LA  LOMBARDIA NEL  SECOLO  XVII

RAGIONAMENTI

DI

CESARE CANTÙ

MILANO, 1854

A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP.

Contrada del Zenzuino N. 529

La presente opera è posta sotto la salvaguardia delle leggi

essendosi adempiuto quanto esse prescrivono

Tipografia Lombardi

Edizione di riferimento:

Cesare Cantù, La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti, editori Volpati e C., Milano 1854 A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP. Contrada del Zenzuino N. 529, Tipografia Lombardi.

[Parte ottava]

L’ ESERCITO TEDESCO

l’esercito tedesco avea ricevuto l’ordine definitivo

di portarsi all’impresa di mantova . Cap. XXVIII.

Diamo un passo indietro prima d’abbandonare quella guerra di Mantova, che tanto male, nessun bene portò all’Italia. Le cresciute gravezze, gl’interrotti negozj, il rilassamento delle discipline utili alla quiete [1], le tolte di ogni maniera, sono effetti consueti: ma che eccedendo in quel sistema di cose, portavano l’ultimo della rovina. Ce ne assicura un nostro governatore scrivendo come le necessità nelle quali si trova non solamente questa R. Camera, ma tutto lo Stato per la guerra difensiva necessariamente continuata più di trent’anni, per una parte hanno obbligato la Maestà del Re N. S. a rimetter qua li miglioni d’altri suoi regni [2], e vender il meglio di queste sue reali rendite; e per l’altra ridotti questi suoi fedelissimi vassalli all’esterminio che portano seco gli alloggiamenti di tanti eserciti di diverse nazioni, ed i continui accidenti così antieduti come impensati, con alcune provincie confinanti totalmente distrutte e annichilate: compassionevoli parole, delle quali non aspettereste certo che la conclusione fosse una novella imposta [3].

Qui già vedete annunziato quel che era il peggior flagello delle guerre d’allora, l’indisciplina degli eserciti. Composti della feccia delle nazioni, animati da niun altro sentimento che dall’avarizia e dalla libidine, ricalcitranti agli ordini di non men tristi capitani, da che cominciarono a calpestare questa Italia, la recarono a strazio tale, che non è colpa loro se ancora può dirsi bella. Altri narrerà i loro guasti in altri tempi e luoghi, noi ci limitiamo alla povera Lombardia d’allora.

Come è d’un governo militare, ove i capitani cercano speculare sulle lacrime de’ popoli, malgrado la lunga pace, le terre del Milanese erano in gran parte fortificate. Oltre il castello di Milano, Pavia aveva 8 baluardi, 3 piattaforme, 14 mezzelune, e l’antico castello; Cremona il castello, 5 baluardi, 9 mezzelune ed altre opere esterne presso al Po; Como, con mura e torri antiche, e ricettino e mezzelune nuove; Novara con 10 baluardi, 11 mezzelune, fosse e strade coperte; Tortona con un recinto antico, e un secondo di terra con 6 baluardi e strada coperta, e sul monte il castello con 5 baluardi. Lodi, oltre la mura e il castello antico, aveva 8 baluardi di terra e 5 mezzelune. Alessandria una buona cittadella con 15 mezzelune; un ponte sul fiume, simile a quel di Pavia, la congiungeva al borgo ben fortificato. La rôcca di Vigevano fu demolita nel 1647. Erano pure piazze di guerra Sabbioneta, Pizzighettone sull’Adda, Gera rimpetto a questo, il Forte di Fuentes all’imboccatura della Valtellina, Arona sul Lago Maggiore, governata dal primogenito di casa Borromeo; Valenza sul Po, Mortara fra l’Agogna e il Terdoppio; il Finale aveva tre robusti castelli; altri Lecco, Trezzo, Serravalle, Domodossola, Abbiategrasso. La guarnigione Spagnuola in questi e in altri forti minori saliva a 30,000 uomini.

Non avendo S. E. il governatore Leganes desiderato mai cosa che la quiete e sollevamento delli vassalli di questo Stato, che tanto lo meritano per la loro fedeltà e divotione al servizio di S. M., e mostrando l’esperienza che la principal rovina che sentono dipende dalli eccessi e rapacità d’alcuni soldati mal disciplinati, dalle cui male attioni risalta, non solamente discredito a quelli che si contengono nell’osservanza delli ordini, ma inconvenienti, danni e molti delitti gravi ed enormi; e che la maggior parte dei disordini procedono dal mal esempio, negligenza, toleranza, dissimulazione de’ capitani [4], diede fuori un bando severissimo. Ma inefficace, poiché egli stesso, dieci mesi dipoi, ne discorre di doglianze che da tante le parti dello Stato ogni giorno gli vengono fatte [5]; e i suoi successori replicano tratto tratto la formola stessa, a provarci in che conto si dovessero tenere le milizie d’allora.

Figuratevi or voi qual dovette essere lo spavento degli Italiani quando intesero che l’imperatore avea determinato di mandar un grosso esercito all’impresa di Mantova. Combattevasi allora in Germania la famosa guerra di religione, condotta dai principi alemanni, che, colla riforma di Lutero aveano abbracciato più liberi pensamenti politici, contro l’imperatore capo de’ cattolici e de’ governi stretti. Guerra detta poi de’ trent’anni, nella quale si segnalarono specialmente Gustavo Adolfo re di Svezia, che menò i suoi religionarj di vittoria in vittoria finchè cadde nei campi di Lützen; e Alberto di Waldstein [6] boemo, generale di ventura a servigio dell’ impero; il quale a capo d’un esercito che manteneva a furia di latrocinii [7], represse i nemici, ruinò gli amici, e diede tant’ombra all’imperatore suo padrone, che questi giudicò prudente di farlo trucidare.

Questo eroe « rifiuto ed esecrazione del genere umano », fidato nelle stelle che gli aveano preconizzato immensa grandezza, guerreggiava allora sulle rive del Baltico, assediando Stralsunda, che aveva giurato espugnare « quand’anche fosse incatenata al cielo, o dall’ inferno circondata di mura di diamante ». Ma quando l’imperatore, che, non avendo danari, il pagava di titoli e promesse, credette opportuno il momento per restaurare di qua dai monti la scaduta autorità imperiale, promise al Waldstein la marca di Treviso e il titolo di duca di Verona; ond’egli affrettò la pace, e corse a versar su di noi poveri innocenti il nembo che da tre anni devastava i non meno innocenti abitanti della Germania.

I più veterani e valenti, cioè i più ladri e crudeli di quell’esercito schiumò l’imperatore; gli accolse a Lindò: e quando i novellisti aspettavano fosse per traboccarli addosso alla Francia sua naturale nemica, come allora caritatevolmente si diceva, li voltò pei Grigioni e per la Valtellina verso l’Italia. Trentasei migliaja di soldati di quello stampo, preceduti dalla peggior fama, già si vedeva che porrebbero il colmo ai guai del paese, desolato dalle piccole guerre, dalla carestia, dai folli provvedimenti [8]. Aggiungasi che, per l’immondezza, continua durava fra le truppe la peste: venivano poi da Lindò, scala generale delle merci che passavano in Italia dall’Alemagna, dove per il più dell’anno sono molte città e luoghi infetti di morbo contagioso[9]. Fu dunque ogni studio dei Milanesi in impedire la marcia di quell’esercito, che in tanto spandendosi per la Valtellina, già miserabile per le note sue guerre di religione, ne faceano quello sperpero che peggiore si potesse da nemici arrabbiati aspettare. E poichè non vi trovavano più di che satollare la fame e l’avarizia, chiedevano imperiosamente pane ed oro al Milanese; e n’ ebbero 10,000 scudi e 100 sacchi di frumento [10].

Gli ambasciatori intanto andavano compaginando protocolli di accomodamento, il che però non faceva che prolungare questo stato incerto, nè in fine schivò il gran male. Poichè l’imperatore, messo al bando il Mantovano, comandò ai soldati che, attraverso la Lombardia, corressero sopra Mantova. Dal Manzoni intendeste di che spavento fossero percossi gli abitanti intorno al lago di Como: il quale come fosse vero ve ne convinca il sentirlo ripetere da uno che lo provò. Questi è Sigismondo Boldoni, giovane sui 30 anni, professore di Pavia, che stava a Bellano, paese sulla riva orientale del Lario già famoso per un orrido stupendo, ed ora per le gallerie aperte colà presso sulla nuova strada militare. Ivi sopraggiunto da quella tempesta, ai suoi amici scriveva in latino quel ch’io vi traggo in vulgare [11].

SIGISMONDO BOLDONI

A ROBERTO CARDINALE UBALDINO

Venezia.

Bellano, 10 settembre 1629.

Ben cred’io che tutti i miei impresi lavori siano per andare al malanno. Come potrebbero rider le Muse qui dove tutto intorno il paese arde d’incendio di guerra? Mentr’io ti scriveva queste cose, gli abitatori del Lario sono in faccenda a spogliar le case delle masserizie, cacciare gli armenti sulle alture, e portar via ogni ben di Dio per timore dei Tedeschi che d’ora in ora s’aspettano, e che, per somma nostra sventura e per castigo del Cielo, passano di qui per involger l’Italia (già misera per battaglie, fame, rapine. povertà, uccisioni) in guerre novelle, che ai dì nostri non finiranno. Già mandarono a sacco Colico [12] prima terra del Milanese sul confine grigione, e senza permissione de’ capi: così oprano gli amici. Altrettanto temiamo noi, dovendo tante truppe passare per campi e per paesi nostri. Che se a ciò pensi, non solo non m’accuserai se così male scrivo, ma ti parrà anche troppa la mia sicurezza, se cento volte fra lo scrivere accorsi alla finestra; se si dice che già sono addosso; se dovunque si fermano, splendono i fuochi. Non v’è Elicona cui questa rabbia perdoni. M’ero rifuggito al Lario per eccitare più dolcemente le già stanche Muse nella placida fragranza della villa, lieta di fonti, di laureti, di cascatelle, del prospetto d’un ampissimo lago che le lambisce il piè. Ma qui invece squilla la tromba: di qui si comincia la calamità, che muterà tristamente faccia all’Italia: perchè certo da qualunque parte trabocchi la bilancia, andrà ogni cosa in precipizio. Ma zitto che

Lo strepito di Marte

Viene a turbar questa secreta parte.

Certo io sento i tamburi: a buon conto ho qui presta nel lago una gondola, per potere, se cominciano ad ingiuriare, sottrarmi al pericolo. Addio.

AD ANTONIO QUARENGO,

Roma.

Bellano, 10 settembre 1629.

... Ma ahimè! ti par egli tempo di celie? or che per questo paese dov’io villeggio denno passare 40,000 Tedeschi, a cui mal prenda, alle voci de’ quali, non le Muse solo, ma fin gli uccelli annidati sugli ertissimi scogli fuggono spaventati? Ah! quest’angolo della terra sarà principio dell’italica sventura? Nè muterà volto un paese nato alle delizie col versarvisi sopra questo torrente, raccolto da deserti strani? Ma non voglio cominciar tragedie; onde sta bene.

A G. B. FISIRAGA,

Lodi.

Sellaio, 15 settembre 1629.

Vivo ancora, Fisiraga mio, ancora scrivo mentre tutto il paese è guasto, tutte le case saccheggiate, tutti i campi calpesti: nulla santo, nulla sicuro. Senza comando dello Spinola, tre reggimenti di Tedeschi, due di pedoni, uno di cavalli, gettato un ponte sull’Adda, saccheggiarono di loro testa Colico. Ivi comandati di fermarsi finchè si destinasse il cammino, di repente piombarono sul nostro paese. E in un batter d’occhio tutto è a sacco. Io, sbarrate le porte, per non incontrare la sorte comune, ottenni che il segretario del principe di Brandeburg (guida egli questo reggimento alloggiasse la notte in casa mia. Ma si voleva altro a frenare la rabbia di que’ rapacissimi. Onde essendo tornato il terzo italiano [13], che prima qui stanziava, ed erasi testè recato a Como alla rivista, impetrai che sei di loro facessero sentinella alla casa mia. Nessuna notte passai quieta, nessun dì senza batticuore. Ogni campo è devastato con rabbia ostile, ogni casa rubata, gli abitanti bastonati, nelle magioni non c’ è più un segno di vasi, di travi, di tini, di imposte: tutto bruciato, tutto sporcato: un tanfo nelle vie nelle piazze, nelle stanze, tetro e pari alla costoro bestialità [14]: sperperate del tutto la vendemmia; alcune case nelle campagne bruciate, tutte le barche trattenute dal partire. Io però nella notte, per la porta posteriore che volge a Carato (avverti che il lago è gonfio e mi arriva in casa, cred’io per molestare e vendicar le ingiurie de’ Tedeschi ubbriaconi) fuggii in battello con due donne, qualche arnese, e i versi che ora ho per la mano; e tragittato a Bellagio, ivi ai cappuccini [15] consegnai le carte suggellate, con sopra scrittovi: « Se male avvenga a Sigismondo Boldoni, prego Ottavio Cattaneo a consegnar questi scritti e questo danaro di sua mano a G. B. Fisiraga. Tal è l’ ultima mia volontà ». Poi di notte a gran travaglio tornai, reggendo io la barca contro il vento avverso. Questo terzo ora partì, ed ogni casa è piena del pianto dei miserabili. Altri verranno, di me che fia nol so: ma rimango perchè non mi mettano a fuoco la casa. Se vorrà Dio ch’io ne campi, sarò, come fui sempre, tuo: se altrimenti la fortuna stabilirà, ti prego in nome dell’amicizia, che morto ancora tu mi voglia un pò del tuo bene, e serbi presso te le mie scritture, e ne faccia quel che parrà a uomini dotti. Addio.

A DOMENICO MOLINO,

Venezia,

Bellano, 16 settembre 1629.

Non v’è angolo omai in Italia dove non sia giunte il suono di nostre calamità. Pure l’animo non è ancora così fuori di sè, che io non possa gettar giù questa lettera comunque ella sia, fra il pianto dei miseri, le grida e le ruberie de’ minacciosi, il batter de’ tamburi. T’avevo scritta appena l’ultima mia, quando tre reggimenti di Tedeschi, che doveano andar di filato in Valsassina, senza comando dello Spinola, anzi contro sua voglia, ci arrivarono addosso: e a vedere e non vedere devastati i campi e l’unico frutto di questi monti, la vendemmia, rapita ai voti dei miseri abitanti, cui restava quest’ultima speranza dopo la lunga fame, dopo sì atroci vessazioni di grandissimi eserciti, le biade tagliate, recisi gli alberi, incendiate le case e le cascine. Nel paese stesso ove abitano da settanta famiglie, stivossi tutto questo brulicame. Non che cibo, a pena trovavasi posto per tanti cavalli: onde prima cinquanta cavalieri, poi una legione di pedoni fu mandata altrove. Ma una intera qui stette sei giorni, e chi potrà con parole uguagliare la ruina, le battiture, i dolori?

Ben se’ crudele se tu non ti duoli ... .

E se non piangi di che pianger suoli

Nelle case non si lasciò un abito, non un vase: le robe di legno bruciate, le travi e i tini della vendemmia con egual furore incendiati: e in pagamento busse, ferite, stupri.  Che di peggio farebbe il nemico in una presa città? Quest’è la scena di nostre sofferenze. Io, senza mai chiuder occhio, di nascosto trafugai al furore di costoro i lavori di tanti anni miei. Perciocchè il Lario (forse commosso da’ suoi danni) essendo ingrossato più diversamente che mai ed entratomi in casae lo tragittai per trovar luogo sicuro: e la notte stessa, io remigante e timoniere, con infinita fatica, prima che se n’accorgessero, tornai. Così questo seno, caro alle Muse, alla quiete, a dolcissimo ozio, ora al mondo spettacolo di barbara crudeltà. Finalmente questo terzo, guidato dal marchese di Brandeburg, vassene sui confini dei Bergamaschi: altri ne verranno peggiori, perchè mai non si rasciughi il pianto: Ma non posso più, e il rombazzo de’ tamburi mi sturba dallo scrivere. Tu compiangi che la luterana rabbia si diffonda sull’Italia a porte spalancate. Addio.

A SCIPIONE COBELLUCCIO

CARDINALE AMPLISSIMO,

Roma.

Bollano, 25 settembre 1629.

A te che piangi la presente calamità d’Italia, e presagisci l’imminente, narrerò in che pericoli io fui, se pur tra il pubblico lutto può trovar ascolto il dolore privato. Già sette legioni tra a piedi ed a cavallo erano passate, saccheggiando tutti i paesi, devastando i campi, menando via gli armenti e le greggi ; quando sopra gli stanchi e disperati arrivò il reggimento Furstemberg. Gli altri aveano occupato le case a loro distribuite: questi con impeto e violenza chiesero l’alloggio; e in men ch’io nol dica furono rotte le porte. Io, salvo. fin allora d’ogni danno fuor la paura, m’ero rinchiuso: bastante riparo fin a quel dì. Ma in un subito cento moschettieri che prima non erano potuti entrare in niuna casa, fanno impeto con leve e scuri contro la porta di dietro: stanghe e sbarre non ressero ai barbari. Per la porta che dà sulla piazza (non so come libera da quella peste) svignò un ragazzo a chiamar in ajuto gli Italiani qui stanziati. Vennero alcuni, ma benchè asserissero quello esser l’alloggio loro, non desisteva quella canaglia di arietare le porte. E già erano scassinate, ed io m’era disposto a che che volesse la fortuna, quando un colonnello italiano, avvisato da’ suoi, corre al generale tedesco, si lamenta, protesta che in quella casa si conserva la bandiera sua, che si viola con questo affronto la real maestà. Credette colui, e mandò ai furibondi che cessassero, appunto quando a grande schiamazzo e minacce mettevano a basso le porte. Che ti pare, cardinale reverendissimo or che faranno in paese nemico? Se vivesse Platone che con tanta cura istruiva i suoi custodi, e volle tenessero della natura del cane, non si maraviglierebbe del vedere « in veste di pastor lupi rapaci »? Ma a che buone le querele? Questa rabbia non si finirà che colla morte e l’idrofobia. Perchè anche contro voi aguzzan i denti. Ma deh come siam miseri noi, che possiamo temer anche i nemici, mentre tali amici proviamo! E ben ebb’io onde presagire qualche gran male, allorchè il luogotenente del reggimento Merode entratomi in casa, avendo veduto un cespuglio di alloro verde e chiomante, e colle nere sue coccole « O tu (mi chiese) che albero è codesto? e che frutti porta? » Veh l’uomo barbaro! neppure conosce l’alloro. Povere Muse! poveri versi! qual ruina vi prepara questa genia, che non distingue tampoco l’albero vostro glorioso! Così deplorai la barbarie di colui, che per sopra più osava dire ciò in italiano, cioè in una lingua umana; e sinistramente pronosticai delle cose mie. Pure sopporterei di buon cuore, se non ne prevedessi la ruina e il guasto di tutta Italia. Questo io stimai di scriverti fra tanto mio privato e pubblico dolore, mentre tutta la sponda del lago di Como da Sammolaco a Bellano, e la Valsassina che internasi da Bellano a Lecco, son mandate a rapina e stragi, e vanno a sacco 40 miglia d’un paese amenissimo e nato alle Muse, e questo per mano d’amici e di truppe ausiliari. Sta bene.

A G. B. FISIRAGA,

Lodi.

Bellano, 24 settembre 1629.

Ah Fisiraga mio! credeva appena di più rivederti; appena sfuggii dalle male branche di uomini micidiali. Già contaminati dalla devastazione e dal sangue di tutta Germania, or vogliono lacerar l’Italia, non so se dica coll’armi o coll’unghie loro. Non consenta il cielo che la più brutta sozzura del genere umano sovverta la sede d’ogni civiltà. Io scampato fin ad oggi, a poco stette che non soccombessi all’arrivare dei soldati di Furstemberg. — Non ti fanno spiritare questi nomi da casa del diavolo, e spiranti stitica asprezza? Chiuse attentamente le porte, cento moschettieri, che neppur tanti potea capirne la casa, assalirono la porta posteriore. Io l’avea ben bene sprangata, ma che sprangare contro quei barbari assalitori? Per la porta di fronte che mette sulla piazza mandai a chiamar gli Italiani: accorsero, eppure non giovarono: tanto ne è forsennata la rabbia. Sebbene protestassero esser quello il lor alloggiamento, già cadeano le porte, quando accorse un colonnello che li frenò. Così io dal pericolo campai, murai le porte, e mi provvidi per l’avvenire. E tu, dolcissimo mio, vola qui, te ne prego, a confortar quest’uomo mezzo morto per tanti terrori. Già più soldati non s’aspettano: vieni dunque, ec.

ALLO STESSO,

Lodi.

Bellano, 26 settembre 1629.

Tu mi scrivi dal letto: io pur dal letto, con man tremante ti rispondo: te le fatiche di corpo, me prostrarono gli affanni dello spirito, parte perchè ogni tuo bene e male lo sento anch’io; parte perchè sommamente mi accuorano i presenti pericoli e la paura delle squadre tedesche. Già ti scrissi a che gran punto fui. Poscia venuto qui Colloredo, generale d’un altro reggimento, e postomi a discorrere con lui di storia, degli antichi costumi e confini de’ Germani, di repente svenni, e per mezz’ora perdetti i sensi, con gran dolore di quello. Finalmente rinvenni. Ora mi lima una febbriciattola lenta e coperta: nè altro a mente mi corre che la memoria ed il desiderio di te. Passarono di qui i pedoni di Merode, i cavalli del principe di Hannalt: poi i fanti del marchese di Brandeburg, che per sei giorni rubarono questo paesello: poi da 400 cavalieri di Montecuccoli, indi quei di Ferrari, poi la fanteria di Acerboni che qui alloggiò: indi Altringen pel ciglione del monte guidò un corpo pienissimo e fiorentissimo di 4000 pedoni. Successero quei di Furstenberg che più d’altri ci afflissero, poi la cavalleria del principe di Sassonia, forse 800: jer l’altro l’infanteria di Colloredo, quest’jeri il corpo di Waldstein, col luogotenente invece del principe. S’aspettano ancora due reggimenti di cavalli, tre di fanti. Dapprima io aveva in casa una scolta d’Italiani: ora Colloredo e il luogotenente Waldstein mi diedero una guardia tedesca. Possano far altrettanto anche i seguenti! Quasi tutte le donne corsero in casa mia, che ci pare il serraglio. Tu, Fisiraga mio, fa di tornar sano, caccia codesto languore, nè lasciar che ti peggiorino le mie cattive notizie: appena rinsanicato vola a me: che fra due o al più tre dì questa procella sarà ita, ec.

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Fin qui il Boldoni. E non meno fosca è la pittura che ne fa il Tadini. La strage, dic’egli [16] che fu fatta nella Valsassina non è da dirsi: non avendo mai visto soldatesca così indomita. Pel ponte di Lecco ruppero poi su quel giardino di Lombardia la mia Brianza, con tanta avidità ed ingordigia, che arrecorno scandalo grandissimo e biasmo, tanta più per essere alcuni macchiati d’eresia. E dove lasciamo le miserie della Ghiaradadda? ove fieramente si portarno principalmente in Caravaggio. Gli ufficiali residenti nella Brianza insegnavano loro le terre più pingui, e teneano mano ai ladronecci; del che si chiese rimedio a don Gonzalo, senza però ottenerlo per essere dato esso alla retiratezza et solitudine [17]. Bravo governatore!

Ci rimane, in cattiva copia, il ricorso latino che lo Stato di Milano sporgeva al re cattolico contro l’esercito del 1629; e che esibiamo tradotto alla meglio.

« Potentissimo re! Le voci lamentose dei sudditi milanesi volgonsi a V. M. giacchè ai mali estremi della provincia niente più avanza che d’invocare gli estremi rimedj della divina e della reale provvidenza. Di tanti oggetti e di tante spese militari e in sì ingente quantità, d’ordine dell’eccellentissimo luogotenente di V. M. fino a questo giorno crebbe a segno l’esigenza, che ben ventisei mila lire giornaliere da questo angustissimo ambito di dominio non bastino alle sole paghe e altre sei mila circa pretendonsi dall’impresario degli alloggi. Alle quali somme se aggiungansi le spese prodotte dalla stessa impossibilità di esigere gli ingenti camerali tributi, le grandi usure pei debiti contratti, le quali dalle città e dalle provincie giornalmente si erogano, vedrassi manifesto da qual colpo abbattute irreparabilmente giacciano le ultime sostanze dei sudditi. Sì gran somma di spese da ciò principalmente deriva, che sia cresciuto immensamente, quasi sotto titolo di private mercedi, quanto proviene dalle ultime sostanze dei sudditi; la miglior parte ottengasi dagli ufficiali a loro comodo e lusso, dal che vien posto in gravissimo pericolo il grande oggetto della patria difesa.

Aggiungasi, che, quell’aumento di paghe di cui godevano al tempo della guerra passata gli officiali, luogotenenti e i capitani quando alla loro condotta davansi più migliaja di uomini, si volle continuarlo, benchè a sì larghi stipendi non si corrispondano ora la fatica e l’industria del reggere e comandare quelle truppe che non hanno punto.

Aggiungasi che, mentre le compagnie dei soldati sono distribuite suite provincie, in questa sola parte del dominio estorcono quanto di alimenti, di foraggi, di sostanze e di suppellettili rimane ai sudditi, e rendonla inabile per l’avvenire a sostenere i pesi, e non ostante per l’istesso numero di compagnie si esigono ugualmente que’ militari stipendj che per altrui assegnansi a titolo di alimenti; dal che vedesi manifesto duplicato l’aggravio a pregiudizio de’ sudditi.

Aggiungasi quanto v’ha di inaudito da un secolo nello Stato di Milano, cioè che, contro tutti i diritti e tutte le leggi, è costretto provvedere ogni cosa a’ soldati anche fuori delle loro stazioni, fuori dei confini, onde veggonsi inesorabili esattori tutto quanto sottoporre a pegno a danno dei poveri sudditi.

Dappoichè ebbe principio la guerra odierna, consunti e dissipati trenta milioni e più di lire, alla regia camera e alle sostanze de’ popoli ormai non rimane alcun frutto rurale e industriale, che, cangiati i titoli, non ricada sotto iterati tributi, e nessun tributo si leva, il cui prodotto da inutile e quasi anticipata profusione consunto, non vada disperso.

Trattasi non solo della distruzione delle sostanze de’ sudditi, ma di quella benanche, dell’ esercito o dei popoli stessi, ed è perciò che l’estrema loro afflizione esige dalla M. V. estreme provvidenze.

Distrutti o dati a pegno quasi tutti gli effetti di questo regio erario, i quali, come in via di contratto per la regia protezione e per la difesa, non da auree miniere, ma cavansi dalle viscere de’ sudditi, dovrà in perpetuo continuarsi il pagamento degli ingenti camerali tributi, e nulla rimarrà a sperare da essi onde in avenire provvedere alla comune difesa.

Alienate già le pubbliche sostanze; gravate di immenso debito le città e le provincie, annichilata la fede dei contratti, non resta ormai se non che le città e le provincie stesse, sforzinsi indarno a trovare altri sovventori.

Ciò attestano i tanti ricorsi umilmente fatti giungere ai supremi consigli della M. V. in Madrid; tante suppliche presentate all’eccellentissimo luogotenente di V. M., gli incredibili sacrificj fin qui subiti dai vostri fedelissimi sudditi, ai quali niente si è lasciato d’intatto, e niente da impedire il loro fatale prossimo eccidio.

Ma ben lungi che tante lamentele e tante suppliche recassero alcuna diminuzione, freno agli abusi, che introdotti aveano le calamità d’una pace di ben trent’anni come avrebbe pur voluto l’estrema istantanea necessità, vennero irreparabilmente e in immenso estesi nella presente occasione di guerra; e mentre altrove erano le guerre state preparatorie di pace, qui la stessa pace indusse quella pessima condizione della guerra presente nella quale duriamo.

In questo esercito della M. V. contasi maggior numero di ufficiali, sergenti e capitani che di soldati; sebbene questi dicansi ventidue mila, e se ne paghino gli stipendj, pure, come è notorio, essere avvenuto per lo passato, i soldati non vi saranno all’occasione di dover combattere per la pubblica sicurtà.

Diggià cedono prostrate e consunte le forze dei privati, tanto sono eccessivi i pesi che giornalmente loro sovrapongonsi. I rustici abbandonano i campi ai cittadini, e lottano colla rabiosa fame in più luoghi. Tace assiderato il commercio, e con esso manca interamente alla plebe l’alimento: aspirano ad arti vili e meccaniche tante nobili ora conquise famiglie. Gemono nei sacrarj delle vergini tante nobili donzelle, che la sola indigenza dei parenti, non già divina ispirazione, costrinse a richiudere. Riclamano finalmente a Dio i poveri defunti per tanti suffragi ora sospesi, la fede sacrosanta dei testamenti violata, e tante pie disposizioni ineseguite.

Trattasi della somma delle cose, trattasi nientemeno che di conservare sotto il clementissimo dominio di V. M., o di perdere la fedelissima milanese dizione » .

Così i popoli scontavano i delirj dei capi, senza avere nè cosa nè speranza buona. Fino ai 3 d’ottobre durò quel passaggio, e ogni terra ond’erano passati si lagnava insieme e compativasi le reciproche calamità: ma nell’intimo ciascuno stava nel sentimento d’aspettare maggior rovina: la peste.

Note

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[1] « È tanta la frequenza delle violenze, frodi, insidie ed altri eccessi che giornalmente si commettono in diverse parti di questo Stato in pregiudizio del servigio di S. M. e della quiete dei suoi buoni e fedeli vassalli, e per il più da persone incognite e straniere che con la licenza che suole introdurre la guerra entrano liberamente in esso, ecc. » Grida 9 novembre 1641.

[2] Grida 19 dicembre 1646.

[3] Per gli stessi motivi El Rey, con ordine del 23 luglio 1645, dà autorità al governatore Toledo di vendere, impegnare, distrarre ogni rendita ed effetto della M. S., infeudare terre, ecc. attesa la debolezza del suo real patrimonio.

[4] Grida 4 marzo 1637.

[5] Grida 22 dicembre 1637.

[6] Così egli firmavasi; col che potremmo scioglier i dubbj del podestà di Lecco.

[7] Secondo lo Schiller (Dreizigjahriges Krieg) Waldstein col suo esercito in sette anni trasse da metà della Germania sessanta mila milioni di talleri.

[8] Nani conta quei soldati per 35,000; Muratori per 22,000 fanti e 5500 cavalli; Tadini, che numera ogni reggimento, li somma a 7,156 cavalli, 28,800 fanti, al qual numero s’ accosta pure il Ripamonti.

[9] Tadini, Ragguaglio dell’ origine, ecc., pag. 13.

[10] Tadini, 16. I Valtellinesi diedero 50,550 lire al solo marchese Corrada perchè sollecitasse un pò la sua andata.

[11] Il Boldoni scrisse in latino la descrizione del Lario, lettere e versi, e in italiano un’epopea: La caduta dei Longobardi; ma quando col fil della vita del poeta da le Parche parcamente ordita già si parallelava il filo della poetica tessitura del suo poema, recise Cloto crudele col filo della vita quello ancor del poema, e furono più veloci l’ali della morte a sopraggiungere, che quelle di Pegaso a sottrarsene. Così suo fratello nella prefazione d’esso poema (Milano 1656). In fatto restituitosi da Bellano a Pavia, un sartore infetto gli portò un abito che gli attaccò la peste, di cui morì il 3 luglio 1650.

[12] Fin 52 anni più tardi, fu rappresentato al duca d’ Ossuna « lo miserabile stato in cui si trova la terra di Colico, che ... per gli estremi danni patiti nelle guerre passate, transiti, scorrerie di eserciti nemici, devastazioni e saccheggi, è ridotta a totale esterminio ... sendo rimasi in quel territorio da 40 in 50 uomini in tutto, e quelli non essendo sufficienti per lavorare i terreni, rimangono quelli per la maggior parte inculti ed abbandonati, ecc. ecc. » Prima di quel fatto il Tadini scriveva: Colico, la qual terra è la delizia del lago di Como. Pag. 18.

[13] Il terzo era l’ unità strategica dei Tedeschi, disposti in grossi quadrati pieni.

[14] Quasi due mesi appresso, il Tadini, visitando que’ luoghi scriveva che si sentivano fetori insopportabili per la quantitá dei cavalli e dei soldati morti.

[15] I cappuccini sedeano su quel promontorio, il più delizioso ch’io conosca in Lombardia senza eccettuare il Sirmione; ivi ora sorge il palazzo Serbelloni: anticamente era una villa di Plinio: e il Parini vi compose molta parte del suo Giorno.

[16] pag. 8.

[17] id, pag. 22.

Indice Biblioteca Parte nona - La peste

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011