Ludovico

Arborio Gattinara di Breme

Figlio

 

Intorno all'ingiustizia

di alcuni giudizi letterari italiani

Discorso

 

 

LE ROVINE

 

Visitando l'autrice, l'antico castello di Saluzzo.

 

Ode di DIODATA SALUZZO DI ROERO [1]

 

Edizione di riferimento:

I manifesti romantici del 1816 e gli scritti principali del «Conciliatore» sul Romanticismo, a cura di Carlo Calcaterra, Unione Tipografica Editrice Torinese, Torino 1951

 

 

Ombre degli Avi per la notte tacita

al raggio estivo di cadente luna

v'odo fra sassi diroccati fremere,

che 'l tempo aduna.

 

Incerte forme nella vasta ed arida

strada segnata dall'età funesta

tremante affretto; che dei prischi secoli

l'orror sol resta.

 

Eccomi al varco; non più altiero scuopresi

vana difesa della patria sede,

il fatal ponte, nè alle trombe armigere

alzar si vede.

 

Ahi vaste Sale! qui gli Eroi che furono,

stavan seduti della mensa in giro:

del Trovatore qui su cetra armonica

s'udìa sospiro.

 

Qui sconosciuta la trilustre vergine

ignota ai prodi sen vivea secura

e sol nei sogni palpitava l'anima

vivace e pura.

 

Qui al suon dell'armi, che là giù squillavano,

in aureo manto la Consorte antica

forte vestiva al forte Duce impavido

elmo e lorica.

 

Ancor mi sembra udir sommesso piangere

fanciul, che l'elsa stringere volea

con debil mano al ferro altrui terribile

e nol potea.

 

Bambin minor d'un lustro egli qual siedasi

sul duro scudo rimirar qui parmi,

mentre le fanciulline i lacci intricano,

che annodan l'armi.

 

Il forte scudo verginella immobile

mirando andava pien di fiori il grembo;

e lasciavasi i fiori in fervid'estasi

cadere a nembo.

 

Coprian lo scudo ed il Bambin, che ingenuo

ridea tra fiori e l'armi in dubbia sorte.

L'uom così ride sul sentier suo labile

fra scherzi e morte.

 

Salve, o sacra rovina! Ah perchè il rapido

fato tardommi ad affrettar la vita [2]?

La Magna età [3] ben si doveva ai palpiti

 dell'alma ardita.

 

Nella mia destra d'Alighier la cetera

suonato avrebbe sui vetusti eventi;

ed a me sol[4] giù dalla valle ombrifera

fan eco i venti.

 

Giù dalla valle, ove, chi sa? s'udirono

due fratei d'armi ragionar d'amore,

strette le palme fra curvati salici

sul primo albore.

 

Giù dalla valle, ove a tenzoni vindici [5]

spinsero entrambi il corridor veloce,

l'un dell'altro scudier [6], e scudo ed anima,

e fama e voce.

 

Salve, o sacra rovina! io seguo, e schiudonsi

innanzi al lento e traviato passo

le doppie torri e meditando siedomi

 sul duro sasso.

 

Oh! come brune l'alte cime incurvansi,

dei larghi muri, ove penètra appena

di luna un raggio, che la dubbia e pallida

luce qui mena!

 

Perchè ferrate le finestre altissime,

ed è merlata la superba torre?

No! non qui 'l prode la lorica armigera

solea deporre.

 

Qui forse mentre un molle riso ingenuo

la verginella in dolce sogno aprìa,

al bel raggio di luna, occulta e perfida

l'Oste venìa.

 

Forse da quelle alte finestre videsi

entrar talvolta del castello avverso

il reo Signor, all'empie smanie vindici

d'ira converso.

 

Forse qui stretto il suo pugnal, lentissimo

muoveva il passo fra tacenti squadre,

e ai fanciullini sul materno talamo

svenava il padre.

 

E forse, ahimè! sulla sua cetra eburnea

il Trovatore dell'età passata

lodò gl'iniqui, se con lor sedevasi

a mensa aurata.

 

Chi sa se in mezzo a quegli acerbi e bellici

costumi avversi in ricca treccia e bionda,

non rea Consorte d'empie fiamme ardevasi

invereconda?

 

Qui sparse qui le disperate lagrime

furor geloso, d'ogni cuor tiranno;

quai furo i tradimenti, i colpi, i gemiti,

que' muri 'l sanno.

 

Pensier funesto, in me chi mai ridestati?

Fuggiam, fuggiam dalle fatai rovine [7].

Raggio di notte, tu la via rischiarami

fra sassi e spine.

 

Tutte l'età di variate furono

vicende ignote spettatrici alterne;

fra stessi affetti le stess'opre sorgono

girando eterne.

 

Sol l'alma ardente, che d'intorno cercasi

invan la pace e le virtù soavi,

in un pensier d'amor tutte rivestene

l'ombre degli Avi.

 

Addio, sacre rovine: allor che polvere

di voi non resti, gli obelischi e gli archi,

opra di noi, di questa polve andrannosi

pel tempo carchi.

 

E forse andranno vaneggiando i posteri

sul secol nostro lezïoso e rio.

Il disinganno io m'ebbi, ombre terribili,

rovine, addio [8]!

 

Note

_______________________________

 

[1] Diodata Saluzzo dei conti di Monesiglio nacque a Torino nel 1774, morì nel 1840; fu consorte del conte Roero di Revello. Scrisse liriche, poemetti, novelle, tragedie (Erminia, Tullia), commedie, ecc. Il suo maggior lavoro è Ipazia ovvero delle Filosofie, che ella disse poema e romanzo in versi, apparso da prima nel 1827 e ripubblicato nel 1830. Ma oggi è sopra tutto ricordata per le liriche (vedi le sue Poesie, apparse nel 1796, e in ristampa accresciuta nel 1802). Fu ammirata dal Cesarotti, dal Parini, dal Monti, dal Denina, dal Foscolo, dal Lamartine, dal Manzoni, dai Balbo, dal Gioberti. Scrisse di lei l'Alfieri: « Ha sempre molti tocchi d'affetto, ha sempre roba da dire e la dice con eleganza di frase, proprietà di termini somma, e spesso anche originalità d'espressione: solamente, sul totale, dovrebbe levar qualche volta, piuttosto che aggiungere, e farsi più breve ». Di lei bene ha detto Guido Mazzoni nell'Ottocento che nelle sue poesie « v'è quasi ogni sapore e colore dell'arte [a lei] contemporanea » e che ella prenuncia qua e là, se non l'arte manzoniana, quella de' nostri romantici in genere, per ciò che ebbero di buono, specialmente quando piange il fratello Federigo, mortole sotto Verona nel 1799, mentre combatteva tra la cavalleria piemontese unita a' Francesi, e nell'ode su Le rovine del castello di Saluzzo. Non fu però così « spiccatamente romantica » da non poter essere anche « ammirata e attribuita a se stessi dai classicisti ». In realtà ella erasi formata sopra tutto su Dante e sul Tasso, e Ludovico di Breme, come ben osserva il Mazzoni, l'addusse a esempio « per l'accordo felice tra il vecchio e il nuovo ».

[2] La Saluzzo poi corresse: « Ah! perchè rapido Non diemmi il fato in quella età la vita »?

[3] Il Medioevo

[4] La Saluzzo poi corresse: «Or soli a me».

[5] Poi la poetessa a vindici » sostituì « nobili ».

[6] Poi: scudiero.

[7] Il verso fu poi dalla Saluzzo rifatto: « Fuggiam dalle fatali alte rovine ».

[8] L'omaggio resole, dal difensore della Staël, piacque alla Saluzzo, la quale nel settembre di quell'anno stesso gli mandò una nuova edizione delle sue poesie con alcune varianti nel carme Le rovine, quasi a mostrare il suo desiderio di togliere i « nèi », di cui egli aveva parlato. Il Di Breme vide in queste correzioni una prova di « spirito » e di « gusto » e in una lettera del 24 settembre 1816, dopo aver detto che ella poteva credere alla sua lode, poichè egli « più non sapeva che farsi di poesia inefficace », così le dava notizia delle ire suscitate dal suo scritto polemico tra i pinzocheri della mediocrità e del pedantismo. «La zuffa è finita per parte mia, dacchè gli avversarti sono di quella specie con cui non mi degnerò mai di scendere in lizza, e mi basta averli segnati con pochi tratti d'inchiostro. Altronde l'abbaiar non è rispondere, non è distruggere le ragioni, non è giustificarsi. Le semplicissime teoriche da me prodotte non sono che un commentario di quel tenore che siegue la natura nell'ispirare gl'ingegni atti all'inspirazione; la cosa andò sempre così, e prima di combattere con successo le pagine 37, 38, 39, 40, 41, 42 e 43 del mio scritto, credo che bisogna cancellarla dal libro della natura. Là non si tratta nè di Staël nè di Goldoni, ma dell'eterno vero. Il libro di Borsieri, Le avventure letterarie di un giorno, è un'altra dose di emetico, amministrata a questi stomachi pieni di amara bile letteraria e vuoti di sugo nutritivo; vomitata che avranno tutta quella linfa amara, non avranno più nè fiato nè voce; fra dieci anni sembrerà impossibile che una siffatta operetta non riscuotesse universale applauso; intanto vi applaudiscono gli imparziali e i veggenti. Se uscisse una discussione contraria alla dottrina che io tengo per sola genuina, ma una discussione sostanziosa e forte per le cose, mi terrei onoratissimo di riprendere la penna; e vorrei quasi avermi da ricredere che lo farei con leale pienezza di cuore, non fosse che per dare io il primo quest'esempio nella pettegola repubblica letteraria italiana. Intanto mi vo immaginando che sia più conducente al successo delle mie idee, il metterle in evidenza coi fatti, anzichè con ulteriori discussioni. Nelle discussioni ci vuole analisi, svolgimenti di cose astratte, deduzioni generali, in una parola ci vuole filosofia, e per la filosofia non ci sono lettori nella miracolosa Italia... Ella mi perdoni queste chiacchiere; ella tanto diversa dalle contemporanee ed uguali sue, è forza che mi perdoni; oppure con chi sfogherò l'animo mio pieno di desiderii e di sincero amor d'Italia? ». (Poesie post. della Saluzzo, cit., pp. 574-577)

 

 

 

Indice Biblioteca Le rovine di Diodata Saluzzo 

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Ultimo aggiornamento: 26 maggio 2004