LA  LOMBARDIA NEL  SECOLO  XVII

RAGIONAMENTI

DI

CESARE CANTÙ

MILANO, 1854

A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP.

Contrada del Zenzuino N. 529

La presente opera è posta sotto la salvaguardia delle leggi

essendosi adempiuto quanto esse prescrivono

Tipografia Lombardi

Edizione di riferimento:

Cesare Cantù, La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti, editori Volpati e C., Milano 1854 A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP. Contrada del Zenzuino N. 529, Tipografia Lombardi.

[Parte Decima]

GLI UNTORI

arti venefiche, operazioni diaboliche,

gente  congiurata a spargere la peste per via

di veleni contagiosi e di malie, ecc. Cap. XXXI.

Disastri a disastri, angustie ad angustie crebbero in quel gran travaglio le superstizioni; e principalmente la credenza che alcuni si fossero congiurati per propagare il male, e mettere Milano affatto al nulla. Di costoro toccò il Manzoni, e promise trattare a pieno altrove. Frattanto, importando a molti il conoscerne alcun che, io raccolsi da parecchi libri alcune cose, le quali esibisco informi ai lettori, finchè, sotto la penna del nipote di Beccaria, vedranno queste tradizioni diverse, morte, contraddittorie, staccate, avvivarsi, e dirigersi al fine d’educare la opinione popolare alla ragione, alla giustizia.

È credenza, antica per lo meno quanto la peste di Atene descritta da Tucidide, che la malizia umana giugnesse a tanto, da diffondere la peste ad arte. Quando la ragione sonnecchiava serva della superstizione e dell’autorità, o delirava ebbriata da fanatismo, rinacque e si saldò una tale credenza: Martino Delrio, il Wieiro ed altri trattatisti di diavolerie, assicurano che nel marchesato di Saluzzo, fu propagata la peste cogli unti: v’è un trattato de peste manufacta; e il Tadini ci conservò memoria di molte che diffuse credevansi maliziosamente.

Il milanese medico Cardano racconta [1] che nel 1536 a Casal Monferrato circa quaranta tra uomini e donne congiurarono col boja per esacerbare la peste che cominciava a mitigarsi, ed allestirono un unguento col quale infettavano i catenacci, e una polvere che spargeano su per le vesti. Molti ne morirono; poi osservatosi che dovunque una tale andasse, il morbo appiccicavasi, la presero, e così venne a scoprirsi la trama: e i rei confessarono che, ad una vicina solennità, aveano preparato più di venti olle di quest’unguento per uccider tutti i cittadini. Altrettanto diceasi avessero fatto altri a Ginevra, altrettanto a Milano, ma non confessarono per quanto tormentati, onde furono dimessi.

Anche nella peste del 1576 si ragionò di Untori, e narrarono che un di costoro, in sul venire strozzato, confessossi reo, e palesò insieme un preservativo contro la peste, adoperato poi col nome di unto dell’impiccato. Il 12 settembre di quell’anno, il governatore Ayamonte, avendo saputo che alcune persone con poco zelo di carità, e per mettere terrore e spavento al popolo, per eccitarlo a qualche tumulto, vanno ungendo con unti che dicono pestiferi e contagiosi le porte et i catenacci delle case e le cantonate sotto pretesto di portar la peste, dal che risultano molti inconvenienti, e non poca alterazione tra le genti, maggiormente a quei che facilmente si persuadono a credere tali cose, per ovviare a tale insolenza, promette a chi ne denunzii gli autori 500 scudi e la liberazione di due banditi: e se era complice, l’impunità, purchè non fosse il capo. Da questa grida, ripetuta poi il 19 del mese stesso, ben appare come fosse poco più che il sospetto di un’insolenza piuttosto che d’una spaventevole reità. E convien credere che non acquistasse piede, giacchè il Besta, il Giussano, il Bugato, altri contemporanei non ne fanno pur cenno.

Però l’ignoranza progrediva mercè le cure di chi vi aveva interesse, e i frutti di quella sono sempre gli stessi. Fin dal 1628, la cattolica maestà del nostro re, con paterna premura aveva mandato lettere al senato e al tribunale della sanità milanese, annunziando come dalla corte sua fossero fuggiti quattro Francesi, (i Francesi allora faceano molta paura ai nostri padroni) scoperti di voler infettare Madrid con unti pestilenziali: stessero dunque sull’avviso se mai capitassero in questi paesi [2]. Poco dipoi arriva in Milano all’osteria dei Tre-re un Gerolamo Bonincontro, vestito alla francese e civile negli atti: e siccome allora il passaggio delle truppe metteva sospetticcio di peste, così egli lascia intendere d’avere certi specifici, co’ quali cinque anni innanzi avea fatto del gran bene nella terribile peste di Palermo [3]; e sfoggia ampie attestazioni avute da principi, come abilissimo di medicina e di matematica. Questi discorsi sono rapportati al senatore Arconato, preside della Sanità; ed egli, combinate le lettere reali coll’essere costui francese, conchiude, e la conclusione vien dirittissima, che colui fosse un untore, e lo fa catturare. Il Tadini e il suo auditore Visconti, incaricati d’esaminarne gli utensili, trovarono libri d’astrologia e chiromanzia, un breviario, non so quai libri spirituali e temporali, o come si direbbe oggi, profani: una vestina ed una cintura dell’abito di san Francesco di Paola, e vasetti con argento vivo e polveri. Queste toccate e fiutate, si conobbero medicinali, onde fu rilasciato come innocente. Se non che dalle carte e dagli esami suoi era venuto in chiaro com’egli fosse un frate apostato, ricovrato alcun tempo a Ginevra, e che ora andava a Roma per impetrare perdonanza dal papa: lo perchè il padre inquisitore generale lo chiese come cosa sua, ed avutolo, il processò come Dio vel dica, e mandollo poi a Roma al modo suo [4].

Fin qui dunque tale idea degli untori (esotica come quasi tutti i mali nostri,) era vaga, lontana, e ne avrebber riso, se non fosse parso un crimen lesae il dubitare di cosa asserita da un re cattolico. « Ma il sospetto (traduco e compendio il Ripamonti) aquistò piede dal trovarsi la mattina del 22 aprile 1630 untate le pareti di molte case. Tutti accorrevano a vedere; ci andai anch’io: erano macchie sparse, ineguali, come se alcuno con una spugna avesse schiccherate le muraglie. Da quell’ora, ogni dì si narrava di altre case untate, di gente infetta appena le avesse tocche: si aggiunse che si ungessero le persone: infine, de’ tanti morti, ben pochi si credevano perire senza malizia. Prima i ferri, i legni: poi le strade, l’aria stessa temevasi contaminata: che più? si giudicavano unte perfino le messi mature. E racconta, d’accordo col Tadini e cogli altri, come sul principio di giugno trovaronsi unte le panche in Duomo; le quali portate fuori e bruciate, servirono non poco a convincere la moltitudine, per cui un oggetto diventa così di leggieri un argomento [5].

Provata allora la verità del fatto per tanti testimonj e per la visita della Sanità, cominciossi a ragionarvi sopra. E una burla degli studenti, di Pavia: è una bizzarria di cavalieri grandi per incantar la noja di quell’assedio di Casale: è il contino Aresi; è don Carlo Bossi; è il figlio del castellano Padilla per ispaventare la gente: è una perfida vendetta del governatore Cordova, cacciato a torsi di cavoli: è una trama del re di Francia: è una delle solite del Richelieu, ed è uomo da farlo, che non crede più in Dio di quello facciano le mie scarpe [6]: è una raffinata barbarie di quel Waldstein, il cui nome sonava terribile come la campana a martello. Alfine divenne universale opinione che quegli unti fossero fatti per ispargere la peste.

Universale dico, benchè tra i privati, chi per sana ragione, chi per ismania di contraddire quel che dicevano i più, vi fossero alcuni che non credeano [7]. Tra questi il brianzuolo Ripamonti, chiaramente mostra non avervi fede: « ma (soggiunge) s’io dicessi che non vi furono untori, e che mal s’appongono a frodi umane i giudizj di Dio ed i castighi, molti esclamerebbero empia la storia e l’autore [8]». Onde séguita discorrendo come

« si designassero autori del disperato consiglio gran re e loro ministri, e la pubblica indignazione accagionasse quelli, che forse più d’altri compiangeano la nostra sciagura. Ed era voce comune che il demonio congiurasse cogli uomini per ispopolare il paese. Su di che (è sempre il Ripamonti che parla) crederli o non crederli, io riferirò i portenti che si spargevano. Correva dunque fama che il diavolo avesse in Milano tolto a pigione una casa, dove erasi posto a fabbricare e diffondere unguenti [9]. A sentirli, vi sapeano dire che casa era e di cui: ed uno raccontava, che, trovandosi un dì in piazza del Duomo, vide una carrozza a sei bianchi cavalli e gran corteggio, e sedutovi uno di grand’aspetto, ma burbero quanto mai, gli occhi infocati, irto i crini, minaccioso il labbro. Il quale fattoglisi dappresso, si soffermò, lo fece montare, e dopo varj giri e rigiri lo menò ad un’abitazione, che pareva il palazzo di Circe. Ivi misto l’ameno e il terribile; qui luce, là tenebre, altrove deserti, gabinetti, boschi, orti, cascate d’acqua: infine mucchi d’oro. Dei quali gli permise di levarne tanto che fosse pago, purchè volesse spargere dell’unto. E avendo ricusato, si trovò al luogo stesso, donde era stato levato .... [10].

Ma dopochè si ritenne che il diavolo vi desse mano, entrò quella stupida e micidiale negligenza, che è figlia della disperazione: poi un indagare le cause di effetti sognati, e un panico terrore: fin i più intimi si schivavano l’un l’altro: nè solo del vicino e dell’amico si viveva in sospetto, ma fino tra marito e moglie, tra fratelli e fratelli, tra padre e figliuoli: e il letto, e la mensa geniale, e che che si ha per santo incuteva spavento ... .

Chi non sa il caso del senatore Caccia? al quale il servo (chiamavasi il Farleta) offrì una mattina un fiore, nè appena quegli l’annusò, ne contrasse il contagio e la morte. A Volpedo di Tortona si trovarono sette untori, che furono morti sulla ruota: e attorno a quel tempo si scopersero ivi presso le macine da mulino untate, sulle cui macchie fregato del pane, e datolo mangiare a galline, subito morirono ed illividirono. Una mosca che forse v’era posata su, fermatasi nell’orecchio di un tale, gli causò senz’altro la morte. Antonio Croce e G. B. Saracco di Cittadella deposero con giuramento, che un carpentiere lor vicino ammalato, di fitta notte sentì andar alcuno per camera, sebbene fosse chiusa la porta. ‒ Mi levai (così l’infermo) a guardare, ed essi: — Alzati e ci segui; v’è fuor di città un magnate che ti darà vasi da unger la vicinanza, e n’ avrai in compenso salute e vigore. Intanto mi esibivano de’ bei danari, e li faceano sonar sulla tavola. Fra ciò sentivo tentennare e scricchiolare il letto, tirarmisi la coltre e le lenzuola, ond’io stava innorridito. Ma poichè insistevano essi, chiesi loro chi fossero. Mi risposero — Ottavio Sassi. Io rifiutai, e tosto ogni cosa si dileguò: solo rimase sotto al letto un lupo che mugolava, e tre gattoni alle prode che faceano versacci, finché apparve il dì ».

Anche Carlo Girolamo Somaglia [11] narra avvenimenti simili, come a non dubitarne. Due, che col fiscale Giuseppe Fossati uscivano in carrozza verso Novate, smontati ad un macello, furono untati e morirono. Giovanni Curione, servidore d’esso Somaglia, mentre andava oltre pei fatti suoi, accortosi d’aver unto il mantello, sì lo gettò, vide gli screzj, additò il reo, che fu arrestato ma non seppesi il castigo perchè in prigione molti morirono prima che la Giustizia facesse la dovuta dimostrazione. Un altro giovane che gli stava in casa, unto morì entro ventiquattr’ore. Fa altrove raccontare al senator Laguna d’avere esaminato un untore, che confessò come un tale avevagli dato un vaso e tre zecchini, promettendo che tornando gli daria altro danaro. Colui fece prova su’ suoi di casa (i suoi di casa!) poi sui vicini, che di corto morirono. Condottosi quindi in cerca dell’amico dal danaro, più nol trovò. Non ostante seguitò ad impiastrare per una certa voluttà che vi prendeva, come de’ cacciatori che, non capitando selvaggina, tirano qualche volta ad uccelli da nulla. Poichè c’insegna un altro [12], che la diabolica fattura era tale, che chi preso ne veniva con darle il primo consenso, sentiva tal gusto e diletto coll’andar untando, che umano piacere, sia qualsivoglia, non è possibile se li agguagli.

Due illustri e benemeriti scrittori, Lodovico Muratori e Pietro Verri, han affermato che il cardinale Federico dubitasse del fatto delle unzioni: in verità però egli tenne che molto vi fosse dell’esagerato, ma insieme qualche cosa di vero. A prova di che ne compendieremo qui i sentimenti:

È facile confondere il vero col falso: e della peste fatturata se ne dissero tante, che lievemente puoi crederle e prontamente rifiutarle. Noi, come alcune ne crediamo, così ad altre possiamo ricusar fede. Certo alcuni, affine di scusarsi della negligenza se avessero contratta la peste per l’alito e pel contatto, vollero dire di averla presa per gli unti .... Si narrò che uno degli uno frgli untori, penetrato in un monastero, ve la portò intridendo i famigli; nè si scopri la frode se non quando erano morti quasi tutti. Tali cose divulgate, nè tutte crediamo, nè tutte giudichiamo inventate ... Nel Lazzaretto un untore confessò d’aver patto col diavolo, mostrò dove tenea nascosto i barattoli pieni di veleno, e tosto dopo spirò. Una donna, confessato spontaneamente il misfatto, diede fuori per complice la figlia sua, che fu trovata coi vasi e tutto per ungere. Mentre un tale, convinto per untore menavasi al supplizio tanagliandogli le membra, additò uno degli spettatori, e lo fe prendere ai birri come complice suo. Ed io posso proprio affermare d’uno, che vestito da  prete, entrò ne’ chiostri e gli unse. Si sa del resto che questa non è la prima peste fatta per umana malizia: nè la cosa è impossibile ad effettuarsi, benchè difficile assai: come dicesi degli alchimisti che tramutano i metalli, ma con inesplicabile fatica lavorandovi attorno tutta la vita. Negli untori s’aggiunga la malizia dei demonj, che sempre avversi agli uomini, spingono ed ammaestrano al misfatto, che loro procaccia messe d’anime e di corpi. Perocchè mentre i magistrati cercavano gli untori, trascuravane le cure necessarie.

Questo può aquistar fede alle unzioni. Ma d’altra parte, non si potea tanto miracolo finire con ricchezze private: nessun re o principe vi fornì roba o potere: neppur mai trovossi il capo e l’autore di questi unti. Ed è grand’argomento a non credere il veder cessare di per se un delitto, che dovea durare sin all’estremo quando fosse stato diretto ad un fine prefisso. In quest’intradue come venire a capo del vero? Militari violenti, lascivi, parte nostri ma i più forestieri, noiati dal rigido impero, dal tenue soldo, dalle fatiche, dalle fami durate, si disse che cominciarono a mulinar qualche termine de’ loro patimenti: ed ajutante il diavolo, inventarono le unzioni, i cui elementi portarono forse dai luoghi stessi ond’era venuta la peste. Da alcun tempo ancora andava per Lombardia una brigata di uomini facinorosi, vantatori di delitti, spadaccini, che, senza nè guadagno nè punto d’ onore, sfidavano chiunque valesse nelle armi. Che gli scellerati, per sottrarsi al patire, ricorrano al delitto non è novità: Catilina vel dica. Ma che questi untori fossero i peggiori viventi che mai, appariva dal loro modo di morire, poichè, sprezzando ogni soccorso delle anime, anche sotto la mano del boja, duravano a negare. Un d’essi, colto proprio in sul fatto, e condotto  addiritura alla forca, visto un carro ov’erano i monatti misti ai cadaveri, strappossi a quei che lo menavano, e di un salto balzò in mezzo a quella turba pestilente, come in sicurissimo ricovero fra buboni e marcia, ove nessuno avrebbe ardito stendere la mano. Ma preso a sassi e schioppettate, fu rotto in molte parti, e sulla bara stessa carreggiato alla fossa. Del resto tanti fatti, le condanne successe, l’atrocità dell’influenza, appena lasciano dubitare del fatto delle unzioni.

Così il cardinale.

Quello che più desta meraviglia si è il vedere come da questo delirio si lasciassero prendere i medici, e fino il Tadini. Egli che de’ primi avea gridato contro il venire dell’infausto esercito tedesco, egli, che primo aveva riconosciuto i casi di peste disseminata nel paese; egli per cui istanza fin dall’11 ottobre antecedente il tribunale di Sanità avea messo quello di Provvisione sull’avviso affinchè, crescendo la peste in Francia, in Fiandra, in Germania, e già penetrando ne’ Grigioni ed a Poschiavo, la tenesse lontana di qui con ferro, fuoco, forca: egli, col Settala suo maestro, preso a perseguitare dal popolo perchè sosteneva esservi la peste; egli che per ufficio o per zelo ne avea seguito passo passo prima le tracce sparse, poi le gigantesche; egli che avea veduto le ragioni del crescer di quella nel mancar di providenze, nell’ostinazione del vulgo a non crederla, nell’aver raccolti gli affamati al Lazzaretto, nella malizia dei monatti che ad arte lasciavano cadere cenci e cadaveri per le vie e nelle case, nel castigo di Dio perchè hormai si vedeva persa la ragione, il giuditio, la prudenza, la carità nelle creature, egli divenne dei saldi a sostenere, che la peste era diffusa dalla perversità degli untori.

« Talmente si trovava fondata (così egli) l’opinione del vulgo e della plebe e della nobiltà che queste unzioni non fossero solamente pestilenti, ma ancora vi concorresse l’arte diabolica per distruere non solamente la città, ma tutto lo Stato.... che ogni notte per il spazio di tre mesi si vedevano unte molte contrade della città, che era cosa di stupore e meraviglia non sapere dove si fabbricasse tanta quantità d’unguento, quale si vedeva di colore gialdetto, o croceo scuro: et in verità havere da ongere in una notte le centinaja et migliaja di case, bisognava fosse fabricato con arte diabolica, perchè naturalmente parlando non si poteva fare che non si fosse saputo o inteso per le diligenze straordinarie, che, trattandosi del benefitio publico, ciascuno non le facesse. Ma quello che ci confermava concorrere l’arte diabolica in queste ontioni è, che ogni notte, non solamente si trovavano rinfrescate le untioni nelle medesime case della notte antecedente, ma accresciute di gran lunga la subsequente ... Et che sii la verità, non si può negare che il podestà di Milano un giorno non facesse condurre nel tribunale della Sanità dieci furbi, d’età in circa di 12 in 14 anni, li quali confessarono a viva voce che ogni mattina erano condotti all’offelleria, et doppo bene mangiato et bevuto, andavano ongendo le persone che si trovavano nel Verzaro, con unguento, che gli era dato d’alcune persone che si trovavano ad un hora di notte in quelle case che si dicono matte al bastione, con 40 soldi per ciascuno, et fatta diligenza la sera medema per fargli prigione, non si ritrovarono. Ben è vero che vicino al bastione se gli trovò un tale Giovanni Battista, che della parentella per degni rispetti non si nomina, et condotto prigione, mentre si tormentava restò sopra la corda strangolato dal demonio, et quegli figliuoli furono frustati, di puoi banditi da tutto lo Stato ...

Nè solamente restò nella città di Milano, ma si allargò nel Ducato in molte terre et ville, per causa delle quali furno presi alcuni delinquenti et condannati alla Ruota, et in particolare un laico servita et un altro di S. Ambrosio ad Nemus, per esser caso notorio, furno presi con detto unguento, et messi alla tortura confessorno averlo riceputo da certe persone forastieri, per far morire alcuni suoi nemici, dove poco dopo furno ancor essi condannati alla morte.

In questo tempo non fu Medico alcuno nè persona intelligente che avesse sentimento diverso di queste untioni pestilenti, che non fossero con arte diabolica fabricate: mentre per le molte persone le quali morivano alla sprovista senza segni esterni, senza comercio da loro saputo di contagio, concludevano tutti per necessità esser stati unti e non altrimenti.

S’ aggiunse di più che, oltre l’unguento pestilente e venefico, fabbricavano ancora una polvere della medesima natura e qualità, la quale spargevano nelli vasi dell’acqua benedetta; pigliata dal popolo nelle chiese et ancora nelli luoghi della povertà, dove si trovavano caminare con li piedi ignudi: attacandose alle mani et piedi, haveva tanta forza che incontinente quelle misere creature s’infettavano et morivano in brevità di tempo » .

Dopo molti altri esempj viene a narrar di sè stesso, che vide, in contrada di san Raffaello, un furfante a cavallo, che destramente spargeva detta polvere, ma accortosi d’essere scoperto, fuggì a rotta di collo: di due zitelle di Antonio Vailino di Caravaggio, che nel prendere l’acquasanta in chiesa dei Servi per segnarsi, vi scorsero qualche polvere galleggiante, e fra quarantore morirono, e d’altre due donne che, giunte alla chiesa delle Grazie, trafelate dal cammino e dal caldo, bevvero dell’acquasanta, e poco stante ne morirono.

Certo vi parrà mirabile come sì torte conseguenze potessero tirarsi da fatti semplici, per adoperarli, invece di utile ammaestramento, a rincalzo delle superstizioni. Così l’accorrere di tanta gente alla chiesa delle Grazie era naturale che, pel contatto, accrescesse il male: ma no; doveasi dire che un untore, travestito da frate, era stato veduto, in iscambio di quell’olio miracoloso, porvi dell’unto suo [13]. In quella sconsigliata processione fatta l’11 di giugno, e nel concorso per otto giorni al Duomo a visitare san Carlo, il Tadini vedeva una ragione di crescere il male, sì per la folla, essendo nel più caldo della state, sì pel contatto colle persone infette, si pel camminare con piè scalzi e riscaldati sopra le vie sporche delle reliquie de’ frequenti cadaveri: pure doveasi spiegare la mortalità cresciuta colle polveri venefiche. Al 25 di luglio s’appicca un incendio, corre voce che sia un’arte dei Francesi, agguatati fuori per sorprendere la città: onde un dar all’armi, un terror panico, un accorrere, un affollarsi, e crescere le morti sì pel contatto, sì perchè ogni popolare effervescenza sviluppa e cresce le epidemie; ma anche allora si disse tutto questo essere stato una trama degli untori per avere agevolezza al loro infernale proponimento [14]. Dei processati alcuni morivano fra i tormenti, gli altri duravano protestandosi innocenti fin alla morte; e questo s’avea per prova dell’esser coloro dati al diavolo [15]. Povera ragione!

Dopo tutto ciò, mi chiedete forse quel ch’io creda del fatto di tali unzioni? Veramente, a sentirlo asserire da tanti come cosa veduta proprio da loro, trattandosi di un giudizio di immediata, assoluta percezione, parrebbe un eccesso di critica il dubitarne. Ma chi faccia ragione alla natura dell’uomo e all’oscurità dei tempi, resta condotto anche più in là del dubbio. Perocchè l’uomo, quant’è più grossolano tant’è più credulo: quant’è più passionato tant’è più precipitoso nei giudizj: e quando annunziasi una meraviglia, più è grossa più agevolmente è creduta; e ognuno, almeno per ambizione, pretende esserne stato testimonio. Che se mai vi poneste mente, i fanciullini quando si fecero alcun male son tutta finezza nell’apporre a qualche caso la colpa, per iscagionarne sè stessi. Anche il popolo, fanciullo adulto, per non dover dire « Io contrassi il contagio coll’avere trascurate le debite cautele » trova comodo l’incolparne un’ineffabile malignità. Aggiungi l’istinto della curiosità, che vorrebbe trovar di tutto le ragioni, e adatte al modo suo di vedere: aggiungi la perpetua inclinazione del vulgo a scorgere la mano dell’iniquità nelle sciagure, perchè sentendo, troppo duro il dar di cozzo contro quello che con arcana bilancia i beni e i mali scomparte, vuol pur trovare quaggiù un reo, contro cui sfogare il dispetto di patimenti che non è persuaso di meritare.

Che se a questo modo di vedere proprio di tutti i tempi (e voi n’avete in pronto esempj troppo recenti) s’intreccino altre accreditate illusioni, diffuse, radicate, l’abitudine d’incaute credenze e di osservazioni trascurate, chi misurerà l’abisso ove può giungere l’uomo? Gran lezione a coloro che hanno potere sull’opinione, agli scrittori principalmente, ai maestri, ai giornalisti, ai preti, di non tollerar l’errore neppur là dove paja innocente, perchè lento stende le sue radici a danno delle utili piante, e i frutti ne sono sempre funestissimi.

E appunto in quell’età il desiderio d’empiere con gagliarde sensazioni il vuoto, abborrito dalla volontà, che restava nelle fantasie pei falliti interessi generali, la terribile vicissitudine di sfortunati eventi, la malizia di chi traeva ragionamento avevano ricondotto gl’Italiani a quel punto, in cui, come fanciulli fossero guidati coll’opinione e colla credulità, non colla indagine, colla ragione. In ogni parte del sapere, misteri: filosofi, leggisti, teologanti giuravano sulla parola del maestro: rimaneasi contenti a cause ridicole: ogni fenomeno spiegavasi con soprannaturali cagioni, miracoli, prestigi, santità o diavoleria: insultata e fin punita la ragione qualvolta rivendicasse i diritti suoi.

Basti l’accennare l’opinione delle streghe e della magia. I temporali, le malattie alquanto complicate, la sterilità de’ campi o delle donne, fin quel naturalissimo effetto dell’innamorarsi, voleansi attribuire a maligno sguardo, a filtri, a malie. Già avete potuto vedere in questi commenti le prove di tutto ciò: ed anche là i folletti erano stati visti coi proprj occhi; testimonj oculari aveano conosciuto il tale e il tale nelle tregende [16]; i tribunali, le persone più elevate n’erano convinte tanto, da seguitarne per un pajo di secoli carneficine legali, orribili, non interrotte; vittime oggidì compiante, non che dai generosi pochi, ma fin da quelli che disprezzano altre vittime, cadute volontarie all’antiguardo della ragione progressiva.

Che se oggi nessuno, se non forse qualche donnicciuola, crede vi sieno state streghe, benchè il fatto trovisi asserito da tanti, benchè tante l’abbiano esse medesime confessato ai tribunali, non potremo anche credere fossero mero un sogno quelle unzioni? Trovar una parete impiastricciata, nulla di più facile, massime allora. Chi la vide lo disse: mille altri asserirono averlo veduto anche loro: il fatto, correndo per le bocche, misto allo spavento, ingrandisce: si variano le circostanze così da parere diversi fatti il fatto unico — ecco tutto.

Che se si volesse credere almeno alla prima unzione, attribuendola a burla od altro, come poi spiegare quella continuazione? come il numero quasi infinito di case unte ogni notte? Ove si fabbricava tanta materia? chi ardiva diffonderla e in tal copia, dopo che vedeansi dati ai più crudeli strazj quelli che appena n’erano sospettati rei? Eppure anche queste cose sono tutte attestate con altrettanta asseverenza [17].

Se poi ci fosse stato ancora chi non credesse esser quegli unti un’arte diabolica, vennero i padri del sant’Uffizio ad annunziare al presidente Arconato siccome il tal dì appunto era stato da essi prefinito al demonio perchè cessasse ogni suo potere sovra il popolo milanese: parole, dice il Ripamonti, che sembrano togliere ogni dubbio intorno agli unti, essendovi interposta l’autorità apostolica, che non può nè ingannare nè essere ingannata [18].

Quand’anche fosse provato che i governanti siano sempre i più dritti pensatori, non vi farebbe meraviglia il vederli entrar anch’essi a due piedi nella credenza degli unti, e così al risentimento istintivo del popolo aggiungere quello deliberato della legge. Fin sulle prime il senato excellentissimo non restava usare ogni diligenza benchè straordinaria per ritrovare li malfattori, acciò si potessero castigare, e per levare ancora tanto terrore che seguiva per la città quando fosse anco fatto per burla o per spavento del popolo[19].

Il tribunale della Sanità poi pubblicò il seguente

EDITTO

Avendo alcuni temerarj e scellerati avuto ardire di andare ungendo molte porte delle case, diversi catenacci di esse e gran parte dei muri di quasi tutte le case di questa città, con unzioni parte bianche e parte gialle, il che ha causato negli animi di questo popolo di Milano grandissimo terrore e spavento, dubitandosi che tali untuosità siano state fatte per aumentare la peste che va serpendo in tante parti di a questo Stato, dal che potendo seguire molti mali a effetti ed inconvenienti pregiudiciali alla pubblica salute, ai quali dovendo gli signori Presidenti e Conservatori della Sanità dello Stato di Milano per debito del loro carico provedere, hanno risoluto per beneficio publico e per quiete e consolazione degli abitanti di questa città, oltre tante diligenze sin qui d’ordine loro usate per metter in chiaro i delinquenti, far pubblicare la presente grida: Con la quale promettono a ciascuna persona di qualsivoglia grado, stato e condizione si sia, che nel termine di giorni trenta prossimi a venire dopo la pubblicazione della presente metterà in chiaro la persona o le persone che hanno commesso, favorito, ajutato o dato il mandato, o recettato, o avuto parte o scienza ancorchè minima in cotal delitto, scudi 200 de’ danari delle condanne di questo Tribunale: e se il notificante sarà uno de’ complici, perchè non sia il principale, se gli promette l’impunità, e parimente guadagnerà il suddetto premio.

Ed a questo effetto si deputano per giudici il signor Capitano di Giustizia, il signor Podestà di questa città ed il signor Auditore di questo tribunale a’ quali o ad uno di essi avranno da ricorrere i propalatori di tal delitto, quali volendo saranno anco tenuti segreti.

Dato in Milano li 19 Maggio 1830.

M. Antonius Montius Praeses.

Jacobus Antonius Taliabos Cancell.

 Aperti dunque cent’occhi per iscoprire i rei dell’unzione, si credette finalmente averli trovati [20].

Era la mattina del 21 giugno 1630 sulle ore otto e piovigginava, quando Caterina Trocazzani Rosa, Ottavia de’ Persici Bono ed altre donnicciuole abitanti là presso la Vedra de’ Cittadini in porta Ticinese, videro uno, che passeggiando s’atteneva alla parete (è naturale se pioveva), a luogo a luogo tirava con le mani dietro al muro... avea vna carta in mano, sopra la quale mise la mano dritta che parea volesse scrivere, e poi levata la mano dalla carta, la fregò sopra la muraglia, e faceva certi atti attorno alle muraglie, che, dice la Rosa, non mi piacevano niente. Alcun’altra l’avea visto intridere con una penna: niuna l’avea conosciuto proprio, perchè incappato di cappa nera, e giù negli occhi un cappello nero alla francese di quelli che si usano adesso; ma a varj indizj giudicarono fosse Guglielmo Piazza, commissario della Sanità: uno cioè destinato a girare, notando i malati e facendo levare i morti.

Le cinguettiere raccontano la cosa: si bisbiglia: guardano le muraglie: ed alto da terra circa un braccio e mezzo sono sporche di una sudiceria grassa tirante al giallo: si abbruciacchia, si scrosta il muro: che bisbiglio pensatelo. E sebbene gli uffiziali della Sanità, fatto sperimento di quell’untume sopra i cani senza cattivo effetto, lo credessero piuttosto un’ insolenza che una scelleraggine, pure venne ordinata la cattura del Piazza.

Colui, ribaldo a segno da commettere il più orribile delitto nel chiaro del dì, era in piedi stante su la porta dell’uffizio della Sanità: uomo d’alta statura, barba rossiccia, capelli castani, calze e brache nere di mezzalana cenciose, una camicciuola nera come il panno; gli ombravano la faccia le tese arrovesciate di un cappellaccio. E menato su, e benchè non gli si trovassero in casa nè vasi, nè unto, nè praecipue danaro, è sottoposto a processo. Datogli, come si soleva, il giuramento di dir la verità, interrogato se conoscesse di nome i deputati delta parrocchia della Vedra (egli abitava al Torchio dell’olio) e se sapea che fossero state untate le muraglie, o nol sapesse proprio, o scegliesse un partito solito alla debolezza ed al timore, rispose del no. A queste bugie ed inverosimiglianze gli è minacciata la corda. Se me la vogliono anche attaccar al collo, rispondeva egli, lo faccino, che di queste cose non ne so niente. Fu adunque messo alla tortura.

A questo solo nome voi fremete, ed a pena credete che una volta la legge, la quale dee rispettar l’innocente nell’uomo non ancor giudicato reo, studiasse il peggior modo di sconnettere con industrioso spasimo le membra, e prolungare l’angoscia e la desolazione di un uomo per cavargli la verità. Eppure così era pur troppo. Legar le mani dietro al tergo, poi levar in alto l’accusato e squassare la corda sicchè le ossa dell’omero venissero a lussarsi: alla mano del paziente rovesciata sul braccio avvolger una matassa di canape, e torcerla finchè l’osso si dinnocolasse; abbrostire a fuoco lento le più sensitive parti del corpo: conficcare sotto le unghie schegge di legno resinoso, poi accenderle: mettere a cavalcione di un toro di metallo rovente ... basta: io non vi prolungherò il raccapriccio di tale descrizione [21].

Il Piazza adunque legato alla tortura e levato in alto, strideva, ed, Ah per amor di Dio, vossignoria mi faccia lasciar giù che dirò quello che so. Ma calato negava d’essere conscio di chicchessia: alzato ancora, niente confessò, talchè per quel giorno fu rinviato. Al domani, benchè desse buon conto del dove era stato tutta la mattina del 21, fu di nuovo applicato al tormento, adoprando anche la descritta legatura del canape. Siccome poi il demonio poteva aver ammaliato il reo nei capelli, negli abiti o negli intestini, perciò lo si radeva, coprivasi colle vesti della curia, e talvolta gli si dava anche una purgagione. Così fu adoprato col Piazza, il quale tra il supplizio sclamava: Ah Signore, ah san Carlo! Se lo sapessi lo direi: ammazzatemi, ammazzatemi. Nè cosa alcuna confessando, fu rimandato in prigione.

Oggi noi diciamo. Quanto più un delitto è atroce, tant’è più duro a commettersi, tante più prove si vogliono per crederlo. Ma una tutt’altra prammatica vigeva allora e durò un pezzo, che nei casi atroci bastano più lievi conghietture, e può il giudice trascendere il diritto. In conformità adunque di questa, si ricominciò la tortura al giorno seguente: e mentre andavasi allestendo lo spaventoso arsenale, il misero ripeteva: Mi ammazzino che sono qui: mi ammazzino che l’avrò caro, perchè la verità l'ho detta. Indi cruciato con acerba tortura a più riprese ad arbitrio del giudice, esclamava: Non so niente; fatemi tagliar la mano; ammazzatemi pure: oh Dio mi, oh Dio mi. — Ah Signore sono assassinato. — Ah Dio mi, son morto; oh che assassinamento, oh che assassinamento!

Nè altro ne cavarono: onde fu gettato in prigione senza pure allogargli le ossa; il che era un continuare la tortura. Ivi allo sciagurato si affacciavano da una parte nuovi tormenti, quello spaventevole moto di seghe, di cavalletti, di tanaglie, di ruote ingranate nelle sue carni; infine l’ultimo grado dell’obbrobrio e della sventura, quella morte senza combattimento e senza incertezza, la presenza della quale è una rivelazione di terrore per gli animi più preparati [22]: dall’altra la bellezza della vita che più si sente come si è presso a perderla. Evitar quelli, serbar questa doveva esser il suo desiderio; e lo poteva col valersi dell’impunità promessagli, e chiamarsi in colpa di iniquità nè pur mai sognate. Preso questo disperato consiglio egli si fece condurre innanzi ai giudici. Ivi il cattivo cominciò a raccontare come avesse ricevuto l’unto da Gian Giacomo Mora barbiere, amico suo di buon dì e buon anno, il quale fattogli motto una volta, gli disse: Vi ho poi da dare non so che unto: e da lì a dui o tre dì, essendo presenti tre o quattro persone e un Matteo che fa il fruttarolo e vende gamberi in Carrobbio, gliene diede tanta quantità quanta potrebbe capire questo calamajo.

Perchè colui non unse da sè? come arrischiò sì enorme proposta in presenza di tanti? cosa poteva il Piazza ripromettersi da un miserabile barbiere? Domande che al più triviale buon senso suggerisce questo romanzetto di atterrita fantasia, ma che non caddero in mente, o almeno alla bocca degli attuari d’allora.

Movendo dal centro di Milano, presso san Lorenzo, a mano ritta incontrate una via detta la Vedra dei Cittadini: sopra un angolo di quella oggi sta la spezieria Porati, sull’opposto una casa segnata col numero 3499, dove è una macelleria ed altro. Allora un arco cavalcava la via, e in quella casa appunto era la barberìa di Gian Giacomo Mora. Quell’insieme che suole chiamarsi la Giustizia si condusse dunque ad essa casa. Ivi il ribaldissimo, il quale, per libidine di far male, non solo spargeva unti infernali, ma cercava complici al più nero misfatto; benchè sapesse dalla fama e gli unti scoperti sui muri vicino a lui e la cattura del Piazza, fu trovato colla moglie e con tre sue fanciulle, che stillava non so che acque al lambicco: e (così il Ripamonti) tosto si dissero l’un l’altro all’orecchio esser questa senz’altro un’officina di veleni. Se ne visita, anzi si capovolge la casa, notandone ogni tattera benchè minuta: ma non appare cosa sospetta. Solo diceva di aver fatto a commissione di Guglielmo Piazza, dell’unguento dell’impiccato per ungersi i polsi per preservarsi dal mal contagioso: e se mai, soggiungeva, mi son venuti in casa perchè io abbi fatto questo elettuario e che non s’abbi potuto fare, io non so che fare, l’ho fatto a fin di bene e per salute dei poveri, perchè ne ho dato via per l’amor di Dio ed un vaso l’ho falto io e l’altro l’ha falto il signor Girolamo speziaro alla Balla.

Se non che tra il frugare scoprono nel cortile un fornello con dentro murata una caldaja di rame, nella quale si è trovato dentro dell’acqua torbida, in fondi della quale si è trovato una materia viscosa gialla e bianca, la, quale gettata sul muro si attaccava. L’immaginazione, prevenuta di dovere scoprire il corpo del delitto: l’amor proprio che s’incresceva di non trovarlo di fatto, resero tutti persuasi quello fosse l’unto senz’altro. Ben la ragione avrebbe avuto a dire sul lasciar cosa tanto micidiale in un cortile aperto, ove frequentava la famiglia del reo, e sul non aver egli cancellato le tracce di un delitto bucinato: ma l’animal razionale troppo spesso lascia alle passioni soffogar la voce della ragione. Il Mora, chiesto che roba fosse colà entro, rispose che era smoglio (così chiamiamo noi il ranno); e la donna sua Chiara Brivio confessò d’aver fatto un quindici dì avanti il bucato, e lasciato nella caldaja un residuo della cenerata.

Ma i giudici se l’erano fitto in mente, e volere o non volere doveva esser quello il corpo del delitto. I birri legano il Mora, che esclamando, Non stringete la legatura della mano perche non ho fallato, e Sia lodato Iddio, andossene con loro.

Margarita Arpesanelli lavandaja, chiamata a visitare il ranno, dichiara che non è puro, ma v’è dentro delle furfanterie: e che con il smoglio guasto si fanno degli eccellenti veleni; teorica nuova, sconosciuta all’Orfila. Dell’egual tenore sentenzia un’altra, argomentando principalmente dell’untuosità di quella feccia, cosa troppo ovvia al fondo di una caldaja, ove si lavarono il cenciame e gli empiastri di un barbiere. Manco male che si pensò a far riscontrare quella roba al chimico Achille Carcano; il quale visto l’elettuario, lo ebbe per ischietto; e confessandosi poco pratico di smoglio soggiunse che per rispetto dell’untuosità che si vede in quest’ acqua, può esser causata da qualche panno ontuoso lavato in essa ; ma perchè in fondo di quell’acqua vi ho visto ed osservato la qualità della residenza che vi è, e la quantità in rispetto alla poca acqua (non pensò che poteva essere evaporata) dico e concludo al mio giudizio non poter essere in alcun modo smoglio: conseguenza chiara come l’ambra.

Chiamato di nuovo in esame il Piazza, e minacciato di levargli l’impunità se non dice quel che sa, cioè se non inventa qualche altra ciancia, egli ormai addestrato nel dir bugie, amplifica la storiella sua, contando che col barbiere praticava il Baruello genero del Bertone, qual Baruello è stato ritirato un pezzo sulla piazza del castello (luogo immune); sta su la spada, sul fare delle indegnità, ed è un grande bestemmiatore, e pratica anche con li Foresari padre e figliuolo, gente furfunta che anche sono stati nella Santa Inquisizione. Ecco qui indicati altri rei: ma un più, rilevante egli ne palesò quando un’altra volta (agli 8 luglio) confessò che il barbiere gli prometteva gran somme di danaro, dicendogli che quel che doveva darle era un capo grosso, infine un tale de’ Padiglia figliuolo del signor Castellano di Milano[23].

Fu travolgimento di fantasia? fu insana voluttà di vendetta? o speranza di salvar sé e gli altri coll’involger nella colpa uno di quelli che aveano sempre ragione? [24].

Agli accusati di gravi delitti e che non potessero resistere ai tormenti, rimaneva un rifugio; d’implicar nel loro misfatto qualche illustre personaggio. Morto il Delfino, figlio di Francesco I, è arrestato il suo coppiere Montecuccoli (accusato già dal finire il suo nome in i, come dice Vittore Hugo), ed esso accusa complici Anton de Leyva, il marchese Gonzaga e Carlo V, e di nessun si credette; assassinato il principe d’Orange, Baldassare Gerard suo uccisore confessa al tormento averne avuto commissione dai Francescani, dai Gesuiti, dal duca di Parma, e di tutti si credette. Tra i moltissimi mandati a morte sotto la regina Elisabetta d’Inghilterra come rei d’attentato contro la sua vita, fu un soldato di nome Squires (1589), che stato cinque ore alla corda, alfine confessò che il gesuita Walpole gli aveva somministrato un sottilisimo veleno, col quale esso aveva unto l’arcione della sella su cui la regina cavalcava, e la sedia usata dal conte d’Essex, favorito d’essa. Tolto dal tormento si disdisse, pure fu squartato gridandosi innocente, e il relatore mostrò come Elisabetta non fosse campata che per patente miracolo; attesochè quantunque la stagione fosse calda e le vene aperte a ricevere quella maligna intenzione, tuttavia il corpo di lei non patì alteramento di sorta, nè la mano sua più danno che quella di san Paolo quando gittò da sè la vipera nel fuoco ».

Anche altrove s’incontrano dunque e i casi e i modi stessi. Contro gli indicati dal Piazza si procede; e prima il Mora racconta come il suo unto fosse con olio d’ olivo, di lauro, di sasso e philosophorum, cera nuova, polvere di rosmarino, di salvia e di bache di ginepro, ed aceto forte. Chiesto se avesse dato olio pestifero da ungere, Signor no, mai de no, in eterno: far io di queste cose? se aveva promesso al Piazza delle monete: Signor no: e dove vuole vossignoria che pigli mi quantità di danari? E messo a fronte del Piazza, il quale gli sostiene e l’unto e il concerto col Padilla: quivi fu il sì ed il no: il Mora negò costante e, Pazienza: per amor di voi morirò: in coscienza mia non so niente.

Tanti indizj e sì evidenti erano fin troppi per farlo mettere alla corda. Quel furbo trinciato gettossi innanzi ad un Crocifisso pregando: baciò la terra: esclamò: Gesù e Maria, sia sempre in mia compagnia; poi si diede a quei legali assassini da straziare. Cresceano gli spasimi: il misero si protestava innocente: e, Vedete quello che volete che dica, che lo dirò. Avendo in spine promesso di parlare, fu calato: ma non sapendo cosa dirsi, fu levato ancora: strillava il povero martire: Vergine SS. sia quella che m’ajuta; esortato, sempre dal giudice a dir la verità: Veda quello vole che dico, lo dirò.

Continuò questa vicenda di tormenti, finchè tra il delirio dello spasimo lasciò uscirsi di bocca: Gli ho dato un vasetto pieno di brutto, cioè di sterco, acciò imbrattasse le muraglie, al commissario. Rallegrati i giudici d’avere reo spontaneamente confesso, lo fanno slegare, l’interrogano, ed egli risponde che l’unguento era sterco umano, smojazzo, perchè me lo domandò il commissario per imbrattar le case, e di quella materia che esce dalla bocca dei morti.

Che lo sterco e il ranno siano pestiferi è cosa nuova: la bava sì, ma come raccorla senza nocumento? per scemarne la forza col diluirla nel liscivio?

Al dì successivo, il Mora, chiamato a confermare il suo deposto, rispose: Quell’unguento che ho detto non l’ho fatto mica, e quello che ho detto l’ ho detto per i tormenti. I giudici allora a dargli su la voce, e minacciar nuovi martori; ond’egli: V. S. mi lasci un poco dir un’Ave Maria, e poi farò quello che il Signore m’ispirerà.

Ed inginocchiatosi all’effigie di Colui che patì prima di noi e per noi, pregò lo spazio di un miserere, e poi sorto ed interrogato, replicò che in coscienza sua non era vero niente dell’esame che fece jeri.

Già colla pietosa immaginazione voi mi prevenite, figurandovi a che nuovi spasimi venne il misero sottoposto, finchè promesso di voler mantenere la verità, fu deposto, ma per protestare ancora che del già detto non era vero niente. Però alla fine più non reggendo al dolore, confermò vero tutto il detto, ed aggiunse che il Piazza aveagli procurato un vaso di bava, dicendogli di prepararne un unto, col quale ungendo i catenacci e le muraglie, si ammalerà della gente assai, e tutti due guadagneremo.

Nel tempo che morivano fin 3500 persone al dì faceva mestieri di procurare malati!

Chiesto poi nelle stesse guise sul conto del signor Gaetano Padilla, confessò: questi mi dava tutti li danari che volevo; e se dicevamo due doppie me le dava, se quattro quattro: e c’era un banchiere che sborsava i danari.

Domandato del nome del banchiere: Se non lo posso dire: l’ ho qui stretto nella gola, e non lo posso dire: ho groppito qui.

Dategli però alcune scosse delle buone, nominò Giulio Sanguinetti, il quale dava danari senza ordine o ricevuta: e mezzano della pratica indicò don Pietro di Saragozza, soldato in castello [25]. Non servendolo però sempre la fantasia, a molte domande replicava: Non lo so: lo saprà il commissario, perchè lui è molto bene informato del tutto.

Il qual commissario interrogato non si trovò punto, com’era naturale, d’accordo nella deposizione col Mora: se non che suggeritegli le risposte, indicò per banchiere un Turcone, che subito sborsato il danaro, erasi reso a Como: ed altre fandonie, colle quali non aquistò se non di venire come bugiardo dichiarato immeritevole dell’impunità, Furono dunque date ad entrambi le accuse, e un avvocato per difenderli, giacchè, per trista che fosse quella legislazione, non mandava uno a morir indifeso [26]. L’avvocato però, non meno degli altri fanatico e prevenuto, udendoli protestare dell’innocenza, ricusò di assisterli. Furono mandati al supplizio.

Un giorno al notaro Gallarato si presenta per via un giovane, e gli dice: Voglio che V. S. mi accetti nella sua squadra, ed io dirò quello che so. L’ uomo fu messo all’esame, del quale togliamo le seguenti rivelazioni. Io mi chiamo Giacinto Maganza, e sono figliuolo di frate Rocco, quale di presente si trova in san Giovanni in Conca. In porta Ticinese mi addimandano il Romano così per soprannome, e un giorno il cognato di Baruello oste di san Paolo in Compito mi disse: Andiamo fuori di porta Ticinese, lì dietro alla Rosa d’oro ad un giardino a cercare delle bisce, dei zatti e dei ghezzi [27] ed altri animali, quali li fanno poi mangiare una creatura morta: e come detti animali hanno mangiato quella creatura, hanno le olle sotto terra, e fanno gli unguenti, e li danno poi a quelli che ungono le porte: perche quell’unguento tira più che non fa la calamita.

A queste stravaganze da vero forsennato aggiunse, che tal unto l’aveva il Baruello in un’olla grande, e l’aveva sotterrato in mezzo dell’orto nella detta osteria della Rosa d’oro [28] con sopra dell’erba: e che ne diede a lui, ed egli lo dispensò sopra il Monzasco, sopra le sbarre delle chiese, perchè questi villani, subito che hanno sentito messa, si buttano giù e si appoggiano alle sbarre e per questo le ungevo. Chiesto di dinotare i luoghi appunto ove untò, nominò Barlassina, Meda, Birago, che voi sapete se sono sopra il Monzasco. Interrogato da chi avesse avuto l’unto, Me l’ ha dato il Baruello e Gerolamo Foresaro in un palpero sopra la ripa del fosso di porta Ticinese vicino la casa del detto Foresaro, qual sta vicino al ponte dei Fabbri... Quando mi diedero tal unto, fa quando io fui se non venuto dal Piemonte, e mi trovarono dietro il fosso di porta Ticinese; il Baruello mi disse: o Romano che fai? Andiamo a bever il vin bianco; mi rallegro che ti vedo con buona ciera; e così andai all’osteria (e dopo breve pausa) all’offelleria delle sei dita in porta Ticinese, e pagò il vin bianco e un non so che biscottino e poi mi disse: vien qua Romano, io voglio che facciamo una burla a uno, e perciò piglia quest’unto [29], quale mi diede in un palpero, e va all’osteria del Gambero, e va là di sopra, dove è una camerata di gentiluomini, e se dicessero cosa tu vuoi, dì: niente, ma che sei andato là per servirli; e poi che gli ungessi con quell’unto. E così andai, e gli unsi nella detta osteria del Gambero, quali erano là: io era di sopra alla lobbia a mano sinistra, e m’introdussi là a dargli da bevere, mostrando di frizzare un poco, cioè per mangiare qualche boccone e così gli unsi le spalle con quell’unguento, e con mettergli il ferrajolo gli unsi anco il collaro e collo con le mani mie, ove credo sono poi morti di tal unto.

Una volta almeno il giudice ebbe tanto buon senso da chiedergli come non fosse danneggiato anche lui da quell’ unto. El sta, rispose, alle volte alla buona complessione delle persone. Il buon senso del giudice si accontentò [30].

Un furioso, un mentecatto poteva impastocchiarne delle più incongruente e strane? e pure su queste si fondò molta parte delle condanne.

Girolamo Migliavacca foresaro, cioè arrotino alle colonne di san Lorenzo, era uomo di perduti costumi. mezzano d’amori, fratricida, stato già nell’Inquisizione per essersi finto confessore, ed avere usato pratiche superstiziose, ma sì povero che non usciva di casa per non avere ferrajuolo nè cappello. Una donna l’avea sentito a dire: Non sono nè anche morte tutte queste bozzirone? bisogna anche farne morire delle altre. Visitatagli la casa, nulla si trovò, se non un vasetto, che la moglie procurò di nascondere: ma scoperta, lo confessò opportuno per guarire da un mal vergognoso. Interrogato sul proposito degli unti, negò, resistette lunga pezza ai tormenti: finchè vinto da quelli, confessò d’avere untato per commissione del Baruello, il quale confidavasi in una persona grande.

E dopo che fu condannato a morte, legato di nuovo alla tortura perchè dicesse i complici e tutto, raccontava: Mentre mi trovassi sopra la porta della casa ove tengo bottega, venne uno spagnuolo del castello: essendo meco il Baruello disse esso spagnuolo, mostrando una di quelle canevette con dentro dell’onto: ho qui il balsamo: questa sira voglio imbalsamare: poi voltosi a me detto Baruello disse: vedi minchione che avevi tanta paura!

Però tra il confessare saltava su tratto tratto ad esclamare: Signor no che non è vero, ma se mi date li tormenti sarò forzato a dir che è vero benchè non sia. — E quel che ho confessato adesso non l’ho confessato a buon’ora perchè credevo d’esser stato assassinato da testimonj. Per amor di Dio V. S. non scriva questo perchè non è vero, ma lo dicevo per schivar li tormenti. Qual volta però così dicesse, era scrollato di nuovo finchè confessasse.

Ben migliore di costui era suo figliuolo Gaspare Migliavacca, che non conosceva tutti quegli amici del padre suo se non di veduta, ma io non parlavo mai con loro, anzi avevo dispetto che venessero là, perchè nella nostra bottega vi venivano delle donne e delle tosanne (zitelle), e loro dicevano delle parole sporche, e le donne si discumiavano (sviavano); anzi una volta il Baruello, il Sasso e il Bertone fecero una mattinata di sassi a mia moglie, mentre io stava per sposarla.

Tanto maggior ragione abbiamo di compianger lo strazio che se ne fece, fra mezzo al quale durò costante come un eroe e: Non ho fatto nè quelli nè altri delitti. — Facci quello che vole, che non dirò mai quello che non ho fatto, nè mai condannerò l’anima mia; ed è molto meglio ch’io patisca tre o quattro ore de’ tormenti, che andar nell’inferno a patire eternamente.

Ben sei crudele, o lettore, se quelle voci non ti strappano le lacrime, e tanto più pensando che nol sottrassero al supplizio.

Così durò, così finì Pier Girolamo Bertone, il quale interrogato rispondeva: Vole ch’io dica quello che non so? minacciato della corda: Facci quello che vole. — Se sapessi qualche cosa la direi: torturato, nulla palesò e, Sono assassinato — non so come farà Dio a sopportare questa ingiustizia.

Instigatore di tutti costoro e principale in tanta malizia, Stefano Baruello si presentò egli stesso al podestà, perchè ho inteso che mi è stato a cercare. L’insano Maganza avea deposto che costui riceveva quattro doppie al giorno, che era leccardo come uno sbirro, che voleva de’ migliori bocconi, e che avea confessato esser 1500 quelli che andavano ungendo. Il Migliavacca avea detto d’aver ricevuto un’acqua da costui: sulla quale interrogato, il Baruello rispose come ell’era dormia [31] fatta con oppio tebaico, vin bianco e coriandri, e che l’avea data per la donna del Migliavacca franzesata: non conosceva il Mora, nè sono stato mai in casa sua se non quando vennero li sbirri a prenderlo, che andai a vedere che furigata (parapiglia) era quella: a cento domande schiettamente rispose: ma poichè non conveniva colle accuse, gli furono dati parecchi tratti di corda. Nè per questo confessò: Non è vero; non si troverà mai tal cosa: son uomo da bene ed onorato, come proverò a suo tempo.

Condannato alla morte, gli fu lasciato a scegliere o di morire di villana morte arrotato, tanagliato, dipinto poi sur un muro appiccato per un piè, o di andarne impunito se palesasse la cosa e i complici.

Voi quale avreste preferito?

Egli, pensatoci parecchie ore, si decise a dir tutto come all’attuaro piacesse: e qui cominciano le più strane ed ubbiose deposizioni che uom potesse. E narrò che un Carlo Vedano, maestro di scherma, gli propose di guadagnar gran danari purchè facesse il volere del figlio del Castellano: al che avendo assentito, lo fece abboccar con questo, il quale gli diede danari e un unto da spargere: Raccordatevi che son uomo di portarvi fuori di qualunque pericolo si sia ... et io ho a centenara de’ galantuomini che mi fanno di questi servigi; e questo vaso non è perfetto, ma bisogna prender delli ghezzi e delli zatti e del vin bianco, e metter tutto in una bozza, e farla bollire acconcio acconcio ... e non dubitate che tutti quelli che l’adoprano in mio servizio non saranno offesi: e così seguitava narrando, oltre quel che il Maganza ed altri aveano deposto contro di lui, favole tali pel corso di forse due ore, che parvero sconvenienti e inverosimili fino a’ processanti d’allora, che è tutto dire. Onde redarguito e diffidato a dir la verità, Uh uh uh! se non la posso dire; e stendendo il collo e tremando a verga a verga diceva: V. S. m’ajuti; V. S. m’ajuti.

Quello storcersi, quell’aprir le labbra e digrignar i denti e gorgogliar nella strozza mise il giudice in dubbio che avesse patto col diavolo; onde con aperta suggestiva [32] addomandatone il paziente, dischiuse nuovo campo innanzi alla sconcertata immaginazione del Baruello. Il quale fu fatto inginocchiare, e dire: Io rinunzio ad ogni patto che io abbia fatta col diavolo, e consegno l’anima mia nelle mani di Dio e della B. V. col pregargli a volermi liberare dallo stato nel quale mi trovo, ed accettarmi per sua creatura. Avendo ciò detto divoto e di cuore, alzossi, ma nel voler parlare, ruppe in note confuse, arrantolate, allungando il collo, stringendo i denti, finchè sclamò: Quel prete francese ... e gettossi a terra, cacciossi cocolloni [33] contro un angolo come ascondendosi, gridando pure: Dio mi: ah Dio mi: ajutatemi, non mi abbandonate.

Chiesto di che temeva: È là, è là quel prete francese con la spada in mano che mi minaccia; vedetelo là, vedetelo là sopra quella finestra — Ah Signore! el viene, el viene colla spada nuda in mano. E così gridava, e faceva atti da ossesso, e gli usciva bava di bocca, sangue dalle nari, e chiamava soccorso.

Fatto venir un prete, benedetta la finestra, esorcizzato, il Baruello esclamava: Scongiurate quel Gola Gibla: finchè finito l’esorcismo, il reo confortato prese a dire: Signore, quel prete era un francese il quale mi prese per una mano, e levando una bacchettina nera, lunga circa un palmo, che teneva sotto la veste, con essa fece un circolo, e poi mise mano ad un libro largo in folio, come di carta piccola da scrivere, ma era grosso tre Beta, e l’aperse, ed io vidi sopra li fogli delli circoli e lettere a torno a torno, e mi disse, che era la clavicola di Salomone, e disse che dovessi dire, come dissi, queste parole, Gola Gibla, e poi disse altre parole ebraiche, aggiungendo che non dovessi uscir fuori del cerchio perchè mi sarebbe succeduto male. Ed in quel punto comparve nell’istesso circolo uno vestito di Pantalone, ed allora il detto prete, tenendo il quadretto dell’onto nelle mani, disse, Attaccatevi a me, nè abbiate paura. E poi voltatosi verso di me, disse: Riconosciete voi questo qua per vostro signore? facendomi cenno che dicessi de sì: ed io all’ora risposi: Signor sì, che lo riconosco per mio signore; e lui, cioè detto prete andava dicendo: Nec propter te, nec propter alios, mirando all’ampollino dell’onto, oltre molte altre parole de’ quali non mi ricordo. E così il misero seguiva comprando la vita a rinforzo di bugie: e raccontava come il Padilla gli disse che non gli mancheria danaro, che se la cosa va a luogo, io sarò padrone di Milano, e voi vi voglio fare delli primi di Milano. Sostenne queste sue menzogne a fronte degli accusati; ma forse la contenzione dello spirito gli cagionò tal febbre, che lo trasse presto a morte in prigione.

Di Carlo Vedano, lo schermidore denunziato dal Baruello come mezzano della pratica col Padilla, dava a sospettar male quel vederlo maltrattar padre e madre e figliuoli, non aver mestiere, eppure, bazzicare l’osteria e giocare: ed era corso voce che avesse onto a Magenta ed Ossuna. Interrogato però più e più volte, delle sue intelligenze col Baruello, seguitò a negarsi reo degli onti: posto a confronto con questo, sosteneva non esser vero; il Baruello replicava: È vero tutto quello che ho detto, se bene questo mostacchio da porco lo nega, ed è stato lui causa di farmi fare il marone, e adesso vuol negare la verità. — Ti sei un mostacchio di porco, replicava il Vedano; non è vero, e qui altre villanie da cani.

Messo a più atroci e replicati tormenti, andava gridando: Ah Vergine santissima, non so niente: ah Vergine santissima di san Celso, non so niente: — che martirj sono questi che si danno a un cristiano! non so niente. Prego Dio che mi castighi, e non lo tengo per Dio se non mi castiga se ho fatto questo. Dio mandi ispirazione a V. S. e a chi fa questa causa perchè si trovi la verità, e faccia miracolo sopra di questo. Io sono peccatore, e che abbi offeso Dio è vero, ma di questo sono innocente.

Tanta ne fu la costanza, che si credette opera d’ incanto, onde fu raso e purgato e di nuovo legato alla corda; finchè promettea dir la verità se fosse posto in terra. Venne esaudito, ma tenendogli sempre strette le mani, onde esclamava: Illustrissimo signore, fatemi slegare un pochettino che dirò la verità. E volendosi che cominciasse a dirla: Fu il Baruello che mi venne a trovare in porta Ticinese, e mi domandò che andassi con lui per certo frumento che era stato rubato — mo Signore, V. S. mi faccia slegare un poco che V. S. avrà gusto. — Gusto!

Lentata la legatura, quando lo spasimo più nol pungeva sì vivo, Illustrissimo signore non so che dire, non so che dire: non si troverà mai che Carlo Vedano abbia fatto alcuna infamità. Dategliene ancora delle buone senza remissione alcuna, non confessò nulla: finchè parendo che molto soffrisse, nè potendosi altro sperare da lui, fu fatto slegare e riconsegnare. Il misero sarà stato gettato in una prigione col dolore del tormento sofferto, delle ossa lussate, dell’innocenza inutile: l’aquirente, che con quiete e riflessa soddisfazione stava là ordinando Stringete, alzate, un po di più, sarà andato quietamente al pranzo, forse solo amareggiato del non avere al tutto compita la sua buona azione.

Ai banchieri Cinquevie, Lucino, Sanguinetto e Turcone, indicati come pagatori delle grosse somme, si visitò la casa, ma senza trovarvi nè ricevute, nè ordini, nè nota sui registri. Al primo, che negava d’aver mai pagato a costoro, il giudice dava la mentita perchè nel detto del Baruello si contiene l’anno, il giorno, l’ora, il mese, il luogo, il modo con che furono pagati detti zecchini! Al Lucino fu anche data la corda, ma resistette. Il Sanguinetto protestava non avere sborsato nè poco nè minga nè assai; e quando li avessi pagato, e avessi saputo che si dovessero spendere in tal causa, sarei venuto a denunziarlo alla giustizia. Gerolamo Turcone di Como diceva: Di saper la causa della mia prigionia ne son tanto lontano, che ho voluto diventar matto, perchè so di non aver cosa alcuna di brutto. E volendosi pure metterlo al martòro, accusò malate le braccia; ed il medico [34] dichiarò che il sinistro era in pessimo stato, ma che al destro, sebbene avesse una fontanella, poteasi applicare la legatura del canape. E si applicò, senza nulla cavargli di bocca.

Don Giovanni Padilla, il perno attorno a cui tutta quella trama si aggirava, soldato di Marte e di Venere, buon compagnone e che non avea mai un soldo, quantunque assicurato che il detto de due vigliacchi non poteva macchiare la reputazione d’un cavagliere della sua qualità, fu tenuto buona pezza prigione; ma quando venne agli esami, confutò il luogo, il tempo, i testimonj: provò come in quel giorno fosse coll’esercito sotto Casale, nè mai avesse avuto che fare con cotestoro. Io mi maraviglio molto che il senato sii venuto a risoluzione così grande, vedendosi e trovandosi che questa è una mera impostura e falsità, fatta non solo a me, ma alla giustizia. Come? un uomo della mia qualità, che ho speso la vita in servigio di S. M., in difesa di questo Stato, nato d’uomini che hanno fatto l’istesso, avevo io da fare nè pensare cosa, che a loro nè a me portasse tanta nota ed infamia? [35]

Buon per lui che apparteneva ad una classe privilegiata, sicchè la verità, che sarebbe scomparsa fra le vie solite, potè dimostrarla colle legali. Nè perch’egli venisse chiarito innocente, egli capo di tutto l’infame malifizio, nè perchè l’avvocato suo mostrasse evidentemente che erasi violata la procedura, non accertata tampoco l’esistenza del corpo di delitto, abusato della tortura, e ch’era follia cercare nella perversità la causa di un male da tutti preveduto, e indicato chiaramente dalla cometa; e che gli imputati erano innocenti del fatto; nè perchè questi avessero dichiarato falso ed estorto il datogli aggravio, nè perchè medici reputati, quali Giovanni Battista Appiano, Branda Borri Antonio Gambaloita, negassero il fatto medesimo delle unzioni, ma essersi infiniti casi veduti in que’ principj prima che vi fosse pur sospetto alcuno, non che parola d’onti e tuttavia con accidenti terribili e repentinamente morivano molti delli appestati; e professassero che, al contrario dell’opinione del vulgo, essi non aveano mai creduto negli onti; non per tutto questo si tenne men vera la cosa.

I notari che istrussero questo processo erano soltanto traviati e ignoranti? seguivano le forme del tempo e della giurisprudenza d’allora? od erano dolosamente colpevoli? mentirono alla propria coscienza ed anche alle leggi vigenti?

Chi appena notò l’andamento di quella procedura, e massime la differente risoluzione datavi in proposito di gente oscura e in proposito del Padilla, vien a persuadersi che que’ giudici aveano modo di conoscere l’innocenza; e v’ebbe abuso di potere, violazione di leggi e di regole ricevute.

Ma d’altra parte il giudice allora presumeva sempre la colpa all’imputato, come anche oggi, dopo tante proteste della legge e della ragione, si fa principalmente ne’ delitti di Stato. Se una colpa è denunziata, dunque fu commessa; se fu commessa c’è un reo; se uno n’è imputato n’è dunque autore; colla corda lo faremo confessare. Dell’innocenza di quegli infelici, sospettata da tanti, nessuno che sappiamo alzó protesta; come quando l’opinione calunnia un uomo, neppure adesso si osa dire ch’egli è incolpevole. Tanto è raro, allora non più che oggi, il coraggio civile. Noi siamo uomini, un povero impasto cioè di ragione e di passione. Vediamo quel che devesi fare, e nol facciamo. I notari e i senatori aveano l’obbligo impreteribile di studiar il solo vero: però erano uomini, imbevuti delle idee del tempo, ravvolti nelle passioni vulgari. Chi non abborre quel tiranno che pretende punire colla misura ordinaria fatti commessi durante una rivoluzione, quando cioè un’idea predominante acceca a segno, da farsi credere un dovere?

Già era venuto fuori un terribile decreto in questi sensi:

Philippus IV Dei gratia Hispaniarum etc. Rex,

et Mediolani Dux etc.

Havendo prodotto questo infelice secolo huomini, per non dir mostri, usciti dalle più horride parti dell’inferno, quali già divenuti così scelerati et crudeli, che con fini barbari ed infami eccedendo nella lor ferità tutti i termini dell’umana crudeltà, hanno havuto ardire di cospirare nella morte ed eccidio de’ Popoli e Città di questo stato, co ’l fabricare veneni pestiferi e dispergerli per le case, per le strade, per le piazze e sopra gli huomini stessi, uccidendo in questo modo infinito numero de’ cittadini e famiglie senza distinzione di età, di sesso e di stato; nè contenti di questo, sono arrivati a segno tale d’empietà verso Dio, che fatti sacrileghi gli hanno ancora disseminati sopra persone sacre, ed introdotto ne’ Chiostri d’huomini Religiosi, e Vergini sacre ed innocenti, ed ancora nei Sacri Templi, imbrattando con essi le Sante Immagini ed i Sacrosanti Altari, acciocchè niun luogo restasse in tutto della loro empietà sicuro a’ miseri, che per la salute propria e comune ai Santi intercessori ed allo stesso Dio ricorressero. E quello che più accresce l’horrore è, che molti di questi tali scellerati, mossi da una infame ed esecranda avaritia, diuenuti parricidi siano arrivati a stato tale d’empietà, di tradir per danari la propria Patria, e quei Cittadini, coi quali s’erano nodriti ed allenati, col fabricare e disseminare in essa questi pestiferi veleni, rompendo con più non udita inhumanità quei legami sacrosanti d’amore, coi quali dalla natura, da Dio stesso, e dalla continua consuetudine i cuori humani si sogliono insieme stringere ed alligare. Per rimediare ad un delitto tanto grande, e sradicare dal mondo a huomini tanto empii ed inhumani, oltre il premio proposto a chi metterà in chiaro il detto delitto dal Tribunale della Sanità di scuti 200 e l’impunità ad uno dei complici con grida del 19 maggio p. p., fu d’ordine di S. E. publicata altra grida sotto il 23 giugno susseguente, con premio di altri scuti 200 da pagarsi dalla R. Camera, e d’ altri scuti 500 offerti dalla città di Milano, e della liberazione di due banditi di casi graui, con l’impunità ad vno dei complici, a chi mettesse in chiaro il detto delitto. E comunicato poi il negotio col Senato, il quale stimò questo delitto in questa parte andar di paro con quello di Lesa Maestà, anzi esser con esso inseparabilmente congiunto, fù comminato con pubblico Editto del dì 11 luglio a quelli che sapessero quali fussero i rei di un tanto delitto, e non lo rivelassero, la pena della vita, e confiscatione de’ beni che dalle leggi era prescritta a quelli che non scoprissero i rei di Lesa Maestà. Ed ultimamente con altra grida delli 13 luglio, fatta co ’l parere del medesimo Senato: per dar maggior animo a quelli che havessero voluto metter in chiaro questo fatto, si propose nuovo premio dell’impunità a trè complici e di mille scuti, e la liberatione di trè banditi di casi riseruati, purchè hauessero le opportune remissioni. Ed il Senato, essendo venuto sotto il suo giudizio due dì a questi traditori della patria, con la sentenza del 27 luglio, ha posto mano a quella maggior severità delle leggi, che fosse conforme, non all’ enormità del delitto, poichè a quella è impossibile arrivare, a ma all’habilità della natura humana ed alla Cristiana pietà.

Ma perchè non conuiene tralasciar alcun rimedio per sradicare dal mondo sceleratezza tanto empia e fiere tanto crudeli, hà risoluto l’Ill. ed Ecc. signor Ambrosio Spinola ecc., co ’l parere anche del Senato, di far pubblicare la presente grida.

Con la quale inherendo alle suddette, le quali vuole che restino nel suo vigore e forza, ed a tutte le proibitioni e pene fatte ed imposte dalle sacrosante leggi, così comuni come particolari di questo stato, per la salute commune e beneficio publico, prohibisce a ciascuna persona di qualunque conditione e stato sia, senza eccettuarne alcuna, il fabbricare ò far fabbricare questi pestiferi veneni, o l’usargli sotto pena della vita, in modo che condotti al luogo del Patibolo, le siano dal Carnefice con una ruota ben ferrata spezzate ad vno ad vno tutte le ossa principali del corpo dal cranio della testa impoi, perchè possino i loro corpi esser intessuti viui fra i raggi di detta ruota, e poichè in essa fra quelli acerbi cruciati in pena della sua sceleratezza ed ad esempio de simili mostri di crudeltà havranno vomitata quell’anima infelice, che informava quel corpo scelerato, sia quell’infame cadavere come peste del mondo gettato nelle fiamme, e ridotto in minima polvere che sparsa nell’acqua d’vn vicino fiume, si disperda, non convenendo che qualsiuoglia minima parte di lui abbia sepoltura in quella città ò luogo, che haurà così empiamente tradito.

E se questi tali saranno Cittadini ò Sudditi di questo Stato, commanda S. E. che le Case di tanto empii parricidi, come Nidi de’ traditori siano rouinate e distrutte; e che i posteri loro, come quelli che haueranno hauto la descendenza da’ traditori della patria, siano in perpetuo priui di tutti gl’honori, commodi, priuilegi, utilità proprie de’ Cittadini Sudditi di questo Stato, e siano tenuti trattati in tutto e per tutto come stranieri e d’ altre nationi, e per la nota che porteranno sempre seco d’esser discesi da sangue d’empii parricidi contro la propria patria, sia abborito il Commercio loro, come se fossero nati fra que’ popoli che sono stimati più barbari e fieri, e sogliono seruir ad altri per esempio d’ogni inhumanità e crudeltà. Riseruando sempre al Senato l’arbitrio di aggiunger a queste pene quei maggiori cruciati che la giustizia, e la seuerità delle leggi havuto risguardo all’atrocità del fatto, richiederà.

Commanda di più S. E. che tutti i complici di un cosìhorrendo delitto siano sottoposti alle stesse pene, ed in oltre ordina che non sia alcuna persona che abbia ardire di tenere in Casa ò in altro qualsivoglia luogo conservare sotto pena della vita, questo pestifero veneno, nè trattar di fabricarlo, ò usarlo, rimettendosi nel genere della morte all’arbitrio del Senato, havuto riguardo al fatto, ed alle persone seruando però sempre la dovuta seuerità.

E perchè il distinguer da veleno a veleno potrebbe turbare l’essecutione della presente grida, dichiara S. E. che tutti li Veneni che non saranno nella sua semplice e natural forma, ma misti ò trasformati, sieno giudicati per pestiferi, ad effetto d’essequire le suddette pene.

Et acciocchè tale e così essecrando delitto non possa restar occulto, promette S. E. l’impunità a quello de’ complici che preuenerà gli altri in darne parte alla giustizia; e si dichiara che a quelli che si lasceranno preuenire sarà da S. E. denegata ogni Gratia e misericordia, e lascierà che abbia contro di Loro effetto la severità della giustizia.

Di più commanda S. E. che tutti quelli che sanno ò sapranno alcuni esser colpevoli di tutti ò alcuno de’ sodeti delitti, siano tenuti subito a venirgli e denuntiare alla giustizia sotto pena d’esser tenuti Complici, auuertendo bene a non lasciarsi prevenire da alcuno, perchè se si scoprirà che l’habbino saputo, e si siano lasciati preuenire da altri, non s’admetterà alcuna scusa, ma saranno con ogni pena più severa et esemplare castigati.

Dichiara inoltre S. E. che per la presente grida fatta in materia di questo pestifero Veneno, non si intende di derogare a qualsiuoglia altra Legge, che proibisca il fabricare, usare, portare ò ritenere veleni: anzi vuole che tutte le leggi intorno a ciò fatte siano inuiolabilmente osservate ed eseguite. E commanda S. E. al Capitano di Giustizia, Podestà di Milano ed agli altri Podestà delle Città e Terre solite, a far pubblicare questa Grida acciò venga a notitia di tutti.

Data in Milano alli 7 di agosto 1630.

Ex ordine S. Ex. Anton. Ferrer.

Vidit Ferrer:

Prouerie.

 

Quando il legislatore imperava così colleroso, così fiero, così ingiusto, fin a colpire l’innocente discendenza, cosa aspettare dagli esecutori della legge? Era il tempo che ogn’anno, nè solo in Italia, si bruciavano centinaja di fatucchiere. Tre anni dopo, Giacinto Centino d’Ascoli. Mossosi in fantasia di far papa un suo zio cardinale studiò le mallee formò di cera l’effigie del papa regnante per incantarlo: ma scoperto, egli fu decapitato, parecchi frati ed altri suoi correi, di cui al più potea punirsi l’intenzione, o meglio inviarli ai pazzarelli, furono condannati al fuoco, alla galera, ai ferri in vita.

In quest’anno stesso, all’occasione della peste, i Bormiesi aveano proibito che uom non passasse nella confinante Engaddina. Or diè nelle scolte un paesano che avea violato il confine, e che confessò esser andato di là per interrogare un astrologo su certa bisbetica malattia di sua moglie, e che questo gli avea fatto vedere in un’ampolla tre persone che l’aveano fatturata. Di queste côlta una vecchia, domandata alla corda nominò ben trenta persone come complici, che tutte furono bruciate.

Nel luogo del Cairo in Piemonte furono prese due streghe, venutevi apposta per ungere. Una delle quali posta alla tortura, confessò che, finito il ballo nel Pianazzo, il demonio ordinò che, in diverse squadre andasser attorno a spargere alcune polveri per attaccar la peste; essa fu tra quelle destinate al Cairo e a Savona, ma quando s’avviava per questa città, il demonio le disse di fermarsi, così volendo la Madonna protetrice di quella città [36].

Già prevedete dunque a che finissero i poveri untori. L’editto riportato vi accennò i due condannati ai 27 luglio, e uccisi il 2 agosto, che furono Gian Giacomo Mora e Guglielmo Piazza.

Nella difesa del Padilla è prodotta la testimonianza del capitano Gorini, il quale, trovandosi in prigioni mentre il Piazza stava nel chiesino, l’udì altercare con due cappuccini. Ed io, soggiunge, mi levai dal letto così in camisia et andai all’uschio, e dando orecchio al detto contrasto quale durò circa mezz’ora, sentei che detto Commissario strepitava, et diceva che moriva al torto per essere stato assassinato sotto promesso, che perciò li volevano far perder l’anima. Insomma li padri cappuccini partirono senz’haverlo potuto disporre a confessarsi nè a far atto di contrizione. In quanto a me, m’accorgei che lui haveva speranza che si dovesse retrarre la sua causa e agiutarlo. Partiti che furono i cappuccini, io mi misi li calzoni et gippone, ed andai dal detto commissario, pensando far atto di carità col persuaderlo a disporsi a ben morire in grazia di come in effetto posso dire che riuscii. Poichè li padri non toccarono il ponto che toccai io, qual fu che l’accertai di non haver mai visto nè sentito dire che  il senato retrattasse cause simili dopo seguita la condanna. Anzi li dissi che se havesse trovato altrimenti, mi contentavo di morir per lui.

Anche in altri casi e uomini e nazioni, perduta la speranza d’ottener per giustizia la vita, si rassegnano a prepararsi a una buona rnorte, e così quei miseri. Ma certi di morire innocenti se non in quanto la Giustizia gli avea costretti a mentire, non aveano neppure, a sostenerli nel gran punto, quella forza che è propria dei gran delinquenti; la forza, il cui abuso li trasse al misfatto.

Posti essi sovra un alto carro, vennero tanagliati lungo tutta la via che è dal Capitano di Giustizia al Carrobbio: quivi si recisero loro le destre: poi giunti alla Vedra, luogo dei supplizj, ebbero ad una ad una frante le ossa dalla ruota; ed intrecciati alla ruota stessa, poi innalzati, rimasero vivi sei ore, — fra quali spasimi neppur regge l’immaginazione a pensarlo. E le povere lor donne? e i poveri figli loro? ‒ Infine scannati e bruciati, ne furono gettate le ceneri nel vicino rivo.

Allora veramente era un accidente abituale della vita pubblica il veder la Giustizia trascinare le sue vittime ai tormenti e alla forca: il mondo colto appena ne parlava; il meneghino al più sospendeva un tratto i suoi lavori per correre a motteggiare con insulto codardo al condannato, ad osservare con barbara compiacenza l’impressione che fa la morte calcolata sopra un volto senza malattia o senza speranza. Ma quella volta, trattandosi di un tanto delitto, corse il popolo affollato; e deliro di quella oscena e spietata ebbrezza che rende capace di ogni delitto, applaudiva a quest’orribile lusso di supplizj. La voce del popolo era anche in questo caso voce di Dio?

Nè qui s’arrestò la vendetta che chiamano giustizia. Ai 7 settembre furono decapitati Girolamo Migliavacca arrotino, Francesco Manzoni detto il Bonazzo, e Caterina Rozzana; G. B. Farletta, quel che unse il fiore, morto in prigione, fu bruciato in effigie. « I quali tutti (dice il Ripamonti) nell’atto del supplizio, giuravano al popolo la propria innocenza; di morir volentieri per altri peccati, ma non essere colpevoli delle unzioni, de’ venefizj, degli incantesimi: tant’era la insania de’ mortali e la perversità; oppure il livore e l’astuzia del diavolo ». Gian Paolo Bigotto appestato, che dal padre Felice Casati, col porgli una reliquia sul capo, fu indotto a rivelare d’aver unto l’arte de’ falegnami, venne condotto dal Lazzaretto a porta Vercellina, ove rimasto quattr’ore spenzolone per un piede, fu schioppettato dal boja. Gli assistevano esso padre Felice e un Teatino, et affermarono questi che, al solito degli altri, avea costui rivocata la confessione, e sin all’ultimo fiato protestato di morire innocente [37]<.

Quel delirante Baruello ordì in prigione un’altra storia non meno assurda e fantastica della prima, finché caduto dalla peste, disse a un suo compagno di prigione: Fatemi piacere di dire al signor potestà, che tutti quelli che ho incolpati li ho incolpati a torto, et non è vero ch’io habbia chiapato denari del signor Castellano, perchè ne anche mai ho praticato con lui. Indi a due ore che fa sul far del giorno, se ne morse.

Giacinto Maganza, Gianandrea Barbiere, G. B. Bianchino, Martino Recalcato, Gaspare Migliavacca, figlio dell’arrotino, e Pier Girolamo Bertone furono messi alla ruota e tosto scannati.

Mentre si conducevano al supplizio taluni di costoro, furono unti i Cappuccini, alcuni birri e due confratelli di San Giovanni alle Case rotte [38], che loro assistevano. Al modo che si diceva e si stampava sul serio. « I tribunali bruciarono, le leggi condannarono le streghe, dunque streghe vi sono » [39], così dal veder perseguitata quella selleraggine delle unzioni, il popolo venne a crederla sempre più, e moltiplicare i sospetti e le vittime. E forse alcuno, convinto che veramente coloro fossero untori, volle divenirlo esso pure, e si persuase di poterlo, caso non nuovo nella fisiologia [40]. Durante l’agosto e il settembre non vi era giorno che non si sentissero grande novità di queste maledette unzioni ... e pochi malfattori si ritrovavano. E in particolare li duoi padri cappucini (Casati e Pozzobonelli) d’ogni eccettioni maggiori, assicuravano esservi molti untori nel Lazzaretto, quasi fosse mestieri arte umana per crescere l’orrore di quel luogo. Si disse fino che quelli deputati in porta Nuova a distribuire il pane ai poveri, lo ungessero; opinione resa più probabile dall’esser eglino plebei; giacchè i nobili e i mercanti se n’erano iti da Milano [41]. Onde anche il Tadini confessava non capire come mai, se al solo fabbricatore dell’onto, il Mora, non se ne era trovato che pochissimo, tanto poi se ne propagasse, ed anche dopo lui morto.

« Moltissimi (aggiunge il La Croce) ne furono fatti prigione nella città di Milano, per lasciar da parte tutti quelli di fuori... Più di 1500 complici furono scoperti, e lo disse di propria bocca il M. R. P. Felice che inteso l’aveva da uffiziali supremi: ne erano piene le prigioni.... molti furono posti in ruota.... moltissimi scoppiavano vivi nella prigione, di modo che quando pensavano gli uffiziali di ridurli a nuovo esame o punirli di morte, morti in carcere li ritrovavano. — Questi malvagi s’avevano tra loro divise le arti, le chiese e le religioni, ed in modo tale compartitasi la povera città, ne facevano miserabile strage ». E segue a dire che una donna nel Lazzaretto confessò ai Cappuccini d’averne appestati 4000: un altro, d’esservi per danari entrato ad ungere: un vecchio tentò indurre un ragazzo a porsi la polvere venefica fra le dita, e fingendo tastare le frutte in piazza, infettarle: ma scoperto, non si potè trargli parola, finchè un sacerdote nol benedisse. A un prete complice, mentre volea confessare il principal reo, apparse il diavolo minacciandolo di spada: e una donna indemoniata gli venne innanzi con una carta, affermandogli in faccia che ed esso ed altri v’aveano posti i loro nomi. « In somma ogni giorno mille stravaganze venivano scoperte, ed il danno che ne seguiva nella povera città mostrava pur troppo chiara questa maledetta fattura » (pag. 48).

La casa del Mora fu rasa dalle fondamenta, ed erettavi una colonna infame, ed a fianco quest’iscrizione:

HIC UBI HÆC AREA PATENS EST

SVRGEBAT OLIM TONSTRINA

JOANNIS JACOBI MORÆ

QVI FACTA CVM GVGLIELMO PLATEA PVB. SANIT. COMMISSARIO

ET CVM ALIIS CONSPIRATIONE

DVM TESTIS ATROX SÆVIRET

LÆTIFERIS VNGVENTIS HVC ET ILLVC ASPERSIS

PLVRES AD DIRAM MORTEM COMPVLIT

HOS IGITVR AMBOS HOSTES PATRIÆ JVDICATOS

EXCELSO IN PLAVSTRO

CANDENTI PRIUS VELLICATOS FORCIPE

ET DEXTERA MVLCTATOS MANU

ROTA INFRINGI

ROTÆQVE INTEXTOS POST HORAS SEX JVGVLARI

COMBVRI DEINDE

AC NE QVID TAM SCELESTORVM HOMINVM RELIQVI SIT

PVBLICATIS BONIS

CINERES IN FLVMEN PROICI

SENATVS JVSSIT

CVJVS REI MEMORIA ÆTERNA VT SIT

HANC DOMVM SCELERIS OFFICINAM

SOLO ÆQVARI

AC NVNQVAM IMPOSTERVM REFICI

ET ERIGI COLVMNAM

QVÆ VOCARETVR INFAMIS

IDEM ORDO MANDAVIT

PROCVL HINC PROCVL ERGO

BONI CIVES

NE VOS INFELIX INFAME SOLVM

COMACVLET

MDCXXX KAL. AUG.

 PRÆSIDE PUBL. SANIT.                PRÆSIDE SENAT. AMPL.               R. JUSTITLE CAPIT.

MARCO ANT. MONTIO                     JO. BAPT. TROTTO                      JO.BAPT.VICECOMITE

* * * *

« Dov’è questo largo,

sorgeva la barbieria

di Gian Giacomo Mora,

che congiunto con Guglielmo Piazza, commissario della pubblica sanità

e con altri,

quando la peste era più atroce,

sparsi mortali unguenti,

molti a cruda morte trasse.

Questi due adunque, giudicati nemici della patria,

sovra alto carro,

martorati prima con tanaglie roventi,

recisa la destra,

il senato li fece frantumare colla ruota,

e alla ruota intrecciati, dopo sei ore scannare

e bruciare;

e perchè nulla rimanga d’uomini sì scellerati,

confiscatine i beni,

fe gettarne le ceneri nel fiume,

e ad eterna memoria

questa casa, officina del delitto,

spianò

e che mai più non si rifacesse,

ma si alzasse una colonna

detta infame. «

 Lungi di qui,

lungi buoni cittadini, chè non vi contamini

l’infelice infame suolo.

1.° agosto 1630.

Capitano di giustizia G. B. Visconti. Presidente dell’amplissimo senato G. B. Trotto.

Presidente della pubblica sanità M. Antonio Monti ».

Da tanti argomenti consolidata, questa credenza prese talmente fra il popolo, che quasi dimenticata ogn’altra sciagura, fece chiamar quella la peste degli untori, come l’antecedente erasi chiamata di san Carlo. La ragione dormigliosa guardò quella colonna con terrore ed esecrazione; e uomini di gran senno parevano dar fede al delitto ch’essa attestava. Gli storici se la tramandarono, senza un dubbio, e il Nani nella Storia di Venezia scrive :

« Le peste spopolava intere provincie, e nel Milanese particolarmente (all’ira del Cielo la sceleraggine umana lavorando i fulmini) si trovò una colluvie di gente, rimescolata d’Italiani, e Spagnuoli, che, inventando nuove foggie di morte, procurò con peste manufatta estinguere, per quanto poteva, il genere humano. Il veleno di misti mortiferi ed abominandi col solo contatto uccideva senz’alcuno scampo, mentre l’insidie occulte si trovavano in ogni parte, essendo per le Chiese e per le strade sparse le stille di sì fiero liquore. I nomi di costoro non meritano, che l’oblivione, dell’attioni sceleratamente famose giustissima pena. Se ben veramente l’imaginatione de’ popoli, alterata dallo spavento, molte cose si figurava, ad ogni modo il delitto fu scoperto, e punito stando ancora in Milano l’inscritioni, e le memorie degli edifitj abbattuti, dove que’ mostri si congregavano ».

Più la adottarono gli storici lontani, giù fino al Giannone, che al suo solito ricopiando i precedenti, neppur un cenno di dubbio palesò sul fatto o di disapprovazione sui modi: Honorifica mencio era chiamata dall’Argellati nel 1745 quella che ivi si fa del Monti [42]: « Ne esiste tuttavia (dice il Muratori [43]), la funesta memoria nella Colonna infame posta ove era la casa di quegli inumani carnefici ». Che più? il Parini, il poeta della civiltà, non mostrava disapprovarla, almeno nel frammento serbatoci dal Balestreri [44]; il qual Balestreri nel luogo stesso accenna una dissertazione sulla Colonna infame letta nell’accademia dei Trasformati dall’avvocato fiscale Fogliazzi, ma per quanto cercassi, a me non venne fatto di trovarla.

II primo che di proposito e con assennatezza ne ragionò, fu quel Pietro Verri, che disse tanto male della sua patria, e che le volle tanto bene. Preso a considerarne il processo, egli mostrò come fosse piuttosto segno di gran pietà per le vittime, di vera infamia pei giudici e pei tempi. Ma la verità era timida ancora: il rispetto ai figli di coloro che v’ aveano dato mano fece che lo scritto rimanesse inedito fino ai nostri giorni.

Il conte di Sperges, referente per gli affari italiani a Vienna, a cui il Balestreri inviò una copia della Gerusalemme Liberata da lui tradotta in milanese, ringraziando quel poeta, si maravigliava come avesse potuto senza disapprovazione citare in essa la Colonna infame. Sapevasi dunque che a Vienna era disapprovato quello sciagurato monumento; ma abbatterlo non si saria potuto senza riformare il processo medesimo, senza dimostrar in errore un senato che giudica tamquam deus, senza chiarire che può passar in giudicato anche la menzogna, anche l’assassinio. E cos’avrebhero detto i discendenti di coloro, il cui nome stava ad onoranza coscritto al monumento?

Pure la ragione dei tempi incalzava, e il primo passo ch’ella dee fare è valersi a suo pro della legalità. Un antico ordine vietava si ristorassero i monumenti infami se mai ruinassero. Venne dunque sottomano eccitato il possessore della casa vicina a scalzare là intorno in modo, che la colonna minacciasse cadere. Allora come oggetto di pubblica sicurezza, si chiese fosse demolita; e in fatti la mattina del 1 settembre 1778 fu trovata a terra; ora neppur più rimane vestigio del luogo, appena qualche traccia della ricordanza [45].

A che dunque, dirà forse alcuno, a che trattenere sopra una follia che tanto è lontana dalle credenze e da’ costumi nostri? [46] Ben poteva il Manzoni risparmiare di accennarla, ben tu di spiegarci innanzi codesta processura, troppo tardiva lezione al secolo della ragione.

Risponderò primamente, che i delirj antichi giova studiarli, sì per consolarci al confronto odierno, sì per imparare quant’uopo sia d’invigorir la ragione affinchè non vada traviata. Poi, giacchè tanta fin qui me ne usaste, abbiate ancora la bontà d’ascoltare alcuni fattarelli accaduti in un’occasione somigliante, ma in un tempo e in un paese ben diversi da quelli onde fin qui si ragionò. Attenti.

Al primo scoppiare del malore, il popolo si persuase non esser questo che una finzione del governo. Ma poiché non poteva ricusar fede ai casi ognor più frequenti, entrò in fantasia che vi fossero avvelenatori, i quali diffondessero la morte. Questa parola di spavento girò in un tratto tutta la città, e da per tutto si credette trovare avvelenatori. Un impiegato, onesta e conosciuta persona, stava sul marciapiedi innanzi ad una bettola, o fosse incerto del cammino, od aspettasse alcuno: quando una donna gli si fa incontro, « Tu certo sei un avvelenatore ». Accorre l’ostiere, accorre la folla: il misero si confonde, balbetta, infine a colpi è trucidato. E subito corre voce che il vino de’ bettolieri, che la carne de’ macellaj, poi le ampolle, il pane, i confetti, la canfora, le pastiglie, l’acquarzente, il tabacco, fossero avvelenati: avvelenata l’acqua che si distribuiva alla città. Si facevano autori della trama i medici: un affisso a stampa ne accusava i segreti agenti del governo. Si lesse ne’ giornali (è un paese che n’ha a profluvio) aver un bettoliere infuso arsenico nel vino bianco. Due medici assaliti come avvelenatori, non si salvarono che trafugandosi nella più vicina caserma. Un altro tornava dal curare un’ammalata, quand’eccogli la turba addosso come ad avvelenatore: se non che impugnati i ferri del mestiere, bravamente e’ si difende. Un tale, inseguito come avvelenatore, si salvò a gran fatica nell’ospedale: la folla diede addosso ad un altro che portava un ampollino; era d’aceto: così ad un altro che recava del cloro. Uno distribuiva de’ pasticcini: egli è un avvelenatore: fortuna che gli ufficiali del buon ordine lo camparono col mangiarne eglino stessi. Due avevano comprato del cloruro: sono designati per avvelenatori: la folla li rapisce di mano ai commissarj, e a colpi di coltella gli ammazza barbaramente, e strascina i cadaveri per le strade. Due altri vennero da un ponte traboccati nel fiume. Le donne assalirono uno che teneva una boccetta di canfora, e l’acconciarono in malo modo. Due furono salvati a stento dalle guardie: e così un altro, venuto a sospetto perchè guardava in un pozzo. Un ebreo, mercatando, trae una scatoletta con alcuni scampoli di stoffe, imbevute d’acque d’odore: le donne credono vedervi l’apparato di un avvelenatore; l’assalgono: a gran fatica i soldati poterono trascinarlo alla prigione, che fu per lui un porto di salvamento. Così avvenne di altri cinque, perseguitati a sassi benchè fossero in mezzo alla forza. E da per tutto, ma singolarmente innanzi alle bettole, vedeansi cerchiolini di gente a discorrere del veleno, d’avvelenatori scoperti, cólti sul fatto, presi. E singolarmente s’erano raccolti molti a ragionarne una sera, quando alcuno comincia ad indicar un altro per avvelenatore: quel grido si propaga; corrongli addosso; il misero trova appena tempo di ricoverare nel vicino corpo di guardia: nè sarieno bastati i soldati a salvarlo, se non sopraggiungeva un rinforzo. Ma che? s’era appena chetato quel bolli bolli, ed ecco sbucar d’altra parte nuova folla che insegue un altro preteso avvelenatore, nè i soldati riuscirono a salvargli la persona. —

Finiamo, per non essere eterni. Ebbene; il luogo di queste scene, è, come diceva un di colà (Marrast), il paese classico della civiltà, la terra degli eroi, le città che è il cervello dell’Europa, Parigi: e il tempo fu l’ entrar di questo aprile 1832 [47]: e ciò ad onta della ragione dei tempi tanto mutata, e delle cognizioni sopravvenute in Europa, e in quei paesi: forse più che altrove. Così in tutte le grandi calamità la morte spiega contemporaneamente il suo vessillo sugli ospedali, sulle galere e sui patiboli.

Dunque?

Ah! i dunque sarebbero parecchi, come parecchie le somiglianze e le diversità: ma io lascio volentieri tutto ciò alla ragione vostra, cortesi lettori. Solo m’accontenterò di dire che la storia quando riguarda solo il passato o solo il presente vale poco più di un racconto da veglia.

Note

__________________________________

[1] De Rerum Varietate, lib, XV, c. 80, pag. 293, tom. Ill. edizione di Lione.

[2] Tadini, pag. 111.

[3] Anche quella si disse propagata da untori.

[4] Vedi Ripamonti, De Peste. — Tadini, p. 112.

[5] Dopo d’ allora nessuno più si ginocchiava o sedeva sulle panche.

[6] Così uno, esaminato nel processo degli Untori.

[7] Il Muratori dice d’aver raccolto da molti Milanesi, come alcuni de’ padri loro non avessero creduto alle unzioni. Noi ne adduciamo testimonj contemporanei. Il La Croce dice che « è cosa chiarissima e più che manifesta, in modo che chi pertinacemente la negasse uomo ragionevole non si potrebbe affermare », pag. 48. Il Tadini nella dedica asserisce che circa questo accidente sian stati varj li pensieri, e rimprovera quelli li quali con frivoli ragioni ed esempi procurano impugnarle, e ricorda la varietà delli pensieri degli uomini circa al veneficio accompagnato con arte diabolica, .... ancorchè molti speculativi esitassero. Altrove: Oggidì alcuni tengono che queste unzioni non fossero contagiose nè malefiche, pag. 411. Alcuni speculativi non credevano da principio cosa alcuna di questi accidenti di peste venefica e malelefica ... benchè alcuni a lor mal costo sperimentavano poi il contrario ... e per tale lo conobbero et confessarno: se bene puoco doppo passato il timore et il male, mutarno pensiero, negando il veneficio et il maleficio, pag. 408. Il cardinale Federico in un manoscritto: Fuere non nulli qui fraudem veneficiumque inficiarentur. Id facile confutatur.... pauci fuere isti, et prudentiorum sermonibus gravissime increpabantur.

[8] De Peste, lib. II.

[9] Il dotto Lotichius assicura che, nel 1626; il demonio Lucifero passò l’invernata intera qui a Milano, facendovi gran vita, sotto il nome di Duca di Mammone.

[10] Questo fatto si raccontava non da tutti a un modo, chè sarebbe un troppo singolar privilegio della favola. Pr. Sp., cap. 32.

[11] Alleggiamento dello Stato di Milano, pag. 494.

[12] Croce pag. 52 Nel 1787, cioè ai miti tempi di Pietro Leopoldo, nella mitissima Toscana, un Ebreo levantino si mette ad osservare le porte del duomo di Pisa e quasi per accertarsi che son di metallo, le percuote con un sassolino. Il populo lo crede atto di sprezzo; assale l’infelice, e lo trucida

[13] Croce, pag. 47.

[14] Tadini, pag. 128.

[15] « Sin all’ultimo pertinacemente affermarono d’essere innocenti, sopportando del rimanente quella morte con assai buona disposizione; dal che si argomenta la diabolica fattura di questo fatto ». Croce, p. 49. « Io sono di parere che li capi malfattori ed autori di tanta inumanità avessero anche patto col Demonio, e che perciò, volendo eglino palesar il fatto, venissero da quello soffocati, perchè io ne ho visti alcuni, li quali imputati di tal scelleragine, temendo il dovuto gastigo, arrabbiati se gli crepò il ventre in due parti. » Somaglia, Alleggiamento, ecc.

[16] Vi ricorda di Benvenuto Cellini. — Fra i libri di stregheria è capolavoro il Campendiun maleficarum, stampato a Milano nel 1608. Fra le 403 bolle di papi relative all’inquisizione, vanno distinte, 1.° quella di Innocenzo VIII nel 1484, dopo la quale tante furon le stragi, che nel solo elettorato di Treveri si condannarono per stregoni 6500 persone; V. Sprengel, Beiträge zur Geschicte der Medecin, 8, 43; 2.° quella di Leon X nel 1521, ove si dice che costoro, fra altre nefandità, ammazzano figliuoli per far i loro sortilegi; 3.° quella di Adriano VI, diretta nel 1523 all’inquisitore di Como, ove dice essersi trovate molte persone che si pigliano a signore il diavolo, e con incantagioni offendono i giumenti, i frutti, ecc.; 4.° quella di Sisto V nel 1585 contro la Geomanzia, Idromanzia, Aereomanzia, Piromanzia, Onomanzia, Chiromanzia, Necromanzia, contro chi fa patto colla morte, descrivendo circoli e pentagoni, ecc.; 5.° quella di Gregorio XV nel 1623, ove si asserisce che dai costoro malefizj, se anche non venga la morte, ne seguono malattie, divorzj, sterilità, ecc. Più che tutte le leggi e le bolle giovò a sperdere affatto questa razza il non credervi.

[17] « Nessuno che sia sensato può negare non sieno seguite queste unzioni di centinaja di case in Milano, per non dire le migliaja e in tutto il ducato ». Tadini, p. 148.

[18] De Peste, 1. 2. Anche nostri contemporanei confondono l’Inquisizione colla Chiesa, sia per apporre a questa gli eccessi di quella, sia per voler quella difendere, e se potessero rinnovare, come emanazione della Chiesa. Così si peggiorano fin le cause più sante.

[19] Tadini, pag. 115.

[20] Le parole da qui innanzi in corsivo sono le proprie del processo degli untori, del quale la parte offensiva fu stampata allora per uso del processo del Padilla, e distribuita, come si soleva, ai senatori. Questa fu poi ristampata a Milano nel 1839, unendovi parte di questo nostro discorso sugli untori. Un’altra edizione conforme se ne fece a Novara, tip. Merati.

[21] « Due leggeri indizj bastano a sottoporre uno alla tortura. — È in arbitrio del giudice lo stimar gl’indizj: sia più facile nelle colpe più segrete. — L’ occhio del giudice dà arbitrio e misura al tormento. E se il reo negasse dappoi quel che confessò nei tormenti? Rispondo: il reo è obbligato a perseverar in quella confessione; se no, si ripetano i cruciati fino alla terza volta ». Lucerna Inquisitorum. Un commendatore del Clara riferisce che alcuno usò un altro artifizio a scoprir la verità dalle donne, ciò fu di condursi l’imputata in camera, fingersi in ispasimo dell’amor di lei, prometterle di liberarla e farla sua, per indurla ad una confessione che la rechi a morte. Ad Clari Sent. recept. pag. 760, n. 80,

[22] Morale Cattolica, cap. 7.

[23] « Il Castellano è sempre de’ primi cavalieri spagnuoli di nascita e d’esperienza militare. Il governo del presidio di Milano è de’ maggiori e di più stretta confidenza che dia S. M. Cattolica, ed in assenza del governatore, egli ha il comando dell’armi ». Priorato.

[24] Anche qui il vulgo inventò il suo meraviglioso: che il barbiere menò Guglielmo al palazzo di un gentiluomo, il quale lo persuase ad ungere: ma resistendo lui, il prese per un braccio e lo scosse in modo che gli fece uscir sangue dal naso, col quale scrisse il nome del Piazza, e così bisognò per forza che ungesse: e si dice che questi tali erano demonj.

[25] Per cercare e domandare, non si venne mai a scoprire che vi fosse in castello un don Pietro di Saragozza.

[26] L’Inquisizione non dava avvocati. Advocatis prohibetur ne praestent auxilium, consilium, vel favorem haereticis.... in officio contra haeroticos vel de haeresi suspectes potest procedi sine advocatorum strepitu. Lucerna Inquisitorum. Milano 1556.

[27] Rospi e ramarri.

[28] Visitato quel giardino, nulla affatto si trovò.

[29] Una burla! e poc’anzi l’avea ricevuta al ponte de’ Fabbri. — E così celiando si proponeva il più enorme de’ delitti!

[30] L’ Uffizio di sanità divulgò che gli untori si preservavano con questo rimedio.

R. Cera nuova, olio comune, di lauro, di sasso: aneto, bache di lauro, rosmarino e salvia pesta: bollire con aceto, ed ungerne all’uopo le nari, i polsi, le ascelle, le piante dei piedi.

Od anche:

R. Incenso maschio bianco e solfo, once 6: arsenico cristallino o. 1: bache di lauro, garofani di droga ana n. 9: radici di verbena, di zenzero: foglie di peonia, rafano, centaurea, erba sanpietro ana un manipolo: scorza di melarancia, noce moscata una: mirra, mastice ana gr. 5: semi di ruta n. 30: pestare il tutto, porlo in un sacchetto di raso o damasco, e portarlo dalla banda del cuore.

[31] Sonnifero. Alla fini definì questi unti erano tutti medicamenti per la sifilide, onde costoro si trovavano imbrattati.

[32] Avete forse qualche patto col diavolo? — Quest’era il maleficio della taciturnità, col quale gli stregoni sapevano fare che i torturati non manifestassero il vero. Et se alcuno addomandasse come questo faccino, si risponde che lor procurano per via et mezzo de li Demonii varii commodi, i quali si tacciono per brevità e modestia. (Compendio dell’arte esorcistica et possibilità delle mirabili et stupende operationi delli demonii et de malefici, I. II, c. 12). Certe donnicciuole, camminando dietro a Satana, involte in questo maleficio stanno immobili negli tormenti, e gridano dietro agli giudici riprendendogli d’ingiustizia e crudeltà, e come le fossero invitate a nozze stanno allegre nelli tormenti. Per conoscere tale fatucchieria bisogna por mente se il reo possa piangere, giacchè, per scongiuri, nol può chi sia faturato. Per vincerla saria cosa ispediente di radergli tutti gli peli del corpo ... spogliarli dei propri vestimenti, acciocchè in quello non fosse nascosto il predetto maleficio, poi tosatogli o radutogli i capegli, pigliato un bicchiere di acqua benedetta, e gettatogli dentro una gocciola di cera benedetta, e fatto l’invocazione della Santissima Trinità, a stomaco digiuno gliene dasse a bere, che allora con l’aiuto di Dio, struggerà tal maleficio. Insegnano ancho di mettergli al collo parole sante, o l’evangelo di san Giovanni, o reliquie, sale esorcizzato, palma, ruta od altre cose tali, da cui poter ch’egli abbia, rimarrà vinto l’incanto. Vedi l’opera del P. Menghi da Viadana, stampata nel 1605 per norma della Santa Inquisizione.

[33] cocolloni: è il sedersi per terra rannicchiandosi tutto su se stesso (ndr)

[34] Per lo più assisteva un medico, sì per giudicare della complessione del malato, sì per raccomodargli le ossa; sì per richiamarlo, se mai svenisse, alla vita e a nuovi spasimi; sì per vedere fin dove si potesse spingere il tormento senza uccider il paziente. Moltissimi però rimaneanvi morti, ma allora soccorrea lo spediente d’attribuirlo al diavolo.

[35] Il Verri dice che questa risposta è forse il solo tratto nobile che si legga in tutto l’infelice volume. Il Padilla era nobile, nobile il Verri, e il sangue non è acqua: ma la risposta fra i tormenti del Vedano e del Foresaro figlio, non è altrettanto e più generosa?

[36] Gioffredo, Storia delle Alpi Marittime, pag. 1869.

[37] Croce, pag. 51.

[38] Tadini. Quella confraternita avea per istituto d’assistere i condannati a morte. In quei tempi, in essa chiesa si diceano le messe fin dopo mezzogiorno, e v’era (allora) un altare privilegiato per tutti i giorni, con la liberazione d’ un’ anima dal purgatorio per ciascuna messa che ivi si celebra. Ragguaglio dell’ottava meraviglia.

[39] Praeterea plurimae (streghe) per inquisitores fuerunt traditae brachio seculari et combustae, quod minime factum fuisset, nec summi pontifices hoc tolleravissent si talia tantummodo fantastice contingerent.... nam Ecclesia non punit crimina nisi sint manifesta et vere deprehensa. — Lucerna Inquisitorum, de Strigiis pag. 95. — Cogli argomenti stessi, 200 anni dipoi, il Tartarotti, che avea negato i congressi delle streghe, sosteneva poi che v’era la magia, perchè tutte le leggi divine ed umane, civili ed ecclesiastiche a pena di morte condannarono sempre i maghi. Congressi delle Lamie, p. 557.

[40] Un melanconico, visto a giustiziare un reo, ne risentì un vivo trasporto d’uccidere: un altro prese desiderio di venir l’eroe di uno di quegli spettacoli, e assassinò per questo. V. GAL, Physiologie du cerveau, T. IV, pag. 99. Il dottore Mathey di Ginevra narra di uno che, visto arrotare un reo, ne fu sì tocco che si credette preso da un demonio che lo trascinasse irresistibilmente all’omicidio. Nouv. recherches sur les maladies de l’esprit, p. 113. La Gazette des Tribunaux 30 Mai 1829 riferisce, che, giustiziandosi a Nantes una ragazza, un’altra all’udirne il supplizio si sentì spinta prepotentemente all’ammazzare.

[41] Tadini, pag. 419, 720. 431. Alcuni figliuoli abitanti nella Cassina Bariola presso Carono pieve di Nerviano, la domenica 7 luglio circa le 20 ore videro un frate che pareva ongesse le piante: fecero dar campana a martello, e la gente accorsa lo prese; e benchè sulle piante non si vedesse alcun unto, nè su lui veruna cosa sospetta, salvo qualche danaro di cui i birri sopraggiunti stimarono bene impadronirsi, lo esaminarono e tradussero a Milano.

Diede conto essere frà Francesco Maria Castiglione de’ Francescani del Paradiso, da Piacenza venuto a Milano per farsi vestire da suo padre; aveva la bolletta di sanità che diceva : « Per andare a Varese il r. p. frà M. F. Castione abitante in Milano, statura comune, d’anni 26, barba castana, a piedi con suoi bagagli. Dato in Milano il dì 7 luglio 1650. Segnato Legnano »: le altre carte gli erano state rapite. Questi fatti raccolgo dal processo fattone, di cui non esiste che una porzione all’archivio giudiziario.

[42] Script. Med. in Monti. Questo Monti era fratello del successore di Federico Borromeo, uno dei più reputati leggisti, consigliere dell’Inquisizione, avvocato fiscale e senatore, e morì di quella peste. Il Trotti adoprò grande studio in quella sventura, e il re volle essere da lui stesso informato per iscritto dell’affare delle unzioni. Se mai un giorno alcuno potrà cercare negli archivi di Madrid i monumenti della storia italiana, fra altre importantissime cose troverà anche questa. Il Ripamonti c’insegna come a tutto il processo presiedettero i senatori Picenardo ed Aria, fior d’uomini: e che fu lodata non poco la clemenza onde si condussero nel non avere fatto sbranare dai cani quei miserabili.

[43] Del Governo della Peste, c. 10.

[44] Traduzione milanese della Gerusalemme Liberata, canto VIII, st. 70 in nota. Ecco alcuni di quei versi:

Quivi romita una colonna sorge

Infra l’ erbe infeconda e i sassi e il lezzo

Ov’uom mai non penétra: però ch’ indi

Genio propizio all’ insubre cittade

Ognun rimove, alto gridando: Lungi,

O buoni cittadin, lungi, che il suolo

Miserabile, infame non v’infetti.

[45] Lo raccolgo da una nota manoscritta apposta ad una copia di quel processo. I monumenti infami che abbondavano qui, come colonne, iscrizioni, forche, gabbie con teschi o cadaveri interi, furono levati tutti al tempo della repubblica cisalpina.

[46] Quando prima si pubblicarono questi Ragionamenti, non era uscita la Storia d’Italia di Carlo Botta in continuazione al Guicciardini; nè il commentatore avrebbe potuto imaginarsi di leggervi queste parole: Era sorta una voce per tutta Italia, voce non vana, ma dai fatti comprovata, che certi scellerati la corressero con proposito di spandervi la peste, comunicandola alle acque pubbliche ed alle acque benedette delle chiese. Qual cosa si debba credere di questo modo di comunicare il veleno pestifero, certo è bene che questi uomini abbominevoli ciò facevano, sia che solamente spaventando volessero aprirsi via al rubare, sia che veramente con più scellerato fine le acque attossicassero. Parecchi di codesti mostri furono in Milano scoverti, e siccome meritavano, dati alle forche, le loro case stracciate, e con infamatorie inscrizioni notate. Libro XXI.

[47] Vedete i giornali francesi di quel tempo, e singolarmente il Constitutionnel 6. Avril. E guardate ne’ ricordi del giorno quel che accadde nelle altre metropoli d’Europa all’apparire del Cholera morbus. E se bramate esempj ancor più somiglianti, ove non solo delira l’impeto del popolo, ma la calma ragione dei tribunali, guardate il processo degli Incendiarj in Francia.

PS. Qund’io scriveva così non s’erano ancora le stesse scene rinnovate anche nella nostra Italia? Qui, come da per tutto, il vulgo credette che i medici distribuissero veleni, invece delle medicine che somministravano; e l’ampollino divenne famoso quanto il bossolo degli antichi; non pochi medici pericolarono della vita, ad alcuni fu tolta. A Livorno la Compagnia della Misericordia, che si buttò collo zelo della carità in mezzo a quelle ambasce, fu accusata d’avvelenatrice. Si fecero regolari processi contro gli avvelenatori, e noi gli avemmo alla mano, per nuova lezione di umiltà alla superbia del nostro secolo, e in Calabria ne eresse Giuseppe de Liguore, alcuni avvelenatori vi furono condanati al supplizio. In Sicilia fu creduto che il male fosse mandato dal governo napoletano: e a tacere la ciurma, ricorderò come il cardinale Trigona, arcivescovo di Palermo, preso dal morbo, non volle rimedi, dicendo erano inutili contro il veleno: e il famoso fisico Scinà, ai primi sintomi che ne provò, corse al direttore di polizia suo amico, pregandolo a dargli il contravveleno. Uno speziale, accusato di sparger le polveri, nasconde sotto al letto l’arsenico: la serva lo vede, il denunzia, se ne fa la prova sui cani, e si vien nella persuasione ch’e’volesse avvelenare.

Passò il cholera, non il pregiudizio: e nel 1848 durante la rivoluzione, un lodato economista siciliano scrisse che « si era dato il cholera alla Sicilia perchè l avea Napoli »: e nella memoria sporta dai signori Bonaccorsi e Lunera al congresso diplomatico di Bruxelles nel 1849, si legge che on s’écria non sans quelque raison que le gouvernement de Naples avait à dessein introduit la maladie.

Indice Biblioteca Parte undecima - Corollario - Sul posteriore incivilimento

© 1996 - Tutti i diritti soni riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011