GIUSEPPE GARIBALDI

Cantoni il volontario

Edizione di riferimento:

Cantoni il volontario, romanzo storico di Giuseppe Garibaldi, Enrico Politti Editore, Milano, 1870, Tip. Guglielmini.

 

NB. Sono stati corretti gli evidenti errori ortografici ed è stata ammodernata l’impaginazione dei dialoghi per rendere il testo più facilmente fruibile.

Nota

Pubblichiamo il romanzo non per i suoi valori artistici, ma per la forte carica testimoniale dell’epoca risorgimentale che esso emana in ogni pagina. Pur mancando di una certa unitarietà, il romanzo dà l’impressione di un’ottima sceneggiatura che un buon regista avrebbe sicuramente messo in atto valorizzando il sentimento generale che anima i protagonisti, cioè l’amore della patria e la libertà dallo straniero e dal potere pontificio contro il quale Garibaldi si scatena in ripetute invettive che, selezionate meglio, avrebbero potuto essere più incisive e più esplicative del generale sentimento antipapale del’epoca.

Gli ingredienti ci sono tutti: dall’amore puro e appassionato (Ida e Cantoni), la lotta tra il buono (il volontario) e il cattivo (l’infame chercuto papalino), la stoccata contro i regnanti (dal re di Piemonte all’imperatore austriaco a Napoleone III) alla vittoria del male per tradimento, e infine alla morte sacrificale di Ida e Cantoni sull’altare di quella Patria che sta lentamente nascendo.

Manca l'amalgama degli ingredienti, ma dentro c'è tutta la passione di Garibaldi che col suo grande carisma è stato capace di stringere intorno a sè giovani che quella passione hanno bevuto.

G.Bonghi

PREFAZIONE

AI MIEI ROMANZI STORICI

Non potendo operare altrimenti, ho creduto ricorrere all’opera della penna :

1.° Per ricordare all’Italia molti de’ suoi valorosi, che lasciarono la vita sui campi di battaglia per essa. — Alcuni son conosciuti, e forse i più cospicui, ma molti dormono ignorati, che non furono da meno dei primi. A ciò mi accinsi, come a dovere sacro.

2.° Per trattenermi colla gioventù italiana sui fatti da lei eseguiti, e sul debito sacro santo di compire il resto, accennando colla coscienza del vero, le turpitudini, ed i tradimenti dei reggitori e dei preti.

3.° Infine, per ritrarre un onesto lucro dal mio lavoro.

Ecco i motivi che mi spinsero a farla da letterato in un tempo in cui credetti meglio far niente che far male. — Nei miei scritti io quasi esclusivamente narro de’ morti; de’ vivi meno che mi sia possibile, attenendomi al vecchio adagio, a che gli uomini si giudicano bene dopo morti.

Stanco della realtà della vita, ho creduto di adottare il genere Romanzo storico, stimando far bene.

In ciò che appartiene alla storia, credo d’esserne stato l’interprete fedele, almeno quanto sia possibile d’esserlo; poichè, massime negli avvenimenti di guerra, si sa quanto sia difficile il poterli raccontare con esattezza.

Circa alla parte romantica, se non ci fosse la storica, in cui mi reputo competente, e se non mi sentissi provocato dall’insofferenza dei vizi e nefandezze del pretismo e suoi protettori, io non avrei tediato la gente in un secolo in cui scrivono romanzi i Guerrazzi ed i Vittor Hugo. — Infine, propenso alla tolleranza, io scrivo più in odio al male, che affligge l’odierna Società, che agli uomini che la rappresentano colle denominazioni di ministri di Dio e della Corona.

Caprera, 15 dicembre 1869.

G. Garibaldi.

CAPITOLO I.

CANTONI IL VOLONTARIO.

Ce n’est pas vrai qu’aux rois nous ayons fait l’aumone:

Nous servions l’Italie, nous ne servions personne.

(Autore conosciuto.)

Bello come l’Apollo di Fidia [1], come Milone di Crotona robusto [2], Cantoni, il coraggioso volontario di Forlì, destava l’ammirazione universale degli uomini quando alla testa de’ suoi militi assaltava il nemico d’Italia, e quella delle donne, — e le donne sì che sanno apprezzare il bello e valoroso uomo. Sulle donne dunque egli esercitava quel delizioso fascino contro cui non varrebbero le gelose mura degli harem [3], custodite dalle guardie di Neri e dagli Eunuchi del severo despotismo orientale, quel fascino che lega al destino del suo idolo la più debole, la più forte, la più virtuosa, la più depravata, ma comunque la più perfetta delle creature con cui Dio abbellì la famiglia degli esseri animati su questa terra.

Vi sono degli uomini, ai quali per quanto cara ti sia l’esistenza, l’affideresti come alla madre che ti portò in grembo. — A cotesti il cane fido di casa tua non abbaja; i tuoi bimbi, che lo videro per la prima volta, si rovesciano tra le sue ginocchia implorandone una carezza. Fidente nella virtuosa sua amicizia, tu non sei geloso della tua donna. Guai al protervo che attentasse di denigrare la tua riputazione in sua presenza! — E se giammai l’avversità amareggiasse l’anima tua, l’amico dividerà teco il suo pane e ti mostrerà gratitudine per averlo preferito nella sventura.

Tale era Cantoni, figlio prediletto delle Romagne, il volontario Cantoni, volontario e non soldato; egli serviva l’Italia, e solo l’Italia o la causa de’ popoli oppressi; egli serviva l’Italia Nazione non i suoi reggitori, più o meno tiranni, più o meno prostituiti allo straniero.

Finita la guerra, Cantoni tornava alle delizie del suo campo non vasto, ma bastante alla sua esistenza, perchè lo coltivava con energica solerzia, perchè a Cantoni bastavano i frutti del suo sudore per soddisfare i propri bisogni. — « Conformandosi alla propria condizione non si è mai poveri » questa era sentenza che egli aveva imparato dall’onesto suo padre e che giammai non dimenticava.

Invano, innamorati della bella e marziale figura dell’Achille Italiano, i soldati di mestiere lo avevano accarezzato per attrarlo nella loro confraternita, indorata, grassa, pieghevole col potente e coll’oppresso proterva. Egli aveva rintuzzato la bramosia dei moderni bravi, che per soddisfare i molti loro bisogni furono obbligati di piegare la cervice ed il ginocchio davanti al nuovo e più potente feudalismo, di cui l’ Europa altro non è che un appannaggio.

Il soldato di mestiere ha sacrificato sull’altare del ventre ogni sentimento onesto. Egli non deve, non può aver volontà, che il padrone pensa e vuole per lui. Il soldato ubbidisce: il cittadino si deve legare, fucilare, sia pure l’amico, il fratello, il padre... Il soldato di mestiere conosce un sentimento solo, una sola legge: ubbidire! — Lo straniero calpesta la terra italiana, beve il vino italiano, stupra le fanciulle italiane, — una mano di prodi insofferenti di vergogna affronta le soldatesche d’un esoso tiranno, e pugna e muore perchè poca e male armata... il soldato italiano dall’alto dei colli (ove il padrone col più astuto gesuitismo lo ha collocato col pretesto di custodire l’onore italiano, ma in realtà per far da sgherri) ai propri concittadini, ed abbandonarli soli alle mani con soldati stranieri), il soldato italiano, dico, contempla l’inegual pugna, dice d’essere commosso, ma non può dividere le glorie ed i pericoli dei fratelli, perchè al padrone vendette la propria libertà. — Esso ubbidisce! — E quando gl’Italiani giacciono affamati, egli ubbidisce al padrone che vietò loro l’ingresso del pane... Ubbidisce al padrone intercettando armi e munizioni ai militanti italiani, e quando questi, sudanti, spossati, sconfitti, sono cacciati dallo straniero, il soldato italiano ubbidisce incarcerandoli...

È pure umiliante di dover ubbidire sempre, anche quando vi ripugna alla coscienza! Sotto un governo eletto, la disciplina è non solo necessaria, ma onorevole. Non così sotto un governo imposto, ove la sorte della nascita vi dà irrevocabilmente un padrone.

Anche il volontario ubbidisce; ma quando è spinto dalla causa santa del suo paese, o dell’amar nità, allora l’ubbidienza è sacra!

La patria è in pericolo, umiliata, vilipesa, i volontari accorrono da ogni parte della penisola, nè un solo capace di portar le armi deve mancare. — Il nemico è battuto, il pericolo scomparso, il volontario torna al suo focolare a lavorare al suo campo o ad attendere ad altre occupazioni che devono fruttargli la sussistenza. — Egli nelle veglie della sera racconta a’ suoi cari le privazioni, i pericoli, le pugne indurate a pro’ dell’Italia, e colla fronte alta dice: Io nessuno ho servito, ma il mio paese!

Com’è bella la vita dell’uomo indipendente! E per esserlo, basta conformarsi alla propria condizione. Ma i vizj, l’amore dell’oro e delle gozzoviglie conducono l’allettato sibarita all’umiliazione, alla dipendenza ed al vituperio.

L’Americana Nazione ha dato negli ultimi tempi un superbo esempio per il milite cittadino. Un formidabile esercito, d’oltre un milione di soldati, dopo d’aver liberata la patria, torna ai suoi focolari, ed i generali di quel brillante esercito ripigliano, senza nulla esigere, le loro antiche professioni coll’ onesto guiderdone e soddisfazione dell’anima d’aver fatto il proprio dovere.

CAPITOLO II.

ALLE FILIGARI.

Passiamo presto e sulla punta dei piedi

quel monticino di fimo e di sangue,

che si chiama Papato.

(Guerrazzi)

Era una sera d’autunno; sulle cime e sul pendio orientale dell’Apennino fioccava la neve. Nel cielo non si scuopriva una nube, perchè opaco p[l]umbeo e grigio dal riverbero delle argentate colline. — Il soffio temuto della Bora [4] udivasi come un lamento della sventura tra le secolari piante della foresta. E quel lamento era sovente frammischiato al rumore di passi di un cavallo che da Bologna per la strada di Firenze si dirigeva alle Filigari [5].

O notte tetra, fredda, terribile, come eri bella! come allattante per il giovinetto che batteva la via per raggiungere un pugno di Volontari, che nell’osteria delle Filigari ebbero dal Governo Pontificio il divieto di penetrare sul territorio Romano!

Quel giovine era Cantoni — Cantoni a quindici anni era un uomo fatto e qual uomo fosse già lo abbiamo dipinto. — Via! Via! corsiero, il cavaliere non iscorge i tuoi fianchi insanguinati, non la bocca spumante. — Via! benchè fedele, coraggioso ed amato, egli a te non pensa. — Per la prima volta, incaricato d’importante missione, egli a te non pensa, ma compierla e sollecitamente. Soffi pure la bora e fiocchi la neve, più che dal mantello, coperto da’ suoi quindici anni il cavaliere divora la via, e giunge finalmente alla porta dell’osteria delle Filigari.

- Alto! - grida una sentinella, situata alla porta, ove un fuoco continuamente ravvivato supplivagli ai panni estivi ond’era coperto. — E quella voce dall’alto pronunziata con molta energia era tutto-quanto di militare poteva discernersi in quella poco militare caserma.

E veramente, chi gridava «alto!» colla stessa boria d’un veterano d’un principe, era vestito in borghese con pantaloni di tela, giacchetta di brunella ed un cappello di paglia. — Tuttociò componea l’uniforme, per fortuna però l’oste, che la facea da intendente generale, avevagli prestato una delle sue coperte, che serviva di mantello al volontario, cui toccava fare la guardia.

- Alto! Alto! - urlava quel dal cappello di paglia, vedendo come colui che giungeva poco caso facesse della sua consegna. — Gettata via la coperta, e dato di mano ad un forcone di legno che si trovava dietro la porta, lo presentò al muso del cavallo, che diede un salto indietro.

Qui successe un baccano. — Cantoni, rinvenuto dalla distrazione de’ suoi pensieri, e vedendosi davanti quel coso in cappello di paglia in tale notte che facea da militare, diede in uno scoppio tale di risa da svegliare quanti si trovavano dormendo nell’osteria.

Franchi — poichè la sentinella altro non era che il nostro bresciano Martino Franchi — indispettito dalle risa del nuovo arrivato era lì lì per forarlo col suo tridente — e con quelle bagatelle di braccia il nostro eroe stava fresco.

Per fortuna, alle risa dell’uno ed al chiasso dell’altro venne fuori dall’osteria una mano di Volontari che s’interpose tra il robusto Martino ed il suo giovine competitore. Cantoni profittò della calma, saltò da cavallo, dimandò del capo, a cui vi fu condotto, e rimise nelle sue mani un piego, ch’era stato il motivo della sua notturna cavalcata.

- Bravi! - esclamò il Comandante. - Questi Bolognesi sono un gran valoroso popolo! E se tutte le città italiane imitassero Bologna, l’Italia sarebbe presto al suo posto tra le Nazioni, e non ludibrio d’ogni mercenario straniero.

- E l’hai proprio veduto penzolar dal balcone quel Latour, generale del Papa?

- Per Dio! - rispose Cantoni, - l’ho veduto io stesso, e con queste mani aiutato da un pugno di bravi giovinotti esso avrebbe capitombolato da un balcone del palazzo di città, in un modo da « consolar l’anima del povero oppresso popolo. Ma quel brav’ uomo di padre Gavazzi — sempre generoso, quanto è buon patriota — dopo d’ aver suscitato il popolo con la sua fulminante eloquenza, si oppose alla realizzazione del volo che si volea far spiccare al vecchio mercenario della Negromanzia. Ebbe però bisogno di faticar molto ed impiegare tutta l’erculea sua forza per istrapparci la nostra preda.

Il Comandante dei Volontari osservava con compiacenza il bellissimo e robusto romagnolo mentre favellava, e sorridendo pensava : — Ecco la stoffa con cui senza dubbio, si formavano le antiche Legioni di Roma, che in tempi, ove la forza del braccio era tutto, passeggiarono sulla superficie del globo domando le più fiere nazioni! Oh! i preti soli eran capaci di ridurre quel grandissimo popolo all’infimo della scala umana... Fortuna che alcun rampollo della stirpe antica, germoglia sempre dal seno di questa vecchia matrona, per ricordare ch’essa fu terra di Grandi!

CAPITOLO III.

L’INGRESSO.

Ainsi que le tyran,

L’esclave est un impie, rebelle à la Divinitè

(Chenier.)

Da quanto si disse si comprende essere stata la missione del nostro Cantoni quella di portare un dispaccio al Comandante dei Volontari, per ragguagliarlo di quant’era succeduto a Bologna e chiamarlo co’ suoi militi in quella città.

E veramente il coraggioso popolo dell’8 agosto [6] sapendo trovarsi i militi di Montevideo alle Filigari, tumultuò, recossi al Palazzo di città e dopo d’aver minacciato il generale pontificio Latour di precipitarlo dal balcone, ottenne la chiamata in città dei fratelli relegati nelle nevi dell’Apennino e destituiti d’ogni più bisognevole di vitto e di vestiario.

E n’ era ben tempo. I pochi fondi, che individualmente possedevano i volontari, erano stati raccolti in massa, con mutuo consenso per la sussistenza comune, ed esausti. — L’imperversante stagione anticipava i rigori, e già non solo un palmo di neve inargentava le vette dei monti ma minacciava coprire la pianura. E con quella bagatella di panni da state — che per la maggior parte vestivano i volontari — v’ era proprio da star freschi. Ma il SS. Padre, amorosissimo dei Cristiani, aveva ordinato che quella parte del suo gregge, non entrasse sul sacro territorio suo, e ciò dovea bastare.

Avanzo di cento pugne e penetrati della santa missione di redimere l’Italia dall’impostura e dalla tirannide, que’ pochi avanzi di Luino e di Morazzone [7], erano veramente formidabili alla negromanzia. — L’Italia dal suo canto capiva sin d’allora che tra questi campioni del diritto e dell’onor italiano ed il prete, era questione di vita e di morte, e che se il disonesto deve finalmente soggiacere sotto la sferza della vera morale dei liberi, quella cloaca del Vaticano dev’essere finalmente purgata. La maggior parte degli ufficiali appartenevano alla schiera dei prodi venuti da Montevideo, ove avevan lasciato bella fama di loro e fregiato il nome italiano con imperituro decoro.

Ove son essi i Settantatre Argonauti che traversaron l’Oceano per portar all’Italia non i loro tesori, ch’essi eran poveri, ma le loro destre, onorevolmente incallite nelle battaglie del Nuovo Mondo per la libertà delle Nazioni?

Ove son essi ? Dimandatelo al bifolco romano quando ei rintuzza la punta del vomero nei teschi che imbiancano le zolle del suo campo, od al Ciociaro [8] quando bestemmia per gl’inciampi che il suo cavallo trova ad ogni passo sul vecchio Gianicolo! Le loro ossa?... Son seminate sulla Via Scellerata e non un sasso sorge sulla sepoltura di quei valorosi! Non un segno che mostri al passaggiero e che le distingua dall’infinita canaglia che germogliò e si spense sulla terra dei Cincinnati da circa diciotto secoli !

Frattanto, Italia, sullo stesso sito ove giacciono calpestate ed insepolte le ossa dei tuoi prodi, il tuo vampiro, il tuo mal genio, il vituperevole prete innalza monumenti all’immorale schifoso mercenario che ti deturpa, santifica i carnefici, canta Te Deum alle sue orgie di menzogne e di sangue !

E peggio ancora! Tu, meretrice fracida di prostituzione, ogni giorno vai a inginocchiarti ai piedi d’uno di questi assassini de’ tuoi figli !!!

Sì ! Montaldi, Masina, Daverio, Ramorino e tanti superbi e prodissimi figli di tutte le Provincie Italiane, giacciono senza sepoltura sulla terra sventurata dei portenti e delle maledizioni!

È pur bello, massime per gli amanti di spettacoli, un ingresso in città italiana fra gli applausi della moltitudine e i nembi di fiori che oscurano ed imbalsano l’atmosfera!

In Bologna però — nell’ottobre del 48, — i fiori erano scarsi, ed al diffetto supplivano le bellissime figlie di Felsina collo sventolare dei candidi fazzoletti, e coi fervidi tramandati baci con cui esse beavano gli arditi e poverissimi Volontari — gli stessi che dovevan poi veder le spalle degli Imperiali Soldati del Papa, ma finire gloriosamente sotto le mura di Roma — grazie all’indifferenza di questo nostro popolo, sin ora almeno molto esaltato a scialaquare spettacoli e dimostrazioni, ma parco e restio nell’aiutare i fratelli militanti contro lo straniero.

Lasciato l’albergo delle Filigari,— per la volontà dei fortissimi Bolognesi, — la brigata dei Volontari s’incamminò verso la fiera metropoli delle Romagne, e la gioventù generosa accorreva all’incontro dei nostri prodi con bandiere ed acclamazioni, ed anelante di congiungersi ai fratelli per finirla coll’ abborrito governo dei preti.

L’ingresso fu una vera festa, i bravi popolani ed il bel sesso d’ogni ceto accoglievano i cari Volontari con affetto ed entusiasmo indicibile.

Solo alcune code [9] e neri, peste dell’umana famiglia, adocchiavano furtivamente lo spettacolo da dietro i vetri delle finestre, e si ritraevano cauti, tementi di contaminare gli occhi loro da rettili arrestandoli nelle franche e maschie fisonomie di cotesti nemici della menzogna e del despotismo, oppure tementi che il popolo, conscio delle loro scelleragini, non li scovasse e li precipitasse sul lastrico.

Molte carrozze, uscite dalla città all’incontro dei Volontari, li avevano accolti tutti, e così si effettuò pomposamente l’entrata in Bologna. Uno splendido banchetto, preparato all’albergo del Leon d’oro, completava la bella accoglienza fatta ai campioni del diritto italiano e quivi essi discesero per rifocillarsi.

«Abbasso i preti! Morte ai mercenari!» urlava il popolo, mentre difilavano verso i loro quartieri i Papalini che con due cannoni e molto apparato di forza tornavano dalle Filigari, ove avevan compita la missione d’impedire ai Volontari d’entrare sul territorio romano.

«Morte ai Papalini! Mettetevi alla nostra testa, Comandante, e vedrete come aggiusteremo quella canaglia!» ed i Bolognesi non burlano quando si tratta di fatti.

Il Comandante dei Volontari, a cui si dirigevano quelle parole tripudiava di contento nel vedere quel buon popolo così risoluto, ma non volle assumere la responsabilità della strage che poteva succedere, spingendo gente inerme contro truppe straniere armate di tutto punto. — Il banchetto proseguiva allegramente, ed i Volontari, che da tanti giorni erano stati ridotti a dieta, si confortavano ora con buoni cibi e con eccellenti vini delle Romagne.

Dopo la privazione si assaporarono veramente i cibi. — E che gusto hanno essi al palato del potente che nuota nell’abbondanza e nella lussuria, e che tanto abbisogna di stimolanti per inghiottire quelle vivande, forse frutto di mala vita o di prostituzione? L’abitudine costante di pietanze delicate a profusione ed il poco esercizio rendono le vivande insipide e disgustanti. L’uomo del lavoro invece, dopo aver faticato delle ore, assapora deliziosamente un tozzo di pane, — e quanto eccellente trova un bicchiere di vino se può averlo! — e se no, egli gradisce pure un gran sorso di acqua per dissetarsi, e torna cantarellando al suo lavoro. L’esercizio è indispensabile all’umana famiglia: — il bimbo si muove, s’agita, s’impazienta se volete trattenerlo dal moto, anche quando è incapace di reggersi sulle proprie gambe. La gioventù è un movimento perpetuo: la vitalità delle membra e l’irrequietezza del suo spirito la portano ad intraprendere qualsiasi cosa. Essa si getta sull’immensità dell’Oceano, a cercar novità, fortune, avventure; se no guai ai tiranni ed agl’impostori!... Insofferente d’umiliazioni e di ceppi, la gioventù è loro naturale nemica, e cerca ogni modo di secondare le proprie propensioni generose a menar le mani contro gli sgherri. Solo la vecchiaia si posa; — presentendo quella transizione della materia che si chiama morte, cambia d’indole e sostituisce alle passate consuetudini di caccia, pesca, viaggi, avventure, gli studi, e quello specialmente della natura. Il vecchio zoppicante, quando può cava fosse; egli si avvicina così alla terra, a cui presto pagherà il tributo delle sue depredazioni. Egli si avvicina all’immobilità del cadavere, immobile sinchè la prole di vermi ch’ ei genera venga a ravvivarlo ancora. Sfamandoli — diversa dal Saturno della favola che divorava i figli — questa prole divora il genitore, sinchè, esausto il cibo, essa, il padre, i suoi frantumi e la sua polve rientrano nell’infinito materiale, da dove furono tolti dalla mano Onnipotente dell’Infinito La morte! quell’idea mi sorride, e fu ben provvido chi la istituiva. — La morte! livellatrice della fortuna! asilo sicuro della sventura !

Com’è naturale il fine dell’onesto figlio del lavoro, che passa placidamente coll’anima tranquilla, dopo d’aver adempiuto ai suoi doveri di figlio, di padre, di cittadino! Paragonate la fine del giusto colla morte di cotesti oppressori delle genti, che si chiamano Papi, Imperatori, Re , e la cui vita germogliò sulla fame, sulla miseria e sulle sciagura del genere umano, e mi direte poi se non è santa l’istituzione della morte!

Cadaveri! distinguetemi lo stinco del povero da quello del ricco! — il teschio del mendico, dal teschio che portò corona!

E che sarebbe di noi, se a capo della mensa del negromante e del tiranno non sedesse la morte ? Se essa non porgesse la sua testa scarna tra le pieghe indorate dei serici arazzi del gineceo e dell’harem ?

La morte! questa trasformazione della materia, è anch’essa un composto di bene e di male: picchiando alla porta del potente sovente ne mitiga la ferocia..., ed il prete, la volpe del genere umano, col suo fantasma, cogli orrori delle sue pitture trasformò questo nostro popolo sì grande, quando disprezza la morte, in una masnada d’imbelli tremanti davanti all’ infallibile ed inesorabile sua falce!

CAPITOLO IV.

IL GESUITA.

Quell’antipatica — vostra figura,

Desta, scusatemi, — rabbia e paua

(Opera Chiara di Rosemberg.)

Vi sono individui che incontrati per la via, tu li schivi per paura di contaminarti, — e se per sciagura ti trovi nello stesso crocchio e seduto alla stessa mensa, la mano ti corre quasi per istinto all’elsa del pugnale per difendere la tua vita che ti sembra insidiata da cotal ceffo sinistro. — Il Gesuita! il Gesuita! altra anomalia umana per la quale si diede il nome del Cristo alla più prava, alla più schifosa delle creature — il Gesuita.

Nella sala del banchetto, ove a splendida mensa stavano seduti i Volontari accompagnati e serviti da’ migliori patriotti di Bologna, vedeansi a capo della mensa il Comandante con accanto, alla sua sinistra, Cantoni, in cui il primo avea già posto tutta la sua fiducia ed affetto. — Tale è l’attrazione della virtù, del bello, del coraggio; — ed il giovine per quel contracambio che si opera nel vero adagio: « amor d’amor si paga,» e per l’ammirazione che suscitavano nell’anima sua privilegiata, quegli avanzi di cento pugne venuti da un mondo all’altro per istrappare la loro patria dalle ugne della tirannide, — il giovine, dico, era in un estasi di felicità indescrivibile. — Nel fondo della mensa, dirimpetto ai due già descritti, sedea un prete, ed in quei giorni i preti si dicean liberali e buoni patriotti, come se la cicuta potesse dar degli aranci, e le jene degli agnelli — e la volpe la carità alle galline!

È vero che nel 48 il Papa era stato iniziator di riforme, e se, per ventura dell’Italia, non tornava egli presto alla sua natura di cocodrillo, stavamo freschi, — e coll’impostore clericume sul collo per altri secoli!

Sedea dunque in fondo alla mensa il rubicondo fra Gaudenzio — mezzo frate mezzo prete — e gesuita sino nella midolla delle ossa. Egli avea acquistata la fama di prete a manica larga. Le sue messe erano corte, andante e tollerantissimo il suo confessionale, massime quando le penitenti erano giovani, belle e tolleranti. La sua biblioteca di bottiglie era scelta con gusto, ed un tatto particolare aveva egli poi per la squisitezza delle sue Perpetue.

I due occhi di lince del Nero fissavansi spesso sulle fisionomie del Comandante e del suo giovane amico. Egli col suo sguardo scrutinatore volea penetrare in quelle anime generose e strapparne i sensi, le mire, i progetti, — raccogliere il significato delle varie conversazioni, che circolavano fra quella gioventù animosa, per poi fare la sua delazione al capo — il Generale de’ Gesuiti sedente in Roma.

— Io brindo alla Repubblica Italiana! — urlava il prete, in un momento di calma del bisbiglio della brigata. — E siccome, benchè Republicani di cuore, forse non accetto dalla generalità era allora in Italia il sistema Republicano — ossia il il Governo della gente onesta [10], i più dei convitati si astennero di far eco al brindisi del Gesuita. — Morte ai retrogradi! — urlava ancora a squarcia gola il negromante, pieno di vivande e di vino — e quasi indispettito del modesto contegno de’ commensali, scaraventava il bicchiere, che aveva innalzato, contro la parete — E di nuovo: — Sieno fatti a pezzi come questo bicchiere, gl’infami che non vogliono la Republica! — Qui male per il prete, essendo, passato il bicchiere sulla testa di Franchi ed avendogli imbrattato nel viso di vino e di più macchiato un bellissimo fazzoletto a tracolla, regalo d’una vezzosa Bolognese.

Il nostro Bresciano diè di piglio a una bottiglia d’Asti, che si trovava davanti, e te la infranse sul muso del prete, sconquassandogli naso, bocca, denti, e rovesciandolo svenuto sul pavimento.

— Bel colpo! — esclamarono molti dei nostri, — perchè un prete è sempre un prete, cioè un nemico dell’Italia — e più sommessa una voce s’intese pure con queste parole di vero: — Vile chercuto, almeno le tue delazioni saranno ora balbettate! — Ma il Comandante, che per la sua posizione voleva mantenere l’ordine tra l’irrequieta sua comitiva, e che come tutti i Comandanti aveva pure la sua dose di pedagogia, benchè nel fondo godesse anche lui della lezione amministrata al prete, ammonì Martino con severissimo rimprovero. Frattanto alcuni pietosi sollevarono Gaudenzio dal suolo ed il buon Ripari, chirurgo della Legione, dimenticando ogni giusto rancore contro la setta scellerata, dopo d’averlo medicato alla meglio, lo fece condurre in una stanza della Locanda, ove lo lasceremo in letto, meditando vendetta sul suo feritore e su tutta quanta quella canaglia, com’ei diceva, di scapestrati rompicolli.

Il buon umore, i brindisi, le ciarle del banchetto ebbero un termine colla catastrofe del prete, ed ognuno dei tanti che si promettevano di brindare, improvvisare, declamare poesie, diferirono ogni cosa per miglior occasione.

CAPITOLO V.

IDA

Bella come il sorriso della natura, in una

serena e tranquilla mattinata di maggio.

(Autore conosciuto.)

O donna! creatura privilegiata, riverita, adorata dall’uomo di cuore — sovente manomessa dal codardo.

Angelo della vita! — L’uomo nella sua presunzione ideò Dio colle proprie forme: eppure l’Onnipotente dovrebbe avere la sembianza d’ una donna, s’egli potesse aver forme. Se lo spirito deve comandare alla materia — l’intelligenza alla forza brutale — l’uomo all’elefante — la donna dovrebbe dirigere la famiglia umana.

Se al composto informe d’ermafroditi, che comandano all’Italia, si sostituisse una donna, essa certamente non consentirebbe a tante umiliazioni. Lo straniero, grazie alla concordia degli odierni reggitori, calpesterebbe forse ancora le nostre contrade, ma almeno con la donna governante, non complice, non traditrice de’ propri concittadini!

Ida, la bellissima tra le fanciulle di Felsina, la Bulla [11] a 14 anni, aveva veduto il nostro Cantoni nel suo ingresso a Bologna, ed aveva consacrato la sua bella, la sua giovine esistenza al più avvenente dei Volontari. Colle donne bisogna essere belli, bisogna essere valorosi! La bellezza, figlia della natura, non si comanda. — E che colpa ho io se non nacqui bello? Ebbene tranquillatevi, non belli, — siate almeno valorosi, buoni, gentili — e la donna generosa passerà sulle ingiustizie capricciose della natura.

Ida in Cantoni aveva indovinato l’eroe — eroe futuro, poichè egli, anelante di pugne, a pro della Causa Santa del suo paese, ancora non aveva assistito ad un campo di battaglia; ma la marziale fisionomia del Romagnolo non ingannava certo, e col suo tatto d’intelligenza donnesca, la bella fanciulla aveva scandagliata sino nel fondo quell’anima privilegiata.

Il giorno in cui i Volontari da Bologna si dirigevano verso Ravenna, un ragazzo sui quattordici anni avvicinava la staffa del Comandante e diceva: — Comandante arruolatemi tra i vostri militi. —  — Come vuoi arruolarti, bambino. Tu sei troppo giovine! — E quello in uno scoppio di pianto, ma sì sentito, sì commovente da intenerire una tigre, — e certo non era una tigre il Comandante de’ Volontari, — talchè mosso a compassione dell’addolorato giovinetto, rivolto al Cantoni, disse: Ebben che venga, esso stia con Aguilan ai bagagli.»

Ida, vestita da uomo, seguiva così Cantoni alla coda della colonna, ove Aguilan trovavasi con un cavallo di rimonta del Comandante ed un mulo carico dei poveri bagagli dello stesso.

Dio mio! che bella coppia camminava silenziosa l’uno accanto all’altra! Cantoni, benchè d’un anno solo più avanzato, superava quasi di tutta la testa la sua vezzosissima compagna. — Egli di quando in quando l’adocchiava, sentiva un indefinito interesse per lei , ma altro non era; che nei suoi sogni di battaglie, di glorie il giovine Forlinese poco si curava d’ affetti che non fossero di bellicosa natura.

Altro era l’affetto sentito da Ida. — Nel suo cuore d’angiolo l’amore era stato originato da quel santo sentimento ch’è la libertà patria, la sua indipendenza dallo straniero, il suo onore ogni giorno contaminato da una casta di codardi che l’educazione pretina ha impiantato in Italia sotto il titolo di Moderati. Ed in Cantoni essa credeva (e non s’ingannava) d’aver trovato il suo ideale, cioè il giovine insofferente di vergogne, pronto sempre a correre ove era chiamato dalla causa sacrosanta dell’Italia. — Poi quella figura del Romagnolo era così bella! così marziale, che non è strano se immenso amore e voluttà s’eran diffusi nel cuore della giovinetta, e fervevano nel suo seno, mentre avvicinavasi e camminava a fianco di colui, che colla velocità dell’elettrico, dal suo occhio scintillante avea stillato nell’anima sensibile della sua adoratrice tutto il fascino d’un assoluto impero.

Essa pure adocchiava il suo idolo camminando, ma il suo occhio d’improvviso s’adombrava, i suoi piedi più non sentivano il suolo calpestato — e barcollando, quasi precipitava boccone sul davanti della via senza la robusta destra del Romagnolo che la sorreggeva. Ida era confusa, ma felice! e di quella felicità più pura, più sublime, direi quasi, la sola: quella che risiede nella immaginazione e nella speranza ! E qual altra felicità esiste sulla terra!

Aguilan, il nero, era uno di quelle paste d’uomini che natura formò per essere amati. Tranquillo, buono, freddo al pericolo era prevenente per tutti coloro che sapevano destare la sua simpatia. — Il suo colore era il puro nero ebano, senza mescuglio, colore che vale il biondo ed il bruno delle diverse razze europee. Aguilan era di forme atletiche e perfetto cavaliere, non di quei ridicoli cavalieri, di cui son sempre piene le quarte colonne del giornali ufficiali, e che non si sa perchè diavolo sieno stati creati cavalieri, ma cavaliere nel vero senso della parola, cioè di coloro che quando inforcano un cavallo, v’innamorano per la leggiadria ed il garbo con cui si lanciano e si posano in sella.

Egli era nero, ma non africano; nato nella campagna di Montevideo da genitori africani, possedeva la venustà delle forme caratteristiche del creolo. Destinato sin dall’infanzia per domatore di cavalli nella Estancia [12] dal generale Aquilan, — di cui i parenti del nostro nero erano schiavi, pei liberati dall’avvenimento della Republica — egli avea passata tutta l’attiva sua gioventù in quell’arduo e marziale maneggio. Domatore di cavalli non era strano ch’egli fosse perfetto cavaliere. E chi ha percorso l’America Meridionale ricorderà, che gran parte dei domatori appartengono alla razza nera, certo indebitamente per tanto tempo disprezzata e manomessa.

Aguilan ricevendo gli ordini del suo capo — trasmessi da Cantoni — fissò i grandi e foschi suoi occhi nella bella figura del nuovo assistente e con un sorriso benevolo lo accolse. Poi una lagrima cristallina discese dalla sua pupilla, di fuoco. — Forse l’incantevole, volto della giovinetta lo trasportava in quell’istante tra le bellissime creole d’una patria ch’egli non doveva rivedere mai più. Povero Andrea!

Aguilan cominciò subito ad iniziare Ida nei doveri dell’acquistata carica, cioè: la conduzione e cura dei bagagli del quartier generale.

Grande era la felicità della nostra eroina! essa aveva ottenuto il suo intento e trovato l’adorato de’ suoi pensieri. — Viveva una vita d’avventure, di pericoli, di gloria accanto a colui che padroneggiava l’intiera sua anima e la cui vista era divenuta il supremo bisogno della sua esistenza.

In quei giorni sui giornali di Bologna si leggeva il seguente avviso:

« Chi potesse dar notizie d’una giovinetta sui quattordici anni — di statura media — occhi e capelli neri — viso regolarissimo — svelta e robusta della persona, infine di bellezza piuttosto rara, non solo solleverà una famiglia onesta di questa città da immenso cordoglio, ma riceverà una ricompensa adequata al servizio « reso. »

Io lascio pensare a qual disperazione trovaronsi i genitori della fanciulla quando un giorno si succedeva all’altro senza veruna nuova di lei che idolatravano. — Ida , o non lesse l’avviso, o leggendolo si contentò dì bagnarlo d’alcune lacrime di reminiscenza e di rimorso, ma non cambiò di proposito. I figli generalmente poco o nulla corrispondono all’amore degli autori della lor vita...

CAPITOLO VI.

FISIOLOGIA ITALIANA.

La pianta uomo nasce più robusta

in Itali» che in qualunque altra

terra. Gli stessi atroci delitti che

si commettono ne sono una prova.

(Alfieri. )

E ben diceva il grande Astigiano!

Nella storia dei popoli nessuno certamente può vantare tanto genio, tanta grandezza — e nello stesso tempo tanta abbiezione e tanti misfatti come questo pezzo della superficie del globo tanto favorito dalla natura.

A canto della Roma antica, — la più splendida, la più stupenda parte della storia umana, — la Roma moderna!, quell’amalgama informe pestilenziale di menzogne, di prostituzione, di servaggio, di degradazione umana!

A canto delle grandissime figure degli Archimedi, dei Camilli, dei Galilei, degli Alfieri — il miserabile spettacolo di buffoni negromanti e d’un popolo in preda alle più vili superstizioni, sempre venduto e sempre prostrato ai piedi dei neri trafficatori della sua libertà e dell’onor suo, e per ciò sempre disprezzato, sempre servo e sempre vile! A canto a una schiera di volontari, di martiri, d’eroi — da onorare il genere umano — una turba di codardi, di prezzolati, di prostituti, sempre pronti ad inginocchiarsi davanti a tutte le tirannidi !

Una plebe poi a nessuna seconda per intelligenza e per malizia, ma che oggi ancora si affolla come molti secoli indietro, non solamente nella bottega del prete, troppo angusta per contanerla, ma nell’atrio, nel peristilio, e stendendo sovente la sua coda cenciosa e sudiciosamente cattolica, sino ben lontano nella strada o sulla piazza.

Nella fisiologia della nostra penisola, perciò che riguarda la parte fisica del nostro popolo, vi sono pure dei contrasti sorprendenti.

Voi trovate degli individui ben formati e robusti in ogni provincia siccome degli aborti, dei gobbi e dei deformi. Un po’ di colli torti nella generalità, ma ciò non è strano coll’educazione del prete, atto per eccellenza ad insegnare l’ipocrisia, i baciamani e le genuflessioni.

Tale enorme differenza poi degli individui, nel fisico e nel morale proviene anche dal sistema di privilegio che signoreggia nella penisola. Mentre, per esempio, si muore di fame nel mezzogiorno, si scialaqua, si festeggia, si fan tornei al settentrione. — E guai a chi ardisse di entrare nelle sale e dire che piove! Convien dire: « che vi ha bagnato il sole » foste voi stato schiacciato dalla grandine !

Comunque sia l’Italia solo abbisogna d’un Governo — poichè tale non può chiamarsi quel conventicolo d’uomini miserabili che la ressero sinora. Con un Governo essa potrebbe paragonarsi alle prime nazioni in mare ed in terra. E se le masse sono ignoranti, superstiziose od imbelli, ogni provincia produce sempre uomini che onorano l’umanità per genio, per valore e straordinaria intelligenza.

E sicuramente mentono coloro che per scusare la perversità o la nullità del Governo, vi cantano su tutti i tuoni che in Italia mancano uomini. È anzi il privilegio di questa terra infelice d’aver prodotto delle colossali individualità ne’ suoi tempi anche più depressi e più abbietti. E se ne volete una prova, cercatela in quei tempi non di grandezza — ov’essa non tollerava paragoni sulla superfìcie del globo, — ma ne’ bassi tempi, quando divisa in cento parti, solcata da vari e numerosi eserciti stranieri, essa vi gettava ancora sulla bilancia degli uomini illustri i Dante, i Dorias i Montecuccoli, i Filiberti —e finalmente il gran zio del piccolo bastardo — che oggi ha aggrapato là sua manìa di tirannide, alla vile tirannide del prete proprio nel cuore della penisola.

Bologna mantiene giustamente il primato sulle altre città delle Romagne. La sua forte e numerosa popolazione ha dato in ogni circostanza prove d’energia e di patriottismo da collocarla non seconda a nessuna delle Metropoli Italiane.

Nell’8 agosto del 1848 Bologna aveva imitato ben degnamente la superba Capitale della Liguria nel 1746; — e nel 1849 essa combattè valorosamente ancora contro gli stessi nemici, e se non fossero state le cabale di quegli sciagurati uomini che si chiamano Moderati — e che nel solo Bene sono Moderati davvero — Bologna avrebbe schiacciato, una seconda volta gli esosi soldati dell’Austria. Ma ecco un altro contrasto, un’altra anomalia di queste nostre Città Italiane. A canto ad un popolo valoroso e liberalissimo, voi trovate un’altra classe reazionaria e vigliacca con tanta energia nel male quanta ne ha nel bene il povero popolo.

Tale è Bologna. — Non così Ravenna. In quest’ ultima città, quasi unica in Italia, io ho trovato un’armonia tra ogni ceto di cittadini da far meraviglia certamente.

Bologna aveva due circoli — in quei tempi di animazione generale (1848) — uno Nazionale e l’altro Popolare, in guerra accanita l’uno coll’ altro, e due giornali malva entr’ambi, perchè sostenuti dai moderati. Ravenna aveva un circolo solo, un giornale solo, un ceto solo, spettacolo unico in Italia ove tante discordie esistono sempre. Non "spie, poichè se fatalmente una ne compariva, giustizia era presto fatta.

Tutti sanno quanto i Ravennati sieno buoni cacciatori; pochi ve n’è che non sieno muniti del fucile a due colpi con cui si esercitano nella vicina Pineta, nei laghi, e nelle valli. Comparisce una spia, e non è difficile a sapersi in una città ove la popolazione è così concorde ed unita, s’istituisce un comitato segreto incaricato di vigilarla, ed accertarsi delle sue funzioni. Una volta certi ch’è una spia, si tira a sorte a chi tocca prender l’impegno di sbarrazzarne la città. E non è di notte nè col pugnale che si castiga una spia, ma in pieno giorno, frammezzo alla popolazione, che conscia per lo più , o presentendo la sorte del colpevole, lo sfugge come cosa pestifera. Un colpo parte ed attraversa il cuore del maledetto agente della tirannide, ed il feritore mette il suo fucile in ispalla e torna a casa. Non v’ è pericolo di trovare un delatore in quel popolo: esso farebbe presto la fine della spia.

CAPITOLO VII.

DA BOLOGNA A RAVENNA.

La calunnia è un venticello

(Il Barbiere.

Masina, il bello e prode figlio di Bologna, s’era unito ai Volontari, e ne fu sino alla morte il più audace e più valoroso commilitone. Masina, fortissimo soldato della libertà, avea fatto la guerra di Spagna, giovanissimo, e vi si era distinto. Esso era uno di quelle nature per cui il mondo è angusto. Idolatra delle avventure guerriere, vi si gettava a testa bassa, e certo il suo eroico valore dovea presto vedovarne l’Italia! Masina moriva sui gradini di Villa Corsini il giorno 3 giugno 1849, nell’assalto dato dalla 1. Legione Italiana e dai bersaglieri di Manara, e cadeva primo fra i primi in quell’ infausta mattinata, ove con un tradimento [13] Oudinot decideva della sorte di Roma. Amato e riverito dai Bolognesi, Masina aveva proposto al Comandante dei Volontari di attaccare le truppe papaline co’ suoi e il popolo. Ma questi non aveva creduto a proposito di farlo. Il movimento non sarebbe stato d’impossibile riuscita, ma si credeva troppo isolato e non si fece.

All’incontro si accettarono le proposizioni del Governo Pontificio che furono le seguenti: «Dirigersi a Ravenna e di là a Porto Corsini, ed imbarcatisi per Venezia a spese di detto Governo.»

Ma la calunnia di quei maestri d’ogni inganno e d’ogni impostura, che si chiamano preti, avea già deturpata la riputazione dei Volontari Italiani, dipingendoli come un’accozzaglia di banditi, rotti ad ogni vizio e spensieratezza. Dimodochè si seppe subito che il Governo di Manin, a Venezia, avea fatto sapere a Ravenna che i Volontari non sarebbero stati ricevuti. Saputasi dal popolo di Ravenna cotesta decisione, quei bravi popolani, sdegnarono di vedere una mano di giovani, consacrati alla libertà italiana e venuti sì da lontano, obbligati di rifugiarsi in Turchia, perchè tutti i sedicenti governi liberali d’Italia li cacciavano. E tale sarebbe stata la loro sorte se una circostanza imprevista non la cangiava, come vedremo più avanti.

In una stanza del palazzo Guiccioli di Ravenna, ove abitava il Legato Pontificio. cardinale Sardella, trovavansi a colloquio collo stesso il generale Latour e don Gaudenzio, il prete liberale che già conosciamo.

— Questo popolo mi mette in fastidio, diceva l’astuto prelato. — Esso fa poche parole, poche millanterie, ma se si mette in capo d’eseguire qualche cosa, la fa a dispetto di qualunque pericolo. — Così non sono molte delle popolazioni Italiane: — molto chiasso , molte ciarle e fatti pochi. —

— Ecco adesso incaponirsi a non voler lasciar imbarcare i Volontari; ma vi sembra, generale! Cosa diavolo voglion far qui di quella banda di scapestrati? —

— E così li abbiam dipinti io ed i miei agenti, eminenza! sclamava il rubicondo don Gaudenzio, — l’ esaltato gesuita republicano —siccome ladri, gente rotta ad ogni vizio e sopratutto, nemici acerrimi della religione. — (E qui stava sul suo cavallo di battaglia il negromante.) Ma questi romagnoli sono teste dure che solo col piombo ponno ammollirsi e se non si pigliano delle misure energiche, io temo che questo nostro triregno versi in grande pericolo. —

— Alla sordina, ed un poco ogni notte, noi abbiam riunito in questa città i due reggimenti che occupavano le Filigari e Bologna — diceva il generale Latour. — E si può contare assolutamente su questi stranieri; essi sono i più fidi alla Santa Sede; e quando si sa che alcuno si ammala del morbo di libertà —oggi venuto in moda, — esso s’invia al corpo di spedizione per Venezia. Quando Vostra Eminenza dunque, voglia giungere a qualche fatto energico ponga pure ogni fiducia nelle mie truppe. —

— Oh, generale! voi non sapete che razza sono questi Romagnoli. Poi ai Volontari si son riuniti quel fazioso di Masina co’ suoi lancieri, quel furioso di Bonnet da Comaccho ed un capitano Mambrini con molti Mantovani. — Non è vero don Gaudenzio? »

— Non solamente è vero - rispondeva la spia in sottana, - ma vi so dire che in Ravenna giorno e notte si stanno fabbricando cartuccie [14], e che vi esistono fucili sufficienti per armare Volontari e popolazione. —

A queste spaventevoli notizie gli occhi del grasso prelato ruotavano nell’orbite foschi ed infuocati: quasi per istinto appoggiò le due mani sui lati del seggiolone in atto di alzarsi e fuggire, ma sopraffatto dal peso corporeo, si lasciò ricadere, e le polpute sue mani sostaronsi a sostegno della pancia (santuario della negromanzia) alquanto scomposta dall’ unico movimento, e vi rimasero come per proteggere quel fetente ricettacolo, ove finalmente vanno ad avvolgersi e seppellirsi, sotto gli auspicii della menzogna, pudore, coscienza e dignità umana! Vedendo Sua Eminenza spaventata l’astuto Gesuita volle profittarne: — E non vi sarebbe modo - diceva il birbante - di sbarazzarsi di tutta questa canaglia, colla volontà e permesso di Dio (sacrilegio perenne di questi assassini che fanno Dio complice dei loro misfatti!). Non vi sarebbe, dico, qualche mistura nel cibo da provvedersi? La causa della nostra religione è tanto santa, tanto gradita al Padre che l’olocausto di alcuni rompicolli sarebbe a lui piacevole. — E qui citò in latino un buon numero di passi delle loro favole — ove Dio per fare piacere ad un popolo di vagabondi usurai sacrificava altri popoli innocenti.

Il prelato, spalancando tanto d’occhi al ritrovato infame del suo perverso collega, raggrinzò le labbra fingendo disapprovazione, ma dagli occhi suoi traspariva certo godimento dell’anima sua da cocodrillo. Al mercenario pure non dispiaceva la gesuitica scoperta, ma per mantenere quella prosuntuosa superiorità che la dappocaggine dei discendenti degli Scipioni ha concesso ai mercenari stranieri in questo sventurato paese: — Viva Dio, — esclamava, alzandosi dal seggiolone in tutta l’altezza della sua statura al disopra dell’ordinario, — Viva Dio! le carabine de’ miei soldati potranno presto mettere all’ordine questi briganti! (e se non avesse parlato in presenza di due indigeni egli avrebbe magnificato il suo discorso con brigands d’Italiens, frase favorita con cui ci onorano generalmente i nostri vicini d’oltr’Alpi.)

— Sì, ma questi briganti, signor Generale (ripigliava il Loyolesco), sono gente risoluta che conoscono ed hanno odorato la polvere un tantin più che l’ha fatto Vostra Signoria Illustrissima al pacifico servizio e viver beato di Sua Santità. E poi sono sostenuti da una popolazione che non burla e di cui sino i bambini sanno maneggiare il fucile. —

Il soldato in livrea colla solita aria di Rodomonte lisciava i baffi, sollevava il capo e sembrava minacciar le nubi. — Il porporato continuava a fissare spaventato il Gaudenzio, ma un sintomo evidente di terrore invadeva il concistoro.

In quel momento una moltitudine di popolo si accalcava sotto le finestre del palazzo e cominciava a vociferare. E se aumentasse il disturbo dei tre nemici dell’Umanità, lo lascio pensare al lettore.

CAPITOLO VIII.

UNA DIMOSTRAZIONE.

Fatti e non ciarle, ci vogliono,

per rimediare le miserie umane.

(Autore conosciuto.)

Ai tempi in cui scriviamo (1848) si eseguiva una dimostrazione colla stessa disinvoltura d’una passeggiata o d’una festa da ballo. Si diceva: «andiamo a fare una dimostrazione» e mezza dozzina di giovinastri, accompagnati spesso da un don Gaudenzio (poichè il 48 fu la vera Età dell’oro dei preti) innalzavano una bandiera Italiana, per lo più senza macchia, poichè la Monarchia è stata una necessità a cui l’Italia si è sottomessa, ma essa mai non entrò nelle simpatie delle popolazioni, innalzavano, dico, una bandiera e tutti gli oziosi della città facevan coda ai dimostranti, dimodochè in poco tempo, facendo la bolla-neve, e giungendo al punto determinato, ordinariamente il palazzo di governo, la dimostrazione avea ragranellato un numero considerevole di persone per lo più giovinetti e bimbi. Non mancavano però tra i dimostranti buon numero di coloro che vogliono acquistare la riputazione di liberali a poche spese e fatiche, sempre pronti, cioè, a schiamazzare, strombazzare e commettere disordini, ma assenti sempre nell’ora del pericolo sotto l’uno o l’altro pretesto. E disgraziatamente sono moltissimi questi ultimi.

Una dimostrazione di Ravennati però aveva qualche cosa di più serio, che la generalità di quella sorta di assembramenti.

Come già abbiamo detto i Ravennati non sono gente con cui si burli a buon mercato. Si distinguevano poi, all’occhio esperimentato, nella folla buon numero di Volontari, non facili a conoscersi da stranieri perchè senza verun distintivo, e con essi quelle bagatelle di Masina, Risso, Ramorjno, Franchi, ecc., non mancava neppure il nostro Cantoni, tutta gente più disposta a menar le mani che a far parole. Alle grida di: — Viva l’Italia! Viva Pio IX ! — ( era questo il grido dell’epoca, giacchè gl’Italiani avean creduto un prete capace di liberarli!) si aggiungeva: — Non partiranno i Volontari! Vogliamo i Volontari! — Al primo ruggito della tempesta popolare erasi chiuso il portone del palazzo e la guardia straniera stava nell’atrio schierata colle armi cariche pronte a far fuoco.

— Come faremo ora, — diceva il grassissimo servo di Dio ai suoi compagni che, benchè meno manifestanti paura, non mancavano d’aver impallidito alle gride del popolo. — Come faremo noi? — ed i suoi occhi ruotavano senza posa da Latour a Gaudenzio.

— Vostra Eminenza si mostri al balcone, disse l’astuta volpe di sacristia, ed un soggigno di compiacente disprezzo sfiorava la bocca livida del Sanfedista.

— Mostrarmi io al balcone in presenza di quegli indemoniati, libera nos Domine; ed un brivido, un tremore generale gl’invadeva la corpulenta carcassa da capo a piedi. Tale è la paura della pelle di questi rettili, il cui regno non è di questo mondo.

— Noi ci presenteremo in nome di Sua Eminenza, — diceva lo straniero a Gaudenzio. Ma questi memore ancora di quella tale bottiglia sul muso scagliatagli dalla robusta destra di Franchi, e quasi certo che lo stesso mobile d’individuo farebbe parte dei dimostranti, rispose: — Presentatevi voi. Generale, che siete assuefatto — (e si voleva aggiungere e pagato), ma cambiò per paura e disse: — e distinto nell’affrontar le battaglie.

— Fuori! fuori — urlavano intanto cento voci dalla folla da metter addosso la terzana. — Fuori! fuori! o entreremo noi, signore Cocolle! — Ed i fatti, seguendo le parole, una scossa tremenda si udì alla porta ed i cristalli dello stesso salone, ove stavano i tre in conferenza, volarono in mille pezzi dalle sassate che i ragazzi si deliziavano di scagliare, immensamente contenti d’avere trovato l’opportunità di far chiasso e dispetto ai checuti, gente esosa comunque sia ed in qualunque tempo. Vedendo che non si trattava di scherzi e che l’affare diventava serio, il Generale ed il Gesuita lasciarono il pauroso prelato e si avanzarono al balcone, aggirando guardinghi gli occhi sulla moltitudine sottostante. Il mercenario indagava nella folla se scorgeva qualche schioppo e sapeva per riputazione essere i Ravennati buoni tiratori, e certo, quando si vende l’anima per la pancia, quest’ultimo diventa oggetto d idolatria. e non si rischia così a dos tirones [15] come direbbero i Gauci [16]. Il Gaudenzio, anche lui adoratore del ventre, fece le stesse osservazioni del compagno e si rinfrancò alquanto vedendo che non c’erano armi da fuoco tra il popolo. Cionnostante un brivido mortale lo colse quando i suoi occhi di volpe s’incontrarono collo sguardo scintillante e sarcastico del nostro nerboruto Martino Franchi. Egli rimpicciolì, si rintanò nella sottana ed involontariamente mandò la destra sulla fronte non ben cicatrizzata ancora dal colpo ricevuto a Bologna.

Franchi sogghignando fissava il Gesuita, e tra se diceva: « Negromante mio, se non m’inganno, oggi non si tratta di menar bottiglie, e non dispero d’una mano di bastonate, se non ti tocca di peggio; » ed il prete sembrava fra il rumore della folla capire il monologo ed il sogghigno del Volontario e ne rabbrividiva sino nel fondo dell’anima sua perversa.

Facendo però di necessità virtù, e non volendo lasciar l’onore al Latour di arringare il popolo, che chi sa cosa poteva succedere col suo accento straniero, il Gaudenzio dunque, riunendo tutte le sue forze oratorie, così incominciava:

— Signori! no, cittadini, volevo dire, (e qui risa e fischi) Sua Eminenza m’incarica di esporvi, che è molto disposto a concedere qualunque cosa richiesta da questa buona e fedele popolazione, ma vi prega per ora di rientrare tranquillamente nella quiete delle vostre abitazioni, che poi tutto si accomoderà alla meglio e conforme al desiderio vostro! — E qui credendo d’aver fatto un portento d’eloquenza, e vedendo la folla ascoltarlo silenziosa, si rifrancò, e con voce assai più sicura ed energica proseguì: — Sì, cittadini, col permesso di Dio e di Sua Santità S. Eminenza farà ogni bene, ed ogni vant... — (voleva dire vantaggio). —  Che Eminenza, e che Santità d’Egitto — urlava Masina con con quella sua bagatella di voce: — Corpo della Madonna! Ciocchè vogliamo è che i Volontari non partano, perchè a Venezia ce n’ è di troppo; ed a Costantinopoli, ove veramente volete mandarli, potete andare voi, razza di vipere! —

— No, no! — gridava la moltitudine, ed il rumore e le ondulazioni della stessa somigliavano alla tempesta di mare.

L’astuto prete che voleva guadagnar tempo sperando, come sempre succede tra il povero popolo, che si stancherebbe e, ripigliando la via di casa, ognuno tornerebbe alle proprie faccende.

Ma non fu così questa volta, ed il popolo, suscitato dai Volontari, non si contentò delle melliflue parole del chercuto, e ricominciò con pietre nei cristalli e scosse furiose al portone. La guardia straniera che, schierata nel cortile, si trovava pronta a far fuoco, alla terribile scossa, temendo cadesse in frantumi il portone, e sognando già un’onda di forsennati all’assalto, inviò una scarica all’indirizzo del popolo, ed avendo alcune palle attraversato le parti più deboli del portone, vari feriti caddero al di fuori.

Alla vista del sangue, i Ravennati divennero energumeni, ed alcuni operai avendo portato una forte e lunga scala da muratori trovata in un cortile vicino, il popolo ed i Volontari se ne impadronirono, la puntarono contro il portone e bilanciandola per varie volte lo colpirono con tale furia che serrature, stanghe, ripari e tutto andò in un fascio nell’ interno dell’atrio.

I mercenari avevano appena ricaricate le loro armi, quando l’onda del popolo li assaliva e si contentava di disarmarli. La foga della corrente si sparse su per le scale, e in un momento tutto il palazzo fu invaso dalla moltitudine.

Il prelato ebbe la fortuna di cadere nelle mani di Tommaso Risso, valorosissimo ufficiale, ma incapace, come si disse, di offendere una mosca. Il Risso, vedendo il polputo prete in atto supplicante inginocchiato davanti a un’ immagine del Cristo, lo protesse e lo difese contro chi voleva manometterlo; Latour fu meno fortunato. Masina e Cantoni avendolo raggiunto nelle vicinanze del balcone ove il Generale s’era mostrato al popolo, lo respinsero verso lo stesso, lo cavalcarono sulla balaustrata e, siccome un sacco d’immondizie, lo scaraventarono in giù colla testa prima. Per fortuna del mercenario il balcone era sostenuto da spranghe di ferro, ed egli, fatto agile dal pericolo della pelle, e potendo abbrancarsi alle stesse, e ad alcune persiane del piano terreno, potè giungere sul pavimento mal concio di contusioni, ma colla pelle salva. Essendo i più furiosi dei dimostranti nel palazzo, Latour ebbe agio così di ritirarsi nella caserma de’ suoi soldati.

Per minute indagini che si facessero nel palazzo, non si potè rinvenire il Gaudenzio. Franchi n’era disperato, ed andava frugando in ogni più recondito angolo, sotto i letti, fra i depositi di carbone e di legna, pestando colle sedie alcuni mucchi di lana da far materassi che si trovavano nelle stanze delle fantesche. Gli appartamenti della Perpetua cardinalizia poi furono manomessi, frugati, rifrugati, e sconvolti da far svenire quella santa fanciulla di Sua Eminenza.

Insulti però alle donne non se ne fecero, e se qualche giovinastro un po’ scapestrato si accingeva a passar la mano sulla liscia e rosea guancia dell’appetitosa favorita del prelato, i più attempati e serii dimostranti li rimproverarono aspramente.

Franchi, Masina, Cantoni anelanti e stanchi delle indagini operate per trovare il Gesuita, si disponevano a sgombrare il palazzo e ritirarsi, quando passando i tre davanti alla porta della stanza abitata dalla vecchia serva confidente del Cardinale, a cui faceva anche le funzioni di direttrice dell’Harem, Franchi s’accorse della vecchia che stava seduta filando seta. E siccome gli sembrò cosa straordinaria tale occupazione in casa d’un prete che vive nell’ozio per la maggior gloria di Dio (guardate sacrilegio! ) Franchi, dico, si avvicinò, corrugò le ciglia e piantò due occhi di falco sul ceffo della vecchia, che se non possedevano l’acuta virtù d’un pugnale, ferivano però come un pugnale Gaudenzio (perchè altri non era la vecchia), atterrito dallo sguardo del formidabile nemico, impallidì, (e ce ne voleva per far impallidire quella faccia avvinata)! tremò di tutta la persona e s’inginocchiò boccone davanti il Volontario. — «Cima di birbante! (esclamò Martino) e sei proprio tu! Tu finalmente e vestito da donna, scorpione!» E Masina, Cantoni, Peralto, Brusco accorsi alla gioconda notizia, che si propagò in un baleno nella moltitudine, sulla stessa sedia, ove stava seduto il collo torto, lo innalzarono, e trasportarono in trionfo fuori del palazzo. Quivi un contadino che si affaticava a traversare la folla con un somarello scarico per guadagnar la campagna fu sequestrato, ed alle acclamazioni universali il Gesuita avvelenatore fu inforcato sul discendente di Mida, che esaltato dal chiasso della moltitudine si accinse a ragliare spaventosamente ad edificazione e divertimento massimo dei monelli, che per compire l’opera regalavano il prete con tomatesi, radici, torsi di cavoli e sonorissimi fischi.

Il buffone, che dalla paura aveva dissennato quasi in principio, si rinfrancò ora vedendo la cosa prendere la fisionomia d’una burla. E così fu veramente: il popolo, distratto dall’avvenimento carnevalesco, dimenticò l’oggetto della dimostrazione e giungendo l’ora tarda, ognuno procurò di ricondursi a casa, ove lo aspettava la cena e il dolce riposo. E così finiscono generalmente le tempeste popolari: molte parole, molto chiasso e fatti insignificanti. Il despotismo e l’impostura le paventano, ma ormai, fatti baldi dalla consuetudine di vederle abortire, le osservano, vi frammischiano i loro segugi, i loro pervertitori dementi, col titolo di moderati e preti liberali e fanno tributare dai loro organi officiosi onore alla moderazione e sagacia delle autorità governative che hanno saputo rintuzzar il popolo e richiamarlo al dovere senza spargimento di sangue. La miseria, in cui hanno cura di mantenere la maggioranza, l’obbliga ad occuparsi di ben altro che di politica, ed in tal modo deplorabile si va avanti in Italia nell’abiezione e nel disonore.

Intanto il Gesuita, dopo d’aver percorso gran tratto delle vie di Ravenna, vedendosi lasciato con soli alcuni monelli, scavalcò l’asino, s’introdusse in un portone, svestì gli abiti da donna, e favorito dalle prime tenebre della notte, si rifugiò nel suo alloggio a meditare nuove scelleraggini.

CAPITOLO IX.

ROSSI.

Se non vi fossero schiavi, non vi sarebbero tiranni,

e non vi sarebbero tiranni se non vi fossero satelliti !

(Autore conosciuto.)

La tirannide è figlia della corruzione dei popoli, e quanto più una nazione è demoralizzata, tanto più facile riesce al despotismo di aggiogarla.

Su mille individui novecento e più cercano un impiego, e novecento genitori sono felicissimi quando lo trovano per i figli, poco importa se sia per fare il birro o l’usciere.

Dal becchino al capo dello Stato tutti sono impiegati o cercano d’esserlo. Riesce ad una metà della Nazione di viver grassamente per isgovernare ed impoverire l’altra. E poi tutti ci vengono a rompere le scatole colla libertà, l’eguaglianza e la fratellanza umana!!

È pure sconfortante ma vero: il solo che vuol libertà è lo schiavo! Chi vuole uguaglianza è il povero! Fate lo schiavo padrone, ed il povero ricco. Il primo sarà spesso più severo del tiranno. Ed il povero, divenuto ricco, vorrà misurare col bastone l’uguaglianza tra lui ed i miserabili suoi antichi consorti.

Eppure noi non dobbiamo disperare d’un avvenire migliore ove si pervenga a menomare i pervertitori dell’umana famiglia, neri, ciondalati o in livrea. Ma sicuramente ci vuole uno o più cataclismi, che scuotano l’umanità sino alle fondamenta e ne scaraventino alla superficie elementi più idonei al perfezionamento delle razze.

Passandomi per la mente l’educazione del popolo, in predicamento universale, come rimedio ai mali umani (e confesso, essere in fondo della stessa idea), la misantropia, figlia forse degli anni e dei malanni, mi presenta la seguente quistione: Ma gli educati sono essi migliori degli altri? I letterati, i dottori sono forse migliori delle plebi?

Oh sì! io ne conosco dei buoni, ne conosco che preferiscono ogni privazione al prostituirsi davanti alle brutture della terra, ma sono pochi infelicemente. E se si volesse cercare della gente onesta non ne manca anche in questa Italia infelice.

Ma il timone della nave è guasto. Rattoparlo... È troppo marcio per poterlo emendare. Cambiarlo? Sì! cambiarlo è l’unico rimedio. Faccenda ardua, lo capisco dalla massa di corruzione accumulata tra queste belle e sventurate popolazioni.

Infine non disperiamo, giacchè al male si conosce il rimedio, la cui applicazione giunge sovente quando è meno aspettata. La notizia della morte di Rossi a Roma e la vittoria del popolo sui mercenari pontifici troncarono quello stato d’incertezza febbrile e di pericolo permanente in cui si stava a Ravenna di venir alle mani colla truppa.

Il Governo Pontificio voleva imbarcare i Volontari col pretesto d’inviarli a Venezia, ma in realtà per isbarazzarsene. Il popolo non voleva che fossero imbarcati, allegando con ragione esser i Volontari assai più utili per difendere la linea del Po, minacciata dal vittorioso Radescky.

I mercenari consegnati nei loro quartieri, coi cannoni pronti, e miccie accese, erano disposti a precipitarsi al primo segno sulla popolazione. I coraggiosi Ravennati, poco curanti sulla minacciosa soldatesca, riunivano, preparavano fucili, e lavoravano giorno e notte per far cartuccie.

Ravenna presentava una fisonomia eccezionale: poca era la gente che s’incontrava per le strade, e quei pochi scivolavano sul pavimento come se fosse infiammato, guardandosi attorno per non essere sorpresi. Il contegno di quella prode popolazione era quale si può desiderare per le contingenze patrie dell’avvenire.

I poveri che, com’è naturale, non trovavan lavoro, eran soccorsi d’ogni bisognevole cosa dai ricchi, e questi non sdegnavano d’accogliere alla loro mensa il figlio del povero. Stupendo spettacolo, ed esempio da imitarsi dovunque in Italia se si vorrà veramente raggiungere la meta d’una ricostituzione nazionale! Fra i Volontari era una smania indescrivibile di venir alle mani coi soldati del papa. In quei dì essi avevan ricevuto alcuni vecchi fucili, sorte che poi toccò ai Volontari di tutt’i tempi, cioè, di aver sempre, grazie alla malevolenza dei governanti, i peggiori fucili delle Stato. Ma che importava! poveri giovani! sin da allora essi si accostumavano a non contare il nemico, i disagi, il pericolo e le scelleraggini dei traditori sempre pronti a venderli ai nemici dell’Italia.

Era veramente stupenda l’attività che regnava nel quartiere dei Volontari. Il capo fra mezzo ai militi, e gli ufficiali pure desisiosi di pugna a pro di quella patria, ch’essi eran venuti a servire attraversando l’Oceano, narravano ai giovani le gloriose fazioni di guerra combattute dalla Legione Italiana di Montevideo. L’eroico combattimento di Sant’Antonio, ove 180 Italiani e 20 Montevideani avevano sostenuto in campo aperto una pugna di 10 ore contro 1500 dei migliori soldati del tiranno di Buenos-Ayres. Fatto d’armi che valse alla legione Italiana l’insigne onore della destra dell’esercito nelle rassegne, per decreto del Governo della Repubblica. Il combattimento del Dagman era pure descritto in tutt’i suoi particolari. Ivi la pugna non fu ardua come in Sant’Antonio, ma più brillante.

Nel fatto d’armi del Dagman, circa 100 legionari Italiani, in quattro sezioni serrate in massa stretta, solida, mobile in tutti i sensi, sostenevano gli urti ripetuti di cinquecento uomini della miglior cavalleria del mondo nelle vaste pianure dell’Uruguay, senza verun ostacolo da ripararsi, e finivano per sbaragliare il nemico, meravigliato da tanto valore.

Il coraggio, il sangue freddo dei legionari Italiani in quelle ardue pugne furono così straordinari, da corroborare l’opinione generale del valor italiano e spingere il loro comandante a qualunque straordinaria impresa, a cui i militi volontari corrisposero sempre quando, lontani, dai tristi, non erano sotto l’immediata influenza di traditori, che parte per gelosia delle onorevoli gesta dei Volontari, parte per soddisfare la loro indole birresca e prostituita vorrebbero vederli screditati e perduti.

Colla morte di Rossi e la vittoria del popolo Romano si dileguò la tempesta e non si parlò più d’imbarcare i Volontari.

Io non ho conosciuto Pellegrino Rossi, ne intesi però a parlare come di capacità non comune in economia politica, ed anche come un uomo di Stato. Conformandosi però ad essere ministro del Papa, egli perdette ogni prestigio. Comunque fosse, la sua morte tolse i Volontari al loro stato di proscrizione, e ci fece ammettere all’alto onore di appartenere all’esercito Romano, col nome di l.legione Italiana.

CAPITOLO X.

RISSO E RAMORINO.

Qual fia ristoro a’ di perduti! Un sasso

Che distingua lo mie dall’ infinite

Ossa che in terra e in mar semina morte?

(Foscolo.)

E un sasso non distingue l’ossa dei valorosi ufficiali delle legioni Italiane di Montevideo, che solcarono l’Oceano per venir a tingere del loro nobile sangue le zolle della terra maledetta! Oh sì! maledetta fosti, terra di Roma, dal giorno in cui diventasti il covile delle volpi e dei cocodrilli, dal giorno in cui con nera sottana furono scaraventati dalla mano di Lucifero, in una tempesta di maledizione universale, per vendicare l’umanità soggiogata, afflitta, contaminata dai superbi e corrotti dominatori del mondo!

Sì! solo i preti potevan essere un castigo adequato a tanta nequizia! Solo i preti colla pestifera loro bava potevano avvelenare, deturpare il grandissimo popolo, e subbissarlo in quella cloaca di prostituzione e d’infamia, a cui non arrivò nessuno dei popoli della terra! Sì! solo i preti potevano sorridere, tripudiare, farsi belli per la sventura della loro terra natia, colla menzogna, colla corruzione ed il vassallaggio allo straniero! Solo i preti!

E Gaudenzio fra loro, vipereo rappresentante della setta viperina, che abbiamo lasciato scivolando dall’asino, e quatto quatto, tra gli andirivieni della folla, guadagnar un sicuro ricovero. E chi nel 48 non avrebbe ricoverato un prete, un liberatore?

Poichè liberatori erano i preti nel 48. Il Sommo, il Santo, forse in una delle più squisite ispirazioni del demonio, avea progettato alcune delle velleità de’ suoi antecessori, cioè: non di liberare ma di unificare queste sparse membra dell’irrequietissima famiglia italiana sotto l’impero delle chiavi. E stava fresca l’Italia se unificata dai negromanti! Ciò certamente avrebbe prolungate le sue miserie ed il suo servaggio per alcuni secoli.

Gaudenzio dunque avea osservato che dopo d’essere perseguitato e poi abbandonato dalla folla capitanata da Franchi, chi succedeva a questo nelle funzioni di capo-popolo, o piuttosto di capo-bimbi, poichè, come abbiam detto, la folla dei maggiori d’ età erasi dileguata e solo rimaneva quella dei monelli e dei giovani imberbi, era il nostro Cantoni al cui fianco, seguendolo come la propria ombra, veniva l’inseparabile Ida. Il gesuita birbante non aveva perduto il sangue freddo, in tutto l’ardore del battibuglio, che seguì la sua ascensione sul bucefalo, e mentre la faceva da vittima, sporgendo il collo torto sul destro lato, egli non mancava di adocchiare da ogni parte, e capacitarsi dello stato delle cose.

Un incidente, che poi ebbe esito fatale, aveva distolto il Franchi e la maggior parte dei Volontari dallo spettacolo Gaudenziano: un alterco era succeduto tra Tommaso Risso e Ramorino, ambi ufficiali di Montevideo, ed ambi valorosissimi: Risso avea sferzato Ramorino sul volto in un momento di furia, e Gaudenzio nell’anima sua perversa avea sorriso sull’avvenuto, sembrandogli già di vedere sul volto degli antagonisti la piacevole fisionomia d’un cadavere. Cantoni e la sua fedele compagna erano intesi a perseguitare il prete, e questi, sbrigato dalla temuta presenza di Franchi, avea potuto inquisitoriamente vibrare il suo occhio di lince sulla bellissima coppia, indovinando il sesso della nostra eroina, e comprendendola nella cerchia delle sue infernali lucubrazioni.

In quel momento un agente di polizia papalina, che sin a quel punto aveva temuto d’innoltrarsi nella folla dei vigorosi Ravennati e Volontari, vedendo che l’assembramento era quasi totalmente composto di monelli, s’avanzò tra questi e cominciò a fare il gradasso, mulinando un nodoso bastone.

Il poliziotto, come generalmente è quella casta di gente destinata all’ordine pubblico, che all’opposto altro non è in generale che il custode della preponderanza e prepotenza della classe privilegiata, il poliziotto dunque alterato dal vino, era un robusto cagnotto, ed avendo riconosciuto l’efficacia delle sue ammonizioni nella giovine brigata, vi prese gusto, s’entusiasmò ed alquanti suoi colpi offesero alcuni dei ragazzi. Uno di quelli villanamente vibrato sulla testa d’Ida, col rovesciarla al suolo fuor di sensi fece accorto il Cantoni del pericolo della sua gente e della villania poliziesca.

Egli a nulla più pensò, nulla più vide senonchè il suo giovine amico a terra ed il quasi trionfante e gonfio delle proprie gesta pettoruto, bravo del Sanfedismo. Una nube di sdegno e di risentimento abbagliò i suoi occhi, e colla velocità del fulmine volò sull’insolente, lo colpì con un pugno nel volto, che lo mandò gambe all’aria, s’impossessò della clava e dopo avere amministrato alcune busse al caduto, la infranse, e ne scagliò i rottami sall’indicente quasi cadavere. Quindi sollevata Ida nelle robuste sue braccia, la strinse al seno come una madre fa del bambino, e scomparve per una via di traverso, fra l’ammirazione e gli applausi di tutta quella gioventù incantata.

CAPITOLO XI.

IL DUELLO.

È una barbarie, ma pure l’uomo

disonorato deve vendicarci o morire.

(Autore conosciuto.)

Era una tetra mattinata di novembre, non pioveva, ma la nebbia scivolando sulla pianura, dell’Italia orientale, inumidiva gli abiti, i capelli, la barba come se fosse pioggia, ma d’un modo più dispiacevole, compenetrandovi d’un freddo brivido, ed obbligandovi a continuo moto per non intorpidire.

Perchè non istarvene a casa in sì bruttissimo tempo nella vostra stanza e nel vostro letto ben riscaldato, con al capezzale la vostra Perpetua, che vi somministri una tazza di saporito cioccolate, e vi si mostri in sè stessa come tutte le Perpetue, un vero ben di Dio di carne e di gentilezze, direbbe uno dei nostri santi bottegai, che hanno la modestia di chiamarsi Uomini di Dio, che vi comunicano la parola di Dio, e che vi mercanteggiano Dio al prezzo che voi volete pagarlo.

Ad altri, questi sacerdoti della menzogna abbandonano le cure e gli stenti della vita; ad altri affrontare tempeste di terra e di mare, solcare col sudore della fronte l’uno e l’altra per estrarne la sussistenza propria, quella della prole, e quella pure della pianta ingorda e parassita che si chiama prete.

Sudate, faticate, cretini minchioni! ed il prete vi aprirà la via del paradiso, ricevendovi al vostro ingresso nella vita, collegandovi al destino della donna, congedandovi a quella transizione della materia che si chiama morte, e raccomandandovi alla misericordia dell’altissimo, per colpe che non sono vostre. Il prete s’è appropriato il monopolio in tutte lo più solenni circostanze della vita, e vive grassamente, e voi, canaglia! sudate e portate l’obolo nella sua bottega per la maggior gloria di Dio. Poi gridate ai quattro venti, che siete popolo civilizzato! Il prete è ministro di Dio, il prete, almeno lo dice e voi lo credete, con Dio confabula, ne riceve il suo mandato di prete, l’autorità sua, i suoi attributi. E voi lavorate, gregge! sudate sul vertice dei marosi dell’Oceano, e se non portate la decima al prete, se la vostra donna con lui non consolasi della vostra assenza, voi andrete all’inferno: — sempre gregge! canaglia!

Eran sei in quella tetra mattinata di novembre sulla spianata di Cesena; quattro, dopo d’aver con una punta di pugnale segnata una riga sul terreno, contavano venticinque passi, percorrendo una perpendicolare alla linea suddetta. Gli altri, due col sigaro acceso, sembravano aspettare con impazienza il termine dell’ operazione dei quattro.

Con impazienza essi anelavano al mortale momento: Ramorino non potendo più vivere sotto l’incubo d’un oltraggio: Risso, senza dubbio, pentito d’aver vilipeso un fratello, ma troppo altiero per confessar la sua colpa, era pure impaziente di terminare, comunque fosse, la terribile situazione e farla finita.

La distanza è segnata: i padrini, mesti nel volto e dopo d’avere inutilmente sollecitato un accomodamento, presentano ad ogni competitore un fucile.

—Un fucile? — diranno i duellanti scandalizzati — e perchè no? un fucile, quando si ha voglia di ammazzarsi, basta che sieno armi uguali, e poi sia pure un cannone. —

Dunque un fucile, e gli avversari marciano l’uno contro l’altro collo stesso sangue freddo con cui avrebbero camminato ad un pubblico passeggio. A dieci passi Ramorino si ferma, e punta il suo fucile al corpo di Risso, questi più veterano, e forse più destro e forte dell’altro ha già la bocca dell’arma nel petto dell’avversario; ma un sentimento di rimorso, quello giungere all’insulto l’omicidio, lo fa titubare, l’arma è rialzata, e la palla sfiora appena la parte superiore del capo. Non così Ramorino, la sua palla colpisce e traversa il cuore del competitore; povero Risso! egli, avanzo di tanti combattimenti, coperto di tante onorevoli cicatrici [17], cade per non più rialzarsi e muore senza un solo lamento.

Il 3 giugno 1849, in Roma, Ramorino, mortalmente ferito da una palla bonapartesca, chiede ai compagni perdono per la morte del suo fratello d’armi, a cui aveva tolto l’onore immortale di cader sul Gianicolo, alla difesa della Roma ideale!

Della Roma ideale! non di quel putrido postribolo, che la menzogna, l’odio straniero e la corruzione hanno ridotto in un ammasso di pestilenza tale da ammorbare non l’Italia sola, già da tanto tempo infetta, ma il mondo intero.

CAPITOLO XII.

I VOLONTARI NELL’ ESERCITO ROMANO.

Libertà non fallisce ai volenti.

(Alfieri. )

I Volontari! Ognuno non deve voler la libertà del suo paese? Il suo paese onorato e non insudiciato da soldati stranieri, da preti e da traditori? Perchè si deve affidare l’esistenza della patria ad un pugno di militi obbligati, e ad un altro di Volontari? Ad alcune migliaja infine, mentre siamo in tanti milioni collo stesso obbligo, collo stesso interesse?

Eppure va sempre così, ed i pochi e i migliori marciano eroicamente al martirio per la causa di tutti, mentre le moltitudini si affaccendano in isterili schiamazzi e dimostrazioni, o si occupano indifferenti dei loro affari. Dal 48 al 68, i Volontari fecero qualche cosa, ma il loro numero fu sempre insufficiente. Nel 60, periodo più brillante della loro carriera e dopo la splendida battaglia del Volturno, essi non giunsero ai quattordicimila, numero insufficiente per poter segnar la via del dovere ad un governo sempre ipocrita, sempre perverso e sempre nemico e disposto all’esterminio dell’elemento volontario, ove questo avesse voluto resistere all’indole dispotica e prostituta, dello straniero. Ne abbiamo una prova nel famoso dispaccio del Cialdini al Buonaparte:

«Noi marciamo su Napoli con quarantamila uomini,  a combattervi la rivoluzione personificata in Garibaldi ».

E che dovevano fare i Volontari? imberbi la maggior parte, poco organizzati, e già minati in ogni modo dal più Corruttore dei Governi con agenti suoi d’ogni specie?

A Palermo, il Governo sardo, col pretesto dell’annessione, aveva già suscitato il popolo per arrestarvi i Volontari, e d’intelligenza col Borbone, che tradiva, e del Bonaparte, che inviava i suoi vascelli nello stretto di Messina, quel miserabile Governo tentava di soffocare nella culla la stupenda impresa, che doveva finalmente costituire l’Italia, aspirazione nazionale di tanti secoli, e rendere inutili gli sforzi del despotismo davanti alla coraggiosa risoluzione d’un pugno di prodi, Allora il Governo sardo ammucchia tutt’i suoi cagnotti in Napoli, e mentre inganna il Borbone con volpine trattative diplomatiche, fomenta una rivoluzione per rovesciarlo e per annientare l’azione dell’esercito del popolo dieci volte vincitore.

I destini d’Italia però la volevano costituita e contro la ferrea volontà dei Mille di Marsala infrangevansi tutte le astute gesuitiche trame del consesso dei Sanfedisti. E non credo ingannarmi dicendo: consesso dei Sanfedisti. Sotto il loro capo naturale, il 2 dicembre, poichè la meta della spedizione non si limitava certamente a Napoli, bensì mirava a Roma, e quindi a Venezia, se il popolo italiano, anzichè pascersi di ciarle e di evviva, l’avesse presa sul serio.

Meno dunque l’inesperto Francesco II, tradito dalle volpi del settentrione, che lottava debolmente per il suo trono, tutto il despotismo e sanfedismo d’Europa era contro noi; e senza saperlo l’esercito italiano andava a pugnare contro fratelli, ad impedire che si facesse l’Italia. A Napoli, spettacolo unico! sette individui dell’esercito liberatore, innoltravansi nella maggior metropoli d’Italia, ed i soldati del Borbone, stupiti da tanta baldanza, presentavano loro le armi. I Volontari intanto non erano quattordicimila mentre avrebbero dovuto oltrepassare i centomila. Le Marche e l’Umbria, la cui liberazione altro non fu che una conseguenza delle stupende vittorie dei Volontari, non ne fecero nemmeno una parola, anzi acclamarono i grandi trionfi della monarchia. Il resto d’Italia, invece d’obbligare il Governo a lasciar proseguire i Volontari vincitori, almeno sino a Roma, si trincerò nel dolce far niente, e le botteghe dei preti si stiparono di devotissima ciurmaglia, sino negli atrii e vestiboli, per rendere grazie a Dio d’aver conservato all’Italia il suo maggior nemico, la causa di tutte le sue vergogne e sciagure.

Dopo la morte del Rossi, i Volontari furono dunque accolti nell’ esercito romano, ossia esercito del Papa. Ma il Papa l’iniziatore delle riforme? il Papa liberatore? Il monte Bianco va a moversi e marciare avanti, almeno così credevano i nostri stupidi concittadini. E lo vedremo tra poco scappar vestito da donna, andare a congiungersi al suo collega di Gaeta e dimandar perdono al mondo d’essere stato capace d’un’idea generosa, o d’averla finta.

Ciocchè fosse il Governo di Roma nel periodo che seguì la morte del Rossi lo provano i fatti seguenti: Mentre i Volontari erano accolti nell’esercito romano, sotto il nome di 1.a legione italiana, il Governo di Roma imponeva loro di non oltrepassare i cinquecento, e quindi di sospendere l’arruolamento, ma siccome quel numero era già superato, un nuovo ordine del ministero della Guerra ordinava di non passare i mille. Di più! (non vi è trama che non fosse ordita contro i Volontari dal Governo dei preti) ordinava di lasciarli mancare d’ogni cosa necessaria, di calunniarli nello spirito delle popolazioni, dipingendoli come un accozzaglia di ladri, briganti e rotti ad ogni sfrenatezza. Nemici della religione, era il titolo più mite. Talchè dovendo essi passare per Macerata nella loro gita a Roma, questa chiuse loro le porte. Promettere loro le armi, e non darle mai, sotto uno, or sott’altro pretesto; così le vestimenta; chiamarli a Roma, ma mentre erano in marcia, farli retrocedere sulla via di Fermo; infine, accoglierli per non urtare l’opinione pubblica favorevole ai Volontari, ma fare ogni sforzo per screditarli ed annientarli se possibile. Tale era la condotta del governo, In tali condizioni, e colla pazienza d’uomini risoluti a servire la causa santa del loro paese, la l.a legione italiana organizzavasi, e preparavasi all’epopea gloriosa della difesa di Roma ove, sovente vincitrice, essa doveva finalmente soccombere sotto il peso di quattro eserciti nemici, mantenendo però alto onore del vessillo italiano.

CAPITOLO XIII.

LA SCOPERTA.

Passa la bella donna e par che dorma.

(Tasso.)

Non era morta Ida, ma svenuta sotto il colpo brutale dello sgherro del prete; Cantoni, come abbiam veduto precedentemente, l’avea sollevata dal suolo, dopo d’averla vendicata, e la trasportava nelle braccia come una madre la sua creatura. La trasportava, ma i bàttiti del cuore della fanciulla, giungevano nel fondo dell’anima sua con un effetto irresistibile. Esso aveva presentito il suo carico! E quando, deposta sul letticciuolo d’una fruttaiuola, la cui bottega aperta aprivasi per la prima a Cantoni; quando sciolta la rossa camicia, egli scopriva i pomi eburnei, che con mano maestra aveva scolpito natura, quel collo, quelle carni delicate, quel declivio di spalle che con qualche cosa di virile, avea pure tutta la squisitezza della più bella delle figlie d’Eva, oh! allora l’anima del giovine volontario nuotò in quel mare di delizie, che si solca nei primi stadi della vita, forse unicamente felice, del primo amore, ove tutto sorride, ove i godimenti sognati si presentano avvolti dall’involucro divino della speranza e dell’ideale, scevri dalle brutture d’una realtà che sfuma, si dilegua, s’annienta, come il fumo di un sigaro, lasciando dietro sè lo sconforto, e sovente l’in-destruttibile rimorso. Poichè, che sono i godimenti della vita?

Cantoni si sentì indissolubilmente vincolato alla bellissima creatura che gli giaceva davanti, e rimase ivi a custodirla come un tesoro. Com’era egli superbo d’averla difesa, salvata! Chi avrebbe allora osato insultare ancora quella sovrana del suo cuore? Oh! l’uomo sotto la potenza del primo amore, vale dieci. E quel sentimento, decrepito come sono, mi risospinge verso un’età, in cui anch’io mi sentiva moltiplicato, impavido a qualunque evento, ed ora davanti a me, terribile realtà! le avventure, le speranze, le glorie crollate sotto il peso degli anni e dei disinganni.. .

Quando, passato lo svenimento, Ida riaprì gli occhi alla luce, essi si fissarono in quelli passionati del suo liberatore, e con un moto spontaneo protese le sue braccia verso di lui. Cantoni inchinossi al delizioso invito, le sue labbra collaronsi sui coralli della bella bocca, ed un nettare d’essenza divina si trasfuse nelle arterie di due esseri fortunati. Sarà questo la vita? Oh sì! il resto è miseria!

Questa interessantissima scena non era sfuggita all’occhio penetrante della buona Teresa, la fruttajuola. Essa le ricordò forse alcune scene della sua vita giovanile, e godette del contracambio amorosissimo della bellissima coppia. Con tale prevenzione dell’ospite, non fu difficile a Cantoni d’interessarla alla sua giovine amante; Teresa incaricossi volonterosa di custodire Ida nella convalescenza, e Cantoni, pieno di gratitudine per quella donna, staccossi alfine dal suo tesoro, e corso al suo posto nella Legione, ove lo chiamavano le trombe a raccolta.

Egli col cuore lacero seguiva il corpo dei Volontari verso Roma, ove lo lasceremo assaporando l’odio, le calunnie e le velenose insinuazioni dell’astuto nemico d’Italia, il prete.

CAPITOLO XIV.

LA CONFESSIONE.

Invenzione diabolica, la confessione è il

mezzo più potente di corruzione del Chercuto.

(Autore noto.)

Sì! la confessione è l’arma più terribile nelle mani della Negromanzia. Colla confessione il prete padroneggia la donna e possiede il segreto delle famiglie. Con ciò egli serve il suo Ordine non solo, ma il despotismo, di cui è la vera polizia segreta, il più solido piedestallo. Teresa, la fruttaiola era un carattere buono, compassionevole, stimata da quanti la conoscevano. Ma che serve essere buoni in questa povera Italia, ove il prete è curatore delle anime? Il prete curatore delle anime, equivale a pervertitore, e così è spiegata l’opinione del grande Astigiano, che teneva la pianta uomo in Italia per robustissima, ma suscettibile dei più grandi delitti. Così in Spagna, ed in tutt’i paesi dominati dal prete. La buona Teresa, dunque, era devota, come lo sono la maggior parte delle nostre donne del popolo, e aggravata nella coscienza per l’ospitalità data a due scomunicati (tali eran chiamati i Volontari dal Sanfedismo e dai suoi addetti), Teresa non mancò al dì seguente di andare a prostrarsi ai piedi del confessore, il parroco della Cattedrale, a chiedergli perdono ed assoluzione del suo peccato.

La povera Teresa era stata combattuta tutta la notte, tra la generosità della sua natura, e gli scrupoli, che con tant’arte ingenerano i neri nell’anima delle ignoranti donnicciuole. Infine gli scrupoli la vinsero e la trascinarono nella bottega, ove si vendono la remissioni de’ peccati, a prezzi correnti, ed in ragione diretta o composta del merito e dell’età della penitente.

Il prete, dopo d’aver udito le parole di pentimento dell’infelice donna, disse che non valeva pentimento di parole, perchè il peccato era troppo grave, ma astinenza non so per quanti mesi, e recitare una infilzata di Ave e di Pater noster da far perder la pazienza a dieci Gesù Cristi. Poi, in considerazione della di lei assiduità alle funzioni religiose ed alla parola divina (cioè la parola del prete, e presto vedremo quanto divino era questo furfante), la raccomandava alla misericordia di Dio, senza però concederle l’assoluzione, ch’ei riservava per il compimento delle sue penitenze e l’espulsione della scomunicata da casa sua.

A pranzo, seduti in fronte l’uno dell’altro, don Cortlin parroco della Cattedrale, e la vecchia nostra conoscenza, Gaudenzio (che dopo la catastrofe del giorno antecedente, s’era rifugiato in casa del confratello). Tra un fiasco e l’altro d’eccellente Bertinoro, cogli occhi accesi ed il naso rosso come un peperone, impegnarono la seguente conversazione :

— Ma sai, Gaudenzio, che oggi tra le nostre stupide pecore, me n’è capitata una veramente graziosa? Una buona fruttajuola per nome Teresa mi ha confessato d’aver accolto in casa sua due di quegli scapestrati di Camicie Rosse, e che uno di essi, dopo d’essere passato per le fasi d’uno svenimento, si scoperse esser una fanciulla di circa quattordici anni, d’una bellezza rara, che il maschio lasciò la femmina in custodia della Teresa, e partì colla Legione per Roma.

— Corpo di bacco! esclamò il Gesuita, illuminandosi alla narrazione del compagno. Ma quella ragazza è un boccone da sessanta, amico mio, nonchè degna di noi, ma degna del primo prelato della Metropoli. Io non ho mai veduto forme più svelte, ed un viso! che se fossimo ancora ai tempi beati, in cui i cherubini scendevano sulla terra, io la crederei un messo di Dio. —

Cortlin, da vero corsaro pratico in tali faccende, spalancando tanto d’occhi, rispose a Gaudenzio:

— Ma questa è preda, che non dobbiamo lasciarci scappare, fratello mio; essa viene proprio dal cielo, e tanto più benvenuta e saporita, che queste nostre donne ci hanno proprio condannato alla continenza, dacchè tutta la canaglia d’Italia ha preso il fucile o la sciabola. Le femmine, accese anch’esse di spirito bellicoso, non vogliono più sapere di sottane, abbenchè noi siamo i veri liberatori d’Italia. —

— Trovato! — esclamò il Gesuita, scintillando di lascivia e di vino, e radiante per il concetto infernale, che finiva di solcargli la mente, gettò la destra sul calice pieno, e dopo di averlo tracannato d’un sorso, così continuò !

— Caro Cortlin, io già vi devo gratitudine per l’ospitalità sì generosamente concedutami, e voglio ricambiarvi col servigio della mia pratica, in quest’avventura veramente deliziosa; solo chiedo per guiderdone alle mie fatiche la mia parte di preda. —

— Ma vi pare, mio caro Gaudenzio, ch’io sarei tanto egoista da privarvi della vostra parte!» Anzi a voi la più squisita, maestro mio! —

— Oh no! gridò Gaudenzio avvinazzato, io sono sempre per l’umiltà cristiana, e mi contenterò di poco. —

E nell’anima loro, i due perversi, meditavano l’inganno reciproco.

CAPITOLO XV.

IL RATTO.

La più grande guerra, nella più remota

 antichità fu cagionata dal ratto di Elena.

(Autore conosciuto.)

Pioveva dirottamente, anche questa era una rigida notte di novembre, e nelle vie di Ravenna, massime dopo la partenza dei Volontari, poca o nessuna gente s’incontrava fuori di casa alle 10 pomeridiane.

Ravenna ha una popolazione seria, non chiassona. Benchè al mezzogiorno dell’Eridano, essa ha tutta la fisionomia dei popoli più settentrionali dell’Italia.

Eran dunque le 10 della sera, quando una carrozza a due cavalli si fermava davanti la porta della fruttajola Teresa. Tre uomini ne scendevano avvolti nei loro mantelli, salivano la gradinata del porticato, ed al coperto della pioggia, passeggiavano di fronte alla porta suddetta, conversando a voce sommessa, da non potersi distinguere le parole a poca distanza.

Una vecchia donna, scendeva pure dal veicolo, anch’essa nascosta in un grande sciallo di lana e giunta appena alla porta di Teresa, bussò tre colpi colla mano, e porse l’orecchio, per accertarsi s’era stata intesa di dentro.

Nessuna risposta, e la vecchia ripeteva le busse, ma invano. Alla terza prova finalmente essa fu più felice, ed un — Chi è? — rispose alle sue battute. — Son io! monna Teresa, — rispose con voce melata l’ambasciatrice del Don Cortlin. — Ma chi è? io non vi conosco, ed a quest’ora non apro. — Si rispondeva recisamente di dentro. —Io sono Perpetua, e mi manda qui Don Cortlin, per comunicarvi cose di grande importanza e che riguardano voi, mia cara Teresa. — Il nome di Perpetua, ch’essa conosceva, di Don Cortlin, e massime le comunicazioni importanti che stimolavano la sua curiosità donnesca, fecero sì che la nostra fruttajola, dimenticando ogni scrupolo sull’inviolabilità di casa sua nella notte, spalancò la porta, ed ammise in casa la vecchia. Ma questa non entrava sola, poichè quasi pestandole la gonna, seguiva il gesuita Gaudenzio, e dietro a lui, due malandrini, il di cui ceffo, benchè a metà nascosto dal tabarro, li costituiva degni seguaci del Lojolesco.

Teresa diede un grido nel vedersi la casa invasa da quella masnada. Ma la vecchia per prevenire ulteriori scene, avvicinò subito la fruttajola, e con piglio amichevolissimo esclamò: — Non vi sgomentate, mia buona Teresa, che questa è tutta gente da bene, gente con timor di Dio! ed incapace di farvi alcun male. Noi siamo inviati dal signor Curato, che ben sapete quanto vi stima, e che non permetterebbe certo che vi si toccasse un capello. —

— Ma per amor di Dio, Perpetua, ditemi allora subito di che si tratta, poichè non vorrei si dicesse domani per Ravenna, che la mia onorata casa, sia stata di notte frequentata da tanta gente sconosciuta. —

— Ma vi ripeto; — insisteva Perpetua, — ch’è onoratissima gente —, ed andava a proseguire una filastrocca in elogio della gesuitica comitiva e del suo padrone, quando Gaudenzio, impaziente di venire in possesso della sua preda, urlava con voce stentorea:

— Ma finitela, vecchia pettegola, che non siamo venuti qui per udire i vostri squarci d’eloquenza, ma per ubbidire agli ordini del reverendo Curato Cortlin, e salvare l’anima di questa sua pecorella dalle mani del demonio. — E siccome nella sua breve dimora in quella stanza, egli già aveva scoperto il ricovero d’Ida, dietro un’alcova, su d’un modesto lettuccio, fece un segno ai due malandrini di avvicinarlo, e così facendo lui stesso, essi in un momento furono in possesso della fanciulla, che fasciarono in un mantello, e trasportarono subito nella carrozza, trovandosi soltanto i tre con Ida, e lasciando la Perpetua coll’incarico di persuadere Teresa, che salvatori mandati dal cielo eran venuti per il bene dell’anima sua, gravemente compromessa dall’aver dato rifugio ad una giovine scomunicata.

Tale è l’impudenza di questa razza scellerata di vipere, e tale è l’infernale malizia con cui sanno maestrevolmente coprire col manto dell’ipocrisia ogni orribile delitto, compiendo in faccia al mondo le loro lascivie, le loro nefandezze, nascoste da un pretesto di tendenze al bene, alla moralità, e consacrate dal nome dell’onnipotente, che questi sacrileghi deturpano e prostituiscono incessantemente!

Tali questi ministri di Satana. Attizzavano i roghi, vi precipitavano migliaja d’innocenti, ed ascendevano poi il pulpito, ove proclamavano al mondo la loro pietà religiosa, e gli atti atroci che avevan commesso per la maggior gloria di Dio! E ci sarà ancora una donna italiana che vada a prostarsi ai piedi di questi velenosi nemici del genere umano!

CAPITOLO XVI.

LA CATTIVITÀ.

Les cloitres, les cachots ne sont point son ouvrage ,

Dieu fit la libertè, l’homme a fait l’esclavage.

(Chenier.)

Il colpo ricevuto da Ida, che la condusse svenuta in casa di Teresa; e quindi nelle ugne di Gaudenzio, era stato, come abbiam veduto, un colpo sulla testa, che l’avea fortemente stordita, ma fortunatamente non offesa mortalmente. Dimodochè con 24 ore di riposo essa sarebbe forse stata ristabilita da poter seguire il corpo dei Volontari, e l’uomo a cui essa si trovava vincolata per la vita, ora più che dall’ amore il più fervido, da gratitudine immensa.

Ma così non doveva essere ; appena rinvenuta dallo stordimento, e quando essa cominciava a prender qualche riposo, noi l’abbiam veduta rapire proditoriamente, ed involata dal dissoluto seguace di Loyola, rimanendo assolutamente in suo potere in una carrozza.

Il lettore crederà forse che dopo tutte le tenerezze usatesi vicendevolmente da Cortlin e da Gaudenzio, quest’ultimo, conformandosi agl’impegni presi sì enfaticamente col compagno, volesse condurgli in casa la bella Bolognese. Ma nemmen per sogno! Il gesuita, padrone d’Ida, non l’avrebbe ceduta nemmeno al Santo Padre.

«E vi pare che sia quella creatura da cedere a chicchessia? ruminava tra sè il birbante. Un angelo simile! E che non valgo io forse un’eminenza, da non poter come quei signori tener una vergine per adorarla?» E qui stimolato dalla libidine, e profittando dello stato sonnacchioso, in cui eran caduti i malandrini compagni, egli inchinò il suo volto di serpe sulla bocca imbavagliata d’Ida e tentò baciarla.

Non l’avesse mai fatto: rinvenuta dallo stupore, e pressochè conscia dell’infelice suo stato, la prigioniera parve elettrizzata dal fulmine, ed un pugno sì solenne cadde sul ceffo dell’impudente chercuto, da fargli comparire la vettura come una stanza stellata, ed il sangue suo, massimo dal naso, imbrattò la sua schifosa sottana da farlo sembrare un macellaio, anche nella poco illuminata carrozza, Tornata in sè stessa, dopo quel magnifico pugno, Ida strappò i panni con cui l’avevano imbavagliata, e si avvinse alla portiera della carrozza, girando fortemente colla vittoriosa sua destra la chiave del saliscendi.

Essa era pervenuta ad aprirlo, e l’aura della libertà avea già rinfrescato il suo volto. Ma il prete, che avea potuto mantenersi in silenzio ad onta del gran colpo e del ceffo insanguinato, non volle permettere la fuga della sua preda, ed afferrandola con ambe le mani, diè in uno strido tale di ferocia da far balzare e dar della testa al tetto della vettura ai due masnadieri.

In un momento l’infelice fanciulla fu ricacciata sul suo sedile, la portiera richiusa, e ad ognuno degli sgherri fu ingiunto dal loro capo di non mover la mano dal saliscendi sino a raggiungere la destinazione. E qual era la nuova destinazione? Ida non la conosceva certamente, e probabilmente nessuno ancora, giacchè Gaudenzio avea determinato la direzione a mezzogiorno, ma non avea egli stesso fissato il sito di reclusione destinato alla bella cattiva, avendo a sua disposizione molti conventi, fortezze e castelli. Tale è la potenza di questa setta di demoni, indispensabili a tutti i despotismi che servono come spie, delatori e birri, e dei cui mezzi immensi dispongono liberamente. Io non mi accingerò a descrivere la setta diabolica che prende il suo nome dal giusto, e che lo prende giustamente per mascherare le sue nefandezze. Moderno proteo, maledetto dal mondo che ne conosce le scelleraggini, esso sparisce ove un lume di libertà si mostra che lo abbaglia e lo annienta; ma ritemprato sulla soglia della tirannide, la spinge a dilatarsi, la suscita, la fomenta, ove ne trova il minimo germe, e solo quando i popoli, imbrattati della ruggine dei loro ferri, li scuotono, l’infrangono, e ne scaraventano i rottami sui loro oppressori, allora il proteo sveste le odiatissime sue forme, e fuggendo l’ira giustissima degli oppressi, ricomparisce altrove, e sotto aspetto sorridente e moderato dice: «anch’io sono liberale!» Quando l’inferno vomitava il gesuita ed il prete che son tutt’uno, ei ben sapeva di regalare all’umanità, la quintessenza dell’orrido suo ministero.

Il miserabile despota della Francia, sostenitore primo del gesuitismo, vive di esso e per esso. Egli iniziò il suo impero con una menzogna: l’impero è la pace! preludio d’altre infinite menzogne , mentre sapeva non potersi sostenere senza la guerra. E tali sono la maggior parte de’ moderni potentati dell’Europa, seduti sull’ingiustizia e la prepotenza abbisognano della nera setta, che patrocinano per ingannare le nazioni. Non mi accingo, ripeto, a descrivere il Gesuitismo. Penne ben altrimenti famose della mia già ne assunsero l’incarico e svelarono i mezzi di cui esso può disporre. Spia, agente poliziesco e pervertitore d’ogni tirannide, ma particolarmente di quella più schifosa ed abbominevole che siede in Roma, ed a cui esso deve ubbidienza diretta ed immediata, quando non riesce a soverchiarla a forza d’astuzia e d’insolente impudenza.

Il Gesuita rappresenta la malizia umana: quando ai primordi della società, un astuto poltrone capì che si poteva vivere lautamente, ingannando, alle spalle degli imbecilli che lavorerebbero per lui, egli fu gesuita, fu prete, fu negromante, e le moltitudini lo venerarono. Da quando i detrattori d’Aristide gli diedero l’ostracismo, dai farisei che crocifissero Cristo, e da questo agli eminentissimi di Roma, che vendono la loro patria allo straniero per nuotare in ogni specie di libidine, esiste sempre il Gesuita, e non so se peggiori gli antichi de’ moderni. Comunque sia il Gesuitismo, come il pidocchio, si genera dal sudiciume, dall’ignoranza e dalla miseria!

Prima di quel tale pugno, Gaudenzio era stato incerto sulla scelta del luogo di reclusione per Ida, ma dopo di quel solenne pugno, egli così ragionò tra sè: « Altro che conventi, per quello diavoletto! Esso è capace di mettervi fuoco, o alla peggio uscirne sotto veste di monaca frequentatrice. Poi, quei fratacci son così ghiotti delle belle creature, ch’ è veramente un affare serio affidarlo alle loro ugne.

« A Roma !.. nemmen per sogno! Fra tanti avoltoj del Sanfedismo, non resta in mio potere 24 ore.

« A San Leo dal mio amico e protetto, cavalier » Volpone. Egli è vecchio e avarissimo, ed abbisogna del mio patrocinio per sottrarsi alle galere, ove i suoi furti lo condurrebbero certamente. »

A San Leo dunque! ed il Gesuita si sarebbe fregato le mani come le fregava Archimede nei suoi sublimi ritrovati, se certo agglomerarsi di sangue nel naso non lo avesse obligato di tener la destra occupata con un fazzoletto.

Da Ravenna a San Leo v’è un bel tratto, e certo abbisognò il Lojolesco di tutta la sagace sua malizia, per condurre la nave a buon porto. Egli largheggiò non poco col cocchiere, acciocchè scansasse ogni sito pericoloso, massime poi coll’incontro dei rompicolli a camicia rossa, per i quali il fiuto squisito a trovare birbanti è tradizionale. La stessa prodigalità usò co’ mascalzoni compagni.

Ida era guardata a vista; ove si sentiva gente, i tre le tenevan la mano sulla bocca, anche a rischio di soffocarla. — Povera ragazza! essa capiva che era inutile ogni conato, e si conformava alla sorte sua sventurata. Le stesse precauzioni eran prese quando si trattava di cambiare cavalli, e ciò succedeva possibilmente nei siti meno frequentati.

Per pratico che fosse il cocchiere e ben pagato, egli non poteva sempre scostarsi della grande via Emilia che percorre le Romagne dal settentrione al mezzogiorno, e che passa per la maggior parte dello spazio che dovea transitare la nostra comitiva per giungere da Ravenna a San Leo, molte miglia a libeccio di Rimini e di San Marino.

Dopo d’aver percorso la strada da Ravenna a Forlì quindi a Forlimpopoli — e come si toccavano quei poveri cavalli! e quante promesse al cocchiere ed agli altri! — era giunta la carrozza tra Forlimpopoli e Cesena verso le 3 pom., quando nel giro del contra-forte d’una collina, uno squillo di tromba fece un effetto tremendo fra i tre custodi d’Ida. Essa pure ne fu scossa meravigliosamente, abbenchè in senso contrario, riconoscendo in quel suono la tante volte udita e cara tromba dei Volontari. La giovinetta si scosse tra gli osceni tocchi de’ suoi persecutori, come sotto l’impulsione dell’elettrico. Il Chercuto diventò pallido come un cadavere, e s’avvinghiò freneticamente al corpo della sua vittima, tremando e quasi supplicandola. I masnadieri, consci del pericolo della situazione, ma meno codardi del prete, la strinsero villanamente e s’incaricarono da soli di guardare membra e bocca dell’infelice fanciulla.

Intanto a poca distanza si sviluppava il superbo corpo dei Volontari, in numero allora di ottocento uomini, composto per la maggior parte della gioventù scelta d’ogni provincia italiana. Ed era quella gioventù che i preti spacciavano per ladri e malviventi!!

I Volontari avevan meriggiato a destra e sinistra della strada, e la tromba suonava a raccolta per pigliar la marcia verso Cesena.

Era piacevole spettacolo per anime patriottiche il vedere quella vispa e coraggiosa gioventù, che abbandonando gli agi d’una vita splendida, s’incamminava a spargere il proprio sangue per la redenzione della patria! Oh! si può essere superbo d’aver guidato sui campi di battaglia quella eletta parte della Nazione!

Così non dicevano i traditori, di cui disgraziatamente abbonda ancora questa terra infelice! Se un pittore avesse potuto penetrare collo sguardo in quel momento nell’interno della carrozza, ove stavano i quattro viaggiatori, sicuramente egli ne avrebbe ricavato uno sbozzo da non invidiare qualunque dei più interessanti.

Abbisognava la robustezza dei due ladri della nostra eroina, per trattenerla dal precipitarsi fuori del veicolo. Essa avea tentato quanto era umanamente possibile ad una fanciulla di quattordici anni; morsi, graffiature, pugni, contracambiati con minacce di morte degli assassini e da brutalissime violenze per impedirla di muoversi, e sopratutto di gridare.

La colonna dei Volontari sfilava sullo stradale e la carrozza doveva fronteggiarla necessariamente in quasi tutta la sua estensione; Gaudenzio, con una mano all’insanguinato naso, teneva coll’altra la fanciulla per il vestito; ma macchinalmente, poichè l’indecente prete era più dell’altro mondo che di questo dalla paura. L’ occhio stralunato di quel perverso misurava il numero dei Volontari, ma senza fissarsi in nessun degli individui che componevano il corpo, ognuno gli sembrava ugualmente formidabile e spaventoso. Era atterrito, convulso, nessuno ei fissava quando un grido come di morente, sgorgato dalla gola del ministro di Satana, provò ch’egli avea distinto qualcuno. E veramente la bella e gioviale fisionomia di Martino Franchi, su quella magnifica quadratura di spalle s’era riflessa nell’occhio del prete, ed avea fatto nell’anima sua perversa l’effetto della testa di Medusa. La reminiscenza di quel terribile colpo di bottiglia, e l’orrida scena di Ravenna si affacciarono alla mente sua, come se fossero per ripetersi in quel momento. L’occhio di Franchi colpì l’occhio sinistro del Chercuto, ma colla mano sul volto, pallido e sfigurato com’ era, non fu possibile riconoscerlo. Guai! se Martino lo avesse indovinato! Altro che bottiglia, e cavalcata di somaro!

L’ombra del gigante Bresciano (poichè gigante era sembrato Franchi allo spaventato Gaudenzio) dileguossi finalmente, grazie alla solerzia del cocchiere che toccava i cavalli maladettamente. E dileguossi pure la momentanea speranza dell’infelice fanciulla. E Cantoni, che cento volte avrebbe dato la vita per liberarla, occupato a mettere in ordine i bagagli del Quartier generale in ajuto di Aguilan, e che dovevano seguire la colonna appena s’era accorto del passaggio di quel veicolo sullo stradale, ove ne passavano tanti. Il delitto dunque favorito dalla fortuna, procedeva la sua via scellerata, trascinando seco l’innocenza, per sacrificarla alle mostruose sue libidini. Che il vizio, la violenza, la tirannide, l’impostura trionfino qualche volta sulla terra, ciò non deve impedire alla virtù di seguire il suo sentiero seminato di spine, impavida e colla fronte alta: Dio paga tardi, ma paga giusto.

CAPITOLO XVII.

SAN LEO.

.... O Mantovan! io son Sordello

Della tua terra, e l’un e l’altro abbracciava.

Ahi ! serva Italia di dolor ostello,

Nave senza nocchiero in gran tempesta,

Non donna di provincie, ma bordello !

(Dante )

A poche miglia da San Marino verso libeccio si scorge uno di quei monti, che per poche nozioni geologiche che si abbia di questo nostro pianeta, altri non può a meno di figurarvi un antico e spento fumajolo nella terra. Spento, non più fumante, perchè il tempo lo smorzò colle sue fredd’ali, lasciando intatta tra i cataclismi e gli sconvolgimenti la sua conica forma, caratteristica del Vulcano.

La terra si spegne, dicono gli scienziati. Corpo intieramente igneo una volta, essa va riconcentrando le sue voragini di fuoco ognor più lontano dalla superficie, più circoscritte quindi, e quindi con minor bisogno di fumajoli o crateri di Vulcani indispensabili alle esalazioni del grandissimo focolare.

Di tali fumajoli spenti è coperta la superficie del globo, e tali sono le maestose cime delle Alpi delle Ande, e mi figuro dell’ Imalaja, figlia primogenita forse delle spaventose convulsioni del terribile elemento, che rode senza posa le viscere di questo minore ruotatore dello spazio.

La terra si raffredda, si spegne, e chi ne dubita? Essa fra alcuni secoli sarà una ghiacciaja, dico fra alcuni secoli, perchè cosa sono i milioni di secoli paragonati all’eternità ?

I corpi morti vi si conserveranno di più, ma morti! dall’issopo al cedro, dalla formica all’elefante, dallo schiavo al tiranno, ma morti! perchè nulla potrà vivere su questa superficie cristallizzata. E poi,....

L’uomo e le sue tombe

E l’estreme sembianze e le reliquie

Della terra e del ciel travolge il tempo.

(Foscolo)

La terra si raffredda, si spegne! Il ghiaccio su tutta la sua superficie seppellirà le reliquie di ogni animazione. Piante d’ogni specie: dall’abete maestoso, che corona lo falde di monti, all’umile gramigna che tappezza le valli, dalle ossa dello schiavo a quelle del padrone, tutto frammisto, tutto sconvolto, tutto coperto, forse eternamente, da una crosta di cristallo forse eterno!

E la terra continuerà a ruotare nello spazio, non più abitata da formiche e da genti, ma da individui ancora della famiglia infinita di mondi, con cui l’Onnipotente popolò l’Infinito.

E l’uomo si affatica, si travaglia, si tortura, come se la vita sua d’un secondo dovesse durare eternamente. — Il despota, il prete, più astuti, più malvagi del resto della famiglia umana, la ingannano, la rubano, la fanno infelice, per godere alcuni secondi d’una vita scellerata a spese degli stupidi che credono le loro menzogne e dei codardi, che in luogo di liberarsi, rovesciandoli nella polve, si accovacciano ai loro piedi tremanti, o, vestendo una livrea, li ajutano ad impoverire e stremare la povera gente!

Che siano attivi od estinti, i vulcani conservano generalmente la forma conica — tronca, e se curiosi a vedersi sono quelli che s’innalzano dal seno dei laghi, come i due bellissimi che adornano il lago di Nicaragua nell’America centrale, noi sono meno i tanti che sporgendo le altissime loro cime sugli Oceani, incantano il navigante rallegrato ed attonito, colla loro forma graziosa, la loro eterna verdura, se sotto la zona torrida. Tali sono gli altissimi coni del gruppo di Lipari, delle Marianne dell’Indiano arcipelago, e tanti altri. La forma conica-tronca del fumajolo della terra si è costituita quando l’esplosione vulcanica squarciò la crosta del globo e vi formò il cratere, oppure quando il cratere rovente, come succede ad ogni materia in ebollizione, forma vortice in cui la materia o lava emessa, uscendo dal tubo si sparse intorno ed accrebbe progressivamente la base, le falde, e l’orlo dell’orifizio. I secoli poi si incaricarono d’innalzare quei tumuli ad orifizio od orifizi, e ne spinsero molti ad altezze smisurate, come l’Etna, l’Ecla, il Viejo, ecc. che altro non sono se non se agglomerazione delle materie ignee vomitate dai vulcani e precipitate verso la base, estendendole sugli strati successivi raffreddati ed aumentando sempre più lo spessore totale della crosta vulcanica e la sua altezza. — Sono essi, vulcani più antichi, che datano la loro origine forse dall’incandescenza terrestre, quando, cioè, questo nostro parco di delizie e di miserie, era un mare di fuoco. Allora bolliva questa superficie come qualunque altro fluido, ed emetteva quegli sporgenti orifizi che formarono i presenti fumajoli spenti od attivi.

Il vulcano spento di San Leo conta tra i minori dei giganti della terra, non manca però di celebrità nella storia dei delitti umani: Esso ha servito, come tant’altre eminenze, al ricovero di prepotenti, che dall’alto dei loro nidi d’aquile piombavano sulle sostanze, o rubavano le donne, maltrattando gli uomini od uccidendoli. In quelle epoche remote ebbero origine molte feodali famiglie, quelle, cioè, i cui titoli non nacquero da compra con denaro accumulato dall’usura o da servilismo prodigato ai potenti.

La feodalità moderna [18] è più moderata. Essa dissangua le Nazioni come l’antica, ma con più astuzia. È più ricca di quella per l’acrescimento delle popolazioni di servi, delle produzioni e del commercio, profittando delle propensioni dei popoli a costituirsi in grandi nazionalità, per non soggiacere ai capricci di vicini potenti.

La feodalità monarchica ajutata dal prete, ravvolse le genti d’Europa in una nube tale di menzogne e di corruzione, da far prender loro per una situazione di progresso, uno stato vero di tirannide, più odioso delle antiche, perchè mascherata da istituzioni sedicenti liberali, ma più perfida e più menzognera.

CAPITOLO XVIII.

IL BIRRO.

Qualunque sia governo al porco piace,

Anche a furia che sia di bastonate

Mangiar , bere e dormir, lasciato in pace.

(Casti.)

Era nei primi di dicembre 1848, il tempo corrispondeva alla stagione. La sera era tetra per una caligine fitta ed oscura, che se non era pioggia, ti bagnava almeno quanto quella e ti penetrava colla sua umidità ributtante sin nella midolla delle ossa facendoti rabbrividire disgustosamente. La rocca di San Leo, posta sul cratere del vulcano spento alla sommità della montagna, era intieramente avvolta nelle nubi. Ma quando questa era cacciata dalla bora con impeto, scopriva al viaggiatore attonito quel lurido propugnacolo della tirannide pretina, come un fantasma che appariva e si nascondeva secondo la maggiore o minore densità delle nubi.

Una carrozza a quattro cavalli saliva la strada a chiocciola che conduceva alla fortezza, e giunta vicino al ponte levatojo, ne scendeva un individuo avvolto nel mantello, ed essendosi egli avvicinato alla sentinella, questa gli intimò di fermarsi e chiamò il caporale che comparve subito, ed al quale il nuovo venuto diede l’incarico di avvertire il comandante.

Il maggiore Volpone, comandante dell’ergastolo, era a tavola, e questa sorta di gente lascia diffìcilmente la tavola, a meno che non sia per l’arrivo d’un superiore per strisciargli davanti o per un pericolo qualunque.

Avendo fatto del ventre la loro deità, guai a chi viene a disturbar costoro, mentre stanno seduti al santuario della loro adorazione, e perciò quando l’ufficiale di guardia al portone d’entrata giunse ad avvisare il comandante che un individuo arrivava per vederlo, il maggiore disse con mal piglio: «Che aspetti! questa gente coglie sempre per incomodarti l’ora in cui uno sta a tavola sollazzandosi alquanto e rifocillandosi dalle fatiche della giornata. »

Grandi fatiche veramente sosteneva quel carceriere dell’Inquisizione vigilando e tormentando una quantità di sventurati che la malvagità pretina avea rinchiuso in quell’ergastolo, col delitto di non aver voluto credere alla menzogna, di aver amato la libertà d’Italia, e congiurato per rovesciar la più schifosa di tutte le tirannidi.

Questo ragionamento faceva forse il giovine mentre ubbidiva agli ordini del superiore.

Sceso ed uscito dal ponte, egli recò a Gaudenzio (poichè altri non era il nuovo venuto), l’ingiunzione del comandante, ma il Gesuita, arruffando il naso dal dispetto, però moderandosi subito, e fingendo gentilezza, ipocrisia in cui sono maestri i settari di Sant’Ignazio, — disse all’ufficiale:

— Non vorrebbe lei esser tanto compiacente di recare o mandar al comandante questa carta? —

L’ufficiale fissò i suoi negli occhi del chercuto, ch’ei riconobbe, benchè camuffatto in un mantello borghese, fece un sogghigno come se volesse dire: — Tu non m’inganni, birbante! — ma siccome egli era gentile davvero, e troppo giovine per usare uno sgarbo a chicchessia, s’incaricò della carta e ritornò dal maggiore. Appena veduta la firma del Gesuita suo prottettore, il gaudente s’alzò di botto ed esclamò con voce commossa:

— Ah! questo è un amico mio, fatelo pure entrare ! —

— Amico suo ! che roba !.. — disse fra sè l’ufficiale, e ritornando a Gaudenzio, l’introdusse subito.

Lascio pensare al lettore quale sarà stata la conversazione dei due birbanti; mille scuse per parte del mercenario per aver fatto aspettare il suo proiettore, ed umore condiscendente di questo, che sentiva di avere bisogno del protetto per portare la sua avventura galante alla fine.

— Sembrami meglio aspettare l’oscurità della notte, per introdurre la ragazza in castello, diceva Volpone: a quest’ora i corridoj, il cortile e le gallerie sono troppo popolate e tutti s’accorgerebbero d’ogni cosa.—

— Che oscurità d’Egitto, — urlava il prete; impiaziente d’avere la sua vittima a dispozione. — Non avete in castello una lettiga coperta, una portantina, un seggiolone che si possa coprire? —

Io non voglio nojarmi nè nojare colla conversazione oscena dei due perversi, dirò soltanto che batti e ribatti, Gaudenzio si attenne all’opinione dell’altro, cioè d’aspettare la notte, che non era lontana per introdurre Ida nella fortezza,

E la notte venne, umida, cupa, fredda, e l’infelice fanciulla fu portata in uno dei migliori, ma più reconditi appartamenti del castello. Ma per segreto che fosse il trasporto, fatto con ogni precauzione, la bella fisonomia d’Ida non era sfuggita all’occhio penetrante del giovine ufficiale.

CAPITOLO XIX.

INCONTRO FELICE.

Amicizia del Ciel, prezioso dono,

Io cederei per un amico un trono.

(Joung.)

Chi fosse il giovine ufficiale, che noi trovammo di guardia all’arrivo d’Ida a San Leo, lo diremo in due parole. Leonida C., appartenente a una delle più cospicue famiglie di Faenza, appena ventenne prese parte ai movimenti insurrezionali che tanto scossero l’Italia sul principio del presente anno e che continuavano tutt’ora con minore fervore bensì, secondo il carattere degenere e poco costante di questi moderni discendenti degli Scipioni.

Leonida, elettrizzato siccome tutta la gioventù di quell’epoca, impugnò le armi e corse a raggiungere quel pugno di prodi, che col generale Ferrari e poi a Venezia tanto si distinsero. Ma Leonida aveva una madre che lo adorava; essa, donna d’alti sensi e generosa, avrebbe dato cento figli per la liberazione della patria, ma Leonida era figlio unico e di fisico un poco gracile, benchè d’animo fortissimo. Avea di più contratto le micidiali febbri di Malghera, ov’era stato di guarnigione. Di più si sapeva generalmente essere troppo numerose le forze che occupavano Venezia, ed intenzione di quel Governo di diminuirle. Spinta da tali considerazioni la signora C. recossi nella città delle Lagune, e tanto fece presso quelle supreme autorità da ottenere il rinvio del figlio, al che Leonida stesso acconsentì, colla condizione che sua madre accorderebbe il suo arruolamento nella Legione Romana, allora in formazione sul continente.

Il governo del Papa aveva destinato un distaccamento di tale legione a San Leo e, contrariamente all’inclinazione di Leonida, a lui toccò l’esoso incarico di far da carceriere ai prigionieri dei preti.

Condizione degradante è veramente quella degli eserciti moderni, destinati per la difesa della patria, a dover servire di birro ai capricci di mascherato despotismo, opprimendo quello stesso popolo ch’essi dovrebbero proteggere e difendere !

Da pochi giorni dunque era entrato Leonida in San Leo di guarnigione, quando giunse la rapita nostra eroina.

Sul principio il giovine faentino, s’era quasi deciso a chiedere la demissione e rinunziare l’esoso incarico di far parte della guarnigione d’un ergastolo da preti. Ma avendo rinvenuto in San Leo vari prigionieri politici, che il liberale Pio IX, non avea ancor trovato modo di liberare, si decise di pazientare per poter esser utile agli infelici patrioti. Supplicare il governo dei preti per la liberazione dei generosi che languivano in carcere per la stessa causa allora dal regnante e dal Papa millantata, era fiato sprecato, e persuaso diciò Leonida stava preparando la fuga di quanti amici politici si trovavano nella fortezza. Ora poi, la faccenda si complicava. E chi sarebbe mai la bellissima fanciulla, che con tanto mistero erasi introdotta in castello?

Non sarà essa una nuova vittima di quei neri nemici del genere umano? E liberarla, se essa è veramente infelice, non è opera degna d’un giovane di vent’anni?

Oh! come il cuore batteva forte al Volontario all’idea della meditata impresa, e l’occhio poi della fatale fanciulla avea compito la generosa risoluzione del Romagnolo.

Nel duello successo in Cesena tra Risso e Ramorino, Cantoni era stato uno dei testimoni di Risso, e le leggi romane, rigorose sul duello, avevano obligato il Comandante della legione italiana a dover condiscendere alla reclusione del Cantoni per qualche tempo per sottrarlo a maggiori disturbi.

E qual sito di reclusione si destinò a Cantoni? San Leo — vedete che combinazione! E chi trova in San Leo Cantoni subito giuntovi? l’antico amico e compagno di collegio Leonida! — L’uomo è figlio della circostanza; l’eroe d’oggi non lo sarà più domani, E dove sono i settanta di Cairoli, i mille di Marsala, e i tanti prodi dei cento combattimenti che si sostennero in questi ultimi tempi contro lo straniero? Essi oggi fanno l’amore, si affollano nei caffè, nei teatri, e molti credendo di servire la patria, hanno vestito una livrea, servono un governo perverso e legano il padre e la madre se sono comandati dai loro superiori. Ciò si chiama disciplina e lo sarebbe se non si servisse il governo del privilegio. Eppure quella stessa gioventù che domani vi farà dell’eroismo, oggi si mantiene muta, stupefatta davanti a fatti vergognosi diretti da una mano di miserabili faccendieri.

L’uomo, lo ripeto, è figlio della circostanza; umile, dimesso, accovacciato e pauroso, egli passa la maggior parte della sua vita calpestato da poca canaglia.

Ma giunga un’ora, in cui si ricordi d’esser uomo, alza la fronte, dà una scossa alla ferrea rete, in cui lo avevano avvolto, e la frantuma sulla cervice del malvivente che l’opprimeva.

Tale fu l’epoca del 48, e se l’Italia, invece di trovare una caterva di moderati grandi e piccoli, avesse trovato un uomo capace di guidarla nel modo ch’era d’uopo, essa avrebbe fatto miracoli, e non sarebbe sempre da capo a ricominciare insurrezioni.

Gli ospiti di San Leo, prigionieri e custodi provarono pure l’orgasmo dell’epoca, e ciò che ostava che si desse fuoco alla fortezza cogli strumenti di tortura, d’aguzzini e diavoli, era quella specie di rispetto che rimaneva per il Papa riformatore, sentimento però che si affievoliva ogni giorno a misura che il prete scuoteva l’apparenza da liberale con cui s’era mascherato sino alla fuga per Gaeta, compimento delle negromantiche imposture.

Lascio pensare qual sorpresa fu per Cantoni d’incontrare il suo amico in San Leo, sangue della Madonna! fu l’esclamazione di Cantoni al ravvisare Leonida. Essi erano stati veri amici e certo sarebbero corsi nelle braccia l’un dell’altro, benchè in servizio il secondo e prigioniero il primo, se un certo rispetto militare non avesse trattenuto ambedue. Essi però non mancarono di vibrarsi reciprocamente uno sguardo d’intelligenza e massime l’ufficiale che avea qualche anno di più del suo giovine amico, dissimulò il sentimento d’amicizia e si ritirò nella sua stanza.

CAPITOLO XX.

L’ERGASTOLO.

E l’uomo e le sue tombe.

E l’estreme sembianze e le reliquie.

Della terra e del ciel travolge il tempo.

(Foscolo.)

San Leo ridotto ad ergastolo, ne avea assunto nell’interno la nauseante fisonomia; il prete più ancora del tiranno, è ingegnoso per tali specie di stabilimenti.

Al circuito esterno della mura in parte diroccate, ma tuttora altissime, corrispondeva il cortile interno, circolare pure, con due linee di balaustrate a ringhiere, corrispendenti a due piani d’abitazione.

Sotto i due piani, che potrebbero chiamarsi di viventi, e che abitavano custodi e guarnigione, ne esisteva un altro sotterraneo che si poteva intitolare delle sepolture. Vi si scorgevano delle pusterle, che avevano l’apparenza piuttosto di portelli da cannoni, come usasi a bordo delle navi da guerra, che di porte d’entrata d’abitazione umana. Eppure tali usci mettevano nell’interno di fetidi sotterranei, testimoni secolari d’ogni scellerata atrocità dei preti, e occupati oggi da infelici prigionieri politici, cioè da generosi patriotti vittime del Papato, che avean cospirato contro il più abbominevole dei governi. Alcuni dì essi languivano alcuni da molti anni, quasi dimenticati da un mondo che non dovevano più rivedere poichè se v’è tirannide implacabile e che non perdona, essa è certamente la teocratica, composta di gente senza cuore, senza coscienza, che edifica la sua esistenza di menzogna sul cielo, e che più d’ogni altro genere di perversi sulla terra si è consacrata ai godimenti mondani.

Il pian terreno, ove si entrava dunque in luridi sotterranei, era occupato da prigionieri, e le gallerie di legno o formate da balaustrate, con scalinata a destra e sinistra del portone d’entrata, mettevano nella abitazione dei liberi, ed alcune stanze di questa si concedevano a’ condannati per delitti leggieri, e massime a coloro che grossamente potevano pagare il privilegio. Quel privilegio che si esercita spudoratamente nelle reggie, anche le più costituzionali, perchè non avrebbe ricetto nel puzzolente recinto dell’ergastolo?

Nel fondo poi del cortile, al disopra d’ alcune dozzine di gradini, scorgevasi un pianerottolo che metteva nell’abitazione governativa del castello, ove una porta a due finestrelle laterali adorne coon tendine bianche, annunziava la principale stazione dell’autorità suprema dall’ergastolo, ora abitata dal Volpone, da Gaudenzio, da una vecchia fantesca del comandante, e dalla povera Ida, rinchiusa e guardata nel più recondito locale di quelle stanze.

Il delitto di Cantoni non essendo stato di natura politica, cioè contrario al governo pretino, egli non fu destinato ai sotterranei dell’ergastolo, ma ebbe uno stanzino sulla galleria superiore; non gran cosa, ma che si poteva considerare un paradiso, paragonato alle abitazioni degli infelici di sotto.

Eran circa le 11 della sera, quando tre piccoli colpi alla sua porta avvisarono Cantoni d’una visita, e subito dopo il girar della chiave nella serratura, si aperse un pochino l’uscio ed un individuo si sentì introdursi nella stanza.

Cantoni accese un zolfanello, e così fece nell’istesso tempo l’intruso, accendendo pure un lanternino che portava nella mano sinistra. Al chiaror del lume, il nostro eroe riconobbe l’amico, saltò dal letto, ove s’era coricato vestito, e si gettò nelle braccia di Leonida che lo strinse sul seno,

Un grido di inaspettata ed ineffabile gioia fu esclamato dal giovine prigioniero, ma l’altro più provetto, gli disse: — Zitto! per l’amor di Dio! che se ci scoprono noi siamo proprio fritti, poichè in questo infetto sito, meno i miei pochi Volontari, tutti sono spie, che si fanno merito d’ogni atto del loro vile mestiere. —

Così dicendo, l’ufficiale sedette sopra una scranna, Cantoni sul suo letticiuolo, ed a voce sommessa cominciò il seguente dialogo: — Tu sei proprio cascato come il cacio sui maccheroni, — cominciò Leonida; — qui si tratta di distruggere questo nido di vipere, questa galera dei preti, giacchè quanti sono qui detenuti e tormentati son tutti nostri. Qui vi è Zambianchi, lo spauracchio dei chercuti, qui sono una ventina dei migliori repubblicani di Roma, condannati per aver bramato la libertà della patria, e qui alcuni infelici marinai delle nostre coste, il cui delitto consiste nell’aver messo in salvo alcuni de’ nostri migliori, dannati a morte dalla Jena papale.— Queste parole, dette con energico accento dal nostro Faentino, montarono talmente la testa del compagno che, dimentico delle raccomandazioni dell’amico, alzossi da dove era seduto, ed esclamò con veemenza: — Sangue della Madonna! andiamo subito, io son pronto, e sai che puoi contare sopra di me assolutamente. —

—Ma per Dio! — disse Leonida a voce bassa, parla — piano, se no ci legano ambedue ed addio liberazione allora!.. — Quest’ultima parte del discorso persuase più il nostro forlinese che la paura d’essere legato, e rispose, fatto mansueto come un’agnello:

— Ebbene, guidami sul da fare, basta che non mi dimentichi, e mi privi dell’onore di partecipare all’impresa . —

— Oh! bella, ripigliò Leonida, credi che ti dimentichi, ed appena arrivato ti cerco per metterti a parte di tutto... Per questa notte sarà impossibile d’operare, ma nella notte di domani, domenica, io spero si potrà fare il colpo, e certo tu non sarai l’ultimo a menare le mani. Ora s’avvicina la mezzanotte, tempo delle ronde, ed io sono obbligato a trovarmi al mio posto. Addio ! »

Così dicendo i due amici si abbracciarono e si divisero.

Leonida chiuse l’uscio e si ritirò al corpo di guardia per eseguire la ronda a cui doveva conformarsi con un picchetto de’ suoi Volontari, accompagnando la ronda dei birri, che non si fidavano di visitare le celle dei detenuti da soli.

CAPITOLO XXI.

LA LIBERAZIONE.

Chiama gli abitatori dell’ombra eterne

Il rauco suon della tartarea tromba:

Treman le spaziose atre averne

E l’aèr fosco a quel rumor rimbomba

(Tasso.)

Leonida nel suo soggiorno in San Leo s’era invaghito della bella Cecilia, figlia unica del custode, e la vezzosa fanciulla avea corrisposto al di lui affetto. Così si spiega la possibilità d’aver le chiavi di qualunque cella dei prigionieri. Qual comandante poi della compagnia, che formava la guarnigione della fortezza, egli poteva chieder liberamente la chiave della Santa Barbara per fornire i suoi militi delle munizioni necessarie.

Qui ci tocca tornare a Gaudenzio, che per alcuni giorni era stato obbligato a letto, da un raffreddore preso nella violente impresa del ratto.

Ma il Gesuita era risoluto, e non voleva perdere per ciò il frutto delle sue fatiche. Nella notte della domenica egli aveva dunque deciso di dar l’assalto alla fortezza, e l’idea di possedere tanta beltà lo gettava in un orgasmo indescrivibile di delizie e di timori. Poichè sempre qualche indiavolato Martino Franchi si attraversa sul sentiero dei godimenti terrestri dei poveri chercuti.

Il Gesuita passò tutta la giornata in pie meditazioni e nei preparativi per l’impresa, confabulando spesso colla Susanna, ammonendola con adequate istruzioni, e raccomandandole sopra tutto qualche cordiale generoso, onde poterlo aiutar con efficacia nella sua violenza, ormai tenuta per indispensabile.

Il pugno della mano gentile d’Ida non aveva lasciato traccia, solo quel maledetto colpo di bottiglia del Franchi, benchè guarito, riconosce-vasi nell’occhio destro semi-chiuso, e da una cicatrice che dalla stessa parte del naso gli scendeva sul labbro superiore.

Era però di carne dura il chercuto, e dopo di aver considerato la sua brutta figura nello specchio, attillato nella più ricca delle sue seriche sottane, pettinato ed olezzante di profumeria, egli diede in un solenne sorriso di trionfo, tenendosi certo della sua preda.

Molt’oro aveva ringiovanito la vecchia megera, ed essa prometteva mari e monti al dissoluto prete.

— Dunque all’opera! — disse Gaudenzio; e le due schifose creature, dopo d’aver traccannato un raso bicchiere di Bertinoro, s’avviarono verso la stanza d’Ida.

Eran le dieci della sera, che in decembre si può contare per ora avanzata. La notte era piovosa, alcuni lampi seguiti da tuoni armonizzavano coll’anima scellerata del lojolesco, e sembrava al malvagio che la natura sconvolta volesse favorirlo nell’impresa, coprendo alcune grida che per caso volesse tentare la derelitta sua vittima. Alcuno crederà trovare la giovinetta inginocchiata davanti all’immagine d’una Madonna pregando e singhiozzando. Tutt’altro! — E qui mi conviene osservare, che il prete a forza d’ingannare il mondo, e l’Italia lo avea gettato in un incredulo scetticismo, da dubitar anche del vero. Dimodochè, accorgendosi che quanto insegna la bottega pretina, è tutta menzogna, la gente rifugge anche dalla credenza d’un Ente supremo, che le maraviglie dell’Infinito manifestano; ed Ida, benchè giovanissima, nella sua sincera intelligenza avea capito l’impostura del clericume, e partecipava all’incredulità invadente. Un presentimento di sciagura però, avea tenuto insonne la nostra eroina. Tutte le notti passate in quella sua reclusione furono inquietissime, come si può supporre, ma particolarmente la notte della domenica al lunedì, quel presentimento la tormentava dolorosamente.

È vero ch’ essa fu trattata con ogni cura e distinzione dalla vecchia (tali erano gli ordini ricevuti dal prete), ma benchè tanto giovane, la squisita sua sensatezza donnesca la persuadeva della propria infelicissima situazione.

Contuttociò Ida non disperava di resistere alle violenze. Decisa a morire, piuttostochè di condiscendere alle scellerate libidini del suo rapitore, essa aveva religiosamente nascosto sotto le vesti, ch’essa non più spogliava dacchè era cattiva, una di quelle spille-pugnali, che le Romane e Romagnuole usano generalmente. Arma unica, poichè la vecchia aveva avuto cura di togliere dalla stanza qualunque oggetto che potesse servir di difesa, sino le forbici.

Volpone codardo, come lo sono generalmente i birri di qualunque despotismo, non fidandosi di star di notte nella sua stanza — giacchè tanti rompicolli, prigionieri o liberi abitavano il castello) — per lo più passava la maggior parte di quella con un suo famiglio, abitante la sommità d’una torre che serviva di vedetta, luogo sicuro, ed ove con buoni cibi e vini eccellenti si passavano allegramente le ore e si digerivano fuori della vista dei profani alcune ubbriacature, frequenti a quel graduato soldato del Papa,

Rimaneva dunque Gaudenzio libero negli appartamenti del comando, e colla sola Susanna, fatta sua in carne ed ossa.

Ida, che non dormiva, udì aprir l’uscio della sua stanza, ed al chiaro d’un lume essa scoprì il suo schifoso tentatore avanzarsi coll’aria del demonio quando tenta le anime.

In un momento essa fu in piedi sul letto, colla destra armata della formidabile spilla, e certo il Gesuita fermossi stupefatto da tanta baldanza e quasi rimase disperato del successo.

Vergognato però del suo timore d’una fanciulla, egli avvicinò il letto, e con ogni parola di seduzione in cui era maestro, procurò di rendere condiscendente la sua vittima.

— Rettile vile! — esclamava la coraggiosa figlia di Bologna: — essere esecrato! ritirati! io morrò mille volte piuttosto che di cedere alle scellerate tue brame. Vedi tu questa spilla? io cercherò il tuo cuore di vipera, e ve la immergerò tutta!»

Io non narrerò tutte le parole dell’ osceno chercuto perchè mi repugnano, dirò soltanto ch’egli, credendo inutile ogni sua persuasione, si decise per la violenza, e chiamò a sè l’ausiliaria sua complice. Egli uscì per chiamarla, ma la vecchia era lì fuori della porta, e poche parole di concerto bastarono per il piano infernale d’attacco. Ida aveva avuto la precauzione di spingere il letto alle due pareti dell’angolo per poter ricevere il nemico di fronte, ma l’astuto prete, accorgendosi dell’inconveniente, ajutato dalla megera allontanò la parte posteriore del letto, dimodochè l’assalto poteva darsi di fronte e da tergo.

Non era la prima scena di questo genere che accadeva al Gesuita — oggi più rare, ma che dovevano essere infinite al tempo della maggior potenza di questa peste del genere umano, quando giunto un frate alla porta d’una casa vi lasciava le pantofole, e con ciò faceva sacra la casa da lui frequentata, e poteva sedurre o violare a suo piacimento la moglie o la figlia del padron di casa, obbligato anch’esso di fermarsi sul limitare. Oppure quando invaghito d’una bellezza, fanciulla generalmente (perchè il chercuto di quei tempi voleva roba verde), egli la faceva consapevole delle sue voglie, e se resistivagli, l’accusava all’Inquisizione come eretica, ed era bruciata.

Oh! io raccapriccio, e dico sovente tra me: Come! come si può lasciar passeggiare un prete, e vivere nel consorzio umano! — Eppure noi vediamo oggi ancora, il nostro popolo genuflesso a piedi di quei cannibali, ed il più dispregevole de’ governi, umiliato davanti al despota di Roma e pascerlo d’oro italiano, per comprare mercenari, birri e carnefici.

Neppure questa scena d’infamia noi narreremo! La donna — certamente la più perfetta delle creature, — caduta nello stato d’abrutimento in cui si trovava la complice del Gesuita, è tuttociò che si possa incontrare di più degradato. Essa come il verme, si pasce nel letamajo della corruzione, vi tripudia e vi trionfa quando può accrescere d’una infelice il novero delle sue prostitute. Oh se vi fosse al mondo un governo che si occupasse di morale!... Ma che! I governi hanno altre cure, per la loro conservazione in un’esistenza da sibariti edificata sulle miserie dei popoli.

Ad onta della sua risoluzione di morire, Ida, non morì, e dopo d’aver lottato quanto essa umanamente poteva, ed aver tentato di suicidarsi quando la difesa divenne impossibile essa finalmente cadeva esausta tra le braccia della venduta Susanna, e quasi allo stesso tempo era stretta dagli osceni abbracciamenti del Gesuita.

Giunti a questo stadio, e mentre il Satiro di Roma disponevasi all’atto nefando, la porta della stanza spalancossi, e chi comparì per il primo agli occhi del prete spaventato fu la bella, maestosa e terribile figura di Zambianchi.

Zambianchi di Bologna era uno di quei tipi d’uomo, formati per imporre rispetto. Alto di statura e tarchiato, ogni sua sembianza, ogni suo moto avea l’impronta della forza, ed egli era veramente d’una robustezza straordinaria.

Di carattere serio e taciturno, l’autorità sua era aumentata da foltissima barba nera, che ne copriva il volto sino al limitare degli occhi. Implacabile odiatore di preti era anche crudele, quando poteva saziare la sua brama di vendette contro quei ministri di Satana, come egli li chiamava. Infine egli si poteva considerare il simbolo della coscienza nazionale verso la setta pervertitrice.

Affettuosissimo e buono verso i suoi amici, egli come tutti gli uomini, era un composto di bene e di male; — onestissimo poi, ed incapace di eccessi, fuorchè contro i preti ch’egli odiava con tutta la forza dell’anima sua. Infine la maschia ed imponente forma del bolognese si affacciò come la befana agli occhi dell’indicentissimo Gesuita, e — quasi colpito dal fulmine, — le sue braccia, che come tanaglia stringevano Ida, caddero in uno stato apopletico ed il codardo con un senso immenso di paura s’accovacciò davanti alla fatale apparizione. Un’aura di miracolosa liberazione rinfrancò l’anima della bella fanciulla, ed una seconda apparizione, comparsa dietro il colosso bolognese, completò la metamorfosi dalla morte alla vita. Un grido di stupore e di gioja, un precipitarsi nelle braccia l’uno dell’altro fu in un momento, e per un momento quasi si dimenticò l’orrore del principio di quella scena di delitto!

Cantoni era la seconda apparizione, e lascio figurare la sorpresa e la gioja della povera Ida nel passare dal diabolico strettoio del prete nella braccia dell’uomo del suo cuore.

CAPITOLO XXII.

LA CATASTROFE.

Io la vorrei deserta, Italia

I suoi palagi infranti,

Ed io dell’Alpi all’erta

Le sue città fumanti

Scorgere, e con sardonico

Sorriso contemplar,

Pria che vederla trepida

Sotto il baston di un Vandalo.

 ( Autore conosciuto.)

Leonida, pria delle 10 di quella sera tutto avea preparato per mandare in frantumi San Leo, l’ergastolo scelto dall’Inquisizione per le sue nequizie. Egli coll’ajuto di Cantoni e di Cecilia, che lo provvide delle chiavi, schiuse le carceri ai detenuti che riuniti ai suoi Volontari, ebbero presto buon mercato di quanti birri albergavano in fortezza, e legatili colle mani dietro, li fece condurre sotto guardia fuori del recinto delle mura.

Un sergente d’artiglieria, che per essere un patriotta provato fu messo nel segreto della congiura, dopo d’aver sparso nella Santa Barbara alcuni barili di polvere, internò nella stessa un lanciafuoco [19], lo concatenò con altri bastanti a raggiungere una stanza contigua, e dopo d’averne calcolato la durata sino all’esplosione, ne diede avviso all’ufficiale, e si tenne in seguito pronto a dar fuoco.

Ai due marinari, che si trovavano tra i detenuti politici, Leonida area dato l’incarico di spargere nelle gallerie e sotto alle scalinate di legno quanti stracci potevano raccogliere intrisi nell’ acquavita, spiriti, ecc.

A Zambianchi e Cantoni, egli avea raccomandato il comandante Volpone, e noi abbiam già veduto come miracolosamente essi capitarono, dopo d’aver cercato invano il mercenario nella stanza d’Ida, che salvarono dal vituperio e dalla morte. A Cantoni sembrava un sogno di avere contribuito alla di lei salvezza.

Ida era fuori di sè, sorrideva amorosamente al suo amante, ne palpava le guancie, come per assicurarsi della realtà dell’essere suo, lo accarezzava, piangeva, s’inginocchiava ai suoi piedi, serrandone le ginocchia e baciandole. — Poverina! essa credeva non esser più degna di lui, essendo stata trovata in sì oscena compagnia. Ma Cantoni avea troppo buon senso per dubitare di lei, ed in un lampo riconobbe quanto era accaduto pria che Ida gliene facesse il racconto.

Zambianchi entrato per il primo, avea sorpreso il prete nell’opera indecente, e siccome pratico del mondo e de’ suoi vampiri, indovinò egli pure che una scena di violenze sulla bella fanciulla s’era a lui presentata.

— Sempre gli stessi servi del demonio! — cominciò Zambianchi diretto al prete. —

De’vivi inferno! un gran miracol fia

Se Cristo seco alfine non s’adira

— questi versi del Petrarca si contentò di recitare al perverso, il nostro Bolognese, parco com’era di parole, ma nello stesso tempo mettendogli la mano nel colletto dell’abito (che sembrò a Gaudenzio sentirvi la zampa d’un leone) egli lo trasse dietro il letto ove si trovava Susanna colla pallidezza della morte sul volto.

— Fermi! — gridò loro Zambianchi, mentre a strisce stracciava le lenzuola del letto. E quando ebbe preparato un bel numero di strisce, egli cominciò a legar la vecchia ed il prete, dimodochè i due volti si toccassero. Legò le destre prima, poi le sinistre braccia, a scandalo del sacerdote consacrato alla purificazione dell’ anima e del corpo, ginocchio con ginocchio, e più insopportabile ancora al Gesuita fu di trovarsi colla bocca su quella della vecchia, che puzzava come un cadavere. Zambianchi era stato accuratissimo nella legatura, acciocchè i due volti combaciassero esattamente.

Il povero Gaudenzio, che aveva creduto di passare una notte di paradiso, col più bel tipo di fanciulla che natura avesse formato, era obbligato di odorare il putrido fiato d’una maledetta, ributtante vecchia. E così lo lasciarono, ed uscirono con Zambianchi, Cantoni e la salvata sua amante per cercare i compagni, che da parte loro non rimanevano colle mani alla cintola.

Leonida, dopo d’aver fatto legare e metter fuori la sbirraglia, con una scorta di Volontari, dopo d’essersi assicurato che i marinari preparavano l’incendio della parte legnosa delle abitazioni, e che l’artiglieria avea ultimato il suo lavoro di mina, si recò egli stesso verso l’abitazione del Comandante per sapere cosa vi succedeva. Cecilia, che lo accompagnava dovunque come la propria ombra, pratica delle stanze del Volpone, gli serviva di guida. Giunti nell’interno e non trovando nessuno, essi si diressero in un corridojo che conduceva all’entrata della scalinata che metteva alla torre, ove Volpone prudentemente si ritirava nella notte.

Giunto, dopo d’aver salito la scalinata, alla porta ferrata della torre, Leonida si mise a bussare senza cerimonie, ma inutilmente: bussa e ribussa, niuno rispondeva. Invano egli adoperava il mazzo di grossissime chiavi per far rumore. Niuno rispondeva, e disperando di far aprire, egli già si disponeva a ritirarsi, senonchè prima volle fare un ultimo tentativo, coll’artefare a voce alta le seguenti parole: — Ebbene, giacchè non volete rispondere, voi salterete in aria col forte. —

Queste parole ebbero l’effetto desiderato, e la porta si spalancò subitamente. Volpone cogli occhi fuori dell’orbita uscì a precipizio fuori esclamando: — Per amor di Dio salvatemi! — E l’uomo che con una impassibile ferocia avea assistito ai patimenti degli sventurati per ordine dei preti, e dei decapitati nel fondo delle loro carceri, gettossi ai piedi del giovane Romagnolo tutto tremante, ed abbracciò le sue ginocchia; ma questi con un ribrezzo, come se fosse al contatto d’una vipera, ributollo, e gli disse :

— Su, codardo, fuggite, se volete salvare l’infame vostra pelle! — ed il soldato del Papa non se lo fece ripetere; precipitandosi giù per la scala, ove quasi si rompeva il collo, abbandonò ogni cosa per non perder tempo, e corse fuori gridando come un energumeno: — si salvi chi può! — Cecilia ricordò a Leonida, che dovevano trovarsi nel castello la vecchia serva, la giovine misteriosa ed il prete venuto con essa, e quindi ricominciarono amendue a cercare per le stanze, e per fortuna dei malvagi, Leonida e la sua compagna capitarono così nella stanza d’Ida: — Zambianchi, Cantoni ed Ida erano usciti, — e Gaudenzio trovavasi indissolubilmente abbracciato alla fetente Dulcinea. Le legature del Zambianchi erano state fatte così esattamente, che ogni tentativo per staccarsi era riuscito vano; anzi la circolazione del sangue, impedita dalla strettezza delle legature operata da mano di ferro, cagionando gonfiezza, diventavano così le parti strette addoloratissime, e molti Ahi! e lamenti, ed imprecazioni erano usciti dalle combacianti bocche dei due perversi. In tale stato furono trovati da Leonida e Cecilia. Da principio, all’aspetto di quelle grottesche figure e cedendo all’umana natura, i due giunti sfiorarono le labbra alle risa, ma un senso di compassione succedette subito, e fece che il Faentino sciogliesse ambidue; Cecilia, però, fosse per pudicizia femminile all’osceno spettacolo, o perchè essa conosceva esser la Susanna depravatissima donna, poco si commosse in favore dei legati, tanto più ch’essa aveva concepito molta repugnanza per il Gesuita senza conoscerlo. Infine, a dispetto del demonio, a cui appartenevano le due sozze creature, furono sciolte con ordine di uscir subito dal castello.

Avendo Leonida compiti i tanti doveri di direttore dell’impresa, scendeva nel cortile, ma nel mettervi piede, qual fu la sua sorpresa vedendo tutto l’edifizio illuminato dall’incendio e Cantoni solo nel mezzo che accorreva verso di lui eccitandolo ad uscire subito, perchè non v’era tempo da perdere. Veramente il fuoco progrediva spaventosamente tra il legname delle vecchie gallerie, e lo scroscio delle superiori cadendo in tizzoni sopra le inferiori già infuocate, con immenso fracasso faceva un finimondo.

I due amici con Cecilia ebbero appena tempo di precipitarsi verso il portone d’entrata, ed uscire salvi all’aria libera, che già le fiamme della galleria e delle scalinate s’eran comunicate alle diverse casupole di legno, che nelle vicinanze dell’ingresso servivano di corpi di guardia pei birri e la guarnigione.

A pochi passi dal ponte levatoio essi raggiungevano Zambianchi ed Ida, che Cantoni avea lasciati per soccorrere l’amico. E Leonida disse loro: — Allontaniamoci e presto; lo scoppio delle polveri non può tardare. — E realmente giunti che furono ad un migliajo di passi una terribile esplosione si udì dietro loro, e voltandosi stupefatti essi videro nell’aria i frantumi dell’ergastolo volare come le proiezioni d’un vulcano nelle sue fiere eruzioni.

Un nembo, che in quell’ora innalzavasi dall’Appennino alla parte opposta ai nostri osservatori, frammischiava le sue lingue di fuoco ed il rimbombo del tuono allo sconquasso spaventoso che il ricettacolo della tirannide operava, squarciando le latebre dell’atmosfera. — La notte inganna l’occhio: sovente un cespuglio a pochi passi, sembrava un monte distante, ed il monte a grande distanza vi sembra vicino ad ostruirvi il sentiero. Tali apparivano gli spettri delle macerie lanciate nell’aria dalla potenza della polvere ed i maggiori che più atterrivano gli astanti erano lontani, mentre i minori che non si scoprivano, e quindi non spaventavano, giungevano ad oltrepassarli e colpire nelle loro vicinanze, ciocchè obligò i nostri amici ad allontanarsi di fretta dalla scena di distruzione. Tale appariva forse il cono tronco di San Leo quando era fumajuolo della terra.

CAPITOLO XXIII.

I RACCONTI.

Je vous raconterai

l’historie du mariè.

(Voltaire )

Era una mattina di dicembre dopo una notte tempestosa, ed in quella mattina il sole, come dicono i contadini, s’era mostrato dalla finestra, per nascondersi ancora e lasciar alle nubi, con pioggia o senza, l’intero dominio del firmamento.

In un albergo a’ piedi del monte San Leo era giunta tanta gente in quella notte che la maggior parte era stata obbligata di alloggiare di fuori, ossia di accamparsi, e per poter resistere alla pioggia ed al freddo tutta la legna dell’albergatore era stata poca per soddifare ai suoi bisogni, talchè uno steccato di legno che racchiudeva un orticello, avea pur servito a supplire la mancanza.

Al primo chiaror dell’alba due individui si erano avvicinati ad un crocchio di Volontari. Ravvolti nel loro tabarro e nascondendo con esso tutta quella parte che l’uomo, nell’ignorante sua presunzione, chiama immagine di Dio, ma che in quei due era piuttosto l’imagine del demonio, fingendo infine di nascondere il volto dal freddo lo nascondevano in realtà per la paura di esser riconosciuti.

Il Gesuita ed il mercenario dei gesuiti il Volpone, — tali erano i nostri due sconosciuti, — avevano avuto cura di scansare il crocchio di Zambianchi, che al chiaror pallido d’un fuoco ravvivato a stento, sembrava una colonna frammezzo ai suoi uomini, a Leonida, Cantoni, ecc. Ma a tergo di essi e dei volontari loro, poichè difficile sarebbe stato di penetrare nella falange serrata dei miseri intirizziti dal freddo, essi potevano rimanersi celati,

E qui devo ricordare una circostanza della mia vita a cui la seguente francese poesia potrà ben applicarsi (parlando degli uomini).

Jo crois voir des forcats, dans leur cachot funeste

Pouvant se secourir, l’un sur l’autre acharnès,

Combattre avec les fers dont ils sont enchainès.

In una foresta d’America, essendomi trovato in una marcia di notte staccato dal corpo di marina che comandavo, stanco ed incerto del sentiero per l’oscurità e la pioggia mi avvicinai ad un crocchio di soldati che erano pervenuti ad accendere il fuoco, e chiesi un tizzone; — mi fu negato, pregai ma invano; — colla sciabola alla mano allora, e con due coraggiosi che mi sostenevano, giungemmo ad ottenere il desiderato tizzone, ma dopo una mano di busse che potevano riuscire in rissa mortale.

Gaudenzio e Volpone dunque, dietro l’usbergo dei Volontari serrati in gruppo, stettero sicuri mentre durava l’oscurità della notte, ma appena il primo lume dell’aurora apparve nell’oriente, essi capirono che la loro posizione non era sicura, e come due ombre lasciarono il crocchio dei Volontari, rasentarono quello di Zambianchi, ove il chercuto gettò un’occhiata d’inferno sul bellissimo volto della nostra eroina, e si dileguarono nella campagna.

Era gran giorno, tutti quei di fuori brulicavano come un formicajo intorno ai fuochi che si mantenevano a stento, e stendevano sulle poche fiamme le mani per riscaldarsi, oppure presentavano i piedi addolorati pensando di migliorarne la condizione. Dimodochè vedevasi un movimento continuo ed udivasi un bisbiglio da stordire. Ognuno narrava la catastrofe della notte con più o meno eloquenza. Molti la chiamavano un castigo di Dio contro i preti, che tanta gente avevano fatto soffrire in quella spelonca maladetta. E siccome l’uomo si compiace sempre nello straordinario e portentoso, molti raccontavano d’aver udito delle strida sotterranee tremende, ed altri d’aver veduto nell’aria gli spettri, che dovevano essere le vittime dell’Inquisizione, e d’averle udite maledire alla setta nera e scellerata che le torturò, le distrusse, ed esiste per la sventura di questo infelicissimo popolo.

Quei di dentro all’incontro, che avevano potuto carpire un letto, una tavola, una panca e qualche cosa da mangiare e da bere, russavano fuor di modo. Tra quei di fuori trovavansi Zambianchi, Leonida, Cantoni e le due fanciulle, a cui s’era riunito Paolo, il sergente d’artiglieria già menzionato.

Gli altri capannelli eran formati generalmente dai più disciplinati dei Volontari che, coll’esempio del loro prode capo, preferivano affrontare il rigore della stagione.

I birri erano stati rinchiusi in uno stanzone a pian terreno dell’albergo. — Come diavolo è andato tutto questo? — chiese Leonida a Paolo, — volevate dunque arrostirci anche noi dentro quel maledetto ergastolo: Sangue della Madonna! (che anche Bolognese era il nostro artigliere) cosa volete che vi dica! quei benedetti marinari han guastato tutto colla loro ubbriachezza, e poveretti! l’han pagata! —

— Son dunque rimasti là? — interruppe Leonida con impazienza.

— Rimasti sì, ed a quest’ ora fatti cenere, o volati nelle nubi — rispose Paolo. — Essi, digiuni da tanto tempo di bevande spiritose, che non potevano comprare quando eran detenuti, perchè senza soldi, avendo ricevuto la chiave della cantina per prepararvi delle materie incendiarie, vi si sono ubbriacati talmente con vino ed acquavita che, avendo perduto i sensi, diedero fuoco senz’ordine. Quando io giunsi in cantina, trovai quei delfini nuotanti in un mare di bevande spiritose, movendosi come granchi sulle quattro gambe, e siccome il fuoco faceva immenso progresso, io corsi al mio posto ad accendere i lanciafuochi che dovevano incendiare — le polveri.  Uscendo dalla stanza attigua alla Santa Barbara m’imbattei della vecchia Susanna, carica d’ogni bene di Dio. Io la vidi cadere sotto il peso del suo carico, che non voleva abbandonare anche a rischio di rompersi il collo od abbruciarsi. Ma io aveva altro da fare che occuparmi di quella schifosa creatura, e cosi la lasciai e corsi per la mia propria salvezza fuori del ponte, e di là giù per la china. E ben mi valse non fermarmi di più, giacchè, giunto a cento passi del castello, ebbe luogo l’esplosione, e vi assicuro io ne campai per miracolo. Era un cadere di massi e di rottami intorno a me da fare spavento, ma per fortuna io m’ero gettato dietro un terrapieno della strada, ed a tale precauzione io certamente devo la vita. —

— Ma, Paolo, non calcolasti bene la durata dei lanciafuochi, lo interrompea Zambianchi, e l’esplosione fu anticipata. —

«I lanciafuochi erano esattamente calcolati, ma io credo sieno le fiamme invadenti dovunque che ne hanno sollecitato ed accelerato il consumo.

— Comunque sia il salto fatto da quell’orribile ricettacolo dell’Inquisizione è stato magnifico, e così succeda ad ogni ergastolo della tirannide. Ed altro dispiacere non sento che per la morte dei due bravi marinari, ch’erano eccellenti patrioti. Toltomi dalla protezione del terrapieno, dopo gli effetti della esplosione, io mi precipitai in giù per allontanarmi da quella scena d’orrore, e sbalordito dai lampi, dai tuoni e dal cataclisma che ancor mi risuonava nell’orecchie, inciampo, e quasi mi fracasso il muso contro un paracarri. Io avevo inciampato in qualche cosa di voluminoso, ma molle, che mi aveva destato ribrezzo nello stesso tempo e timore. Mi volgo indietro, ed in quel momento un chiarissimo lampo illumina le sembianze informi della megera, ch’io aveva veduto poco prima nel recinto del forte. Essa, benchè cadavere, stringeva ancora tra le sue mani, che sembravan tanaglie, alcuni frantumi degli oggetti che avea tentato di portar via. Tutto ciò accadde in un volgere d’occhio, e ripresi la mia corsa precipitata verso il basso senza più volgermi indietro. »

— Chi diavolo avrà sciolto quel boja d’un prete?» interrogò Zambianchi, poi ch’egli non è andato» in aria legato alla sua Dulcinea? —

—Son io! — disse Leonida senza malizia, ma dopo d’aver udito ch’egli era stato il rapitore ed il persecutore d’Ida, il bravo ufficiale manifestò molto pentimento.

— A proposito del prete, — disse Paolo: voi avrete udite le grida di salva chi può di quel valoroso soldato del Papa ch’era il Volpone! Ebbene, poco dopo io ho veduto il nero spettro del Gesuita seguire frettolosamente la stessa direzione. —

Un brivido mortale corse per le ossa della povera Ida, udendo che il suo tentatore era in salvo, ed amorosamente essa appoggiossi a Cantoni come volesse, richiederne la protezione.

CAPITOLO XXIV.

FUGA A GAETA.

Pape Satan! Pape Satan!

(Dante.)

Fu verso quest’epoca la fuga a Gaeta del più abbominevole degli impostori, ciò valse a Leonida per far dimenticare la sua colpa d’aver distrutto un propugnacolo della tutt’ altro che Santa Sede.

Quella fuga avea lasciato perplesso il governo di Roma, e poco o nulla esso si occupò della narrata catastrofe.

I birri furono lasciati liberi, e si volsero alla loro vita da birri. E cosa doveano fare? Un birro nulla sa fare in questo mondo, se non se di prendere la livrea, e cader sul collo dell’innocente o del ladro, come la mannaja del carnefice. E tuttociò alla voce onnipotente di chi lo paga, poco importa se il danaro della sua mercede provenga dall’innocente o dal ladro.

Egli ubbidisce al padrone, e ciò si chiama disciplina, e sovente onor militare, principali puntelli del despotismo. Ed una spia od un birro trovano facilmente impiego in Europa, ai tempi che corrono. Così non succede in America, ove la prima dote dell’individuo è il lavoro.

Miseria e corruzione: — ecco l’appannaggio di questo vecchio mondo, ove i privilegiati nella società devono vivere nell’ozio e nelle dissolutezze, mentre il resto deve sudare per mantenerli ricchi, grassi, e corredati di quella nube di satelliti, che contentandosi di roder l’ossa sotto la tavola dei padroni, si prostituiscono ad ogni ufficio più vile e più scellerato.

Leonida, dopo d’aver riunito i suoi Volontari, dispiacentissimo di lasciar gli amici, e benedetto dai prigionieri, ch’egli avea liberati con tanto coraggio e tanta abnegazione, s’incamminò verso Roma, ove si trovava la Legione Romana, ed era seguito da Zambianchi e da Paolo. — Cantoni ed Ida s’avviarono verso Macerata a raggiungervi la Legione Italiana.

Macerata è quella città, se ben si ricorda, che avea chiuso le porte ai Volontari; la popolazione era stata subornata contro essi dai preti che rappresentavano i Volontari come tanti malfattori. Ma meglio informata, la città stessa inviò una deputazione al comandante pregandolo di favorirla colla presenza del corpo nel recinto delle sue mura.

Malfattori, eh! preti? malfattori i Mameli, i Masina, i Montaldi, quei bei tipi della gioventù Italiana, per cui la patria doveva andar tanto superba? Giovani che riunivano all’intelligenza caratteristica della razza latina, il freddo eroismo sui campi di battaglia.

E voi seminavate sul loro sentiero la calunnia, cocodrilli! nemici d’ogni virtù, patrocinatori d’ogni vizio, crittogama, scabbia, peste delle nazioni, che mi fa credere aver le nazioni bisogno di scabbia e di peste, e che perciò vi mantengono in luogo di distruggervi, come si fa dei rettili e degli insetti, certo meno nocivi di voi!

Ho detto insetti, e veramente, se vi sono due esseri somiglianti nell’ufficio loro e nella loro derivazione, essi sono certamente il prete e l’insetto.

L’insetto deriva dal sudiciume dell’ animale, il prete dall ignoranza crassa.

L’insetto si ravvolge e tormenta l’uomo od il bruto, e non fa lo stesso il prete?

CAPITOLO XXV

DA MACERATA.

Io l’infinito qui contemplo scevro dalla menzogna.

(Autore conosciuto)

L’arrivo di Cantoni ed Ida tra i Volontari della Legione Italiana in Macerata fu una festa, tanta era la simpatia che godeva la bellissima coppia in mezzo a quella ardente e valorosa gioventù.

Correvano le faste natalizie che, comunque sia nell’interesse del clero il solennizzarle, io non biasimo, essendo l’anniversario della nascita del Cristo, che contribuì non poco a propagare il dogma dell’emancipazione umana.

Riuscirebbe anche arduo il contrariare tali vecchie consuetudini radicate nel popolo e consacrate da tanti secoli.

Tutto il male consiste nella gestione che gli impostori si sono assunta di mercanteggiare Dio, e prostituirlo nella loro bottega che chiamano chiesa.

È ormai provato che Cristo giammai non si chiamò Dio; anzi, agli adulatori che non mancavano nella famiglia degli usuraj come nel resto della famiglia umana, e che volevano deificarlo, egli rispondeva: — Io sono figlio dell’uomo. — Più secoli dopo i preti, cioè gl’impostori delle Nazioni, col ritiro degli Dei dall’Olimpo, che avevano fatto il loro tempo, e che il tempo con le sue ali spazzava, i preti, dico, avevano bisogno d’una nuova bottega, e chi meglio del Redentore degli schiavi (tanto simpatico alle popolazioni oppresse dai corruttissimi tiranni di Roma) per edificare un nuovo caravenserai [20] sulle rovine dell’antico? Quindi miracoli, deificazione di Cristo, Verginità di Maria ad onta d’ aver partorito un bellissimo maschio, ed infine tutta quella sequela di favole e di menzogne con cui cullano, martoriano ed insanguinano il genere umano da tanti secoli. Favole e menzogne che si conoscono sotto il titolo di Religione Cattolica Apostolica Romana, la quale costituisce il primo articolo dello Statuto d’una Nazione che chiamasi libera e civile !

Il cattolicismo andrà, speriamo, presto travolto in un fascio co’ suoi antecessori dell’Olimpo, ecc., e surrogato da quella Babilonia di sette che si chiama Protestantismo, e che si compone di botteghini, botteghe e bottegoni, alquanto men cattivi della gran cloaca di Roma, ma infine preti, nemici e perturbatori della fratellanza umana.

È consolante però, ed onorevole per l’umanità l’innalzamento d’uomini coraggiosi che sui rottami delle botteghe pretine e delle loro rivelazioni o menzogne, edificano il tempio della Ragione e del Vero. Tempio che posa le sue fondamenta sull’Infinito, tocca colla cupola l’Infinito, ha per luminari i fati e l’intelligenza universale, ed infine per regolatore l’Infinito.

A Macerata la Legione si accrebbe di alcuni marinari della Squadra Sarda che, stanchi della vergognosa inerzia in cui eran tenuti in Ancona, mentre potevan salvare la militante Venezia, disertavano dai legni da guerra e furtivamente arruolavansi tra i Volontari. La Legione Italiana fu pur pregiata d’un nobilissimo acquisto nell’epoca stessa: — Antonio Elia, — popolano e marino, è certamente la più bella figura che la storia degli uomini virili d’Italia possa presentare al mondo.

CAPITOLO XXVI

ELIA IL MARINARO ITALIANO

Un sasso Che distingua le mie dall’ infinite

Ossa che in terra e in mar semina morte.

(Foscolo.)

Ed un sasso non copre ancora le ossa dell’immortale e valorosissimo difensore d’Ancona, mentre in Roma s’innalzano monumenti agli assassini, e nel resto d’Italia a genti che non altro merito hanno che d’esser nati in una culla d’oro comprata colla fame del popolo!

Era una notte di forte scirocco, e nell’Adriatico una di quelle notti lunghe invernali che incanutiscono la chioma all’ardito marinaro delle coste italiane. Nuvoloni neri neri, precipitati dall’impeto del vento, sembravano voler inghiottire due legni, l’uno grande caravella turca [21] e l’altro un trabaccolo d’ Ancona [22] sua preda, che ambi tenevano il traverso colle loro vele di cappa ed aspettavano vento favorevole per recarsi in Africa, ove vendere la preda, e come schiavi gl’infelici che formavano l’equipaggio del trabaccolo.

Una pioggia sottile e gli spruzzi del mare che il vento saettava negli occhi degli individui di guardia, tormentavano le veglie [23] e rendevano l’osservazione da prora difficilissima.

La caravella, che aveva catturato il trabaccolo, a bordo del quale era stato messo un capitano con otto uomini, mantevasi al vento della sua preda colle sole vele di cappa [24], e ad onta dell’oscurità della notte e del tempo pessimo con fanali e molta attenzione procurava di tenerla alla vista.

Tutto l’equipaggio cristiano del trabaccolo era stato chiuso nella stiva incatenato, e solo il novizio di bordo di diciotto anni era stato lasciato sulla tolda per coadiuvare l’equipaggio turco nelle manovre e porgere allo stesso quanto richiedeva,

I Maomettani erano stati forse colpiti dalla svelta e maschia fisonomia del novizio, e come uomini maneschi e fatti alle pugne, essi avevano con lui simpatizzato e preferitolo per compagno. Male per loro! Nell’animo di quell’imberbe certo essi non potevano leggere e capacitarsi del suo disperato coraggio.

E che colpa ho io se non nacqui pittore da delineare dovutamente la bellissima fisonomia del mio giovane anconitano? Amante del bello e del buono però in tutta la mia vita ho prediletto specialmente il tipo del marinaro italiano. Per vero vi ponno essere al mondo degli uomini di mare più orgogliosi per grandezza nazionale, e con giustizia, ma certamente non migliori e più graziosi del marinaro italiano.

Avete veduto, o gentili visitatrici delle coste del Mediterraneo, quel bello e grazioso giovine, a camicia rossa di lana, pantaloni azzurri, cappello di paglia o incerato, cinto dall’ elegante fascia orientale [25] dondolarsi nel guscio, nella barchetta, o nella gonda [26] mossa e travagliata dai flutti, con tanta eleganza, garbo ed agilità, quanta ne sfoggiate voi in una festa da ballo, coll’ammirazione e spesso la disperazione di chi vi contempla ?

Ebbene, colla stessa agilità, coraggio, e disinvoltura, l’ho veduto io danzare sui pennoni d’una nave quando battuta dalla tempesta essa sembra agitarsi in una caldaja bollente.

Tale era il diciottenne Antonio Elia in quella notte di scirocco, fatto servo alla fiera ciurma dei pirati che della sua sveltezza e virilità s’innamoravano. E male per loro! ripeto.

Eran le 10 d’una sera autunnale. I pirati, dopo d’aver cenato lautamente quanto lo permetteva il tempo e la non soverchia abbondanza di provviste del trabaccolo, ed alla barba di Maometto tracannato quanto potevano portarne d’un barrile di discreto Marchigiano, si accovacciarono alla meglio sotto vento della barca, situato nella tolda nel bel mezzo del bastimento tra un albero e l’altro, ed assicurato con ride, risse e paranchi [27], precauzioni indispensabili nei temporali.

Ambi i bastimenti, destinati per la costa d’Africa, campeggiavano [28] col contrario vento, ed essendo la caravella più potente e veliera manovrava per mantenersi vicino alla sua preda; questa da parte sua, altro fare non poteva che tenersi quanto possibile al vento.

I pirati, armati di tutto punto e fidenti nel numero, nulla diffidarono del giovine novizio, che rispondeva accuratamente ad ognuno dei loro comandi, talchè lo incaricarono anche della vigia [29] veglia a prora, occupazione penosa in una notte come quella in cui i colpi di mare sommergevano sovente tutta la parte anteriore del legno, e gli spruzzi arrivavano all’ estremità superiore degli alberi.

Tale fiducia e noncuranza dei Turchi favorivano i progetti del nostro Elia, e le sue mosse da prora a poppa, ch’egli faceva per rifocillarsi ossia pigliar le sue misure per adempiere l’arduo disegno, non ispiravano alcuna diffidenza alla ciurma piratesca.

Vi sono vari modi d’affrontar la morte, e comunque uno vi si famigliarizzi, ogni modo non manca d’essere temuto dai più o meno forti, più o meno spregiudicati, anche, credo, quando si è decisi al suicidio. E qui devo dare un ricordo agli impostori chiamati preti, che speculavano sulla morte, come su ogni cosa, ed accompagnandola colle loro favole terribili d’Inferno, di Purgatorio e tante altre menzogne hanno reso spaventevole una naturale circostanza o trasformazione degli esseri.

L’idea d’esser tuffato cadavere in quell’onda nera e tempestosa, ed ivi annegato non era la più piacevole cosa in un’età piena di speranze, ma nella bilancia fra il pericolo e la gloria dell’impresa, l’ultima vinse nell’anima generosa del giovine eroe, in cui s’era concentrato tanto spirito dell’antica virtù romana.

Sotto il buonpresso [30] dei trabaccoli esiste per consuetudine una mannaja, che serve a rovesciare l’albero di trinchetto quando, sopraffatti nell’Adriatico da furiosa bora [31], quei legni sono obbligati di tener all’ancora.

Col pretesto della veglia, Antonio potè comodamente nasconderla sotto il giacchettone, e così armato venne a poppa, ove accanto al timoniere stava il capitano di presa, appogiato al bottabarra [32].

Il cuore batteva ad Elia, e ne avea ben donde comunque determinato; egli avventò il primo colpo alla testa dell’ufficiale e lo sbagliò !

La lama della scure conficcossi ben addentro nel bottabarra come si può supporre pel colpo vibrato dal robusto braccio dell’Anconitano.

Il capitano, per fortuna di Elia, era in quel momento distratto, e pensò fosse qualcosa caduta da riva [33] e guardò in alto verso la cima dell’albero, mentre l’altro estraeva il ferro dal legno. Tuttociò accadde in pochi momenti, non potè però effettuarsi senza che l’ufficiale turco s’accorgesse della presenza d’Antonio, del suo ferro e del contegno ostile, essendo la notte oscurissima bensì, ma il sito alquanto rischiarato dal lume della bittacola [34].

Il terribile jatagan fu in un momento sguainato, ed un colpo sulla spalla sinistra d’Elia ne innondò il corpo di caldo sangue.

Sin allora come abbiamo accennato di sopra, una certa titubanza era mista alla disperata risoluzione dell’eroe italano, ma il calore del sangue gettò il fiero giovane nell’orgasmo dell’eroismo, in quel momento ferita, vita, morte, erano un nulla! La mannaja rotò nelle sue mani con agilità elettrica e l’Ottomano cadde col cranio spaccato.

Quasi nello stesso tempo entrava in giuoco il timoniere, ma appena pose la mano alle armi esso era disteso al lato del capitano.

La terribile pugna d’uno contro nove armati meritava la luce del sole, e se quella scena di morte si eseguiva al cospetto di spettatori, o fosse stata soltanto illuminata da fiaccole o da un incendio, essa avrebbe sembrato una pugna di demoni contro il genio del bene rappresentato dal giovine Anconitano.

La felice impresa coi due primi lo animò talmente che, con minor difficoltà ch’egli non avrebbe sperato, potè disfarsi dei sette rimanenti nemici ch’egli attaccava separatamemte, nell’angusto spazio, tra la murata e la barca, e che trovava sonnolenti e soperchiati dalle bevande spiritose.

Chi, come me, avesse conosciuto Antonio Elia, al solo vedere quella bella, svelta e leonina figura, avrebbe esclamato! « Oh! quegli vale per una dozzina! »

Elia non era alto di statura, non era un Ercole, un Anteo, ma le sue forme avrebbero servito di modello allo scultore per scolpire Achille o Milone di Crotona. La sua prima cura, dopo d’essersi sbarazzato dei nove pirati, fu la liberazione dei compagni incatenati nella stiva, e si capisce come in una notte di tempestoso scirocco, dopo d’aver nascosto il fanale, e fatto appoggiare [35] il bastimento, non fu difficile al trabiccolo di sottrarsi, alla vista della caravella. Tolti alcuni terzaruoli al trinchetto, e prendendo la direzione più conveniente alla velocità del legno, i liberati furono presto lontani dal nemico. E si disse che quell’equipaggio, — come sono gli Italiani sempre alla fine propensi i miracoli, — raccontasse che un angelo mandato da Dio avea sterminato i Mussulmani e salvatolo dalla schiavitù o dalla morte; che quell’angelo però era apparso sotto le sembianze di Antonio Elia. Tale portento fu senza dubbio propagato dai preti nell’interesse della bottega, e per menomare il merito dell’incomparabile liberatore.

Il fatto sta, che un’impresa stupenda senza uguale nella storia dei popoli rimase quasi ignota nella sua splendida verità, ed il Governo del Papa, che santifica gli inquisitori e gli assassini, nulla fece per ricompensare l’eroismo del marinaro italiano [36].

CAPITOLO XXVII.

REPUBBLICA ROMANA.

Libertà mal costume non sposa,

Per sozzure non mette mai pie.

(Berchet).

La corruzione, arma terribile della tirannide, è giunta oggi a tal punto in Europa da allontanare ancora per molto tempo la realizzazione di quello stato di libertà e di prosperità generale, a cui potrebbe la società pretendere, e che fu agognato dagli onesti di tutte le generazioni.

Come volete libertà, se una metà di voi vuol vivere alle spalle dell’altra? La metà gaudente impera con prepotenza sulla metà soffrente coi mezzi che per forza estrae da questa, poichè non esisterebbero tiranni e i loro satelliti, se il popolo non fornisse loro, soldati, birri e danaro.

La legge! e non mi farebbe specie di udirla millantare e vociferare dai gaudenti, e dai loro giornali salariati, ma ciocchè duole è di udirla applaudire da certi organi della stampa periodica, che sembrano appartenere anche essi ai soffrenti.

Ma le leggi non sono esse proposte dai rappresentanti del popolo e da essi promulgate? quindi esse sono, nell’interesse vostro, e dei tanti piagnoni eterni banditori di lagnanze infondate! Non festeggiate voi lo Statuto con cui vi beò quella buona pasta di monarca, che capitanò la rivoluzione del 21, e che vendè poi tutti coloro ch’egli stesso avea suscitato o con cui aveva tramato la libertà della patria?

Non è lo Statuto la legge fondamentale dello Stato?

Il suo primo articolo non vi fa tutti Cattolici Apostolici Romani cioè dipendenti da coloro che in Roma vi barattarono collo straniero settantasette volte?

Non avete la legge sulla leva, non preti, leggi senza numero che vi mantengono quali vi vogliono i vostri padroni, cioè poveri e sottomessi?

La legge dunque, gridate tutti! la legge!

Una legge che pasce con un mucchio di milioni un individuo solo, di cui in fin de’ conti è manifesto che si potrebbe far senza; nè basta: che alla sua inutile conservazione si fanno servire l’esercito stanziale, e gli eserciti di birri, di prevosti, di spie, d’impiegati d’ogni specie. Tutta gente interessata all’esistenza di quel solo, ed a cui quel solo fa parte della sostanza pubblica. Dimodochè essi, che si potrebbero chiamare mignatte dello Stato, si sostengono a vicenda e spolpano il popolino, che si lagna, ma paga, dà il suo sangue, e sovente a squarcia gola grida: Viva i padroni! quando questi lo beano della loro presenza.

A tutte queste classi d’oppressori, grandi e piccoli, aggiungete la famiglia dei neri, che si sfama anch’essa alla mangiatoia popolare, e che nella famiglia umana rappresenta e vale meno del majale nella razza dei bruti, giacchè il majale, come dice Casti, tollera qualunque governo che non lo tocchi nella pancia, come il prete, ma più del prete è utile colle sue carni e poveretto nessuno inganna!

Leggi!... e le leggi che stipendiano i vescovi, e che vi obbligano a pagare il debito pontificio! Bisogna coprirsi gli occhi dalla vergogna! e ben fai, popolo, quando gridi: Viva la morte!... giacchè col denaro con cui pasci i tuoi vampiri essi comprano armi per combatterti, assoldano briganti, e, peggio di tutto, se ne servono per corrompere mortalmente e materialmente. Sì! io credo che prima dell’esistenza del Papato e compagni in Italia, la stirpe italica era più bella di corpo, più forte e più intelligente.

Fate un fascio del governo, dei birri, dei gaudenti d’ogni specie e d’una miserabilissima plebe, e con poche eccezioni, avrete quel bordello che si chiama moderna civiltà.

Civiltà! gli uomini la fan consistere nel peculio, anche a spese del prossimo, e le donne in mille frivolezze di lusso che vi raccappricciano, ed ambedue nuotano in un mare di corruzione, in cui l’esistenza della libertà si annega, o vi diventa impossibile.

La notte dell’8 febbrajo, prima della mezzanotte si proclama la Repubblica a Roma dai deputati dello Stato Romano riuniti in Costituente, e la Repubblica avrebbe durato se l’Italia ne fosse stata degna. Ma, lo ripeto: libertà mal costume non sposa! Non è degno di libertà il popolo che ogni giorno va a prostrarsi ai piedi d’un impostore che si chiama prete. E non è degno di libertà il bastonato, che si sganascia urlando: Viva i bastonatori !

Sì! in quella memorabile notte, il vecchio Campidoglio rimbombò del maggior grido di viva la Repubblica !

L’Europa, il mondo, stupirono alla rinascenza della loro antica metropoli, ma lo stupore passò presto, vedendo che pigmei volevano edificare sulle rovine dei giganti.

Nel giorno seguente le fiamme dei confessionali, ammassati sulla superba piazza del Vaticano, rallegravano le moltitudini, e promettevano la fine dell’abrutita servitù del popolo Italiano dalla sudicia e corrosiva teocrazia.

Cicerovacchio, nome caro e riverito, tipo dell’operoso ed onesto popolano, avea capitanato una brigata di Romani alla santa impresa di bruciare quei troni della negromanzia, quella cloaca d’ogni corruzione umana, ed il popolo buono, quando ben guidato, sotto la direzione del suo venerando tribuno, compiva l’innocente auto da fè con una calma ilarità degna de’ suoi maggiori.

« Che belle fiamme spingono al cielo questi nidi di vipere, - urlava un popolano: - si vede che non economizzavano il seccante nella pittura i nostri chercuti padroni.  Oh ! non inganneranno più le nostre donne e non seduranno le nostre figlie, quei discendenti del serpente d’Eva; - esclamava un canuto mentre gettava sull’incendio alcuni rottami dell’arche nefande. - Ebbene! ora che il fuoco è acceso, e che non rimarranno vestigi dei confessionali, entriamo nel tempio, e facciamo un po’ di provvista per le nostre famiglie. A che servono tutti quegli ori ed argenti con cui sono adorni i Santi e le Madonne? »

Questa voce estranea alle moltitudini, ma nota a noi, usciva dalla bocca fetida d’uno vestito da popolano, ma che un occhio sperimentato avrebbe, benchè difficilmente, ravvisato che quel tale era tutt’altro.

Il prete per metamorfosi che faccia non può nascondere la sua feroce volpina fisonomia, e se lo avvicinate, esso puzza sempre di qualche cosa che somiglia al fetore del majale e del capro. Tale era Gaudenzio, inviato fra questa scena di libertà popolare per eccitare la moltitudine al disordine ed alla rapina. Le rivoluzioni, che il popolo eseguisce contro la tirannide, sono sempre disonorate e annientate dall’importante parte che vi sanno rappresentare i dottrinari e gl’impostori. E qui m’occorre lo strano paragone dell’uomo col bue. Una truppa irrompente d’alcune centinaja d’animali vaccini, figli selvaggi dell’immense praterie del Nuovo Mondo, muove condotta dal tiranno uomo. Circostanza qualunque, ombra, nembo, lampo, tuono, luogo del macello, a cui essa è destinata, la precipita in una direzione indeterminata verso lo spazio. Chi osa affrontare i terribili corridori del deserto nella loro fuga tumultuosa e furente? Nessuno! Il terreno balza come se fosse scosso dal terremoto. E chi tentasse arrestare i fuggenti sarebbe schiacciato come il filo d’erba che si sprofonda sotto l’ugna pesante. La massa moventesi è irresistibile, e ben lo sa l’astuto cavalier conduttore: egli non s’appone alla fuga, ma la segue, volando sul veloce e robusto corsiero, docile istromento di servitù anch’esso, quando è domato dall’uomo. E segue, e segue tenendosi su d’un fianco della truppa. E segue, sinchè l’ostacolo d’una foltissima vergine foresta, o d’un fiume arresti la marcia della massa informe.

Questa, allora si ferma, si ravvolge in vortice, ed il destro conduttore dopo d’averla circondata di guardie, aspetta che passi il bollore dei robusti selvaggi li lascia alquanto a pascolo tranquillo, indi spinge ancora, sulla via del macello, quelle centinaja di fortissimi bruti, di cui uno solo basterebbe a rovesciare quanti custodi li circondano, e finalmente li riconduce mansueti come mandra di pecore. Il Gesuita, vecchia conoscenza nostra, ed uno dei neri conduttori di questo infelice popolo, considerando che inutile era opporsi alla foga plebea dell’epoca, continuava, come già abbiam veduto, a seguitar la mandra adulando, eccitandola agli eccessi, ed aspettando comodamente il giorno in cui potrebbe venderla al macello. Non è questa la storia d’Italia da diciotto secoli?

La voce del prete fu accolta con applausi dalla folla dei giovani, sempre amanti di novità, e già alcuni monelli dirigevansi verso l’immensa mole, capo d’opera d’arte e di corruzione umana, per mettere ad effetto i consigli del tentatore, ma la parola austera del vecchio tribuno romano tuonò come il rimbombo della tempesta, tra la folla inquieta, ma docile all’autorità dell’onesto archimandrita. «Siam qui noi per emancipazione del diritto e della coscienza, per la libertà della patria (e questa seconda parte era meglio capita) o siamo venuti per rubare, spogliare il tempio, e manomettere i sacri stupendi lavori dell’arte che i nostri padri affidarono a noi per tramandarli alla più remota posterità? »

E qui con licenza del santo martire della libertà italiana, io confesso esser di altra opinione.

Se l’Italia invece d’essere un pàntheon di memorie e d’opere insigni, fosse un po’ men ricca d’arte ma più robusta, cioè in luogo di templi, avesse ginnasi ed opifici, ed in luogo di tanti Ciceroni, avesse cittadini operosi e forti, essa certamente cesserebbe d’esser mancipia dello straniero più robusto ed operoso di noi, quindi se in luogo di limitarsi a bruciare alcuni confessionali, i romani del 49 avessero scaraventato nell’incendio quante mitre insudiciano grottescamente le grandiose opere d’arti, che adornano il primo tempio del mondo, anche a rischio di frantumare qualche capolavoro, forse sulle ceneri calde del suo covile non sarebbe tornato il maledetto mitrato nemico dell’ Italia.

Comunque sia la parola autorevo le di Cicerovacchio fermò la moltitudine che già aveva cominciato ad avviarsi verso il grandissimo tempio, ed un nembo di evviva ad Angelo Brunetti [37] scoppiò nella folla dei discendenti di Virginio e di Dentato, uomini che credo operassero più e gridassero meno di noi moderni italiani.

Il rapitore d’Ida, che s’era innalzato sulla punta dei piedi per gettare tra il popolo l’eccitamento al bottino, si rannicchiò piccin piccino, si confuse nella folla e dileguossi con una celerità che sarebbe sembrata sorprendente, se la comparsa della bella e maschia figura di Martino Franchi, illuminata dall’incendio, non avesse avuto luogo contemporaneamente alle ultime parole del tribuno romano. Quella tale bottiglia scaraventata dal braccio del robusto Bresciano, sembrò sfiorare ancora la smorta guancia del Gesuita, che non pensò due volte a battere i tacchi, e correre dal suo Generale per ragguagliarlo dell’inutile suo tentativo di sommossa, e della comparsa in Roma d’alcune Camicie Rosse attratte dalla proclamazione della Repubblica.

CAPITOLO XXVIII.

DAVERIO.

... il mortale

Non vive ei forse anche sotterra quando

Gli sarà muta l’ armonia del giorno,

Se può destarla con soavi cure

Nella mente de’ suoi? Celeste è questa

Corrispondenza d’amorosi sensi.

(Foscolo.)

La proclamazione della Repubblica Romana trovò la Legione Italiana a Rieti, ov’essa era stata inviata dal Governo provvisorio in osservazione contro le minaccie d’invasione borbonica. Alcune opere leggiere di difesa si eressero per precauzione alla frontiera che divideva il Pontificio dal Napoletano, ed il genio dei Volontari era diretto da Daverio, giovane ingegnere. Il tipo dei Manelli dei Daveri è preculiare all’Italia: il suo popolo, lo confesso con dolore, è corrotto dall’educazione pretina, ma come qualche volte in una notte tempestosa il navigante è rallegrato dalla comparsa d’alcuni astri, che sembrano fuggire, inseguiti dalle nere nubi che li nascondevano, così (mesta terra classica partorisce qua e là certe individualità speciali e privilegiate che fanno dimenticare l’abbruttimento delle masse e la malvagità di chi le deprava. — Avete osservato nel vostro consorzio degli uomini quel giovine dal volto d’angiolo, che come il sembiante ha l’anima, che nelle risse, ove di rado si trova, parteggia per il debole, che si precipita nell’onda per salvare la vita d’un naufrago, che marcia sempre tra i primi in una carica di Volontari contro il nemico, ultimo nelle ritirate, che mai non murmora per disagi o fame, che cade ferito senza un lamento, e che il giorno delle ricompense si ritrae e lascia fregiare il petto d’un ciondolo o d’una fettuccia a coloro che forse avevan veduto il nemico da lontano, e sdegna di partecipare a quelle mercedi, a quelle medaglie, a quelle croci con cui il despotismo di quasi tutti i paesi s’ è fatto un baluardo, quasi inespugnabile, di vanitosi satelliti?

Ebbene, quel giovane, sì valoroso, sì bello, sì modesto, che prese parte a tutte le pugne italiane, dalle barricate di Milano, al fatale 3 giugno, ove lasciò gloriosamente la vita, quel giovine è Daverio, il Lombardo, oggi occupato alle opere di difesa della frontiera romana, presso Rieti, e che vent’anni di lotta non hanno potuto cancellare dalle vergogne italiane.

Sì! vive anche sotterra Daverio, vivono i valorosi suoi compagni caduti sulla terra romana, e vivranno e saran ricordati alle genti sino alle più remote generazioni, quando il fiume della ragione, signoreggiando l’Italia, ne lavi le brutture di diciotto secoli; — quella fascia azzurra, che circonda i monti è l’Infinito!

E chi oserebbe trovarvi un limite? Colui che di mondi seminò l’Infinito, ne segnò l’orbite e le leggi regolatrici, n’è la mente, lo spirito, l’intelligenza, l’anima, — è l’Infinito

E l’anima mia, che penetra nelle latebre dell’Infiuito, non lo può definire, ma lo concepisce, e ne regge una particella materiale, infinitamente minima, è essa stessa mente, spirito, intelligenza, parte dell’Infinito? Sì! io credo all’immortalità dell’anima, e mi compiaccio nell’idea che mia madre al mio capezzale, mio padre ed i miei cari, martiri d’una causa santa, corrispondano ancora all’affetto mio.

CAPITOLO XXIX.

IL GENERALE AVEZZANA.

Libertà va cercando che è sì cara,

Come sa chi per lei vita rifiuta.

(Dante.)

Una delle grandi figure della rivoluzione Italiana è certamente il generale Avezzana, questo valoroso milite della libertà umana, favorito dalla natura di belle forme e di robustezza della persona, lo è similmente nelle doti dell’anima. Basta dire che i suoi nemici, altro difetto non trovano in lui, che d’esser troppo buono! cioè di essere troppo propenso ad esaudire una richiesta ed a dividere il suo pane con chi ne abbisogna.

Tali qualità d’un animo ben fatto riunite ad una tempra ferrea e ad una bravura a tutta prova doveano naturalmente fare del generale Avezzana l’idolo dei suoi subordinati.

Egli apparteneva alla schiera de’ prodi che traditi da uno spergiuro emigrarono nella Spagna con Pacchiarotti nel 1821, e che vi fecero bello il nome Italiano, pugnando per gli stessi diritti che avean loro fruttato l’esilio. L’invasione francese nella Penisola Iberica, cacciava Avezzana in America, ove tanto si distinse nelle guerre Messicane con isplendide vittorie e colla fondazione di Tampoco, oggi secondo porto marittimo di quella repubblica. Per la Legione Italiana l’avvenimento d’Avezzana al ministero della guerra in Roma fu una vera fortuna. Il corpo dei Volontari, pel quale nutriva avversione e diffidenza il governo che precedette la Repubblica, era mantenuto lontano da Roma, e con molta difficoltà esso avea le cose più necessarie alla vita del milite.

La Legione passò vari mesi dell’inverno senza cappotti, e più della metà era armata di lancie quando fu chiamata alla capitale per partecipare alla difesa contro l’esercito di Bonaparte. Ma, giunto Avezzana al governo, essa ebbe subito il necessario.

Era una notte d’aprile, la Legione partita da Rieti marciava su Roma, e questa era la prima notte di campo che induravano i Volontari, e ben rigida. Oggi, inaridito dagli anni, una notte tempestosa passata allo scoperto mi raccapriccia, ma più giovane, io ho goduto allo spettacolo d’una notte nella foresta illuminata da un fuoco che si doveva difendere e sostenere in vita lottando col temporale.

Pioveva a dirotto, e le frondi dell’annose quer-cie battute del vento aumentavano gli effetti della pioggia. Per fortuna il proprietario del campo, ove i Volontari pernottavano, ci avea regalati di una magnifica pianta, che diede legna sufficiente per tutta la notte a tutti i militi.

Era ammirabile veder quella gioventù grondante acqua, continuamente occupata ad attizzare il fuoco che la pioggia persisteva a spegnere, sollazzarsi allegramente con facezie e racconti graziosi come se fosse seduta a lauto banchetto. Tutt’a un tratto si udiva il grido: «acquavita!» e gl’inesperti che correvano alla direzione di quel grido rimanevano delusi ed eran l’oggetto delle beffe dei differenti crocchi, che non s’eran mossi e che pure avrebber lavato volontieri la gola con un bicchierino di qualunque cosa. Allora come per indifferenza all’ingannevole burla, gl’ingannati intuonavano un inno patriotico, in sostanza più atto a riscaldarli del sognato cordiale e tutti allegramente facevano coro con entusiasmo da dimenticare i disagi della notte. La guerra è vergognosa cosa per una società che si chiama civile, e non si comprende perchè gli uomini devano reciprocamente uccidersi per intendersi. Ma quando disagi, pericoli, morte devono affrontarsi per la libertà del proprio paese o dell’altrui, allora la guerra diventa santa e la soddisfazione di coscienza che si prova paga con usura ogni patimento.

Tale era certamente la situazione morale di questi coraggiosi militi, e se il silenzio regnava tra alcuni dei numerosi fuochi, ciò era cagionato dall’attenzione prestata dai giovani ai racconti d’episodi per lo più guerreschi ed emancipatori dei più provetti.

La scuola pratica toccata alla gioventù Italiana in questi vent’anni dal 48 al 68 è stata molto giovevole, e certo la parte più brillante di tale periodo tocca ai Volontari.

L’elemento volontario, avversato dal governo, dal prete e da quella casta di dottrinari che capitanati da Mazzini ed ammantati da un esclusivismo arrogante, gridano ai quattro venti: Noi « soli siamo puri, noi uomini di principii republicani perchè vogliamo la republica anche ove vi sia l’impossibilità di ottenerla. — Quanto si è fatto per l’unificazione patria nell’alta Italia, nel centro, nella meridionale, non solamente fu nullo ma nocivo, — dicono essi.» Dante, Macchiavelli, Petrarca, che volevano un’Italia anche col diavolo, erano poveri visionari; solo i puri che dottrinano, ma non si muovono, mandano alla pugna e se ne tengon lontani, ponno costituire il paese. Per essi come per i preti, Marsala fu una sconfitta e Mentana un trionfo.

CAPITOLO XXX.

IL RACCONTO.

La memoria venturosa

Che conserva chi va profugo

De bei dì in che lieto fu

È l’essenza della rosa

Che conserva il puro effluvio

D’ un april che non è più. —

(Aut. non noto.)

Giacomo Minuto soprannominato Brusco (ed era veramente brusco col nemico ) era uno dei 73 che vennero da Montevideo in Italia nel 48 per prender parte alle cose patrie. E quegli Americani, com’eran chiamati tra i Volontari, eran la maggior parte valorosi ufficiali e lo provarono seminando le ossa su quella terra di glorie e di maledizioni che il prete ha ridotta in covile di malandrini d’ogni nazione, e si potrebbe dire in anfinteatro di torture, e di vergogne italiane. —

Brusco, marciando al nemico in fronte d’una colonna di militi, ispirava loro fiducia , ed era ammirabile di valore e di sangue freddo.

Il vajuolo avea segnato il marziale suo volto, ma non alterato il suo contegno guerriero. Alto di statura, ampio di petto e nerboruto, questo prode figlio della Liguria era del resto un perfetto atleta. —

Nel fatale 3 giugno una palla Napoleonica forava quel petto d’acciajo e vicino a sanare, — all’entrata dei soldati di Bonaparte in Roma nei primi di luglio, — Brusco strappavasi dallo sdegno, gli apparecchi della ferita, e moriva volontariamente d’emorragia. — In uno dei fuochi di campo, Brusco, torreggiava, ed i suoi giovani compagni cogli occhi rivolti a lui non fiatavano ascoltando il seguente racconto:

 

« Nella cattedrale di Montevideo (Mairiz come la chiamano colà) v’era un frate, che si diceva venuto da Terra Santa, e portatore di preziose reliquie.

Egli era un uomo sui quaranta, corpulento e sull’ipocrita sua fisonomia si notavano da un occhio esperto, le traccie della lussuria. I suoi devoti li dicevano effetti d’astinenze e mortificazioni.

L’arrivo di quell’uomo a Montevideo fece epoca, giacchè, quantunque come la gramigna si propaghi anche là la pianta, i venuti da Terra Santa sono poco frequenti.

Vi sono preti, ma non fanatismo, e la popolazione è troppo libera per soggiacere sotto l’influenza di tali impostori. Ciò per la popolazione maschia.

Le femmine, come dovunque, sono pascolo di birbanti, e in massima più propense al pretismo, sia per la natura men forte delle figlie d’Eva, sia per il culto speciale dei chercuti per il bel sesso e per ogni godimento umano.

E ben provò la mia bella e sventurata Dolores il culto di quello scellerato per la libidine! — E qui s’inumidivano gli occhi del forte milite rimembrando una creatura amata e perduta.

« Dolores era un’angelica fanciulla! E Brusco a quell’esclamazione volgeva gli occhi ad Ida, che al lato di Cantoni, ed avvolta in un mantello del suo amante, sporgeva la sua bella testa verso il narratore.

Sì, anche in quei lontani paesi, vi sono delle vezzosissime donne: sulla razza indigena e su quella più infelice ancora de’ trasportati africani primeggiano i discendenti dei conquistatori che conservano i bei lineamenti della razza iberica, ma con accrescimento di disinvoltura e fierezza, prodotte naturalmente da una vita libera, cavalleresca e guerriera.

E Dolores era uno perfetto rampollo di quella razza, facile a discernersi dal grazioso portamento della persona, dalla capigliatura d’ebano e dall’occhio nero arcato, di cui è difficile sostenere lo sguardo senza sentirsi beati da moti deliziosi, irresistibili. Dolores non era una beghina, — anzi piuttosto spregiudicata, — e siccome m’avea dato tante prove di corrispondere all’immenso mio affetto, io non dubitava d’aver influito a sottrarla al diabolico contatto del prete. — (Ma quante non sono le donne che sanno il clero bugiardo, che sono colte e che pure frequentano la maledetta bottega per abitudine, per ipocrisia o per fini non religiosi!) — Quella mia carissima fidanzata lasciossi un giorno, per curiosità donnesca, persuadere da sua zia a visitare la mairiz per vedervi quel frate, di cui si raccontavano portenti, e che tanti possedeva talismani di Terra Santa. L’astuto prete faceva poi valere tutti quei suoi giocattoli da ciarlatano con una chiacchiera da infinocchiare sino al delirio le sue ascoltatrici.

Egli avea dei mosaici del Santo Sepolcro, delle olive che avea lasciato Cristo nel giardino degli Olivi, ove egli si cibò, dopo l’orazione, di quelle frutta, e che miracolosamente si conservavano ancora intatte ai giorni nostri. Un occhio di Santa Tecla, uno stinco di San Tommaso, che apparteneva all’incredulo che volle toccar le piaghe del Salvatore. E credo anche un osso del dito di Giosuè con cui quel generale ebreo fermava il sole. Ma ciò che più millantava il mascalzone e che spacciava come infallibilmente miracoloso era un crocifisso del legno della vera croce, e questo potea chiamarsi il suo cavallo di battaglia, giacchè altro non era che un magnifico pugnale a cui la parte inferiore del crocifisso serviva di astuccio e la superiore d’impugnatura.

Erano le cinque d’una sera di giugno quando Dolores con sua zia, avvolte in un gruppo di donnicciuole, entravano nella cattedrale per udire le sante parole del missionario, o, come dicono i preti, colla modestia che li distingue: la parola di Dio!

Nell’altro emisfero in giugno alle cinque della sera fa notte, e quindi trovavasi la chiesa illuminata.

L’uomo ha un po’ dell’ indole della pecora. Se le pecore si sparpagliassero non basterebbero cento pastori per condurre un gregge, ma ove va una van tutte, e con ciò un solo individuo può condurne delle centinaja. E così l’uomo: se uno che passa per una pubblica via si ferma a guardare qualche cosa, ogni ozioso si arresta, e guarda pure alla direzione dell’occhio dello stupido od astuto. Barnum a New-York paga della gente per rimanersene tutto il giorno a contemplare con ammirazione affettata le grottesche pitture che rappresentano animali o fenomeni del suo serraglio.

Nella bottega del prete molti vanno per curiosità, altri per far l’amore ed altri per abitudine o per pecoreggiare. Quindi anche una coda di maschi seguiva le donne, ed io con quest’ultimi.

Quasi vergognoso di trovarmi frammisto a gente sì poco stimabile, in un locale che mi fa ribrezzo, io nascosi questo mio corpaccio all’ombra d’una colonna del tempio, e, com’ è naturale, il mio primo sguardo fu d’investigazione in ricerca della donna del mio affetto.

L’occhio d’un amante non abbisogna di bussola per dirigersi alla meta, e poco durai a trovare la mia Dolores. Essa era seduta su d’una panca, accanto a sua zia tra il pulpito su cui era asceso il prete e la posizione che occupava io stesso.

Appena il chercuto ebbe rotato lo sguardo di falco sul gregge, egli lo fissò sulla bella fisonomia della mia diletta con tale ardore e con tale contegno, che se qualcuno dopo di lui mi avesse guardato in quel momento mi avrebbe veduto cambiar di colore, movere verso il malvivente ed inciampar nella prima panca da scuotere quanti v’eran sopra seduti.

Il moto mio non potea sfuggire al prete e siccome io non era più nell’ombra, il suo occhio, istratto un momento dall’oggetto della sua ammirazione, piombò sul mio, ed una corrispondenza d’odio mortale si scambiò tra i due! — Ora chiederò io ai materialisti: Cosa vi sarà nell’occhio dell’individuo che tramanda nell’anima altrui tanta somma d’amore e d’odio? Io avrei bevuto il sangue di quel malvagio — e lui ?...

Oh perverso! Se io avessi potuto sognare il male che tu eri per farmi io t’avrei quella stessa sera precipitato dal pulpito, infranto il cranio sulle lapidi del pavimento e t’ avrei strappato il tuo cuore di vipera!

Fra Zabedeo, tale ora il nome del chercuto, era perito nel mestiere e possedeva quella sfacciata eloquenza, quella facilità di parole e di modi che s’insinuano facilmente nel cuore delle donne, e quindi egli non durò fatica a divenire il lione » di tutte le beghine di Montevideo. A me importava poco, ma ciò che mi premeva era la scoperta ch’io feci delle sue insidie per sedurre la mia donna. La zia di Dolores era una donna semplice, che amava sinceramente la nipote, ma come la maggior parte delle vecchie, essa era un boccone da preti, cioè, avrebbe dato ogni cosa sua a questi discendenti del serpente che sedusse la prima donna. E quando parlava del Zabedeo lo innalzava alle stelle, e diceva che per Montevideo quel santo padre era stato una benedizione Dio. E qui non posso a meno di ricordare la cocciutaggine del nostro popolo delle campagne che da buon Italiano non manca delle furberie della nostra razza, ma che è nello stesso tempo d’una ostinazione ne’ suoi pregiudizi da far perdere la bussola a chiunque.

Io non ho mai potuto concepire come un contadino, che vi sa fare i conti meglio d’un matematico, possa credere alle mille menzogne propagate dai preti. Eppure il contadino con tutti i suoi vincoli e le sue miserie è il più fermo sostegno del despotismo e dell’impostura.

L’astuto prete s’era introdotto nella casa di donna Rita zia di Dolores, con cui la mia bella fanciulla conviveva dopo la perdita dei genitori, ed ove io mi recava ogni giorno.

Zabedeo però che d’ogni cosa era informato e che sapeva Dolores a me fidanzata, ed io un osso un po’ duro a rodere, veniva in quella casa quando mi sapeva assente.

Il birbante conosceva che, qual Legionario Italiano, io non poteva in quei giorni di pericolo per la nostra patria adottiva, trasgredire il mio dovere di milite. Egli quindi preparava i suoi piani di seduzione e faceale sue visite quando mi sapea di servigio.

E di tutto ciò ero minutamente informato dalla mia Dolores, che ad onta d’esser una semplice ed innocente fanciulla, non avea mancato d’insospettirsi delle voglie brutali del negromante.

Fu per me una terribile notte quella del 22 luglio 1847 in cui si seppe che l’esercito nemico, assediante Montevideo, dovea dare un assalto, e poi non fu che un falso allarme.

Comunque fosse la Legione era consegnata in quartiere, pronta ad accorrere ove il bisogno lo richiedesse, e quel pugno di giovani che la componevano, avanzo di cento gloriosi combattimenti, passeggiava nel quartiere desioso di menar le mani, e la popolaziahe, di cui gl’Italiani meritarono la fiducia, era lieta di saperli in armi.

In quella notte, io sergente, era stato incaricato con un picchetto della mia compagnia di pattugliare verso la sinistra della linea di difesa, non lontana appunto dalla casa di donna Rita. Con tutta la disciplina militare dei Legionari quel corpo non mancava d’aver i difetti inerenti ai volontari, cioè: certe licenze che essi, penetrati dalla santità del loro proposito in cui la meta altra non dev’ essere che la libertà dei popoli, non dovrebbero permettersi. Il fatto sta che siccome tutto rimase tranquillo in quella notte, stanchi di passeggiare ci fermammo in un’osteria per bagnar il becco, ed io vi confesso la mia debolezza incaricai del picchetto il caporale, e m’incamminai verso la dimora del mio tesoro.

Col cuore palpitante m’avvicinai alla porta e dico il vero, con un certo presentimento inquietante che m’avea preoccupato tutta la sera.

La porta d’entrata era chiusa col saliscendi e facilmente apertala, traversai il cortile, e, pratico com’ero, m’avviai all’entrata d’un salone, apersi pure ed ivi trovai donna Rita addormentata profondamente su d’un seggiolone. La zia addormentata! e non vedo Dolores! ciò m’insospettisce. Eran le undici della sera, io non fiatavo, e mentre contemplavo la dormiente prestavo l’orecchio per qualche rumore. Un ahi! un lamento!... è la voce vibrante della mia donna, che mi sconvolge sino nell’ultima latebre dell’anima. Mi slancio verso la porta della stanza di lei! Era chiusa! Voi mi vedete. — E qui il gigante della Liguria ergevasi da sembrar più alto d’un palmo: «Voi mi vedete.» — I suoi occhi scintillavano più del fuoco su cui s’inchinavano quei giovani nemici della tirannide grondanti di pioggia: — Con questo corpo, e non so come, io mi lanciai contro quella porta, che andò in frantumi, più presto che se l’avesse colpita il fulmine. Frantumata la porta mi trovai in presenza d’uno spettacolo ch’io vorrei scordare, ma che non posso, che mi tortura, e che mi martella l’anima spietatamente.

Oh! se il nemico ci avesse assaltato in quella notte io avrei messo fine a questa vita di miserie ed almeno con gloria! La mia fidanzata, il mio angelo, la donna del mio cuore era distesa a terra, senza sensi, forse prostituita! e l’osceno sacerdote dell’inferno, con in mano il crocifisso, pugnale di cui vi ho narrato, e ch’io porto qui (battendosi sul cuore) nascosto, — reliquia di sceneggine e di amore! — sì, il prete tenevasi dietro del letto dell’insensata, ove s’era rannichiato all’entrata mia impetuosa.

Armato del suo pugnale e rimesso alquanto del suo primo stupore, io vidi nel chercuto un soggetto, che non per la prima volta trovavasi in difficili cimenti.

Nessuno di noi fiatava, e gli occhi roteavano nello spazio che ci divideva ora sul corpo immobile della giovine, ed ora d’intorno, come per cercare il destro, egli alla fuga, senza dubbio, ed io all’assalto.

Io sino a quel momento avevo dimenticato che non tenevo armi, e che avevo lasciato il mio fucile con bajonetta all’osteria. Ma l’aspetto risoluto del prete mi pose in guardia, ed una sedia spezzata mi mise in un momento con un bastone alla mano.

« Vedendo che non si burlava, il prete aprì finalmente la fetida bocca con queste parole: Brusco (il demonio sapeva bene il mio nome), se voi volete lasciarmi uscire, io vi giuro che nulla si saprà dell’accaduto. Ma se voi vi ostinate a volermi colpire, io pianterò prima questo ferro nel cuore della donna, e poi vedremo il resto.

« In un secondo mi balenaron per la mente lo stupro, il perdono, la vendetta, ... e quest’ultima la vinse nel mio cuore, generato tra gente che si vendica e non perdona gli oltraggi. Ed era grande l’oltraggio di quello scellerato!

Io volai su di lui, ma per celere che fosse il mio moto, non giunsi a tempo per salvare la fanciulla. L’assassino, che sembrava pratico al ferire con quel suo misterioso pugnale, lo immerse nel seno di Dolores, e si mise subito in difesa contro me.

Io nulla più vidi!... Strepiti di morte! sangue sparso! nulla! mi s’appannaron gli occhi. Non so cosa gridai, cosa feci; non so perchè anch’io non fui trafitto dal crocifisso-pugnale: ciocchè vi posso dire si è ch’io ripresi i sensi, quando la mia bocca si posò sulle labbra della mia donna.

Io tenni un pezzo la mia destra sul polso di lei, — non un battito! non un segno di vita !... di quella vita per cui avrei dato mille volte la mia !

Allora, colla disperazione nell’anima, calpestai rabbiosamente il cadavere di quel nemico del genere umano, e dopo d’aver pulita la fronte, su cui s’erano sfracellati gli spruzzi delle cervella del Satana, io m’allontanai da quella stanza maledetta! »

 

In quel momento la tromba del quartier generale suonò la sveglia, tutte le altre trombe seguirono, e Brusco si congedò dai giovani compagni, rimasti un momento attoniti dal suo racconto, ma poco dopo padroni delle loro armi e pronti al loro posto di formazione.

CAPITOLO XXXI.

IL 30 APRILE.

Han combattuto; han vinto

Sotto il talon del forte

Giace il tiranno estinto.

(Berchet.)

Sei pure un giorno glorioso, o 30 aprile 1849, in cui un pugno di giovani Italiani, che combattevano per la prima volta, videro le spalle dei vecchi soldati d’Africa, mandati dal Bonaparte, traditore e corruttore dei popoli, e comandati dal figlio d’uno dei primi generali dello zio.

Sì! fu un bel giorno, e sino dall’alba un sergente nemico, inginocchiato ai piedi del comandante della Legione Italiana chiedendo la vita (come se avesse da fare con selvaggi) vaticinava la vittoria della giustizia. «Rialzati, figlio d’una nubile nazione e soldato d’un tiranno - disse il comandante al sergente, porgendogli la mano. - Rialzati! noi non calpestiamo i caduti, non trucidiamo i vinti. » E male per noi ! Forse un giorno spinti dai vostri insulti e dalla disperazione, noi vi sfideremo a morte. Ma no, meglio così, poveri imgannati!

Richieri di Nizza, fratello d’uno dei feriti di Sant’Antonio, posto in imboscata sulla strada di Castel Guido, mise in fuga una squadra di esploratori Napoleonici, prese loro cavalli ed armi e ne condusse vari prigionieri al quartier generale della legione.

Il generale Oudinot, secondo il costume dei nostri vicini assuefatti a disprezzarci, sbarcato a Civitavecchia, marciò subito su Roma, quale facilissima preda. Egli s’era fatto precedere dai soliti fallaci proclami, in cui i soliti amici liberatori venivano a Roma per salvarla. La risoluzione di resistere, presa dal Governo romano, fu lodevolissima e degna d’un popolo che risorge alla vita dei liberi.

Forti, o deboli, picchiar sempre i prepotenti stranieri, e picchiando si ottengono sempre migliori risultati, che curvando il collo al giogo. Almeno si scansa il sogghigno di disprezzo, che più del ferro colpisce gli umili calpestati.

E la risoluzione di resistere fu accolta dai Romani e massime dalla gioventù italiana di tutte le provincie, con un entusiasmo indescrivibile. Ma altro è entusiasmo, di cui sono sempre prodighi gl’Italiani, altro è quella maschia costanza, di cui abbiam dato sì poche prove sin ora, senza di che non si giunge ad ultimare le grandi imprese.

Poi, ognuno tirava il carro dal proprio lato in questa povera penisola, senza curarsi di stringerci subito in un fascio, e far testa insieme alla prepotenza straniera.

Piemontesi, veneti, toscani, napoletani, ciascuno pensava per sè; e poco importava della sorte dei fratelli, che pure pugnavano per la stessa causa.

I re, si sa, temendo più il popolo dello straniero, desideravano la caduta di Venezia e di Roma. Ma gli stessi archimandriti di queste due e della To scana fecero forse quanto potevano alla difesa comune? La storia risponderà.

Il Governo repubblicano, emanato dal suffragio libero ed universale del popolo, quantunque composto di gente onesta, era viziato dalla sua stessa natura.

Triumvirato! e quali tradizioni ha nel nostro paese il triumvirato, fuori della guerra civile e della tirannide? Eppure tale fu la forma di governo adottata da uomini pieni di buona volontà e patriottismo, ma traviati dalla presunzione del Mazzini, che senza avere la capacità di comandare, non tollera la direziono altrui, o gli altrui consigli. E senza voler manifestarsi capo assoluto, egli è assolutissimo, e direi quasi un secondo infallibile. — Se Mazzini più che triumviro, dittatore reale di Roma, avesse avuto le doti ed il coraggio di un dittatore, e dittatore si fosse fatto proclamare, cosa non difficile in quei giorni di pericolo, ciò avrebbe incontrato il gradimento dei buoni. Io credo, che se la Repubblica Romana non si sosteneva indefinitivamente, certo essa più lungamente avrebbe durato, e più degnamente sarebbe caduta. E caduta l’ultima, dopo Venezia e l’Ungheria.

Saffi ed Armellini eran patriotti distinti e virtuosi, ma questi due triumviri, siccome la maggior parte degli uomini che componevano la costituente romana, anche buoni ed intemerati, abbisognavano di ciò che si vuole in tempi urgenti, cioè una mente risoluta e ferrea con pieni poteri, e Mazzini, che non l’avrebbe tollerata, non era l’uomo da supplirla.

Comunque fosse, il 30 aprile fu un bel giorno! un giorno glorioso per le armi italiane!

Il generale Avezzana, veterano di cento battaglie, ed una delle glorie più pure del nostro risorgimento, trovandosi alla direzione del ministero della guerra, organizzò la difesa della città eterna con molta maestria, ad onta dei pochi mezzi di cui disponeva, e delle insufficienti forze repubblicane, che non bastavano certamente a guarnire l’immensa estensione delle mura di Roma.

I pochi e poco numerosi corpi di Volontari che assistettero a quella magnifica pugna, di molto inferiori di numero al nemico, combatterono valorosamente e come si combatte contro ladri che invadono la propria casa.

Una delle buone disposizioni del generale Avezzana fu quella di occupare le posizioni esterne del monte Gianicolo fuori di Porta San Pancrazo. Le ville Corsini, Panfili, ed altre, situate sui vertici di quelle dominanti colline, presentavano una difesa imponente, coi loro solidi edilizi, coi recinti delle loro mura, ed i superbi secolari boschi che le adornano. Baldanzoso, il nemico avanzavasi sulla strada di Castel Guido verso porta Cavalleggieri, ed alle 10 antim. spiegava le sue teste di colonne, ed assaliva risolutamente, protetto dalle sue artiglierie messe in posizione.

Venendo da Castel Guido a porta Cavalleggieri si lasciano a destra le alte posizioni del Gianicolo, e trovandosi la Legione Italian a su quelle alture, essa colse l’opportunità d’un attacco di fianco sulla destra dei napoleonici.

I soldati nemici, già impegnati all’assalto della porta suddetta, vedendosi bruscamente attaccati sul loro fianco destro e potendo combattere un avversario non coperto da mura, fecero fronte a destra, ed il combattimento impegnossi furioso contro i legionari assalitori. Ivi presero parte, colla Legione Italiana, la Legione Romana, i Volontari d’Arcioni ed altre piccole frazioni di corpi.

Marrocchetti, Galletti, Arcioni, che comandavano i tre corpi suddetti, gareggiarono di valore e d’intrepidezza.

Il capitano Montaldi, uno dei migliori ufficiali di Montevideo, fu il primo che diradò le file di quei reduci valorosi. Alla testa della sua compa gnia egli attaccò la destra nemica con tale impeto che la fece piegare sino sulle sue riserve. Ma vergognato di cedere davanti a sì picciol numero di Volontari, il nemico, rimesso dal suo stupore, caricò la compagnia con forza decupla, l’avvolse, ed il prode Montaldi cadde, vendendo ben cara la vita. Egli cadde nelle braccia di Cantoni, che sdegnoso di tenersi al quartier generale, avea accompagnato Montaldi, quando questi riceveva l’ordine d’attaccare. Il valoroso Martino Franchi, che trovavasi in ajuto di Montaldi colla propria compagnia, sostenne l’urto del nemico sino a raccogliere le reliquie dei compagni sopraffatti da sì numeroso nemico. Molti caddero di quella intrepida compagnia, e Cantoni, dopo d’aver sorretto il suo comandante, fu rovesciato egli pure da una palla alla tempia. Le colonne bonapartesche che s’avanzavano su Roma, eran tutte guidate da preti, che marciavano come guide alla loro testa, col crocifisso alla mano. Uno di queste giude, alto e corpulento, che precedeva la colonna del centro, fu da Cicerovacchio additata al generale Avezzana, e questi, che in quel momento trovavasi in una batteria comandata dal tenente Bovi, esclamò: «Bovi! che bel colpo», e Bovi che amava i preti come il diavolo l’acqua benedetta, appuntando un suo cannone da 9 in bronzo, lo diresse con tanta destrezza, e con tanta esattezza riuscì la mira , che la palla portò prete, sottana e crocifisso, tutto in un mucchio tra le fila della testa di colonna, ove fece una vera strage, e per compiere il miracolo, il crocifìsso conficossi nell’occhio destro del colonnello Devot, che avea perduto il sinistro all’assalto di Costantina.

— Bravo Bovi! — esclamò il fondatore di Tampico [38]. — Bravo! e se in tal modo fossero accolti il Papa e Bonaparte, questa povera Italia cesserebbe d’esser lacerata e disonorata. —

Il combattimento del 30 aprile durò molte ore: i Bonaparteschi, battuti di fronte dalla nostra artiglieria delle mura, e fucileria, di fianco dai corpi volontari che occupavano le posizioni esterne del Gianicolo, finirono per ritirarsi in disordine, lasciando nelle nostre mani 500 prigionieri circa.

Gl’Italiani videro le spalle dei loro boriosi nemici, e dovettero capire in quel giorno, che quando si è veramente decisi a battersi, per lo più si vince. Vi furono molti atti di bravura in quei nostri militi improvvisati. Io accennava alla gratitudine dell’Italia alcuni gloriosi nomi di morti, di cui si potrebbe, dire come Byron disse di Dante, di Galileo, Machiavelli, Michelangelo: Questi elementi di grandezza umana, basterebbero a Dio per una nuova creazione! — Ed io dirò: I prodi che caddero per l’onore italiano a Roma sarebbero un lievito sufficiente per una legione di liberatori! Panizzi, Masina, Mameli, Daverio, Davide, Montaldi, Peralta, Minuta, Ramorino, Manara, Melara, Morosini! Che uomini! che uomini!

Quando il carnefice di Roma, che alcuni eunuchi si contenterebbero di veder privo del temporale, innalzava un monumento ai suoi sgherri sulle ossa di quest’illustri martiri, non si trovò un nato di questa terra che tentasse di capovoldare il monumento infame, d’infrangerlo, d’imbrattarlo! Oh! è ben prostrato questo popolo! ben accovacciato! ben nullo!

Alle venture generazioni noi lasceremo dunque la cura di lavare quella culla delle maggiori grandezze del mondo da tanto nero sudiciume! E noi vanitosi impotenti! passeremo avendo dato al mondo lo spettacolo miserabile di venticinque milioni d’esseri incapaci di scuotere il tarlato catafalco d’un vecchio indecente e di colpe macchiato e moribondo!

CAPITOLO XXXII.

IL RITROVO.

Mieux vaut mourir quo vivre misèrable,

Pour un esclave est-il quelqne danger?

(Muta di Portici.)

Cantoni, udito l’ordine al capitano Montaldi di assaltare il nemico di fianco, e non volendo esser accompagnato da Ida nell’impresa pericolosa ch’egli in cuor suo avea deciso di dividere, la inviò in città col pretesto di provvedere cibi per il Quartier generale. La bella fanciulla, assuefatta ad ubbidire all’amante, partiva ma con repugnanza, e cogli occhi umidi, avendo più caro, certamente di rimanere con lui in un giorno di battaglia. Ciò nonostante colla sveltezza de’ suoi quindici anni, essa divorò la strada, adempì malamente alla sua missione e fu di ritorno al suo posto con tutta la celerità possibile.

Ma Cantoni era altrove! e siccome ognuno trovavasi al suo posto di combattimento, già impegnato, non fu facile alla nostra eroina di sapere la direzione del suo caro.

Ida era disperata! vagava tra le fila dei combattenti non curante della vita, e padroneggiata intieramente dall’unico pensiero di ritrovare Cantoni.

Mentre assorta in idee malinconiche e desolata dalle infruttuose sue ricerche, essa nulla vedeva e nulla udiva del fragore della battaglia, un piccolo colpo sulla spalla la rese a sè stessa, e volgendosi scoprì la bella e simpatica figura di Ugo Bassi, il sacerdote della giustizia e dell’onore italiano, l’uomo del sagrifizio, per cui il martirio era un trionfo, sempre adorno e risplendente dell’aureola dell’immortalità, figlia del dovere. Quando nel giorno fatale del giudizio il popolo italiano ricorderà i torti, le ingiurie, le prostituzioni, la corruzione, il servilismo cui lo dannò il clero, forse solo gli uomini come Ugo Bassi (e quanti sono?) saranno sottrati allo sterminio.

Ida guardò istupidita il sacerdote del vero, che ben noto a lei era e venerato, come da qualunque dei militi della causa santa.

— Chi tu cerchi, Ida, è lontano, e dorme a canto ai valorosi che primi scossero questi nostri boriosi nemici, e li fugarono. Meglio è morire che viver schiavo figlia mia!

Ida fu come colpita del fulmine, impallidì e poco mancò che non stramazzasse a terra; un intuito però, un barlume di speranza la sostenne e da coraggiosa che era esclamò! — Per amor di Dio! segnatemi ove Cantoni è caduto [39] — Il venerando uomo non rispose, partì facendo un segno col capo, ed Ida con lui.

I nemici aveano principiato a ripiegare tempestati dai nostri, ma da soldati assuefatti alle pugne essi ritiravansi combattendo, protetti dalle loro artiglierie. Dimodochè lo spazio che dovea percorrere la simpatica coppia, benchè non più occupato dal nemico, era solcato da projetti d’ogni specie.

Chi ha veduto però il gran martire della libertà italiana in una pugna, senza combattere s’intende, poichè Bassi repugnava dal versare il sangue dal suo simile, chi l’ha veduto, ricorderà che nessuno più calmo ed intrepido di lui, in un campo di battaglia. Non dirò d’ Ida, cui la speranza di trovar ancor vivo il suo Cantoni, l’avrebbe spinta risolutamente al maggior disprezzo della vita, se già non fosse stata da per sè stessa coraggiosissima. Così camminarono i due taciturni, e penetrati da santo dovere, così giunsero sul posto della strage, ove si scorgeva un mucchio di cadaveri. Ugo stupì di veder Cantoni in una posizione diversa da quella in cui l’aveva lasciato. Prima lo avea trovato bocconi sul cadavere di Montaldi, ora lo vedeva ad alcuni passi supino e col petto insanguinato da nuova ferita.

Il fatto era così accaduto. La ferita di Cantoni alla tempia l’avea stordito ma non era grave ; egli dunque tornò in sensi alcun tempo dopo di essere stramazzato.

Il primo pensiero fu al suo fucile, che gli giaceva ai piedi, e con quello continuò a menar bajonettate ai nemici. Ma benchè in ritirata, e perseguitati dai nostri, uno di coloro a cui Cantoni attraversava il passo lo colpì nel mezzo del petto, il nostro eroe era rovesciato nuovamente, e calpestato dai fuggenti. In tale stato fu ritrovato da Ugo e da Ida, e mentre il primo contemplava distratto la nuova posizione del giacente, la giovane si precipitava sull’amante, e lo premeva sul cuore colla destra.

— Dio mio !.... — era il grido della fanciulla. — Egli vive! —.

Il grand’uomo, desto dalle sue distrazioni, capì subito l’intuitiva scoperta d’Ida, e ben contento avvicinossi a Cantoni per accertarsi dell’esistenza, — Egli pugnerà ancora per questa terra infelice! — esclamò Ugo, dopo d’essersi accertato che le ferite non erano mortali, e sciogliendo da tracollo un cantaro pieno d’acqua, inseparabile compagno nelle sue peregrinazioni umanitarie, egli cominciò a spruzzarne sulla fronte del giovine, e quindi a lavarne le ferite, occupazione, in cui questo vero apostolo del vero, era molto capace. La ferita del petto non mortale, era però molto grave, e Bassi, dopo d’averla lavata e medicata accuratamente, volse lo sguardo ad Ida con un sorriso rassicurante, ma nello stesso tempo con un dito sulla bocca accennava ad essa il silenzio.

Il nemico era scomparso. Gl’Italiani vittoriosi tornavano colla fronte alta a riunirsi alle proprie bandiere.

Com’eran belli quei giovani militi d’una causa santa! Sulla loro fronte altiera, era scolpita la preziosa soddisfazione di coscienza, che sola conosce il prode, adempiendo al più sacro dei doveri, insofferenza di vitupero nazionale, castigare la mano che vi offende, la lingua che v’insulta.

Essi avean vendicato gli oltraggi di diciotto secoli! A voi, preti della menzogna, che predicate la mansuetudine e la pazienza, a voi che oltrepassaste la ferocia della jena, il sarcasmo terribile del cocodrillo, a voi si deve l’abbrutimento di questo popolo, cui insegnaste i baciamani, le genuflessioni, la tolleranza dell’insulto. Voi siete maledetti.

CAPITOLO XXXIII.

LA VITTORIA.

.... Vittorioso! E catafratto un popolo

Dalla battaglia uscirne.

(Berchet.)

È pur bello un giorno di vittoria! E più bello per lo schiavo che ha debellato i suoi tiranni!

Che importan le zolle pregne di sangue, la terra seminata di cadaveri e di membra infrante, i lamenti del ferito ed il rantolo del morente... Che importano! Abbiam vinto! Domani le popolazioni festanti accoglieranno i vincitori con strepitose acclamazioni, con pioggie di fiori, e collo sventolare dei bianchi lini da mani, su cui si vorrebbe depor l’anima con mille baci. Ed il plauso, l’affetto delle donne sono certo i preziosi guiderdoni del valore. Sì! donne, ricevete colla scopa i codardi, quella canaglia che non arrossisce d’aver abbandonato i fratelli alle mani col nemico, i propri feriti agli insulti ed allo strazio del mercenario straniero!

Ma i valorosi, i vincitori dell’oppressore beateli! essi son degni di voi, del vostro sorriso, del vostro amplesso e dell’amor vostro! Essi sparsero il loro sangue, cimentarono la loro vita per non lasciarvi ludibrio a sgherri.

I conigli ai cani, al vituperio! E lo ripeto: battete la scopa sul loro codardo volto! Ma ve lo ripeto ancora, donne, e forse per la millesima volta: — Togliete i vostri figli dall’educazione del prete, se no, avrete la colpa voi d’avere dei figli vili, falsi e mentitori, non dei forti, coraggiosi, propensi al bello ed all’onesto, insofferenti di oltraggio, come dev’essere la gioventù italiana. Se voi vedete i vostri figli malaticci, curvi, gobbi, indifferenti al disonore nazionale, ne fu causa il bugiardo precettore che avete dato ad essi.

Avete veduto quel prete che guidando dei fanciulli vestiti da militi, e non sogghignaste di compassione? Un prete che insegnerà loro a far la spia, a porger la guancia sinistra, quando ricevono una schiaffo sulla destra, a non aver altra patria che il cielo, ben anche ad essere nemici di quei veri maestri della gioventù, che ponno guidarla alla santa religione del vero e del diritto.

Che educazione per allevare degli uomini forti che dovranno ricostruire una patria frantumata da tanti secoli, e liberarla dalla cupidigia delle aquile, degli avoltoj e di tutto il rifiuto del genere umano!

Eppure, prima della venuta del prete, da questa terra sorsero quelle Legioni che i dotti nostri ben ricordano, mentre serbano come reliquie le rovine degli archi di trionfo, innalzati dai nostri padri nelle loro capitali.

Solo il prete poteva trasformare il più virile, il più marziale di tutti i popoli nel più molle e più disprezzato.

La sera del 30 aprile 1848, fu una vera festa in Roma per l’incorrotta popolazione. Era un andirivieni strepitoso di gente per quelle superbe strade, ove da secoli non risuonava più l’inno della vittoria.

E se lo spirito della vecchia stirpe passeggia veramente, vergognato, tra le macerie dell’antica capitale del mondo, esso si sarà rallegrato allo spettacolo maestoso del popolo nipote che risorge! Così fosse!... ma l’anima Italiana è incancrenita, il prete l’ha isterilita, precipitata in un’apatia tale che non sa distinguere se sia stupidità o demenza. Aspettiamo il trionfo della luce, della scienza, dicono: esse diraderanno le tenebre, ed il popolo educato scaraventerà all’inferno il maledetto.

Ma la dottrina, la scienza sono esse migliori dell’idiotismo? Gli archimandriti dei popoli sono essi per la maggior parte dottori, scienziati? Ed il popolo, a che diavolo, è stato anch’egli dotato d’un cervello nella zucca, per non capire che un prete è un impostore? Eppure è così: sfiatatevi a predicare la verità e sarete ascoltati dal popolino a bocca aperta, avrete anche qualche acclamazione ed evviva, ma se una schifosa pinzocchera al suono della musica pretina apre la marcia a prostrarsi ai piedi d’un negromante, il vostro uditorio vi pianterà lì per seguire la beghina ad uso pecora, ed avrete predicato al deserto.

Quel giorno felice i buoni incontrandosi, si stringevano la destra, si abbracciavano e molti avevano gli occhi umidi della contentezza.

Le donne, parte sempre più generosa della famiglia umana, acclamavano con entusiasmo febbrile i corpi dei Volontari che vittoriosi tornavano dalla pugna. I singoli individui che vestivano in una od altra foggia alla militare, e che sovente altro non erano che eroi da caffè, sorbivano anche essi il preziosissimo plauso del bel sesso; — millantatori, che giammai videro il volto al nemico, e che ad udirli, hanno spaccato le montagne, come se fossero di burro.

Accanto ai giocondi e buoni popolani; rari in Roma, ove la contaminazione è quasi generale, erano pure gufi d’ogni colore, ma non era difficile di distinguerli al lezzo ed al ceffo di volpe o di cocodrilio. E fu grave colpa del governo della Republica di non avere sbarazzato la capitale da tanta canaglia, e di non averla almeno inviata agli scoli delle Paludi Pontine. Poi come si poteva difendere quella povera Roma, che avea nel suo grembo tutto quanto c’è di orribilmente retrogrado nell’universo, tanto nei maschi che nelle femmine?

— Largo a los valientes — gridava Costa, che con Aguilan formava a cavallo la vanguardia d’un convoglio funebre alla cui testa si scorgevano due bare, la prima del prode Montalti, cadavere. La seconda mostrava scoperta la bellissima figura di Cantoni, pallida dal sangue perduto, ma esternando quella fiera soddisfazione della coscienza, che anche morendo distingue i valorosi.

— Largo! — e qui conviene informare il lettore sul Costa, che non conosciamo ancora, ma che ben conoscevano le Trasteverine quando all’alba si presentavano alla fontana di Montorio lui ed Aguilan a cavallo, lavando prima bene i loro destrieri ch’essi stimavan più di loro stessi, poi il proprio corpo, tergendolo da capo a piedi e pettinavan la bruna capigliatura, e pulitissimi tornavano al loro posto di battaglia. Giacchè può dirsi dall’assedio di Roma essere stato dal 3 giugno in poi un continuo battagliare.

Andrea Aguilan, già lo abbiamo descritto, era nativo di Montevideo, ma nero perfetto, Costa pure di Montevideo, era mulatto, cioè di quella casta che la civilizzazione europea partoriva e poi rinnegava, come indegna di appartenere alla famiglia umana. Oggi i Lincoln del secolo decimonono hanno infranto nella polve quell’avanzo di barbarie, quella vergognosa prerogativa d’indegni padroni ed hanno provato colla liberazione di milioni d’uomini, che davanti a Dio poco importa il privilegio d’esser nato bianco, nero od azzurro.

Costa ed Aguilan avean seguito la Legione Italiana di Montevideo in tutte le sue gloriose fazioni, ed erano tanto entusiasti degli Italiani, che non vollero abbandonarli alla loro partenza per l’Europa nel 1848.

Essi eran degni di venire annoverati fra i Legionari Italiani, ed a cavallo, come assueffati tuttala vita, e fortissimi, essi prestarono eminentiservigi.

Aguilan, più nobile, avea perduto alquanto di quella sanguinosa fierezza che distingue i gauci [40] del Rio della Piata, in guerre continue, ed altro non mangiando che carne macellata da loro stessi. Non così Costa, il mulatto, di carattere scherzevole, siccome col pericolo, scherzava anche con un nemico prima di spogliarlo.

Un giorno, dopo il combattimento del Tassebi (America) si inseguiva il nemico fuggente. Un povero mulatto, ferito in una coscia e caduto trovasi disgraziatamente davanti al cavallo di Costa, che rabbioso d’esser giunto tardi sul campo di battaglia, voleva ad ogni costo mojar [41] la punta della lancia. Invano il caduto supplicava il feritore; Costa si ostinava sempre più a dar delle lanciate, ma non poteva mai raggiungere il corpo del nemico e la ragione n’era ovvia.

Ajutante del comandante della Legione, Costa conduceva un cavallo di battaglia di ricambio, legato al proprio. Ora si figuri il lettore; se un cavaliere che spingendo la lancia indietro per aver più slancio a vibrar il colpo in avanti, colla parte posteriore della lancia incontra il muso d’un cavallo legato alla coda del proprio e più forte, ne risulta necessariamente che il più forte cavallo, per non essere ferito nel muso, s’innalbera e trascina indietro cavaliere e cavallo.

La scena se non fosse stata tragica, era burlesca, ed il povero ferito dovette veramente la vita alla bravura del cavallo legato. Una voce autorevole giunse al Costa. Il mulatto ricordossi ch’egli apparteneva a gente che non colpiva i caduti, ed il ferito fu salvo. Comunquesia un pittore avrebbe trovato nella scena descritta da fare un quadro tragicomico non indifferente.

Largo! largo! urlavano i due militi di colore alla moltitudine d’ogni età e d’ogni sesso, affollata sulla via che percorreva il convoglio delle barelle. E chi avesse gettato uno sguardo scrutatore in quella folla commossa alla vista dei feriti, avrebbe osservato che non tutti si addoloravano a quello spettacolo.

Un volto schifoso di gesuita, che il vetro di una bottiglia aveva solcato, rivolto ad un suo compagno di malvagità, sorrideva e si fregava le mani di contentezza. Colui altro non era che Gaudenzio, che avea scoperto il pallido volto di Cantoni, e lo credea morente; quando il perverso s’avvide poi che la barella del ferito era accompagnata dalla bellissima fanciulla, un brivido di gelosia e di furore corse per tutto il corpaccio del prete, e co’ pugni stretti, con un gesto da indemoniato, lanciossi verso il giacente e lo imprecava con diabolico modo. Atraz! [42] — hiso de la grandissima!..., era proferito dalla maschia voce d’Aguilan che impennando il suo cavallo, e ricordandosi d’esser stato domatore, voleva colle ugna del destriero calpestare l’impudente. Se il Gesuita si fosse trovato dalla parte di Costa, questo sicuramente mojava la lancia in quel sudicissimo sangue.

Il prete, codardo quant’era malvagio, non aspettò certamente le zampe del corsiero che lo avrebbero infranto al suolo, ma precipitossi indietro sulla folla d’ogni sesso e d’età, schiacciando donne e fanciulli per salvar la pelle.

— Addosso alla spia! — questa voce colpìi Gaudenzio come un fulmine, certo più spaventosa del cavallo d’Aguilan, ed egli accortosene impallidì da somigliar un cadavere. Era nient’altro che la terribile voce di Martino Franchi, che per caso tornava dal campo ove avea fatto prodigi di valore,

— Addosso alla spia! — fu ripetuto da cento voci, e la folla che prima impediva al convoglio dei feriti di procedere, ora lo lasciò libero e rovesciossi sul settario di Lojola.

CAPITOLO XXXIV.

L’EQUIVOCO.

La base dell’ esistenza del prete

è la malizia, la menzogna!

(Autore conosciuto).

Gaudenzio si credette spacciato e stava veramente fresco, se la moltitudine, come abbiam narrato, in luogo di schiamazzare, confondersi, ondeggiare e rovesciarsi gli uni sugli altri avesse imitato la pacatezza di Franchi, e somministrato almeno al prete una pioggia di pugni.

Ma che volete, se il popolo considerasse con calma la propria potenza e ne sapesse con coscienza e tranquilla risoluzione trarre profitto, certo non vi sarebbero tiranni, non vi sarebbero impostori.

Il nostro Martino dopo di aver sudato, per avvicinare il gesuita, ma invano, dopo d’aver tentato d’arringar la folla ed invano ancora, stanco della giornata oltremodo laboriosa, pensò di ritirarsi per prendere qualche riposo.

Gaudenzio, che maestro era d’ogni malizia, non udendo più la voce di Fianchi, ch’egli avrebbe distinto nel furore d’una tempesta e che temeva molto più delle ugne del cavallo d’Aguilan, Gaudenzio, dico, profittando della presenza d’un alto personaggio davanti a lui, che colla sua gigantesca corpulenza più d’ogni altro lo impediva di fuggire, annientossi per un pezzo, abbassandosi quanto gli fu possibile, poi rialzandosi come un energumeno si mise a gridar a squarcia gola: — Addosso alla spia! — ed a battere coi pugni sui fianchi del mal capitato colosso, giacchè non lo poteva arrivare più in alto. Chi fosse l’uomo di smisurata statura, molti de’ nostri lettori lo avranno forse conosciuto. Esso altro non era che il signor B. Busso, onestissimo repubblicano, che da pochi giorni trovavasi in Roma per assistere al ridestarsi d’un gran popolo.

Il signor B. da principio, non curava lo schiamazzo della plebe, e certamente non vi. sognava d’esser lui l’oggetto dell’ira popolare, ma fattone accorto dalle busse del Gaudenzio e da altri che cominciavano ad avventarsi e seguire l’esempio del gesuita, oh allora egli cominciò a movere due braccia che sembravan due travi, e non potendo menar rovesci per la folla compatta, e per l’infinità degli assalitori, egli lasciò cader la destra sul capo del prete, che andò a dar del mento sulle proprie ginocchia. Prendendolo poi pel colletto, come se fosse stato un bambino, lo capovolse, lo afferrò per l’estremità delle gambe, e rotolandolo sulle teste degli avventati, fece in un momento de’ suoi dintorni, un mucchio di giacenti accatastati gli uni sugli altri.

Però cosa poteva un solo contro una moltitudine fanatica, e tanto più fiera ch’essa si trovava in fronte un solo competitore? Poi, secondo abitudine romana, alcune daghe cominciavano a luccicare nell’aria, e guai se queste pervenivano ad avvicinare il nostro conosciuto, fortissimo uomo, ma disarmato. Per fortuna del nostro B. e dell’onore Italiano, una voce autorevole e terribile fece ristare la moltitudine, e tutti gli sguadi furono rivolti a quella parte. Il generale Avezzana, col suo stato maggiore, rientrava in Roma dopo di essersi coperto di gloria nella brillante pugna di quel giorno.

— Fermi! — fu il grido del maestoso veterano della libertà Italiana. — Fermi! — e frattanto, seguito da dieci cavalieri, il generale rompeva la folla col petto del cavallo, dirigendosi verso l’aggredito straniero ch’egli avea subito riconosciuto, ed indovinato il motivo dell’aggressione, fece scendere due ufficiali che ajutarono il nostro B. a montar a cavallo. E dopo poche parole che soddisfecero i popolani, la comitiva s’incamminò fuori di quella babilonia. Gaudenzio trovato svenuto al suolo quando la folla si diradò, fu raccolto da alcune pie Trasteverine, e trattato quale una vittima di patriottismo. Parecchi popolani dei rovesciati da B. narravano la stessa sera ai loro amici e famiglie; che se tutti avessero mostrato il coraggio e la risoluzione di quel tale dalla cicatrice sulla faccia (prodotto dal colpo di bottiglia di Franchi) la spia non sarebbe fuggita alla giustizia del popolo. Ecco come vanno le cose del mondo, e come il più delle volte i birbanti sono portati in palma di mano!

CAPITOLO XXXV.

I CONFESSIONALI.

Ed i confessionali servissero a far

bollire i maccheroni dei poveri...

— Che ve ne pare?

Una delle opere benemerite dell’umanità, che si attuarono in Roma in quel breve periodo di sovranità popolare, fu la bruciatura dei confessionali, e se ne deve l’iniziativa, come abbiamo detto, all’onesto e coraggioso tribuno del popolo, Angelo Brunetti, conosciuto col pseudonimo di Cicerovacchio. Quando gl’Italiani saranno richiesti d’amicizia dall’Austria, ciocchè può succedere sotto questo spudorato governo (1869) ricordando Cicerovacchio e Bassi, assassinati vilmente dagli sgherri di quella nostra nemica, essi ne compiranno l’atto vituperevole e militeranno sempre a favore de’emici di essa.

Stole, sottane, mitre e confessionali, e quanti emblemi delle vergogne Italiane, avrebbero dovuto passare per un auto da fè generale seguito dall’esplosione completa del pretismo, dal sacristano al Papa. Ma essi furono invece trattati coi guanti di seta, mentre spiavano e demoralizzavano quanto c’era di buono in Roma in tempo dell’assedio, e lo straniero invasore abbondava certamente d’agenti fidatissimi e zelantissimi nell’interno e fuori della città.

Il prete poi, essendo uno de’ suoi attributi principali il fare la spia, la fa con una maestria insuperabile. Aggiungete a ciò il suo dominio sulle masse ignoranti e vedrete di quanto danno sia a questo povero paese la permanenza nel suo seno di questa congregazione d’uomini, la più scellerata che mai abbia vomitato l’inferno [43].

La simpatica e maestosa figura del gran popolano di Roma risplendeva d’una luce celeste al chiarore dell’incendio dei tabernacoli di menzogna e di corruzione che si effettuava dalla moltitudine davanti al maggiore dei templi, sulla piazza immensa ove s’innalzano i superbi obelischi di Menfi.

— Vi sei finalmente arrivato, paron Angelo, alla meta del tuo desiderio, abbruciando tutte queste scandalose baracche, ove le nostre donne ingannate e fanatiche, andavano a servir di trastullo a quei buffoni maledetti di Dio!

— Ciocchè mi duole, Carbonaretto (amico del Brunetti), è che temo non sia questo un fuoco di paglia che, quando sparisce la fiamma, altro non resta se non se un mucchio di sudicia cenere, dispersa dal minimo soffio di vento.

«Sono i birbanti che contaminavano queste baracche con ogni sorta di vizio, che bisognava eliminare dalla terra classica delle grandezze umane da essi ridotta a cloaca.

«Temo non saremo capaci di tanto. Comunque sia ti prego a non lasciar avvicinare tanto quei ragazzi al fuoco, perchè non succeda qualche sventura. »

Tale era la risposta del grande patriota al suo interlocutore, non trascurando, mentre lo premevano alti pensieri per la salvezza della patria, la sua sollecitudine verso i monelli, ch’ei temeva in pericolo, e che pericolavano veramente nel voler troppo da vicino attizzare il fuoco alle baracche pretine.

— La Spagna, esclamava il nostro Zambianchi — (anche lui intimo di Cicerovacchio e che non avea perduto una parola del dialogo suddetto), — la Spagna precipitò i frati dalle finestre, son ora pochi anni, e per non aver estirpato totalmente questa gramigna si trova oggi più infratata che mai, colla guerra civile, e depressa all’ultimo posto delle nazioni. Se volessero lasciarmi curare quel cancro dell’Italia, vi assicuro che presto non si parlerebbe più di briganti, creati ed alimentati da questa canaglia e dal loro padron della Senna. Certo, non vi salirebbero più invasioni straniere e cesserebbe questa vita d’inferno, che si vive, per colpa di costoro, e di governi come loro pessimi, che li proteggono, e di una generazione d’imbecilli che li tollerano.

Mio caro amico, ripigliava il venerando tribuno, tu hai ragione: se non si sana l’Italia dai chercuti, essa aspirerà invano a redimersi. Ma dimmi! non si potrebbe trovare il modo di reprimerli, senza ucciderli [44], per esempio occuparli allo scolo delle paludi Pontine, migliorare la condizione igienica della Sardegna, delle Maremme, infine a qualunque opera di utilità pubblica. —

L’invito ed austero Romagnolo crollava il gran capo in segno d’incredulità. Egli aveva tanto sofferto nelle mani del negromantismo, che respirava vendetta da tutti i pori e vendetta di sangue! Il discorso, un momento sospeso, fu intieramente tronco da un chiarore straordinario. La gran piazza del Vaticano ne fu illuminata sino ai più reconditi siti del colonnato. Forse ciò proveniva da maggior numero di confessionali accatastati, o da qualcuno più ricco in pitture, e quindi i più incendiarle. Tale chiarore straordinario scoprì al Zambianchi, che dominava la folla di quasi tutta la testa, qualche cosa d’insolito nel vacuo del colonnato [45], ed egli si diresse a quella volta.

Giunto vicino all’oggetto della sua mossa, egli scoprì tre individui affaccendati nell’accomodar qualche cosa sul lastrico, e benchè vestiti da borghese, Zambianchi riconobbe in essi tre servi del demonio.

Veder un prete e raccapricciare, e sentirsi il sangue montare al capo, era naturale al Romagnolo, vittima, come abbiam detto, della rabbia pretina, per esser uomo di liberi sensi ed amico del vero, quando trovava poi qualche nero fuori della via, egli temeva subito tradimenti e peggio. E qui era veramente il caso, dimodochè Zambianchi raddoppiò il passo quando si fu accertato della natura delle belve. Siccome poi questo colosso a bellissime forme, era diritto come un palo, ed aveva la spina dorsale inflessibile, quindi per compatta che fosse la folla, era probabile che i tre impostori vedessero il nostro amico sin dalla sua prima mossa.

Il lettore si persuaderà che i tre non aspettarono Zambianchi, che marciava verso di loro a passo celere. Tanto più che, come vedremo, tro-vavasi fra i tre un’antica conoscenza del terribile milite della dignità umana.

Zambianchi era lì lì per metter la mano su quell’uno che somigliava alla visione veduta nella notte della catastrofe di San Leo. Ma sì! i tre negromanti, che avean tardato per acconciarsi certo arnese sulle spalle, scivolarono davanti al gigante da sembrar anguille. Il nostro amico indispettito di vedersi fuggir la preda raddoppia il passo e mentre toccava quasi con una mano che sembrava una palla da piroscafo, la spalla dell’ultimo fuggente, questo sparì dietro agli altri due, che spalancarono una di quelle porticine ad arazzi, ossia di stoffa che i preti usano per non esser molestati dal rumore che farebbero le porte di legno, aperte e chiuse dai fedeli imbecilli. Quella porticina dava adito a corridoj laterali del grandissimo tempio di Pietro, e Zambianchi imbarazzato nella porticina che s’era rinchiusa sul suo muso, quasi disperò dell’impresa sua. E se non succedeva quasi per miracolo una circostanza per essi avventurata, i tre preti erano bell’andati. Ma la provvidenza voleva anche questa volta mostrare a questi nostri zucconi concittadini tutta la malizia di questi neri manigoldi del nostro paese. E con chi inciampavano i tre fuggenti nel corridojo del tempio, il lettore quasi lo stenterà a credere: ed io stesso che lo scrivo mi maraviglio sommamente di tale fatale coincidenza. Inciampavano nientemeno che con Martino Franchi, che i begli occhi di una trasteverina avean condotto in chiesa, luogo poco frequentato dal nostro spregiudicato Bresciano. I due primi lo scansarono lasciando il nostro amico stupefatto di veder portare tubi da razzi [46] in quel recinto. Ma il terzo! Dio me ne liberi! quando s’affacciò nella maschia fisonomia di Martino diede un grido di dolore e gli s’annuvolarono gli occhi.

— Birbante!... — era la voce del nostro Franchi, afacciandosi al Gesuita, e l’eco, ossia la tremenda voce di Zambianchi, ripeteva a pochi passi. — Birbante! — Povero Gaudenzio! e dico anch’ io povero benchè si tratti d’uno di questi malvagi neri e veramente lo lascio pensare ai lettori.

Meglio di costoro l’inferno con tutte le sue orribili scotature come è descritto da codesti adoratori del ventre e delle lussurie.

Giammai sotto l’ugne del leone o del tigre un innocente agnello trovossi a sì mal partito!

Il Gesuita fra quelle due bagatelle d’amici tremava da capo a piedi, e prima che veruna interrogazione gli venisse fatta, esclamò: — La vita! la vita!... per amor di Dio! (e ci tengono sì, alla pelle questi furfanti!) Zambianchi e Martino con una mano ciascuno al colletto del malvivente, maneggiavan coll’altra il tubo, che avean raccolto da terra e lo contemplavano, Franchi che avea veduto gli Austriaci più da vicino disse: — Non è questo un razzo, venerando padre? — ed il prete: — Dio mi perdoni!... — (E sempre con Dio, come se fosse roba esclusiva di questa sacrilega canaglia), — Dio mio perdoni! Sì! sono razzi ed io vi conterò tutto, se mi date salva la vita. —

— Ma tu chi andavi ad ammazzare con quest’istromento, sacco di delitti? — diceva Martino, misurandoli il pugno sul ceffo.

Zambianchi, distratto sino a quel momento dalla vista del tubo, e seguendo l’esempio del compagno, preparavasi colla mano chiusa a lasciarla cascare sul capo della vittima, Gaudenzio era bello e spacciato, se riceveva quella pesante mazza sul cranio.

Ma Franchi più accorto, e forse più umano, esclamò: — No, amico mio, noi dobbiamo conoscer prima il filo di questa matassa. E trattandosi di prete può esservi alcunchè d’importante per la Repubblica. —

— Ove condurremo questo brigante, — riprese Zambianchi: — metterlo in mano dell’autorità, lo stesso vale di lasciarlo libero. Dunque? Il quartiere della Legione Italiana sembrami adeguato ad ingabbiare quest’uccello, — rispose Martino. E l’altro sospendendo il Gesuita per il colletto, e colla destra convulsa, crollandolo, gli fece mandar fuori un ahi!... che sembrava dover essere il suo ultimo, ed aggiunse: — Anche i migliori tra i nostri si accingono a prottettori di questi mostri! — I tre, cioè, i due col perverso in mezzo, uscirono da dove erano entrati e quale fu la loro sorpresa vedendo l’aria illuminata da stelle cadenti, udendo un fracasso, nello stesso tempo, come d’un campo di battaglia.

E la folla al solito rompevasi il collo per fuggire. — Questo il trastullo che preparavate al vostro gregge, scellerati! — urlavano i due nostri amici. E Zambianchi che s’era incaricato del tubo dei razzi stava per scaricarlo sulla chierica del prete, quando la veneranda forma di Cicerovacchio si fece avanti e vedendo l’atto del Romagnolo, ne trattenne il braccio. Anche questa volta fu salvo quel nero avanzo di galera e conservato a nuovi misfatti. — È questa una notte d’inferno. — Esclamò il nuovo venuto. E Franchi — Proprio d’inferno quando infettano l’aria questi demoni armati di tali ordigni di carità cristiana. — E Zambianchi mostrava al Brunetti il tubo trovato al Gesuita.

— Io, già l’avevo immaginato, è opera di questi assassini. E di chi doveva essere se non questo crittogame del nostro infelice paese. — Così diceva il venerando tribuno: — domani voi udrete gridare al miracolo da tutti coloro, e da quanti imbecilli nutra tra le sue mura questa vecchia e putrida donna del mondo. Con queste menzogne l’umanità è traviata da tanti secoli, immiserita, prostituita. Ed andate a dire all’ignorante contadino od alla vecchia avanzo di vizi e di dissoluzioni, che un prete è un impostore? Noi siamo alla metà (1849) del diciannovesimo secolo e questa generazione che si millanta civile non si vergogna di udire ogni giorno i pretesi miracoli della meretrice setta! Coi razzi austriaci... eh! venivate a fare i miracoli, questa nera razza di Caino! E questa sventurata Italia non si risolverà a sbarazzarsi di voi manigoldi del genere umano!... —

Lo stato del Gesuita lo lascio immaginare al lettore. Esso trovavasi fra tre custodi inermi, ma dei quali, il più vecchio e forse il men forte, era capace di ammazzarlo con un pugno, tutti e tre irritati dal modo nefando con cui i preti volevano spaventare la popolazione romana. E veramente non vi fu solo spavento, essendo la folla compatta e non potendo fuggire colla celerità richiesta, e perciò vi furono molti feriti, ma felicemente nessun morto.

Zambianchi non volle accompagnare il prete, e ben per lui, poichè difficilmente esso sarebbe giunto vivo a destinazione. Franchi ed il Carbonaretto se ne incaricarono.

CAPITOLO XXXVI.

LA DISCORDIA.

Non la siepe che l’orto v’imprima

È il confin dell’Italia, o ringhiosi,

Sono l’Alpi il suo lembo, e gli esosi

Son gli sgherri che vengon di là.

(Berchet.)

Quando Paride scaraventò il fatal pomo nel consesso delle Dee, egli non si trovava certamente a Pietroburgo, ma in uno dei circoli di latitudine che passano per le tre penisole: la Greca, l’Italiana e l’Iberica, i cui popoli, con tradizioni illustri, con non comune svegliatezza di spirito potrebbero far chiamare le dette penisole teste dell’Europa. Ma che per lungo spazio d’intestine discordie, a cui sono propense queste meridionali nazioni, per le miserabili conseguenze politiche che ne risultano e che le posposero alla coda dai popoli civili, noi potremo chiamarle invece calcagne della vecchia armata guerriera.

Qui mi cade il paragone tra i popoli settentrionali e quelli del mezzogiorno: se questi fossero meno turbolenti, più concordi e costanti, ed inflessibili nei cimenti certo il vantaggio rimarrebbe ad essi, ma, succedendo il contrario, questi restano inferiori ai primi, non individualmente però, ma collettivamente. Se si aggiunge poi per l’Italia e per la Spagna l’influenza pestifera del clero, non si stupirà di trovare in coteste meridionali società un’inferiorità marcata. Si millantino quanto si vuole le glorie passate, il fatto sta che alla coda delle nazioni civili dell’Europa, minime per potenza, per istruzione e prosperità, stanno i popoli delle meridionali penisole.

Le tre nazioni sono propense alla discordia, ma certo nessuna supera l’Italiana. In nessuna, è vero, il rovente ferro della superstizione marcò con segno più indelebile le fatali sue opere. Sede della Negromanzia del mondo, non poteva succedere altrimenti. E vedete quandi i discendenti del più robusto ed altiero degli antichi popoli della terra mingherlini, piccini, curvi della schiena, non dal lavoro, essi amano il non far niente perchè deboli, ma ridotti tali dalle genuflessioni, dai baciamani e dalle umiltà insegnate dai preti. E qui ripeterò forse per la decima volta che se gl’Italiani hanno la dabbenaggine di perdonare ai neri le torture, gli auto-da-fè e d’essere stati venduti settanta e sette volte da loro agli stranieri, essi perdonar non potranno ai loro perversi precettori d’aver loro insegnato ad esser codardi [47].

Ritornando al mio tema delle discordie italiane, io non accennerò ad individui, poichè più che a coloro che parzialmente reggevano le sorti del nostro paese, nel 48 e nel 49, debbasi attribuire la colpa alla fatalità che da tanti secoli pesa sulla patria italiana, ed all’indole nostra, bisogna confessarlo, propensa alla discordia. Quand’anche si tolgano alcune difese e brillanti fatti d’armi di popolo e di esercito, — ma tutta roba parziale e di povere conseguenze, — l’Italia del 48 e 49 presenta dei risultati miseri, inconcludenti, fittizi che la rigettarono in una condizione vergognosa, forse peggiore da quella da cui si era emancipata con uno slancio sorprendente, fuoco di paglia però e senza consistenza.

E qui torno sulla poca nostra costanza nei cimenti, non essendovi una guerra italiana nei tempi moderni che conti sei mesi di vita.

Paragonatemi queste miserie coi magnifici fatti che adornano le lunghe resistenze degli Americani del settentrione e del mezzogiorno, dei Greci, dei Messicani, paragonatele e dovremo coprirci il volto di vergogna.

Termino questo ripugnante capitolo, che sarei troppo lungo e forse nojoso, se volessi enumerare le turpitudini di chi ha retto e regge questo nostro sventurato paese ed il pecoresco popolo che tanto si è lasciato malmenare.

CAPITOLO XXXVII.

L’OSPEDALE.

Anch’ io provai

La gentil voluttà d’esser pia.

(Berchet).

Oh donna!... se tu fosti veramente creata, certo fosti concepita in un istante di sorriso dell’onnipotente! e certo il creato sorrise all’apparizione tua sulla terra!

E che m’importano i tuoi cenci, le tue rughe, le tue malizie, figlie dell’educazione del prete! Io, ti voglio giovane, bella, pura come uscisti dalle mani del regolatore dei mondi!... casta, ideale, fantastica... E quindi, il primo, lo squisitissimo, l’incomparabile capo d’opera dell’Eterno!

Compagna e consolatrice dell’uomo, tu sei quando buona, il più prezioso de’ suoi tesori. E seduta, ansiosa di sollevarlo, pia, al capezzale del soffrente ferito, tu sei un angelo!

In tempo di guerra, cioè quando l’uomo cerca ogni mezzo possibile di distruggere l’uomo, gli assetati di sangue, sono generalmente assistiti da benefattrici che, oltre alla custodia dei serventi ordinari, consacrarono ai soffrenti la preziosa loro esistenza.

La principessa Belgioiosa primeggiava tra le pie donne, che porgevano la gentile loro assistenza ai feriti, e prediligeva l’ospedale, ove fu condotto il nostro Cantoni; quella rappresentante dell’alta aristocrazia italiana non sdegnava di dividere con Ida, la figlia del popolo, la cura del diletto del suo cuore.

La principessa avea assoldato a proprie spese un reggimento nell’Italia meridionale, ed ebbe la soddisfazione di vederlo distinguersi nella gloriosa giornata del 30 aprile. Tanto era il patriottismo di quella generosa addetta agli ospedali di sangue.

Accanto al letto di Cantoni trovavasi pure l’amico suo Leonida, ferito anch’egli il giorno 30, e curato dall’amante sua, la gentile Cecilia, che ricordiamo esser stata la principale attrice nella liberazione dei prigionieri di San Leo. Era veramente un sollievo per Ida la compagnia di così eccellente creatura, e così, al capezzale dei loro cari feriti, esse contrassero quell’amicizia, che quando ferve in anime ben nate, è la più deliziosa, è la durevole delle felicità umane.

Se eran ben governati i nostri feriti dal sesso gentile d’ogni parte d’Italia e d’ogni condizione che concorreva al sollievo di quei prodi sostenitori dell’onor italiano, non eran certo meno ben curati i due nostri amici dalle passionate fanciulle che volontieri avrebbero dato la vita per essi.

Un giorno alla richiesta d’Ida, uno dei serventi maschi dell’ospedale le recò una minestrina, ch’era stata concessa al Cantoni, dopo molti giorni di dieta e brodo; Ida ricevè il piatto dalla mano del servente, ed in quell’atto, un movimento convulso della mano maschile fece spargere sul pavimento alquanto del liquido contenuto nel recipiente.

La fanciulla con sorpresa alzò gli occhi al volto dell’ uomo e rimase come colpita dal fulmine. Gli occhi suoi si appannarono, e girandosi per non più vedere l’apparizione sinistra, essa inciampò nel braccio di Leonida, che trovavasi sdrajato a piè del letto del padrone, e barcollando per un pezzo rimase col piatto quasi vuoto, lasciando il povero Cantoni, che avea contemplato la scena, e che cominciava ad aver appetito, in un dispiacevole digiuno.

Il bracco non curando la confusione successa tra i bipedi, precipitossi sulla sparsa minestra, ed in un momento ebbe pulito il suolo; non appena però terminato il pasto, il povero cane, preso da un tremito mortale, cadde sul pavimento, e dopo d’aver stirato convulsivamente a varie riprese le gambe ed urlato alcuni lamenti disperati, morì cogli occhi sbarrati, diretti all’amato suo padrone, che lo contemplava amaramente compassionandolo senza potersi movere per soccorrerlo.

Il servente era sparito, e per quante indagini si facessero non si pervenne a rintracciarlo: Ida però disse a Cantoni: — Io ho ravvisato il sinistro ceffo del Gesuita, non so se con barba tinta o finta. Ma certo io conoscerò sempre tra le più folte moltitudini l’orribile sembiante del mio tentatore. —

Il perverso settario di Lojola era pervenuto ad eludere la vigilanza dei volontari nel quartiere di San Silvestro, e s’era presentato come servente nell’ospedale dei feriti, ove abbondavano signore d’ogni classe, ma si difettava del servigio d’uomini.

Egli avea adocchiato nelle sale e ricercato coll’avidità del bracco le sue prede. Una volta trovato il giaciglio di Cantoni, non tardò ad ordire per avvelenarlo, l’infernale trama che abbiam veduto non riuscire per la miracolosa eventualità di trovarsi sui suoi passi l’infelice animale.

Che mi vengano poi a cantare i melliflui e malvacei liberali d’ogni colore la loro libera Chiesa in libero Stato, separazione dello Stato e della Chiesa, e finalmente la semplice eliminazione del poter temporale. Io risponderò sempre a cotestoro che non v’è patto possibile coi lupi e colle vipere certamente meno nocivi del prete.

CAPITOLO XXVIII

ANZANI  E  MUNDELS.

Juan della Cruz

Non so se la civilizzazione presente colla sua massa di ministri, di prefetti, di birri e d’insopportabili tasse sia preferibile alla vita selvaggia, ma libera ed indipendente.

(Autore conosciuto.)

Una sera al ritorno della gloriosa spedizione del Salto, la Legione Italiana di Montevideo, imbarcata sulla squadriglia Orientale [48], approdava al Rincon de las Gallinas [49], e giunta in quel punto essa contemplò il piacevole spettacolo di vani matreros [50], che in virtù degli ordini anteriormente spediti da Juan de la Cruz loro capo, si presentavano sul lido con una quantità proporzionata di zez [51] nel laccio, ed in men che lo dico quelle vaccine erano rovesciate al suolo e macellate.

I nostri Legionari, cari ai matreros, e che da loro come da tutti s’eran meritato il nome di valenties in cento combattimenti, furono accolti con amore. In poco tempo cento fuochi erano accesi, e fregiati con dei bellissimi açados [52]. E se ne intendevano di carne buona di vaquillonas, quegli svelti e coraggiosi figli del deserto, assuefatti alla carne abbrustolata senza vermi altro alimento. Un barile d’acquavite era la sola eccezione, tra tanta gente, vissuta della parca vita del campo.

Il capo degli indipendenti, Juan de la Cruz, era il vero tipo di quella razza. Alto di statura, con un pajo di spalle da Ercole, la testa coperta di folta e nera capigliatura che corrispondeva perfettamente alla irta sua barba ed alle pupille sue arcate e nerissime.

Bello e regolare il suo volto; dagli occhi suoi partiva quel tale sguardo che non è dato a creatura umana di sostenere. Egli compiacevasi nel vedere le destrezze dei suoi uomini a preparare il festino, e la cordiale famigliarità degli stessi cogli Italiani loro fratelli d’armi.

Un nembo minaccioso da mezzogiorno cominciava ad illuminare l’atmosfera con ripetuti lampi ed il tuono scuoteva la terra coll’invadente suo rimbombo. E veramente, appena collocatisi a canto ai fuochi, e cominciando ciurasqueau [53] una tempesta di vento, grandine e pioggia disturbò non poco i preliminari del banchetto, ma come gente assueffatta a tali carezze degli elementi, matreros ed Italiani ripresero ben presto la consueta ilarità, e lavando la gola con un trago [54] d’acquavita, essi furono subito all’ordine.

Un’antica ed altissima pianta, situata vicino al quartier generale, fu accesa con qualche fatica da prima, ma poi, quando erane in fuoco il legno corroso dagli anni, essa illuminava il campo lottando contro la pioggia che la voleva estinguere ed il vento che l’attizzava. Tale luminaria non mancò di divertir molto i giovani Legionari, che battendo con pezzi di legno l’annosa pianta la facean scintillare e spruzzare faville sui più vicini che, mezzo ridendo e mezzo brontolando, finivano per maledirli. Troppi legami di fratellanza però esistevano in quella prode brigata perchè vi potessero nascere delle risse.

Come si ebbe mangiato a sazietà dell’eccellente carne e vuoto il barile dell’acquavita, il temporale sembrò molto meno fastidioso, tanto più che esso s’era ridotto in una continua, ma soave pioggia.

Juan de la Cruz il valoroso comandante dei matreros, dopo d’aver pulito il suo coltello sugli stivali [55] e dopo d’avere scosso il suo pondo [56] dalla pioggia, fu il primo, a richiesta dei Legionari a rompere il silenzio comandato dalla fame, e a raccontare per passare il tempo, il modo in cui aveva vissuto per molti anni l’errante sua vita, e come avea potuto disciplinare quegli indipendenti selvatici, ed insoffrenti di qualunque dominio, come lo Stallone de Las Pampas. [57]

— Questi valorosi, che voi avete conosciuto ed ammirato in dieci combattimenti, e che il mondo crede nemici d’ogni disciplina, sono la gente più disciplinabile che vi sia. Essi hanno scelto questa vita errante, piuttosto che rimanere al capriccio dei candillos [58] che sotto il nome di Repubblicani, altro non eran che capi assoluti della Repubblica, non meno despoti dello stesso tiranno di Buenos-Ayres. Lo Statuto era per loro un patto che serviva solo a velare il loro dispotismo ed a far sancire dai sedicenti rappresentanti del popolo, da loro stessi creati, ogni specie di nefandezze.

Io li ho raccolti in questi deserti e vi assicuro che in quindici anni che ne sono capo, non ebbi a lamentarmi una sola volta di loro.

Noi scansiamo quanto possibile incontri con gente del Governo, ma certamente ogni volta che fummo cercati, ci trovarono, e la mia gente in nessuna circostanza combatte tanto volontieri quanto contro le livree.

A noi un buon cavallo serve per ogni cosa, e quando è stanco, ne troviamo subito un altro in questi immensi campi ricchissimi di ogni sorta di bestiame. [59]

I momenti d’ozio noi li occupiamo a far selle, lacci, bolle [60], maniadores [61] e tutto che ci abbisogna per la vita materiale. E voi capite quanto sia necessario di tener in regola ogni nostro arnese indispensabile ad ogni ora per vivere e combattere.

Anche la vita morale è qui in onore, e tra noi si trova sempre qualche avanzo dalle scuole cittadine, che insegna a leggere e scrivere a chi non sa, e nelle nostre serate campestri qualche vecchio, sperimentato da lunghi anni alla nostra guerra d’indipendenza, racconta alcune volte novelle e favole, ma sempre argomenti che possano adornare la vita intellettuale di chi le ascolta.

Io sono qui il capo, ma per l’elezione liberissima de’ miei compagni, che, dopo d’avermi eletto, d’altro non si curano, e la mia volontà è legge, mentre i veri rappresentanti del popolo, eletti come me in ogni centuria, non si presero mai pensiero di avvertirmi che un altro è destinato a sostituirmi. Qui non preti, non prefetti, non birri, non dottori, non quell’ammasso di leggi scritte, che finalmente s’interpretano sempre dai potenti, come a loro fa comodo. Ma quando occorre qualche differenza tra gl’Indipendenti (cosa rara) essi ricorrono a me ed in poche parole la contesa è regolata, senza spese e cartastraccia.

Abbiamo le nostre donne (e Juan de la Cruz ne avea una bellissima), un matrimonio d’affetto, e non v’è esempio d’infedeltà o di risse per esse. Esse, che vanno a cavallo, come qualunque di noi, hanno cura de’ nostri cavalli di riserva, li conducono in tempo di marcia sul fianco meno esposto al nemico, con una destrezza unica.

Noi non marciamo sempre a cavallo, benchè i cavalli nostri sieno assueffatti a passare i fiumi: alcune volte ci serviamo di canoe (barche) il maneggio delle quali intendiamo quanto l’equitazione, e ben ci valgono tra questi immensi corsi d’acqua, poichè noi passiamo con esse da questi colli orientali, nell’Entrerios, a Corrientes, e sino nelle vastissime pianure de las Pampas.

La fama della Legione Italiana si era sparsa tra questi nostri coraggiosi compagni, squisiti estimatori del valore; e quando si seppe che eravate, rimontando l’Uruguay, per combattere le orde di Oribes e di Rosas, essi ardevano dal desiderio di riunirsi a voi e poco faticarono a risolvermi, essendo io stesso già amico vostro prima di conoscervi.

Comunque fosse essendo l’Uruguay ancora infestato da baleniere [62] armate da Rosas, e non potendo avvicinare il fiume a cavallo, io spesso mi avventuravo in una canoa, e cercavo con essa di recarmi in siti, ove senza essere scoperto, potessi osservare il vostro arrivo. E veramente fu dalla chioma d’un grand’albero ch’io scopersi il maggiore Cavalho amico mio, che veniva in cerca di me mandato dal vostro capo. Dall’alto del maestoso e fellamente chiomato figlio della selva ove fosse stato un nemico che m’insidiasse, io lo avrei colpito a morte come una gazzella, senza che si vedesse d’onde partiva il colpo. Naturalmente però mi contentai di spaventare l’amico, con un - Alto là! - un po’ ruvido  veramente, ma siccome seguito dal nome del Maggiore da me conosciuto, ciò ne modificò  l’asprezza.

Da quel momento la sorte de’ miei compagni e la mia, fu indissolubilmente vincolata alla brillantissima spedizione, ove di tanta gloria fu fregiato il nome Italiano. E certo nessun potere sulla terra, sarebbe giunto a magnetizzare come voi, questi miei liberi figli del deserto.

Il Colonnello Angani [63] Comandante della Legione rispose al Comand. dei matrerosi; Prode Juan de le Cruz, è vero noi ebbimo brillanti fatti d’armi, che meritarono alla Legione Italiana gli elogi universali, e la destra dell’esercito Orientale. Onore che stranieri come noi, appena avrebbero sognato in un esercito giustamente stimato come valoroso. Ma senza di voi, l’estinto vostro compagno Mundels [64] e questi vostri leoni equestri, poco o nulla avremmo potuto fare, giacchè in questi vostri campi nemmeno si mangia senza cavalli, e noi partimmo da Montevideo con soli sei cavalli, mentre trovando voi, fummo subito padroni di ben mille con cui potemmo imprendere ogni operazione. —

Era bello, veder la gara di questi valorosissimi attribuendosi l’un l’altro il merito d’una splendida campagna, in luogo di scendere a basse gelosie. Tale è l’indole del vero merito, della vera bravura. E la modestia che adornava questi militi del diritto è certamente il più bel elogio dell’ essera umano.

Al silenzio dei capi, successe subito il ronzio delle turbe, che non potendo dormire, naturalmente dovevano occupare il tempo a qualche cosa. Dopo d’aver attizzato il fuoco, ed aggiuntovi della legna, abbondantissima in quei boschi, dopo d’aver tormentato la vecchia pianta accesa, luminaria del campo, per farle spruzzare delle scintille e fiamme, ognuno si strinse a canto al fuoco, ove qualche narratore occupava l’attenzione dei compagni, e spesso ne suscitava l’ilarità.

Io non tedierò il lettore colle moltiformi storie che uscivano da questa gioventù ammirabile per coraggio, e dei fatti compiuti a pro della libertà dei popoli, ma che forse si risentiva un po’ della vita sciolta a cui era assueffatta da tempo. La maggior parte dei racconti alludevano alle galanterie degli scarafaggi (preti) dei loro paesi, così astuti nella seduzione delle donne, massime nei villaggi. Ed anche con episodi di questa brutta gente non voglio nauseare chi legge. Farò cenno soltanto di alcune narrazioni di quella notte, che provano l’indole della gente che mi accompagnava.

CAPITOLO XXXIX.

NELLO E CARBONIN.

L’ardue imprese non temo, l’ umili non sprezzo.

(Tasso).

Nello, uno dei forti Liguri che formavano il nucleo principale della Legione Italiana di Montevideo, raccontava le molte miserie, e patimenti sofferti in casa di sua madre, per la brutalità d’un patrigno.

— La mia infanzia, - egli diceva, - fu una serie di dolori. Battuto atrocemente per il minimo motivo, e sovente messo fuori di casa di notte, anche nell’inverno coi nostri monti coperti di neve, io ero obbligato di cercarmi un ricovero nel deposito delle foglie di castagne che si raccoglievano e farmene lettiera. La mia povera madre, che mi amava teneramente, era sovente essa stessa vittima di quel mostro. E guai s’essa avesse avuto l’aria di difendermi. Ciò più mi feriva ancora dei maltrattamenti usati al mio corpiccino da quello scellerato, perchè » anch’io amavo tanto la mia buona genitrice.

Il mio patrigno era un cocchiere e teneva vettura d’affitto. Non occorre dire che appena mi sentii capace di guidare un veicolo, egli stesso m’imbarcava sopra il sedile, se no eran staffilate peggio dei cavalli. Colla differenza ch’egli non stimava abbastanza il progresso delle mie membra, dovuto alla mia forte costituzione, all’esercizio quasi continuo in cui vivevo, e finalmente alla buona cena con cui mi trattavo nelle osterie della via, sempre propense a favorire i cocchieri, colla speranza d’aver viaggiatori. Una sera, secondo il suo solito, dopo d’aver bevuto oltremodo, egli cominciò a maltrattare mia madre, pria con parole, e poi con schiaffi e pugni. Avevo quindici anni — e questo pugnale, acquistato nei miei viaggi, mi batteva la cintola, come se vi avessi un cilicio; i miei occhi s’intorbidirono, e non vedevo che sangue. Avevo la sinistra al colletto del malvivente inclinato sulla giacente mia madre, la punta del mio ferro già passava la clavicola ed io certo » lo immergevo sino alla guardia come se fosse stato nel burro!

Un grido di mia madre mi trattenne. Essa aveva veduto luccicare l’acciaro nella mia mano.

Allora mi contentai di rovesciare sul pavimento l’ubbriaco.

Sollevai mia madre, ed ambi piangemmo quasi tutta la notte insieme.

Alla mattina, col pretesto di un viaggio vicino, attaccai un calesse col miglior cavallo, giunsi a Genova, vendei l’uno e l’altro, e presi subito passaggio per Montevideo. —

A Nello colla sua storia un po’ seria subentrò Carbonio. Questi era proprio dell’interno della città di Genova, del celebre quartiere di Portoria, e faceto fu veramente il suo racconto nel grazioso dialetto genovese.

— Io all’incontro ebbi un eccellente padre, cominciò Carbonili; e l’amor suo per me contribuì forse a farmi più bimbolo che non lo fossi per natura.

Tra le facezie da me perpetrate al mio buon genitore, io conterò solamente la seguente; un giorno non avendo soldi da divertirmi presi il rescentà [65] di casa ed andai a venderlo a Sottoriva [66].

La nostra casa era al mercato del pesce e tra questa e Sottoriva vi è un pozzo comune ov’ io soleva attinger acqua per uso di casa. — Il rescentà mi è cascato nel pozzo! io esclamai presentandomi a mio padre con finte lagrime.

Non piangere, - mi disse quell’eccellente cuore - noi andremo col rampino e lo pescheremo.

Ci vuol’altro, pensavo tra me, per pescare il rescentà, e facendo il gnorri e l’afflitto seguitai mio padre, che alacramente ricamminavasi verso il pozzo col rampino, quasi certo di raccogliere presto lo smarrito utensile. Giunto al pozzo, mio padre gettò il rampino e dopo vari infruttuosi tentativi, si fermò stanco, e fisse nei miei i suoi occhi.

Io con quella ingenua furfanteria che mi conoscete — « Padre! - dicevo con voce melliflua. - Gettate un po’più sottoriva.

Aggiungevo così lo scherno al delitto!

Povero padre! conosco oggi, quanto bene mi voleva quella santa creatura. Egli senza alterarsi dopo d’aver faticato invano per un un bel pezzo, mi disse : Vieni, saremo più fortunati domani. —

A Nello e Carbonin successero altri narratori di cose facete, che lungo sarebbe raccontarle. — Tutte però provavano di che classe di gente era composto quel corpo. Prodi, sino all’eroismo, ma non roba d’ordine, come l’intendono i moderati, e sopratutto poco devota Madre Chiesa ed a’ suoi ipocriti ministri, come lo provarono all’assalto della Colonia [67], avendovi fatto fare da cuoco al reverendo curato, fatta servire a tavola la casta sua Perpetua, ed essendosi rivestiti quei bei musi di Legionari cogli abiti sacerdotali, con cui funzionarono quella notte, al chiarore delle sacre torcie, al suono dei sacri cantici e colla gola mediocremente lavata dal vino che correva per le contrade della città deserta [68].

CAPITOLO XL.

PALESTRINA.

I fratelli hanno ucciso i fratelli

Quest’ orrenda notizia vi do.

(Manzoni.)

— Non odi? - diceva il sergente Carbonin a Rota, suo luogotenente: - Non odi il rumore di gente che s’avanza alle nostre spalle: saranno nostri!» — E mentre il tenente porgeva l’orecchio per accertarsi del rumore, che veramente si facea sempre più vicino, un suono di tromba toccando alla carica, mise in tumulto tutto il campo dei Legionari Italiani e degli altri corpi formanti la prima spedizione uscita da Roma contro le truppe Borboniche nel 49. Il generale papalino Zucchi, conoscendo la forte posizione di Palestrina, tentò di assaltarla di notte per sorpresa, ed avendo preparate le sue colonne d’attacco al fronte della città verso mezzogiorno, mandò un corpo di Spagnuoli ad attaccare i Romani alle spalle del loro fianco destro verso settentrione, in meno scoscesa posizione.

I Romani ebbero sentore del movimento e si trovarono preparati a ricevere il nemico. Essi però non s’aspettavano ad un attacco alle spalle, ciocchè produsse qualche confusione nella nostr’ala destra, ove gli Spagnuoli caricarono risolutamente protetti dalle tenebre.

La confusione però durò poco e guidati da prodi ufficiali, e da alcuni sott’ufficiali avanzi delle guerre americane, i nostri Legionari, dopo d’aver piegato un momento, si precipitarono sul nemico, che sbaragliarono completamente. Ciononostante perdemmo alcuni valorosi in quel conflitto notturno, e l’alba rischiarando il campo della strage mostrava le marziali fisonomie di Rota e di Car-bonin, distesi cadaveri, ed attorniati da cadaveri nemici.

Rota e Carbonin erano caduti al posto di guardia loro assegnato, senza cedere un palmo di terreno. Il loro petto era crivellato di ferite.

Assicuratosi che l’attacco sulla destra aveva avuto luogo, il generale Zucchi lanciò le sue colonne sul centro e la sinistra, ove, favoriti dalle posizioni e comandati dai valorosi Manara [69] e Zambianchi, i Romani ricacciarono gli assalitori nel piano con tanto impeto da non lasciar più loro il tempo di riordinarsi.

La vittoria fu completa, ma la celerità del nemico nel ritirarsi e la mancanza di cavalleria per parte nostra, resero i risultati di quel brillante fatto d’ armi insignificante.

Comunque fosse il Borbone ed i suoi alleati di Spagna ebbero una prima lezione dai coraggiosi figli della Republica, che avean prima l’aria di disprezzare.

CAPITOLO XLI.

VELLETRI.

Les Republicans sont des hommes,

Los esclaves sont des enfant.

(CHENIER.)

Io non mi fermerò a narrare il bene e gli errori commessi da chi reggeva le sorti della Republica Romana. Ricorderò soltanto che quando uno straniero qualunque invade il paese, ogni soldato, dal piffero al generale in capo di quell’esercito straniero, dev’essere trattato come assassino, e non con i guanti di seta, come generalmente succede in Italia.

E qui mi colpisce ancora la desolante, la sciagurata idea del prete, che ha fatto di questa terra di delizie una villeggiatura allo sgherro straniero, e di questo popolo, che pure è stato qualche cosa nel mondo, una famiglia di servi e di prostitute

Sì! li ho veduti io colle loro facce rubiconde dalle vivande e dal vino questi scarafaggi marciare davanti le colonne straniere col crocifisso alla mano, servendo loro di guida e sorridendo alla folla dei villani da loro ingannati come se avessero voluto dire: — Qui noi vi conduciamo i liberatori! — E veramente i neri nel Croato e nel Bonapartesco trovavan sempre i liberatori del ventre, minacciato dallo sdegno e dall’insofferenza di questo popol tradito!

I sacerdoti dell’Incas, i Papas, gli Ulema, i Bonzi pugnano alla testa del loro popolo contro gli invasori stranieri: solo questa schiatta di traditori che fanno capo a Roma non pugnano perchè troppo codardi, ma vendono sempre allo straniero il loro nativo paese! — E Cristo teco alfine non s’adira! (Petrarca). —

A Velletri l’esercito borbonico fu una seconda volta snidato dai Repubblicani, ed il re in persona lo comandava allora.

L’esercito nemico, fortificato nell’antica Velitre dei Volsci, aspettò di piè fermo l’avanguardia dell’esercito republicano, il cui oggetto non era d’attaccarlo, ma di non lasciarlo fuggire, siccome annunziavano tutte le informazioni raccolte per via, e non credendo che il grosso dell’esercito nostro comandato dal generale in capo Roselli potesse tanto ritardare.

I Borbonici, molto superiori di forze e vedendo davanti a loro poca gente, tentarono una sortita, ove si distinse particolarmente la cavalleria napoletana, ad onta d’esser il campo di battaglia poco adequato per cavalli.

— Guarda, diceva Ida a Cantoni, ancora convalescente dalle sue ferite, con che furia caricano quei cavalieri napoletani i pochi lancieri di Masina [70] e come fuggono i nostri! — I nostri veramente non fuggivano, ma per vizio assai comuni nei cavalli italiani male addestrati, essi non potevano trattenere i focosi animali spaventati dalle cannonate e dalle fucilate che mai non avevano udito.

La strada, ove ebbe luogo quella carica di cavalleria era incassata, tagliando quasi ad angolo retto delle collinette coperte di vigne; sui ciglioni di quelle colline, erano scaglionati distaccamenti della Legione Italiana, e come riserve, alcuni uomini d’un reggimento pontificio allora al servizio della Repubblica.

Due pezzi d’artiglieria erano collocati indietro delle linee repubblicane, in posizione dominante.

Il terreno, occupato dai nostri, come si vede, era adequato per una bella difesa. Verso le 10 antim. l’esercito Borbonico prendeva le sue disposizioni per la sortita e l’attacco. Una forte coIona di fanteria sortiva per la strada principale, preceduta da uno squadrone di cavalleria, e sui suoi fianchi, numerose linee di tiratori s’avanzavano per le vigne attaccando a fucilate i nostri fianchi. Lo sforzo principale del nemico era sul fianco del nostro corpo, situato in posizione che tutto dominava e che si poteva chiamare l’obbiettivo del campo di battaglia. E veramente, padrone di quelle alture, il nemico, colle preponderanti sue masse, ci avrebbe avviluppati e minacciati nella nostra ritirata. Ma in quel punto trovavasi l’intrepido colonnello Marrocchetti [71], comandante della Legione Italiana, e di tutta la vanguardia. Con lui stavano Masina e Daverio, che valevano un esercito.

Il colonnello Marrocchetti dopo d’aver ordinato ai Legionari di coricarsi, e lasciar avanzare il nemico senza far un tiro, quando questo giunse a breve distanza, ordinò la carica, e come leoni sulla preda, si precipitarono i Repubblicani sui Borbonici, e si portarono a bajonettate sino dentro Velletri.

Nel centro le cose andavano diversamente, la colonna di fanteria s’avanzava impavida per lo stradale. Lo squadrone di cavalleria in testa, incontrossi con pochi esploratori a cavallo dei nostri, si caricò, e dopo alcune sciabolate, i pochi voltaron faccia, e spinti dal nemico alle reni i loro cavalli novizi si abbandonarono a furia ad una fuga a carriera, senza più poterli frenare.

Chi scrive trovavasi a cavallo col suo fedele Aguilan nella strada incassata tra le linee nostre di fanteria e la poca gente a cavallo. La corsa dei Repubblicani sembrò ad esso poco dignitosa, ed egli assieme al suo valoroso assistente attraversarono i cavalli in corsa per fermare i fuggiaschi. Imprudenza che quasi gli costò la vita, e quella del suo compagno. Giacchè i cavalli infuriati che giungevano sul luogo a carriera, trovando gli ostacoli di cavalli attraversati, rovesciarono cavalli, cavalieri, e cadendo alcuni dei fuggenti stessi formarono un gruppo informe a catafascio, che naturalmente divenne facilissima preda al nemico.

E veramente i Borbonici sopraggiunti inseguendo i fuggenti, cominciarono a menar sciabolate a gente incapace di difendersi, ed a gridare: — Arrendetevi! — I caduti eran tutta gente poco disposta alla resa, e sbarazzati dai cavalli, essi si atteggiarono a menar le mani. Ma cosa avrebbe potuto un numero sì sproporzionato? morire da forti. Così però non l’intendevano Cantoni ed Ida. Essi non perdevano di vista l’amato loro capo, ed accennando il pericolo, al bravo capitano Airoldi, in riserva con una compagnia di ragazzi [72], tutti si precitarono alla riscossa.

Cantoni pel primo, saltando al dissopra dell’informe catasta, gettossi tra me ed un nemico che mi travagliava da vicino, e contro cui io difficilmente mi difendevo essendo rotto dalle contusioni, e mentre il Borbonico mi feriva, forse con un colpo sulla testa, la sciabola liberatrice lo colpiva e bestemmiando si ritirava col braccio penzolone.

Ida armata della lancia d’un lanciere caduto, tempestava a fianco dell’amante. Io giammai avrei creduto la bellissima fanciulla capace di tanto eroismo; essa somigliava un demone colla faccia d’angelo. La svelta schiera dei giovinetti, come se fosse in un campo di ricreazione, lanciavasi a corpo perduto, ed al grido di Viva l’Italia! maragliava quanti nemici si trovava davanti.

Intanto l’ala destra nostra, vittoriosa obbligava anche il centro e la destra del nemico, che potevan esser tagliate, a ritirarsi precipitosamente. Cosicchè tutto l’esercito borbonico fu ricacciato in Velletri. Mentre la vanguardia dell’esercito repubblicano trovavasi impegnata, il corpo di battaglia e la retroguardia dello stesso, che erano stati ritardati per aspettare i viveri, s’avanzavano, ma non giungevano che molto dopo la ritirata del nemico.

Qui, ad istruzione della gioventù italiana, io devo accennare ad un inconveniente ben grave nella guerra nostra. A me risuona ancora nell’orecchio, il maledetto grido: di pagnotta e paga, con cui mi salutavano i miei primi volontari nel 48. A me assueffatto coi valorosi Americani, ai quali un pezzo di carne era sufficiente alimento, doveva veramente sorprendere di trovarmi obbligato a condurre dei carri per le montagne, per dar tre pasti al giorno ai miei soldati. Meglio desistere dalle aspirazioni di libertà e di indipendenza, se non si è capaci di passare per le privazioni inseparabili dalla vita dei campi.

Io so esser bene: che il milite abbia, se possibile, il pane ogni giorno, la sua minestra con vino, ecc. Ma, per esempio, quando vi sia del pane solo, o della carne sola, si deve per ciò far meno il proprio dovere?

Per il mercenario che vive della pagnotta, e altre aspirazioni non ha che la pagnotta ed il soldo, io capisco le mormorazioni, ed anche il rifiuto di servizio; ma per il milite patriota, per il volontario al servizio della causa santa del suo paese, ciò non dovrebbe essere, perch’egli deve andar superbo di qualunque disagio sofferto.

Potendo vivere di carne sola un esercito qualunque si trae d’impedimento, valgano ad esempio gli eserciti agguerriti del Rio de la Plata che non conducono secoloro un solo carro; non proviande, quindi non carri, non un mondo di addetti alle commissarie, alle distribuzioni ecc., e certamente meno furti e dilapidazioni. Con una truppa di bovi, proporzionata ad ogni corpo, o di pecore, ecc., facili a moversi in ogni senso sui fianchi, o nella retroguardia, la gente non si trova mai affamata, se tal servizio è fatto con intelligenza ed avedutezza. Ciò non toglie che in tempi meno urgenti, non vi debbano esser carri, marmitte, pentole, pane, vino, ecc., e tutta quella ciurma d’imbarazzi, che accompagnano un esercito nostro, e che ne disturbano e sovente paralizzano i movimenti.

Accennando al solo alimento di carne, io alludo all’America meridionale ove tale costume è generalizzato. Io so però che non ebbi difficoltà ad assueffarmivi, siccome chiunque appartenne alla Legione Italiana di Montevideo, e credo quindi non difficile assueffarvi la gioventù nostra, destinata a passar ancora per delle forti e disagiate prove, prima di poter gridar al mondo: Noi siamo i padroni della nostra terra, e l’Italia ha cessato d’esser una menzogna. — Il 67 nell’agro Romano, ove vi fu veramente dell’eroismo per parte della gioventù nostra nelle varie pugne, si mancò al solito di costanza, non si volle adattarsi a mangiare carne sola, abbondantissima in quelle contrade, si volle pane ad ogni costo, e non si poteva ottenerne per tanti motivi, cioè, per non aver forni sufficienti, e per esser intercettato il pane nostro dal sediciente governo italiano. E a tutto ciò diede l’ultimo crollo in quella gloriosa e sventurata campagna, il tradimento del governo e dei dottrinari!

Nella circostanza che abbiam descritto (Velletri 1849) successe dunque che il corpo principale dell’esercito Romano, fermo a Zaccarolo in aspettativa delle razioni da Roma, perdette un tempo prezioso e ciò fu il motivo d’aver potuto il re di Napoli far la sua ritirata non disturbato. La vanguardia all’incontro, coi suoi pochi cavalieri montevideani, avea trovato nelle tenute cardinalesche, bestiame ad esuberanza con cui fece lauto pasto. E dalle informazioni prese dai viandanti, e gente del paese, il vecchio ed esperto Marrocchetti, conoscendo che l’esercito borbonico preparatasi a ritirarsi, sollecitò come abbiam veduto, e raccolse ciò nonostante sui campi di Vellettri un bel frutto della campagna. L’esercito repubblicano giunse tardi alla vista di Velletri, la ritirata era già cominciata, al che l’esercito borbonico attese più marcatamente dopo la sua sconfitta coll’invio sulla via Appia che conduce a Terracina, di tutte le grosse artiglierie e bagagli. La cavalleria nemica, scaglionata a destra e sinistra della strada per proteggere la ritirata, e i suggerimenti di quanto s’era saputo ed osservato non valse a persuadere il generale in capo delle intenzioni del nemico. Dimodochè alla mattina seguente l’alba rischiarava l’esercito borbonico, lontano, lontano sulla via Appia, marciando precipitosamente verso Terracina.

CAPITOLO XLII.

ANCORA VELLETRI.

La pluralità dei governanti nei tempi

urgenti è la rovina della Republica. —

Uno degli errori commessi dal Governo Romano fu certamente d’aver concentrato in Roma tutte le forze della Republica. Certo ciò era desiderato dal Buonaparte e compagni, e rese facile il compito della loro infame campagna. Se essi non avessero avuto abbastanza di quaranta mila uomini per assaltar la capitale ne avrebbero inviato cento mila. Dopo le vittorie di Palestrina e Velletri sull’esercito borbonico, quell’esercito era intieramente demoralizzato, dir basti che i suoi soldati furon l’atti uscir di notte da Velletri senza scarpe per non far rumore, e si sapea positivamente ch’essi fuggivano ognuno cercando di guadagnar la propria casa. Che occasione per impadronirsi del regno e dar la mano alla Sicilia eroicamente lottante !

A Bocca d’Arce, ove s’inviò un distaccamento nostro, all’apparire dei bersaglieri di Manara una divisione borbonica, comandata dal generale Vial, fuggiva.

Le deputazioni delle provincie Napoletane giungevano ad invitarci d’invadere, assicurandosi delle buone disposizioni a favor nostro in ogni parte del regno.

La Sicilia intiera era ancora un altro non ultimo motivo che doveva spingere ad invadere il Napoletano.

In luogo di localizzare la guerra in una città indifesa, con diciotto miglia di circuito, poteva far la guerra nazionale nella campagna con dei mezzi immensiesistenti allora in Roma, trasportando la sede del governo in un punto forte, come Orvieto , per esempio, o altro, che non mancano nelle falde dell’Apennino, oppure marciando il Governo colle colonne Repubblicane, com’è successo in tante parti d’America, ed allora la perdita della Filadelfia [73] Italiana non solo sarebbe stata insignificante, ma avrebbe servito d’imbarazzo al nemico, obbligato di tenervi forte presidio.

Nulla di tutto ciò si fece, si richiamarono in Roma una divisione esistente in Bologna, l’esercito vittorioso a Velletri, il distaccamento già entrato nel regno per Bocca d’Arce ed infine tutte quante le forze esistenti sul territorio della Repubblica, e così si diede agio al nemico di finire con un bel colpo! — Dementi che potevano sostenersi indefinitivamente e con buon succeaso se sparsi sul vasto e montuoso territorio dell’ Italia del centro e del mezzogiorno !

Di più ci fu tolto l’onore di cadere per gli ultimi, se cader si doveva, nella gloriosa tenzone sostenuta dall’Ungheria, da Venezia e Roma.

CAPITOLO XLIII.

SAN SILVESTRO.

Les cloitres, les cachots ne sont point son ouvrage;

Dieu fit la libertà, l’homine a fait l’esclavage.

(Chenier.)

Come già dicemmo, la Legione Italiana era acquartierata in Roma nel Convento di San Silvestro, che fu già di monache, e come dissero alcuni scrittori ragionati un harem dei moderni sacerdoti di Venere e Bacco , che per isventura d’Italia governano Roma.

Il lettore ricorderà che nella notte dell’auto-da-fè dei confessionali il gesuita Gaudenzio era stato rinchiuso in detto quartiere.

Che i Legionari non fossero poi quei carcerieri, conosciuti massime dai detenuti politici, e sì famosi per crudeltà e vigilanza, tutti ponno supporre, ma si sapeva pure che Gaudenzio era stato chiuso nei sotterranei del convento, ove gli si passavano i viveri necessari, e da dove sparì una bella mattina, non essendo stati mossi i catenacci del portone, e non trovandosi nello stesso indizio alcuno di violenza. L’antipatia dei giovani militi per il prete era troppo grande da lasciar supporre, che si fosse favorita la fuga del malvivente, poi le chiavi non eran mai uscite dalla custodia dell’ufficiale di guardia.

Tutte queste considerazioni eran passate per la testa del nostro Martino Franchi, che Zambianchi accusava d’aver lasciato fuggire il sorcio.

Comunque fosse le spedizioni di Palestrina e Velletri, avevano impedito ai nostri amici di occuparsi del Gesuita; tornata però la Legione in quartiere, dopo Velletri, e giuntavi di sera, Franchi invitò Zambianchi e Cantoni ad una investigazione nei sotterranei.

Muniti delle chiavi e di torcie, i quattro amici (diciamo quattro perchè Ida colla sua curiosità donnesca, non aveva voluto perdere sì propizia occasione, per conoscere i segreti d’un convento da donna: poi trattavasi di quel misterioso individuo che già tante volte l’avea tribolata, perseguitata e che giustamente ella poteva chiamare il suo malefico tentatore), — i quattro amici dunque s’avanzarono verso il portone, lo aprirono e cominciarono a discendere in quella bolgia, ove la carità cristiana avea precipitato cristianamente un numero immenso d’innocenti vittime, la maggior parte per non più tornare a riveder il firmamento. Al chiarore dell’apertura del portone i pipistrelli schifosi svolazzavano nell’oscuro spazio, ed alcuni avean profittato del momento per sprigionarsi e solcare l’atrio colonnato del convento.

Colle mani diradavansi le ragnatele che non solamente ne ingombravano gli angoli della scalinata, ma spesso attraversavano la discesa ai viandanti posandosi spiacevolmente sul loro volto. Il topo, che probabilmente credevasi il naturale padrone del sotterraneo, appena movevasi dall’immondo pasto, per aprir un varco agli esploratori. Esso era senza dubbio il discendente dei mangiatori di cadaveri, in tempi in cui questi erano numerosi e così numerosi i conviti. Al suo dente roditore dovevasi certamente la diminuta quantità di scheletri esistenti, ciò che menomava quindi i corpi di delitto della razza reproba, che avea presieduto alle carneficine umane.

Le catacombe e i sotterranei di Roma sorprendono colla loro frequenza ed estensione; essendo però il terreno composto di un tuffo facilissimo a scavare e tenace abbastanza da potervisi praticare volte senza pericolo, agevole ne diventava l’esecuzione. — Tanto più frequente, poi esserne dovea questa ove si ponga mente alla ricchezze accumulate dai nipoti dei padroni del mondo, che dovevano cercar ricoveri da nasconderle, e sovente anche per salvare la vita dalle irruzioni sì frequenti e terribili dei nemici di Roma.

Ai discendenti degli antichi Romani, successi i preti, anche ricchissimi, diffidenti per il malo acquisto, e scopritori di quei raffinati supplizi, di cui solo un chercuto è capace, i sotterranei vieppiù si moltiplicarono, massime sotto i conventi [74], sotto le chiese, sotto le abitazioni di prelati e dei principi. Il sotterraneo di San Silvestro era dei meno importanti; non vi mancavano però celle per i condannati e le condannate in quantità ragguardevole e tutte scavate nel tuffo.

Di queste celle alcune erano chiuse, altre aperte. Tutte mandavano fetore di cadavere, e se il sotterraneo non si fosse aperto in un spazio assai vasto, i nostri amici eran forse obbligati di tornare addietro per non poter resistere a tanta pestilenza.

I quattro non eran gente da spaventarsi di poco, ed innoltratisi al chiaror delle torcie in un corridojo più spazioso, essi poterono osservarvi cose da loro non mai viste, e che avrebbero intimorito chiunque meno assuefatto ai perigli ed alle nequizie degli scellerati sedicenti servi di Dio! Qui, e là appesi alle pareti ogni specie d’istromenti di tortura: la cuffia del silenzio [75], e non pochi eran gli scheletri, che la conservavano ancora nell’informe loro teschio; le tenaglie immense con cui fratturavansi le ossa, i cavalletti di metallo, su cui sedevano gli sventurati dopo d’averli resi roventi con fuoco interno, i ceppi, come tormenti preparatori a tormenti maggiori, le corde insaponate con nodi scorsoj da appiccare per il collo o per qualunque della membra, botti con chiodi a punta interna, ove si rotolavano gli sventurati, che forse avevan dubitato dell’infallibità del Papa; e per gli innocenti, a cui si volevan togliere, i soldi, la figlia o la donna! E quando si pensa che esiste ancora questa canaglia nel consorzio umano, in questo secolo di civilizzazione, — che dico esiste! anzi trionfa nelle miserie dei poveri popoli, grassamente sovvenuta dai potenti!!...

E credon forse le genti che, potendolo, i preti non tornerebbero ancora alle torture ed ai roghi? Sicuro, con tanta alacrità come nel Medio Evo. E qui bisogna confessarlo: se l’umanità non progredisce come dovrebbe, essa almeno ha fatto un gran passo, togliendo ai chiercuti il potere di pascersi di carne umana!

Tra gli strumenti di tortura appesi alle pareti, esistevano teschi ancor attinenti al busto per gli ossami del collo, e che accusavano i patimenti infiniti sofferti in quelle terribili murature.

Ida, piegando sotto la sensibilità squisita della sua natura di donna, quasi sveniva nelle braccia di Cantoni all’orrendo spettacolo, ma la rauca voce di Zambianchi che gridava: «Venite qui,» la ridonò ai suoi sensi, e barcollando essa seguiva l’amante verso l’amico, che da destra del corridoio invitava i compagni, a condividere l’inaspettato ed orrendo spettacolo da lui scoperto.

Era questo l’ossario ... Alla destra del corridojo, incavato nel tuffo, eravi una specie di rettangolo alto circa 10 piedi dalla superficie del suolo, e forse colla stessa profondità al dissotto. Tale fossa era piena d’ossami e dalle dimensioni degli stessi, essi appartenevano tutti a neonate creature! [76].

Ad Ida svanì la sincope, e come un’ossessa, colle mani alla chioma, si lanciò a strepitare per il corridojo, urlando: Infami! Scellerati! e si sarebbe forse infranta il cranio contro il tuffo, senza l’agilità di Cantoni, che giunse in tempo a trattenerla. Tali sono i santuari di queste bordaglie, che predica mansuetudine alle genti, e che coperta di ogni nefando delitto, continua, protetta dalla tirannide, di cui è vile stromento ad ingannare e mantenere nella sventura questo sventurato nostro popolo!

A canto sull’ossuario, ove erano acatastati ossami informi, scorgevansi alcune nicchie con dentro piccoli scheletri, meglio conservati che nell’ossuario, ciocchè si doveva probabilmente alla pietà d’alcune giovani madri, che furtivamente avean potuto collocare in un giaciglio men confuso, il corpiccino del loro amato! Poichè il prete ha potuto giungere al punto di degenerare il più grande dei popoli della terra, esso può fare un cretino un imbecille d’un essere intelligente, ma per astuto, pravo e scellerat, ch’ egli sia, non giungerà mai a far tacere nel cuore della più perfetta delle creature, il maggiore di tutti gli affetti, l’amore di madre.

I quattro amici giunsero così presso al termine del corridoio, spinti e sollecitati dall’orrendo spettacolo, e come abbiam detto essere non grande il sotterraneo, in breve pervennero ad altra scalinata, che ascesa alquanto fece loro scoprire la luce del cielo. Solo alcuni cespugli intercettavano l’uscita, o diradati dalle robuste braccia di Zambianchi e di Martino, essi con grande soddisfazione trovaronsi all’aperto nell’orto del convento, illuminato dalle stelle.

Il problema della fuga di Gaudenzio era sciolto, e Zambianchi, volto al Bresciano gli diceva: — Vedi? se lasciavi a me il sorcio, esso certamente non mi fuggiva, e molto male si sarebbe risparmiato al nostro povero paese. —

Franchi stava per rispondere, ma un suono vivissimo di tromba della Legione, chiamava a raccolta, ed il suono, distintissimo nella notte, di cannonate e fucilate verso porta San Pancrazio, fecero cessare la conversazione e spinsero gli esploratori a raggiungere la Legione, che si formava e marciava immediatamente, sul campo della pugna.

CAPITOLO XLIV

Il 3 giugno.

Il 3 giugno fu il giorno più fatale alla libertà Italiana ch’io mi ricordi: Oudinot, degno del suo padrone, commise uno di quei tradimenti che pochi paragoni hanno nella storia militare.

Sconfitto il 30 aprile, egli s’era ritirato verso Castel Guido, per aspettare nuovi rinforzi, e per paura d’essere attaccato in circostanza sfavorevole, esso patteggiò un armistizio col governo Romano. Armistizio con dei ladri! — Sgombrate! si doveva dire: e poi tratteremo. Tornate da dove veniste!... — Ma in Italia, sventuratamente si trattano i ladri coi guanti. L’armistizio doveva terminare il 4 e nella notte dal 2 al 3, il predone Buonapartesco, con forze molto superiori attaccò i nostri avamposti, li debellò uno dopo l’altro per sorpresa e s’impadronì della forte posizione dei Quattro Venti (Villa Corsini), che domina intieramente tutte le altre posizioni di Roma, e poco, mancò che l’esercito nemico non s’innoltrasse la stessa notte nella capitale.

La Legione, stanca della marcia da Velletri, fu svegliata verso mezzanotte, e le si ordinò di marciare. Essa ebbe per riposo una tremenda giornata di pugna. Certo non v’era tempo da perdere, e si corse subito alla riscossa verso il punto attaccato.

All’alba quand’ io vidi il nemico padrone dei quattro Venti [77] dissi tra me: - La sorte di Roma è decisa. - E veramente tutto l’eroismo dei difensori della città eterna non valse a cacciarlo da quella chiave dell’assedio, in cui esso, imprese subito a fortificarsi, avendo a sua disposizione corpo di genio e cannoni quanti ne abbisognava.

La Legione, il corpo di Manara, la Legione Romana, quella di Melara, e quanti corpi di volontari si trovano o vennero dopo in Roma, fecero prodigi di valore, ma invano. Oudinot con un esercito di quarantamila uomini, aveva rubato la fortissima posizione, e la tenne col nerbo delle sue forze. Masina, Daverio, Mameli, Morosini, Peralta, Ramorino, Davide e la parte più brillante dell’Ufficialità Italiana fu mietuta in quel giorno. Immensi furono i feriti e dei migliori.

La Legione Italiana sola perdette ventidue ufficiali tra morti e feriti. Da quel giorno fu uno scheletro e non la riconobbi più. Il magnifico battaglione di Manara fu anche decimato. E così successe alla maggior parte dei corpi della difesa.

In tutto il giorno 3, dall’alba sino alla notte, fu un combattimento continuo, tra i Repubblicani Romani, ed altri sedicenti Repubblicani del Buonaparte. Da porta San Pancrazio a Villa Corsini il terreno era seminato di cadaveri, — ivi giacquero le speranze d’Italia! — La colonna che prima assaltò Villa Corsini, era guidata da Masina, e quel valorosissimo, la condusse sino dentro alle stanze terrene del Palazzo.

Ivi s’impegnò una zuffa tremenda, corpo a corpo, ma i pochi furono alla fine soperchiati dai molti, e quasi tutti soccombettero.

A canto al cadavere dell’invitto loro duce, distinguevansi due caduti di rara bellezza. Uno sembrava il minor fratello dell’ altro. Essi verso il tramonto, in cui il fuoco dei cannoni e dei moschetti s’era rallentato, furono adocchiati da un prete, da uno di quei tanti traditori del loro paese, che nella notte antecedente avean guidato le colonne nemiche, quel prete, chi l’avesse osservato, avrebbe veduto nell’occhio suo maledetto, un riverbero d’anima d’inferno.

Egli si guardò attorno geloso che alcuno contemplasse la sua preda. Poi, vedendo di non essere osservato, si fregò le mani, e rincantucciossi mormorando tra sè: «Ora, per Dio, non mi fuggiranno!» Egli alla sua scelleraggine del pensiero, aveva associato il sacrilegio!

Il lettore avrà indovinato senza dubbio, che si tratta di Cantoni, di Ida e dello scellerato tentatore Gaudenzio. Questi, appena scomparso dall’orizzonte il gran luminare, e colle prime tenebre lasciò il cantuccio, e presentandosi all’ufficiale di guardia al portone, si fece conoscere, e chiese ili poter uscire, per amministrare gli ultimi sacramenti a qualche moribondo.

Egli avea notato il sito in cui giacevano le sue vittime, ed era suo interesse particolare d’assicurarsi se Ida non fosse ben morta, e se v’era speranza di salvarla. Per l’altro, il suo pugnale avrebbe terminato un avanzo di vita se pur ne restava.

Tali erano i santi sensi, che guidavano quella perla di servo di Dio! Ma egli aveva fatto il conto senza l’oste. Il palazzo Corsini, ridotto a fortezza dagli agressori Buonaparteschi, era pieno zeppo di soldati, e non v’era una finestra, uno spiraglio ove non vi fosse una sentinella. Gaudenzio avea bensì chiesto permesso all’ufficiale di guardia al portone, ma questi aveva altro per la testa, di far avvisare la sentinella superiore della sortita del Gesuita. Dimodochè una sentinella che si trovava al disopra del portone, vedendo muoversi nel carname sotto di lui, e credendo fosse qualche ferito cercante d’evadersi, lo aggiustò ben bene nella schiena, e mandò gambe in aria quel traditore.

Gaudenzio cadde boccone sulla testa di Cantoni, e siccome questo era ancora ferito alla testa, ma non mortalmente, la scossa di quel corpaccio lo richiamò in sensi.

Cantoni mosse la testa, ed il suo primo pensiero fu all’adorata sua fanciulla, ch’egli riconobbe presso di sè, benchè già notte. Egli, palpitando di timore e di speranza, le pose la mano sul cuore, e dopo d’essersi assicurato che batteva, la adagiò pian piano meno incomodamente, aspettando il compimento della sua sorte, da uomo sempra pronto ad affrontare il pericolo, e custode questa volta di quanto aveva di più caro nella vita dopo l’onore e la libertà d’Italia.

Siccome i Buonaparteschi però avevano ancora molti feriti fuori tra i nostri, giunta la notte, ed essendovi poco pericolo d’esser molestati dalle mura, non tardarono ad uscire per raccoglierli.

Così furono raccolti Cantoni ed Ida, che il fresco della notte avea pure rianimata essendo la sua ferita nel petto, ma non mortale. Ambi furono trasportati in un ospedale nemico. Alla resa di Roma poi furono lasciati liberi di tornare a casa. Dal 3 giugno ai primi di luglio, in cui Roma si arrese, fu una serie di gloriosi combattimenti, ma senza frutto. Palmo a palmo si difese il tratto di terreno, che avvicina porta San Pancrazio; il nemico fu obbligato d’impiegarvi tutta l’arte degli assedi per giungere alla mura. Anche dopo d’aver aperto due breccie, egli non azzardò di assaltarle di giorno, tanto era il rispetto in cui lo tenevano quei tremendi difensori. I quarantatremila soldati di Buonaparte ajutati nel resto d’Italia da altri tre eserciti, austriaco, spagnuolo e borbonico, vinsero quel pugno d’uomini, che combattevano per la causa santissima del loro paese, ricollocarono nel cuore della sventurata Italia il più detestabile, il più schifoso dei poteri umani: il Papato!

Ora, mentre si combatteva per la causa di tutti in Piemonte, a Venezia ed a Roma, Italia fece forse il suo dovere? quante furono le città che s’incendiarono come Mosca, per non restar preda al nemico? quante quelle, che come Ipsara, e Missolungi si fecero saltar in aria, per non veder le loro donne, ed i loro bimbi prostituiti? quante le donne, che, come in Spagna si prostituivano, per aver agio di pugnalare il loro drudo straniero?

Sì! io ho veduto! e cosa? - mi fa ribrezzo il narrarlo: moltitudini plaudenti all’eccidio dei pochi prodi che morivan per esse. Eserciti italiani, che impassibili spettatori assistevano al duello a morte, impegnato tra due eserciti stranieri da una parte, e pochi valorosi Italiani dall’altra, su terra italiana! - Governi! Ah! qui, mi converrebbe bagnar la penna nel fango, per scrivere tante turpitudini, umiliazioni e tradimenti !

Dopo diciott’ anni, non lungi dalle mura di Roma gl’Italiani combattevano una fazione sventurata ma gloriosa!

In Roma essi avevan rinchiuso l’esercito dei chercuti, che spaventato avea fatto saltare i ponti che guidano alla città eterna.

A Mentana quello stesso esercito intiero, era debellato dalla gioventù italiana, sotto condizioni per questa sfavorevolissima.

Ma il mal genio del nostro povero paese, scellerato! brutto di sangue dei bambini di Parigi , secondato da un governo che mi vergogno di nominare, cambiò il trionfo italiano in isconfitta, e la cadente baracca pretina fu ripuntellata.

L’alba del 4 novembre 1867, sulla funerea campagna di Nomenzio, rischiarava due cadaveri, feriti nel petto ed abbracciati.

L’uno era di quelli nel cui stampo la scultura greca modellava i suoi Achilli, l’altra, poichè si riconosceva donna, nei suoi 32 anni, manifestava ancora quella purezza di lineamenti, che adornano molte delle belle figlie di Felsina. Cantoni ed Ida, dopo d’aver preso parte a tutti i gloriosi fatti dei Volontari Italiani, morivano da far invidia a chi resta, pugnando contro il soldato straniero ed il prete.

La loro unione fu un matrimonio d’amore, che ne vale bene un altro. Il loro affetto, benchè non beati da prole, fu fervido nell’ultimo come nel primo giorno.

Ambi franchi repubblicani, perchè convinti che la Repubblica è il governo naturale e dignitoso delle nazioni; essi però, senza futili pretesti, eran sempre pronti a correre ove si trattava di menar le mani contro gli oppressori dell’Italia, sia operando o no coll’esercito nostro.

Il gran concetto di Dante: far l’Italia anche col diavolo, era il loro motto favorito, e sino all’ultimo sospiro gli furono fedeli.

FINE.

Indice

Prefazione ai miei romanzi storici

I. Cantoni il Volontario

II. Alle Filigari

III. L’ingresso

IV. Il Gesuita

V. Ida

VI. Fisiologia Italiana

VII. Da Bologna a Ravenna

VIII. Una dimostrazione

IX. Rossi.

X. Risso e Ramorino

XI. Il duello

XII. I Volontari dell’esercito romano.

XIII. La scoperta

XIV. La confessione

XV. Il ratto

XVI. La cattività

XVII. San Leo

XVIII Il birro

XIX. Incontro felice

XX. L’ergastolo

XXI.La liberazione

XXII. La catastrofe

XXIII. I racconti

XXIV. Fuga a Gaeta

XXV. Da Macerata

XXVI. Elia il marinaro italiano

XXVII. Repubblica Romana

XXVIII. Daverio

XXIX. Il generale Avezzana

XXX. Il racconto

XXXI. Il 30 aprile

XXXII. Il ritrovo

XXXIII. La vittoria

XXXIV. L’equivoco

XXXV. I confessionali

 XXXVI. La discordia

XXXVII. L’ospedale

XXXVIII. Anzani e Mudles — Juan della Cruz

XXXIX. Nello e Carbonin

XL. Palestrina

XLI. Velletri

XLII. Ancora Velletri

XLIII. San Silvestro

XLIV. Il 3 Giugno

 

Note

______________________________

 

[1] Esistente nel museo di Roma.

[2] Milone che con un pugno uccise un bue.

[3] Negli Harem i Turchi tengono le loro donne.

[4] Vento da Greco.

[5] Villaggio al confine dello Stato Pontificio verso la Toscana.

[6] L’8 Agosto 1848 i Bolognesi cacciarono gli Austriaci da la loro città con eroismo sorprendente.

[7] Terre di Lombardia ove accaddero gli ultimi combattimenti di Garibaldi e de’ suoi nella ritirata del 1848.

[8] Ciociaro — Pastore a cavallo.

[9] Si chiamavano code i retrivi.

[10] Chiamo il Republicano « Governo della gente onesta » perchè caddero le Republiche di tutti i tempi quando divennero disoneste e corrotte.

[11] Bulle si chiamano le belle fanciulle di Bologna.

[12] Estancia stabilimento pastorizio.

[13] I Francesi, battuti ed inseguiti sino al Castel Guido, il 10 aprile, tornarono su Roma, ingrossati a più di 40 milia uomini, e mentre avevan trattato un armistizio sino al 4 giugno, assaltarono traditoriamente gli avamposti Italiani nella notte dal 2 al 3 e per sorpresa s’impadronirono di Villa Corsini, chiave della difesa di Roma, e che non fu più possibile di riprendere, assaltandola tutto il giorno 3.

[14] Storico.

[15] Facilmente o mal a proposito.

[16] Gente della campagna del Rio della Plata.

[17] Storico; nella pugna delle tre Cruces a Montevideo, Tommaso Risso aveva ricevuto una ferita, quasi mortale nel capo, e solo la robustezza della sua fisica costituzione potè salvargli la vita.

[18] I Regnanti.

[19] Lanciafuoco tubo circa 20 pollici lungo, formato di materie incendiarie, che serve di miccia per dar fuoco ai cannoni. e che, acceso, meglio della miccia mantiene la fiamma.

[20] Mercato di merci portate dalle carovane in Oriente.

[21] Legno cou cui i Barbareschi pirateggiavano nel Mediterraneo.

[22] Legno mercantile.

[23] Vedette, che vigilano da prora nella notte.

[24] Sugli alberi di giorno ed in altre parti a bordo di legni da guerra. Vele da temporali.

[25] Pochi sono i marinari che viaggiano in Levante e non acquistano una fascia o cintura di lana.

[26] Nomi delle barche in generale o palischermi.

[27] Carruccole in cui si passano corbe, ride e risse, corde pure di assicurazione, o legature

[28] Posavano contro il vento contrario.

[29] Veglia. — Vigilar per bastimenti a prora terra o altro.

[30] Albero quasi orizzontale alla estremità anteriore dei bastimenti.

[31] Vento da Greco.

[32] Pennone inferiore su cui sono invergate le vele di trabacco.

[33] Di sopra.

[34] Sito ove si tengono le bussole.

[35] Seguire la direzione del vento.

[36] Questo racconto è pura storia.

[37] Voro nome di Cicerovacchio.

[38] Avezzana.

[39] Ben sapeva Ugo Bassi, quanto accadeva sul campo d battaglia avendo passato tutta la giornata del 30 a raccogliere feriti e soccorrergli. Talchè in quel suo pio lavoro egli fu all’ultimo fatto prigioniero dai nemici.

         Bassi avea veduto Cantoni giacente sul cadavere di Montaldi, e lo avea creduto morto.

[40] Uomini vaganti nelle immense campagne dell’America meridionale.

[41] Mojar, bagnare — I Sud-Americani tengono a disonore di non bagnare la punta della lancia, o della sciabola, nel sangue nemico nei combattimenti.

[42] Frase sovente accompagnata da voce di disprezzo, comunque sempre insultante.

[43] A chi scrive successe di militare sul territorio Romano — Pare impossibile quali difficoltà s’incontrino per aver delle guide indispensabili in tempo di guerra. — Nemmeno prodigando l’oro è facile ottenerle. — E ciò si spiega essendo i contadini, gente idonea a far da guida, intieramente in mano dei preti.

[44] Quando pochi mesi dopo, gli Austriaci ed i preti fucilavano lui e i suoi due figli, Ugo Bassi e nove innocenti compagni, non facevan tante parole e considerazioni.

[45] La piazza del Vaticano è adorna d’un maestoso colonnato a destra e sinistra della porta del tempio.

[46] Razzi alla congreve e molto usati dagli Austriaci, e credo por spaventare gl’inesperti giovani Italiani, a cui essi mai non recarono danno. Ai preti probabilmente erano stati regalati dai loro imperiali amici questi razzi che si adoperarono nella sera descritta.

[47] Quando vi danno uno schiaffo, voi porgete l’altra guancia, vi dicono.

[48] La Republica di Montevideo, chiamasi Orientale di Uruguay

[49] Rincon, canto, angolo, specie di penisola formata dall’Uruguay e dal suo confluente il Rio-Negro.

[50] Matreros, indipendenti.

[51] Zez, vaccina morta prima di macellarla.

[52] Açados, arrosto.

[53] Prender dei pezzetti di carne, gettarli nel fuoco, mangiare l’esterno arrostito, e rigettarli ancora al fuoco.

[54] Trago, sorso.

[55] Uso di quei paesi, ove mangiando solo carne, bisogna possedere un buon coltello ed averne molta cura, nettandolo sugli stivali che sono generalmente di cuojo crudo, e chiamati botas siatro (puledro). Si ha anche il vantaggio d’ingrassarli.

[56] Poncio, mantello.

[57] Pampas, immense pianure sulla destra del Rio de la Plata.

[58] Candillos, capi militari.

[59] Io ho veramente veduto quelle campagne dell’America meridionale, coperte di vaccine, cavalli, pecore, scimie da far meraviglia.

[60] Le palle di ferro ricoperte di cuojo e rannodate con coreggia, di cui gli Americani si servono con gran destrezza.

[61] Coreggia più lunga per legare i cavalli.

[62] Sono generalmente barche leggiere che servono alle navi destinate alla pesca della balena. Ma nei fiumi del Plata, spesso le stesse servono armate in guerra.

[63] Il Colonnello Angani, Lombardo è il militare di più modesto ch’ io m’abbia conosciuto — Ad Angani la Legione dovette la sua bella organizzazione, e le pagine le più brillanti della sua storia. — E se Angani avesse vissuto, e fosse stato apprezzato come lo meritava, certo l’esercito italiano sarebbe stato degnamente comandato.

[64] Mundels, figlio d’un inglese e possidente al Queguary — uno dei confluenti dell’Uruguay — fu uno dei più valorosi capi de’ matieros che accompagnarono la Legione Italiana.

[65] Rescentà. — Specie di secchia in rame.

[66] Specie di strada coperta o Bazar ove si compra e si vende ogni cosa.

[67] Paese sulla sponda sinistra del Plata — a circa cento migila a tramontana di Montevideo. —

[68] Istorico. — Il nemico avendo ordinato alla popolazione di evacuare la città, mise fuoco alle case, le soldatesche prima di abbandonarla ruotolarono fuori molte botti di vinone spiriti con cui si ubbriacarono e poi lasciarono spandere.

[69] Il colonello Manara di Milano, è una di quelle indidualità militari, difficile da rimpiazzarsi. Egli avrebbe ben degnamente guidato l’esercito italiano a decisiva battaglia.

[70] Masina è la più bella figura marziale, che io m’abbia veduto nell’esercito Italiano. Egli e Daverio furon gli eroi della giornata respingendo l’attacco del nemico con un’audacia degna de’ tempi antichi. Ambi, Masina e Daverio, morirono il 3 Giugno; i loro cadaveri furono trovati in mezzo alle riserve dei quarantamila soldati del Bonaparte che ci attaccarono traditoriamente in quel giorno fatale. Daverio era moralmente e fisicamente il ritratto d’Anzani.

[71] Il colonello Marrocchetti avanzo delle guerre di Spagna, d’America e d’Africa, comandante la Legione Italiana a S. Antonio, ove fu ferito. Egli dopo di aver servito nella Legione molti anni fu uno dei 78 che da Montevideo vennero in Italia nel '48. Erano intrepidissimi militi.

[72] Io fui sempre d’avviso per la formazione di corpi di ragazzi, e sono persuaso che con essi si possono avere i migliori militi. In questa circostanza mi salvarono la vita, in ogni città Italiana v’è sempre una esuberanza di fanciulli, orfani o con poveri parenti. Organizzati ed istruiti, essi potran formar il nerbo dell’esercito nazionale, e togliere dalla società l’elemento corrotto, Italia lo farà quando avrà un Governo.

[73] Nelle guerre d’indipendenza degli Stati Uniti, essendo allora Filadelfia la capitale, minacciata dagli Inglesi, il Governo abbandonò la città e si ritirò coll’esercito nell’interno del paese.

[74] Con cui i conventi dei maschi comunicavano con quei delle femmine.

[75] Era uno strumento che impediva alla vittima di aprire la hocca.

[76] Storia.

[77] Prima di partire per Velletri, avevamo combinato col Generale Avezzana, di fortificare quella chiave della difesa di Roma, ma il vecchio guerriero, forse il solo idoneo a comandar l’esercito, fu sacrificato, e con futile pretesto inviato dal Ministero della guerra alla difesa d’Ancona, ove non abbisognava.

 

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8 giugno 2007 - Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011