LA  LOMBARDIA NEL  SECOLO  XVII

RAGIONAMENTI

DI

CESARE CANTÙ

 

 

 

 

MILANO, 1854

A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP.

Contrada del Zenzuino N. 529

La presente opera è posta sotto la salvaguardia delle leggi

essendosi adempiuto quanto esse prescrivono

Tipografia Lombardi

Edizione di riferimento:

Cesare Cantù, La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti, editori Volpati e C., Milano 1854 A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP. Contrada del Zenzuino N. 529, Tipografia Lombardi.

[Parte Prima]

Appendice G.

Caricatura dell’Italia.

Perchè non si credano nuove le caricature politiche, esporremo press’a poco colle parole del Lancellotto (nel Hoggidì disinganno XIV) come nel 1617, coll’occasione de’ rumori di guerra, venne fuori un foglio stampato in Venezia, dov’erano una figura principale e molte altre minori attorno in ogni parte. La figura principale si è una donna a sedere sopra una cassa addolorata e mesta, toccando o sostenendo con la mano dritta la guancia, e sopra la sinistra appoggiando il gomito. in atto lagrimevole ed infelice. Ai piedi una corona reale come caduta così alla peggio, con queste parole: Cecidit corona capitis mei. E che donna credi tu che sia questa? sopra capo di lei è scritto Italia fui. Volle dunque l’inventore di quanto si vede in quel foglio proporre al mondo un’immagine della miseria, nella quale l’Italia oggidì si trova.

Proseguiremo a dire dell’altre figure più piccole, che vi sono tutte indrizzate a questo fine. Quinci e quindi contro la faccia di lei soffiano due gran venti. Sopra il capo un terribil dragone, ch’apre la bocca e vibra la lingua per divorarla, con queste parole Discordia principum te tandem vorabo. Dalla mano dritta alcuni monti alti e scoscesi, dalla cima de’ quali escono, e volano verso l’Italia non so quanti Galli, con le parole. In sepulcrum. Più giù d’essi monti alquanti cani, con le parole Venimus. Alla radice de’ medesimi monti parecchi Orsi con le parole Non reditur. Una città che chiaramente si vede, che rappresenta Venezia, con le parole Sola filia intacta manet; ed appresso un’aquila che tien tre città sotto gli artigli. Una città che significa Ragusi, dalle mura della quale una donna getta danari ad un pescatore, ad un dragone, ad un’aquila e ad un gallo. Una montagna dalla quale precipitano abbasso fabbriche come di città o castella diroccate, e guaste, con le parole Quo Etruria? Un’arma di casa Medici, dietro alla quale cade una catena, che raddoppiandosi fa un gran cerchio a un leone, che dentro vi tiene la testa ed una branca; il capo della catena è in bocca d’un gallo, ed un’aquila poco più giù tenta di spezzarla; le parole all’arme sono Laqueus fortis, fortis et leo; al gallo Invenies; all’aquila Abscindam. Dietro al leone sta una città, sopra la quale, come per isferzarla, egli alza la coda dov’è scritto Videbimus. Una lupa con i due bambini alle poppe, con un’aquila ed un giglio, l’una e l’altro dipinti nel corpo, rivolta indietro verso il leone, che pare la perseguiti, colle parole Quaero requiem. Tre fanciulli nudi legati le mani alle spalle, con tre corone in terra, appresso l’Italia colle parole che non s’intendono. Un pastor che guarda le pecore, colle parole, Amicus amicis. Una donna con la mano dritta ad un occhio, a seder sopra un delfino in mezzo al mare con vascelli attorno, sopra la quale piomba un’aquila, un dragone, ed un gallo colle parole, Fer opem laboranti; ed un cavaliere armato di sopra vibra l’asta contro quegli animati, o uccelli, colla parola Adsum. Tre uomini nudi giacciono prostrati in terra, ed un’aquila di sopra sostiene tre scettri e tre corone, come cose rapite a quelli, ciascheduno de’ quali ha una di queste parole: Insubrium, Siciliarum, Parthenopeorum, ed alcuni cani segnati con l’aquila, e con la spada stanno alla guardia loro intorno. Una gallina coi pulcini sotto l’ali, sopra la quale cala un’aquila, colle parole: Non effugietis, e sotto sono l’armi di Parma e della Mirandola, colle parole: Non dormit, qui custodit. Due armi d’Urbino e di Camerino, colle parole: Pastori sub umbra ovantes. E finalmente un uomo per terra appoggiato sopra un’arma coronata, e diviso in tre parti da un’aquila, alla quale porge a divorare il cuore da una fiera che gli porta via una gamba, e da un gallo che, per quanto può, lo va beccando e consumando.

Tutto questo mucchio d’immagini assai goffamente fatte e sparse attorno l’Italia, fu posto insieme per dichiarare e porre negli occhi de’ riguardanti il misero stato, al quale si è condotta oggidì questa meschina Italia: e così è avvenuto; perché dispensato qua e là per le città quel foglio, ha trovato luogo ed è stato ricevuto dentro alle case, botteghe, e dove più particolarmente a quei d’oggidì avrà piaciuto, ed in mostra appeso alle pareti, quasi vivo simulacro dell’afflitta sconsolata Italia, come più volte io medesimo ho veduto. Ora dico io che uno de’ maggiori spropositi che vedessi o sentissi mai d’alcuno d’oggidì è quello dell’inventore chi che fosse, o più assai dello stampatore di quella carta. Volle questi rappresentare a colpo d’occhio agli Italiani i tanti mali che nell’anno 1617 opprimevano l’Italia, e che fece quel buono oggidiano? Andossene a trovare l'stessa figura ed invenzione mandata in luce sessantatrè anni prima, e così di peso, senza levarne o aggiungervi niente, la diede fuori per mezzo delle stampe, e quel ch’è peggio, confessando liberamente il fatto con queste parole, cioè: Fu stampata nel 1554 ed ora si ristampa l’anno 1617. Quanti e quanti di quelli che la videro e la veggono, tengono appesa al muro delle loro stanze, avranno devono dire (parmi di sentirli): « Povera Italia! Eccola qui la sfortunata... Com’ella è ridotta oggidì, com’ella è concia bene! Ti so dire che non è più oggidì come già era, signora p regina dell’universo. Non poteva dir meglio, non poteva trovar parole, che più le quadrassero, che più vivace e brevemente spiegassero l’infelice sorte alla quale oggidi è giunta questa sfortunata Italia, che quelle dal bell’ingegno quasi dalla bocca di lei uscite, scritte sopra la sua immagine: Italia fui, perchè può bene con ogni verità ella e chi l’ama e la contempla oggidì sospirando e lagrimando alzar le grida al cielo, e dir con colui: Fuit Ilium, et ingens Troia fuit. Povera Italia oggidi, povera Italia ! Mai più si vide cotanto insidiata, lacerata, calpestata, assassinata dai forestieri come oggidì si vede. Dicalo dunque, dicalo pure che n’ha ben ragione, Italia fui.

« Queste con mill’altre, sono le querele ch’io giurerei hanno fatto e fanno le migliaja di persone, mosse dalla vista e da qualche considerazione di quella figura, perchè, se tuttodì sentono farsi a caso e per ogni cosa che di contrario avvenga a questa benedetta Italia, quanto più porgendosi lor occasione di mirare tanti mali da lei in quel poco spazio rappresentati? non pensò egli lo stampatore del 1617; e molto più non pensano quelli ai quali piace quel foglio di maniera che pare ben loro vada a ferir giusto l’Italia, non pensano, dico, che il corso delle cose, le azioni dei principi d’oggidì e la maggior parte delle avversità, guerre ed insidie che vanno quivi dipingendosi o come presenti o come già soprastanti oggidì all’Italia, sono oggidì da essa, per grazia di Dio, non poco lontani, ed insomma non calzano all’Italia del 1617, ed alla presente del 1623, nella quale noi siamo.

Io son l’afflitta Italia, anzi pur fui,

Che piango la mia gloria in terra scesa.

E doler mi vorrei, nè so di cui.

Deh perchè io non son forte a far difesa?

Perchè non poss’io almen morire, e a un’ora

Finir mia doglia e l’ altrui rabbia accesa ?

Vedi il Turco crudel, che d’ora in ora,

Per la discordia de’ principi adopra,

Sempre a mio danno, e quasi mi divora.

Il monte che alla destra mi sta sopra,

Donde n’escono fuor galli, orsi e cani.

E l’ Alpe, la qual par che mi ricopra.

Quindi vengono i fieri oltramontani.

Galli sono i Francesi, gli orsi brutti

Tedeschi, Spagnoi veltri, animai strani.

L’arme partita sopra questi tutti

Nell’angolo di sopra, è il re Ferrando.

Che anch’ ei di me non ha gli artigli asciutti.

Costui tre terre mi viene usurpando,

Cioè Gorizia, Gradisca e Trieste,

Che già San Marco aveva a suo comando.

Vedi Ragusi ancor appresso a queste,

Che al pescatore, al drago, aquila e gallo

Rende tributo perchè in pace reste.

Dall’altra parte è un piccolo intervallo;

Castella e monti sotto sopra vôlti

Nuovo mostrano altrui, ma fiero ballo.

Son questi colli di Toscana tolti

Sol per esempio altrui di pace e gioja,

In guerre e pena a danno lor sepolti.

Di ciò convien che prenda affanno e noja

Il duca Cosmo, ch’è il leon robusto

A cui il suo proprio mal cotanto annoja.

E si ritrova giunto in luogo angusto

Col capo e un piè nel laccio della guerra,

Onde trar nel promette il grande Augusto.

Il re di Francia la catena serra

Con molta forza, ed ei con gran valore

Quanto più puote la rompe e disserra.

Ed oltre a ciò con generoso core

Sforza la lupa, che figura Siena,

A ritornar sotto l’Imperatore.

Quelli che ha il fier leon dietro alla schiena

È la città di Lucca assai sicura,

Ch’ei con la coda minaccia di pena.

I figli appresso me legati in scura

Veste, con tre corone ai piedi, sono

I miei baron or miseri e in paura.

Il pastore è il pontefice, che in dono

Ha le chiavi di Pietro, e i fieri uccegli

Gli empion l’orecchio di terribil suono.

L’ aquila e ’l gallo pur vorrebbon ch’egli

Da la lor fosse, e porle in grande intrico

Per tenergli la man dentro a’ capegli.

Ed ei ch’esser non vuol d’alcun nemico,

Come vero pastor ch’ egli è, risponde

Ch’ egli egualmente è degli amici amico.

La donna sul delfino in mar tra l’onde

Che con la man sul viso in atto mesto

Quasi cieca da un occhio lo nasconde.

Quella cui il gallo e ’l drago è sì molesto

Come se la volessero privare

Dell’ altro, e ’l cavalier si mostra presto

A volere a’ suoi preghi aita dare,

La Corsica è, di cui Francia ha gran parte

E Genova la cerca d’ ajutare.

L’ altra città trionfante là in disparte

L’ alma Venezia è sola intatta figlia

Sopra di cui non ha possanza Marte.

Sola sè stessa, e nulla altra simiglia.

E con Ferrara e ’l santo padre stassi

Lieta, e a vivere in pace si consiglia.

Tre corpi in terra posti ignudi e lassi.

Poste giù le corone ed altre insegne.

Tre regni son d’ogni lor gloria cassi.

Milan, Napol, Sicilia un tempo degne

Provincie, or poste in man del sagro impero

Ch’ ogni lor forza e fasto abbassa e spegne.

I cani che con cuor desto e sincero

Stanno alla guardia delle tre contrade.

Ispani son, ch’han animo guerriero.

La Mirandola e Parma alla pietade

Si raccomandan del buon gallo, il quale

Le guarderà da ogni indegnitade.

L’altre due che stan sotto il pastorale,

Urbino è l’ una e l’altra Camerino.

Liete e sicure sotto guardia tale.

Il corpo in terra misero e meschino

 Fatto in tre parti è di Savoia lo Stato.

Che sopra l’arme sua sta a capo chino:

E perchè egli è dall’aquila occupato,

Bench’ abbia il suo signor, punto no spera

Che ’l Gallo e l’Orso ancor l’han divorato.

Francia è l’ uccel, lo Svizzero è la fera.

Che l’hanno quasi egualmente diviso

Ed a lui fatto notte innanzi sera.

Da questo modo è il corpo mio conquiso.

Sia che si voglia colui, che o allora o ultimamente fece comparire l’Italia nel teatro del mondo sì sconsolata e mesta, accompagnata da tutti i suoi Stati condotti a sì mal termine, a me non importa. Per me fa il saper di certo, e il vedere che a quell’Italia fui è stato dato ricetto da tanti e tanti nelle case loro, è stata riputata un’immagine al vivo dell’Italia quale oggidì si trova e l’aver io udito le mille volte or questo or quello, nel fissare gli occhi e la mente in essa, prorompere a parole di tristezza e di rammarico: Povera Italia: « vedete com’ ella sta oggidì » come giusto dovevano esclamare quando la prima volta sessantatré anni sono fu veduta, e che per conseguenza sia stata ricevuta con l’istesso consentimento ed applauso universale degli oggidiani ultimamente come allora.

Non può negarsi già che, senza quella figura, non si senta ogni giorno e quasi ogni momento intonare nelle nostre orecchie quelle meste e lagrimevoli voci: Italia fui. Porgile pure nelle radunanze che si fanno per le città grosse, in particolare d’uomini ancorchè dotti e pratici, e udrai, se punto s’entra a ragione delle cose del mondo di Francia e Spagna, di qualche soldatesca che debba passare o svernare in questo o quel territorio, d’alcuno aggravio imposto di nuovo a’ sudditi da qualche principe, o d’ altre tali o più gravi, come sono le guerre accennate nel principio, udrai, dico, sbucar fuori i più belli oggidì del mondo, e farassi sentire, s’hai un poco di pazienza, qualche Italia fui. Vorrei pure io una volta sapere degli oggidiani dell’Italia questo fu quando fu. Quanto a me non so trovarlo, e se pure pensando e ripensando ne rintraccio qualche contezza, mi par che il fu di lei sia tanto antico, che gran maraviglia è ch’ella co’ suoi oggidiani [1] se ne ricordi più, e che per ancora nelle avversità d’ogni sorte non abbia fatto il callo e l’osso.

A che dunque tante grida, signora Italia fui? Cara mia signora Italia (dico signora, perchè, a dispetto di chi non vuole, sei stata, sei e sarai, per mille rispetti e titoli, signora la più bella, la più nobile, la più degna dell’universo), quando, dimmi di grazia, quando fu mai cotesto fui? Se non intendi al tempo che fioriva l’impero romano, io non so immaginarmi altro. Potrei risponder molte cose, dirò solamente, pregherotti che ti contenti e che anzi ne ringrazii il cielo di questo stato, nel quale ora ti trovi, che di vederti comandare al mondo per mezzo de’ Neroni, de’ Diocleziani, de’ Massimiani, de’ Caligoli, de’ Valenti. de’ Giuliani Apostati e d’altri mostri di crudeltà e d’ogni male. Se pure quando ti lamenti e gridi Italia fui, stendi la mira tanto addietro, io non credo che in te sia sì tenace memoria che per ogni piccolo travaglio che vien sopra di te, ti vada subito ricordando dell’antichità tua sì grande; anzi tengo chi la dimenticanza di tanti patimenti tuoi sia cagione che tu ti mostri oggidiana a più potere. Italia fui, Italia fui! Che fosti mai com’ ogni altra parte del mondo netta, monda da mille imperfezioni e vizj? fosti mai felice, beata in modo che ogni cosa passasse appunto conforme al tuo volere, che non sapessi che cosa fosse aver insidie, nimicizie, persecuzioni e cento mille incontri? A che dunque tanto rammaricarsi che fosti. Italia fui, ch’oggidì stai peggio che stessi mai, s’ogni avversità e disgrazia e servitù che oggidì provi è poco più quasi che ombra dell’avversità, delle disgrazie e delle servitù antiche?

Nota

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[1] II libro del Lancilotti tende a beffare o confutare coloro che credono i moderni inferiori agli antichi, e l’oggidì peggiore del passato. Costoro egli intitola oggidiani.

Indice Biblioteca parte VIII - Appendice G - Caricatura dell'Italia

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011