LA  LOMBARDIA NEL  SECOLO  XVII

RAGIONAMENTI

DI

CESARE CANTÙ

MILANO, 1854

A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP.

Contrada del Zenzuino N. 529

La presente opera è posta sotto la salvaguardia delle leggi

essendosi adempiuto quanto esse prescrivono

Tipografia Lombardi

Edizione di riferimento:

Cesare Cantù, La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti, editori Volpati e C., Milano 1854 A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP. Contrada del Zenzuino N. 529, Tipografia Lombardi.

[Parte Ultima]

COROLLARIO

sul posteriore incivilimento

Da questi quadri parziali torniamo lo sguardo là dove prima lo fissammo. Nè dopo letti i Promessi Sposi voi sapete solamente la storia di Renzo e Lucia: speriamo vi togliate senz’altro avere appreso che qualche fatto e qualche nome dalla lettura di questi rugionamenti ove procurammo delinearvi quel sopore dell’italica civiltà, la quale, mentre era dal suo buon genio spinta innanzi, venne arrestata; e quando un popolo si ferma, certamente indietreggia. Ma perchè ciò avvenne? e quando e come quello stato cessò? e resta a temere ancora un somigliante infelicissimo disastro?

La nazione italiana, che già aveva mostrato siccome a preferenza d’ogni altra fosse capace di raggiungere il sommo dell’incivilimento, al lentarsi della dominazione de’ Barbari più che mai vivace ridestò quella favilla che, quantunque soffocata, non avea lasciato spegnere mai. Per istar bene però, siccome all’uomo è necessario ch’egli conosca, voglia e possa, così agli Stati fa mestieri il concorso delle ricchezze, dell’opinione e dell’armi. Se le ricchezze abbondavano agli italiani, e, che è più, aquistate a grado, con una paziente ed ostinata industria e parsimonia, non erasi però seminata e radicata una pubblica civile opinione, non la cognizione e il sentimento della verace e legale convenienza. L’opinione, figliata dai sociali ordinamenti, ne diviene la suprema tutela, li salda, li torna ai principj, richiama a sindacato le massime già approvate; senz’esercito, senz’erario regola le nazioni, ribatte il cieco impero della forza: e se alcun tempo da questa viene soverchiata, sopravvive a mandare fra le ruine una voce incessante, capace al fine di dire ai cadaveri, Sorgete.

A sviluppare quest’opinione occorrono insieme la cognizione dei dogmi pratici, cioè della verità, e la ben intesa libertà. L’Italia avendo dapprima libertà senza dogmi, non guidata che dal semplice senso morale di utilità, stabilì un sistema limitato, ma che stando in proporzione coi pochi desiderj e con uno stato esterno favorevole, riuscì buono e vigoroso. Crebbero poi gli elementi del corpo politico: nuove brame, nuove tentazioni, senza che si conoscesse il modo di dirigerle a pro della libertà: onde più potente che abile, senza che la pubblica moralità fosse camminata di pari col progresso dell’esterna potenza, si trovò disuguale all’impulso della necessità, dalla quale incalzata d’ogni parte, cadde nel disordine e nella ruina. La libertà era perita quando brillava il secolo d’oro delle lettere, quel più ammirato che conosciuto secolo di Leon X, cui un nostro paragonò all’aurora boreale, che abbaglia non avviva, che illumina deserti di ghiaccio senza squagliarne una stilla.

Le cagioni non è qui il luogo di tutte dirle: ma questo è vero che l’opinione andava allora più traviata che mai. False credenze sul mondo materiale, sul morale, sulle cause occulte, cacciando le fantasie ad un volo disordinato, tenevano la ragione in abjetto servaggio. La religione, traviata dall’ignoranza e dalla superstizione, negligente dei dogmi, scurante della disciplina, onestava l’orgoglio ed il far nulla, copriva di santi pretesti scellerate azioni, fomentava l’ipocrisia, radicava l’incredulità con premj e con supplizj, estranei alla sua divina istituzione: i regolamenti dissociavano perpetuamente l’interesse pubblico dal privato: il commercio mirava a conservare il monopolio, piuttosto che ad emulare nel bene le nazioni che sorgevano a contendergliene il privilegio: la politica, non che educare la società colle leggi e colla forza del governo all’ordine della maggior sicurezza e prosperità comune, era l’arte di corrompere ed ingannare per far degli schiavi. Di qui le piccole gelosie, di qui i calcolati delitti, di qui tanti lacciuoli che fanno ancora infame la memoria nostra presso gli stranieri, usi a notare ogni nostra pecca, forse per dispensarsi dall’esserci grati, o scolparsi dell’averci traditi. I letterati, o lusingando di femminee cantilene il pubblico sonno, o adulando di meretricie lodi i tirannetti, o legati ne’ chiostri, o indormendosi di quanto avveniva fuor dell’artificiale atmosfera delle arcadie e delle accademie, spaventati o vigliacchi, non conosceano quanto possano i libri allorchè parlano verità sentite, ragionate, opportune a render gli uomini più umani, più saggi, più virtuosi, più contenti di sè e d’altrui. Poteva ella saldarsi la buona opinione civile? Tanto più che i pazzerelli, la tortura, l’inquisizione aspettavano chi (sfidando quell’antico destino, Sii grande e sii infelice) avesse osato esporre « liberi sensi in libere parole ».

Mentre il capo delirava, infiacchiva il braccio. Le armi, impugnate prima da tutti per acquistare o conservare la libertà, presto cessarono d’essere cittadine. A tacere il mal uso che se ne fece tra le contese fraterne, da una parte una gente negoziatrice volentieri si scusava dall’uso di quelle: dall’altra una nobiltà prepotente, per gelosia dell’operosa cittadinanza, si addestrava in armi cui non poteva questa avvezzarsi, perchè troppo lungo esercizio richiedevano: poi volentieri per ragione diversa e questi e quelli introdussero le bande mercenarie; cominciando il divorzio fra la professione dell’armi e la vita civile, che fu poi consumato coil’invenzione degli eserciti permanenti. Venne l’ora del pericolo; gl’Italiani, non trovandosi in grado di far impallidire i nemici interni ed esterni, dovettero abbandonarsi in balia del più potente.

Se il dominio impostoci allora dalle alabarde fosse tale da creare una buona opinione civile pubblica, o piuttosto da pervertirla affatto, voi siete in grado di giudicarlo, o lettori; voi che vedeste dominarci un popolo inerte, superbo, corrotto dall’oro trovato a caso, tutt’a un tratto, fatto suo col delitto: principi da nulla, non interrogando il voto e il bisogno comune, rendendosi stromenti di un ministro che operava senza alcuna responsabilità, procurare un padrone a sè, ai popoli un’oligarchia: reggere [1] la cosa pubblica una forza fiacca negli impulsi, manchevole negli effetti: fioccare leggi; la più parte cattive per ignoranza de’ rapporti; le poche buone, inosservate per la mal ordinata disposizione de’ poteri politici, che intralciavano l’esecuzione o lasciavano libero all’interesse il violarle: l’economia politica resa, come la fisica d’allora, una scienza di vane conghietture: preso in sospetto il pensiero, il disegno, la stampa [2]; le rendite pubbliche distorte a pro de’ ribaldi, degli intriganti, degli oziosi: moltiplicati i delitti da (solite cause) difetto di sussistenza, d’educazione, di vigilanza, di processura certa: l’educazione insocievole sostituire alle schiette e leali virtù l’ipocrisia e le fucate apparenze: i grandi, costretti a baciar la veste ai vanitosi dominatori, vendicarsi delle umiliazioni col pretenderne di più vili dai loro dipendenti: i cortigiani coi loro applausi sviare dall’orecchio dei re il gemito de’ popoli, o lusingarle col suono delle catene di chi sotto la sferza avesse osato mormorare: potenza e ricchezza sole avute in conto di merito: patire i molti industriosi perchè deliziassero i pochi scioperati: tutti tremanti alle misteriose minacce intonate dall’inquisizione civile e dalla ecclesiastica, costrette a sostenere una macchina di fittizia necessità col diffidare, spiare, punire.

Eppure v’è chi col miele sulle labbra ci predica l’ingenua semplicità di quei tempi: v’è chi ne invidia il vivere agiato: gente certo che giudica ben pubblico la lautezza particolare comprata colla generate miseria: che nomina ricchezza la profusione de’ pochi, non il valore sociale diffuso sul maggior numero, e i ladri e gli schiavi ridotti al minore; quella sonnolenza che nè tampoco desidera il progresso. Nè venite a dirmi che i Lombardi d’allora non doveano trovarsi poi tanto male, giacchè non pensarono mai davvero a mutar signoria, convertendo le loro catene in brandi. Imperciocchè (se anche voglia tacersi che non v’è danno pubblico da cui alcuni privati o alcun corpo non traggano vantaggio) altro è il bisogno, altro è il desiderio del meglio: e perchè questo germogli, duopo è che l’uomo conosca a pieno la cosa che desidera. Ma in quello svilimento civile nè tampoco ravvisavano i miglioramenti possibili: tutt’al più desideravano qualche alleviamento d’imposta: la libertà di cui avevano idea era il ricomprarsi a grosse somme dai feudatarj, cui come mandre erano stati venduti schiacciati poco a poco da afflizioni minute, private; divisi d’interessi, di pesi, di gravezze, i nobili dalla plebe e dai negozianti, le città dalle provincie e dalla campagna, una terra da un’altra; le arti legate in maestranze da statuti ferrei che ne facevano altrettanti centri uno dall’altro indipendenti, spesso nemici; smunti da gravissime e multiformi imposte; decimati tratto tratto dalla peste, e, quel che più rileva, mancanti di una pubblica opinione, qual meraviglia se andarono vuote le predizioni di chi vedeva prossima la ruina [3] di quel mostruoso dominio? [4]

E durò tutto il secolo XVII senza che (pessima condanna d’un governo) si desse passo verso il meglio. All’entrar del 1700 gli Spagnuoli si partirono; e sebbene non fosse opera e consenso nazionale, pure qui cessa il dechino della civiltà: perchè i nuovi dominatori portarono, se non altro, la voglia di far meglio [5]. Ma lungo tempo si volle per risorgere: attesochè (quand’anche nol dicesse Tacito) più tardi sono i rimedj che i mali, e come i corpi lentamente crescono e in un subito si estinguono, così gli ingegni e gli studj più facilmente s’opprimono che non si risveglino: tanto più se aggiungi la dolcezza dell’inerzia e del far nulla. Il secolo precedente al nostro era già ben innanzi, ed ancora ne’ giudicamenti erano incerti gli indizj e le prove, capricciose le processure, crudeli e sproporzionate le pene [6]: ancora la persona e l’avere in arbitrio dei birri immorali ed insolenti e d’ingordi finanzieri: che più? i sofismi de’ teologi e de’ filosofanti s’opponevano a gara all’introduzione d’un rimedio, che conservasse la vita e la bellezza a migliaja di giovinetti: ancora ceppi alle coscienze ed al commercio: ancora data fede alle stregherie ed alle magie [7]:  ancora l’inquisizione col suo secreto potere.

Però il tempo, quel sommo riformatore delle cose come Bacone lo chiamò, aveva sonata l’ora del miglioramento. Nè questo fu opera di sovversiva improvvisa rivoluzione; ma de’ pensatori che vennero rilevando l’opinione. Filosofi ingenui, istrutti dell’ordine dell’umanità, guidati dal presentimento dell’utile, spogliandosi delle illusioni e delle idolatrie inveterate, persuasi che la pubblica morale è di tal momento, che nessuno può senza colpa risparmiare gli errori a lei pregiudicevoli, e che la scienza del giusto e dell’utile abbraccia tutto il mondo e tutte le età, credettero loro dovere anticipare la pienezza de’ tempi col pagare alla patria il tributo di lor forti pensieri: Quinci trassero il coraggio d’aver ragione ove altri l’ostinazione nel torto, di spiacere ai contemporanei, ed affrontare (solito guiderdone) la pubblica sconoscenza: al despotismo delle tradizioni sostituendo il regno della ragione, agli errori utili a pochi potenti le verità utili ai molti deboli, chiamarono in dubbio quel che passava per giudicato: svolsero nei particolari più minuti la scienza assoluta de’ principj statisti, scienza comprata con ben cara esperienza : gridarono che l’arte di regolare la pubblica cosa va sottomessa al principio unico del bene universale: dover le leggi fondarsi sulla giustizia e sull’utilità comune, sicchè l’uomo non serva all’uomo, ma alle relazioni delle cose e al proprio perfezionamento: camminar di conserva ignoranza, malvagità, debolezza, come sapere, bontà e potenza: dover gli agricoli, i manufattori, i mercadanti, i dotti, i ricchi, procedere liberi nella loro emulazione. Questa è quella scuola di filosofi, che la boria straniera neppure si degnò di tenere a computo, perchè, si fecero apostoli di verità, non inventori di sistemi [8]; perchè, in luogo di inutili speculazioni, tolsero a principio e fine di loro meditazioni l’uomo, e il come avvicinarlo a quel soddisfacente consorzio, dove si trovi il più di bene possibile col meno di male inevitabile.

Il Filangeri esclamava con veemenza giovanile: « Finchè la verità conosciuta da pochi uomini privilegiati sarà nascosta alla più gran parte del genere umano, finchè apparirà lontana dai troni, il dovere del filosofo è di predicarla, di sostenerla, di promoverla, d’illustrarla. Se i lumi ch’egli sparge non sono utili pel suo secolo e per la sua patria, lo saranno sicuramente per un altro secolo e per un altro paese. Cittadino di tutti i luoghi, contemporaneo di tutte le età, l’universo è la sua patria, la terra è sua scuola, i suoi contemporanei e i suoi posteri sono i suoi discepoli ». Antonio Genovesi nella sua Logica l’affaticava a giustificarsi del suo scrivere in italiano, perchè « finchè le scienze non parleranno che una lingua ignota alle nostre madri e balie, non è a sperare che il nostro gentil paese, nato a far teste, non si vegga rozzo, squallido, vile, servo degli stranieri ». Cesare Beccaria scriveva a Morellet: « Devo confessarvi che nello scrivere ebbi dinanzi agli occhi gli esempj di Machiavello, di Galileo, di Giannone: udiva lo strepito delle catene agitate dalla superstizione, e le grida del fanatismo che soffocava i gemiti della verità. L’immagine di questo terribile spettacolo mi ha persuaso ad avvilupare talora la luce nelle nubi. Ho voluto difendere l’umanità senza esserne il martire ». Il suo libro dovette stamparsi fuori del Milanese. Pietro Verri nel Caffè poneva: Scrivete, o giovani di talento, giovani animati da un sincero amor del vero e del bello, scrivete; scrivete cose che riscuotano dal letargo i vostri cittadini, e li spingano a leggere ed a rendersi più colti: sferzate i ridicoli pregiudizj che incatenano gli uomini e gli allontanano dal ben fare ». E in un manoscritto soggiungeva: « Gli scritti dei filosofi restano senza ricompensa, ma non sempre senza frutto. Freme la cabala quando parla la ragione, ma si vergogna la cabala stessa di continuare il suo giuoco in faccia di un popolo che ha ascoltato la ragione ». E non vi sfugga che Filangeri, i Verri, Beccaria, Carli, Maffei, Alfieri erano nobili: Stellini, Genovesi, Tamburini, Parini erano ecclesiastici.

Pareva una follia cotesto parlare di migliori forme di governo ad un popolo non maturo: ma col conoscerle ne entrò il desiderio, col desiderio l’inquietudine e la riflessione che, se non altro, gli obbedienti rese capaci di giudicare se ben o male fossero governati. Intanto una Società patriottica, data a raccogliere in un centro e diffondere la voce solitaria dei buoni: un giornale non occupato di svillaneggiare ed avvilire le opere e gli autori, ma di fomentare utili verità e perseguire il vizio e i pregiudizj: ardite quistioni teologiche, le quali costrinsero ad indagar le storie ed esaminare le ragioni della potestà, empivano con utili cognizioni e coll’amore della pubblica cosa quel vuoto delle fantasie, che avea fatto credere a tante vanità; e sviluppando una nuova intelligenza profonda, sensitiva, maturavano la morale capacità per quella giusta independenza che si addice ad una savia ragione.

Allora quei tanti che avevano interesse di perpetuare il loro impero perpetuando le illusioni su cui era fondato, classi privilegiate, per ambizione, per avarizia, alzarono la voce contro la novità: l’alzarono i farisei che confondono la franchezza della verità coll’insulto del libertino [9]: l’alzarono quelli per cui è una gran ragione di seguitare l’essersi fatto sempre così: l’alzarono que’ tanti che in ogni innovazione vedono soltanto l’intemperanza indefinita del cuore umano, non il progressivo sviluppo della capacità, che muta la faccia delle nazioni. Ma quando mai o sofismi o bajonette prevalsero alla verità, la più forte delle cose? Oh, potrà il tutore tardare al dilapidato pupillo gli anni dell’emancipazione? Fu ventura pei Lombardi l’avere governatori e regnanti che non credeano diretti contro di sè i lamenti fatti contro i mali ordini e i cattivi esecutori; ed anzi dallo studio de’ savj accogliendo ne’ loro gabinetti la verità, conobbero che, la civiltà, producendo felicità maggiore, scema il bisogno della forza, laonde, è obbligo de’ governanti il promoverla in ogni modo, perchè gli uomini vengono diretti al meglio non colla violenza, ma colla sana opinione.

Ben è vero che da principio non si faceva che comandare al cittadino d’esser buono, al magistrato di esser giusto, senza mettere in armonia i poteri, conformare il governo all’interesse: ben è vero che le novità di un imperatore irrequieto fioccarono in modo sì violento, da sembrare oltraggi portati senza bisogno alla libertà: ma questo è pur vero che sotto principi e ministri austriaci furono spezzate le barriere, tra cui pedanti, feudatarj, legulej, finanzieri teneano legata la ragione. Il censimento pose in chiaro la popolazione e la fertilità del paese: il bilancio camerale rivelò lo stato delle finanze: la diversa ripartizione di pesi, di diritti, di dazj che del nostro faceano tredici paesi distinti [10] scomparve: le tasse indirette furono levate all’avide branche dei fermieri: i beni comunali scemati: tolte le viete immunità, e colla rendita delle manimorte redenti i debiti pubblici [11] l’esazione divenne piú uniforme e quindi più lieve: gli ordini feudali vennero estirpati senza la ghigliottina che ai Francesi parve necessaria: svincolati i fedecommessi e le primogeniture, il che procurò la maggior diffusione e suddivisione delle proprietà: cassate le università d’arti e mestieri: tolti i vincoli sul commercio dei grani, allontanando così il pericolo delle carestie: regolata la moneta: stabilita un’amministrazione comunale, fondata sul dogma della rappresentanza popolare, ove s’imparò a limitare le spese, ove il contadino, invece di tremare senza guardar in volto al suo padrone, venne a sedergli a fianco per discutere con lui degl’interessi comuni. La ragione tornò umana riformando le leggi criminali: abolita la tortura, le pene crudeli, le arbitrarie decisioni del rugginoso senato, vi successero le placide indagini, l’umanità, la tolleranza. Si sentì il bisogno dell’istruzione e toltone il privilegio ai claustrali già limitati nel numero, s’aprirono scuole di scienze, chiamandovi d’ogni dove, senza invidia di paesi, valentuomini ad insegnarle; si procurò l’educazione del popolo, affinché sapesse rispettare gli altrui e voler rispettati i proprj diritti e sentire altri bisogni che non sono l’abitare, il vestire, il mangiar bene: più equamente diffuso il possesso di quanto giova al bisogno, al comodo, al piacere; cessato quel contrapposto di gale e di cenci, di superfluità e di miseria, furono prevenuti i delitti dell’opulenza e del bisogno: la menzogna, la perversità dell’infingardo fecero luogo alla lealtà dell’operoso: divennero minori gli schiavi e più i cittadini, minori gli adulanti e più i pensatori: all’odio naturale fra classi disgiunte, successe l’amore, che tutti lega in una speranza. I nuovi codici, improntati della opinione che si diffondeva beneficando e illuminando, recarono tolleranza politica, pubblica prudenza, ordinanze promovitrici; ridotta la legislazione ad una grande tutela, non decretò, se non quanto e come richiedeva la verificata necessità, e sposando col pubblico l’utile dei privati. E ben si vide tosto la sanzione della natura alle opere giuste, nel crescere l’abbondanza nel paese, moltiplicarsi prodigiosamente la popolazione [12] ristorarsi i mestieri, apparire più liberi i sudditi, più ricchi e potenti i duchi; la libertà civile e politica, l’amor della gloria e della patria concorsero a saldare il vero potere predominante della civile società, ed incamminare a quella libertà, cui, dice Machiavello, forza alcuna non doma, tempo alcuno non consuma, merito alcuno non contrappesa.

Giovani lombardi: uno sguardo al passato e al presente: sentite o no l’effetto delle dottrine ne’ costumi, ne’ codici, nel potere, nei pensieri? « L’umanità gemente sotto l’implacabile superstizione, l’avarizia, l’ambizione dei pochi che tinge di sangue umano gli scrigni dei re, gli occulti tradimenti, le pubbliche stragi; ogni nobile, tiranno della plebe; i ministri della verità evangelica, lordanti di sangue le mani che ogni giorno toccavano il Dio della mansuetudine, non sono l’opera di questo secolo illuminato, che alcuni chiamano corrotto »[13]. Questo rispondete, o giovani, a coloro che esaltano il passato non per istruire, ma per ingiuriare la civiltà nel secolo nostro, e le promesse, o se volete le illusioni della ragione progressiva. E vi siano testimonio le pagine del Manzoni, ove, scendendo sino all’atto immediato dell’umanità, dipinse tutt’al vero un tempo, vergognoso come la vecchiaja di chi vilmente spese la gioventù.

Che se voi, o giovani, dal grandioso spettacolo della nostra età maturati anzi tempo alla sete di perfezionamento, di verità, di morale, mi veniste discorrendo la distanza che corre fra il bene desiderato o anche decretato ed il voluto e compito; il gran meglio cui potrebbero condursi l’individuo e la società quando cospirassero la religione e la libertà, la morale pubblica e la privata, il diritto e la politica; e la ragione diffusa, senz’essere avvertita, in tutte le opere, passasse dall’intelligenza agli affetti ed alle azioni; se, intolleranti del lento progredire, mi citaste nuovi guai, nuovi torti, oltraggi nuovi fatti alla civiltà da chi chiude gli occhi ai passi che fa il secolo in sua via; non per questo disperate, io vi direi: anche Renzo, venuto a capo de’ suoi desiderj, amava riandare la storia di que’ tristi anni passati: tanti viluppi, tante traversie, tanti momenti in cui era stato per torsi giù anche dalla speranza, e dar perduta ogni cosa; e contrapporvi le immaginazioni di un avvenire così diverso. Per ciò appunto la lezione di perdono, di pazienza, di rassegnazione traspira continua dal libro del Manzoni. E quel libro noi raccomanderemo colle parole onde il padre Cristoforo, affidava ai buoni sposi il pane del perdono : conservatelo, mostratelo ai vostri figliuoli! verranno in un tristo mondo, in un secolo doloroso, in mezzo ai superbi e ai provocatori: dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto! A quel libro e alla storia riflettendo, senza adular l’avvenire voi ne diverrete confidenti, pensando che, se in breve tempo la ragione dal sopore montò tant’alto e si diffuse, tutto ne possiamo sperare or che una fervida inquietudine la va agitando; or che non è più giudicata nè tradimento dai principi, nè empietà dal clero, nè follia dal popolo, or che, fondata su motivi certi, come bisogni del secolo imperiosamente domanda che sia rispettata l’autorità sua, soddisfatti i suoi giusti desiderj, assicurate le sue conquiste, secondati gl’impulsi ch’ella dà, acciocchè le azioni libere d’ogni uomo concorrano ad ottenere la più felice conservazione e il rapido e intero perfezionamento della società: ed acciocchè lo sdegno, le memorie, i bisogni ci leghino tutti in una giustizia, in una volontà, in una magnanima fratellanza.

Note

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[1] reggere: così nel testo, ma dovrebbe essere "rendere" (ndr.)

[2] Era vietato levare la topografia del paese. La legge 8 febbrajo 1611 proibisce di stampare o fare stampare fuori di Stato, pena 500 scudi e maggiore ancora corporale all’arbitrio di S. E.

[3] Que’ di Galbiate, amena terra di Brianza, per essersi riscattati dal feudatario, posero quest’ iscrizione pomposa

 

libertas

quae toto non bene venditur auro

labore lite praetio parta

galbiatensi viciniae ac finitimis oppidis

regia concessione firmata tandem arrisit

felix dies xvii junii anni mdcliv

qua infeudationis et omnis inferioris judicii

excusso onere

populus hic svb potentiss. regis hispaniarum

vicaria potestate nempe mediolanensis senatus

se immediate redegit

tantae exemptionis memoria

huius lapidis retentivae custodiae

publice resignatur

[4] Il Boccalini a pag. 98 introduce Apollo a profetare così « Vi prognostico, o Spagnuoli, che con il vostro erto ed odioso modo di procedere, un giorno violenterete la nobiltà italiana, maestra dei crudeli vespri siciliani, a macchinarvi contro qualche sanguinolenta compieta ... come quelli che, avendo corta pazienza e lunghe mani, non solo sono nati con un cuore inchinatissimo alle risoluzioni grandi: ma con ogni parte di crudeltà, in prima non sogliono vendicar le ingiurie, che quei che l’hanno fatte loro in tutto se ne siano scordati. E voi con una ruina grandissima all’hora li proverete essere con l’armi alla mano Orlandi paladini, quando voi vi sarete dati a credere ch’egli siano divenuti tanti asini da bastone ».

[5] Molti buoni ordinamenti pubblicò il principe Eugenio di Savoja nostro governatore: tra gli altri, abolì quell’infinità di dazj, unendoli nella Diaria di 22,000 lire al dì, sovra proposizione del conte Borromeo. Sapete che Carlo V avea stabilito come non plus ultra un mensuale di 12,000 scudi, poi lo crebbe di 25,000: e che, fin quando avemmo un governo proprio, bastavano i dazj e le gabelle e che questa somma è la stessa che la Francia contribuiva ad Enrico IV. Tra gli ordini del principe Eugenio è notevole quel del 20 marzo 1708 dove, vista evidente ed irreparabile la rovina totale de’ vassalli se non si rimedia alla quantità di danaro che si estrae pel Dominio Ecclesiastico, proibisce assolutamente il mandarne colà. — Pretende il Muratori che, per la guerra di successione al principio del secolo i soli Francesi abbiano versato in Italia 70 milioni di luigi d’oro. Utilissima trasfusione di sangue.

[6] Vedi il nostro Parini, pag. 155.

[7] Quando il marchese Maffei pubblicò nel 1750 la sua Arte magica dileguata, ove combatte l’opinione della stregheria e delle magie, sedici autori immediatamente scrissero altrettanti libri in confutazione del suo. Fin poco prima della rivoluzione francese, in molti paesi che io so bruciavasi ogni anno un fantoccio rappresentante una strega.

[8] Filangeri. E noi portiamo anche questa in santa pace, purchè ci lascino cantare, ballare, e quei balocchi che si danno in mano ai ragazzi acciocchè non disturbino la casa.

[9] Tutti conoscono i casi del Parini e del Genovesi. Il padre Fachinei dimostrò che il trattato dei Delitti e delle Pene offendeva la religione e l’autorità sovrana. Quando Pietro Verri pubblicò i primi scritti sull’economia, venne ordine dall’alto di severamente ammonirlo. Tre anni dopo, l’imperatrice elesse, il Verri presidente del magistrato camerale, sapendo che è ben deplorabile il governo che per franche opinioni, lealmente manifestate, persegue il merito, o ricusa valersene.

[10] Ducato, la Geradadda, la Brianza, la Valsassina, Varese, Como, le terre del lago, Cremona, la Calciana, Lodi, Pavia, il circondario di quattro miglia a confini. Inoltre pagavano dazj diversamente i diversi soggetti. Per esempio, un milanese a Milano, diverso da un pavese a Milano stesso, ecc. Tutto ciò è largamente sviluppato nel nostro Parini.

[11] La tassa dei beni ecclesiastici rendeva 350,000 lire all’anno. All’ora della pubblicazione del censo i Comuni avevano un debito di lire 28,850,990, pel quale pagavano lire 933,055 d’ annuo interesse.

[12] Nel 1746 lo Stato di Milano avea 900,000 abitanti nel 1770 ne contava 1,130,000. Mirabile incremento.

[13] Dei Delitti e delle Pene, § V.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011