ progetti, piccolo nelle affezioni, se si eccettua l’odio e la vanità; ciarliere eterno senza la minima idea; incapace di far nulla colla destrezza di farsi valere; mecenate orgoglioso de’ talenti mediocri che lo ricercavano, nemico segreto ed attivo de’ talenti distinti da cui era trascurato; seriamente occupato di puerili bagattelle o d’intrighi nocivi; divenuto officiale colla riputazione dell’aquila, scopertosi oca dopo due giorni; sedicente il più onest’uomo della corte, odiando quelli che non lo adulavano, od a cui aveva fatto del male gratuitamente, odiando quelli che lo avevano ajutato a salir su; più vano pel servizio regolare de’ suoi pranzi che un generale per l’esatta disciplina de’ suoi soldati; morso dalla rabbia per non avere il titolo di Bascià a tre code; sospettoso perchè cattivo di cuore; avanzo di bordello e religioso; religioso per politica, come già Ateo per vanità; vile per interesse protestando fierezza; calunniatore del Bascià ricevendone i beneficj; intollerante bilioso cachetico [13] aveva tutti i vizj delle anime piccole. Costui opinò e doveva opinare che il povero diavolo fosse arrostito vivo sullo spiedo.

Dopo di lui parlò un vecchio astuto, uom provinciale senza averne la bonomia; egoista per temperamento; rozzo nelle maniere; con tanto maggior sincerità nemico dell’abuso dello spirito, quanto che non ne metteva ne’ suoi discorsi; riducente la vita a tre sole operazioni, alzarsi a mezzo giorno, pranzare in casa altrui, dormire alla conversazione; credentesi prudente mentre non era che inerte; tre volte attivo per ambizione; portante la livrea del Bascià disprezzandolo; incapace più di bene che di male; avaro in mezzo a grandi ricchezze; damerino spasimante al di là di sessantanni; indifferente al male per dispetto, tenuto a reprimerlo per dovere: la sua storia si riduce alla data della nascita e della morte. — L’opinione di costui fu che il povero diavolo doveva essere considerato come un raya (suddito non maomettano), ed obbligato come gli infedeli a portare abito e turbante di colore scuro, con pianelle di color nero.

Parlò poscia un ciarlatano serio, sucido come un ottentotto; rinegato cristiano senza esser seguace di Maometto; non seguace di Maometto per non aver potuto essere Muftì; autor di commedie fischiate e insipidi romanzi; miserabile prosatore credendosi poeta, e facendo versi come può farne un teologo; narratore di frivoli aneddoti colla soddisfazione dell’ignoranza; antiquario pedante professando filosofia; così fermo in politica come una banderuola sul campanile; bestia al punto da riguardar le lodi dategli dal suo segretario come argomenti di merito; intrigante per bisogno e per abitudine, e talvolta facendo il fiero col cappello in mano; protestante amicizia tradendovi; tradendovi per vanità e per bricconeria; adulatore de’ grandi che amava e odiava egualmente e senza sapere il perchè. Costui disse che forse il povero diavolo aveva detto delle verità, forse degli errori; che forse poteva essere punito, forse ricompensato; che non v’era bisogno ch’egli parlasse a lungo su di questo affare, giacché era suo costume di seguir l’opinione del preopinante più potente, o che aveva i migliori cavalli alla sua carrozza. — Ci si permetta d’osservar qui di passaggio che alla morte di costui, tutta la Bosnia risuonò d’orazioni, d’esorcismi, di litanìe, d’imprecazioni: i cristiani dimostravano ch’egli era l’anticristo; i Musulmani lo volevano un demonio uscito da una fessura dell’inferno; colpivano meglio nel segno i suoi creditori, che lo credevano un uomo comune privo di buona fede.

Non accennerò qui le opinioni degli altri officiali, giacché si scostaron poco dalle accennate. Fu osservato in generale che gli officiali, i cui abiti erano più doviziosamente ricamati, parlarono più male degli altri; cosicché qualcuno disse che si poteva misurare l’ignoranza sull’altezza del ricamo.

Tali furono le opinioni di questi officiali sì importanti e sì inutili, capaci di cabale incapaci di consiglio, ricevuti piuttosto che adottati dal buon Bascià, divoratori d’immensi onorarj facendo tutto il male allo stato, mentre i Naib i Cadì, cui era confidata la difesa dalla proprietà della vita, dell’onore, morivano di fame con un onorario minor di quello d’un portiere.

Dopo che il Bascià ebbe inteso con somma pazienza le sublimi stoltezze de’ suoi officiali, propose la sua sentenza. Osservando egli che il povero diavolo, al dire di Voltaire, era un jeune metaphysicien fort ignorant des affaires de ce monde, decretò che sarebbe mandato all’ospedale de’ matti per tre mesi, e che ne’ lucidi intervalli gli verrebbero insegnati i primi elementi della logica dell’aritmetica dell’economia, e soprattutto la storia dell’agricoltura delle arti e del commercio.

Gli officiali convennero o finsero di convenire nel consiglio che il Bascià aveva scelto la pena migliore, riserbandosi però il diritto di screditarla nelle loro conversazioni, come fa e deve fare ogni onesto e prudente Musulmano.

Le gazzette degli infedeli che coniano le menzogne a tanto per foglio, e con aria d’importanza ci raccontano delle sacre e profane bagattelle, non fecero menzione alcuna della saggia sentenza del nostro Bascià; giacché questi, più contento di fare il bene che di darsene vanto, non regalò i gazzettisti, acciò inserissero ne’ loro foglj questo tratto di saggezza, come altri li regalano, acciò decantino per tutta Europa le loro follie.

CAPO V.

Il povero diavolo nell’ospedale de’ pazzi:

Fosse effetto dello sforzo che fece il povero diavolo per comporre l’anzidetto decorso, fosse risultato d’un’ambizione illimitata non soddisfatta, fosse malattia trasmessagli da’ suoi genitori, od altra causa fisica o morale di cui lasciamo l’indagine a quelli che vendono la morte agli ammalati, fatto sta che la pazzìa fu reale; dal che risultò che il Bascià aveva più ragione che non pensava, cosa incredibile pei Bascià attuali cui succede tutto il contrario. E siccome les accès sont en général plus violens chez les hommes à cheveux noirs que chez ceux à cheveux blonds [14], quindi il povero diavolo ne sofferse moltissimo ed al punto che gli si cancellarono dalla memoria tutte le idee, restandogli soltanto le parole, fenomeno psicologico interessantissimo dal quale si potrebbe congetturare che i vuoti e mortali parolai furono per l’addietro soggetti ad accessi di pazzia speciale.

L’uomo che curò il povero diavolo, non era ciarlatano benché professasse la medicina, anzi diceva d’averla studiata per non esserne zimbello. Dimenticato dalla sublime Porta perchè aveva reso dei servigi allo stato, fu accolto dal nostro Bascià che andava in traccia degli uomini di merito, non avendo ragione di temerli, come altri li sfuggono per la ragione per cui i gufi sfuggono la luce.

Non volendo indovinare la causa della malattia ma conoscerla, egli s’astenne dall’ordinare pria d’aver esaminato lo stato antecedente e attuale del suo infermo.

Le medicine saggiamente ordinate dal medico (altri diranno la provvidenza che vegliava sulla sorte dell’ammalato) fecero sperar guarigione dopo due mesi: i lucidi intervalli almeno furono e più lunghi e più frequenti.

Non il desiderio di sapere, giacché la presunzione impedisce di sentirne il bisogno, ma la noja che provava il povero diavolo nell’ospedale de’ pazzi (giacché nissuno si trova mai bene al suo posto), la noja lo costrinse nella convalescenza a leggere qualcuna delle opere accennate nell’antecedente capitolo, ma sbadatamente tra il sonno e la veglia. Quindi egli si credette e dovette credersi un Salomone per lo meno, giacché, come osservammo, non riteneva che le parole.

Finiti i tre mesi il povero diavolo voleva uscire; il medico vi si oppose, non credendolo abbastanza guarito. Il povero diavolo si esibì a dar prova di ragione interamente ricuperata, scrivendo alcune massime, e scrisse le seguenti :

« Lo scopo della medicina è la salute dell’ammalato; dunque il medico pria d’ordinare  non deve conoscere esattamente lo stato della malattia.»

« Le leggi della natura sono generali ed invariabili; dunque a tutti i pazzi ordinerete dei lavativi.»

« La china non serve pel catarro, dunque non serve per nissun’altra malattia ».

Il povero diavolo voleva scrivere altre massime, ma le antecedenti furono più che bastanti per provare che la di lui ragione non era ancora tornata a casa. Ciò non ostante, a norma del proverbio che ci vieta di dar torto ad un pazzo, il medico si mostrò persuaso della sua guarigione, affine d’indurlo più facilmente a prendere qualche altra medicina, dopo la quale gli prometteva salute perfettissima e sicura.

Ogni rimostranza fu inutile; il povero diavolo volle usare della sua libertà naturale, e partì.

CAPO VI.

Il povero diavolo diviene Cadì e autore di libri.

La storia orientale sì ridondante di notizie nelle cose frivole e inutili, sì scarsa nelle interessanti ed essenziali ci lascia ignorar la serie delle cause che dall’ospedale de matti portarono il povero diavolo alla carica di Cadì.

Non si può dire ch’egli avesse acquistato questo diritto, portando nobilmente l’orinale alla moglie o concubina di qualche Bascià a tre code, giacché l’uso de’ cavalieri serventi è finora proscritto dall’impero Ottomano [15].

È cosa più probabile che il povero diavolo divenisse uomo di merito, lodando le bestialità che commetteva il Gran-Visir tre volte alla settimana, esaltando le piccolezze di quelli che si noman grandi, attribuendo la massima importanza alle loro bagattelle puerili. Le reni flessibili diffatti, i volti blandi, le parole melate, le gentili ed opportune menzogne, furono per l’addietro gli onoratissimi mezzi, con cui gli uomini prudenti nell’impero Ottomano e in esso solamente montaron su.

La storia però non ha omesso d’osservare che quando il povero diavolo fu fatto Cadì, ignorava perfettamente l’Alcorano, del che nissuno debb’essere scandalezzato allorché riflette che le pubbliche cariche nell’impero Ottomano, forse per l’indole del clima, forse per la grazia di Maometto, comunicano la scienza necessaria per eseguirne i doveri; perciò si vide qualche volta un mulattiere divenuto con onore Bascià, ed un fabbricator di sapone Gran-Visir; ed il pubblico, che non lascia sfuggir occasione di dire il suo parere, fece agli eletti funzionarj ed al Sultano elettore il ben dovuto encomio.

Nella carica di Cadì il povero diavolo ebbe la disgrazia (altri diranno l’abilità) d’inimicarsi ogni classe di persone, i dotti colle sue vane pretese, gl’ignoranti colle sue violenze, tutti colle sue stramberie, dimodoché quando partì, lasciando la carica di Cadì, fu accompagnato a fischiate; tanto è vero che il pubblico il quale comincia talvolta per essere sedotto, finisce sempre per essere giusto. La storia orientale dice che simile mortificazione toccata ad altri funzionarj fu un titolo per avere una carica maggiore; giacché è cosa manifesta che chi non può portare una secchia d’acqua, deve poterne portare una brenta.

Nella carica di Cadì il povero diavolo non potendo dimenticare il discorso che aveva fatto al Bascià, fu invaso dal desiderio di farsi autore di libri, e volle descrivere la provincia affidatagli. Egli non è il primo uomo grande che chiamato dalla natura ad una professione, abbia cominciato ad esercitare la contraria.

Affine di riuscire in questo sublime intento, dovette il povero diavolo chiedere notizie relative ai luoghi in cui non risiedeva; e siccome era un vero specchio di buona fede (altri diranno qualche cosa di più), perciò non gli cadde nell’animo il sospetto di poter essere ingannato da chi aveva interesse d’ingannarlo; siccome era un vero modello di scienza, quindi facendo dimande composte invece di domande semplici, si lusingava d’avere riscontri prontissimi ed esatti dagli ignoranti. Fu necessaria l’esperienza per disingannarlo!!!

Con questi materiali depurati dalla sua sublime critica, il povero diavolo venne a capo di fabbricare non so quale mosaico, cui diede il titolo di quadro economico.

Sarebbe inutile il riportar qui i numerosi errori che le persone pratiche del paese scopersero, o pretesero di scoprire in questo quadro. Basterà il dire che risero anche i mozzi di stalla, allorché intesero il povero diavolo a valutare i contratti settimanali del piccolo mercato d’Alassonia ad un mezzo milione di piastre, cioè 25 milioni all’anno. E siccome Alassonia era appunto il luogo di residenza del povero diavolo; così da questo saggio di verità si può conchiudere quanto bene egli cogliesse nel segno, parlando degli altri luoghi diversi dalla sua residenza.

Per schermirsi da questo ridicolo, il povero diavolo aguzzò l’ingegno, e con un’errata corrige unito al suo libro cangiò il sabbato in mese, cosicché dopo aver creato con un colpo di penna 25 milioni, con un altro gli ridusse a sei, e restano de’ dubbj anche sopra di questi [16].

Questo tratto d’ingegno fece comprendere al povero diavolo che la carica di Cadì era troppo piccola al di lui merito, e ch’egli era chiamato a più alti destini. Il Gran-Visir, diffatti, che forse non era così asino come lo decantava il pubblico, vide in quel tratto d’ingegno i semi d’una profondissima scienza, e per confermare il proverbio dis-moi qui tu hantes, je te dirai qui tu es, lo volle seco in non so quale ambasciata.

Largo campo qui s’aprirebbe a mostrare la scienza del povero diavolo, se molte pagine mancanti nel manoscritto che ci serve di guida, non ci mettessero nell’impossibilità di seguirlo in questa carriera.

Dopo questa lacuna il manoscritto ci mostra di nuovo il povero diavolo tra gli ufficiali del serraglio, non dice il titolo della carica, ed assicura soltanto ch’egli giaceva in ozio beato. Nell’impero Turco diffatti vi sono cariche anche per quelli che hanno il nobilissimo talento di far nulla, e ad esse sono assegnati i più grossi onorarj.

Fermo nel desiderio di divenire Bascià, credeva il povero diavolo di ritrovarsi nel serraglio per indignazione divina; quindi se baciava le pianelle al Reis-Effendi e ne canonizzava le pazzie,

lo poneva poi segno a’ suoi motteggi ne’ privati discorsi co’ suoi eguali, facendo pompa d’una filosofia che non gli costava nulla, metodo ordinario e affatto scevro della taccia d’imprudente [17].

Un primo successo incoraggisce e dà le forze per giungere ad un secondo. Il povero diavolo credette di dare al suo governo nuove prove di meritò e quindi procurarsi nuovi diritti alla carica di Bascià, comparendo di nuovo nel letterario arringo. Invece però di descrivere un paese, come aveva fatto per l’ addietro, cosa troppo limitata per una testa sì vasta, volle sedere a scranna e dare lezioni generali d’economia. Quindi dopo aver sudato, Dio sa quanti mesi, dopo aver corso pericolo di divenir pazzo un’altra volta, compose finalmente un libercolo di poche pagine che sgraziatamente fu dichiarato un capo d’opera d’ignoranza, scritto con stile enigmatico, e simile all’ibis redibis non morieris in bello, e nel quale l’autore parla d’economia come un cieco può parlar di colori.

Gli amici, che non tradiscon sempre nell’impero Ottomano, tentarono di ritenere il povero diavolo dalla progettata impresa; gli fecero osservare che a Londra, a Parigi, a Milano avrebbe potuto imparare l’economia alla commedia, ma che a Costantinopoli gli era mancata questa preziosissima risorsa; che ce n’est point dans une antichambre que l’on apprend à dire à penser et à faire de grandes choses; che nel serraglio s’imparava tutt’altro che l’economia; questa scienza suppone immensi fatti, mente vasta, profondo raziocinio, ordine e chiarezza nelle idee...; che non bastavano le gratuite asserzioni, ma, volevano essere prove e prove moltiplici, principalmente quando trattavasi di distruggere le altrui opinioni....: tutto fu inutile. Il povero diavolo strascinato dal suo destino, mancando di fatti, si cacciò nelle tenebre d’una allambiccata metafisica, lusingandosi (giacché ciascuno inclina a giudicar degli altri da se stesso) che meno sarebbe inteso più sarebbe ammirato. Sapendo altronde che per molti la bellezza dell’edizione prova la bontà dell’opera, volle che i suoi magnifici errori fossero magnificamente stampati in Italia.

In questo libercolo, sia che il povero diavolo facesse uso di parole di cui non conosceva il significato, il che è probabile; sia che si lusingasse di provare senza replica la sua scienza calunniando l’altrui, il che è probabilissimo; sia che il desiderio della libertà naturale lo rendesse superiore ad ogni umano riguardo, il che è fuori di dubbio, fatto sta ch’egli regalò liberalmente il titolo d’ignorante agli scrittori che lo precedettero, senza conoscerne neppure i nomi, appunto come i ciarlatani sogliono screditare i medici per far prevalere i loro empiastri.

Questo tratto di coraggio, o per usare delle altrui espressioni, questa solenne impertinenza non tollerabile neanche in un autore di grido che avesse dato prova e di scienza profonda e di erudizione nella stessa, era intollerabilissima nel povero diavolo, ignoto affatto alla repubblica letteraria, e del quale niuno conobbe i libercoli, ad eccezione di qualcuno di quelli a cui li regalò. Sorpreso di questa impertinenza Voltaire disse del povero diavolo: “Il haït quiconque reussit comme les eunuques haïssent les jouissants.”

Il principe di Ligne aggiunse: “C’est ainsi que les gens mediocres tachent d’abaisser les grands hommes pour diminuer l’espace immense qui les separe d’eux.”

Il sig. di Bagny: “Rien n’est plus dangereux dans les sciences, dans la morale, dans l’administration des états que les hommes médiocres qui visent à la réputation; ne pouvant atteindre aux grandes choses, ils veulent aumoins se faire remarquer par des bizarreries, ou étonner pour des destructions.

Il povero diavolo persuaso d’aver composto un capo d’opera, lo regalava a chi lo voleva e a chi non lo voleva, ordinava al suo editore e stampatore di farne l’elogio, spediva egli stesso articoli ai giornali d’Europa per darne avviso al pubblico, credendosi divenuto maestro di scienza e caposetta, come quel Russo che credevasi re di Polonia, allorché lacero da capo a’ piedi non aveva altro pettine che i suoi diti.

Si pretende (e la cronica scandalosa non è sempre menzognera), si pretende che il povero diavolo soddisfattissimo del suo lavoro volle accompagnarlo col suo ritratto, e che a tale effetto si presentò ad un suo amico, unico incisore che fosse in Costantinopoli. Costui che non aveva concentrato tutto il talento nel bulino, avendo letto il libro del povero diavolo, s’accorse di molti e grossi errori, e invece di lodarnelo acciò si screditasse avanti al pubblico, come si usa caritatevolmente presso gli infedeli, volle correggerlo in una maniera piccante. Conviene sapere che tra i dottissimi argomenti del povero diavolo si trova questo: la pignatta non è buona per far l’arrosto, dunque la pignatta non appartiene alla cucina. L’incisore, partendo da questa idea, immaginò di scolpire il ritratto senza naso; ed eseguitolo in pochi giorni, lo presentò al povero diavolo che disse: come! senza naso? siete voi impazzito? — Non so se sia impazzito, replicò l’incisore, so che v’ho imitato: voi escludete dalla cucina la pignatta perchè non serve all’arrosto, ed io dal ritratto escludo il naso perchè non serve all’udito; e se debbo essere conseguente nel raziocinio, un’altra volta vi toglierò la bocca, le guancie, gli occhi, la fronte, i capelli, e crederò d’essere liberale lasciandovi soltanto due belle orecchie. Altronde un ritratto col naso è una cosa troppo volgare; voi ne trovate a migliaia: conviene ch’io esca dalla strada comune de’ ritrattisti precisamente per quelle ragioni, per cui voi uscite dalla strada comune degli scrittori.

Questo discorso non dispiacque al povero diavolo voglioso di distinguersi con qualche particolarità, foss’anche una stramberia. Ma riflettendo poi che nel ritratto del Gran-Visir pirameggiava un bellissimo naso, egli cangiò prudentemente di consiglio, come avrebbe fatto in caso sì importante ogni buon cortigiano, e sacrificò il lodevole desiderio di farsi ritrarre al timor di dispiacere al suo padrone, giacché l’incisore giurò che non cangiarebbe il ritratto, se il povero diavolo non cangiava di massime.

CAPO VII.

Confutazione del libro del povero diavolo.

Un gran merito ha sempre dei nemici; il povero diavolo non doveva dunque esserne senza.

Uno scherif d’ultima sfera trasse il povero diavolo avanti al tribunale del pubblico, e pretese di provare che la scienza del povero diavolo era la scienza dell’oca.

Questo scherif era un mago di nuova specie, più occupato di scienze che di fortuna; vivente ritirato e lontano dall’aspirare alle altrui cariche; glorioso di possedere ciò che manca ai re, il riposo e la libertà; vano di aver servito gratuitamente lo stato, mentre altri lo tradivano ricevendone grossi onorarj o proteggevano i traditori; stolto o saggio al segno da non voler incensare le piccolezze e i vizj di quelli che si dicon grandi o lo sono; contento d’aver per detrattori non per mecenati gli uomini nulli ed i birbanti; abituato a ridersi di quella canaglia potente di que’ buffoni politici che si dicono sviscerati per le scienze, perseguitandone i seguaci [18].

Costui tormentato un giorno dal dolore de’ denti volle scoppiare dalle risa leggendo il libercolo del povero diavolo, e mentre rideva, sentendo scemare il dolore disse: “l’errore è pur buono per qualche cosa; ecco un danno cessante, il dolor de’ denti scemato; ecco un lucro emergente, mezz’ora d’allegria. E siccome nel nostro secolo non si riconoscono privilegi esclusivi al dire del povero diavolo, perciò dopo d’aver riso saporitamente leggendo questo libercolo, conviene che ajuti il pubblico a ridere a spese dell’autore e ne faccia la confutazione.”

Qualcuno fece osservare allo scherif ch’egli s’abbassava troppo a trarre dalle tenebre il povero diavolo ed il suo strafalcione; che è inutile confutare errori di cui ogni lettor mediocre s’accorge; che non si deve perdere tempo a dimostrare la luce a quelli che la negano; che lo scherif poteva occuparsi d’altri oggetti con maggior vantaggio del pubblico... Ma costui più ostinato d’un tedesco rispose: “È molto tempo che i ciarlatani s’introducono nel santuario delle scienze, le screditano avanti alla nazione, screditan questa avanti agli stranieri. Un vecchio rimbambito, che non distingue il potere dell’immaginazione sui fenomeni animali, viene a suscitar gli errori di Thouvenel e Mesmes, spingendo a rovinose speculazioni que’ lettori scimuniti che vorranno prestar fede alle sue visioni. Un monaco che parlava di teologia non intendendo i testi sacri, che parlava d’astronomia ignorando che i fatti soli e il calcolo sono guida nelle scienze, tentò di distruggere il sistema della natura con palle di sapone, e trattò da eretici il Galileo e il Newton, perchè erano buoni astronomi. Un saltimbanco spirituale ignorando l’origine delle cognizioni umane, incapace di seguirne lo sviluppo, c’invita a scendere nelle tenebre, promettendo di farci vedere colla magia bianca di parole enigmatiche il circolo quadrato e il ternario di Platone. Dei miserabili verseggiatori vuoti di sentimenti e di idee scrivono sull’arte poetica, e vanno a sedersi a fianco d’Orazio e d’Omero. Dei falliti che non possono pagare la lista del loro sarto, ci progettano de’ piani per pagare i debiti dello stato. Il povero diavolo eguale agli antecedenti nell’ignoranza, superiore nella presunzione gettandosi dietro le spalle tutte le regole del senso comune toglie all’amministratore le cognizioni più necessarie e più utili per lasciargli la scienza del ciarlatano. Ricusare di prendere la difesa della verità è non conoscere i danni dell’errore o mostrare un’indifferenza fredda e colpevole. L’importanza dell’oggetto deve chiudere gli occhi sul poco valore degli avversarj. Il numero delle teste bislacche e false è infinitamente superiore al numero delle teste ragionatrici; quindi gli errori sonò dappertutto ben accolti, prendono facilmente radice e rampollano all’infinito. La confutazione produce tre vantaggi,

● Dà risalto alle verità opposte,

● Arresta il danno degli errori,

● Scema la voglia di produrne de’ nuovi.

Conviene tirar un cordone intorno alla pedanteria come contro alla peste; conviene esporre alla berlina i scioli [19], i pedanti, i presuntuosi, per disgustarne il pubblico come gli Spartani per distorre i loro figlj dall’ubbriachezza, mostravano loro degli ubbriachi. Io mi contenterò di dare un esempio sopra colui che si è più segnalato pe’ suoi errori e egli sarà il capro emissario che porterà i peccati del popolo ».

Queste ragioni buone o cattive indussero lo scherif a pubblicare la sua confutazione, del che il pubblico l’avrebbe forse dispensato. Appoggiato a molti fatti, egli pretese di provare che il povero diavolo credendo di parlare di pittura, parlava dell’arte di condurre le barche; condannava le idee altrui appropriandosele; asseriva e negava, diceva bianco e nero sullo stesso soggetto; menzionava oggetti frivoli dimenticando degli essenziali; voleva degli oggetti essenziali e vietava di ricercarli....; che la logica del povero diavolo si riduceva ai seguenti raziocinj: la zucca non è buona per far il brodo, dunque non è buona nè per minestra nè per altro. — Tutti i quadrupedi hanno quattro piedi; dunque tutti i quadrupedi fanno l’amore alla foggia de’ gatti. — Il grido delle oche svegliando Manlio salvò il campidoglio; dunque per salvare infallibilmente una città non ricercate che delle oche. — Non si può scaricare tutta una barca in una volta, dunque non conviene scaricarla a poco a poco. — Varia da un giorno all’altro lo stato del cielo e della terra, dunque è inutile l’osservare la terra e il cielo, dite lo stesso delle malattie e di ogn’altro oggetto cangiante. — Le forze dell’asino si misurano in ragione di spazio, dunque le forze dell’intelletto si devono misurare colla stessa norma, — Il governo deve proporzionare l’istruzione al bisogno, ma non deve conoscere il bisogno. — Il legislatore deve conoscere i vizj e le virtù abituali, ma non le abitudini morali. — È meglio avere un occhio che due; dieci cognizioni sono preferibili a cento; esiston corpi senza membri e proporzioni senza oggetti proporzionati.... ed altre simili novissime e sublimi teorie da fare ispiritare i cani. In una parola, conchiude lo scherif, la ragione per cui il povero diavolo vorrebbe indurre l’amministratore a spogliarsi delle necessarie utili decorose cognizioni, è la ragione della volpe la quale mancando della coda, consigliava le volpi sue sorelle a tagliarsi la loro [20] .

CAPO VIII.

Replica del povero diavolo.

Una donna, a cui siano stati scarmigliati i capelli, non prova tanto dispetto quanto ne provò il povero diavolo, allorché lesse la confutazione che del suo libercolo aveva fatto lo scherif. Vedere in un momento sfumare la sua scienza, comparire solennissima talpa avanti alla nazione, sentir un impertinente a rigettare asserzioni cattedratiche e nobilmente gratuite, perdere forse la speranza di alzarsi al promesso e soprattutto sì meritato posto di Bascià, sono colpi a cui non può reggere tutta la filosofia, quand’anche mettesse in pratica le massime, di cui fa pompa lungi dalle tempeste.

Questo risentimento giustissimo, come ognun vede, creò nell’animo del povero diavolo delle illusioni, cosicché desiderando, egli credette di scoprire nel suo avversario ora una contraddizione palpabile e la segnava sul libro, ora un errore di teoria e s’accingeva a ribatterlo, qui una risposta ad obbiezioni che sembravano evidenti, là un lato debole che potevasi assalire con speranza di successo.... In mezzo a queste illusioni rasserenavasi l’animo e correva a fissarsi sull’epoca, in cui il povero diavolo avrebbe tagliato il naso e le orecchie al suo avversario. Altronde questo maledettissimo avversario s’era trincerato in un bosco di fatti, e il povero diavolo non avvezzo a questa specie di guerra perdeva il filo delle idee o diciam meglio la tramontana, e perdendola assicurava che il suo avversario era sconfitto distrutto polverizzato o almeno aveva fatto una precipitosa ritirata senza gambe. Siccome però tutte le passioni oltre i momenti di piacere e d’ebbrezza hanno anche momenti d’umore e di disgusto, quindi talvolta queste larve sparivano, e ad un lampo fuggiasco d’allegrezza sottentrava il nero risentimento, e il povero diavolo diceva come Nerone vicino a morire: che disgrazia per un sì eccellente scrittore.

Qualche amico del povero diavolo, non so se più saggio di lui, sgombro però del di lui risentimento, gli consigliò una confessione generale de’ suoi peccati scientifici, progetto vilissimo che non può cadere che nelle teste piccole e volgari. Un uomo che ha seggio nel serraglio ed aspira alla carica di Bascià debbe comparir cervo quand’anche fosse tartaruga, e se cade boccone per terra, egli proverà agli astanti che è sempre stato in piedi. Il povero diavolo risolvette dunque di rispondere allo scherif, progetto facilmente concepito; si trattava dei mezzi d’esecuzione, e qui cominciarono le difficoltà; il povero diavolo s’agitò, sudò, si raccomandò a tutti i santi, ma inutilmente; il forno era caldo e mancava la farina per fare il pane.

In questo stato d’angoscie (giacchè si conviene del merito delle persone, allorché si ha bisogno di esse) il povero diavolo ricorse al suo guattero, uomo non solamente forte nel vuotare bottiglie, ma fecondo anche di sanissimi consiglj principalmente in economia.

Tra il povero diavolo ed il guattero fu discusso a lungo e con molto apparato di ragioni il problema sulla miglior maniera di sconfiggere lo scherif, e fu risoluto a pieni voti che si farebbe una seconda edizione del libercolo del povero diavolo, e questo per due importantissime ragioni; 1.° acciò la seconda edizione fosse attribuita non all’instancabilità dell’autore a regalare la prima, ma alle ricerche del pubblico che non la conosceva; 2 acciò nel discorso preliminare l’editore (giacché per ristampare un libercolo di poche pagine era necessario un editore) ovvero il povero diavolo sotto il nome dell’editore potrebbe asserire qualche cosa a proprio vantaggio senza offendere la modestia come vedremo.

E siccome il povero diavolo non pecca per mancanza di gratitudine, perciò in ricompensa dei servigi da prestarsi, diede al guattero stesso la carica di suo editore. Munito di questo diploma in pergamena il guattero potrebbe asserire tutto quello che volesse, godendo del privilegio di non provare, ben inteso però che non ne restasse spoglio il suo padrone.

Le altre risoluzioni prese da questi dottissimi duumviri furono le seguenti, e presso a poco ne’ seguenti termini:

“Considerando che il pubblico è composto di ottentotti incapaci di paragonare le obbiezioni alle risposte, le citazioni coll’opera citata;

Considerando che la franchezza nell’asserire non lascia dubbio sulla verità dell’asserzione;

Considerando che chi parla più oscuramente è senza dubbio più ammirato

Il congresso risolve:

1.° Nella seconda edizione del libercolo del povero diavolo si attribuiranno allo scherif contraddizioni che non esistono nella sua confutazione [21].

2.° Si ruberanno alcune massime allo scherif e si esporranno in modo da far supporre ch’egli asserisca il contrario [22].

3.° Non si riporteranno le parole stesse dello scherif, giacché costui parlando troppo chiaramente, la risposta potrebbe sembrar meschina a fronte dell’obbiezione, e quindi la fede dei deboli vacillare.

4.° Quando le obbiezioni saranno più evidenti della luce meridiana, allora si dirà che per bianco si è inteso nero, e il pubblico lo crederà immediatamente. [23]

5.° Dopo questi sublimi sforzi, si mostrerà tutta la franchezza della vittoria, come quelli che cantano per istrada di notte tremando al moversi d’una foglia”.

A norma di queste massime, dopo tre mesi di sudori e d’agonia riuscirono finalmente il povero diavolo e il suo guattero a mettere insieme un discorso preliminare di 6, o 7 pagine in cui agli antichi errori il povero diavolo ne aggiunge di nuovi, tanto è vero che il destino ci domina e ci strascina nostro malgrado, ossia come dice Voltaire tanto è vero che on ne se défait pas tout d’un coup de ses habitudes.

In questo discorso bramando il povero diavolo d’assicurarsi la pubblica stima prontamente, senza replica, e a buon mercato, dice di se stesso o fa dire al suo editore (il quale come anonimo merita tutta la fede) che — furono così generalmente sentiti i principj del povero diavolo, che potè giudicarsi essergli meno dovuto il merito d’aver rinvenuta la verità che quello et averla coraggiosamente svelata. Colla stessa franchezza, collo stesso disinteresse, e quindi colla stessa veracità sogliono i ceretani assicurare il popolo credulo che i loro cerotti ottennero l’approvazione di tutte le accademie presenti, passate e future, cosicché meriterebbe la scomunica chi ne dubitasse. Voltaire sentendo parlare di verità rinvenute e svelate in un libercolo che formicola d’errori dalla prima pagina fino all’ultima, non potè ritenersi dal dire: dans toutes les professions ce qu’il y a de plus indigne de paroître est tojours ce qui se présente avec plus d’impudence.

Il povero diavolo però per dimostrare che il suo editore non si fa rappresentante del pubblico senza averne ricevuta la missione, gli pone in mano tre lettere congratulatorie di tre persone a cui egli regalò il suo libercolo lodandole dalla testa fino ai piedi, e sorge in gloria coll’innocenza di colui che sentendosi a dir tre volte servitor suo, si lusingava di avere a’ suoi ordini tre servitori. Voltaire ci ha insegnato a valutare queste espressioni dettate dalla gentilezza in pagamento di quanto si ha ricevuto, allorché parlando del suo carteggio col giovine Frederico di Prussia, dice: il me traitoit d’homme divin; je le traitois de Salomon; les epithètes ne nous coutoient rien [24].

Lo scherif persuaso che l’argomento dell’autorità sia ottimo pel popolo pecorino soltanto, non credette in coscienza di dovervisi sottomettere, quindi ricorse al Muftì, acciò, chiamate avanti di sè le parti, permettesse che proponessero a vicenda le loro ragioni

Il Muftì, simile al ciarlatano che vorrebbe essere tutto il giorno sulla piazza a battere il tamburro, disse che l’affare sarebbe discusso avanti all’Ulemah o collegio de’ dottori, e fissò il giorno della sessione.

CAPO IX.

Giudizio dell’Ulemah o collegio de’dottori.

Ne’ giorni anteriori al pubblico giudizio il povero diavolo diede un pranzo di trecento coperte.

La turba che vi convenne era composta d’amici, d’indifferenti, di contrarj al povero diavolo. Sul principio del pranzo, come è ben naturale, ciascuno pensò al proprio appetito, senza parlar nè di persone nè di affari.

A misura però che crescevano le portate, il povero diavolo acquistava de’ nuovi amici o difensori; e ciascun piatto veniva a dimostrare i torti evidenti del suo avversario. Le polpette principalmente e l’arrosto furono argomenti cui pochi commensali resistettero.

Alla fine del pranzo restavano ancora alcuni increduli o dubbj: comparve il vino di Champagne, e la dimostrazione, o la vittoria fu completa: tutti i commensali, anche coloro che non erano informati dell’argomento, convennero col bicchiere alla mano che il povero diavolo aveva interamente ragione.

Nel giorno della decisione, il Muftì che aveva dell’immaginazione non del giudizio, decise, contro l’uso ordinario, che tutto il pubblico sarebbe ammesso alla solenne seduta. Egli non previde i disordini che la novità dello spettacolo, l’affluenza degli spettatori, la non eccessiva educazione del pubblico potevano produrre, e non si curò d’ordinare che fossero distribuiti Gianizzeri bastanti per reprimerli. Quindi in mezzo alla pubblica moschea, luogo della seduta, s’alzarono impetuosi gridi, corsero calci, pugni, colpi di scimitarra, e si fece sangue davanti all’immagine invisibile del Profeta. Risero di questi tumulti, alla barba del Muftì, principalmente i segretarj del serraglio, i quali avidi d’avere l’esistenza d’un giorno anche a condizione che nel seguente nissuno si ricorderebbe nè del loro nome, nè della loro figura, volevano essere incaricati della distribuzione de’ biglietti a’ spettatori scelti, ben educati, galantuomini, quali in una parola sarebbero stati i loro amici, le loro amiche ed onoratissime conoscenti.

Il povero diavolo avendo fatto correre voce che nel giorno della seduta avrebbe dato saggio di scienza speciale, vi concorsero tutti i membri del sacro collegio, e fin quelli che non vi comparivano più dacché più non correva l’onorario.

La storia osserva che ciascun Iman s’occupò seriamente del turbante e delle pantoffole, volendo farci capire che molto più s’occupò dell’argomento, onde poter decidere con cognizione di causa.

Diffatti si lasciarono da banda le notizie del giorno per attendere alla discussione, e restarono svegliati quegli stessi che fino allora avevano mostrato il solo talento d’alzarsi e di sedere.

Si notò con sorpresa che in questa seduta nissun oratore propose un progetto, perchè dal preopinante era stato sostenuto il contrario; che la discussione invece di vagare tra idee straniere si ritenne ne’ limiti dell’argomento, e a proposito di matrimonio non si parlò di pallone areostatico; che nissun articolo fu posto al vaglio pria che fosse stabilito quello che gli serve di base, cioè si posero pria i fondamenti poi le mura quindi i tetti; che la scienza fu preferita alla verbosità, ed ottennero a preferenza la parola quelli che sapevano esporre le ragioni con rapidità, forza, ordine e precisione; circostanze tutte sommamente rimarchevoli, e che saranno con ragione messe indubbio negli stati non-musulmani

Non ometteremo di dire che vi fu seria disputa sulla primazia del passo, pretendendo ciascuno d’avere la precedenza; e che essendosi alzata in un angolo improvvisamente una voce dicente: vada avanti il più asino, sorse contraria disputa, volendo ciascuno per modestia restar indietro.

Il Muftì a cui l’impazienza degli spettatori augurava di rompersi il collo, perchè li faceva aspettare da un’ora, fu accolto con battimento di mani quando finalmente entrò nella moschea; alla quale pubblica gentilezza si mostrò egli poi grato in altra seduta tardando due ore in vece d’una.

Comparvero in mezzo all’assemblea il povero diavolo e lo scherif.

Il primo s’inchinò fino a terra, si trasse avanti, ritornò indietro, giunse le mani, si piegò or da una banda or da un’altra, facendo con aria da scimia contorsioni da sinagoga, poi disse: abissi di scienza più profondi dell’oceano, sostegni della terra, occhi dell’universo, lampade scintillanti pendenti dalla volta del cielo, padri de’ pensieri, balsami delle anime, fulmini contro i miscredenti, spade del profeta, difendetemi contro un cane cristiano che mi ha dichiarato oca avanti ai fedeli, e quel che è peggio lo ha provato.

Il secondo presentandosi con dignità e rispetto disse: sacri Imans, se vi disprezzassi, vi farei molti inchini e complimenti; vi dirò nudamente la verità stimandovi.

Il Muftì non avvezzo a tale foggia di parlare si mise gli occhiali sul naso, squadrò da capo a piedi lo scherif per tre volte, e aggrottando le ciglia e crollando il capo, mostrò ad evidenza che non gli garbeggiava questo discorso.

Siccome però la presenza del pubblico impone anche ai più pazzi e li ritiene talvolta dal commettere un’imprudenza, quindi dissimulando lo sdegno, e preso l’Alcorano, il Muftì disse ai due contendenti: la legge v’interroga, il profeta vi guarda, la giustizia vi giudicherà; giurate sul sacro testo che direte il vero come deve dirlo ogni fedel Musulmano. – Entrambi giurarono,

Il Muftì al Povero diavolo.

Tu sei accusato di calunnie, di contraddizioni, di falsa logica, di teorie nocive, di crassa ignoranza sopra cose note all’ultimo Musulmano. Cosa rispondi?

Il Povero diavolo.

Credo di provare che le ragioni del mio avversario sono paralogismi, provando ch’egli si contraddice.

Lo Scherif.

Così l’asino provò che non era guercio, provando che il cavallo andava zoppo. Sentiamo ora queste contraddizioni o vediamo se zoppica il cavallo.

Il Povero diavolo.

Il mio avversario dice che è difficile il verificare il numero de’ fedeli nelle grandi città;

Io dico che è ancora più difficile il verificare il numero de’ difettosi e contraffatti, de’ quali egli fa ricerca;

Dunque il mio avversario si contraddice, quod erat demonstrandum.

Il Muftì allo Scherif.

Insegna a questa testa bislacca cosa debbasi intendere per contraddizione.

Lo scherif sapendo che vi sono diversi argomenti per le diverse teste, come vi sono diversi cibi per le diverse specie d’animali, trasse di tasca due pezzi di panno, bianco l’uno e nero l’altro, ed avvicinatili agli occhi del povero diavolo, gli disse, guarda; poi un poco di zuccaro ed un poco d’assenzio, e messili nella di lui bocca, gli disse, assaggia; quindi fattagli una carezza e datogli un sonoro schiaffo, gli disse, senti. Coll’ajuto di queste sensazioni elementari, soggiunse lo scherif, capirai forse da qui a due anni che per contraddizione s’intende l’asserzione di due idee che s’escludono a vicenda, luce e tenebre, diritto e storto, sì e no sullo stesso soggetto. Allora vedrai che convenire di due difficoltà, una come 3, l’altra come 4, non è convenire che 4 sia maggiore e minore di 3.

Il Muftì alio Scherif.

Il tuo argomento non ha replica. Sentiamo se ti resta qualche cosa da aggiugnere.

Lo Scherif

Il povero diavolo pecca in logica allorché dice: è difficile il conoscere il numero de’ fedeli; dunque è ancora più difficile il conoscere il numero de’ contraffatti. Egli ignora che le cose le quali sono fuori dell’ordinaria misura, colpiscono più di quelle che sono in misura.

Il Muftì.

Questo principio è troppo astratto e non adattato alla capacità del povero diavolo; cerca delle idee più basse e verificabili cogli occhi, coll’udito, col tatto.

Lo Sherif.

Ecco un larghissimo piano coperto di palle nere ed uguali; il mio occhio è nell’assoluta impossibilità di contarle; ma egli conta facilmente le dieci o le dodici bianche, le dieci o le dodici più delle altre voluminose qua e là sparse.

Ecco una vastissima pianura in cui stanno i soldati in ischiere a migliaja; il mio occhio non può conoscerne il numero; ma distingue facilmente una ventina di soldati, la cui statura giganteggia su quella degli altri, ed una ventina di soldati la cui statura è di molto a quella degli altri inferiore.

Il Povero diavolo.

I fedeli non vengono ad unirsi sulla tua pianura a’ tuoi comandi, nè tutti i guerci, i zoppi, i gobbi passano in ischiera per farti la riverenza, e procurarti il piacere d’annoverarli.

Lo Scherif.

Bravo; questo prova la difficoltà di annoverare i fedeli non la difficoltà maggiore di annoverare i contraffatti.

Se non che tu inesperto in queste cose, la sbagli, perchè ignori,

I. I motivi per cui si cerca il numero de’ fedeli e de’ contraffatti.

II. I centri in cui conviene osservarli.

III. Le regole per profittare delle ossservazioni.

I. I motivi primarj per cui si cerca il numero de’ fedeli sono per vedere

1.° Quanti soldati si possano mettere in campo a difesa dello stendardo di Maometto.

2.° Quanto influsso eserciti il governo sulla felicità o infelicità de’ fedeli, al che può essere indizio l’aumento o la diminuzione di essi.

Ora tanto il primo quanto il secondo motivo suppone la cognizione del numero totale de’ fedeli, il quale non può constare con qualche esattezza che col metodo de’ Romani, il censimento.

Il motivo primario per cui si cercano i difettosi o contraffatti, si è la scoperta delle cause che li producono.

Ora per determinare queste cause, non è necessario il numero totale de’ contraffatti, ma il rapporto tra i contraffatti ed i fedeli, il che consta con bastante esattezza da osservazioni particolari generalizzate dall’analogia, come ti dirò in breve.

II. I centri in cui più facilmente si possono osservare i fedeli sono i luoghi di mercato e di passaggio, i luoghi di consumo e le moschee, le contrade di concorso e le porte delle città murate ove lo sono.

III. Premesse queste idee per farti capire le regole onde profittare delle osservazioni, eccoti un paragone forse adattato alla tua capacità. Un mercante avvicinandosi ad un mucchio di grano, ne prende un pugno in un angolo, e trova a cagione d’esempio un grano di loglio sopra 20 di frumento; passa agli altri angoli della stanza e fa la stessa osservazione; la ripete in mezzo e in altri punti sì alla superficie che al fondo, ed ha lo stesso risultato; appoggiato all’analogia egli conchiude, che il loglio è un ventesimo del frumento, benché ignori il numero de’ grani di ciascheduno! e questa cognizione questo risultato gli basta per lo scopo che aveva in vista.

Supponi ora che più osservatori fissi ne’ suddetti centri d’osservazioni trovino a cagione d’esempio una persona con gambe e coscie divaricate sopra sei che passano loro avanti [25]. Dopo d’aver ripetuta l’osservazione essi conchiuderanno che un sesto della popolazione soggiace a questo difetto; e questo risultato basterà per scoprirne la causa nell’educazione, ne’ mestieri, nelle fisiche abitudini, e sarà appunto quella che sarà proporzionata all’estensione del difetto.

Verrà a schiarire queste osservazioni particolari la voce pubblica, dicendo a cagione d’esempio che il tale difetto si ristringe a tale classe d’artisti; che ne vanno scevri quelli che usano di tali precauzioni...

Al contrario nè l’analogia nè la pubblica voce ti additerà con bastante esattezza l’aumento o la diminuzione nel numero de’ fedeli, e spesso, se vorrai affidarti a queste, tu vedrai aumento quando v’avrà reale diminuzione, ed all’opposto, come ne è prova la contrarietà delle opinioni di quelli che a dette regole s’affidarono su questo articolo [26].

Il Povero diavolo.

Lo scherif è un impertinente che non asserisce che dei paralogismi. Dopo aver io dato lezioni d’economia, egli vorrebbe convincermi d’ignorare il valor delle parole e soprattutto i precetti della logica. Ecco una nuova prova che conosco l’uno e gli altri, ed ecco una nuova contraddizione del mio avversario.

Per sapere se in Cipro molti uomini hanno le orecchie così lunghe come le mie, egli non vuole che il Visir si diriga ai Naib, autorità locale, ma spedisca degli scherif sul luogo; dunque il mio avversario si contraddice; giacché il suo discorso s’assomiglia al seguente: la distanza da A a B differisce da quella di B ad A.

Sentendo questa obbiezione gli Imans credettero che il povero diavolo fosse impazzito, e già procedevano alla sentenza, ma lo scherif pregandoli a differire, soggiunse: i vostri decreti non devono solamente condannare, devono istruire: permettete dunque che faccia al povero diavolo una risposta di cui nissun uomo di senno abbisogna. I Naib per mancanza di tempo, di capacità, di volontà, o ritardano i riscontri, o non li fanno esatti. Altronde temendo che le preziosissime orecchie asinine possano servir di base a nuove imposte, devono dir 1 invece di 10. Al contrario gli scherif spediti sul luogo e scelti dal Visir hanno e tempo e capacità e volontà per eseguirne le intenzioni; quindi tra il primo ed il secondo metodo passa quella differenza che passa tra una lumaca ed un cervo, tra un asino ed un elefante, tra un riprovato ed un eletto. Conosco alcuni de’ nostri mercanti che mandano agenti sui luoghi da cui traggono le lane, non fidandosi delle spedizioni che loro verrebbero fatte dai proprietarj terrieri.

Il Povero diavolo.

A questa tua risposta farà la replica il mio guattero che sulla considerazione degli importanti servigi prestatimi in cucina innalzai alla carica di mio editore. Io ti batterò con argomenti di miglior tempra.

Tu dici che nissuno conobbe nè conoscerà giammai l’essenza delle zucche e dei ravanelli; dunque tu dici che nissuno conobbe nè conoscerà giammai le loro qualità universali e costanti; per cui sono vani tutti gli sforzi della scienza nella investigazione di queste qualità, ossia delle leggi universali e costanti della morale e della fisica.

Lo Scherif.

Misericordia! Quante volte ti devo trovar zucca e ravanello, allorché vuoi usare del linguaggio scientifico! Se ti fossi presa la pena d’aprire il più meschino dizionario, o leggere qualche pagina d’un libro filosofico, ti saresti accorto che l’uso comune distingue le qualità universali e costanti delle cose dalla loro essenza, e ti saresti risparmiata un’obbiezione non dirò da scolaro, ma da ragazzo. Per qualità delle cose s’intendono le differenti apparenze, sotto cui le cose si presentano ai nostri sensi; per essenza s’intende quel principio ignoto, nel quale, secondo la nostra foggia di pensare, queste apparenze s’uniscono. Tu troverai queste idee nelle lezioni elementari che un filosofo della Francia dava ad un principe di sette anni, felicemente morto. Un altro scrittore della stessa nazione non meno filosofo e più ameno esprime la stessa idea nel suo Micromegas facendo parlare un abitante di Sirio con un Cartesiano: “Le Cartesien prit la parole et dit: l’âme est un esprit pur, qui a reçu dans le ventre de sa mère toutes les idées métaphysiques, et qui, en sortant de là, est obligée d’aller à l’école et d’apprendre tout de nouveau ce quelle a si bien su et qu’elle ne saura plus. Ce n’était pas donc la peine, répondit l’animal de huit lieues que ton ame fût si savante dans le ventre de ta mère, pour être si ignorante quand tu aurais de la barbe au menton. Mais qu’entends tu par esprit? Que me demandez vous là? dit le raisonneur, je n’en ai point d’idée: on dit que ce n’est pas de la matière? Mais sais-tu au moins ce que c’est de la matière? Très-bien, répondit l’honnue. Par exemple, cette pierre est grise, et d’une telle forme; elle a ses trois dimensions; elle est pesante ed divisible. Eh bien! dit le Sirien, cette chose qui te paroit être divisible, pesante et grise, me dirais-tu bien ce que c’est? tu vois quelques attributs; mais le fond de la chose, le connais-tu? Non, dit l’autre. Tu na sais donc point ce que c’est que la matière” [27].

Il povero diavolo voleva dare nuovi saggi della sua scienza, ma uno sbadiglio generale partito dagli Imam passato agli spettatori indusse il Muftì a licenziare le parti contendenti ed il pubblico, osservando giustamente (nell’unico lucido intervallo ch’egli abbia avuto in tutta la sua vita) che la maniera la più crudele di perdere il rispetto al pubblico si è l’annojarlo.

Alcuni spettatori alludendo al pranzo del povero diavolo, dicevano nel partire: non si ha così facilmente ragione avanti al pubblico, come la si ha avanti a dei commensali; massima giustissima, ignorata da tutti i Visir passati presenti e futuri. Se essi la sapessero, sentirebbero molte volte il pubblico nelle strade rispondere crepa, quando i commensali intuonano nelle sale evviva.

Gli Imam e tutti i membri dell’Ulemah tanto più indispettiti contro il povero diavolo quanto più delusi nelle loro speranze, si lagnarono amaramente col Muftì perchè avesse incomodato il sacro collegio per sì frivolo motivo, cosa stranissima in que’ tempi in cui le sue discussioni versavano sempre sopra oggetti più importanti d’un’oca. Qualcuno disse che non dovrebbe esservi seduta, quando l’oggetto da decidersi non valesse il consumo dell’abito di costume unito alle spese della carrozza [28]. Altri soggiunse che le sedute dovrebbero restringersi a cadere in quella parte dell’ anno, in cui la città e la campagna offrissero minori divertimenti, giacché in questa maniera sarebbe minimo l’incomodo de’ membri dell’Ulemah, massimo, il piacere del pubblico, a cui le sacre sedute darebbero motivo di parlare, qualche profano direbbe, di ridere. Tutti convennero che il Muftì ignorando la legge, ricusava di decidere i piccoli affari, e velava la sua ignoranza col pretesto di non volere abusar del potere.

Questo Muftì diffatti era una specie d’energumeno che incomodava il mondo intero per una spilla. Talora egli s’alzava di notte per decidere: sul colore d’una pianella, talora faceva 200 miglia per esaminare la forma d’un turbante. Stava sempre attaccato al campanello, onde chiamare Drogomani, Imans, Gianizzeri per la comparsa d’una mosca o per il raglio d’un asino; quindi ordinava al Gianizzero di fare un rapporto sulla religione ed all’Iman di stare in sentinella. Una fevta alla mattina, una contraria a mezzo giorno, il tutto distrutto alla sera; così il Muftì lavorava sempre, facendo mai nulla. Il porsi in capo la mitra era un affar serio un vero affar di stato che meritava tre ore ogni mattina. Occupato in questo travaglio il Muftì non l’avrebbe abbandonato, quand’anche i Giannizzeri avessero bombardato il tempio di Santa Sofia. Bramoso d’apparir dotto, avendo le cognizioni d’una farfalla il Muftì voleva sempre de’ congressi di leggisti, onde a proposito di corsari parlar delle risaje, a proposito della luna dissertar sul maniscalco; zucche e matrimonj, ballo e ospedali, gambali e turbanti, tutto era uguale per lui, purché parlasse. Nel mese di luglio si struggeva d’affetto per i Dervis e li voleva alla sua mensa; nel mese di gennajo non li conosceva più che per scomunicarli. Alle pioggie di primavera egli diventava partigiano austriaco e proteggeva le spie dell’Austria; al sirocco d’autunno egli era turco fino a mezzo giorno; nel restante della giornata i suoi voti erano per l’Inghilterra. Egli si faceva un piacere di promettere per dare grande idea della sua generosità, di mancare alle promesse per mostrarsi ingolfato negli affari fin al di sopra della mitra. Seduto un giorno nel consiglio cogli abiti sacerdotali sorse improvvisamente e camminò sulla piazza per dividere due ragazzi che facevano ai pugni; egli pretese così di provare al popolo la necessità di ben educare i fanciulli; e acciò nissuno ponesse in dubbio il suo zelo pel buon costume, ritornato in consiglio propose ricompense per le valdracche. La mania della novità gli invase stranamente il cervello anche nella vecchiezza. Ogni giorno egli avrebbe voluto proporre qualche nuovo progetto o distruggere uno statuto antico. Una volta non potendo fare nissuna novità cacciò di carica il primo de’ suoi Imans. Egli cangiò dieci volte di religione, e non sarebbe rimasto nella musulmana, se questa non gli avesse fruttato un grosso onorario. Il primo scopo ch’egli si propose, arrivato alla carica di Muftì, fu di screditare tutte le fevte del suo antecessore, e riuscì sì bene nelle sue benevoli intenzioni che finì per farlo desiderare dal pubblico. Egli si rese ridicolo in modo che il popolo per cauterizzare una solenne stoltezza, soleva dire: non la direbbe neanche il Muftì. Le altre qualità di questo importantissimo personaggio si trovano indicate alla pag. 26, giacché egli è quello stesso che essendo ufficiale alla corte di Bosnia parlò a favore del povero diavolo, e 10 anni dopo fu innalzato alla carica di Muftì.

Fortunatamente i membri dell’Ulemah non s’assomigliavano tutti al Muftì, quindi questo consesso diede una sentenza sensata, benché composto di teologi musulmani.

Tre furono le principali opinioni che sorsero contro il povero diavolo in pena de’ suoi peccati scientifici.

1.a Egli farà il viaggio della Mecca, passando per le montagne Safa e Mevra, digiunando tre giorni durante il viaggio e sette dopo il ritorno.

2.a Egli servirà d’asino ai Giudei e li condurrà di trotto all’inferno.

3.a Egli sarà esposto alla berlina col quadro de’suoi errori al collo, e quindi porterà scritto sulla schiena dell’abito per tre anni: i sordi non devono parlare di musica.

Quest’ultima sentenza ottenne la massima pluralità come si vede nel seguente quadro.

La fevta fu concepita ne’ termini seguenti.

« In nome di Dio e di Maometto suo profeta

Considerando che è bensì permesso censurare qualunque opinione, ma non senza prove;

Che il numero e la forza delle prove debb’essere proporzionato alla gravità della censura;

Considerando che è permessa ai fedeli l’ignoranza nelle cose scientifiche ma non la presunzione;

Che l’ignoranza della legge è permessa soltanto ai Bascià, ai Reis-Effendi, ai Visir, in una parola ai primi funzionarj che possono affidarsi alla scienza de’ loro subalterni;

Considerando che il povero diavolo calunnia i dottori della legge più generalmente rispettati, senza averli nè letti nè intesi;

Avanza proposizioni contrarie al sacro testo di Maometto;

Censura la condotta del Sultano, che Dio lo conservi in vita, per la distruzione degli infedeli, e principalmente de’ seguaci d’Omar;

Espone al disprezzo degli infedeli le cariche che ha coperto, sostenendo errori da energumeno;

Dà motivo al pubblico di ridersi della somma scienza del Visir che lo elesse;

Considerando che ciascuno può bensì pubblicare le sue follie, ma che il coraggio infaticabile del povero diavolo nel regalare le sue annoja i galantuomini, e tende a farsi de’ protettori tra gl’imbecilli sì generalmente sparsi a’ nostri tempi;

Dopo aver intesa nojosamente la sua difesa;

Consultato il senso comune, non i glossatori, commentatori, compilatori;

Riflettendo che il merito d’una causa non debb’esser desunto nè dalla flessibilità delle reni, nè dal patriottismo d’anticamera, nè dalla destrezza nell’adulare, nè dall’opinione de’ commensali, nè dalla protezione di grandi imbecilli;

Visto il non visibile dagli infedeli;

Invocato tre volte l’influsso della luna, che danzò alla voce di Maometto;

Sentito il custode della caverna del monte Hara in cui il profeta ricevette l’Alcorano;

Consultata l’asina di color grigio argentino che lo portò a Gerusalemme;

Noi suoi luogo-tenenti generali nel mondo delle formiche;

Fornaci avvampanti contro i di lui nemici;

Tutti circoncisi volontariamente in suo onore;

Dopo esserci lavati tre volte dalla testa fino ai piedi;

Giurando che siamo assolutamente digiuni;

Infallibili anche nel giudizio delle nostre cause;

Benché persuasi che il miglior argomento per distruggere l’errore sia l’argomento del profeta, la scimitarra;

Pure riflettendo che questo argomento infallibile è stato profanato dagl’infedeli per sostenere la menzogna; e che ogni eretico incapace di rispondere alle ragioni, tira colpi di fucile;

Volendo dimostrare ai nostri nemici che il miglior uso del nostro diritto d’interpretare i pensieri si è di supporli o più retti o meno cattivi di quelli che sono;

Condiscendendo in conseguenza ad attribuire più ad ignoranza che a malizia gli errori del povero diavolo;

l'Ulemah

Condanna il detto povero diavolo a tre ore di berlina .... come è stato detto di sopra alla pag, 69.

RIFLESSIONI

RELATIVE ALL’OPUSCOLO

LA SCIENZA DEL POVERO DIAVOLO.

Senateurs, disoit autrefois un Romain, on m’attaque

dans mes discours, tant je suis innocent dans mes actions

quelques uns de nos philosophes pourroient dire

à son exemple: on m’attaque dans mes pensée,

tant je suis irrèprochable dans mes discours*

D’ Alembert.

CAPO I.

Proibizione dell’opuscolo.

Motivi generali che noi rispettiamo anche ignorandoli, e supponiamo giustissimi benché contrarj ai nostri desiderj, hanno indotto la polizia generale ad arrestare la libera circolazione dell’opuscolo intitolato: La scienza del povero diavolo...

Il primario dovere de’ cittadini è l'ubbidienza, il primario diritto la difesa [29].

Religiosamente sottomessi al primo, noi useremo del secondo con quella sicurezza che inspirano le leggi sagge e i magistrati giusti.

Sotto il regno di Tiberio, mentre Sabino illustre cavaliere romano veniva condotto al supplizio per aver frequentato la casa di Germanico, gli furono chiuse colle di lui vesti avvoltolate le fauci, acciò non potesse gridare contro Sejano [30].

Sotto il regno di Napoleone il Grande, qualunque accusato può dirigersi al pubblico, ed uno de’ più speciali vantaggi recati dall’imperatore e re d’Italia, si è la pubblicità delle giudiciarie procedure. Il giudice che si vede sotto gli sguardi del pubblico, è costretto ad essere giusto talvolta suo malgrado; il timore dell’infamia lo forza a ridurre a silenzio le sue private passioni, e chiuder l’orecchio alle instigazioni delle altrui. La storia più superficiale de’ tribunali ci mostra delitti d’ogni specie suggeriti dalla rabbia, dall’animosità de’ potenti, eseguiti per l’addietro da giudici impunemente colpevoli. La proprietà, la vita, la libertà, l’onore de’ cittadini garantiti dalle leggi riescono nomi vuoti, quando non hanno la garanzia del pubblico.

Osservava con ragione l’illustre ed infelice Condorcet che “Dans toutes les administrations où les accusations et les réponses, les motifs des disgraces, comme ceux des récompenses, restent sous un voile mysterieux, où la publicité donnée à ses plaintes ou à ses réclamations seroit regardée, si non comme un délit, du moins comme un de ces torts qu’on ne pardonne jamais; l’homme de bien est dégouté par la crainte de l’opinion qu’il ne peut éclairer, le méchant est encouragé par l’esperance de la seduire en sa faveur, et la calomnie même en ne reussissant pas, est toujours sure de nuire [31].

Noi pubblichiamo dunque le nostre ragioni e per sciogliere da ogni taccia non-letteraria il suddetto opuscolo, che per dare agli stranieri un nuovo documento comprovante che gli Italiani non si trovano nelle circostanze infelici accennate dal Condorcet.

Un filosofo giudeo che dovette essere uomo grande, perchè era grande nemico degli ipocriti, diceva: qui male agit odit lucem. La condotta tenebrosa che tengono i nostri oppositori, sarà dunque prova al pubblico che essi non s’aspetterebbero grande accoglimento comparendo al di lui tribunale. Se diffatti essi ci facessero in pubblico quelle accuse che ci fanno in segreto, ci sarebbe facile il dimostrarli calunniatori. Abbassiamoci a parlare d’uno di essi per l’ultima volta.

Alla fine dell’opuscolo intitolato: La scienza del povero diavolo si trovano aggiunte alcune note, nelle quali ci degnammo di confutare uno sconosciuto scrittoruzzo, che si lusingò di farsi nome proponendo insensate idee contrarie agli statuti, alle leggi ed ai metodi amministrativi del Regno Italiano.

Incapace egli di reggere a questa tenzone, ingrato a chi gli aveva fatto l’onore di combatterlo, si suppone da alcuni che pe’ suoi motivi particolari (ben diversi dai generali cui avrà ceduto la Polizia) non abbia omesso sforzi, onde il detto opuscolo fosse tolto dalle mani del pubblico, il che se fosse vero, questo scrittore ci ricorderebbe quell’avvocato che per dimostrare senza replica ch’egli aveva ragione, abbruciava le carte del suo oppositore.

Quali particolari vantaggi sono risultati all’ingrato nostro avversario da questi sforzi? Eccoli; una vera inezia destinata a divertire per mezz’ora la parte oziosa del pubblico, è stata ricercata anche dall’altra. Molti che non l’avrebbero degnata d’un guardo, l’hanno scorsa con ansietà; altri che forse non ne intesero un terzo, assicurano d’averla letta con piacere. Qui voi trovate venti persone che si unirono insieme per leggerla e commentarla; là voi vedete degli esemplari partire per la campagna od altre città e far ridere altre genti. Una copia che sarebbe rimasta pasto de’ sorci è comparsa sulla toletta di molte belle: lo stesso pizzicagnolo l’ha ricercata, perchè e quando non poteva più averla; e per la prima volta ha venduto del buon salame all’amico che gli ha prestato il suo esemplare; perfino il calzolajo informatosi della sorte del povero diavolo, ride pazzamente ripetendo: io non sono zoppo perchè tu sei guercio. Risulta da questi fatti che se fosse rimasta libera la circolazione del suddetto opuscolo, sarebbero stati a cagione d’esempio 600 i lettori; essendo stata sospesa, i lettori sono giunti a 30,000. Tacito ci aveva già detto d’altri libri in simil caso: conquisiti letitatique donec cum periculo parabantur, licentia habendi obblivionem attulit. Alfieri all’età di 12 anni mostrò di saperne di più del dottissimo nostro avversario. Parlando della sua parrucca divenuta lo scherno di tutti i suoi petulantissimi compagni di collegio, egli dice: “Da prima ma io m’era messo a pigliarne apertamente le parti; ma vedendo poi ch’io non poteva a nissun patto salvar la parrucca mia da quello sfrenato torrente che da ogni parte assaltavala, e ch’io andava a rischio di perdere anche con essa me stesso, tosto mutai di bandiera, e presi il partito il più disinvolto, che era di sparruccarmi da me prima che mi venisse fatto quell’affronto, e di palleggiare io stesso la mia infelice parrucca per l’aria facendone ogni vitupero. Ed infatti, dopo alcuni giorni, sfogatasi l’ira pubblica in tal guisa, io rimasi poi la meno perseguitata, e direi quasi la più rispettata parrucca, tra le due o tre altre che ve n’erano in quella stessa gallerìa. Allora imparai, che bisognava sempre parere di dare spontaneamente quello che non si poteva impedire d’esserti tolto [32]

Le altre conseguenze risultate dalla sospesa diramazione dell’opuscolo suddetto sono le seguenti :

1.° La più sacra delle proprietà, la proprietà delle produzioni d’ingegno violata [33].

2.° Il travaglio nelle arti relative alla stampa e commercio librario, diminuito in un tempo in cui questi travagli scarseggiano.

3.° Scontento nelle persone che hanno dovuto sgambettare qua e là per Milano, onde ottenere un esemplare del detto opuscolo per leggerlo alle loro belle o nelle loro conversazioni.

4.° Strana persuasione in alcuni che il Governo odj la verità, del che nulla di più falso [34].

5.° Vantaggi generali provenienti dal discredito delle false maniere di ragionare, distrutti.

6.° Disprezzo universale e profondo contro chi invocando la forza, si mostra incapace di rispondere alle ragioni [35].

CAPO II.

Fini propostisi dal suo autore.

Quali fini si propose l’autore della Scienza del povero diavolo? Molti e tutti serj.

Il primo, che è il più importante, divertir se stesso.

Il secondo, che è opera di misericordia, divertire il pubblico.

Il terzo, che è atto di patriotismo, screditare i nemici dello Stato.

Il quarto, che è beneficenza generale, porre in ridicolo le false foggie del ragionar popolaresco.

Il primo motivo non abbisognando di commenti, diremo relativamente al secondo: mentre negli ultimi sforzi d’un re ingrato e spergiuro il pubblico ravvisa nuove occasioni di trofei per l’imperatore e re, vede differita di qualche istante l’epoca desiderata d’una stabile pace continentale e marittima. Questo desiderio non soddisfatto, quest’ansietà irrequieta costituisce uno stato penoso; alcuni inconvenienti che necessariamente porta seco la guerra l’accrescono. Rompere la monotonia delle dimande e delle risposte sui movimenti delle armate, diminuire il sentimento penoso del pubblico con un libro scherzevole, era un’opera di misericordia da eseguirsi da chiunque avesse saputo farlo; per l’autore poi della Scienza del povero diavolo era anche un dovere di riconoscenza verso quella parte del pubblico che non isdegna d’accogliere le altre sue letterarie produzioni.

Sul terzo motivo facciam alto. Ogni volta che l’Imperatore e Re è sceso sul campo di battaglia a battere i nostri nemici, noi ci siamo fatto un dovere di batterli nella pubblica opinione; è un tratto di patriotismo che ci è particolare, è una prova d’affezione all’attuale Governo, della quale non possono vantarsi tanti altri, che alle cognizioni sufficienti per darla univano motivi immensi d’interesse e d’onore. Noi non decideremo se la viltà, l’indifferenza, l’ingratitudine od altre egualmente onorevoli ragioni, li abbiano ritenuti; diremo soltanto che ne’ momenti di bisogno e di pericolo si conoscono gli amici.

Nel 1805 noi tentammo di far ridere il pubblico a spese degli Austriaci coll’opuscolo — I Francesi, i Tedeschi, i Russi in Lombardia.

Nel 1806 noi battemmo la Prussia colla Risposta al Manifesto et Erfurt, e demmo nella stessa qualche schiaffo alla Regina di Napoli.

Nella medesima epoca mostrammo la corruzione del Governo Inglese coi Cenni morali e politici sull’Inghilterra.

Non ci restava più che di ridere a spese della Sublime Porta, la quale alleatasi colla Gran Bretagna era divenuta nostra nemica.

Ma quell’infame dispotico Governo il cui primario elemento è l’ignoranza, non ci aveva spedito nessun manifesto; noi non sapevamo quale particolare demonio lo spingesse a violare i trattati, vogliamo dire alla sua rovina.

La sua profonda ignoranza, le sue barbare abitudini, i suoi usi insensati potevano soli presentare scopo, contro cui sfogare la nostra patriottica rabbia: tentammo quindi di coprirli di ridicolo.

Fatti moltiplici servirono di base al nostro benché tenue lavoro; la fantasia fu incaricata di disporli a suo piacere.

I fatti constano da scrittori che sono nelle mani del più meschino uomo di lettere; e benché si tratti dei nemici dell’Imperatore e Re, noi non abbiamo voluto usare del privilegio de’ teologi, il privilegio delle frodi pie. La fantasia dispose i fatti a foggia di romanzo, perchè il popolo anche il più illuminato dà sempre ragione a chi sa divertirlo di più.

Pria d’andare avanti rispondiamo ad un’obbiezione. Ci è stato detto che il Governo Turco era abbastanza disprezzato, e che nissun partigiano egli contava tra di noi.

E perchè arlecchino e policinella sono abbastanza disprezzati, vorrete voi impedirci di ridere a spese di policinella, e d’arlecchino? Io poi mi ricordo che quando gli Ottomani e gli Imperiali si battevano per Belgrado, due vecchj miei zii, uomini di molto senno, come ne era prova la loro larga parrucca, venivano sempre a contesa tra di loro, perchè il primo era imperiale, l’altro ottomano; e i giorni in cui comparivano le gazzette erano giorni di martirio: in quei giorni non mi toccavano confetti; in quei giorni io dovevo aver commesse tutte le possibili impertinenze, fossi anche restato immobile come una statua; in quei giorni io doveva essere più asino del povero diavolo, quand’anche avessi fatto il tema come Cicerone e i versi come Virgilio. Una volta le parrucche andarono in aria, e i miei zii si regalarono calci e pugni fraterni, uno per rapire sul campo di battaglia l’altro per conservare un turbante. Rendete ora ragione delle opinioni e dei genj degli uomini! E soprattutto credeteli stabili e ragionevoli nelle loro affezioni e ne’ loro odj. La storia della pazzia umana vi dimostrerà che le prevenzioni e i contragenj sì morali che politici nascono come i funghi; e che l’opinione screditata quest’oggi perchè piace ad un partito, viene in credito dimani se arriva a dispiacergli Arlecchino ammira la sapienza dell’asino, e diviene suo sviscerato amico perchè costui ha dato un calcio al suo padrone. Alcuni che jeri mi dichiaravano perfettissima talpa, oggi mi vogliono Salomone; sapete perchè? perchè si sono cacciati in testa ch’io abbia inteso di censurare qualche loro nemico, di cui ignoro l’esistenza; se arrivo a disingannarli, addio la mia scienza, io ritorno più talpa di prima. Da egualmente stolidi motivi nascono i genj e i contragenj politici principalmente in tempo di guerra.

Dopo i tre accennati fini l’autore della Scienza del povero diavolo si prefisse di screditare quelle false foggie di ragionare, que’ superficiali e semiveri principj che nelle teste bislacche pur troppo comuni sono cagioni di tante sviste economiche di tanti odj sociali. L’argomento, io non sono zoppo perchè tu sei guercio, lo sentirete cento volte al giorno; mille volte sentirete altri argomenti simili al seguente: i quadrupedi hanno quattro gambe, dunque tutti i quadrupedi fanno all’amore alla foggia de’ gatti. Qui voi trovate degli accademici agricoltori che piantano quattro grani in quattro tazze di porcellana per calcolare il prodotto delle quattro parti del mondo; là dei politici da caffè che dal consumo de’ ceri in Lisbona vogliono dedurre quello che si fa a Londra o in Amsterdam. Un medico superficiale appoggiato alla parola enigmatica eccitabilità vi manda ubbriaco al sepolcro, un altro partendo dal solfo del sangue, vi fa morire svenato. Quindi dappertutto il popolo diviene vittima di ciarlatani che impossessatisi della di lui immaginazione, facendo uso di parole misteriose, gli fanno credere bianco quello che è nero, nero quello che è bianco, e finiscono secondo il solito per trargli di tasca il denaro. Bisogna dichiararsi nemico del genere umano per trovare riprensibili quelle opere in cui si fa la guerra a’ suddetti pregiudizi coll’arme invincibile del ridicolo, ogni volta però non pecchino queste per altri lati.

La conclusione di questo capo si è che il valor morale d’un’opera debb’essere coeteris paribus desunto dal numero e dall’utilità de’ fini che si propose l’autore.

CAPO III.

Risposta alle obbiezioni.

Appena comparve La scienza del povero diavolo, più di 50 persone mi chiesero cosa intendevo per tale personaggio e per tal altro. La mia risposta fu: voi non mi fareste questa dimanda, se non vorreste veder troppo; voi vorreste veder qui dei personaggi reali, mentr’io non v’ho dipinto che dei personaggi immaginarj (come dimostrerò ad evidenza tra breve). — Eppure, mi si disse, taluno nomina Pietro, tal altro Paolo, un terzo Martino, e qualcuno chiama in scena perfin Melchisedecche. – Questa contrarietà d’opinioni, soggiunsi, vi debb’essere prova che ciascuno nomina qualcuno, perchè secondo l’indole costante e comune a tutti gli uomini, ciascuno desidera d’indovinare, per provar agli altri e a se stesso la propria perspicacia. Voi poi vedete in tale mio ritratto Alcibiade, mentre vostro padre vi vede Farnabase [36], per quella stessa ragione per cui nelle due notissime ombre della Luna, Madama vedeva due amanti, il Curato due campanili. — Ma a queste voci che vanno in giro, quali origini assegnate voi? – Eccole:

I. Non credo d’uscire dal corso ordinario delle passioni umane, asserendo che qualcuno incapace di rispondere al libro siasi sforzato di creare odiosità all’autore, scrivendo sotto i ritratti immaginarj da esso delineati, il nome di chi poteva nuocergli. Con eguale probabilità suppongo che alla voce di costui siansi quindi unite le voci degli altri grandi e piccoli nemici dell’autore, persone di molta lingua, nulle in fatti, ma tutte persuase che quando non si possono calunniare nè le azioni nè il discorso, bisogna calunniar l’intenzione. Tale fu sempre la logica e il diritto de’ padri inquisitori. Quand ils n’ont pas trouvé d’impiétés réelles, diceva d’Alembert parlando di questa già venerata canaglia, ils en ont forgé d’imaginaires pour avoir l’avantage de les combattre. Ils ont supposé des intentions au défaut des crimes; ils ont accusé jusqu’au silence même. Sénateurs, disoit autrefois un Romain, on m’attaque dans mes discours, tant je suis innocent dans mes actions; quelques-uns de nos philosophes pourroient dire à son exemple: on m’attaque dans mes pensées tant je suis irreprochable dans mes discours. Denis, tyran de Syracuse, fit mourir un de ses sujets, qui avoit conspiré contre lui en songe; souvent il n’a manqué au faux zèle, pour porter l’injustice encore plus loin, que le credit ou la puissance. Le tyran punissoit les rêves; les ennemis de la philosophie les supposent, et peu s’en est fallu quelquefois qu’ils ne l’aient obtenu, à la honte de la raison et de l’humanité” [37].

II. Alle suddette voci fecero eco tatti i nemici di Pietro, Paolo, Martino, Melchisedecche, e si gloriarono di poterne dir male, dopo aver loro lambito i piedi. Questa somma di nemici debb’essere cœteris paribus tanto più grande quanto più grande è o fu il numero degli impieghi dipendenti dalle persone suddette, nissuno ignorando quanto diceva Luigi XIV, allorché doveva compartire una carica: mi trovo nella triste necessità di fare cento scontenti ed un ingrato. Ho detto cœteris paribus, giacché il reale o supposto abuso del potere è fonte copiosa d’altri nemici Dalle relazioni poi sì personali che civili scaturiscono molti altri come ognuno sa, e divengono tanti conduttori della menzogna [38].

Le persone oziose, gente poco cristiana cui piace di ridere e far ridere la brigata a spese altrui, formano un’altra classe di persone, in cui le suddette voci trovarono benigna accoglienza; senza volere altronde nominar qui i cavalieri del dente che pagano il pranzo somministrato loro gratuitamente, colle menzogne raccolte per le piazze e pe’caffè.

Gl’ignoranti non solo credono e diffondono le prime voci della malignità, ma anche le accrescono; “le vice des ignorans, dice Diderot, est d’enchérir sur les invectives des méchans, dans la crainte de n’en paroître que les echos [39] .

Le antecendenti idee riceveranno conferma dall’autorità di Filangieri: « Ho veduto ohe un sistema di procedura nel quale il giudice deve far parte d’accusatore, è da per se stesso vizioso. Ho veduto che il fondamento dell’inquisizione essendo o la denuncia segreta o la pubblica voce e fama per servirmi dell’espressione del foro, è un fondamento equivoco, pericoloso, iniquo. Ho veduto che la libertà, la quiete l’onore del cittadino vengono con questo ad essere esposte o alla perfidia d’un Sicofante indegno, o agli effetti del discredito che la maldicenza d’un inimico o l’inconsiderata loquacità d’un novellista può spargere nella sua riputazione [40]. Ho veduto che pel corso ordinario dello spirito dell’uomo, l’errore particolare fa l’errore generale, sicome l’errore generale produce l’errore particolare. Ho veduto che questo passaggio si fa colla maggiore rapidità; che questo è come un urlo gittato nell’antro d’una caverna da un uomo che passa, e immediatamente da esso renduto al di fuori con un’eco orribile. Ho veduto che questa caverna è il pubblico; quest’eco ne è la voce e fama; e l’uomo che passando per l’antro ha gettato lo spaventevole urlo è l’errore o la calunnia. Ho veduto che questa pubblica voce e fama, rare volte costante ne’ suoi giudizj, lo è solamente nella debolezza de’ fondamenti su’ quali gli appoggia. Ho veduto che questa avvelenò Socrate, fe’ morire Anassagora, ha condotto al patibolo ed all’obbrobrio tanti innocenti, tanti savj, tanti eroi [41].

Premesse queste idee, accostiamoci più davvicino all’argomento, e discorriamo prima di qualche massima, poi de’ ritratti che si trovano nella Scienza del povero diavolo.

Si è parlato come si doveva parlare, cioè col dovuto disprezzo, sì degli ufficiali che trovansi alle corti de’ Bascià che de’ Grandi che circondano il trono tarlato di Costantinopoli; non si fece grazia che al Bascià di Bosnia sul riflesso che era stato cristiano. Sull’autorità de’ migliori scrittori si suppose che l’ignoranza e l’immoralità fossero i pregi primarj, costituissero tutto il merito di quella vilissima canaglia creata grande dalla volontà dispotica d’un saltano. Basta la Scienza del povero diavolo per essere sicuro di questi fatti [42].

Ecco ora i sublimi raziocinj de’ nostri acutissimi avversarj; vi sono grandi impiegati d’ogni specie sì nell’Impero Turco che nel Regno Italiano; ora voi avete screditato quelli dell’Impero Turco, dunque avevate intenzione di screditare quelli del Regno Italiano; e la cosa non può essere altrimenti, giacché le persone che portano lo stesso nome, devono avere lo stesso carattere intellettuale e morale, come i panni che hanno lo stesso colore, devono uscire dalla stessa fabbrica ed essere di uguale bontà, come la luna deve risplendere con luce propria a guisa del sole avendo la stessa forma circolare. — A questo sensatissimo argomento converrà aggiungere quest’altro: vi sono grandi impiegati d’ogni specie sì nel Regno Italiano che nella Gran-Brettagna; ora voi, benché scarso di lodi, avete lodato con profusione nelle anteriori vostre opere varj grandi impiegati del Regno d’Italia; dunque avevate intenzione di lodare i grandi impiegati della Gran-Brettagna, benché abbiate detto il contrario nei Cenni morali e politici sull’Inghilterra» —L’evidenza di questo argomento diverrà maggiore se si riflette al seguente: vi sono nel Regno Italiano come nell’Austria un gabinetto, un re, dei ministri, dei duchi, dei grandi ... Ora l’Imperator Napoleone chiama insensato il gabinetto Austriaco, ingrato e spergiuro il re, stipendiati dall’Inghilterra i ministri, vani, ambiziosi, feroci gli arciduchi, istigatori d’ingiusta guerra i grandi ... dunque l'intenzione dell’Imperatore e Re si è di estendere le stesse taccie sul Regno Italiano; quod erat demonstrandum.

Benché l’accusa sia per se stessa insussistente e mostri più malignità che perspicacia in chi la propose, ciononostante soggiungeremo: Chi mai ignora che nel Regno Italiano vi sono statuti, leggi, decreti per le nomine, corpi morali che propongono liste triple, qualità esclusive che si richieggono ne’ candidati, trafile d’ogni specie e movimento progressivo ne’ pubblici funzionarj... cosicché l'Imperatore e Re rinunciando ad ogni arbitrio non si è riservato che il poter di ben fare? Chi ignora al contrario che nulla di tutto questo esiste nell’Impero Turco? Chi ignora che il solo capriccio del Sultano eccitato da una buona o cattiva digestione, va a dichiarar grande colui che aveva tutte le qualità per andare alla galera? La sbaglierebbe dunque nel Regno Italiano, non la sbaglierebbe nell’Impero Turco chi determiminasse l'ignoranza de’ funzionarj dall’altezza del ricamo dell’abito, come quel principe romano che determinava la sua scienza dall’altezza del suo topè. D’Alembert assomiglierebbe i nostri avversarj ai teologi, “qui voient souvent l’empiété et  le scandale où il n’y en a pas même l’apparence, et se piquent pur ces matières d’entendre finesse et de n’entendre point raison ”.

Quest’accusa poi diretta contro l’autore della Scienza del povero diavolo comparirà spoglia d’ogni verosimiglianza, “e si rammenta da una parte che egli è stato per così dire l’unico che siasi co’ suoi scritti cimentato cogli avversarj del nostro governo, se si riflette dall’altra che documenti di simil conio stanno nelle mani del Governo stesso, e che non videro la luce per inaspettate combinazioni [43].

Passiamo ora ai ritratti.

Montesquieu ha detto che il numero e la forza delle prore debbono corrispondere alla gravità dell’accusa. Ora quali prove aducono gli avvedutissimi nostri oppositori per dimostrare che la nostra intenzione tendeva a screditare Pietro, Paolo, Martino, Melchisedecche od altro personaggio, cui in pubblico danno un titolo rispettabile, in privato un titolo comico? Ecco le prove: il naso del ritratto A è tutto il naso di Pietro; dunque voi avete voluto ritrarre Pietro.

In tutti i libri di rettorica noti o ignoti ai nostri avvessarj ci si parla di “Zeusi, il quale a formare la bellissima sua Elena cinque trascelse delle più vaghe fanciulle di Crotone, e da ciascuna di esse togliendo quanto ne’ tratti avea di più leggiadro, l’immagine della stessa avvenenza piuttosto, che non le forme d’alcuna bella delineò.

Sta dunque all’uom di gusto il comprendere con sottil penetrazione nella serie moltiplice degli esseri quelli che vaghi sono e leggiadri, e ad uso delle proprie imitazioni trasceglierli e combinarli, in esse l’archetipo, ossia l’intellettuale concetto della perfezione esprimendo [44]”.

Egli è parimenti noto che Leonardo da Vinci per esprimere ne’ volti il deforme, chiamava a convito dei contadini, e facendoli ridere alla smascellata col racconto di pazze storie, coglieva da ciascuno qualche tratto ridicolo, e ne formava quindi quelle figure che non potevansi guardar senza ridere.

Risulta da questi fatti: 1.° Che se valesse l’accennato argomento del naso, ciascuna fanciulla avrebbe dovuto dichiarare suo ritratto il quadro di Zeusi, ciascun contadino veder l’intera sua immagine nelle figure di Leonardo, il che essendo contradditorio dimostra la fallacia del suddetto argomento. Di questi quadri, di queste figure al contrario debbesi dire ciò che di consimile discorso diceva Luciano: “Ce discours semblable au geai d’Esope est un assemblage de plumes étrangères” [45].

Risulta: 2.° Che un quadro cesserà d’essere una pittura immaginaria, allorché la somma totale de’ tratti che lo caratterizzano, converrà esclusivamente a Pietro.

Risulta: 3.° Che questa somma essendo a cagione d’esempio 20, si potrà dire in generale: la probabilità che l’intenzione del pittore tendesse a ritrarre Pietro, è tanto più grande quanto più la somma de’ tratti espressi nel quadro e convenienti a Pietro s’avvicinerà a 20. Ho detto in generale, giacché da una parte è ordinario il caso che un pittore non vi ritragga esattamente, benché abbia tutta l’intenzione di ritrarvi, dall’altra non è impossibile che in una figura immaginaria un pittore esprima qualche tratto che conviene a Pietro, senza che esso vi rifletta o lo sappia.

Per esprimere con maggior chiarezza il mio pensiero, supponiamo dipinta una figura, e paragonatala con Pietro, Paolo, Martino, Melchisedec che, poniamo per ipotesi d’avere ottenuto i seguenti risultati:

A norma della suddetta regola generale, non avendo riguardo alle due eccezioni che le abbiamo posto a fianco, avremo le quattro seguenti proposizioni:

È certo che il pittore ha voluto ritrarre Pietro.

È probabile che ha voluto ritrarre Paolo.

È dubbio se abbia voluto ritrarre Martino.

È certo che non ha voluto ritrarre Melchisedecche.

Ora, quanto dicesi de’ ritratti fisici debbesi applicare ai caratteri morali.

Dunque, supposto delineato un carattere o vizioso o ridicolo, chiunque vorrà dire che l’intenzione dello scrittore non tendeva a dipingere un carattere immaginario, ma il carattere reale di Pietro, è costretto a fare il seguente argomento: il carattere descritto è composto di 30 tratti; ora per lo meno 11 convengono a Pietro, dunque è probabile che lo scrittore ha avuto intenzione di pingere Pietro.

Acciò la vostra accusa non sia calunniatrice, voi dovete dunque provare l’esistenza per lo meno di 11 vizj in Pietro, e la verità dell’accusa sarà tanto più probabile, quanto più il numero de’ vizj provati s’accosterà a 20; dimodoché la vostra accusa vi mette nel bivio o di calunniar lo scrittore o di denigrar Pietro.

Levatevi dunque la maschera, comparite avanti ai tribunali; io ve ne fo l’invito. Ad ogni prova con cui tenterete di mostrare l’applicazione esclusiva d’un vizio, d’un ridicolo in Pietro, io opporrò la prova del contrario; e sebbene l’accusante debba essere più forte in ragioni che l’apologista, ciononostante io vi fo le seguenti condizioni: 1.° per ogni vizio provato, vi darò credito di due; 2.° invece di ricercarvi la prova d’un numero di vizj maggiore della metà de’ descritti, mi contenterò d’un numero eguale al terzo. Eccoti gettato il guanto: se voi non lo raccogliete, ho diritto di chiamarvi doppiamente calunniatore; calunniatore di Pietro in cui avete supposto e non provato i vizj descritti, calunniator dello scrittore a cui avete attribuito intenzioni insussistenti, se i detti vizj non sussistono.

Non sdegnerò di rispondere ad un’obbiezione fortunatamente confutata in tutt’i libri di criminale giurisprudenza, contraria alla pratica de’ migliori tribunali. Mi è stato detto: voi avete involto alcuni vizj o ridicoli esclusivi di Pietro in circostanze straniere, acciò da una parte il lettore intendesse Pietro, dall’altra voi foste in salvo; voi avete voluto ferire, e nello stesso tempo avete nascosto la mano.

Risposta. 1.° Accingetevi dunque non ad asserire ma a provare questi vizj, questi ridicoli esclusivi in Pietro, ch’ io sono già accinto per distruggere le vostre prove; vi ripeto in una parola la sfida che v’ ho fatto antecedentemente.

È possibile la suddetta intenzione, è possibile la contraria; un argomento che prova per due contrarj, prova per nissuno. Se coll’argomento della possibilità voi venite a calunniare la mia intenzione, dovete temere che altri collo stesso argomento venga a calunniare la vostra: eretta questa massima in principio di procedura, ove sarà la sicurezza sociale?

Ecco come si ragiona in materia di probabilità: quest’è un’urna; dopo alcune estrazioni voi ottenete come segue:

Palle                    Numero

Bianche       700

Rosse               5

Nere                1

Il senso comune vi dice che nel restante delle palle tuttora incognite, le bianche superano infinitamente le nere, ed ogni uomo prudente scommetterà per l’estrazione di nuove bianche, benché sia possibile che le nere siano in numero molto maggiore.

Le palle tuttora incognite vi rappresentano nel nostro caso l’intenzione nascosta dello scrittore; il rapporto cognito tra i tratti convenienti e non-convenienti a Pietro può solo servirvi a determinarla. Se il numero de’ primi è nullo o quasi nullo a fronte de’ secondi, l’intenzione di non ritrarre Pietro è manifesta.

3. ° I nostri padri ignoranti e feroci volevano che le semplici congetture bastassero, allorché si trattava di delitti gravi. Al contrario i migliori scrittori e la pratica de’ moderni tribunali ci dicono che il numero e la forca delle prove devono corrispondere alla gravità dell’accusa. Dunque o non fate tanto schiamazzo contro l’intenzione dell’autore, o opponetegli delle prove che non ammettano eccezione.

Cicerone facendo l’elogio di Pompeo nell’orazione pro lege Manilla accennò alcuni vizj de’ comandanti, acciò maggior lustro ne ricevessero le virtù del suo eroe. A questi tratti scagliati in aria il popolo applaudì con sommessa voce, quasi indicando quello o questo cui potevansi applicare. “Questo vostro bisbigliamento, o Romani, soggiunse Cicerone, sembra dire che riconoscete gli individui cui questi colori convengono. Io però non nomino persona, e nissuna potrà movermi lamento, se non confessa prima che di tali vizj si trova carco [46].

Potremo troncar qui la nostra difesa persuasi d’averne detto abbastanza per le persone che ragionano e che conoscono la buona fede.

Siccome però vi sono alcuni, in cui il retto raziocinio è merce di contrabbando, e nel cui animo stanno sempre buoni motivi per denigrare le altrui intenzioni, quindi all’antecedente difesa uniremo l’argomento del vedete e del toccate.

I ritratti degli ufficiali che nella Scienza del povero diavolo parlano avanti al Bascià di Bosnia, il ritratto del Muftì che presiede al collegio de’ dottori, sono estratti dall’opera inglese intitolata: Conversazioni di Londra, della quale il decreto del blocco c’impedì d’ottenere la continuazione. In quest’opera sparsa di molte verità contro i Ministri Inglesi, compariscono diversi personaggi reali, distinti contratti caratteristici. Tra questi personaggi scelsi alcuni, omisi altri, perchè gli uni si piegavano gli altri no allo scopo dell’argomento. Negli stessi caratteri scelti furono fatti alcuni cangiamenti in più e in meno (donde risultarono caratteri immaginarj) acciò non lottasse il costume inglese col costume turco che ebbi in animo di rappresentare. Quattro quinti però delle idee costituenti ciascun carattere appartengono all’opera citata come consterà dal confronto che ciascuno potrà farne. Quindi, per togliere ogni pretesto di calunnia alla mala fede, diremo che i caratteri de’ quattro ufficiali del Bascià di Bosnia, ed il carattere del Muftì furono effigiati sui caratteri de’ seguenti personaggi nell’ordine stesso in cui si trovano qui accennati, Canning, Mike, Kinght, Horne-Tooke, Castelreagh.

Se qualche amico dell’Inghilterra ci facesse rimprovero d’aver cavato questi ritratti dall’opera inglese, come già altre volte da opere simili cavammo i documenti per mostrare la corruzione di quel governo, noi risponderemo con Molière: Cette scène m’appartient, puis quelle est bonne, et je prends mon bien où je le trouve; soggiungeremo con Seneca: Soleo et in aliena castra transire, non tamquam transfuga sed tamquam explorator; e questo furto lo credevamo tanto più permesso in buona coscienza quanto che appressando La scienza del povero diavolo per quel che vale, cioè nulla, non ci degnammo di fregiarla col nostro nome, contenti d’aver divertito il pubblico per mezz’ora.

Resta a sapersi, se mentre gli Inglesi ed i Tedeschi calunniano con ogni specie di stampe satiriche l’Imperatore e Re, debba essere vietato agli Italiani appoggiati alla verità di divertirsi a spese de’ Musulmani loro nemici, e se dobbiamo o no pagare in Milano le cambiali che ci vengono da Londra e da Presburgo.

Abbiamo presa la penna più per desiderio d’ispirare dei sentimenti cristiani a chi ne manca facendone gran pompa, che per reale bisogno di ribattere le mille volte ripetute e screditate accuse intenzionali di chi non può calunniare nè le azioni nè il discorso, e talora più disonorevoli pe’ governi che le accolgono, che per gli scrittori, cui vengono imputate [47]. Noi non avevamo dimenticata la favola del Bocalini: Un voyageur étoit importuné du bruit des cigales, il voulut les tuer et ne fit que s’écarter de sa route: il n’avoit qu’à continuer paisiblement son chemin; les cigales seroient mortes d’elles-mêmes au bout de huit jours.

Note

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La maggior parte de' lettori può omettere le seguenti note senza mancar d’una sola cognizione essenziale all'intelligenza del testo. Lo scopo della maggior parte di esse si è d'osservare il corso e le vicende degli errori, e vedere come nati in secoli e paesi distanti, vengano a pullulare e riprodursi nel nostro. Ella è una triste benché non inutile cognizione il sapere che in qualche angolo del nostro paese esistono gradi d’ignoranza eguali a quelli che esistono nell'Impero Turco; e volontieri noi tireremmo su di questi un velo, se una sconsigliata presunzione non li avesse manifestati al pubblico. In questo caso l’amor patrio debbe affrettarsi a screditarli, acciò il silenzio non venga riguardato dagli stranieri come una prova di complicità.

[1] La somma degli atti e non-atti, di cui sono suscettibili le nostre potenze, costituisce la libertà naturale. Questa somma e composta di due serie;

La prima comprende tutti gli atti e non atti: a) piacevoli e scevri di dolore, b) dolorosi produttori di piacer maggiore; c) dolorosi distruttori di dolor maggiore,

La seconda comprende tutti gli atti e non atti: a) dolorosi scevri di piacere, b) piacevoli produttori di dolor maggiore; c) dolorosi distruttori di dolor minore.

Le leggi vietando alcuni atti, ordinandone altri, sono dunque tanti ostacoli alla libertà naturale come gli argini sono tanti ostacoli alla forza espansiva de’ fiumi e de’ torrenti. “La liberté même ne s’établit qu’aux dépens d’une autre liberté, la liberté de Pierre qu’aux dépens de la liberté de Paul.

Quand on reproche à une loi de heurter la liberté; cet inconvenient ne fait pas contr’elle un grief particulier, car c’est le propre de toutes les lois (*). Le mal qu’elle fait par-là, est-il plus qu’equivalent au bien qu’elle fait par d’autres voies? C’est l’unique question à examiner (Bentham)”.

Le due preaccennate serie di atti e non-atti o si estendono agli altri o si ristringono a noi stessi.

Allorché i nostri atti s’estendono agli altri, le leggi vietano quella porzione della seconda serie che tende a distruggere la società; il restante che lascian libero, costituisce il campo dell’insensibilità e dell’ ingratitudine; le leggi ordinano quella porzione della prima serie che è necessaria per conservare la società; il restante che lascian libero, costituisce il campo della generosità e della beneficenza.

Allorché i nostri atti si riferiscono a noi stessi, sì la prima che la seconda serie devono restare più o meno libere nelle diverse nazioni, a misura che il loro stato intellettuale e morale s’accosta più o meno alla perfezione. Dico in generale libere, 1.° perchè non è irragionevole la supposizione generale che l’individuo conosca meglio della legge ciò che gli è utile in mezzo alle vicende sociali; 2.° perchè la legge incaricandosi di questi particolari giudizj, produrrebbe vessazioni maggiori degli inconvenienti cui vorrebbe opporsi. Siccome però l’ignoranza e i pregiudizj, l’abitudine e le affezioni impediscono spesso agli individui di scernere il loro interesse reale dell’ apparente, quindi in molti casi le leggi considerando i popoli come pupilli vietano loro alcuni atti benché nocivi soltanto all’individuo. Le antiche leggi lombarde a cagione d’esempio non permettevano che la dote oltrepassasse la quarta parte dei beni dello sposo, perchè nel primo fuoco dell’amore molti avevano dotate le loro mogli al di là delle loro facoltà. (In que’ tempi era il marito che costituiva la dote alla moglie) Un’altra legge proibiva ad una vedova d’entrare in monastero pria che fosse passato un anno di vedovanza... È quindi falsa la massima generale che le leggi non debbano vietare che la serie d’atti nocivi agli altri, ossia che la libertà individuale debba cessare soltanto al punto in cui porterebbe ad altri nocumento.

(*) “Les meilleurs esprit sont tombés dans cette erreur. Smith en parlant de deux lois qu’il désapprouve avec raison, dit, que ces deux lois étoient des violations evidentes de la liberté naturelle et par consequent mauvaises (Richesse des nations, liv. IV, c. 1): ce par consequent anéantirois toutes les loi.”

[2] Anche il cavaliere Tamassia, membro del collegio de’ Dotti, segretario generale del ministero dell’Interno, ha ripetuto questo errore a fronte delle leggi del Regno Italiano che lo condannano, ed è stato confutato nell’opuscolo che ha per titolo: Indole, estensione, vantaggi della Statistica.

[3] Si vede che l'autore di questa storia appassionato per la nazione ottomana, era alquanto indisposto contro il di lei governo perchè forse anche a que' tempi coalizzato cogli Inglesi. Nota del Traduttore.

[4] L’Autore delle Tavole Statistiche tracciando il quadro de’ delitti che nuocono nella proprietà e nella vita, gli pose a fianco il quadro delle pene che percuotono la vita e la proprietà, acciò risultasse

Il danno annuo che cagiona agl’innocenti il delitto,

Il danno annuo che cagiona la legge ai delinquenti,

I compensi annui che la società ne riceve.

L’autore doveva dunque necessariamente parlare della pena più generalmente adottata finora; la pena della sferza, del nervo, o del bastone. Nissuno ignora che in Italia e in Francia per l’addietro, in Turchia, in quasi tutta la Germania, nella Russia attualmente, ne’ bastimenti di tutte le nazioni, nelle galere, nelle case di forza sono in vigore le pene suddette. Nissuno ignora che gli eccessi di queste pene a fronte della piccolezza de’ delitti cui sono applicate, rappresentano o la crudeltà de’ governi o la barbarie delle nazioni. Nissuno ignora che a cagione d’esempio una delle ragioni che screditano il Governo Tedesco in Italia si è la sua pena favorita del bastone. In molti codici militari è prescritto il numero delle volte che un soldato deve passare per le bacchette secondo le diverse insubordinazioni. Scrittori rispettabili non hanno sdegnato di parlarci del numero delle bastonate prescritte per diversi delitti in Turchia. S. Paolo ci ha detto quante volte e a quanti colpi di verga per ogni volta fu sottoposto. Voltaire per mettere in dubbio l’umanità di Federico ci parla des saldats qu’on fesait passar trente-six fois par les baguettes sous les fenêtres du monarque qui les regardait.... Chi non è straniero agl’interessi dell’umanità, non può sdegnare quella serie d’osservazioni che tendono a scoprire quanti cittadini rimangono storpj per la barbarie della legge, quanti inabilitati al lavoro, e a quanti resti accorciata la vita.

Al contrario il Tamassia citato nella nota antecedente, per darci un’idea della sua logica e buona fede, stacca la pena della sferza dal quadro delle pene cui l’ha unita l’autore delle Tavole suddette; per darci un’idea della sua sensibilità trova ridicola l’osservazione che tende a scoprire l’uso e l’abuso annuale di questa pena pe’ fini suddetti. Ella è questa un’obbiezione che l’autore si è compiaciuto di regalarci nella seconda edizione della sua memoria Sul fine delle Statistiche.

[5] La condotta del povero diavolo ci ricorda le massime di quegli scrittori che nella descrizione delle nazioni vorrebbero escluso il quadro dettagliato dell’agricoltura, ed inchiuso l’ornato pubblico, escluso il quadro dettagliato delle arti ed inchiuso un conservatorio di musica.

[6] Questo errore condannato dalle leggi del Regno Italiano è stato ripetuto dal Tamassia e confutato nell’opuscolo che ha per titolo: Indole, estensione, vantaggi della Statistica.

[7] Ella è questa la maniera con cui i scioli tentano d’imporre agli ignoranti. Volete smascherare, la loro nullità e presunzione? Chiedete dei casi particolari; costringeteli a specificare opinioni, e scrittori, luoghi e tempi, azioni e persone.... secondo i casi; voi li vedrete battere la campagna o li ridurrete a silenzio.

[8] Voler determinare i consumi dalla massa della popolazione è un errore così palpabile che non merita d’essere confutato. Anche i garzoni da oste e da beccajo sanno che il consumo di vino e di carne per testa in Milano è ben diverso dal consumo di vino e di carne per testa in Sondrio; la differenzia poi cresce a dismisura negli oggetti di lusso. Anche questo errore è un nuovo regalo che ha fatto all’Italia il Tamassia; sarà citato il di lui testo nella nota (22).

[9] Più i governanti amano lo stato e la loro gloria più sono avidi di conoscere il vero, anche quando offende la loro vanità. Il duca di Chatelet nel suo viaggio in Portogallo parlando d’Alfonso I che regnò in un secolo di barbarie (verso la metà del secolo XII) dice: on nota d’infamie ceux qui seroient convaincus de parjure, de vol, de blasphème et d’avoir deguisé la vérité au roi. Il Delfino di Francia diceva a’ suoi amici: offrez-moi la vérité sans detour si vous n’en croyez digne. Il suo panegirista riportando questo sentimento soggiugne: il faut publier à la gloire de ceux qui font approché qu’il eut quelque fois ce bonheur. Il trouva des hommes qui eurent le courage de lui dire des vérités fortes, et il eût le courage encore plus grand de les en aimer davantage. Il Metastasio fa dire al suo Tito:

di pubblicar procura

Che grato a nve si rende

Più del falso che piace il ver che offende.

Al contrario più i Governanti sono indifferenti al bene dello stato ed alla loro gloria (che è ben diversa dalla vanità) più odiano il vero, più vogliono essere adulati. Incapaci d’imitare l’esempio di Filippo il Macedone che assoldava una persona, acciò gli ricordasse giornalmente che era uomo, cioè soggetto all’errore, incapaci di gustare la bellezza del detto d’Enrico IV ad un ambasciatore: est-ce que votre maitre n’est pas assez grand pour avoir des foiblesses, essi crederebbero degradarsi coll’ingenua confessione d’essersi ingannati. Non pretendo altronde sciogliere da taccia la loro condotta personale, confondono la loro persona colla carica che coprono, onde accusar di mancanza di rispetto alla carica chi svela le debolezze della persona. Cosa risulta da questa condotta? Ciascuno nasconde a queste pretese divinità quel vero che è conosciuto da tutti; e mentre esse credono di rendersi più rispettabili colla pretesa d’essere infallibili, il pubblico ride delle loro debolezze, e quel che è peggio, lo stato ne soffre. Invece d’essere grati a chi fa cadere dai loro occhi il velo, essi sogliono difendere gli interessi della loro vanità colla rispettabilissima ragione del più forte; ma sgraziatamente per essi la verità viene finalmente alla luce, e il pubblico dice che per velare una debolezza dovettero commettere un’ingiustizia; quindi il miglior consiglio che dar si possa a chi ne divenisse vittima, sarà quello d’un antico filosofo citato da d’Alembert: «Si tu as dit la vérité, et qu’on veuille te jetter des pierres, dit un ancien philosophe, retire-toi à l’écart, prends patience et tais-toi; la vérité finira par être connue. C’est ce qui est arrivé.... »

[10] lepre: lebbra (ndr)

[11] Le idee sparse in questo discorso si sono riprodotte quasi tutte in Italia, e furono pubblicate dal Tamassia. Se ne veggano i testi e la confutazione nel citato, opuscolo Indole, estensione, vantaggi della Statistica.

[12] tignuole: nome comune di parecchi insetti lepidotteri le cui larve vivono nel panni di lana, nelle pellicce, nel grano, nella frutta corrodendoli e causando danni. (ndr)

[13] cachetico: dal corpo debole, macilento e malaticcio

[14] Traité analytique de la folie et des moyens de la guèrir par L. V. F. Amard. Si vede che Sganarello non aveva molto torto, allorché voleva osservare il color de’ capelli del suo ammalato.

[15] Le Sultane però influiscono attualmente come influirono per l’addietro nella distribuzione delle cariche, e si può dire dell'Impero Turco ciò che degli altri Stati diceva nello scorso secolo Voltaire: je conclus que, pour faire la plus petite fortune il valoit mieux dire quatre mots à la maîtresse d'un roi, que d’écrire cent volumes. Nota del Traduttore.

[16] Di simile destrezza diede esempio anche l’autore del Quadro economico dei cantoni di Taceno e Lecco, distretto IV dipartimento del Lario. Parlando del mercato di Lecco egli dice : «il valore approssimativo che circola ogni sabbato in tale mercato, comprese le transazioni in cui non interviene il denaro effettivo, può calcolarsi a un mezzo milione. » L’errata corrige pubblicato posteriormente ci avverte di leggere mese per sabbato.

[17] “Enfin dans la derniere classe, à mon avis la plus blâmable, sont ceux qui après avoir encensé les Grands en public, les déchirent en particulier, et font parade avec leurs égaux, d’une philosophie qui ne leur coûte guère. Cette classe est beaucoup plus étendue qu’on ne pourroit se l’imaginer. Elle ressemble à ces sectes de philosophes anciens, qui, après avoir été en public au temple, donnoient en particulier des ridicules à Jupiter; avec cette difference que les philosophes Grecs et Romains étoient forcés d’aller au temple, et que rien n’oblige les notres à offrir d’encens à personne. Je ne fais pas le même reproche à ceux qui ne vivroient avec les Grands que pour leur dire la vérité. C’est-là sans doute le plus beau rôle qu’on puisse jouer après des hommes. Mais méritent-ils qu’on en coure les risques? D’Alembert. Nota del Traduttore.

[18] Pare che il d’Alembert abbia rubato questi sentimenti al nostro autore, giacché si trovano quasi verbalmente tradotti nel suo Essai sur la société des gens de lettres et des grands sur la réputation sur les mécenes, et sur les récompenses littéraires. - Nota del Traduttore.

[19] scioli: saputelli. (ndr)

[20] Vedi la nota 11.

[21] Siamo obbligati nostro malgrado a tacciare di menzogna il Tamassia. In una nota del suo discorso preliminare alla pag. xvi seconda edizione della citata memoria, egli fa dire al suo confutatore.

“Il chiedere la quantità d’una derrata è inquisizione statistica (pag. 61 ). Il chiedere il prodotto medio dei terreni nelle migliori e nelle infime posizioni, il numero dei pastori, dei montoni di razza.... non lo è ( pag. 62, 64 ) ”.

Il lettore che vorrà prendersi la pena di consultare le pagine citate, cercherà invano questa pretesa contraddizione; troverà al contrario che il Confutatore fa due rimproveri al Tamassia:

1.° Di chiedere alle autorità municipali cose che non si debbono chiedere ad esse :

2.° Di imbarazzare le autorità municipali con dimande composte, invece di facilitare il riscontro, sciogliendo queste ne’ loro elementi.

Il Confutatore riportando una dimanda composta che il Tamassia faceva ai Sindaci, dice: ognuno qui vede che male scelta è la fonte e mal fatta la dimanda, quindi dimostra da una parte che le risposte de’ Sindaci non potevano essere veritiere, scioglie dall’altra la quistione composta ne’ suoi elementi o altrettante quistioni parziali. Vedi l’opuscolo Indole, estensione, vantaggi della Statistica.

Eguale taccia di menzogna daremo al Tamassia, allorché nella stessa nota pag. xvii fa dire al suo Confutatore:

“Suscettibilità dei terreni vuol dire quali e quanti prodotti p. 60. Suscettibilità dei terreni non suppone la cognizione dei prodotti esistenti p. 76. ”

Ecco il testo del Confutatore; egli dice alla p. 60 : La suscettibilità ai diversi prodotti vuol dire quali e quanti prodotti può dare una pertica di terreno in un anno, e questo si ottiene sommando le quantità raccolte in nove anni, dividendo la somma per nove.

Ogni bifolco poi sa che l’aspetto de’ terreni varia sì per la diversa specie de’ prodotti annuali, che per i diversi metodi di coltura; quindi ove erano gelsi sorgono viti, ove biondeggiava il frumento, galleggia il riso….

Ciò posto; siccome il Tamassia pretendeva che per determinare il valor d’un fondo bastasse l’aver riguardo ai prodotti di cui è suscettibile cioè ai prodotti possibili, perciò gli si dimostrò coi principi del censimento alla mano che il valor d’un terreno non si calcolava a cagione d’esempio come 10, perchè erano possibili 10 gelsi, ma si calcolava come 5, perchè 5 erano i gelsi esistenti; si dica lo stesso delle castagne, delle olive... Parimenti benché due terreni simili siano suscettibili di eguali prodotti, pure il censimento prescrisse che si variasse il valor fondiario attesa la diversità de’ metodi usati nella coltura. Così, benché il terreno d’una brughièra! sia eguale al terreno del vicino campo; cioè la suscettibilità ai diversi prodotti sia la stessa nell’una e nell’altro, ciononostante il valore assegnato alla prima è ben diverso dal valore che il censimento assegna al secondo....

Il Tamassia pretende di dare un altro esempio di contraddizione nel suo Confutatore, facendogli dire :

“Per sapere il numero dei cavalli si contino gli stalloni (ciò che non importa inquisizione statistica) e si avrà un risultato che non potrà sbagliare che della metà, pag. 64, nota 1.”

In primo luogo supponendo che tale fosse il sentimento del Confutatore, risulterebbe inesattezza nel metodo, non contraddizione nel discorso.

In secondo luogo il Tamassia non riporta i sentimenti del suo Confutatore, ma li smozzica secondo il solito e li trasforma. Il Confutatore dice che si potrà determinare il numero delle pecore dal numero dei pastori, montoni di razza, vaccate, incettatori de’ castrati.... secondo gli usi del paese; e gli usi constano dalla puùbblica opinione e possono sapersi senza altrui molestia. Alla parola montoni di razza ha aggiunto in una nota il testo di Marcali, dal quale consta che nel distretto di Yorkshire è difficile annoverare il numero annuo degli allievi, giacché alcuni contano 100 cavalle per ogni stallone altri 50 soltanto. Marsall ha avuta la precauzione di avvertire di questa incertezza, acciò non si affidasse a questa guida. Il Confutatore poi ben lontano dal pretendere che si dovesse fidarsi ad essa, come gli attribuisce gratuitamente il Tamassia, unisce insieme varj indizj acciò il risultato dell’uno sia rettificato col risultato dell’altro, e il tutto esaminato alla luce degli usi vigenti. — Il Tamassia cedendo troppo facilmente al suo desiderio, finge il suo Confutatore in contraddizione, come i divoti fingono i loro nemici nell’inferno.

Ecco un altro esempio di questa caritatevole disposizione. Il Tamassia per cogliere in contraddizione il suo avversario gli fa dire:

“Il conoscere la sanità degli individui ed il loro guadagno sufficiente per mantenere una famiglia non porta seco alcuna molestia statistica. Ed è poi necessaria questa notizia per dar luogo al sistema liberale di limitare i matrimonj eccessivi.”

Ecco dimostrata ad evidenza la contraddizione, e tanto peggio per chi non la vede; ma questo è nulla.

Pare che il dottissimo Segretario generale del Ministero dell’Interno abbia dimenticato che la sanità consta dalle fedi de’ medici, e il guadagno giornaliero dalle fedi de’ fabbricatori o capibottega; le quali verrebbero presentate alla municipalità, come le si presentano le fedi dello stato libero, e le altre.

Pare che egli abbia dimenticato che ogni saggio governo ha sempre richiesta la specificazione de’ mezzi di sussistenza.

I prezzi poi degli oggetti necessarj al mantenimento d’una famiglia sono noti a chiunque ha l’uso di mangiare, bere, vestirsi, alloggiare; ed ogni bifolco vi dirà se il guadagno giornaliero, se i suddetti mezzi di sussistenza bastino o no al mantenimento d’una famiglia.

Nissuno ignora che furono a ragione vietati i matrimonj ai leprosi, agli epiletici, ai tisici e simili; e que’ medici ne’ quali è radicata opinione che la pelagra sia malattia ereditaria, propongono che sia vietato il matrimonio ai pelagrosi.

Tutti sanno che le malattie de’ ragazzi, l’eccessiva loro mortalità, molte malattie nelle età seguenti dipendono in parte dall’eccessiva miseria de’ genitori. Se il Tamassia avesse letta l’opera del Mahus, avrebbe risparmiata questa obbiezione.

Si potrebbe aggiungere che gli Svizzeri richieggono per maritale condizione sine qua non la proprietà d’uno schioppo e d’una giberna…

[22] Ecco un esempio di questa sorte di furti. L’autore delle Tavole statistiche aveva detto e provato che gli scrittori particolari non possono da loro stessi descrivere lo stato delle nazioni; che a tale impresa è assolutamente necessario il concorso del governo; che per facilitare il travaglio fa d’uopo ripartirlo sopra le persone più esperti in ciascuna materia, e dipendenti dal governo; che a cagione d’esempio tutte le notizie relative alla topografia terracquea e idraulica devono essere somministrate dagli ingegneri ed ispettori della direzione de’ ponti e strade.... pag. xiii, xiv.

Quasiché fosse stato detto il contrario, il Tamassia viene a dirci:

«La situazione delle strade, degli argini, de’ fiumi.... può e deve essere meglio conosciuta dalla direzione generale delle acque e strade, per esempio, che da qualsivoglia compilatore di statistiche. Ciò che dico della direzione suddetta si dica delle altre e dei diversi ministeri. Gli uomini di lettere, che cercano di sostituire i proprj dati ai materiali di cui ogni amministrazione è fornita, e senza i quali non meriterebbe il nome d’amministrazione, se offrono dati giusti fanno una fatica superflua; se offrono dati falsi, com’è più probabile, avendo minori mezzi d’investigazione, e non trovandosi collocati nel punto centrale d’osservazione, ingannano il pubblico ed il governo che ad essi credono».

Dopo questo preambolo l’autore fa alcune domande da scolaro, che a lui sembrano molto importanti, e colle quali egli si lusinga d’imbarazzare gli uomini di lettere.

Dimanda del Tamassia. « Io invece dimanderò. È egli in grado un uomo di lettere, in tale qualità, di farsi giudice delle notizie che occorrer possono alle varie magistrature d’uno stato?»

Risposta, Sì e no come v’aggrada, Se l’uomo di lettere non ha che le cognizioni del povero diavolo, sicuramente egli non potrà vedere che la superficie delle cose, e sarà ben lontano dal sospettare azione e reazione tra oggetti distanti e disparati, anche nel caso ch’egli si trovasse collocato nel punto centrale d’osservazione. Se poi l’uomo di lettere avrà le cognizioni, per esempio, di colui che organizzò la Carolina, sicuramente che potrà essere giudice delle necessarie notizie ad ogni magistratura; e per dirvela chiaramente io non vi veggo molta difficoltà, giacchè tutti i libri d’economia e d’amministrazione avendo tracciato i doveri delle diverse magistrature, ella non è cosa molto difficile il vedere quali notizie per l’esecuzione di questi doveri abbisognino.

Dimanda. « E quali norme possono convenire a tutti i luoghi ed a tutti i tempi, a meno che non abbraccino tutti i modi possibili della esistenza fisica e morale dei popoli?»

Risposta. Con questa dimanda voi farete ridere il geometro che traccia le norme per descrivere tutti i terreni, l’idraulico che presenta i principj per dirigere tutti i fiumi, il logico che svolge le regole per qualunque descrizione e raziocinio.... Questa dimanda suppone che voi ignoriate che vi sono principj per censire tutti i poderi, per calcolare i prodotti e le spese in tutte le arti, per apprezzare tutte le speculazioni del commercio. Sembra che voi abbiate dimenticato che in tutti gli ospedali vi sono locali fissi o ambulanti, popolazione ammalata, inservienti per la guarigione, fondi qualunque per sovvenire alle spese. Voi dovreste pur sapere che in qualunque sistema militare conviene osservare in qual modo la popolazione militante è formata, nudrita, alloggiata, vestita, istrutta, soccorsa, servita, diretta, amministrata, punita, ricompensata....

Domanda. « In quest’ultima ipotesi, la esperienza delle cose amministrative offre qualche fondata lusinga di un esito favorevole?»

Risposta. L’autore non farebbe questa dimanda s’egli avesse letto le opere di Joung, Marsall, Sinclair, i rapporti del dicastero d’agricoltura di Londra, le memorie delle diverse accademie d’Europa, senza escludere quelle del Portogallo.

Domanda. «Ed offrendole ancora, durante la investigazione di un’ immensa serie di fatti, il tempo non avrà continuato ad esercitare il suo potere sugli uomini e tutte cose e non ne avrà cambiato i rapporti?»

Risposta. La storia del censimento vi dirà che questa operazione durò 30 anni, e corrispose allo scopo per cui fu fatta.

Continua il tempo ad esercitare il suo potere sugli uomini e sulle cose, e i cangiamenti posti a suo luogo fanno che il censimento continui ad essere utile.

Pare che il Tamassia ignori che tutte le quantità variabili sono riducibili a quantità fisse per mezzo della teoria de’ valori medii.

L’autore della Logica statistica poi ha dimostrato che i cangiamenti, aprendo il campo a moltiplici paragoni, ci sono utilissimi e necessarj per iscoprirne la specie, l’intensità, la durata.

Se non che l’operazione sarà più o meno celere in ragione del numero e dell’abilità degli agenti cui sarà affidata. Se con dieci malesperti ingegneri misurate il terreno A in dieci anni, lo misurerete in sei mesi con cento più esperti.

[23] Di questo comodissimo principio dettato non dal bisogno di velare un errore, ma dalla buona fede che ricerca la verità, fece uso anche il Tamassia.

Nella prima edizione diffatti della citata memoria egli aveva detto che la quantità de’ prodotti e delle manifatture segue necessariamente la ragione inversa delle importazioni, diretta delle esportazioni..

Fu dimostrata ad evidenza la falsità di questo principio, osservando che dalle importazioni ed esportazioni non si poteva dedurre la quantità de’ prodotti e delle manifatture, se non si chiamava a calcolo il consumo; così se siano in tre paesi ABC

La quantità de’ prodotti o delle manifatture    10   15   20

Il consumo                                                                      4     9     4

L’importazione o l’esportazione ...                         6     6     6

Dall’essere sei eguale a sei non segue che io sia eguale a 15, e 15 eguale a 20. L’evidenza è palpabile.

Il Tamassia per trarsi da questo imbarazzo dice nella seconda edizione che per quantità di prodotti e di manifatture non ha inteso (come si è inteso comunemente in tutti i libri scritti finora) la quantità assoluta, ma la quantità relativa cioè il rapporto col consumo. Ecco le sue parole.

« La entità dei prodotti e delle manifatture di cui può esser utile la cognizione secondo i principj stabiliti nella memoria è l’entità relativa, ossia quella che rappresenta non già la quantità assoluta di questi prodotti e di queste manifatture, ma il loro rapporto colle dimande. »

Per sostenere quindi un errore l’autore ne avanza un altro. Diffatti, essendo sei eguale a sei nell’antecedente esempio, e restandomi ignoti i prodotti ed i consumi nell’ipotesi del Tamassia, non so se i suddetti tre paesi siano egualmente ricchi o egualmente poveri, non so in quale proporzione stiano i consumi, mi manca in una parola una delle più utili e più necessarie cognizioni pe’ calcoli della finanza.

Pressato da queste difficoltà, il Tamassia doveva necessariamente cadere nel massimo errore di calcolare i consumi sulla popolazione, il che vuol dire supporre che 94.173 libbre di carne per testa consumate in Parigi siano eguali a 14.173 per testa consumate ne’ dipartimenti francesi, e che le comuni francesi, la cui popolazione monta ad un decimo della popolazione di Parigi, consumino un decimo della bijouteria, chincaglieria, porcellana, mobili d’ebano,... che si consuma a Parigi, proposizione pazza che non abbisogna di confutazione. Ecco le parole del Tamassia nella seconda edizione pag. xv:

« Che se poi è vero come sembra indubitabile, che il consumo delle nazioni sia misurato dalle ricerche effettive e queste dalla popolazione.... »

Se il Tamassia invece di leggere Ortes si fosse presa la pena di leggere i Conti della Finanza Italiana, si sarebbe risparmiato un errore madornale e veramente non scusabile in una persona che detta lezioni d’economia ed è segretario generale del Ministero dell’Interno.

[24] Il Bianconi dice in caso simile: « il lettore intelligente » non si lascia mai ingannare da questi elogi di convenzione che sono per così dire come i complimenti nella società.

[25] Come a Varese. - Nota del Traduttore.

[26] (Sembra che il Tamassia abbia preso ad imprestito la logica del povero diavolo. Diffatti, largo egli nelle asserzioni e alquanto scarso per non dir nullo nelle prove, abituato a trascrivere le idee di qualche autore senza sottometterle ad esame, bramoso di ridurre a poco le cognizioni dell’amministratore per motivi tutt’altro che personali, ci disse che dello stato retrogrado delle nazioni sono sintomi evidenti e non soggetti ad errore la diminuzione del contributo e della popolazione.

Affine d’indurre il Tamassia ad essere meno dogmatico nelle sue troppo spesso gratuite asserzioni, il suo Confutatore gli addusse varj dubbj da’ quali risultava che la pretesa evidenza ed infallibilità de’ detti sintomi non esisteva, e quindi rimase dimostrata la necessità di ricorrere ad altri più facilmente verificabili, senza altrui molestia, in tutte le epoche dell’anno, sì nelle grandi che nelle piccole comuni.

Il Tamassia invece di stare sul suo assunto, convalidarlo con prove, dissipare i dubbj oppostigli, salta fuori coll’argomento, io non sono zoppo, perchè tu sei guercio. Ecco le sue parole.

“È singolare come il Confutatore grande encomiatore delle statistiche abbia svelato e confessato al pubblico l’imbarazzo di verificare lo stato della popolazione e le discordanze in cui sono caduti i migliori scrittori nel fissarne le masse ( Indole, estensione, vantaggi della Statistica, pag. 50), giacchè in tale ipotesi questo imbarazzo e queste discordanze diverranno incalcolabili nel determinare in una nazione il tempo impiegato alla toeletta al di là d’un quarto d’ora, al sonno al di là di 6 ore; la quantità delle madri in litigio colle nuore; delle mogli che preferiscono i cavalieri serventi ai mariti; degli insensibili alle altrui sventure; dei facili ad allarmarsi; e di parecchie altre abitudini economiche e morali che pur vengon ricercate nelle Tavole Statistiche. Questa contraddizione scomparisce però nel riflettere che il Confutatore nel primo caso aveva interesse di provare all’autore Del fine delle Statistiche che la popolazione è un sintomo incerto della ricchezza pubblica, e nel secondo caso aveva per avventura bisogno di provare al pubblico l’importanza e l’estensione dell’arte. »

Risposta. Confessare candidamente l’imbarazzo che si trova nel verificare questo o quello elemento è mostrare la franchezza e la buona fede di chi non avendo alcun partito, rappresenta le cose quali sono in realtà non quali le vuole un’opinione od un’altra. Il Confutatore parlando di questo imbarazzo, parlava per esperienza e questa esperienza l’aveva acquistata nel tracciare il quadro della popolazione di Milano; parlava per teoria, e questa teoria risulta principalmente dall’opera di Malthus che è tra le mani di tutti.

Il Confutatore non è grande encomiatore delle statistiche; egli ne conosce molte che non valgono la pena d’essere lette, e tra queste i Quadri economici dei cantoni d’Asso e Belluno, Taceno e Lecco, dipartimento del Lario. Egli è pieno di rispetto per i grand’uomini che ci diedero i principj e ci mostrarono la pratica della scienza; e si ride di qualche pedantello che li taccia d’ignoranza senza averli nè letti nè intesi, ed al quale si può applicare il detto di Saint-Pavin:

S’il neût mal parlé de personne

On neût jamais parlé de lui.

Il rispetto del Confutatore per questi grand’uomini non lo induce però ad ammirarne anche i difetti, allorché ne hanno (*); egli è abituato a guardar l’idolo in faccia pria d’adorarlo.

Veniamo ora direttamente all’obbiezione. Il Tamassia dimostra di non essere nè troppo buon logico, nè troppo esperto nelle fonti a cui si debbono attingere le notizie statistiche allorché dice: v’ha imbarazzo nel determinare la popolazione, dunque v’ha imbarazzo maggiore nel determinare le abitudini morali ed economiche.

Diffatti la popolazione, come è stato detto nel testo, non può constare con qualche esattezza che col censimento; e in qualunque modo si voglia questo eseguire, s’incontrano inconvenienti in ragione del numero de’ cittadini, del timore di coscrizione, de’ movimenti d’entrata e d’uscita.... La difficoltà poi si fa maggiore nell’ipotesi del Tamassia, il quale sottrae alla cognizione dell’amministratore le masse de’ nati, morti e matrimonj ognuno sa che per mezzo di queste si possono talvolta distruggere alcuni errori d’osservazione o ridurli entro angusti confini.

Al contrario l’osservazione privata, la pubblica opinione, le persone speciali, i pubblici registri, le necessarie deduzioni (**) sono fonti sicure da cui si può trarre quanto è necessario per determinare i quadri delle abitudini morali ed economiche, in poco tempo, senza altrui molestia, con quella esattezza che richieggono gli oggetti morali. Prendiamo per esempio le abitudini accennate dal Tamassia.

Osservo dapprima che non ha sdegnato Tacito d’additarci le foggie con cui i Svevi accomodavano i loro capelli ed i motivi per cui n’erano tenaci osservatori: «Insigne gentis, obliquare crinem nodoque substringere. Sic Svevi a ceteris Germanis, sic Svevorum ingenui a servis separantur. Si in aliis gentibus seu cognatione aliqua Svevorum; seu (quod saepe accidit) imitatione, rarum et intra juventae spatium. Apud Svevos usque ad canitiem horrentem capillum retro sequuntur, ac saepe in ipso solo vertice religant. Principes et ornatiorem habent. Ea cura formae, sed innoxiae, neque enim ut ament amenturve. In altitudinem quamdam et terrorem adituri bella comti, ut hostium oculis, ornantur.» (De morib. Germanor. 38).

Suppongo ora che ne’ centri d’osservazione, nelle chiese, ne’ teatri, ne’ pubblici passeggi.... abbiate veduto che a cagione d’esempio sopra 10 donne 9 hanno i capelli ricciuti sulla fronte. Il senso comune vi dice che a tale oggetto è necessario annodare i capelli alla sera ed accomodarli alla mattina, il che per termine medio porterà il consumo di mezz’ora almeno. Altri osservatori collocati in altri punti o scorrendo per la città v’accertano lo stesso fatto; la pubblica opinione lo conferma; l’indole umana un po’ pecorina nelle mode ne è una nuova prova. Voi conchiudete che nove decimi delle donne consumano per termine medio mezz’ora al giorno in questa operazione; con eguale metodo determinerete il consumo del tempo nelle altre. Questi risultati basteranno a cagione d’esempio al fabbricatore, il quale misurando il lavoro sulle ore di travaglio, vorrebbe allungare la giornata invece di scemarla, e trova il suo conto a far lavorare in quelle comuni, in cui le persone appena alzate sono al telajo, piuttostochè in quelle in cui consultano replicatamente lo specchio o perdono il tempo in altre piccolezze. Per sapere che ciascun soldato del duca di Parma impiegava 35 minuti nella sua capigliatura da donna, non era necessario che conosceste il numero de’ soldati; nè questo è necessario per accorgersi che colla pettinatura alla Brutus i soldati francesi ed italiani non impiegano un minuto, dal che risultando economia nella spesa, prontezza ne’ doveri, è stato abbracciato fin dai tedeschi.

Bastano gli occhi per vedere a qual ora compariscono i paesani sul campo e ne partono, a quale s’aprono e chiudono le botteghe nelle diverse stagioni; e siccome la massa de’ lavoranti costituisce nelle campagne la totalità della popolazione, nelle città ne costituisce i quattro quinti circa, quindi vi sarà facile dedurre il tempo medio occupato nel sonno, e decidere se la poltroneria predomini o la vigilanza. Le vostre osservazioni e la voce pubblica v’indicheranno le particolari abitudini dell’altro quinto della popolazione, e vedrete (sul che fece tanto chiasso Franklin) la quantità di luce artificiale consumata invece della luce naturale pel cangiamento del giorno in notte e viceversa, oggetto importantissimo per la polizia pubblica ed economia privata. V. La science du Bonhomme Richard.

La descrizione dei costumi della Germania fatta da Tacito giustifica molte indagini che sembrano inutili alle persone inesperte; ne sia prova tra cento passi il seguente: «Ipse eorum opinionibus accedo, qui Germaniæ populos nullis aliis aliaram nationum connubiis infectos propriam et sinceram et tantum sui similem gentem exstitisse arbitrante. Unde habitus quoque corporum quamquam in tanto hominum numero, idem omnibus: truces et cærulei oculi, rutilæ comæ, magna corpora, et tantum ad impetum valida. Laboris atque operum non eadem patientia, minimeque sitim aestumque tollerare, frigore atque inedia cœlo solove assueverunt. »

Voltaire parlando dei cittadini di Berlino sotto Federico dice: «La plupart même portoient des chemises; car sous le règne précédent on ne connaissait guère que des devants de chemise qu’on attachait avec des cordons; et le roi régnant n’avait pas été élevé autrement.» Sto a vedere che il Tamassia si dia a credere che per attestare questo fatto lo storico abbia avuto bisogno d’andar a spogliare uomini e donne, per vedere se avevano camicia, invece d’affidarsi al rapporto della pubblica opinione, confermato della testimonianza delle cucitrici, e dall’esempio stesso del re.

Sonini nel suo viaggio in Grecia e Turchia parlando di Nio senza darci il numero degli abitanti ci attesta l’universalità d’un uso ridicolo: “Je m’y trouvai le jour que les Grecs célèbrent au printemps, la fête de Saint Grégoire, fête qu’ils consacrent, pour ainsi dire, aux blattes, insectes dégoutans et incommodes, qui sont très-communs dans ces contrées pendant l’été. La veille, chaque ménage doit avoir fait sa provision d’eau et d’herbages; si l’on en apportoit, ce jour-là, l’on croiroit que la maison seroit remplie de blattes. Cette précaution ne suffit pas néamoins pour conjurer ces insectes; chaque chef de famille doit en chercher deux ou trois, qu’il renferme dans un roseau creusé, et les jete dans la mer en proférant mille malédictions. Quoique une longue expérience ait démontré le peu d’efficacité de cette cérémonie et de ces précautions, il n’y a pas un seul grec de Nio, et de plusieurs autres îles de l’Archipel, qui chaque année, à pareil jour, ne les observe scrupuleusement, quoiqu’il n’y ait point d’année que leurs maisons ne soient infectées de blattes dans la belle saison: tant la superstition est aveugle, lorsque le temps et l’ignorance lui ont permis de jeter des racines profondes!”

Potremo con eguali teorie e accreditati scrittori dimostrare ad uno ad uno gli elementi relativi alle abitudini morali, accennati nelle Tavole Statistiche, elementi che per dirlo di passaggio dovrebbero essere citati come si trovano al loro posto. Per non allungare questa già troppo lunga nota, pregheremo il lettore a consultare la sullodata opera di Tacito principalmente dal capo 18 al 27. Aggiungeremo che chiunque fece parola de’ costumi italiani non omise di nominar i cavalieri serventi, l’abitudine del coltello, la corruzione de’ monaci, la superstizione del popolo. Ma per raccorre sopra questi e simili oggetti le convenienti notizie prontamente, conviene saper scegliere i centri d’osservazione. La bisaccia, a cagione d’esempio, del frate questuante (se ne intendete il linguaggio) vi dirà allorché è piena: i popoli sono stolti; allorché è vuota: i popoli divengon saggi.... V. la Logica Statistica , pag. 54-61.

(*) Essendo stato dimostrato al Tamassia che accollando all’amministratore certi doveri contraddiceva all’opinione di Smit ch’egli aveva posta per base alla sua lezione, il Tamassia ha risposto che anche Smit si contraddice, e ne ha addotto i testi. Il lettore deciderà se possano aver qui luogo i detti di Voltaire; il croit se sauver en augmentant le nombre des coupables. Les sots admirent tout dans un auteur estimé, même les contradictions.

(**) O V. Indole, estensione, vantaggi della Statistica.

[27] Lo stesso scrittore dice nell’Histoire du bon Bramin: “Je suis nè, je vis dans le temps, et je ne sais pas ce que c’est que le temps: je me trouve dans un point entre deux cteraités, comme disent nos sages, et je n’ai nulle idée de l’éternité; je suis composé de matière; je pense; je n’ai jamais pu m’instruire de ce qui produit la pensée: j’ignore si mon entendement est en moi une simple faculté, comme celle de marcher, de digérer et si je pense avec ma tête comme je prends avec mes mains. Non seulement le principe de ma pensée m’est inconnu, mais le principe de mes mouvemens m’est egalement caché. ”

Alembert nell’elogio di Bernoulli dice: « Dans le mouvement d’un corps, nous ne voyons clairement que deux choses, l’espace parcouru et le tems employé à le parcourir. Le mot de force ne nous réprésente qu’un être vague, dont nous n’avons point d’idée nette, dont l’existence même n’est pas trop bien constatée, et qu’on ne peut connoître tout au plus que par ses effets. Tous les géomètres conviennent entr’eux sur la mesure de ces effets, et cela doit leur suffire. Nous en saurons davantage, quand il plaira à l’Être Supreme de nous dévoiler plus clairement l’essence des corps, et surtout la manière d’analiser par le calcul leurs propriétés méthaphysiques, peut-être aussi incomparables entr’elles que nos propres sensations.”

Si potrebbero addurre mille altri passi simili, e trarli dai libri più comuni e che sono nelle mani di tutti, dal che risulterebbe quanto sia estesa l’erudizione del Tamassia che ha fatta l’obbiezione riportata nel testo. Ci basterà di citare la definizione dell’essenza quale si trova in tutti gli elementi di metafisica; essentia est id quod efficit ut ens sit id quod est; il che vuol dire una cosa assolutamente incognita.

Due o tre altre obbiezioni così solide come le antecedenti sono state fatte dal Tamassia. Se il lettore vorrà consultare i testi interi non i testi troncati, troverà da se stesso la risposta. Se ci mancherà occasione di ridere, ritorneremo su questo argomento.

[28] In quei felicissimi tempi le carrozze non erano rare in Costantinopoli come al presente. - nota del traduttore.

[29] Qualcuno che non conosce le leggi del Regno Italiano, ha osato di mettere in dubbio la nostra cittadinanza: noi la proveremo, se farà duopo, avanti all’autorità competente.

[30] Tacito Annal IV. 70.

[31] Œvres complettes, tom. IV, p. 214-215.

[32] Opere postume, tom. XII.

[33] Il Governo si è riservato saggiamente il diritto di togliere questa proprietà, ognivolta che gli scrittori offendono le leggi, la religione, il costume o l’altrui onore: ignoro sotto quale di questi articoli sia stato posto l’accennato opuscolo sospeso.

[34] Come tra mille documenti lo prova il bellissimo proclama di S. A. I. il principe Eugenio agli amministratori degli Stati exVeneti, nel quale li rendeva risponsabili avanti ai loro amministrati, se gli nascondevano il vero.

[35] Acciò l’onestissimo desiderio di calunniar l’intenzione resti deluso, diremo che l’addurre gli inconvenienti d’un atto non è negarne i vantaggi maggiori. Togliere la libertà, troncar la vita d’un cittadino sono grandi inconvenienti che la giustizia deve commettere per la sicurezza comune.

[36] Farnabase: Farnabazo: satrapo persiano. (ndr)

[37] Mélanges de littérature, d’histoire et de philosophie, tom. ii. Qualcuno ha detto : non è più tempo di prendersela coi libri, ma cogli autori.

Questa massima è ottima, quando gli autori violano le leggi poste alla libertà della stampa; questa massima è tirannica, quando gli autori le rispettano. — Si tesse elogio alla generosità di Cesare senza imitarla; diffatti Marci Ciceronis libro, quo Catonem cœlo aequavit, quid aliud diktator Caesar, quam rescripta oratione, velut apud judices respondit? (Tacito, Aen. iv, 34). Quindi diede prova di profonda sapienza S. A. I. il principe Eugenio, quando volle che le Opere postume d’Alfieri circolassero liberamente, benché sparse di motti scherzevoli contro la Francia. L’A. S. diretta dai sentimenti di Cesare e d’Augusto, vide che questi motti spreta exolescunt, si orascare adgnita videntur (Tacit. ibid). Gli effetti che seguono dalla contraria condotta, sono accennati dallo stesso Tacito: Quo magis socordiam eorun inridere libet, qui praesenti potentia credunt exstingui posse etiam sequentis aevi memoriam. Nam contra, punitis ingeniis gliscit auctoritas, neque aliud externi reges aut qui eadem saevitia usi sunt nisi dedecus sibi, atque illis gloriam peperere (Idem 35).

[38] “Despreaux se plaisoit à racconter l’ancodote salvante sur son métier de poëte satirique. Un bon prêtre à qui il se confessoit, lui demandoit quelle étoit sa profession. Je suis poëte. — Villain mètier, répondit le prêtre: et poëte dans quel genre? — Poëte satirique. — Encore pis. — Et contre qui faites vous des satires? — Contre les faiseurs d’operas et de romans. —Oh! pour cela, dit le prêtre, à la bonne heure, et l’absolution s’ensuivit”. D’Alembert.

[39] Essai sur le régime de Claude et de Neron.

[40] Famam atque rumores, dice Quintiliano, pars altera consensum civitatis et velut publicum testimonium vocat: altera sermonem sine ullo certo auctore dispersum, cum malignitas initium dederit, incrementum credulitas, quod nulli non innocentissimo possit accidere, fraude inimicorum falsa vulgantium. Quint. Instit Orat. lib. V, c. 3.

[41] Lib. III delle leggi criminali parte 1, cap. v.

[42] I lettori che non vorranno perdere molto tempo nella lettura di centinaja di volumi, possono ristringersi all’opera che ha per titolo: Tableau historique, politique et moderne de l’Empire Ottoman, par Williams Eton, opera a cui converrà prestare tanta maggior credenza, quanto che è parto del Governo Inglese, alleato della sublime Porta.

[43] Siccome alcuni per inesatta cognizione della storia ci fanno de’ rimproveri e degli elogi egualmente ingiusti, perciò siamo costretti a ricordare al lettore i seguenti fatti.

1.° La carica d’istoriografo della Repubblica Cisalpina ci fu conferita dal Comitato Governativo, ci fu tolta dal vice-presidente della Repubblica Italiana, allorché pubblicammo La teoria del diivorzio. Quest’opera, opportuna o inopportuna all’epoca in cui comparve, debb’essere un titolo di merito dopo l’introduzione del Codice Napoleone.

2.0 La carica di capo dell’ufficio statistico ci fu concessa dalla generosità di S. A. I. il principe Eugenio, ci fu tolta da S. E. il Ministro dell’Interno Arborio Breme per una rimostranza che le fecimo in iscritto contro la spia austriaca e ladro Freddy, nella quale S. E. credette leso il rispetto ben dovuto alla sua carica. Questo Freddy è uno dei tre sciagurati di cui fa cenno il xiii bollettino officiale al paragrafo 9. La di lui condotta in Padova alla venuta de’ Tedeschi essendo nota a tutti, ci dispensa dal farne ulteriormente parola.

3.° Alla sola generosità di S. A. I. dobbiamo la gratificazione con cui ella si degnò d’onorare la nostra opera intitolata: Tavole Statistiche… Per mostrare la nostra riconoscenza alla prelodata A. S., noi componemmo la Logica Statistica abbassata alla capacità de’ giovani.... Ci fa quindi sorpresa che altri ci taccino d’ingratitudine su questo articolo.

4° Sessantacinque lettere e decreti delle diverse autorità cisalpine e italiane provano che i nostri travagli letterarj (benché privi d’ogni merito scientifico) ottennero l’approvazione governativa. Ignoriamo se altri scrittori possano mostrare altrettanti, onorifici documenti. Questi travagli però, benché numerosi, sono nulla a fronte de’ manoscritti inediti ostensibili a chiunque, il che notiamo per dimostrare: 1.° che abbiamo lavorato al di là delle nostre forze, 2° che per servire il pubblico ci siamo condannati ad una spesa in libri superiore alle nostre finanze.

5.° Sei decreti distruttori del nostro interesse provano ad evidenza che all’interesse abbiamo preferito la verità, o ciò che credevamo verità, e l’abbiamo detta francamente, benché contraria all’amor proprio di chi poteva nuocerci.

[44] V. l’operetta intitolata; Del gusto in ogni maniera d’amene lettere ed arti.

[45] Tom. iv.

[46] Vestra admurmuratio facit, quirites, ut agnoscere videamini qui haec fecerint, ego autem neminem nomino. Quare irasci mihi nemo poterit, nisi qui ante de se voluerit confiteri.

[47] Tra i mille fatti che si potrebbero qui addurre, non ricorderemo al lettore che la condanna del Telemaco di Fenelon. Dei cortigiani che avevano delle buone ragioni per impedire che l’elogio delle pubbliche e private virtù risuonasse in mezzo al popolo, indussero Luigi XIV a condannarne l’autore, attribuendogli gratuitamente l’intenzione d’aver voluto satireggiare il governo. — La posterità ha vendicato Fenelon leggendo il suo romanzo, ed ha compianto la sorte de’ re soggetti ad essere ingannati, anche quando nel loro animo sannidano le più saggie e le più umane intenzioni.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011