Ludovico

Arborio Gattinara di Breme

Figlio

 

Intorno all'ingiustizia

di alcuni giudizi letterari italiani

Discorso

 

 

Edizione di riferimento:

I manifesti romantici del 1816 e gli scritti principali del «Conciliatore» sul Romanticismo, a cura di Carlo Calcaterra, Unione Tipografica Editrice Torinese, Torino 1951

 

Introduzione

a cura di Carlo Calcaterra

 

L'opuscolo, co' tipi di Giovanni Pirotta, in-8 picc., di pag. 62, apparve nella prima quindicina di giugno, 1816, a «Milano, presso Giovanni Pietro Giegler, Libraio sulla Corsia de' Servi, Num. 603 ».

Il Di Breme aveva da prima pensato di dedicare l'opuscolo a DIODATA SALUZZO, come appare da una sua lettera da Milano del 27 maggio 1816, pubblicata nel vol. Poesie postume di Diodata Saluzzo Contessa Roero di Revello, Aggiunte alcune lettere d'illustri scrittori a lei dirette, Torino, Tip. Chirio e Mina, mdcccxliii, p. 569; ma, come deducesi da altra lettera del Di Breme, ivi pubblicata a p. 573 (Milano, 12 giugno 1816), la Saluzzo, pur ammirando la Staël, da cui era a sua volta « amata e stimata », e pur consentendo alla ristampa dell'ode Le rovine, non accettò la dedica per alcune « sue inquietudini » [intendi: per desiderio di non essere coinvolta in polemiche letterarie], che il Di Breme stesso riconobbe « fondatissime ».

L'opuscolo, come era prevedibile, aggiunse esca al fuoco, cioè alle polemiche suscitate dall'articolo della Signora di Staël. La storia di quelle controversie, come ho detto, può essere veduta nel libro di Guido Muoni, Ludovico di Breme e le prime polemiche intorno a Madama di Staël ed al romanticismo in Italia (1816).

A pag. 55-56 egli così riassume il suo pensiero: « Nelle Avventure Letterarie il Borsieri diede un giudizio del Discorso del Di Breme, che pur ritenendo d'amichevole simpatia può essere accettato anche da noi come moderatissimo, giusto e rispondente a verità: - "Non poco rumore si muove ancora contro l'autore di un Discorso sopra l'ingiustizia di alcuni giudizi letterari italiani; ma quanto a me, credo che tutta la più severa censura di quello scritto si possa ridurre a queste due cose: lo stile è bello frequentemente, ma non però sempre eguale: e le opinioni dell'autore essendo non comuni in Italia andavano preparate ed esposte con maggior artificio".

- Questo appunto seppe poi fare il Berchet, incontrando miglior fortuna e maggior plauso. Quanto a me, concludendo, poichè ad alcuno [G. Mazzoni, Le origini del Romanticismo in « Nuova Antologia », 1° ottobre 1893] piacque chiamare il Berchet, il Torti, l'Ermes Visconti ed il Manzoni "gli Evangelisti del nostro Romanticismo", continuando qual esso pur sia codesto paragone, reclamo dalla giustizia della storia che a Ludovico di Breme si conceda quell'appellativo che fu già del Battista, "il Precursore" che tale fu veramente, e non invano, con tutta la generosità disinteressata del suo animo ardente ».

È un'iperbole.

Basti qui riconoscere che fu primo in Italia nell'intendimento di definire le tendenze e i fini della nuova letteratura, che si diceva romantica. Due anni dopo la stampa del Discorso, nel 1818, il Di Breme, mentre già si preparava la pubblicazione del Conciliatore, ringraziando Michele Leoni per avergli mandato alcune sue traduzioni, così riguardava, nel complesso, la questione:

« La Signoria Vostra ci dà di molti e gravi e belli suoi lavori, e non cessa di arricchire la letteratura italiana colle più solenni traduzioni dall'inglese. Che sia benedetta! L'orgoglio nazionale è un funesto affetto allorchè si propone di ignorare ciò che non si sa, e si sente, e si fa altrove. Noi (istrioni di patriottismo e recitanti) la coscienza patriottica la serbammo tutta per le cose in cui poco monta e poco influisce questo o quel sistema, e vogliamo essere italiani nelle particelle, negli avverbi e negli arzigogoli. Nei costumi, nella politica, nell'armi, nelle foggie non aspiriamo a nulla di veramente nostro, e ci rassegnamo, con vergognosa prudenza e con vile disinvoltura, a pazientare e a ricopiare l'altrui. Qual meraviglia poscia, se da tanta bassezza emerga e provenga ignoranza; e se da entrambe si diffonda così verde astio e invidia così sfrontata contro i pochi, robusti ancora, e intemerati, e ingenui nel loro fervore?

« Prima ch'io mi avventurassi in questa lizza sapevo bene con qual genia mi era forza venire alle mani: nec spes me fefellit. Ma nei tempi corrotti è dovere dei buoni lo stimare meno la propria e individuale dignità che l'utile dei futuri: e ciò che sovratutto importa si è di non lasciar che il tempo e il protratto silenzio prescrivano contro la verità. Bisogna mantener vivo il grido della ragione e del cuore, onde non s'ammutoli l'una e l'altro per disuso; e tramandarlo di bocca in bocca fino a quei nipoti, appo i quali è destino che divenga poi voce universale e trionfante. Nè io mi sarei pigliata affatto siffatta briga letteratesca, se non credessi che all'unico vero sistema letterario tien prossimamente dietro l'unico sistema intellettuale e morale d'un popolo: e intanto mi appiglio alla sola opportunità che i tempi ne acconsentono di combattere gli artifizi e il falso sapere.

« Se la Signoria Vostra Pregiatissima mi rende, come credo, leale giustizia, le ha da essere dimostrato appieno ch'io non sono Romantico se non in quanto la Romantica si trova legittimamente compresa nella vasta sfera di quel dominio ch'è di tutta ragione della Poesia e delle Arti creatrici: non già così ch'io riconosca non necessaria alternativa fra la Classica e la Romantica: chè l'una e l'altra sono assurde denominazioni, e mal costituirebbero per sè un genere e un sistema ».

Il Di Breme con questa riflessione, a ragion veduta, modera l'impeto, con cui in una nota del Discorso aveva detto «la Romantica un solenne genere di letteratura», sebbene «si desiderasse tuttavia una più completa e meglio definita Poetica di esso genere ».

La polemica col Londonio, di cui ho parlato in altro libro, non era stata inutile, quantunque il Di Breme, per risentimento, nella lettera al Leoni giudicasse « melensa e sleale » l'Appendice ai « Cenni critici sulla poesia romantica », che quel valentuomo (così noi oggi lo riteniamo) aveva poco prima pubblicato (Milano, coi tipi di Giovanni Pirotta, 1818).

Con la riflessione centrale, che si legge nella lettera al Leoni, il Di Breme si portava in una sfera superiore alle contese, sempre contingenti, e al diverbio stesso col Londonio; nel medesimo tempo poneva nei giusti termini la questione, riconoscendo che quel contrasto tra spirito classico e spirito romantico aveva un particolare significato storico per le condizioni nelle quali si trovavano allora la letteratura, la filosofia, la storiografia, la politica per una trasformazione profonda degli animi e del modo di pensare.

Vedi la lettera del Di Breme a Michele Leoni nel saggio di Paolo Negri, Romanticismo piemontese, pubblicato nella rivista « La Cultura » del De Lollis, cit.

Per la sdegnosa repulsa dell'umanesimo erudito e pedantesco, che il Di Breme fa nel Discorso, cfr. August Bucx, Lodovico di Breme und die literarische Tradition Italiens, «Romania», vol. I, Mainz, Florian Kupferberg, 1948. Ma l'argomento deve essere considerato entro il ripensamento critico che i nostri primi romantici fecero di tutta la nostra letteratura e delle virtù libere e profonde dell'anima. Così la loro ostilità all'Accademia della Crusca deve essere riguardata entro la loro concezione linguistica.

Riguardo al nome proprio del polemista, che ora è «Lodovico», ora «Ludovico», si avverta che da ultimo egli preferì la forma «Ludovico».

Breme è borgo della Lomellina, in provincia di Pavia, presso Sartirana, dove gli Arborio Gattinara avevano i loro feudi. Perciò, in italiano, si deve scrivere Breme e non Brême, alla francese. La storia dell'antica Abazia di Breme è direttamente congiunta con quella della Novalesa.

 

 

Indice Biblioteca Le rovine di Diodata Saluzzo  Lettera introduttiva al padre

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Ultimo aggiornamento: 26 maggio 2004