Ludovico

Arborio Gattinara di Breme

Figlio

 

Intorno all'ingiustizia

di alcuni giudizi letterari italiani

Discorso

 

 

 

Edizione di riferimento:

I manifesti romantici del 1816 e gli scritti principali del «Conciliatore» sul Romanticismo, a cura di Carlo Calcaterra, Unione Tipografica Editrice Torinese, Torino 1951

 

 

INTORNO ALL'INGIUSTIZIA

DI ALCUNI GIUDIZI LETTERARI ITALIANI

 

Or superbite, e via col viso altiero

Itale genti! e non chinate 'l volto,

Sì che veggiate 'i vostro mal sentiero!

Purg., Cant. XII, v. 70.

 

Se mai per cagion di lettere e di studi siasi alzato un incomodo sussurro, egli è quello cui hanno dato motivo alcuni tratti in apparenza un po' acerbi diretti a noi da una penna molto celebre in Europa [1], e di cui si inorgoglia con gran ragione il Sesso più amabile. Che questa penna potesse scrivere delle parole contumeliose e ingiuste contro gl'Italiani, anche prima di leggere quegli scritti nei quali le si son volute rinvenire, io non lo avrei creduto; dopo letti, dico assolutamente e mantengo ch'elle non vi sono; che la gloria italiana non è in essi nessunamente offesa; che noi non siamo tacciati da questo gentile Spirito nè di volgarità nell'ingegno, nè d'incapacità di segnalarci fra le nazioni, nè ci si contendono le remote glorie dei nostri Avi; bensì alcuni consigli vi raccolgo contro i quali non basta già ribellarsi, nè sfogarsi in querimonie, od in magnifiche esaltazioni, di noi medesimi, a provare che sieno superflui, non che pericolosi. Falso egli è che per quei consigli noi venghiamo stimolati a ricopiare gli estranei nelle loro letterature; ci si stimola a conoscerle, ch'è ben tutt'altro; ci viene modestamente suggerito di entrar con tutte le civili nazioni in commercio quotidiano d'idee e di lumi, possentissimo espediente onde riacquistare anche noi, per emula gara, una qualche lodevole originalità, lungi dal farci perdere l'attuale, ove mai di attuale ne avessimo. Non sono già le traduzioni assennate, imprese coll'intenzione di fornire agl'Italiani nuova materia ognora di studio e di meditazione, e condotte in tutte le loro parti con una profonda intelligenza delle due lingue, non sono queste le traduzioni pericolose; pericolosa, funesta, corrompitrice d'ogni carattere e d'ogni fisionomia nazionale è quell'altra continua e inosservata traduzione, e diciam pure imitazione, che, senza che altri ne la consigliasse mai, noi andiamo facendo da tanto tempo dei libercoli, dei modi, dei tratti, delle fogge forestiere; quelle sono che invadono presso che inavvedutamente il pensiero, i sensi, e quindi adulterano l'indole degli Italiani.

Fermo io in queste persuasioni, mi accingo a palesare alcuni miei liberi sensi contro l'importuno zelo di quei difensori della gloria letteraria italiana, i quali v'ha chi teme che invece di risarcire l'onore degli studi nostri, abbiano oramai preparata ai censori dei medesimi una troppo miglior causa che non avevano innanzi per le mani.

Sarebb'egli mai accaduto di questa santissima fiamma del patrio amore ciò che spesso veggiamo di tante altre nobili passioni? Elle degenerano nel cuore di certuni in furore sconsigliato e pernicioso; talvolta elle servono di pretesto e di maschera a cert'altri onde coltivare il proprio utile ed arrivare, per vie in apparenza onorate, a dei privati loro intendimenti; alcuni afferrano siffatte opportunità di rendersi pure in qualche modo, se non insigni, almeno percettibili; e siccome fra tutte le virtù sociali la divozione del comun Nome Italiano, sotto qualunque forma ella si mostri, è la più universalmente acclamata, così l'ostentarla potrebbe perfin divenire un espediente a cui ricorressero, prima degli altri, quelli che avessero bisogno di ribattezzarsi all'onore fra i loro concittadini. Questi ben evidenti pericoli fanno stare tuttalmeno in sul sospetto, e non permettono più che ad ognuno che vocifera Italia, Italia, si esclami tosto, oh! vedete che ardente figlio la patria ha in colui! che sincero e valoroso mantenitore delle sue prerogative!

Ma egli è sopratutto contro il malcostume di certi giornalisti letterari d'Italia ch'io spargerò amare parole, e spero farlo coll'approvazione dei buoni e gentili e liberali ingegni, e che più di tutti mi sieno grati quegli altri savi ed urbani compilatori di fogli periodici, i quali formano per sè una manifesta eccezione da quelli di cui intendo ferire qui o la sguaiata oltracotanza, o anche la semplice inconsideratezza.

E per incominciare aldirittura da quest'ultimi, che compongono la classe meno riprensibile dei zelatori importuni, io oserò dir loro fin da principio che assai più di lode e di gloria torna al nostro paese e agl'ingegni nostri, da un'ardita confessione de' nostri vizi, se ne abbiamo, e dell'attuale nostra inopia letteraria, ove mai vera essa fosse pur troppo, che non da tutte queste ipocrite compiacenze dei meriti nostri. I nomi dei più acri e più veementi censori dei nostri studi domestici o dei costumi nostri in ogni età, sono pure i nomi ad un tempo di altrettante persone chiare per lo più nei nostri fasti letterari o patriottici, e da essi tragge qualche gloria l'Italia, non dai risentiti loro persecutori; chè anzi la memoria di questi adulatori dei paesani coetanei, i quali avranno alzato un farisaico grido di scandalo contro i più veridici e severi amanti della patria, è perduta.

Saria pur tempo di cessare dal contrapporre ai presenti rimproveri che riceviamo, i meravigliosi successi dei Padri nostri. Tempo sarebbe di entrare una volta nell'intima ragione della disputa che vogliam ad ogni costo sostenere, e di ben afferrare l'essenza ed il sostanziale punto della quistione. Siamo accusati di non contribuire per nulla al progresso attuale della filosofia razionale e morale, e alle sue più sicure e luminose applicazioni; accusati siamo di non anelare a tutta quella meta di perfezionamento (che vuol dire di semplificazione) delle teoriche nostre, cui toccano già da vicino alcune altre genti... e noi invece rispondiamo che Galileo, che Machiavelli, e forse, che il Castelvetro, di queste cose ne seppero più di tutti dei tempi loro.

- Siamo pregati di restringere in numero le nostre cantilene, e di estendere invece la poetica nostra, di ringiovanire un po' l'estro italiano, di essere noi gli Aristoteli dei tempi nostri, e d'imitare, piuttosto che scimiottare, la spontanea concitazione degli antichi; e noi rispondiamo che oltre il Dante, il Tasso e l'Ariosto, l'Italia può far pompa di ben una trentina di poemi epici; che abbiamo un'Arcadia madre, mille seicento colonie pastorali, la poetica del Menzini e del Minturno e una sterminata biblioteca di rimari e rimerìe. - Ci si rimprovera di non avere peranco adottata la grammatica intellettuale d'Europa, di cui gettò le fondamenta Bacone, e che per opera dei Locke, Condillac, Du Marsais, Bonnet, Smith, Dugald-Stewart, Degerando, Tracy, Prévost; non meno per quella dei d'Irwing, Kant, Jacobi, Fichte, Ancillon, ec. ec. ec., è divenuta la miracolosa chiave d'ogni sapere; e noi, a questa parola di grammatica, diamo tosto solennemente di piglio a Salviati, a Buommattei, a Cinonio, a Corticelli; invece di nominare per tutti quel veggente e assennato Padre Soave, che trasse dalle fonti il dritto positivo, dirò così, della nostra lingua, e fu d'altronde infaticabile traspiantatore in Italia di tutti i fondamentali moderni insegnamenti, e da cui solo abbiamo fin qui una utile biblioteca pedagogica. Si tratta in somma di adattare l'espediente meccanico della favella, le articolazioni, e, s'è fattibile, le fogge italiane a quell'idioma universalissimo, carattere distintivo del secol nostro, che lascia a mille miglia indietro tutte le geroglifiche intarsiature di parole, e i nostri buratti, e i setacci; e noi invece siam fitti in questo bell'impegno di voler che la favella materiale serva anzi d'invariabile misura ai concetti, e che le parole divengano a vicenda, or laccio, or eculeo [2], ed ora pastoie delle idee

Le persone che applicano il loro intelletto nel riandare cose già per lo più sapute o non rilevanti da sapersi, e che se le fanno passare in un'unica loro sustanza, pel solo motivo ch'elle sono scritte in quella lingua da essi tenuta per magistrale; che mostrano di non intendere siccome le variazioni dei tempi generano variazione nel sentire e nel pensare, e che queste hanno da impressionare le favelle; queste persone, no che non avrebbero da voler esse decidere, a qual grado di filosofia pervenuta sia fin qui la letteratura d'Italia; mentre è già deciso invece che esse sono che rendono la dottrina nostra così tardigrada e stagnante. A sentirli, costoro, non è più lecito mostrare un'idea nuova fra noi, oppure si cessa di essere buoni italiani; dapprima essi muovevano la guerra ai vocaboli soltanto, e perchè non intendevano le idee nostre, volevano ad ogni modo che per amor dell'Italica le vestissimo di parole loro, che non ci avevano nulla che fare insieme; ma oggi dànno assolutamente il bando alle idee e ai sensi più genuini e più legittimi, e per poco che abbiano in sè di lume queste idee, di sustanzioso e di nuovo, tosto elle putono loro di anglomania, di gallismo, di germanismo e ti dicono in faccia, o ch'elle sono avvedimenti nostri, e conviene darne gloria a fra Giordano, al beato Jacopone, od a chi spetta di quegli spiriti magni: o pure si tratta di ritrovati forestieri, e l'Italia non se ne ha che fare, e chi è buon figlio dell'Italia deve anteporre le bugie nazionali alle verità d'oltramonti e d'oltramare.

Noi siamo gente tutta ingegno; abbiamo splendore e vastità d'immaginazione, fermezza nei propositi, profondità nei ragionamenti... eh! chi le niega codeste madornali verità? Non è certo mestieri assottigliarsi molto in dimostrare l'eccellenza della tempra italiana. Vien posta in questione non già l'indole nostra, non è posto in dubbio se siamo naturati a far molto e al far bene; bensì vi ha sospetto su l'attuale nostra volontà, sull'energico uso di questi nostri mirabili pregi; ci si chiede conto della direzione utile od, inutile o perniciosa che per noi si è data nelle diverse età alla cultura e alla disciplina delle menti nostre. Inerti siam noi, molli nel culto del vero e del sublime; svogliata è attualmente l'anima italiana; il tormentoso amor proprio soltanto è desto più che mai. Perciò invece di drizzare ad alte mire le nostre intenzioni, più comodo ci sembra di magnificare le frivolezze intorno a cui spendiamo la vita nostra letteraria. Niuna insistenza nella meditazione; niun sincero fervore del bello, dico del bello non artifiziale; niuno studio profondo sulle idee e sull'uomo; appena sono intesi da noi, e meno si pensa a tradurre gli scritti di quegli uomini che senza dubbio precedono colla fiaccola in mano, alla generazione tutta d'Europa sulle tracce lievemente segnate da alcuni nostri maggiori, e più profondamente ormeggiate poi dal Verulamio per una parte e da Leibnizio per l'altra. I nostri studi sono di bibliografia, di cartolari municipali, di parole e modi toscani, quali ne li forniscono i secoli parolai; che troppo mal si conosce ancora l'idioma di Dante, di Petrarca, di Machiavelli. In somma questi uffiziosi campioni della maggioranza italiana escludono per lo più dalla sfera delle nostre indagini tutto ciò che non sia ben circoscritto già e determinato da qualche Autorità, segnato di formule, registrato nelle rubriche della consuetudine. E perchè mi sono lasciata correre dalla penna questa taccia d'indolenza e di pigrizia contro di noi medesimi, voglio che l'imparziale mio lettore osservi siccome io piuttosto la ripeto, anzichè essere il primo a produrla. Dessa trovasi frammischiata in mezzo a quelle tante dolorose ferità, che l'intrepido Baretti, da quell'uomo probo ch'egli era, non dubitò di far sentire all'Italia; fosse piaciuto al destino protettore delle nostre lettere, che quell'inesorabile nemico delle mediocrità e dell'impostura non avesse di frequente scompagnata la forza de' suoi ragionamenti dalla imparzialità e da una più mite critica! E di fatto, dice Baretti, chi mai ha in così dirotto modo moltiplicati fra noi gli imitatori servilissimi dello sfibrato e abbindolato scrivere dei cinquecentisti, e chi ce li fa credere il non plus ultra della perfezione in ogni genere, se non la somma pigrizia di mente che fra noi regna? Chi mai, se non questa pigrizia, ne fa tanto dire e ripetere e poi tornar a dire e tornar a ripetere che noi abbiamo sovranità letteraria sopra tutte le nazioni, e che tutte le moderne nazioni devono a noi tutto quello che sanno? Chi altri se non questa brutta pigrizia ha dettate le Memorie Istoriche al ec. ec. ec., le poesie piace,voli al Baretti, e tant'altri frivoli ed insulsi libercoli, librottoli e libracci a tanti altri nostri odierni scrittori? Chi in somma ha procacciati tanti encomi in iscritto a tanti nostri Etruscai, Ditticai, ec. e a tanti Versiscioltai e Sonettanti e Canzonisti, e quel ch'è peggio ai nostri Goldoni e ai nostri Chiari, se non questa maledetta maledettissima pigrizia, che resa Signora, anzi tiranna delle menti nostre, non ci permette di durare quella fatica di studio e di meditazione, che debbe assolutamente essere durata da chiunque presume adoperare la penna [3]?

Il peggio si è che tutti questi inceppamenti del pensiero ond'è irto oggimai il campo degli studi, tutte queste Rabbinerie sono di spavento a molti giovani ingegni, che la natura chiamerebbe pure per quella strada, e sono un noiosissimo e funesto intoppo a quelli che vi si avviano. Quanti studiosi uomini passano i giorni, i mesi, gli anni nel compilar zibaldoni di frasi e di modi per ogni occorrenza avvenire! spendono essi la più verde gioventù nello ammonticchiare Nomi, Date, Autorità; alla perfine si vuol pur pure sfoggiarli questi ammassi erculei, ed è allora che si fanno libri. Il concetto sustanziale di questi libri, e tutte le idee che ne hanno da formare il corpo, non sono già l'oggetto primario, nè essere lo possono, d'un siffatto meccanismo; ma tutt'anzi ed invece, le idee ci fanno una figura ipocrita, e prestano servizio alle parole, e sono chiamate in grazia di quelle, e perciò vi stanno poi così manifestamente a pigione. Ma fossero almeno con tutta fedeltà espresse: oibò! si dice un po' di più, un po' di meno di quanto s'avrebbe a dire; si sta a fianco soltanto della propria idea; le si batte d'intorno, la non s'imperna mai, la non si rende mai insigne, e molto meno si colorisce il proprio concetto, perchè vero e genuino concetto non vi ha. Davvero, non c'è libro scritto di questi odierni coetanei di Boccaccio, che in fatto di gusto, di modi e d'urbanità non sia zeppo di pretti anacronismi. Ah! ch'io temo sia, purtroppo vero che noi da lunga stagione cessato abbiamo di pensare nella lingua in cui scriviamo, e perciò appunto che non pensiamo più in una lingua completa, nostra ed omogenea, noi pensiamo confusamente, indefinitamente e al più eruditamente, ridotti così a far tesoro di cose accidentali, di notizie positive, invece di nozioni essenziali. Vincenzo Gravina, quel ritrovatore d'uno stile così efficace e così insegnante; quell'uomo sì spesso avverso ai pedanti, i quali nulla meno se lo rivendicano perchè non sempre lo intendono, Vincenzo Gravina ebbe a dire, questa lingua comune, che il nostro Dante prese, per così dire, fin dalle fasce ad allevare e nutrire, sarebbe molto più abbondante e varia, se 'l Boccaccio ed altri di quei tempi, ai quali fu da Dante lasciata in braccio, l'avessero del medesimo sugo e col medesimo artificio educata; e non l'avessero dall'ampio giro, che per opera di Dante occupava, in molto minore spazio ridotta. Poichè essendo la lingua prole ed immagine della mente e nuncia degli umani concetti, quanto piú largamente il concetto si distende, piú la lingua liberamente cresce ed abbonda [4].

Ma ch'io comprenda ora nel mio discorso quei temerari e calunniosi Aristarchi senza missione, quei provocatori sconsigliati d'alcuni sublimi ingegni forestieri. L'Italia li ricusa per suoi campioni, coloro che scendono nell'arringo armati, sotto l'usbergo, da traditori, e fasciati il petto d'una vil maglia, che li rende impuni; perchè io assomiglio alla maglia d'uno sleale aggressore quella troppo comoda oscurità sotto cui si ripara un anonimo Zoilo; e chiamo avvedimento da traditore quell'industriarsi egli di irritare la nostra coscienza patriotica contro alcuni ospiti ragguardevoli, fingendo colloqui, immaginando scene, apponendo loro parole contrarissime ai loro sensi più solènni e ai loro ben più ponderati giudizi.

A qual segno non si è giunti d'arbitrario abuso della stampa? Dunque il paese che di tutta Europa, se la Spagna ne traggi, è forse il meno cospicuo oggidì per varietà e solidità di studi veramente esemplari, quel paese ha da formicolar pure di giornali dommatici, di sicuri giudici, d'intrepidi Quintiliani! Forse perciò appunto che la vena dell'invenzione è secca per alcuni momenti, o serpe nelle secrete viscere degli ingegni, i giornalisti, gente sapientissima in ogni tempo, si argomentano di risarcire l'Italia in questo frattanto coi loro vederi e saperi e motteggiari?... Perchè mai la professione delle lettere non è ella una prerogativa dei soli animi gentili, dei soli spiriti educati? Si potrebbe egli dare mai una più plausibile restrizione alla libertà della stampa? Chi viene da Costantinopoli ci racconta che quei timidi Governanti guardano sospettosamente ad ogni sillaba che si avvia alle officine tipografiche, e ad ogni scroscio d'un torchio degli stampatori paventano non forse sia il trono che scrosci, o la moschea. Oh! che troni dunque, che moschee, se a farli sussistere è di mestieri tener lontano il perfezionamento delle idee! A noi, per la simpatia che i nostri Governi provano colla ragione e colla verità, è conceduto un liberale uso della stampa, e sia benedetto chi mantiene illeso un sì efficace mezzo di sociale incremento: ma un liberale uso significa forse un uso libertino, screanzato, e tale che ne discapiti la nominanza dei nostri costumi e della nostra gentilezza?

Gli scrittori manifatturieri di critiche e di censure, li abbiamo sempre veduti accattar volentieri delle brighe, e provocare tutta specie di persone. Quel privilegio che si arrogano essi di ripararsi coi loro segreti divisamenti, colla loro svenevole ironia sotto l'ammanto cattedratico, lo dovremmo tenere in conto di una vera calamità nella Italia; e perchè il vizio è antico fra noi, quanto la generazione di questi faccendieri letterari, perciò scontiamo, da lunga pezza la colpa di averli sopportati, con una dolorosissima pena, intendo la opinione poco buona che corre dei fatti nostri al di fuori, in genere di maniere e di cortesie letterarie. Mi si dirà che i giornali non hanno più tanta autorità che basti... la dovrebbero avere, se presso di noi queste professioni non andassero in total corruzione. Qual è oggimai il colto popolo d'Europa, cui non debba stare a cuore, e non abbia ragione di esigere che i critici fogli dettati nella sua terra portino religiosamente l'impronta nazionale in genere di scienze, di gusto e di costumi? Bella cosa veramente sudare e spasimare cotanto ond'essere creduti pratici meglio di Marco Tullio dell'urbanità latina, e non mostrarne poi di contemporanea! S'ha un bel dire, ma codesti scritti è indispensabile che rappresentino con fedeltà il più alto grado del nostro buon senso, e che segnino allo sguardo degli altri popoli il punto più inoltrato dell'incivilimento fra noi.

Molti giornali è vero non serbano più efficacia nei nostri paesi, perchè conosciamo bene d'onde ebbe ognuno di essi le mosse, di quali artifizi e gherminelle si soccorrano, e insomma a qual maniera di mariuolerie letterarie servano spesso di puntello e prestino ricovero. Ma gli estranei li conoscono essi questi espedienti di pochi fra gli Italiani? E se è vero che ingiustamente romoreggi mala voce di noi negli altri paesi, se è vero che vi si afferri con maligna compiacenza ogni opportunità di morderci, domando io se tutte queste inconsideratezze, o freddure, o villanie, di che riboccano certi articoli di certi fogli, non andranno esse confuse in quella storta opinione, colla idea di carattere, di gusto, di educazione nazionali?

Si avviano, a cagion d'esempio, per la nostra penisola alcune persone precedute da una riputazione europea. L'Europa non istarà già attenta alla accoglienza che farem loro (giacchè l'Europa, diciam noi, non rende una filiale giustizia alla madre Italia) per riconfermarsi nella sua stima di queste persone, o per ritoglierne loro porzione; l'Europa invertirà piuttosto l'ordine del giudizio, e dall'accoglienza argomenterà del nostro ingegno attuale, della nostra filosofia, e, quel che più monta, della nostra costumatezza e bontà. Fosse pur vero che invece dei giornalisti senza missione toccasse a quelle persone che formano il meglio di Milano, di Firenze, di Torino, di Genova, ec., di raccontare l'impressione che hanno lasciata di sè qua e colà questi nobilissimi perlustratori di popoli e di regioni! Direbbesi quindi a Londra, a Parigi, a Berlino, a Dresda, ec., che una gentile ospitalità ottengono puranco sotto ai nostri cieli gl'ingegni tutti, e più se più distinti; che lo schietto aperto cuore della gente che vi abita, che la festiva nostra poetica fantasia si fanno i primi ad incontrare chi ci viene a conoscere, e poi la ragione armata di sottile discernimento, ma non iscompagnata mai da una ospitale riverente modestia, li interroga, li ascolta, li intende (perchè ove mai non li sapessimo intendere, guai! alle nostre censure colla manìa nostra d'insegnare tutto a tutti) e dimostra loro bel bello e senza risentimento, siccome non è tanto vero che i pregiudizi nazionali sieno irradicabili d'infra gli Italiani, quanto è vero che i pregiudizi nazionali de' forestieri prestano ai nostri troppo di corpo, li ingrandiscono a dismisura, e quindi solo avviene che i pregiudizi degli Italiani traggono a sè la maggiore avvertenza di chi ne prova degli altri.

Ma in luogo di rendere a noi questa pura giustizia, udite cosa io mi figuro ci si dirà dovunque arrivino alcuni fogli di siffatti Zoili: « Ma non è questa, Italiani reverendissimi, la terra dove riposano le incorruttibili ossa di quel miracoloso uomo Messer Monsignor Giovanni della Casa, maestro d'ogni bella creanza? Già è potuta dunque svanire la vostra religione per quel suo molto bellissimo Galateo, e voi altri superiori in tutto di tanto ai Francesi vi dareste ora piuttosto al turlupinare, come fanno essi, che hanno spirito di farlo? Il galateo! il galateo! Si sa che se avvi civiltà nel mondo, ella è tutta e soltanto originata da quel libro, ma ecco anche in ciò, Italiani, quel vostro solito peccato; le scienze tutte erano invenzioni vostre non meno, ma ben tosto ne cedeste l'uso, l'esercizio e le applicazioni ai vicini. Le scienze ebbero in diebus illis nido fra voi: chi vel contende? ma quasi non vi accorgeste di averle partorite, e fu soltanto dopo alcuni cent'anni che, accolte, cresciute, educate da noi, invidia ve ne punse e bello vi pare oggidì di poterne rivendicare i diritti paterni. Via, se i padri siete voi d'ogni sapere, quelli che oggi professano e scienze ed arti, voi li dovreste accogliere festosamente, come amorosi avoli fanno ai loro pronipoti e stringerli al seno. Andatevi pur consolando, Italiani, col pensare che il conoscere, l'antivedere, il ragionar forte e profondo, in chiunque si ammirino ai nostri giorni, sono pur sempre vostri pregi, e soltanto vostri; ma riconoscete ad un tempo che quelle maniere beffarde, e quei tratti villanzoni contro i gentili spiriti peregrinanti nelle vostre contrade, non sono punto in armonia colla amorevolezza e coi miti sensi, che ognuno vorrebbe pur trovare sotto que' vostri splendidissimi soli, e che spirar dovrebbero da quei molli favoni, che vi orezzano intorno e vi blandiscono la vita, e vi educano i cedri e gli oliveti perpetui. L'Europa è innamorata del profumo che manda il vostro suolo; le vostre rive suonano d'una melodia che fa irresistibile invito ad approdarvi: archi, statue, obelischi vi rendono contemporanei dei più leggiadri e più colti secoli andati e quasi tanti benigni indussi non bastassero sopra le indoli vostre, vi lampeggia intorno dal guardo delle vostre donne, e tenta d'inclementirvi il cuore, il più fulgido, il più persuasivo sorriso. Voi Italiani reclamate oggidì anche il vanto di essere sempre stati i più giusti dispensatori di gloria e di corone; noi vel crediamo. È vero che cacciaste Dante in esilio; che fu a Petrarca dura matrigna la patria; che Ariosto fu ridotto a vivere di pochi baiocchi; che i pedanti nella morale e nelle lettere, trassero l'adorabile Tasso alla disperazione. È vero che Galileo e Machiavelli furono sospesi alle carrucole; arsi Marc'Antonio De Dominis, Aonio Paleario, Arnaldo da Brescia, ec. Che da pochi giorni appena si tornano a nominare presso di voi con giusto orgoglio i Cesalpini, Cavalieri, Torricelli, Castelli, Corelli, De Marchi, Bianchini, Vico, Fra Paolo, ec. Ma noi coteste bagatelle le abbiamo poste in oblio, pensando invece ai sommi onori di cui foste in contraccambio cortesi e il siete tuttora molto, ai Beati Jacoponi, ai Fra Guittoni, ai Cavalca, ai Passavanti, ai Boni Giamboni, ai Dini, ai Ricordani Malespini, ec., e ai seicent'altri cervelli di quella forza, e pensando al pacifico possesso di gloria onde circondaste ognora quei casti novellieri, che sciolsero al bel mondo di Italia lo scilinguagnolo, e i Bembi, e Buommattei; e Sperone Speroni e Salviati e Bastian de' Rossi e Domenichi e l'evirato Castiglioni, ec. Pensando finalmente che se deste ai sommi vostri Dante, Petrarca ed Ariosto tristi e tribolati giorni, ne rivaleste pur degnamente la memoria, deputando i Danielli e Gesualdi e Giambullari e Vellutelli e Landini e Simon Fòrnari e Orazio Toscanella a derivare dagli scritti loro la più pura fonte di gusto e le più recondite norme e se il Tasso campò tanto da salire trionfalmente le vette del Campidoglio, venne poi Paron Goldoni che a risarcirnelo lo sollevò a paro dei suoi nobilissimi Florindi. Direte forse, Italiani cari, che di tutti questi a cui foste e siete cortesi dei più insigni onori, niuno era forestiere all'Italia, e che trattasi qui di tutt'altro caso... Eh! che la vostra cortesia non era nazionale soltanto, ella era umana in dirittura, ella era cortesia veramente ecumenica, e di fatti fra quei forestieri a cui largiste pure il privilegio del quindi e quindi, non brillano forse di luce più solare, a cagion d'esempio, Monsù Menagio, e quell'ameno abate Desmarais, à cui fu conceduto di toccare il frullone della sapienza, e di sedere, per Bacco! ove già il sublime 'Nferigno e lo Infarinato sublimissimo? Forestieri sono pure all'Italia Locke e Condillac, e non per questo vi arrossite di non saperne punto più in là di loro in fatto di scienze intellettuali, e sia che poco intendiate quegli studi, o poco ve ne curiate, incontrastabile egli è che mentre già contate la quarantesima edizione di Metastasio, avete ancora da imprenderne una, una sola completa del vostro Genovesi. Forestieri sono Ugo Blair, Batteux, La Harpe, dai quali visibilmente attingete tutti i precetti e le norme vostre, a malgrado del vostro Quadrio e di Monsignor Crescimbeni e del Minturno e del Muratori e del Corticelli e di centomila venerandi aristotelici, che non intendevano Aristotele, perchè Aristotele, che aveva ingegno a macco, non fu aristotelico giammai. Forestieri finalmente Mérian, Roscoe, Ginguené, Sismondi, Laugier, ch'ebbero la tracotanza di raccontarvi a fondo i fatti vostri, e d'infondere vita e leggiadria molta a un corpaccio, che mercè de' vostri compilatori, razzolatori, catalogai, s'assomigliò troppo fin qui a un colosso è vero, ma elefantesco e cadaverico ».

Ora confesso che un siffatto, o qualsiasi equivalente discorso, mi parrebbe davvero in molte sue parti una pretta corbellatura, per quanto lo avesse altri per tutto serio e grave, e mal, sia a chi ne avesse data occasione con certi suoi articoli contumeliosi e con certe postille, e postille di postille piccanti, argute, d'una argutezza taverniera che consola.

 

Note

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[1] Madame De Staël.

[2] Eculeo: strumento di tortura.

[3] Allorquando Vittorio Alfieri venia visitando in Firenze i pedanti, com'egli li chiama (Vita, epoca IV, cap. XI), mascheratosi da agnello per cavarne o lucri o risate, ed essendo quasi impossibile il primo lucro, ne ritraeva in copia il secondo, modestamente quei barbassori gli lasciarono, anzi gli fecero chiaramente intendere che se egli prima di stampare avesse fatto correggere il suo manoscritto da loro, avrebbe scritto bene; allora fu che lo stesso Calsabigi, illuminato censore di questo nuovo tragico, sdegnato contro il rumore che que' pigmei fastidiosi alzavano d'ogni intorno per isconfortare Alfieri e per intimidirlo, scrisse al dotto Lampredi, grande ammiratore di quelle tragedie, le seguenti parole: Non mi fanno remora le dicerie dei critici, che com'ella ben riflette, non fanno nulla e vogliono atterrire ed inquietare chi fa. Povera Italia! Ridotta oggimai in quelle tenebre che altre volte seppe sgombrare dall'Europa intera. Siamo venuti a segno, in quasi che tutte le scienze, di doversi prevalere del lume che ci vanno somministrando per condurci le altre nazioni. Lume proprio non abbiamo più. Se alcuno ardisce di volercelo dare, è subito perseguitato e deriso (6 maggio 1783).

[4] Della ragion poetica, l. II, § VIII. E il Gravina termina il paragrafo della Lingua e Repubblica Fiorentina aggiungendo perchè il Petrarca ed il Boccaccio ed altri tutti le scienze e le materie gravi scrissero in latino, e la volgare lingua non applicarono se non che alle materie amorose, così portati sì dall'imitazione de' Provenzali, sì dalla necessità di aprire il suo sentimento alle loro Dame... Perciò le parole introdotte dal Dante, le quali sono le più proprie e più espressive, rimasero abbandonate dall'uso con danno della nostra lingua, e con oscurità di quel poema; nel quale era lecito a Dante, sì per la grandezza del suo ingegno, sì per l'infanzia della nostra lingua, di cui egli è il padre, sì per l'ampiezza e novità della materia, inventar parole nuove, usar delle antiche ed introdurne delle forestiere, siccome Omero veggiamo aver fatto.

 

 

Indice Biblioteca Le rovine di Diodata Saluzzo  seconda prima del Discorso

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Ultimo aggiornamento: 26 maggio 2004