LA  LOMBARDIA NEL  SECOLO  XVII

RAGIONAMENTI

DI

CESARE CANTÙ

 

 

 

 

MILANO, 1854

A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP.

Contrada del Zenzuino N. 529

La presente opera è posta sotto la salvaguardia delle leggi

essendosi adempiuto quanto esse prescrivono

Tipografia Lombardi

Edizione di riferimento:

Cesare Cantù, La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti, editori Volpati e C., Milano 1854 A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP. Contrada del Zenzuino N. 529, Tipografia Lombardi.

[Parte Nona]

LA PESTE

La peste che il tribunale della sanità avea temuto

potesse entrare colle bande alemanne nel milanese,

v’era entrata davvero. Cap. XXXI e segg.

Come frequenti ricorressero i contagi da qui indietro, lo sa chiunque per poco abbia letto nelle storie [1]. Ne erano cagione la sudiceria del corpo, favorita dal tener la lana sulla nuda pelle in luogo delle camicie di lino, l’abitare a troppi insieme nelle camere [2], il gran numero de’ pitocchi e vagabondi, la negligenza nell’opporsi ai principj, l’ignoranza delle buone pratiche e l’uso delle inutili e cattive. Quando scoppiò la peste nel 1630 era tutta recente la memoria di quella di san Carlo, avvenuta 53 anni innanzi, e 53 anni dopo un’altra non meno micidiale. Esso santo, quasi ne prevedesse il vicino ritorno, nel concilio V provinciale e nelle Costituzioni della Chiesa milanese avea trattato del come preservarsene e curarla: e quantunque ponesse egli maggior riguardo alle anime che ai corpi, all’indulgenze che agli argomenti umani, più che a riparare i sani, a consolar gli infetti e mandarli confortati nella speranza del perdono, pure diede alcune providenze, che sarebber spettanza del magistrato della sanità, e che poterono giovare nel rinnovarsi di quel disastro. Finito il quale, san Carlo divulgò Ricordi al popolo della città e diocesi di Milano pel vivere cristiano in ogni stato di persone; e un Memoriale di maggior mole, ove espone candidamente le passate sciagure, invitando a riconoscerne la cessazione dalla misericordia di Dio. E « abbiate perpetuamente nella memoria il benefizio che così miracolosamente Dio v’ha fatto, nè per alcun tempo ve ne scordate giammai.... Non è stata la prudenza nostra, che al principio della pestilenza rimase così stupida e confusa affatto; non la scienza de’ medici, che non è arrivata pure a bene intendere le radici di questo male, tanto meno a trovarvi sufficienti rimedj; non la diligenza di chi si sia intorno agli infermi, che prima di ogni cosa sono rimasti miserabilmente tutti abbandonati da’ suoi medesimi. È stata, figliuoli, la gran misericordia di Dio; egli ha ferito ed ha sanato: egli ha flagellato e consolato; egli ha posta la mano alla verga della disciplina; egli ci ha porto il bastone dell’appoggio e del sostegno » [3]

Il cardinale Federico, cercandone le cause, oltre le soprannaturali, singolarmente ne accagionava la fame, nata sì dalla sterilità dei campi, sì dalle violenze di que’ brutali soldati. « Perocchè, dic’egli, i Lombardi sono dilicati insieme e forti: la forza li rendeva indomiti a fatiche e guerre, e domandatene le storie; ma poi per orgoglio, fastidio e mollezza degli ingegni, si sprezzò od abborrì ogni disagio ».

I fisici conservatori anch’essi aveano altamente gridato contro il venire di quell’esercito: erasi procurato s’imbarcasse a Colico, e così scendesse per acqua, evitando il pericolo dei ladroneccio e del contagio [4], ma, i Comaschi, per ischivar l’incomodo degli imbarchi, unsero con 4000 bei zecchini le mani a chi si dovea, onde far voltare l’esercito dalla parte di terra. Il Tadini ne portò doglianze al governatore don Gonzalo: il quale però rispose non sapere che provisione pigliare nella introduzione dell’esercito atteso che così compliva al servizio ed interesse di S. M. Cesarea, et che più presto s’arrischiasse il pericolo che si temeva, che si perdesse la riputazione dell’Imperatore ... e questo non ostante, si sperava ancora la liberazione dalla divina Previdenza. Parole che ricopiamo tali quali dal Tadini [5], e che bastano a mostrare la supina infingardaggine di quel mostruoso governo. Aggiungete che l’Arconati, presidente del senato, non secondava le providenze di chi avea più sana la mente, perché non sapea darsi a credere che fosse per venirne tanto male »; o lo dicesse per isconsigliata ignoranza, per vilissima compiacenza al governo, cui tornava a conto il sostenere che il male, se pur male vi era, non fosse contagioso.

Il Ripamonti, ragionatore più giusto che non potrebbe attendersi in quell’ età, si ride di chi voleva apporre la colpa della fame e della peste alle due comete del 1621 e 1629 [6] ed ai versetti che come oroscopo, correvano per le bocche Mors et fames vigebit ubique, e Mortales parat morbos, miranda videntur [7]: la vera causa, dic’egli, fu quell’esercito che male n’aggia, il quale, se proprio non ha sparso morbo, sì vi dispose i paesani col far tanto ambasciare gli animi e patire i corpi.

La Sanità però, veduto che assolutamente voleasi lasciar passare quelle truppe, ordinò molte e buono cautele contro la peste: ma altrettanta era la trascuranza nell’ eseguirle e la destrezza nell’eluderle. Di fatto concordano tutti nel dire come la smania di trafugare qualche cencio o qualche parte de’ furti dei Tedeschi, il puzzo e l’immondezza che lasciavano dove s’erano stanziati, agevolarono la diffusione del malore. Appena n’ebbe sentore, la Sanità mandò il Tadini a visitare le terre infette. Il quale trovò pur troppo andar il malore aquistando: onde a sequestrare, purgare, bruciare; ma intanto un Antonio Lovato, o come altri scrive, Pier Paolo Locato militare, ai 22 ottobre 1629 l’avea introdotta in Milano. Lentamente andò serpendo tutto l’inverno e facilmente sarebbesi potuto svellerne le radici: ma che? la plebe persuasa che questa fosse un’altra delle tante angherie di un governo in cui non aveva fiducia, negava ostinatamente fede ai primi casi, mormorava contro la Sanità, minacciò e peggio i dottori che sostenevano contagioso il male, singolarmente il Tadini e il Settala [8]; mentre applaudiva al Cartamo, al Monte, al Calvo, al Chiodo [9], che si rideano delle providenze, dicendo che, se quel mal fosse contagioso, nè così lento progredirebbe, e tutti ne rimarrebbero presi. I negozianti mostravano di nulla crederne per non interrompere i traffici loro.

Il governatore, essendo nato un figlio al re Filippo IV, ordinò nel novembre una di quelle allegrezze. sempre del pari sincere [10]; e la plebe corse in folla a vedere in piazza del Duomo un fuoco artificiale rappresentante il monte Etna; ed alla Chiesa di san Celso ad ascoltare quel portento d’eloquenza e di filosofia, Emanuele Tesauro, il quale vi recitò un panegirico ai meriti futuri del neonato, figlio delle grazie, candidato de’ paterni regni, gemma incomparabile della maggior corona del mondo, fondamento delle speranze, speranza et voto de’ popoli, humano angioletto et mortal Dio: e dopo aver magnificato il gran bene d’essere sudditi alla Spagna, congratulavasi colla casa reale perchè avesse abbattuta l’eresia della Germania, sopra cui passando la ruota dell’austriaca fortuna, hormai le ha frante le armi e tolto il fiato, e scorrendo liberamente non pure il Reno e il Danubio e l’Albi, ma il gelato mar di Dania, anzi ne’ monti ongarici et bohemi per un mar di sangue rubella felicemente veleggia.

Funesta incredulità! Come s’aprì la stagione, favorita da una primavera cocente, poi umidissima, indi da tre mesi di caldora senza pioggia mai, irruppe il male in tutta la sua furia. Cominciando l’aprile, frequentarono viepiù i casi, prima nel borgo degli Ortolani, indi a porta Orientale, poi d’una in una fino alla Romana che ultima ne venne assalita. Allora mutate le incredule beffe in disperata certezza, sostituito lo spavento a quella calma, che in tutti i mali è un rimedio, nei contagi è anche un preservativo: assai cittadini ed i migliori fuggivano, benché fosse ordine che ciascuno rimanesse al posto a far quella carità che era da lui: il governo, affaccendato all’urgenza del bisogno, come succede quando si lascia arrivare il tempo grosso innanzi provedere, dava ordini tardi, inutili, sconsigliati, fra i quali è forza mettere le ripetute processioni. Ai 21 di maggio il cardinale ne menò una dal Duomo a Sant’ Ambrogio, che durò dalle 7 ore fin alle 18, e il Visconti testimonio oculare dice la seguivano 50 mila persone, mentre 100 mila stavano a vedere, nessuno essendo rimasto dall’accorrere. Al domani il clero secolare con tutto it popolo andò al fonte di san Barnaba a fare un voto solenne: quattro giorni di digiuno: poi si portarono attorno le reliquie di san Carlo, con addobbi così sontuosi da parer un miracolo, e se non si fosser chiuse le porte della città, dice il Visconti, questa non sarebbe bastata ai foresi che v’accorreano. A piè scalzi, vestiti di sacco lo seguivano i cittadini, e fin 4000 torchi accesi: per tutta la via salmeggiare, e a tutte le croci dir orazioni; poi otto giorni stette esposto quel corpo sull’altar maggiore del Duomo, tutti accorrendovi i cittadini, divisi per porta, e facendo offerte: tra cui tante torchie, da bastare per sei anni alla metropolitana.

Ma ormai, non che il senno e i mezzi per riparare, appena bastavano le lacrime a pianger i casi moltiplicati: poichè tosto cominciarono a morire i quattro, i cinquecento al giorno, poi sempre più fino a contarsi 3555 infetti.

Venivano questi miserabili ricettati nel borgo della Trinità, verso Sant’Ambrogio ad nemus, fuori porta Vercellina, e in un ricovero vastissimo a San Barnaba al fonte. Rimasti spopolati alcuni quartieri della città, furono messi ad uso degli appestati. Poi non bastando, si fabbricarono ad ogni porta dugento capannette di legno, divise una dall’altra per un fossatello, fra le quali n’era una più grande per cuocere cibi, un’altra per restarvi i soldati alla ronda, nel lor mezzo una croce, il cui aspetto consolasse i soffrenti: nobili signori vi soprantendevano. Quivi principalmente si poneano a tre o quattro ogni capanna i sospetti o i guariti a durar le quarantene, al che servivano pure i così chiamati Borghetti, uno in porta Romana, uno in borgo della Trinità, uno alla Foppa di porta Comasina. Pei cadaveri poi vaneggiavano due gran fosse, una a san Rocco del Lazzaretto, una al Foppone di porta Romana, oltre ventiquattro altre pur grandi, ed alcune piccole a ciascuna porta [11].

Ma dove in peggior aspetto la morte dominava, era il Lazzaretto, vasto recinto, ove si trovarono congregati fino 16,210 appestati [12] fra le camerette e i portici, e le trabacche erette nella vastissima corte, ov’ erano gettati così neglettamente, che molti ne uccideva l’assidua vampa del sole; e sopraggiunta una volta la pioggia, ne affogò da due migliaja [13].

Fanno orrore diversi casi di appestati, che il cardinale Borromeo racconta come testimonio di veduta. Ad una fanciulla s’ingrossò la lingua sì sformatamente, che per dieci giorni la sporgeva due dita dalla bocca. Una donna senza tregua mai corse cinque giorni di su di giù pel Lazzaretto. Uno, durato per otto giorni senza cibo e lasciato come morto, repente sorge, corre alla stalla degli infermieri, sale a bisdosso di un cavallaccio. e via di carriera per campi e prati, finchè caddero morti lui ed il ronzino. Chi, consunta l’una e l’altra gamba, sopravviveva al tormento; chi corroso il ventre, mostrava le palpitanti viscere. Un frate credeasi il papa, e voleva il bacio al piede e gli altri ossequii: tal altro dicendosi svaligiato dai ladri, per andarne sicuro stava sommerso nell’acqua sino alla gola: i moribondi correvano a precipitarsi nei pozzi e nelle cisterne per agonia di un poco d’acqua. Lo spasimo fe ad alcuni schizzar gli occhi dal capo: chi moriva sghignazzando: chi si perigliò dalle finestre: quali correansi addosso con randelli battendosi a morte. Una delle capre che allattavano i bambini pose tanto amore all’un d’essi, che più a nessun altro non volle porgere le poppe; a torglielo belava, rifiutava il cibo; trasaliva quando le venisse restituito. Un fanciullo seguitò a suggere il petto della madre estinta; alcune madri pagavano i becchini perchè non ponessero le sozze loro mani addosso ai cari bambini neppur dopo morti: ed una perduta una fanciulletta sua di nove anni, volle collocarla ella stessa sul carro funereo, poi fattasi alla finestra a riguardare fin che potesse il carro, diceva ai becchini: « Oggi tornate a prendere me pure ».

Ai quali guai, misti vedevi esempj di dissolutezza, d’avarizia, d’amore: padri, mariti, sposi accompagnavano i loro cari fin sulla soglia di quel ricetto, da cui era un’eccezione l’uscir vivo: una donna già in quarantena, vi rientrò in abito virile per trovare l’amante: un’altra ancor sana, e vi morì [14]. Una del Lago Maggiore venne ad offerirsi, ove le liberassero dalla galera un figliuol suo, d’entrare a curar gli infermi con certi suoi metodi: e fu accettata, ma senza verun frutto: e côlta ella stessa dal malore, confessò morendo come solo il desiderio di riscattar suo figlio l’avesse recata ad accorrere fintamente in sussidio degli appestati.

Imperocchè a tant’uopo riuscivano scarsi e inadeguati i medici, sì pei tanti che erano morti, sì per quelli che si sottraevano al loro dovere. Già sul principio il vicario ed i decurioni aveano scritto al collegio de’ dottori [15] perchè questi usassero carità: ma a molti non bastava il cuore, altri s’erano fatto di quella calamità un’occasione di guadagno, rifiutandosi visitare chi non pagasse uno zecchino la toccata del polso [16]. Si erano quindi promessi pubblicamente premj a chi venisse di via: ma costoro erano o ignoranti o menzogneri: ed alcuni francesi, finti medici e largamente stipendiati, convinti poi d’ esser tutt’altro, vennero a frustate cacciati. Anche i soldati messi di scorta al Lazzaretto, ben presto morirono tutti.

Là appunto ove fallivano gli argomenti umani sorse l’inesauribile soccorso della cristiana carità. Tu mi previeni, o lettore, nominando i cappuccini, ai quali venne raccomandata la cura dei malati [17]. Il padre Felice Casati da Milano; del convento della Concezione, entrò nel Lazzaretto alli marzo con carico di dirigente e governatore di detto Lazzaretto, con ampla autorità di comandare, ordinare, provvedere, e fare tutto quello che dalla singolare sua prudenza fosse reputato necessario, avendo havuto sotto il suo governo et comando talhora più di sedici mila anime, et governato nel detto spacio di tempo cento mila persone e più [18].

Questa dittatura, strana come la calamità, come i tempi, non era cosa nuova, essendosi altrettanto concesso nella peste di san Carlo al cappuccino frà Paolo da Brescia, uomo (dice il Ripamonti) in parte simile al padre Felice, in parte ancora più atto all’incarico, per la severità e gli aspri modi e certa fiera indole propria del suo paese. Ed ancora, segue egli, vivono in bocca degli uomini i racconti de’ satelliti di frà Paolo, i carnefici, i patiboli, le corde e lui stesso, armato, e col volto, o giudicasse o decretasse, minaccioso ognora e truce. Deh quale spettacolo faceva un frate francescano travestito da magistrato! E ben venne a lui fatto di castigare e reprimere le libidini e i furti e gli altri vizi che baldanzeggiavano fra la miseria ed il bisogno [19].

Ajutante al padre Felice in questo reggimento era il padre Michele Pozzobonello da Milano, questo rigoroso, quello dolce: questo temuto, sì che appena dicevasi, Ei viene, tosto si quetavano i gridi e la confusione; quello amato, sapendo mescere, come il Samaritano del Vangelo, il vino e l’olio a medicare le piaghe: ed, o fesse da giudice o da padre, induceva gli animi alla correzione; sebbene all’uopo sapesse resistere ai grandi, combinando la gravità di superiore e l’umiltà del cappuccino [20] . E quando sull’inviare alla quarantena nel Gentilino i risanati, parlò a questi le più fervorose parole di esortazione, di ammonimento, di speranza, poi messasi « la corda al collo ed inginocchiatosi con molte lagrime, umilissimamente a tutti chiedette perdono, non solo a nome suo, ma anche a nome di tutti li compagni, se a caso non gli avessero serviti con quella prontezza, carità ed umiltà che dovevano, ed anche se da loro avessero per avventura ricevuto qualche mal esempio per fragilità » [21], non fu chi potesse frenarsi dalle lacrime.

Per quanto però giovassero questi buoni padri e i loro confratelli, v’è facile immaginare quanta licenza regnasse e in quel luogo e in tutta la città. I giudici non ascendevano più i banchi per far ragione: onde ogni furfante prendea sicurezza ai più turpi eccessi. Gli archivj oggi ancora conservano testamenti dettati dalle finestre a nodari che, passando a cavallo, raccoglievano le ultime volontà de’ moribondi. Fu poi dato arbitrio di rogarne a qualunqe uffiziale del Lazzaretto, figuratevi con quanti disordini. E se è lecito ricreare una sì lugubre materia, racconterò di un commissario, al quale facendo gola la vigna d’un appestato, nè sapendo come altrimenti farla sua, indusse un monatto ad entrar nel posto dello sgraziato appena fu morto, e fingendosi lui, con voce fioca nominarlo erede della vigna desiderata. Entrò colui nel letto, e come furono presenti i testimonj, legò alcune robe del morto ai parenti di questo, altre poche al commissario, ma la vigna lasciolla a sè stesso, restando colle beffe l’autore della frode [22].

Già questo fatto vi dà indizio qual gente fossero i monatti, chè così chiamavansi gli infermieri[23]. Erano costoro spartiti, al Guasto di porta Comasina, all’osteria di sant’Antonio presso le Grazie, al Pavoncino in porta Romana e nel Borghetto di porta Renza: ogni dì uscivano con cinquanta carri per raccogliere i poveri appestati, e quali sentimenti avessero in loro preso il luogo della naturale pietà non è mestieri ch’io lo ridica ai lettori del Manzoni. « Chi con autorità, comandava, mi raccontò, che quando li Monatti conducevano i figliuoli ritrovati per le case o vivi o morti, travoltavano il carro senza levarli giù ad un ad uno, ma tutti in una sol volta come se fossero state pietre ». Così il Somaglia [24]; e il La Croce: « Uscivano dal Lazzaretto cantando li condottieri monatti con piumacci e galle sulle berrette, quasi che a parte fossero del trofeo di morte, entravano audaci tanto nelle case infette, che più parea volessero darle nemico sacco che amichevole ajuto. Pigliavano per il capo, per le gambe come comodo loro meglio veniva gli appestati cadaveri sul dorso, e dalle spalle gli venivano poi a scaricare sul carro come sacco di grano, nulla curandosi che indecentemente giù da’ lati pendessero e gambe e braccia e teste: e malamente copertegli le nudità con uno straccio di tela, se ne andavano a scaricarli al Foppone [25]». Quel rubare che costoro facevano a man salva, ne rendeva il mestiero, tutto orrido e schifoso ch’egli era, invidiato da parecchi malnati, che per aver agio di fare ogni insano talento, poneansi « le campanelle a’ piedi come costumavano i monatti, con la qual invenzione usurpavansi licenza d’andare tra’ sani per le case altrui fingendo cercare se vi fossero infermi e morti di contagione, da che n’avvenivano robbarie e scandali notabilissimi. Altri essendo birri, parimente andavano per le case altrui, e con porre timore di condurre al Lazzaretto le persone che erano sospette di havere il male, rubavano quanti danari e robbe potevano havere [26]». Tra i finti monatti e i veri successe un giorno baruffa; alcuni vennero presi, e tre condannati alle forche. Mancando però il boja, si esibì all’uno di camparsi coll’appiccare i compagni suoi: lo fece. Un monatto vantavasi in aria di trionfo d’averne sepolti egli solo quaranta mila. Non vi sarà dunque troppo penoso a credere che costoro, per continuare quella loro forsennata licenza, lasciassero cadere a bella posta cenci di appestati, e cadaveri per le strade, e ne portassero ad arte nelle case, e l’altre cattiverie di che v’istruì il Manzoni. Fino sui cadaveri sfogavano la libidine bestiale.

Quali rimedj poi s’adoperavano contro la peste? In quel secolo erano tornate troppe occasioni di studiar la peste e di fantasticare rimedj, nella cui scelta (udite cosa strana!) i medici non andavano d’accordo. Paracelso, quel famoso jatrochimico che tutti sapete, distingueva la peste quanto all’origine in naturale e soprannaturale, cioè venuta per influsso di pianeti, e massime di Saturno mangiator di figli; e quanto alla natura in acquosa, aerea, terrestre e focosa: la prima, che cagiona sete, si curi coll’applicazione d’animali che vivon nell’acqua, come le cicogne; l’aerea, che dà cefalea, con passere od altri volatili; la terrestre, che porta ristagni di sangue, con talpe e vipere; con manna e terendesciabin l’ignea. In generale consigliavansi a preservativo i corroboranti ai deboli, salassi ai pletorici, astringenti ai rilassati, purgar l’aria con ossa e polvere da fucile, o miscuglio d’orpimento e zolfo, o altro che desse cattivo odore, perchè allora e adesso si stima che il cattivo odore distrugga il quid morbifico: per lo più interdetto il vino, salvo se medicato con assenzio, betonica e simili: la teriaca e il mitridate s’ebbero per gli antidoti prediletti; poi la ciarlataneria ne inventò di stranissimi, e famoso fu quel di Manardo (medico, non ciarlatano) composto di sangue secco d’oca, d’anitra, d’irco; più, ruta, finocchio, cumino ed altro.

Rispetto alla cura, litigavano se salassare o no, quasi potesse stabilirsi una regola generale; e chi servivasi dell’antimonio, che il Settala nostro riprovò e il parlamento di Parigi (non infallibile) proibì; chi le preparazioni del mercurio, del vitriolo, dell’oro; efficaci quanto gli amuleti d’arsenico, l’olio di scorpioni, e i guancialini d’erbe odorifere e antisettiche, applicati alla regione del cuore. Vi farò grazia de’ moltissimi preservativi e curativi che ce ne conservarono gli storici, i quali non ad altro gioverebbero che a mostrare come la medicina andasse anche allora tentone, e con tale diversità, da vedere l’uno riprovare assolutamente quel che un altro raccomanda come specifico; uno voler salassare gli ammalati, l’altro proibirlo del tutto: uno aprir cauterj, l’altro sentenziarli dannosi; e chi andava di mezzo erano i poveri malati.

I rimedj però che maggior efficacia ebbero di quella stagione non sono di quelli che fanno gli speziali. A Casalmaggiore fu una fonte benedetta che chi ne bevve guarì senza fallo. Parma, dopo quasi spopolata dal contagio, ne restò libera per intercessione di san Carlo. A Calvenzano di Geradadda, dopo morte 877 persone, si vider comparire in piazza tre stelle; erano i santi Rocco, Fabiano e Sebastiano, che predissero la fine della moria. Il Tadini, che ci conservò questi fatti, confermati ancora dall’autorità irrefragabile d’altri contemporanei, ci dà per farmachi possenti i pani di san Nicola e una certa orazione a questo santo; come pure un’altra alla Madre Vergine, mercè la quale ne rimaser intatte non so che monache di Coimbra [27]. Forse d’altrettanta efficacia sarebbe riuscito l’avviso del gran cancelliere Ferrer; — perchè voi non credeste ch’egli riguardasse senza far nulla un tanto guasto, egli in cui ogni autorità sua aveva trasferito il governatore, inteso alla guerra, non a queste minuzie. Ora il Ferrer aveva nella sua saviezza proposto, che si levassero i tre ultimi giorni del carnevale, privilegio antichissimo dei Milanesi: ma questi rifiutarono un così provido avviso, minacciando fino di sollevarsi s’egli nel loro bene s’ostinava [28].

Qui in Milano era celebre per miracoli antichi e moderni la Madonna delle Grazie, alla quale soleva la città mantenere continuamente accesa una lampada, e nei bisogni recarsi in processione. Poc’anni avanti, allorché don Ferrante Gonzaga fece fabbricare le tenaglie a rinforzo del castello, avendo demolito tutti gli edifizj alti che le potessero dominare, come vedette, campanili e simili, voleva abbattere anche la doppia cupola di quella chiesa, opera insigne di Bramante. Ma le sentinelle del castello videro di notte gli angeli con ignude spade di fuoco proteggerla, sicchè il governatore ritirò il comando. Sì pia virtù ebbe l’olio della lampada che colà ardeva innanzi alla devota effigie di Nostra Donna, che racconsolava di salute qualunque se ne ungesse: « ed io (dice il Somaglia) fui uno di quegli, che stando agonizzante doppo di haver avuti tutti li santi sagramenti fino della raccomandatione dell’anima, a mezza notte delli 15 agosto venendo la gran festività dell’assuntione, ricevei per singolarissima gratia di detta ss. Vergine la pristina sanità, saltando in un tratto dal letto libero e sano [29]». Se mai vi conducete a quella chiesa, stupenda per la costruzione e pei dipinti di Tiziano, di Gaudenzio, di Campi, di Lionardo, potrete osservare nella cappella d’essa Madonna una lapide che ricorda quel prodigio, e come in ringraziamento le fu donata una lampada d’ argento.

Nel convento a quella annesso erasi nel 1559 trasferito il Sant’Uffizio dell’Inquisizione [30], istituito a correggere l’opinione, ma colla forza e coi castighi, e separando due cose indivisibili, la fede e la carità. Quegli inquisitori aveano scongiurato il diavolo a cessare pel tal dì dalle opere sue triste, e perder ogni potere sui Milanesi. Quando la bella notte del 22 settembre, ed erano tutti a letto, sentesi da molti, ed anche dai prigionieri del Sant’ Uffizio, le campane di quella chiesa tutte ad un botto sonare alla distesa: si corre a vedere che è: non c’è nessuno — miracolo, miracolo; tanto piú che fra quell’onda di suono festoso intendono una voce piú che umana gridare: « Avrò pietà, madre del popol mio ». Capirono di qui che la peste toccava al suo fine per grazia della Madonna, placata al suonoro rimbombo delle moltiplicate preghiere dei suoi divoti [31].

E da vero non ci voleano che miracoli a fare dar luogo un malore, per cui rimedio si stivava la gente nelle chiese e nelle processioni, e si martiravano infelici innocenti. Cessato il male, i governanti (parlo de’ municipali: chè il governatore spagnuolo era occupato nell’importante assedio di Casale ad ammazzare, non a salvar da morte; e il re — il re stava a Madrid) i governanti, dicevo, proposero di sottomettere tutta la città alla quarantena. Che nuovo, che strano spettacolo! Chiusi tutti gli abitari, tutte le botteghe: nessuno per nessuna cagione uscisse, o guai. Andava in volta il bargello col bastone, pronto a pupire i disobbedienti: sui crocicchi era pronto il solito stromento della tortura; sbarrate le porte della città: chi avesse veduto la popolosa Milano in quel solenne abbandono, quali sarebbero le vie notturne!

Chi però imponeva quell’assedio conveniva provedesse ai bisogni dei rinchiusi. E qui spiccò la grandezza d’animo dei magistrati nostri, che non temettero andar incontro a così ingente spesa, quantunque il regio per nulla volesse contribuirvi. I beni delle congregazioni pie, le rendite della città, le largizioni dei privati, delle comunità e di quel Porporato che offriva l’anima per le sue agnelle; venivano a sostentamento de’ rinchiusi. Nobili e probi uomini giravano a notare le case e le bocche, sapere la salute di ciascuno, e dirigere quelli che ad ore determinate scompartivano le prime necessità. Sulle cantonate delle vie qualche pizzicaruolo stava pronto a recare a chi lo chiamasse, vino, frutte, grasce. Rompevano quel costernato silenzio le campane, chiamando sette volte il giorno alla preghiera; e allora dalle croci poste sulle corsie intonavansi inni e voti: e gli scampati a morte, affacciandosi pallidi, fievoli, magri, timorosi e speranti alle finestre, rispondeano con gran divozione. Una dieta fu ordinata pei corpi; fumi e purgazioni alle case, alle robe, agli archivj, ai magazzini. Quando finalmente sbucarono da quella prigionia, che misto di gaudio e d’amarezza, di mirallegro e di condoglianze, di sicurezza e di apprensione al trovarsi vivi, sani, ma radi radi: tante case vuote, tante botteghe chiuse; e i superstiti così mutati nel volto, nell’abito, nel costume da quei di prima, non osare ancora avvicinarsi per un sospetto di abitudine: chiedersi un dell’altro, e non sentire che guai e guai, morti e morti; e ogni tratto « Il tale è andato in paradiso! — Il fratello, l’amico, il padre, la moglie ..: non li vedrete più!»

Però tutto quello ed il seguente anno non si stette senza timore; e solo al 2 febbrajo 1632 fu a suon di trombe bandita la liberazione della città, facendosi una solenne processione, per la quale (notate degnazione) venne a posta il governatore, congratulandosi della salvata città [32].

Quante persone abbia quella peste mietuto non può dirsi appunto. I registri della popolazione troppo erano trascurati: chè, sebben il concilio di Trento avesse ingiunto ai parrochi di annotare i battezzati, i morti, gli sposati, essi non faceano per lo più che scrivere quando si ricordavano, sur una carta, o sull’antifoglio del breviario, qualmente in tal dì s’era baptizato un putto o una tosa de messer tale, et per compar è stato il tal altro, et li è stato posto nome così e così. Agli 8 dicembre del 1639, il governatore Leganes, vedendo che le gravezze ripartite a norma delle staja di sale riuscivano ineguali, obbligò ogni persona a notificarsi, sotto la pena di scudi 50. Ma quest’ordine potè come tant’altri restare vano, nè di fatto a me capitò di vederlo eseguito; ed ho buone ragioni per ritenere fallati tutti i ruoli di popolazione in Lombardia prima del 1772. Mal si potrebbe dunque dal numero antecedente e dai superstiti argomentare dei periti nella peste d’allora. Il Somaglia ne conta 180,000 [33] e gli pajono meno del vero: il Tadini [34] dice che dapprima vi erano in Milano 250,000 persone, ed a Natale non se ne trovarono che 64,442 esclusi i religiosi. Ognuno vede quel che sia da riflettere su questi numeri: bastino però a provare come enorme sia stato il danno. Gian Pietro Puricelli di Gallarate (1589-1659) storico nostro d’immensa erudizione e rara critica, autore dei Monumenta basilicae ambrosianae, mentre infieriva la peste, con sommo zelo adoprò a servigio degli infermi, e fu il solo tra’ canonici di san Lorenzo che ne campasse: e io mi ricordo, dice il Tiraboschi [35], di aver letto tra’ codici della Biblioteca Ambrosiana il lagrimevol diario che la peste menava nel suo capitolo. In mezzo alle fatiche del sacro suo ministero egli trovò tempo di occuparsi in dotte ricerche, quanto potesse fare l’uomo più libero ed ozioso. Anche Daniele Crespi morì di quella peste appena finiti i magnifici affreschi del coro della Certosa di Pavia. Così Giovanni Carlone, genovese di trentanove anni, che conduceva i dipinti in sant’Antonio. Scontrerete ad ogni passo notato il 1630, coll’indicazione Anno Pestis, principalmente in cimiteri o sopra tabernacoli di san Carlo in atto d’amministrare il Viatico agli infermi. Per toccare de’ luoghi accennati nel Manzoni o in queste carte, a Lecco serba ancora nome il Lazzaretto d’allora la Valtellina, cui prima i Lanzichinecchi appiccarono la peste, perdette un 100,000 persone, numero certamente esagerato: ma Vergosio, in pieve di Dongo, rimase per sempre deserto: Como ne pianse 10,000, le cui ossa sono accatastate presso il Santo Cristo, con un’iscrizione che finisce: Deh quante famiglie una sola casa raccoglie! I frati di Montebarro, in faccia a Lecco, perirono quasi tutti nell’assistere i Brianzuoli.

Nè qui soltanto, ma per tutta Italia infierì la peste; a Modena per devozione vi portarono due santi da Nonantola, e il concorso dei divoti introdusse la moria che imperversò da luglio a novembre. In quella vece Ferrara e Treviso con esatta contumacia si mantennero illese: Faenza, ponendo un cordone al fiume, ne arrestò il procedere verso la Romagna. A Torino di 11,000 abitanti perirono 8000, e colà pure se n’incolpavano, gli untori, ma Gian Francesco Bellezia avvocato e sindaco vietò si facesse lor male [36]: a Genova si darebbero fin 75 mila vittime. A Venezia Michel Angelo Rota dal bel principio riconobbe la vera natura del male; il senato, non acchetandosi alla decisione di tre medici. ordinò consulte e discussioni, e si determinasse l’indole del morbo e i veri rimedj; e intanto il male proruppe, e vi mieté 60,000 vite. Per la liberazione fu eretta la chiesa votiva della Salute e regalata una lampada d’oro alla Madonna di Loreto [37]. Vincenzo Cappello, entrando podestà di Padova nel 1631, trovava quella città ridotta da 30,000 abitanti a 12,122, oltre un 1600 claustrali. Ne seguì disordine immenso, e il presidio non men che i sicarj esercitavano violenze sopra i rimasti. I gentiluomini guidati da Borso Sambonifazio, formaronsi in fazione ostile ai popolani, guidati da Domenico Mandelli, detto il Campanino: e i gentiluomini stessi parteggiarono nel Consiglio col nome di Medaglini e Medaglioni. Alvise Priuli, uscendo di pretore nel 1634, informava la signoria veneta come in Padova fosse poco sicuro la vita, l’honore co la roba d’ alcuno, e Girolamo Mocenigo capitano, scriveva nel 1638 non trovarvisi, fra tanti disordini, che sei soli sgraziati ministri che servono alla giustizia mal paghati et inhabili a tutte le fationi. E Padova non era sotto forestieri.

Dalle memorie che da varj paesi cercai, mi parve raccogliere come generalmente perisse un terzo della popolazione: alcuni rimasero affatto vuoti d’abitatori: altri non sorsero più alto splendore primitivo. Vivono tuttora molte tradizioni di quel disastro: ogni paese addita una croce o un cimitero là dove furono sepolti i periti di quel contagio, che sono da per tutto suffragati con gran devozione.

Sicuramente in questo disordine, la miseria, la strage furono senza paragone maggiori che in quello del 1576. Del quale toccando alla sfuggita, diremo come allora pure si credè predetto da una cometa: da molti lupi che fecero stragi: da molti omicidj, tutti eseguiti per gare e inimicizie, forse non tanto atroci e dure, come in altri tempi fra molti altri; e da una festa rappresentante il trionfo della morte, fatta a Milano da don Giovanni d’Austria quando s’avviava in Fiandra a far guerra con grande speranza di pace [38]. Allora pure era preceduta nel 70 una grave carestia per la copia delle nevi, nella quale pure erano nati disordini: onde i nobili stettero bene spesso consomando le giornate intere nel compartire le farine a’ poveri, con le vestimenta di velluto tutte coperte d’esse farine da capo a piedi [39].

Allora pure venne d’Alemagna, penetrando dalle parti di Bellinzona e di Oleggio, diffondendosi poi a Castelletto di Momo, Voghera, Melegnano, Monza, Seregno; poi nella Cascina de’ Comini, indi in borgo degli Ortolani agli 11 agosto del 1576: ai 23 era entrata in porta Comasina, d’onde si propagò agli altri quartieri, durandovi tutto dicembre. Ma la peste fu creduta subito sulle prime: con maggior disciplina si provide ai poveri, stranamente cresciuti per l’interrotto commercio: e un gran pezzo la città continuò a dare ogni dì a mille poveri ecclesiastici dieci quattrini, e due soldi a 42,710 laici, oltre legna e vino a Natale: nel che spese lire 585,207. Oltracchè fin seimila infetti a un tratto mantenevansi del pubblico, che costarono lire 105,339 [40]. Suppliva al resto l’infinita carità de’ Milanesi e degli altri Lombardi, dai quali venivano spediti viveri d’ogni sorta; e singolarmente furono ricordati quei di Casalmaggiore, che mandarono ottocento brente di vino e mille pollastri. Ma di simile nulla ritrovo nel 1630, quando e il male era più diffuso, e la cattiva signoria avea fatto l’effetto suo di spegnere il reciproco amore. Del resto la città anche allora trovavasi disordinate le finanze, tra pei gravi carichi soliti, tra per un regalo di dugento mila scudi che avea dovuto fare l’anno avanti al suo padre e re, affinchè riuscisse a sterminare quegli altri suoi figliuoli ribelli, i Fiamminghi. Il qual regalo l’aveva ridotta incapace di pagare le gravezze solite: se non che la mirabile clemenza del governatore Ayamonte le avea permesso di vendere quel che possedeva per pagarle. Il qual governatore, per metter in salvo tutto il popolo nel suo capo, al primo pericolo della peste ricoverò a Vigevano, nè tornò se non dopo ben assicurata la salute della città. Permise poi alla città d’adoperare per le spese quel che si ritraeva dagli esattori: il che fu un buon ristoro: promettendo pure che il re di Spagna provvederebbe; ma egli era così lontano, che ci voleva del tempo. E quando insistettero vivamente per ottenere alcun sollievo di tante spese, li quali nei tempi andati erano sempre ite a carico dell’erario, il governo tergiversò continuamente; e non ricordando più quei legami di padre e figliuolo che sapea sì bene qualora si trattasse di nuove imposte, rispose che, gl’infermi essendo parte de’ cittadini, toccava a questi l’ajutarli ed alleviarli: che se il Comune era indebitato, altrettanto e più era il re: infine a gran pena s’ottenne uno sconto sopra il sale e il vino. Nella nuova peste non trovo che neppur questo siasi fatto, quantunque la città abbia speso 2,100,000 lire: oltre 1,200,000 dalle largizioni del Borromeo e de’ privati [41]. Vero è bene che rispetto a questa mancano i documenti, giacchè in tutti gli archivj che ho potut’io vedere, trovasi una gran lacuna intorno al 1630, novella prova della gravezza del disastro.

In quel primo come in questo nuovo si fecero per rimedio le processioni [42], e allora Carlo Borromeo portò per la prima volta attorno il santo Chiodo. come nel 1630 si portò il corpo di esso san Carlo: in quella fu fatto un voto di erigere la chiesa di san Sebastiano; in questa d’andare, ogni anno in perpetuo i decurioni, al 2 di luglio, sentir messa solenne alla Madonna di san Celso [43]. E quanto alla mortalità, non fu allora che di 17,329 persone: ov’è a notare che, nei cinque mesi dopo il luglio a Milano soleano morire un anno per l’altro da due a tre mila persone e più [44] per le malattie autunnali; e che, fra il trovarsi tanto in casa, e fra i sentimenti nati nelle capanne, molte donne rimasero fecondate, nacquero 5300 bambini, e tosto dopo Milano rimase ripopolata così, che il Besta nel 1578 scriveva: « nè huomo dirà hora che, quanto alla moltitudine delle persone, pestilenza sia stata in Milano: anzi si è in un momento popolata, e all’istesso stato di abbondante grassezza ridotto che prima era » [45]. Ma dopo quella del 1630 tutta Lombardia restò spopolata, e stentò deh quanto a rifarsi: le arti andarono in ultima decadanza: l’idea della morte così estesa, così imminente, tolse il coraggio ad ogni opera durevole: il continuo temere per sè indurò ai patimenti altrui: una grande reità immaginata indusse l’abitudine dell’odio, tanto funesta: i sopravvissuti, trovando tanti lor cari cancellati a un tratto dal libro della vita, aquistarono un non so che di serio, di riservato, che finì di rendere i Lombardi affatto diversi da quel che erano ne’ tempi antecedenti, gaj, sollazzevoli, bontemponi, motteggiatori, anche sull’orlo del sepolcro [46]: e il potere dirigente potè vantarsi d’avere qui stabilito l ordine e la quiete, come chi riducesse a silenzio l’officina di un fabbro, viva dapprima e rumorosa per l’industre tumulto de’ lavori e degli operaj [47].

Note

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[1] Da Augusto al 1680 di Cristo contano in Europa 97 pesti famose: onde l’intervallo medio è di diciassette anni. Dal 1060 al 1480 ne furono 32, cioè una ogni tredici anni. Nel secolo XIV tornò 14 volte, cioè ad ogni settimo anno. Scaligero contro il Cardano dice che, la peste tanto spesso si riproduce a Parigi, Colonia, Famagosta, Venezia, Ancona, che si può dire quasi sempre vi se ne trovi. Frequentissime poi erano le malattie cutanee, ed a Milano erano stabiliti diversi ospedali per queste: al Carrobbio quello dei malsani, cioè dei lebbrosi, uno dei quali veniva lavato dall’arcivescovo il giorno delle Palme: in Quadronno e a San Lazaro quel dei tignosi: in Broglio quello di sant’Job per la rogna, dove in tempo delle purgazioni annue ce n’ avea fino 500, ecc.

[2] Un’ antica legge di Milano proibisce il dormire più di quattordici in una camera. San Carlo chiama la città nostra numerosa di popolo, ristretta di case, piena di poveri, folta di commerci e di traffichi.

[3] Furono anche stampate a parte le sue Constituliones et decreta de cura pestilentiae, Venezia 1595. Ivi impone che, all’avvicinare del malore, ogni vescovo faccia più volte le processioni triduane; si espongano le quarant’ore, si predichi, ogni congregazione vada in processione, ecc. (Cap. V). Anzi vuole, che, non solo sovrastando, ma infierendo la peste, il vescovo ordini e faccia solenni processioni e supplicazioni tante volle quante gli parrà bene (Cap. 14); ed asserisce che, sessant’anni innanzi, Milano era potuto liberarsi dal contagio in nessun’altra maniera che colle processioni.

Intorno alla peste di san Carlo, oltre gli storici generali e i biografi di lui, abbiamo la Vera narratione del successo della peste del 1576 da Giacomo Filippo Besta: Milano, Ponzj 1578. — I fatti di Milano al contrasto della Peste del Rev. P. Bugatto: ib. — I cinque libri degli Avvertimenti, Ordini, Gride et Editti fatti ed osservati in Milano ne’ tempi sospettosi della peste, ec., raccolti dal Cav. Ascanio Centorio: Milano, Ghisolfi 1651. Quanto alla peste del 1650 ho consultato Ripamonti, De Peste, Malatesta 1610. Ragguaglio dell’origine et giornali successi della gran peste contagiosa, venefica et malefica seguita nella ciltà di Milano et suo Ducato dall anno 1629 sino all’ anno 1652, ecc.: per Alessandro Tadini, Medico Fisico Collegiato et de’ Conservatori della Sanità, ecc. Milano, Ghisolfii 1648. — La peste seguita in Milano l’anno 1650, raccontata da Don Agostino Lampugnani: Milano, Ferrandi 1654. Memorie delle cose notabili successe in Milano intorno al mal contagioso l’anno 1650, del ricorso de’ Signori della città a’ Padri cappuccini per il governo del Lazzaretto, ec. ec., raccolte da D. Pio La Croce: Milano, Maganza 1730 (è cavata evidentemente da una cronica contemporanea di cappuccini). Rivola nella vita di Federico Borromeo: Gariboldi 1666. — Somaglia, Alleggiamento[3] dello Stato di Milano per le imposte e loro ripartimenti, ecc.: Milano 1658.Fr. Philippi Vicecomitis mediolanensis commentarius de Peste, Firenze 1842 nell’Archivio storico. — Squarcialupi Marcello, Difesa contro la peste con i rimedj più facili, ec., con le vere cagioni del vivere e morire, ecc.: Milano, Bidelli. — Anglesi Bernardo, Il compagno fedele, opera utilissima a chi desidera vivere sicuro della peste e saper la causa di tal accidente: Milano, Cetti, 1630. — Arcadio Alessandro, Contemplationi medicinali sopra del contagio: Tortona 1632. — Federico Borromeo, Istruttioni, Ordini ed Avvisi dati al clero e popolo milanese con l’occasione della pestilenza del 1630. — Ordine da tenersi nel far l’oratione comune nella città e Diocesi di Milano la mattina, il mezzogiorno e la sera nel tempo della presente pestilenza: inoltre un manoscritto autografo nell’Ambrosiana, De Pestilentia quae Mediolani, anno 1630, magnam stragem edidit. — Pietro Verri, Storia di Milano, ed Osservazioni sulla Tortura. Edizione del Silvestri, 1818. — Muratori, Del governo della Peste, Silvestri 1831.

[4] Tadini, pag. 28.

[5] Pag. 16. Ma Antonino Pio diceva: Amo meglio conservare un cittadino, che uccidere mille nemici ».

[6] Nel 1629 erano comparsi quattro Soli, causa di sgomento, confutata dal famoso filosofo Pietro Gassendi nell’epistola De parheliis. Questo però racconta che in Digne, sua patria ne’ quattro mesi che durò la peste il cielo fu coperto di dense nebbie, umido, piovoso; si vide correre una gran trave di fuoco sopra la città; niun uccello vi volava; nè alcuno morì d’altra malattia fuorchè la contagiosa.

[7] Il Tadini al contrario ha come di fede che la cometa apparsa in giugno verso settentrione e l’eclissi del sole fossero inditio manifesto del futuro castigo della peste, pag. 110. E il don Ferrante di Manzoni andò a morire come un eroe di Metastasio pigliandosela colle stelle.

[8] Lodovico Settala, del quale parla Manzoni al capo 31, fu un de’ migliori pratici di quel secolo, scolaro del Cigalini di Como, e il primo che (a soli 21 anno) in Pavia ottenesse di leggere straordinariamente medicina pratica; come fece poi in Milano, ove divenne protomedico di tutto il ducato Fu chiesto professore e medico a Bologna, a Pisa, a Ingolstat, a Padova, e a tutti preferì la patria. Libero nell’opinione e nell’esame per quanto il secolo gliel consentisse, seguace dell’osservazione ip[p]ocratica, non si fe scrupolo di contraddire alle sentenze de’ gran maestri; insegnò pratiche buone, insieme con altre riprovate, come sarebbero l’esclusione del vino, l’uso del salasso, nella quartana. Abbiamo di lui alle stampe commenti sui problemi d’Aristotele; sopra il trattato d’Ippocrate dell’arie, acque e luoghi: sulla natura de’ nevi o voglie, ch’ egli spiega con argomenti astrologici: sette libri d’avvertimenti medici, moltissime volte ristampati: un giudizio su certe perle: un compendio di chirurgia: la preservazione dalla peste: della appetenza venerea, ed altre cose tutte peripatetiche, colle più strane ragioni, che lo farebbero oggi ridicolo e beffato, quanto allora il faceano tenere un paragone di dottrina. Scrisse pure della Ragion di Stato, libro ancora più inutile che i terapeutici: e uno discreto sul governo della famiglia. Ajutò assai i Milanesi nelle pesti del 1576 e del 1630: nato nel 1552, morì nel 1633, e potete vederne in San Nazaro Grande l’epitafio, ove si dice che « vinse la morte qualvolta volle, la vinse qualvolta diede rimedj, e anche coi libri combattè i mali e la morte. » De’ molti suoi figli fu celebre Manfredo, detto l’Archimede milanese.

[9] Sai dove stia di casa il Chiodo chirurgo? È un galantuomo che, chi lo paga bene, tien segreti gli ammalati. Parole di don Rodrigo. Anche nella peste del 1576 Girolamo Mercuriale e Girolamo Capodivacca, professori di Padova, sostennero esser quella epidemica non contagiosa, onde non si posero ripari, e il veneto ne fu disertato.

[10] Vedasi « Lamentazione che fanno Baltramm de Gasgian e Bauscion de Gorgonzoeula sopra i presenti tempi calamitosi, e raccontano altresì le allegrezze che si fanno in Millano per la nascita del presente principe di Spagna, ecc. » Milano 1630: è in dialetto.

[11] Nei tempi ordinarj si deponevano i morti ne’ cimiteri, che erano per lo più davanti a ciascuna chiesa. Il Gentilino fu mutato in sepoltura nel 1524, quando vi si sotterrarono 2,000 appestati.

[12] Tadini, p. 117 e 152. Il Croce dice 14,500, p. 57, ma che delle centinaja stavano fuori, aspettando che la morte facesse loro luogo. Il Lazzaretto è vulgarmente creduto fabbrica di quel Bramante Lazari da Urbino, di cui l’esistenza e le opere rimarran un arduo problema, finchè non si pensi a pubblicar i documenti sugli artisti lombardi, che il De Pagave lasciò inediti al pittor Rossi, e questi a Gaetano Cattaneo, il quale pur morendo lasciolli a Fumagalli, che morì anch’egli senza usarne: come il nuovo compratore di essi Gaetano Melzi. Ora si scoperse esser architettura di Lazaro de’ Palazzi.

[13] Tadini, p. 117.

[14] Croce, p. 73.

[15] Il 5 giugno. V. Tadini, p. 104.

[16] Tadini, p. 133.

[17] Badino i lettori a questo passaggio del La Croce, p.12: «Nelli stessi giorni il P. Cristoforo da Cremona, sacerdote, molto avanti già eletto a quel servizio (del Lazzaretto), tolti gli ostacoli che fin allora gliel’avevano impedito, al fine entrò nel desiderato aringo. E ben si può dire desiderato, perchè fu più volte udito dire: io ardo di desiderio di andar a morire per Gesù Cristo, ed un’ora mi pare mille anni. » Desiderio ch’ebbe poi felicissimo l’effetto corrispondente a’ 10 di giugno, morendo di peste per il servizio di que’ poveri, nella persona dei quali serviva il suo diletto Gesù ».

[18] Così una patente del tribunale di Sanità, 20 maggio 1632.

[19] De Peste, pag. 549. E il Bugatto, pag. 51, dice che frà Paolo faceva frustare uomini e donne, alle volte dar della corda non che prometterla; e dava loro dell’altre penitenze destramente e piacevolmente.

[20] Croce, pag. 72-76.

[21] Croce, p. 78. Il padre Felice Casati fu poi nel 1644 spedito a Filippo IV per impetrare alcun sollievo alla città dalle vessazioni e dagli aggravi, come si vede dall’Appendice A del nostro primo Ragionamento. Ciò lo fece malvisto alla Corte, che voleva soggezione cieca; e una carta d’obbedienza del suo padre generale lo inviò in Corsica.

[22] Bugato, p. 51.

[23] Nome antico, ma d’origine ignota. Il Bugato li crede detti da monere, avvisare, perchè coi loro campanelli avvisavano la gente di star alla larga da loro; o piuttosto da qualche parola tedesca, giacchè costoro i più venivano di Germania o dai Grigioni. Il Ripamonti, infelice sempre nelle etimologie, li vuole chiamati da μονος; solo, perchè si devono lasciar soli. In alcuni paesi nostri chiamasi monatta la donna che guarda i cadaveri avanti seppellirli.

[24] Alleggiamento. Nota quell’uso di figliuoli per uomini in generale, senza relazione ad età o parentela; e qui ed anche in Toscana sentesi tutto dì, « Gli è un buon figliuolo, coraggio, figliuoli » e Manzoni: In verità da povero figliuolo, C. 5, e spesse altre volte: ma la Crusca non lo nota.

[25] La Croce, p. 59. In Transilvania il popolaccio recava attorno in trionfo i cadaveri degl’infetti , gridando, Vivat Cholera.

[26] Somaglia, Alleggiamento.

[27] Tadini, p. 36, 133, ecc.

[28] Tadini, p. 86.

[29] Alleggiamento, pag. 483. Tutti i cronisti raccontano mirabilia di quell’olio. Nel Distinto ragguaglio dell’ottava maraviglia del Mondo si aggiunge che l’oglio che ardeva avanti alla detta immagine bolliva, quasi invitando la B. V. con tal bollore, e suono continuo delle sue campane i popoli ad ungersi con detto oglio: e che i Torinesi ne chiesero ed ottennero qualche quantità, che sanò i loro appestati incontanenti.

[30] Prima era a sant’Eustorgio. Alle Grazie rimase finchè nel 1775 fu abolita l’Inquisizione. Qui sopra ho alluso al dipinto di Tiziano, che è la decantata coronazione di spine. Il quadro originale fu portato in Francia al tempo di quella famosa libertà, e quando tornarono altre cose, questo rimase colà, e qui una lurida copia.

[31] Somaglia, ib.

[32] Gli anni appresso, per cumulo di sciagura, entrò la moria nelle mandre, e durò sino al 1636.

[33] Tanti, secondo il Morigia, ne morirono dal contagio del 1524.

[34] Pag. 136. Non so con qual autorità il Muratori restringa a 122,000 i periti fra tutta la diocesi milanese.

[35] Tiraboschi XV, 597.

[36] Vedi i documenti pubblicati dal Pinelli negli Atti dell’accademia di Torino, t. 1.

[37] Memoria della peste del 1630 a Venezia è nella chiesa di S. Sebastiano quest’iscrizione:

Anno MDCXXX. Dum tota civitas morbo pestilentiali laboraret saevaque lues undequaque miseros cives invaderet nec aliud quam inter morientes mortui, ac inter mortuos morituri ob oculos apparerent populus devotus ad hanc ecclesiam cucurrit, divo Sebastiano suppliciter se vovit, sicque ab omisi corruptione servatus pristinae sanitatis compos factus est, anno MDCXXXI XXI nov. Ser. Francisco Erizzo duce.

[38] Bugato, p. 19.

[39] Bugato, p. 15.

[40] Vedi la Relazione sporta dalla città al Governatore, 9 marzo 1577. Tutti chiamano peste quella di san Carlo: ma ricerche sui libri e sui cataloghi dello Spedale, fecero dubitare se veramente fosse bubonica; e il trovare così spesso indicate cum variolis, fa credere si trattasse d’un contagio vajoloso, forse simile a quel che Sydenham descrive in Inghilterra.

[41] Somaglia, p. 501. Almeno il secondo è numero arbitrario.

[42] V’era però anche allora chi credevale dannose. E sebbene (dice il Bugato, p. 25) parvero queste processioni al giudizio umano universale in tempo di un contagio molto pericolose, furono però di grandissimo profitto al nostro male, che naturalmente non nacque.

[43] Vi vanno ancora il podestà e gli assessori.

[44] Bugato p. 47. Uno dei fatti più clamorosi al nostro secolo fu l’invasione della pretesa febbre gialla a Livorno l’ottobre 1804. Il magistrato di sanità e le commissioni mediche continuavano a dichiarare che contagiosità non v’era, che le febbri erano rimediabili, e molti guarivano, ma lo spavento invase le popolazioni, e i vicini proposero le più severe leggi di isolamento e quarantena, principalmente la Romagna e le repubbliche Lucchese e Ligure. Anzi questa espose un editto che « chiunque o nazionale od estero disseminerà scritti o stampa, farà discorsi od atti tendenti a persuadere che la febbre gialla di Livorno è definitivamente giunta al suo termine, è reo di morte » (29 dicembre).

Tali febbri durarono dal 25 settembre al 21 dicembre: ne rimasero colpite 5033 persone sopra 70,000 abitanti: morirono 624, ma colla solita remissione delle altre malattie.

[45] Pag. 54. « La guerra, la fame, la peste mietono rapidamente le vite umane; nulla però di meno gli uomini non sentono mai tanto il bisogno che hanno dei loro simili, quanto dopo i comuni disastri, che ben lungi dal sbandarli, viepiù li riuniscono, eccitando in loro il fuoco elettrico della propagazione ». Filippo Briganti, Esame Econ. del sistema civile. Vedi su ciò i fatti accumulati poi dal Malthus.

[46] Il Bugato nella descrizione della prima peste racconta varj casi ridevoli: e così, conchiude, passò innanzi Milano sempre più allegramente, p. 54.

[47] Esaminando l’Archivio Civico in occasione che stesi l’opera Milano e suo Territorio, ho trovato altri documenti relativi a questo tempo. E sono la relazione del tumulto avvenuto l’11 novembre del 1628 in occasione della fame; e era che parrà strano, una mascherata tumultuaria, fattasi da alcuni giovani signori il 23 febbrajo, allusiva alla miseria corrente. Pochissimo v’è interno alla peste; pure noterò com’erasi proposto di far voto di cominciare la quaresima al mercoledì delle ceneri, abbandonando il tradizionale carnevalone. Inoltre la città decretò 1000 scudi per soccorrere alle necessità di Casalmaggiore, forse in ricambio di 800 brente di vino e 4000 polli che quel borgo avea spedito a Milano nella peste del 76.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011