LA  LOMBARDIA NEL  SECOLO  XVII

RAGIONAMENTI

DI

CESARE CANTÙ

 

 

 

 

MILANO, 1854

A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP.

Contrada del Zenzuino N. 529

La presente opera è posta sotto la salvaguardia delle leggi

essendosi adempiuto quanto esse prescrivono

Tipografia Lombardi

Edizione di riferimento:

Cesare Cantù, La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti, editori Volpati e C., Milano 1854 A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP. Contrada del Zenzuino N. 529, Tipografia Lombardi.

[Parte Settima]

POLITICA

GUERRA DEL MONFERRATO

MINISTRI OLIVAREZ E RICHELIEU

Ho inteso che a Milano correvano

voci d’accomodamento. Pr. Sp., C. V.

Poichè, per cavar dalla tavola di Milano il chiodo francese che vi s’ era fitto, li mal accorti principi italiani si servirono di quella zappa spagnuola, che talmente entrò nella tavola medesima, che con qualsivoglia sorte di tenaglia giammai non è più stato possibile cavarla fuora, li potentati tutti d’Europa e più particolarmente i principi italiani, che si avvidero che i Spagnuoli, dopo la servitù di Milano, apertamente aspiravano all’assoluto dominio di tutta Italia, a fine di assicurarsi quel rimanente di libertà che avanza in lei, convennero tra di loro, che ogni venticinque anni, con isquisitissima diligenza da personaggi a ciò deputati fosse misurata la catena che i Spagnuoli fabbricavano per la servitù italiana ».

In queste parole di Trajano Boccalini è tracciata la politica di que’ dì: gran cura nella Spagna di congiungere il suo Napoli col suo Milano, stendendosi su tutt’Italia; grande ne’ principotti italiani d’impedirla. E poichè la Spagna non avea re guerrieri; i signori italiani non s’erano disusati affatto dall’armi: la Francia apriva cent’occhi per non lasciar crescere l’Austria; il papa era geloso di conservare il patrimonio di san Pietro; stavano oculati ai confini i Grigioni, la Savoja, la libera Venezia; perciò l’impresa non era così agevole. E l’ora citato autore introduce Francia a dire alla Spagna:

« Voglio bene, con quella libertà che è propria della mia natura, confidentemente dirvi che l’impresa di soggiogar tutta Italia non è negozio così piano, come veggo che voi vi siete dato a credere. Poichè quand’io ebbi li medesimi capricci, essendo a me riuscito perniciosissimo, credo che poco migliore lo proverete voi: perchè con mie ruine grandissime mi sono chiarita, che gl’Italiani sono una razza d’ uomini che sempre stanno con l’occhio aperto per escirci di mano, e che mai si domesticano sotto la servitù de’ stranieri. E sebbene come astutissimi facilmente si trasformino ne’ costumi delle nazioni che dominano, nell’intimo nondimeno del cuor loro servano vivissimo l’odio antico. E sono gran mercadanti della loro servitù, la qual trafficano con tant’artitizj, che con essersi soli posti in dosso un paro di brachesse alla sivigliana, forzano voi a credere che siano divenuti buoni Spagnuoli, e noi con un gran collare di Cambray, perfetti Francesi: ma quando poi altri vogliono venir al ristretto del negozio, mostrano più denti che non hanno cinquanta mazzi di seghe ».

Supremo studio pertanto di quella leale politica era il limare cotesti denti; ed anzi che all’aperta, con lime sorde. Di qui i maneggi della pace, di qui i motivi delle molte guerre intraprese in quell’ età senza giusta cagione, condotte senza gloria, terminate senza effetto. Perocchè da principio durò settant’anni una pace, sufficiente a convincere come non basti alla prosperità d’una nazione il non aver guerra [1]: poi all’entrare del secolo XVII misero sospetti le briglie del conte di Fuentes; e i piccoli Stati italiani, sollecitati da Enrico IV di Francia, mostrando aperto il desiderio di cacciare oltre l’Alpi i dominatori, faceano prevedere uno scotimento. Però la morte di quel buon re accadde opportuna agli Spagnuoli, sicchè non si venne a rotta aperta. Standosi però sull’avviso di cogliere ogni pretesto, si chiarì la guerra nel 1614 per certe pretensioni sul Monferrato, ma fu tosto sopita: nè quella rinnovata dieci anni dipoi, è gran fatto memorabile, per chi, come deve un buono storico e un bravo politico, per niente non conta le lagrime e il sangue del popolo. Ben essa con grave caso rinaque, e combattevasi nei tempi descritti da Manzoni.

Dei Gonzaga, signori di Mantova dal 1328, del Monferrato dal 1530, la discendenza « quasi un cadavere della fortuna »[2] finì col duca Vincenzo II, morto il 26 dicembre 1627. Luigi, cadetto di quella casa erasi stabilito in Francia alcun tempo prima, e divenuto duca di Nevers pel matrimonio suo con Enrichetta di Clèves, erede di quel ducato. Ebbe molta entratura per talenti e valore; e comunque Sully lo celii perchè « faceva la campagna d’inverno in una buona carrozza col manicotto per riparar le mani dal freddo », certo è che prese gran parte nelle guerre di religione, e lasciò memorie importanti su quel tempo. Suo figlio Carlo era il più prossimo parente del defunto duca di Mantova, onde venne per succedergli, mentre suo figlio sposava Maria Gonzaga, che gli portava in dote il Monferrato: col che i Nevers recavano al loro piatto entrambi quei ghiotti bocconi.

Ne seppe male al famoso e irrequieto Carlo Emanuele duca di Savoja, perchè non era stato richiesto del suo voto e perchè aveva antiche pretensioni e gravissime convenienze sul Monferrato. Anche la Spagna che, ambendo possedere tutta Italia, vi avea già fatto su conto, mal sopportava d’avere a vicino un sì aperto fautore della Francia: l’imperatore Ferdinando pretendeva come di un feudo imperiale, darne egli stesso l’investitura, o più veramente voleva cogliere il destro di far uno smacco alla Francia, promotrice dei Nevers. Indi guerra di penne, poi d’astuzie, poi d’armi; guerreggiandosi coi negozj, e negoziandosi tra l’armi in guisa che a narrarle parrebber cose d’oggi. « Discoperti omai gl’interessi de’ principi e svelati gli arcani, non si disputava più di ragione e giustizia, ma si calcolava la forza, l’opportunità, il vantaggio [3]». Alfine don Gonzalo Cordova con proclami dove si dicea mosso dal ben dei popoli, dal desiderio di liberarli dalla tirannia, ed altre sì fatte bubole che si ripetono sempre, sempre si smentiscono e pur trovarono sempre chi vi crede, invase il Monferrato.

È il Monferrato un ampio paese, arricchito di città, di terre, di popoli fertile ugualmente; dove con pianura s’estende e dove s’alza con frequenti colline. L’irrigano il Po ed il Tànaro, oltre altri rivi minori. Questo in particolare dividendolo, fa che la parte verso il mare, inferiore si chiami, e superiore l’altra, che di quà più ampiamente s’allarga. La metropoli è Casale, ed a fronte di lei sta, si può dire, una linea di piazze del Milanese. Ma dalla parte del Piemonte più ampiamente s’estende, quasi per lacerar quello Stato: imperciochè in qualche luogo fin all’Alpi s’interna; altrove s’affaccia a Torino interrompe la navigazione del Po, smembra il commercio; e se in una parte divide i territorj d’Asti, e Vercelli, in altra quasi li cinge. In effetto se dal solo comodo pigliar si dovessero le ragioni d’acquisti, il duca di Savoja teneva gran motivi per desiderar d’occuparlo. In Casale aveva il duca Vincenzo piantato una fortissima cittadella, con pretesto d’assicurarlo da’ Savojardi; ma con intenzione niente minore di preservarlo da Spagna; che posta col Milanese di mezzo tra il Monferrato ed il Mantovano, oscura molto di quel lustro, che da Stati, per altro sì riguardevoli, risulterebbe alla casa Gonzaga. Non v’erano altre fortezze; la fede di popoli, incli natissimi al presente dominio, servendo di bastante presidio; e molto più quella gelosia, che reciproca tra il Milanese ed il Piemonte, non permetteva, che l’uno all’altro ne consentisse l’acquisto »[4].

Il Cordova pose assedio con 8000 fanti e 2500 cavalli a Casale « piazza per sè stessa forte, ma molto più per la cittadella, di sito molto grande e capace, fiancheggiata da sei baluardi, cinta da larghi e profondi fossi, e la quale, per essere di tutta pianta e con tutte le regole e termini delle moderne fortificazioni lavorata era meritamente stimata piazza reale, e per a comune opinione la più forte di quante in Italia, eccettuata Palma nel Friuli, si trovasse [5]».

Alla bontà del luogo aggiungi la costanza dei Monferrini, e degli Italiani rifuggiti colà: e, soggiunse un contemporaneo « la fortezza di Casale è quello scoglio fatale, al quale tante volte è naufragata la fortuna della Spagna; quante volte v’ha urtato dentro, altrettante con la singolarità de’ vituperj e infortunj de’ Spagnuoli l’ha resa memorabile ... Le campagne di Casale, destinate da don Gonzalo per campidogli de’ suoi sognati trionfi, servirono di tomba per seppellirvi la riputazione del suo nome e la gloria del l’armi spagnuole ». I Francesi, assicuratisi coll’aver fatta pace coll’Inghilterra, promettendo libertà e bene anch’essi [6] vennero dal Monginevra in ajuto, sicché al Cordova fu rotta l’impresa.

Allora a corregger i costui errori fu mandato il famoso Ambrogio Spinola, con settecento cassette di pezze da otto, che nel castello di Milano introdusse con pompa [7]; a niun patto Vienna volendo che un principe francese aquistasse quel dominio. Ben è vero che l’interesse religioso per cui fingeasi combattere la guerra dei Trent’anni avrebbe richiesto unione fra le potenze cattoliche, ma posponevasi alla politica, e si diceva: « Andiamo a mostrar agli Italiani che c’è ancora un imperatore. Sono cent’anni che Roma fu saccheggiata, ed oggi sarà più ricca d’allora ». Così poca parte avea la religione in una guerra, che in suo nome facevasi alle idee libere.

Pertanto l’imperatore inviò, alla guida di Rambaldo Collato, que’ terribili lanzichinecchi, che fecero una sì brutta paura a don Abbondio, e regalarono la peste all’Italia. L’arte della guerra subiva in quel tempo una grande rivoluzione. Gli eserciti che combattevano in Germania erano reclutati da una nuova specie di capitani di ventura, forniti dai principi di danaro per levare soldati, e men facili a cangiar padrone perchè, avendo essi pure sposato un partito religioso, non scendevano all’ultima viltà di mercenarj. Il modo feudale non potea valere che al più per una leva in massa, onde del soldato erasi fatto un mestier nuovo, nel quale aveano introdotto certi gradi, entrandosi prima valletti (Bube), poi scudieri (Knappe), finchè si formava una lancia (Lanz-Knecht). Al loro capitano portavano affetto e obbedienza, non all’imperatore, che nè li pagava nè li compensava, e poichè i soldi erano scarsi, vantaggiavansi col rubare, terribili agli amici non meno che ai nemici. Spirato il termine dell’ingaggio, i lanzichinecchi per privilegio imperiale poteano mendicare, o, come noi diremmo, dare frecciate (garden o flechten); al qual fine si univano in drappelli, spigolando come veterani se alcun che avessero lasciato indietro come soldati.

Un esercito di costoro scendea dunque per la Valtellina, i quali nelle lente sue marce fatto ruba e macello d’amici e nemici, raccogliendo le maledizioni del popolo, e seminando la peste e l’odio a quella nazione, si diresse su Mantova.

I primi luoghi del Mantovano, che patirono, si può dire più la desolatione, che il sacco, furono Vogezzo, Cicognera e Volongo. Indi a Isola quattro mila huomini, ed a Piadene quindici compagnie presero posto. Viadana, luogo grosso, fu immediate investito, e la terra non potendo resistere, anco la rocca debolissima dopo ai cupi tiri di cannone si diede. Non haveva il duca sperato, che resistesse; ma, col taglio degli argini, pensando d’annegare nel Po gli Alemanni, il colpo non gli riuscì, per havere Balduino del Monte, che ne teneva la cura, eseguito l’ordine fuori di tempo. Da altro corpo di militie cesaree fu occupato Caneto, alla prima comparsa abbandonato, perchè non era luogo da sostenersi, da Angelo Corraro, nobile veneto, ch’esule dalla patria militava al servitio del duca. Non trovandosi terra che fosse capace a resistere, nè esercito, ch’in campagna contendesse i progressi, scorrevano i Tedeschi per tutto, desolando, e incenerendo ogni cosa con tanta, strage, che, dall’empietà militare violate le cose sacre, e niente meno incrudelitosi contra le profane, con inaudita fierezza d’ incendj, d’occisioni e rapine, è restato per molto tempo quell’infelice paese, altre volte tra’ più ameni d’Italia, un horrido campo, dove la posterità contemplerà per gran pezzo le marche più atroci della barbarie » [8].

Alla brutalità di barbari univano la stizza di protestanti: e uno dei loro gusti era il voler alloggiare ne’ conventi, come fecero persino nell’allora nuovo, ma già famoso collegio delle vergini di Castiglione. Difficile però sarebbe stato l’espugnar Mantova, non mai presa fin allora, se un tal Polino, tenente della guardia svizzera, non avesse tradita la porta san Giorgio, per la quale entrarono la notte dal 17 al 18 luglio.

Degli abitanti nessuno alla difesa si mosse, anzi alcuni applaudendo a’ Cesarei ed esponendo dalle case co’ lumi l’aquile imperiali, crederono di preservarsi, ma provarono quanto possa l’insolenza di militie vittoriose e crudeli, perchè da’ soldati non distinguendosi, e da’ capi trascurandosi quell’inclinatione, che verso l’insegne ed il nome degli Austriaci haveva quel popolo  infelice nodrita, niente, o di profano o di sacro, restò illeso dall’empietà, dalla libidine, dalla fierezza. Il sacco durò per tre giorni, ma si renderà per tutti i secoli infame, perchè l’aspetto d’ogni calamità vi si vide horridamente con tutti gli eccessi, che a’ vincitori suggerivano la crudeltà e la licenza. La città, per molti anni cresciuta nell’otio, e nodrita nelle delitie, divenne spettacolo di deploranda miseria; rapiti i fanciulli e le vergini; spogliate le chiese e saccheggiate le case, ferro e fuoco per tutto, ad ogni passo apparendo cumuli di cadaveri e d’armi, torrenti di sangue e di lagrime. Havevano i duchi in lunga quiete raccolte cose pretiose con tanta pompa, che, profusi in ostentatione i thesori, pareva al presente che il lusso non servisse, che a’ funerali della fortuna. Il palazzo fu manomesso, e per tutto si trovarono tante rarità, ed opulenze, che il valor della preda superò la memoria di qualunque altro fuoco. Fu tuttavia brevemente goduto, perchè Dio, giusto superstite a tutti, debellò ben presto i vincitori con la contagione, e con acerbissime morti. È publica fama che Cesare stesso, giustamente commosso alle notitie di ciò che vi fu d’esecrando commesso, detestasse le cagioni, non che gli effetti di così tragico evento; e ch’Eleonora imperatrice deplorasse con lagrime amare l’eccidio della patria, e le calamità della casa paterna, molti predicendo, che nel sangue di Mantova dovesse naufragar la Fortuna degli Austriaci[9].

Gl’invasori pagarono anch’essi caro lo scotto, giacchè gran numero vi morì di febbre. Parvero finalmente le cose ricomposte nella pace fatta a Cherasco il 1631, colla quale si assicurava Mantova al Nevers e parte del Monferrato alla Savoja: e l’Italia fu liberata dalla gente alemanna et dalle altre barbare nationi, però amiche alla Fede Cattolica. Benchè fra l’orrore della peste, tripudiò la Lombardia all’avviso della partenza di queste barbare nationi che andavano marchiando, ma con lasciare doppo le solite estorsioni et tirannie, et molte terre saccheggiarono come Desio, Saronno, Corbetta, Seregno e tutta la Geradadda et provintia cremonese [10]. Il marchese di Thoiras difese ancora Casale in guisa, che lo Spinola morì dal dolore di questo primo infortunio tocco alle sue armi. Il Monferrato poi non rimase mai senza guerre e ruine fino al 1659. Guai tanto più gravi agl’Italiani, quanto che già aveano provato le finezze della civiltà: e posti tra fieri nemici ed amici infidi, in tutto questo non vedevano alcun raggio di speranza.

Tal guerra, anzichè dai re, come spesso accade, nè dal bene dei popoli, come dovrebbe, fu causata ed aggirata dai due ministri Olivarez e Richelieu, dei quali, poichè erano i veri regnanti d’allora, e poiché danno soggetto alla conversazione dei convitati di don Rodrigo, vorremo anche noi alquanto occuparci[11]. E prima chi volesse avere dell’Olivarez un elogio contemporaneo ci sarebbe la Effigies Privati Christiani, quam Virgilius Malvetius ex Comite Duce expressam Philippo IV regi catholico dicat. Ma a chi regge la pazienza di legger una tirata di tutte lodi? Più tosto vi offrirò il parallelo che il Ripamonti, nel Lib. VI dell’Istoria patria, fa tra questi due ministri, onde verrete ad intendere che ne sentissero i Lombardi d’allora.

Mentre signoreggiava ‒ così egli ‒ la Corte e l’animo del re di Francia il cardinale Richelieu, la Corte di Spagna ebbe un’altra gran testa che i savj credettero levata ai primi onori non tanto per umano consiglio, quanto per volontà di lassù, affinchè, come la Francia per sua buona o mala ventura aveva a capo il cardinale, così la Spagna possedesse nel conte duca chi opporre alle vaste trame di quello. Noi chiamiamo privati [12] i confidenti del re, perchè devono in certo qual modo privarsi dei sentimenti proprj, per volger l’animo affatto ai reali ed alle pubbliche cure. Or bene, questi due privati erano di antica schiatta, ma più don Guzmano Olivarez; come quegli che contava tra’ suoi antenati san Domenico. Ambedue possedettero le arti, onde uom si procaccia fama: ambedue si vestirono preti. Il francese continuò, ebbe la porpora, e benefizj, badie, larghi tratti di provincie, sto per dire che fu un altro re di Francia. L’Olivarez non era sulle prime che conte, poi fatto duca di san Ludar, si intitolò il conte duca. Fanciullo, seguitò il padre ambasciadore a Roma, a Napoli, in Sicilia: fermò gli occhi di molti singolarmente per certa candidezza d’animo; sicchè venne famigliare al padre del regnante Filippo, morto il quale, fu posto a suo dosso l’intero carico delle cose. E notano questa differenza, che il francese con tutto l’animo s’era proposta per meta l’altezza che raggiunse: lo spagnuolo rimaneva contento a mezzana fortuna, nè a dismisura accumulò ricchezze a costo della maestà. Ambi di grand’ingegno, ma d’indole diversa, mansueto l’ispano, l’altro crudele, onde avea continuo la mira a cimare i papaveri più elevati, portare stragi nella corte e nel regno. Quanto alla religione, si credette che il Guzman nulla imprendesse mai se non previe preghiere e messe, e sovente meditasse la morte. Pio anche il Richelieu, nè indegno della sacra cappa: se non che lasciavano qualche sospetto i sanguinarj, tortuosi, ambidestri suoi accorgimenti. Del resto capace d’ogni gran fortuna, acquistò altamente presso il re colle virtù o colle apparenze di quelle, singolarmente con una vera smania d’ingrandir la Francia e principalmente di unirle l’Italia, o fosse questo amor di patria, o ambizione, o malizia sopraffina. Anzi v’è chi sussurra ambisse la corona: al che sospettare diede motivo col cacciar in fuga la regina madre (Maria de’ Medici) e il fratello del re, e coll’insanguinare la reggia, novello Sejano in un dominio aquistato, per quanto è fama, colle arti stesse del Sejano antico. Era però d’ amabile ingegno, lesto alle occasioni, atto a conciliarsi i principi, ed allettarli a quel che volesse: pronto all’eseguire, costante in suo proposito più che non sogliano quelle teste volubili de’ Franzesi. Nè gli fallì studio ed eloquenza; e la fortuna favorì queste doti. Già assunto a parte del regno, tutto sapeva e poteva da solo: non ignorava quel che bollisse al fuoco degli altri re, ne conosceva gl’intimi ministri, i costumi e le inclinazioni delle genti, la forza ed il governo di ciascuna provincia; ed avea sugli occhi tutto il mondo, sì che o colla forza del reame o colla propria machiavellica poteva commettere negli animi ora odj, ora sospetti, ora lusinghe ».

I lettori de’ buoni romanzi si ricorderanno che Gil Blas fu a servigio del conte duca, e che lo dipinse così nel Cap. V del Lib. XI.

Il ministro è di uno spirito vivace, penetrante; capace di formar gran disegni: si spaccia per uomo universale perchè ha qualche tintura d’ogni sapere: vuol sentenziare di tutto; si crede gran giureconsulto: gran capitano, gran politico. E guai ch’ei seguiti un parere altrui, tanto fa caso del proprio. L’eloquenza sua naturale lo fa spiccar ne’ consigli, e scriverebbe anche bene se non affettasse di render lo stile oscuro e tirato per farlo dignitoso. Pensa di una maniera singolare; capriccioso, chimerico. Quanto sia al cuore, è generoso, è buon amico; lo dicono vendicativo, ma quale spagnolo non è tale? L’accusano d’ingratitudine; ma la volontà di venir primo ministro dispensa dall’essere riconoscente .

Il padre della storia italiana scrive che « la testa del Richelieu a più doppi superava quella dell’ altro: e laddove l’Olivarez parea nato per rovinare la monarchia di Spagna; il Richelieu all’incontro sembrava dato alla monarchia francese per accrescerla sempre più di riputazione, e di Stati. Pieno di queste idee, il poco scrupoloso cardinale tuttodì tesseva imbrogli per tutte le corti, senza far caso della religione, delle parentele, e d’ogni altro vincolo dell’umana società per abbassare le due potenze austriache ed esaltar la francese[13].

Nel fatto, il Richelieu, pieno d’odj e di vendette, despoto della nazione e del re, sprezzò le forme de’ giudizj, fece primo interesse non il popolo ma il re. Chi però non volesse guardare queste vie, avrebbe altamente a lodare il fine conseguito di stabilire la grandezza della Francia e la regia autorità, spegnere i moltiplici padroni, creare la marina, suscitare il commercio, le lettere, le arti. Conservò il primato fin quando morì il 4 dicembre 1642: anzi dopo morto seguitò a dominare per via delle sue creature.

Al fatto nostro gioverà avvertire, che quest’onnipossente, vero re della Francia, era anch’egli menato da un cappuccino, frà Giuseppe dell’illustre famiglia di Tremblay, e dai Francesi chiamato l’eminenza grigia. Questi sostenne più volte il coraggio del ministro, e potè alla dieta di Germania mandare a monte le lunghe brighe di Ferdinando II per fare eleggere imperatore il proprio figlio, onde quegli esclamava: « Un povero cappuccino mi ha disarmato; il perfido seppe a fare stare nel suo cappuccio sei berretti elettorali ». Chi se ne meravigliasse mostrerebbe di non conoscere qual fosse il potere di un cappuccino tenuto in concetto di santo (Cap. VIII).

L’Olivarez all’incontro, da non minori delitti e frodolenti consigli mal seppe trar frutto; lasciò crescere la licenza delle truppe e de’ grandi, perdette il Portogallo e la Catalogna, devastò le finanze, finì di volgere in basso l’altezza della Spagna. Insomma l’Olivarez lasciò la sua nazione ricalcata nella miseria, in cui da anni era precipitata; il Richelieu sollevò la sua ad una grandezza ed unità, che sola potè render possibili i prodigi che operò allora e poi sovra le sorti dell’intera Europa.

Se dunque il podestà di Lecco vivesse oggi, porterebbe forse altra sentenza intorno al conte duca. Apprendano quindi i ministri ... Ma niun ministro leggerà certo queste nostre corbellerie.

Note

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[1] « Se l’ Italia volesse considerare diligentemente quale sia quella pace di ch’ella forse si vanta, sono certissimo che conoscerebbe facilmente ch’ella deve altrettanto dolersi di questo ocioso veleno che la consuma, quanto per avventura nella sovversione e nella fiamma aperta delle guerre altrui va commiserando i danni degli amici ». Pietra del Paragone Politico. — Intorno a questi fatti vedansi:

G. B. Adriani, Istoria de’suoi tempi (1536-75). Firenze 1585.

L. Assarini, Guerre d’Italia dal 1515 al 1630. Torino 1663.

P. Capriata, Istoria d’Italia dal 1613 al 1634. Genova 1658.

G. Ricci, Narrationes rerum italicarum ab anno 1613 al 1655. Venezia 1655.

G. Brusoni, della Historia d’Italia, libri XL dal 1625 a 1676. Francoforte (Torino) 1676.

[2] Son parole del Naso nell’Istoria Veneta. La famiglia Gonzaga si divise in molti rami; e noi vogliamo accennare, come quadro de’ tempi, ai fatti di alcuno.

Donna Marta Tana di Santenna da Chieri, dama favorita della regina Isabella di Valois, la tragediata moglie di Filippo II fu sposata da don Ferrante Gonzaga, terzo principe di Castiglione delle Stiviere, e n’ebbe diversi figli. Il maggiore fu san Luigi; il quale per farsi gesuita rinunziò al marchesato a favore del secondogenito Rodolfo. Suo zio paterno don Orazio, marchese di Solferino, non ebbe figliuoli; e chiamò erede Vincenzo Gonzaga principe di Mantova. Rodolfo, cui quell’eredità sarebbe toccata legittimamente, gliene mosse lunga lite. L’altro zio don Alfonso marchese di Castelgoffredo non aveva al secolo che una figlia, la quale esso voleva sposare a Rodolfo perchè ereditasse anche quel feudo. Ma Rodolfo s’era invaghito di Elena Aliprandi, la sposò segretamente (1588), e n’ ebbe tre figlie, che furono poi fondatrici del nobile collegio di Gesù in Castiglione. Don Alfonso saputolo, s’industriava perchè Castelgoffredo toccasse non al nipote, ma alla figlia Caterina, e ne facea briga presso l’ imperatore; onde Rodolfo gliene prese odio. Che è che non è, don Alfonso un bel giorno fu trucidato (6 maggio 1596) alla sua villa di Gambaredolo da otto persone di Castiglione, le quali corsero subito a darne avviso a Rodolfo. Ed egli mosse coll’esercito a Castelgoffredo, e tra per amore e per forza lo prese e vi si stabilì. Era anche troppo perchè il mondo lo credesse autore di quell’assassinio; anzi pretesero che alle esequie il cadavere del marchese gemesse sangue alla presenza di Rodolfo.

Questi dominò in Castelgoffredo col terrore, perchè odiato: accusato poi di avere battuto moneta coll’impronta pontifizia, fu scomunicato, laonde Marta Tana deplorava un figlio maledetto dal ciclo, mentre un altro saliva all’onor degli altari. Fatto è che alcuni di Castelgoffredo si concertarono col duca di Mantova, e tirarono una fucilata a don Rodolfo: subito toccano a martello, cacciano i soldati, saccheggiano il palazzo, alcuni uccidono, molti feriscono, altri prendono, fra cui alcuni degli uccisori di don Alfonso: Elena, vedova di Rodolfo, patì strapazzi, finchè i suoi genitori poterono riscattarla per 2000 scudi. Il cadavere di Rodolfo fu trasportato a Castiglione, ma dopo quattro settimane fu disepolto, perchè scomunicato.

Don Vincenzo, duca di Mantova, pregato dalli abitanti occupò Castelgoffredo; all’imperatore fu sporta un’informazione del fatto, ove la tirannia di Rodolfo era dipinta foscamente per legittimare la rivolta contro di esso, e la corte mandò commissione al duca di erigere processo su ambedue gli assassini.

Intanto facea da reggente donna Marta, sinchè Francesco suo minor figlio, arrivò da Vienna, dov’era adoperato in diplomazia, e fu investito del feudo di Castiglione. Insinuazioni malevole lo avversarono alla cognata vedova Elena, che coi parenti andò a Pavia, mentre esso ne facea confiscare i beni e vender gli immobili, come trasgressori d’un suo editto, per cui proibiva a qualunque suddito di allontanarsi da Castiglione: essa a vicenda fu ben accolta dal duca di Mantova, ove sposò poi Claudio Gonzaga.

Seguivasi intanto il processo, dal quale risultò che (1597) gli uccisori di don Alfonso fossero mandati a morte e squartati; la comunità di Castelgoffredo e gli assassini di don Rodolfo restassero assolti, atteso che egli era reo della morte dello zio e d’aver occupato violentemente Castelgoffredo.

Versava intanto lunghissima lite sul possesso di Castelgoffredo, finchè la corte imperiale ordinò al duca di rilasciarlo al marchese Vincenzo (1599).

Don Francesco non fu caro ai Castiglionesi, tanto più da che, avendo ceduto ad essi alcuni beni, l’imperatore non ratificò il contratto perchè legati in feudo, ed esso li dovè revocare. Dello scontento nato vollero far pro alcuni audaci e malfattori per impossessarsi del paese. Alessio Bertolotti, capo d’una banda d’avanzi di prigione, appoggiati da benestanti che all’uopo si valeano del loro coraggio, assalirono Solferino ove si trovava donna Marta, e lei e il figlio Diego presero, la condussero a Castiglione per obbligarla a dar ordine di aprir le porte, dando voce volessero solo far giustizia del castellano e di due domestici del principe da cui si dicevano oltraggiati. Resistendo essa, uccisero il figliuolo, e lei trafissero di molti colpi, e lasciaronla per morta; ove poi un cittadino pietoso la raccolse, e fu detto che san Luigi le comparisse e la confortasse.

Lo scalare la rôcca di Castiglione non fu così facile, nè vi trovarono tanti ajuti quanti si ripromettevano, onde si svelenirono sopra i quieti abitanti, che prese le armi, li cacciarono alcuni côlti furono appiccati.

Donna Marta guarì, e ricorse al papa per far ribenedire il defunto suo Rodolfo, adducendo attestato delle sue virtù, della devozione, delle elemosine, e ottenne di seppellirlo in terra sacra (1600). Anzi per rivelazione in sogno la Aliprandi suocera di lui fu accertata che non si trovava in luogo di perdizione. Al tempo stesso parlavasi da pertutto delle virtù e dei miracoli di Luigi: ne’ Gesuiti di Brescia fu esposto sugli altari il suo ritratto; e l’arciprete di Castiglione ottenne di far lo stesso (1601) e donna Marta potè avere una consolazione a nessuna madre toccata, di venerare sugli altari il proprio figliuolo. Se ne maneggiava anche la beatificazione, che fu pronunciata 24 giorni dopo la morte di lei.

Il principe Francesco si rappattumò poi anche col duca Vincenzo, cedendogli Castelgoffredo, e ottenendo Medole: ridonò la grazia e i beni a donn’Elena, ebbe il titolo di grande di Spagna e di principe e consiglier intimo e ciambellano: beatitudini delle quali avrebbe avuto ben compassione san Luigi. Ma tutto ciò, nè la cura che si diede per estendere il culto del fratello e prosperare il suo Castiglione, poterono assicurargli l’amore de’ sudditi. Amareggiato da ciò, mandò esortandoli volessero manifestar al padre G. M. Bocci suo confessore quali lagnanze avessero contro di lui: oppure le dicessero ciascuno al proprio confessore, il quale, celando le persone, ne informasse quel padre. L’insinuazione non ebbe effetto. Egli allora pregò l’imperatore a mandar sul luogo un commissario, che rigorosamente sindacasse gli atti di lui: e che in fatto andò, esortò i sudditi a espor liberamente i loro gravami; ma neppur uno ripetè le tante accuse che genericamente gli si apponevano. Alfine morì (1616) di soli 39 anni, e i sudditi che in vita l’aveano continuamente imputato, dopo morto gli posero una statua, e i mali sopravenuti lo fecero rimpiangere.

[3] Nani, Hist. Veneta, lib. VII.

[4] Nani, Hist. Venez. lib. I.

[5] Capriata, lib. X.

[6] Parlando de’ Francesi, il Ripamonti dice che è innato in essi il desiderio di possedere Italia: che il solito loro pretesto per passar le Alpi è di venire a darci la libertà: che però non si dee aver fede alle promesse de’ Francesi, gente sempre inquieta, e che vuol inquietare altrui. Hist. patria, p. 127.

[7] Nani, lib. VII.

[8] Nani. Ist. Veneta. lib. VII.

[9] Nani, lib. VIII. Nè solamente contro le persone e robe degli innocenti ineriscono quei cani, ma anche contro le stesse case e muraglie, dice stranamente il Muratori ad Ann. Alcuno stimò a 18 milioni di scudi il danno di Mantova. Dicesi rubata allora, fra varj capi d’arte, la Tavola Isiaca, il più illustre monumento d’antichità egizie prima dell’ultime scoperte; e che ora si vede nel museo di Torino.

[10] Tadini, pag. 435 e 436. Di quel tempo anche il celebre Pietro Nores dettava alcuni Ritratti delle cose politiche fino al 1639; fra il resto dice: Assomiglio i principi d’Italia ad uno il quale sia assaltato da’ suoi nemici mentre dorme, che in un punto stesso apre gli occhi al sonno, e li chiude alla morte. Non prima si accorgeranno del pericolo al quale si trovan vicini di perdere la libertà, che resteranno involti nei lacci di chi gliela viene insidiando. Per sè stessi non possono far difesa. Il duca di Parma, di Modena, Genovesi, Lucchesi, sono deboli. Il Granduca, votati gli erarj nelle guerre passate della Germania, non molto applicato agl’incomodi della guerra, con pochi e non sperimentati consiglieri attorno, è mal atto ad opporsi; obbligato massimamente anch’egli ad ajutare, almeno in apparenza, gl’interessi degli Spagnuoli. Veneziani, separati dalla Sede apostolica, che possono fare, se non gridare ad alta voce: State attenti? ma senza frutto. Il papa ha gli Stati circondati dagli Spagnuoli; solo non può; con chi farà lega, senza timore di essere abbandonato nel colmo del pericolo, in aperta diffidenza coi Veneziani e col Granduca? Sicchè i principi d’Italia poca resistenza possono fare. Potrebbero chiedere al re di Francia; ma essi fanno come chi elegge morir piuttosto di veleno che di ferro, per allungar poche ore la vita: temono più la spada francese, che la lima spagnuola ».

[11] Il conte duca ha l’occhio a tutto... Il cardinale di Riciliu farà un buco nell’acqua. mi fa pur ridere quel caro signor cardinale a voler cozzare con un conte duca, con un olivarez, ecc. Pr. Sp., Cap. V.

[12] Privato, chi nol sapesse, era il termine in uso a quel tempo per significare il favorito di un principe Pr. Sp.. cap. V. Nel Novellino di Masaccio salernitano, trovo: « Comandò a due suoi privatissimi famigli ... che la buttassero in mare » Novella II, 130. E Gio. Villani, X, 85 « E per quello che noi sapemo da’ suoi più privati amici e parenti, egli si confessò, e prese i sacramenti».

[13] Muratori, Annali al 1635.

Indice Biblioteca Parte settima - Appendice G - caricatura dell'Italia

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011