Ludovico

Arborio Gattinara di Breme

Figlio

 

Intorno all'ingiustizia

di alcuni giudizi letterari italiani

Discorso

 

 

 

Edizione di riferimento:

I manifesti romantici del 1816 e gli scritti principali del «Conciliatore» sul Romanticismo, a cura di Carlo Calcaterra, Unione Tipografica Editrice Torinese, Torino 1951

 

 

 

Udrò forse chi mi dica aver dato i Francesi per i primi in alcuni loro fogli l'esempio di ridere un pochino a spese delle stesse persone? Oh! qui prevedo che mi sarà indispensabile l'entrare alcun poco in materia, e avrei un'infinità di cose da rispondere, ma non accennerò che le più concludenti [7].

Incomincio dunque dal rispondere che dei giornalisti beffardi e screanzati certo n'ha da avere anche la Francia; ma in Francia, per caduno di questi, v'ha dieci scrittori critici che usano sottile discernimento, che rendono giustizia al vero, e cui disserrano le Grazie un gentil sorriso; ridono con leggiadria, e fanno ridere a malgrado che si avesse voglia di tutt'altro, e frammettono la festività alla discussione, e non accade loro mai d'insultare goffamente al sesso, ai modi, all'individuo, di chiunque pur sia, ma tanto meno di chi abita un'alta sfera del mondo degli ingegni; e se anche codesti critici hanno talvolta il torto, quasi se lo fanno perdonare, di tanto ingegno si soccorrono, e di tanta amenità sono armati. Rispondo in secondo luogo che la posizione nostra e quella dei giornalisti francesi, per rispetto ad alcuni scrittori, sono precisamente fra sè opposte. Noi dovremmo intanto sentire e professare una vera e patriotica riconoscenza per quegli scrittori; a criticarli, a correggerli, ci ha tempo d'avanzo; d'insultarli, di morderli non ha tempo mai. La quistione la quale si agita in Francia, tra la Classica e la Romantica letteratura, è, in quel paese, affare più ancora civile e nazionale che non soltanto letterario [8], e chi sa entrare nello spirito di questi litigi ha di già antiveduto che le passioni hanno da prendervi colà un'acre parte contraria, mentre per le stesse passioni noi ci abbiamo invece da esultare e da insuperbirci [9]. I Francesi pretendono che i Greci abbiano ad essere rispetto a noi, e per tutti li secoli avvenire, ciò che veramente non furono mai, neppure a se stessi, cioè precettori in luogo della immediata natura. Pretendono che l'arte di assalire gli ingegni ed i cuori da tutte le facoltà intellettuali, immaginose e sensitive, non sia più conceduto alle forze umane e che debbano in iscambio stare contenti gli uomini odierni e futuri a ricopiare i Greci e i Latini.

Pretendono assai più ancora, cioè di avere potuto essi intendere meglio di tutt'altra nazione cotesti insuperabili maestri della scena tragica e comica, e finalmente pretendono per legittima. conseguenza, che s'abbia da ravvisare nella loro teatrale letteratura il supremo codice da seguire sino al finimondo. Rispondo ancora che l'età, così detta aurea delle lettere francesi, non mi sembra che si possa gloriare di niuno proprio, indigeno veramente, nè epico, nè lirico, nè drammatico poema, e che la perizia loro consistendo piuttosto nella indicibile perfezione colla quale seppero raggiungere nella Tragedia e nella Commedia le norme dell'antico modello (quale se lo figurano essi), hanno perciò i Francesi tutte le ragioni di star fermi ad incensare quell'idolo; chè così facendo essi incensano se stessi, e se l'idolo venisse a cadere, i Sacerdoti ci scapiterebbero di troppo, e ritorneremmo noi tosto esclusivamente in prima linea di poesia e d'invenzione. Sì noi, rispondo in ultimo. Non noi pedanti, noi cruscanti, noi sesquipedali umanisti; non noi progenie staffilata, contristata, spaventata di Quintiliano, di Alvaro, di De Colonia; ma noi di robusta e di gentile e di sublime schiatta italiana; e la chiamino coi più generici titoli di schiatta Meridionale o Romantica, come loro talenta; purchè ci riconoscano una vera indole essenzialmente poetica, caratteristica; dico una ragion poetica non più raccomandata alla sola erudizione di cose sognate tre mille anni fa, ma capace di esprimere di per sè tutte quelle impressioni, tutti quegli effetti che sono generati nelle facoltà sensibili e contemplative dell'uomo dalle nostre religioni spirituali, dalle forme socievoli, dal dignitoso culto che tributiamo alle donne, dalle arti, dai saperi infinitissimi di cui siamo in possesso. Noi, torno a dire, non figli nè dei Barlaamo, nè dei Crisolora, nè di Gemisto Pletone, nè di Giorgio da Trabisonda, nè del Cardinal Bessarione e nè tampoco figli dell'Aurispa o del Filelfo o di Marsilio Ficino, del Trissino, del Bibbiena, del Castelvetro ec., ma dell'Alighieri, per Dio! dell'unico, incomparabile, eterno Alighieri e del sublime trovator Petrarca, Tirteo insieme dell'Italia Italiana e non Latina: e di Ariosto lussureggiante romantico; e dell'infelice e nobilissimo Torquato, altrettanto originale e moderno nel colorito e nell'argomento, quanto ligio al rito epico e al sistema scolastico nella struttura della magnifica sua epopea. Di tali siam figli, e non posso già credere che il compariremmo noi meno gloriosamente (anzi credo assai più) se una sola metà di quegli astiosi e incomodi Bizantini fosse venuta a mischiarci di grammaticherie e di sofisticherie il patrimonio paterno, e a soffiare tra noi quell'umore di intolleranza letteraria e di dommatica dittatura che molti seguaci di quegli studi ereditarono poscia da essi in Italia. Non bastò già a quegli spuri Greci (intendo specialmente quelli della seconda brigata) l'averci recato Omero, Anacreonte, Senofonte, Aristotele ec., onde ogni età seguente imparasse ad emularli. Oh! se fosse così, non ne ricorderemmo i nomi senza una assoluta riconoscenza. Già si poteva prevedere entro quali spaziosi e liberali confini avrebbe allora allignato in Italia l'arte dell'imitazione; perchè il sommo Italiano non l'aveva egli insegnata, e collo scarso sussidio di una lingua ancor fanciulla sollevato aveva il suo Ugolino a paro del Laocoonte Virgiliano; e chi sa fin dove saremmo progrediti su le venerande poste di quel piede! Ma quei benedetti fuorusciti si diedero tosto ad organare a furia officine di ricopiatura, a ridurre tutta quanta la ragion letteraria e filosofica a meccanismo e ad allacciare gli ingegni con dei rituali poetici, piuttosto che armarli di nuove penne e additar loro più ardue mete. Quindi, quindi fu fattibile ed ovvio ad ogni miseruzzo ingegno d'intromettersi in quel Santuario!

Eppure affermano molti, che nacque da quelle trapiantate scuole la suprema fra tutte le dottrine, quella della imitazione della natura, e che volete mai, dicono oggidì i precettisti, che vi si conceda di più? Ma cotesta libertà ch'essi ne concedono d'imitar la natura s'assomiglia per verità molto alla libertà dei fatalisti [10]. Quegli spuri Greci che determinarono l'andatura degli studi nostri, non seppero intendere (e volesse Iddio che lo intendessero daddovero i nostri precettisti) siccome nella natura, in ogni età e per prima cosa, rispetto all'uomo, v'ha l'uomo. Perchè la natura non ti ha già composto nella mira che tu imitassi lei in quel solo modo che intendi; chè anche tu sei la natura, e sei per di più il suo interprete, il suo rivale nell'ordine morale, sensitivo e imaginoso; e ciò in tutti i tempi del mondo; e se non vorrai cantare mai sempre se non gli armenti della Sicilia e lo stretto d'Abido e gli occhi cervieri e Progne e Filomela e i polmoni di Stentore e le stalle di Augia, invece di dipingere con efficacia, nudi e vivaci quei fenomeni che si producono in te dagli oggetti di che ella ti ha circondato, e l'armonia loro, non potrai già dire che tu la imiti, e molto meno potrai dire che tu imiti, che tu traduca te stesso nelle opere tue. In vista dunque d'imitarla, inalziamoci a gareggiar con lei nella stessa creazione; e se le nostre dottrine mistiche, morali, scientifiche, se i nostri usi, i recenti affetti nostri hanno ampliato di tanto il campo dell'invenzione, misuriamo noi tutta l'ampiezza di quell'orizzonte, lanciamoci in quella immensità, e tentiamo animosi le regioni dell'infinito che ci sono concedute. Così intende natura di essere imitata; ma il farlo con memorando successo non è opera da tanti, che pur vi pongon mano, e s'arrogano pure di sedere a scranna: non ella ve li ha destinati costoro; ella pochi insegni vi destina, e se li viene ideando con amore, e di così fino sentire, e di così elevato ingegno li contempra, che ad ognuno che le riesce averne procreato, ella si riposa per dei secoli interi da quel lavoro.

Eh! amici miei, che la natura non c'entra per nulla in queste nostre decisioni e classificazioni di secoli inarrivabili, di letteratura classica, e non classica; perchè la natura non è così pettegola, come ce la figurano i pedanti; non usa mica ella di stare a quelle loro etichette, e ci scommetterei El Tesoro di Ser Brunetto Latino di Firenze partito in tre libri (osserva lettore che miracolo bibliografico) a Triviso adì XVI decembrio MCCCCLXXIIII in foglio, senza stampatore, e anche il suo Pataffio e Fra Guittone con Monsignor Bottari e perfino le Delizie degli Eruditi, tutte queste gemme io ci scommetto contro una sola pagina della Baronessa de Staël, che la natura mette in una stessa classe Omero, Dante, Shakespeare, Sofocle, Alfieri, Schiller, Anacreonte, Petrarca, Virgilio, Tibullo, Racine, Voltaire, Terenzio, Goethe, Lessing, Tasso, Milton, Ariosto, Parini, Parny ec. ec. e sì fatti; ma so bene che tutte queste cose udir non le potranno, senza sentirsi rimescolar dal fondo la cista biliosa, coloro i quali, se mai il vero ingegno, il sentir forte e delicato, la genuina ispirazione si riconoscessero per li soli caratteri di legittima vocazione allo studio del bello, cesserebbero di pompeggiare essi nella così detta repubblica delle lettere e di cinguettare nei crocchi. Costoro non avendola sortita in sè quella forza latente, sprovveduti di quello spirito ascoso, da cui s'hanno da ripetere i grandi effetti, non vorrebbero che mai neppure se ne parlasse: ma di tale spirito, di tale occulta forza quando lo scrittore non è dalla natura  armato, invano s'affanna di piacer collo studio e con l'arte; i cui ricercati ornamenti abbagliano solo quei che sono prevenuti da puerili precetti e retoriche regolucce, le quali stemperano naturale integrità dell'ingegno umano. Mancomale, a questi è molto più opportuna quella letteratura legale e simmetrica, che si fa abusivamente scudo dei gran nomi dell'antichità e si viene puntellando a furia di citazioni e d'autorità; eppure con buona licenza delle Signorie Loro, a chi pensa e sente per proprio conto, e da per sè, sembrerà ridicolo ognora più e assurdo, che appunto dai sublimi concetti di Omero e di Sofocle si pretenda che derivi un sistema di scolastica superstizione, e che chi meno le sente codeste bellezze, chi non ebbe umido mai il ciglio alla lettura di Virgilio, s'infinga d'esserne come un protettore contro quelli che se lo leggono fervorosamente e per consolar la vita. E in somma, con licenza sempre delle sullodate Signorie Loro, nulla muoverà tanto la nausea di tutti i galantuomini, che abbiano fior di gusto, quanto il vedere esse Signorie lambiccarsi il cerebro sopra quegli antichi per pure trovarvi ed ammirarvi ciò che non vi fu mai, e che veramente non vi può essere, o che rispetto ai tempi nostri ha cessato di esservi, e vietarci a noi l'ammirazione di ciò appunto che sempre in essi vi sarà, dico il carattere inventivo, l'efficacia originale e l'urbanità di quei dì; la sola che debba aver di mira (ognuno nell'età sua) lo scrittore, quando siavi luogo a trarre vezzi e ornamenti dalla urbanità; ma le Signorie Loro lasceranno pure che diciamo, come già hanno lasciato dire, e non hanno voluto ascoltare altri ben più autorevoli di noi. Invano furono ammonite di non porre il piede ove Omero lo aveva posto. Invano si disse loro che laddove Omero mosso da proprio furore corse con passo largo e spedito, questi all'incontro, avendo sempre l'occhio e la mente al cammino altrui, sembrano andare a stento cercando l'orme col bastoncino; anzi quanto più d'essere omerici si sforzano, tanto meno sono tali, perchè manca loro la libertà e maestà dello spirito, e la rassomiglianza viva, che sono d'Omero il pregio maggiore.

Io venni tratto un po' innanzi, e da un'idea nell'altra, da quel dover io rispondere a chi pigliasse esempio dai giornali francesi onde censurare le dottrine di alcuni distintissimi personaggi, che l'Italia ha ora in seno. Ma che chiamo io censura di dottrine? Si sono essi mostrati da tanto questi Signori, da condurre una soda e spiritosa discussione? Per me in quell'articolo, verbi gratia, che incomincia a foglio 192 quaderno cinquanta dello Spettatore, io non so vedere oltre ad una maniera buffonesca, altro che vilipendio, solenni e sfacciate calunnie, beffe insomma da ritorcere contro del beffatore. Le postille poi, sieno quelle, o non sieno venute pur di Firenze, superano ancor l'audacia del testo, e quelle pagine vengono a formare così un monumento di vera oscenità contro due celebri ingegni, meritevoli invece di tutti i nostri rispetti.

Il critico fiorentino ed il suo postillatore addurranno forse in iscusa, che i forestieri non hanno il diritto d'insegnarci nulla, e che siffatta loro presunzione è un attentato contro il nostro onor nazionale. Che gli Italiani sono risoluti di voler sapere che cosa significhi, nè la contemplazione dell'infinito, nè lo spirito delle leggi poetiche, nè la poetica del cuore, nè i fenomeni intellettuali, nè l'armonia delle nostre facoltà. Va benissimo, e gli Italiani stieno pure nella loro risoluzione, ma queste non sono ragioni che bastino al caso nostro, non giustificano dall'aver affibbiato spropositi alla illustre viaggiatrice, e dall'averla calunniata per poter trionfare nelle platee dei teatri e nei circoli dei caffè, di alcune parole un po' franche, ch'ella è venuta mescendo alle molte e sublimi lodi che largisce agli Italiani. Sieno le sue dottrine o non sieno intelligibili a noi, che sappiamo de rebus omnibus et quibusdam aliis, però sembrami che già ne fu presa testè in Italia una barbara e ben sufficiente vendetta, con quelle traduzioni che fatte se ne sono. Oh! quelle sì che richiedesi una Sibilla onde intenderle e distradurle nuovamente.

Il postillatore, che se la piglia così temerariamente pure contro di un uomo da lui gnoccamente chiamato uno spirito lemure inclinato ad inspirare paralogismi, sappia, se nol sa, ch'egli è pur desso un tale a cui la Germania concede il vanto del suo più acuto critico; che i suoi libri esigono in buon dato cognizioni precedenti a essere ben compresi, e fino senso poetico, e meditazione, e raccoglimento, e facoltà completa di studio in una parola; e se l'intrepido postillatore vorrà mai un giorno immischiarsi nelle altre faccende della letteratura, se avrà mai che fare coi Greci e coi Romani, ci capirà forse allora che quello scrittore non avanza una dottrina positiva che non regga all'esperimento delle già approvate erudizioni; che dopo letto lui, si può dire di aver letto del meglio che si abbia sul teatro degli Antichi, su quello degli Inglesi e dei Tedeschi; che posti a confronto con lui, il Quadrio non riesce più che uno scolastico catalogaio; il Brumoy un freddo e superficial traduttore; Signorelli un ridondante ripetitore, e che perfino l'immortale Barthélemy viene da lui sottoposto a più di una legittima censura[11].

Niuno vorrà più in Italia tradurre la Iliade ha detto la signora Baronessa di Staël. Questo vorrà è l'espressione ricevuta da Adamo in qua, per significare in simili casi che niuno dovrebbe volere. Ora a provare che la signora Baronessa siasi ingannata, basta egli forse di annunziare, come fa il postillatore in aria di trionfo, che tre letterati d'Italia si accingono pur ora a pubblicare le loro traduzioni, dopo quella del cavalier Monti? Questa mia osservazione non è mossa che dalla intempestività, o dalla mala fede di quella a cui serve di risposta.

Il postillatore che se la vien cavando con migliaia punti (sic) d'interrogazione e d'ammirazione, non sapendo che addurre di decisivo contro certe forti riprensioni che ci si fanno, esclama: dunque gli Italiani non sono meditativi, non sono inventivi, non hanno verità di concetti e di frasi? Ma per carità non le tocchiamo queste corde, e rechiamo piuttosto i monumenti delle recenti, originali nostre meditazioni, delle nostre invenzioni, della nostra profonda, sustanziosa eloquenza, oppure aspettiamoci che si risponderà alla risposta del postillatore, col solo toglierle il punto interrogativo. Sì, è vero, abbiamo battezzato noi La Grange e nostri sono Volta, Scarpa, Mascagni e Piazzi; a questi aggiungeremo pure Monti, Visconti, Verri, Pindemonte, Foscolo; ma bastano forse quei soli ai bisogni attuali del nostro incivilimento? Io per me ad essi ne appello, e sottoscrivo alla sentenza che ne daranno quei luminosi intelletti; essi, concittadini veri di quanti v'hanno in Europa insigni in tutte le altre numerosissime facoltà.

No, che non è già dotta curiosità, che spinse l'autore dell'articolo a visitare questa illustre Donna. Chi è mosso da una così nobile attrazione, trova presso di lei assai più motivi di ammirazione, che argomenti d'insulto. La signora Baronessa di Staël, che non ha la pratica di certe smorfie letterarie, e che riceve la gente con semplice e linda maniera, non avrà detto, v. g., al visitatore, voi mi sembrate uno dei barbassori d'Italia; o più verisimilmente egli, nel cospetto suo, non sarà rimasto contento di sè, e perciò si vendica di lei. Se avesse rinvenuto una forestiera circondata da un solenne apparato scientifico, e di tutti gli utensili di studio, che non avrebbe detto il signor Lepidino su la Femme savante? Ma essa non presta un siffatto appiglio alla di lui triviale ironia; essa è una di quelle poche anime che dallo studio traggono squisitezze di gusto nella vita abituale, e ride, e parla e va, e viene, come quelle che non fanno altro poi che ridere e parlare, e andare, e tornare; ma non perciò ella va esente da un nuovo motteggio del giornalista fiorentino, che cerca di voltare in burla perfino l'assoluta mancanza in lei d'ogni ridicolo e d'ogni caricatura letteraria.

I calunniatori della dottrina letteraria della signora Baronessa di Staël sul conto dei nostri sommi scrittori, non si sono presi la minima cura di serbare almeno qualche verisimiglianza. A tutti, letterati o no, io ne appello, a tutte le più distinte ed autorevoli persone, alle amabilissime donne, ond'ella e il suo nobile drappello furono qui in Milano circondati, e loro domando se essere possa verisimile, che dopo percorse appena poche miglia da queste mura, le si siano ad un tratto cambiate le idee, e se colei che si deliziava fra noi nel farsi recitare i migliori squarci di Dante, di Petrarca, di Tasso, ec., abbia poi dovuto respirare nelle aure della Toscana un tal ribrezzo contro ai medesimi, quale apparirebbe dalle sentenze che il giornalista le pone in bocca? Oltre che (lo ripeterei mille volte) vi ha sempre una mancanza di rispetto, o di riguardo almeno, nel citar le parole di una persona vivente e nel profittare, quasi per derubarle al di lei labbro, della sua facile accostevolezza, io che potrei qui ricordare più di un discorso di quella Donna molto lusinghiero per la patria nostra, e specialmente per l'attuale progresso dei lumi nella Lombardia, credo che sia molto più regolare e molto più inappellabile l'autorità degli scritti suoi. Odano dunque gli spassionati, odano pure i malevoli di lei, odano i pedanti, odano gl'ipocriti zelatori della gloria italiana ciò che i Padri della nostra letteratura diedero a quel suo ingegno e a quel suo armoniosissimo cuore, occasione di pensare e di sentire.

«Or dunque se caldi siete veramente d'amor di gloria, fissate con orgoglio il pensier vostro, su quei secoli che videro tra voi rinascere le arti. Dante, l'Omero dei tempi moderni, poeta sacro dei religiosi nostri misteri, tuffò il genio suo nello Stige per approdare all'inferno, e l'anima sua fu tanto vasta e profonda, quanto gli abissi da lui descritti. L'Italia, quale era nei giorni della sua possanza, tutta rivive in lui.

Posseduto dal genio delle Repubbliche, non men guerriero che poeta, egli accende tra i morti l'amor delle gesta, e le ombre sue animate sono d'una vita più gagliarda e più forte degli stessi viventi d'oggidì; le reminiscenze della terra le inseguono; inutili passioni divorano loro il cuore; esca, n'è il loro passato, che pure sembra a quelle anime meno irrevocabile ancora dell'eterno avvenire. Direbbesi che Dante esiliato dalla sua terra seco recò in quelle spiagge immaginarie le pene onde aveva il cuore straziato; chiedono ad ognora, le Ombre, novelle della gente viva, appunto come il poeta vien chiedendone della sua patria, e il profondo inferno si para a lui 'dinanzi come la regione dell'esilio. Un mistico incatenamento di cerchi e di sfere lo conduce dall'inferno al purgatorio, dal purgatorio al paradiso. Fedele istorico della propria visione, egli inonda di splendore i più oscuri luoghi, ed il trino mondo è completo, animato, brillante come un pianeta novellamente scoperto nello spazio. Al suono della sua voce tutto nella natura divien poesia; gli oggetti, le idee, le leggi, i fenomeni tutti concorrono a formare un novello Olimpo di novelle divinità; ma anche questa mitologia della immaginazione si dissipa, si annienta, come già quella del paganesimo, al disserrarsi del paradiso, oceano di luce, scintillante di raggi, di stelle, di virtù e d'amore. Le miracolose parole di questo altissimo fra i poeti fanno l'uffizio di un prisma dell'universo; tutti i fenomeni vi si riflettono, vi si scompongono, vi si ricompongono; i suoni imitano i colori, i colori sono fusi in armonia; la rima or sonora, or bizzarra, or protratta, or rapida sembra inspirata a Dante da una specie di poetica divinazione, ec. Il Dante sperava dal suo poema ottenere la fine dell'esilio; mediatrice ne invocava la fama, ma ci morì anzichè raccogliere la palma della patria. Oh! spesso la vita labile dell'uomo si consuma nelle traversìe...

Così pure il Tasso infelice, che gli omaggi vostri, o Romani, dovevano consolare di tante sofferte ingiustizie, il Tasso bello, gentile, cavalleresco, caldo d'ogni estro d'eroismo, e provando addentro quell'amore ch'ei cantava, toccò le mura vostre, come già i suoi prodi quelle di Gerusalemme, con rispetto e con gratitudine. Ma nella vigilia del di lui trionfo sel rivendicò la morte per una sua solennità; il Cielo è geloso talvolta della terra, e richiama i favoriti suoi dalle lusinghiere prode del tempo.

« In un più robusto e più libero secolo che non quello del Tasso, fu anch'egli il Petrarca, come già il Dante, valoroso poeta dell'italica indipendenza. Altrove non si sanno che gli amori suoi; il suo nome è qui onorato da più severe reminiscenze; la patria, la patria sua lo inspirò meglio ancora della sua Laura. Ei ridestò qui l'antichità, e lungi dal far ostacolo a più profondi studi, l'immaginazione, quella possanza creatrice, fe' ligio a lui l'avvenire, e molti arcani gli svelò dei secoli andati. Egli ebbe a provare che l'invenzione si soccorre assai del conoscere, ed il suo genio fu tanto più originale che, simile alle forze perenni della natura, ci seppe essere presente a tutte le età».

Questo aere puro, questo ridente clima inspiravano l'Ariosto; e egli apparve come un'iride dopo le lunghe vostre guerre; lucido e vario come quello messaggero del sereno, sembra egli scherzare familiarmente colla vita; la gaia sua amena leggerezza non è già l'ironia dell'uomo: è la festività della natura.

v Michelangelo, Raffaello, Pergolesi, Galileo, e voi intrepidi viaggiatori, avidi di novelle contrade, sebbene non possa la natura mostrarne a voi di più belle della vostra, congiungete anche la gloria vostra a quella dei poeti. Maestri nelle arti, Scienziati, Filosofi, voi, non meno di essi, figli siete di questo sole che ora svolve le immaginazioni, ora anima il pensiero, eccita il coraggio, vi concede il sonno in grembo alla felicità, e tutti i beni sembra promettervi, o farvi almeno tutti i mali obliare » i.

Forse li ha ella trovati l'illustre Donna questi concetti nel Vellutello e nel Landino? Forse nelle nostre storie letterarie? Forse il giornalista di Firenze e il suo corrispondente di Milano sanno parlare del bello e del sublime, e farlo altrui sentire, e investirne gli animi assai meglio di così?...

Mi sembra che possa trovare qui acconcio luogo un saggio di quella poesia, che, prescindendo da ogni ragione mitologica e di antica allegoria, deriva tutta la sua efficenza dai costumi, dagli affetti e oserei quasi dire dal sapore di quelle moderne età, che han pur tanto in sè di grandioso, di patetico e di risplendente. Io non dubiterei di recare codesto componimento ad esempio di perfetta lirica romantica; e se i pochi intelligenti davvero, perdonando ai rari nèi che vi s'incontrano, verranno in questa mia opinione, allora la chiarissima Autrice di questa ode avrà ella tra i primi dimostrata anche ai dì nostri, la verità di queste sue parole: «Mi pare che in un paese tutto poetico che vanta la lingua la più nobile ed insieme la più dolce, tutte tutte le vie diverse si possano tentare, e che sinchè la patria di Alfieri e di Monti non ha perduto l'antico valore, in tutte essa dovrebbe essere la prima.

 

Note

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[7] Quali fossero sotto i governi francesi che si sono succeduti, quei fogli pubblici che pigliavano pretesto dalle opere letterarie per deprimere la riputazione di queste persone, e se la critica ne fosse o no diretta da ben altre intenzioni è facile immaginarlo, trattandosi, a cagion d'esempio, degli scritti della Baronessa di Staël. No che quei fogli non dovevano perdonare alla figlia di Necker d'esser divenuta in Europa un individuo così efficace a favore dell'incremento sociale. Gli articoli d'esso giornale erano i precursori di quei terribili chirografi ministeriali, contro cui non valse poi nè ragion, nè giustizia, e che costrinsero la intrepida donna a fuggire di terra in terra; e se il suo esilio sembrò piuttosto un trionfo dovunque ella compariva, ciò provenne da quel diritto di universale cittadinanza che dànno, dopo l'invenzione della stampa, il coraggio del vero e lo zelo della dignità umana.

[8] E ciò vedrassi ben tosto nelle battaglie cui darà luogo ancora questa scissura d'opinioni; e il tono che adotteranno i Francesi sarà ben oltre il puro letterario; e li vedremo risentirsi amaramente gli uni, e dar fondo gli altri a tutta quanta la loro artiglieria di spiritosi sarcasmi, et flétrir par le ridicole ciò che perderanno la speranza di abbattere colle ragioni; ma neppure ciò basterà loro, cred'io, e saranno tanto ingenui dal finire coll'intimarci l'imitazione esclusiva di quel loro Gran Secolo di Ludovico XIV, il solo che potè produrre (a sentire gli attuali loro classicisti) les écrivains du premier ordre. Vedilo, tosto, lettore, se la nostra previdenza era giusta; cui cade or ora sott'occhio un libro uscito di fresco in Parigi col titolo l'Anti-Romantique [di Saint-Chamans] I, e che potrebbe forse intitolarsi, o almeno aver per epigrafe, il n'y a de l'esprit que pour nous et nos amis. Il libro è tutt'altro che spregevole, e ripete veramente anche molte buone cose; ma osserva ti prego a che, da un punto veramente letterario e speculativo, l'autore si lascia condurre, ... ie ne comprends jamais les femmes dans mes hostilités: ... ie me plais à rendre justice aux Allemandes, dont ie suis disposé à penser tout le bien possible, si elles ressemblent, généralement, à celles que ie connais. J'en ai vu qu'à l'élégance de leur mise, aux charmes de leur figure, à la grâce de leur tournure, l'agrément de leur esprit, le naturel aimable de leur politesse, j'aurais prises pour des Françaises... Peut-être ces beautés étrangères seront-elles peu flattées de cette façon de les louer; mais ie leur avouerai que si je connaissais une manière de faire un plus grand éloge d'une femme, ie l'aurois employée. - E dopo adoperati tutti gli argomenti e le industrie finiranno pure in concludere anche così, d'ogni loro letteratura classica. Perciò, torno a dire, il loro esempio è di poca autorità nel caso nostro.

[9] Che la Romantica sia per sè un solenne genere di letteratura, non è più da porsi in dubbio; resta da desiderarsi tuttavia una più completa e meglio definita Poetica di esso genere. Io credo che questa sia opera da tentarsi con maggior successo in Italia che altrove, come lo farò ben tosto sentire. Intanto cade qui in acconcio di riconoscere siccome il Gravina non dubitò di rivendicare le qualità epica ed eroica al genere Romantico. Ei dice: è invero cosa assai strana, che per sostenere un precetto d'Aristotele, o dagli altri male inteso, o da lui confusamente spiegato, ci riduciamo a credere per narratore chi narra poche cose ridotte ad una, e non chi ne narra molte e principali... Noi nell'epico genere anche abbracceremo que' poemi eroici, che per essere di varie fila tessuti, comunemente s'appellano Romanzi... Epico altro non significa se non che narrativo; perchè non sarà epico egualmente, anzi più, chi un volume di molte imprese grandi espone?... Perchè non sarà tanto epico, per cagion d'esempio, l'Ariosto, quanto è storico Tito Livio? Forse perchè Omero della guerra troiana quella sola parte ha voluto descrivere che nacque dall'ira d'Achille, sarebbe stato meno epico se quanto in dieci anni avvenne di quello assedio avesse narrato?... E benchè sembri anche a me sommo artifizio il dilettare ed insegnare con una impresa di proporzionato corpo, che diramandosi in molte azioni, pur poi si riduca e raccolga in una come più linee ad un medesimo centro concorrono, ad imitazione dell'Iliade; pur non so perchè usa poeta narrando cose verisimili, e con vivi colori rassomigliate, ma diversamente ordite o senza tale artifizio inventate, non debba riputarsi epico e narratore: poichè siccome le cose in natura possono variamente succedere, così dev'essere lecito variamente inventarle e narrarle, o secondo la loro unità, o secondo la loro moltitudine. Onde io... nemmeno il romanzo dal poema so distinguere... le quali narrazioni per nome aggettivo chiamavano romanzi, sottintendendovi il nome sostantivo di poemi... ma sia pure in loro arbitrio il nome perchè non separino la sostanza; se pur con maniera strana d'intitolare non vogliono dare il nome d'eroico a quel poema ove fa la principale azione un solo, e negarlo a quello dove per avventura molti principalmente operassero - ivi, § XIV. Questo carattere dell'unità di soggetto, combinato colla varietà di personaggi principali e commendato dal Gravina, lo hanno comune cogli Epici nostri i Romantici settentrionali Shakespeare e Schiller nella tragedia; or ecco un altro carattere romantico non men distintivo ed insigne, e che il Gravina, da quell'ingegno svincolato ch'egli era di spesso e generoso, piglia ugualmente a giustificare. La mescolanza discreta di varie persone introdotte dall'arte siccome rassomiglia le produzioni naturali... così non è sconvenevole alle eroiche imprese... et a qual si voglia eccelsa azione d'illustre padrone sia involta l'operazione dei servi, questi colla bassezza dello stato loro non tolgono grandezza al fatto... A tale varietà di persone e diversità di cose, vario stile ancora, e tra sè diverso conviene... ed in vero muove compassione l'affanno che molti tollerano in cercando che nota convenga al Poeta epico; se la grande, la mediocre, o l'umile, per dar qualche uso ai precetti che si ascrivono al Falereo, « e che per lo piú s'abbracciano per legge di natura universale... ». Se alcun Poeta epico italiano mantien sempre locuzione e numero eroico, sarà lodevole, purchè imprese ed atti e persone eroiche solamente rappresenti, ma biasimevole se mutando alle volte le persone e le cose non cangiasse con loro anche lo stile... con ciò non solo nulla perde di grandezza, ma ne acquista maggiore di chi le descrive in generale ec. ec. ec... Ivi, § XVI.

[10] L'immagine presa una volta dall'originale della natura quanto ritraendosi per varie menti trapassa, tanto più si va dileguando, e più gradi va perdendo di verità e di energia... onde chi più legge, meno talora impara, se quel ch'è scritto non riscontra con quel che nasce sotto i nostri occhi ogni momento. Gravina, § XVIII.

[11] Ho fatto ricerca di giornali letterari milanesi usciti dopo la traduzione di Sofocle del Sig. Felice Bellotti, nei quali un lavoro così grave e che onora per tanto gli studi di questa metropoli, fosse chiamato a quel profondo esame che ben si merita: nulla ho rinvenuto di proporzionato alla pubblica aspettazione, e al decoro di quel libro; mi fu detto essersene occupati alcuni giornali della Toscana; non mi pare che quest'opera interessasse così poco la storia letteraria della Lombardia da doversene cedere l'apologia agli emuli delle altre province d'Italia.

 

 

Indice Biblioteca Le rovine di Diodata Saluzzo  Parte prima del discorso

© 1996 - prof. Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 26 maggio 2004