LA  LOMBARDIA NEL  SECOLO  XVII

RAGIONAMENTI

DI

CESARE CANTÙ

 

 

 

 

MILANO, 1854

A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP.

Contrada del Zenzuino N. 529

La presente opera è posta sotto la salvaguardia delle leggi

essendosi adempiuto quanto esse prescrivono

Tipografia Lombardi

Edizione di riferimento:

Cesare Cantù, La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti, editori Volpati e C., Milano 1854 A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP. Contrada del Zenzuino N. 529, Tipografia Lombardi.

[Parte Sesta]

LEGGI ANNONARIE

FAME

SOLLEVAZIONE IN MILANO

Era quello il secondo anno di scarso raccolto ec. Cap. XI, XII, XIII.

Le carestie frequenti di quel secolo, più che frutto delle intemperie, erano tremendi ed inevitabili gastighi della natura contro le cattive provvidenze economiche. Avete già sentito di qual danno riuscissero all’agricoltura i maggioraschi ed i fedecommessi. Un’infinità inoltre di campi giaceva in mano a preti e frati e confraternite, che pensavano a cavarne quel po' che bastasse loro, senza darsi troppo briga del farli meglio fruttare. Talmente erano esagerati i censi, che molti, anziché pagarli, abbandonavano i campi; onde fu fatta libertà ai Comuni di occupare i fondi deserti. Rimedio opportuno come il sonare le campane pei temporali: giacchè altra causa di scadimento erano appunto i troppi beni dei Comuni, beni cioè che ognuno guasta, niuno coltiva. I terreni ancora de’ ribelli e degli sbanditi doveano, per uno strano consiglio, rimanere sodi. Le truppe poi accantonate nella campagna, e quelle che tratto tratto passavano, colla disciplina che allora vi regnava, sperperavano ogni grazia di Dio. Aggiungete le caccie, le quali si faceano, massime quelle dell’astore, in grosse cavalcate, col molto seguito di cani e servi: e quando i signori , che nel servile orgoglio loro non curavano punto i lamenti dei poveri, spingessero tale corteo in un campo coltivato, ben sapete che restava, non che alleviata, ma risparmiata del tutto ai contadini la fatica del mietere e vendemmiare.

Su quello poi che si raccoglieva, quanti vincoli, quante ordinanze, quante tariffe e visite! Nè mai meglio si vide quanto danno venga e al popolo e al principato qualora il governo s’impacci negli affari economici più in là che col procurare sicurezza. Poichè quei governanti faceano come certe madri d’anni fa, che credeano rendere dritti e sani i bambini e le fanciulle collo stringerli prima nelle fasce, poi negl’imbusti. Che se siete avvezzi a pregiare il legislatore che afferra delle cose quei sommi capi, che, seco trascinano lo minute; dà leggi solo dove, quando e come lo richiede la reale ed indeclinabile necessità delle cose; sommette a vincolo il minor numero possibile d’azioni e di diritti, non potrete non compiangere o deridere la puerile smania di quel tempo d’estender l’impero della legge dovunque s’estende l’azione del commercio e delle arti. seguendo i delirj d’una fittizia necessità. Ivi le arti, i mestieri disgiunti un dall’altro, stabilito il prezzo de’ salarii e quel delle merci, proibiti certi lavori, impacciati cert’altri: vincolata l’estrazione d’alcune derrate. Ivi, non che moltiplicare i venditori e scemar le distanze, se ne voleano pochi e collocati in certi luoghi: i mugnaj non ardiscano di scaricare i muli nelle strade, nè seder sui sacchi: facciano bollare ciascun mulo: non ritengano in casa crivello o buratto [1]; gli osti non comprino vino che quindici miglia lungi da Milano [2], nè se ne porti fuor di Stato senza consenso del governatore [3] nè si venda sui canti delle vie, ma solo in piazza del duomo e in broletto [4]: e i facchini e brentadori non osino, durante i contratti, nè accennare, nè far gesti, nè ricever danaro per onoranza o malosso, nè avvicinarsi alle bonze per dodici braccia. Non si possa tener pesci, nè pollastri, capponi, pollini, anitre, panari od altra pollaria domestica sul ghiaccio: perchè, sebben paja che si conservino, ad ogni modo perdono della bontà loro [5] tanto premeva alle eccellenze di quei governatori che si mangiasse saporito! Le quali pure, quanto era da loro, vietavano di fabbricare o introdurre ostie per la messa, fuorché a certe monache [6]; ordinavano che i ciabattini alle scarpe fruste potessero mettere soltanto la suola ed il calcagno di corame nuovo, ed agli stivali la tomera e suole nuove [7]. Vietavano di comprare, incaparrare, pigliar in pagamento, barattare o vendere alcuna quantità ancor che minima di noci verdi in pianta da far garioli o in derla [8], e alli postari di adoperare il palpero [9] grosso, nè darne maggior quantità ai compratori, di quello che farà bisogno per la quantità della roba che si metterà dentro e di cattar lumaghe al tempo che son discoverte. Voi, se pur non siete annojati, ridete: già siete certi che nulla o poco di ciò veniva eseguito, solito esito delle ordinazioni importune: onde lo sprezzo delle inutili e impotenti forme rendeva audaci i trasgressori a ridersi anche delle leggi importanti.

Or pensate che decreti dovessero piovere in proposito più rilevante, com’è quello del grano! Obbligati i proprietarj a notificar il ricolto (stando a quelle notificazioni, non sarebbesi mai mietuto tanto da viver sei mesi): proibito il farne prezzo sinché non fosse segato e battuto: ci andava la vita a portarne fuori di Stato: costretti i proprietarj ad introdurne in cittä una metà, quasichè i cittadini fossero altrettanti che i foresi: empire ogni anno con puerile previdenza i granaj del Broletto a spese pubbliche: il frumento, comparso una volta sul mercato, non se ne potesse più partire se non venduto, il che obbligava a finte vendite: i fornaj non negoziassero di grano: andasser almeno dodici miglia di là da Milano a provvederne, ne più di quindici some per volta: solo in Broletto si vendessero farine: i conduttori delle biade non andassero più di sei insieme: mille scudi di pena al fornaio che vendesse pane ad un possidente; regolamenti tutti che crescendo le angherie, intisichivano il traffico. Ai quali se aggiungete gli abusi del vendere a grosso mercato la licenza di cuocer pane e quella di farlo calante un’ oncia del giusto peso: del pretender in certi paesi i governatori o i comandanti di piazza di far soli commercio dei frumenti, vi farà meraviglia che le carestie non fossero continue.

Nell’ignoranza assoluta della scienza economica, non qui soltanto, ma da per tutto allora stavasi in continuo sgomento che mancasse il pane, e quelle società di commercio che oggi i governi buoni favoriscono con tanta premura come elementi poderosissimi, non solo di ricchezza, ma di moralità o d’incivilimento, allora si guardavano come congiure contro la pubblica sicurtà e i governanti erano tutt’occhi per impedire che non facessero monopolio, escludessero questa, introducessero quella merce; e la sbirraglia e la forza e i processi risparmiati ai ladroni in frustagno o in seta, versavansi addosso alla pacifica industria. L’uomo perseguitato è costretto ricorrere a sotterfugi, a finzioni dove la lealtà non vale, a guadagni illeciti ove gli onesti sono turbati; e così come sempre, gli insensati ordini generavano l’immoralità e il delitto. Che più? lo comandavano; e per reprimere contrabbando, che è l’inevitabile rimedio delle assurde leggi di finanza, « sua eccellenza il governatore promette facoltà di poter liberare un bandito per qualsivoglia causa, ancora capitale, purché sia gratiabile, a chi prenderà e consignerà un sfrosatore [10], ovvero lo ammazzerà in fragranti, caso che si voglia difendere, cioè trovandolo a condurre grani fuori dello Stato, mentre non sia meno di stara quattro ». Se non che la legge stessa ci assicura pomposamente, che non erano osservati questi ordini: che né le pene nè provvisioni servono a frenare lo sfroso, che i commissari se l’intendono coi contrabbandieri: onde pene fuor di misura contro costoro: che sarà tenuto per tale chi venga côlto con boricchi [11]  e sacchi, benchè vuoti verso i confini [12].

In quel caro del 1628-29, le cui cause e gli effetti sono così al vivo dipinti da Manzoni, il frumento a Milano si comprava L. 80; L. 50 la segale; L. 40 il miglio ogni moggio. Quel che è strano, la legge allora allargò ai fornaj la podestà del far pane, massime di mistura; sicchè permetteva allora per ovviare la carestia, quel che per lo stesso fine aveva prima vietato. Agli ammassatori ed ai monopolisti, parole che anche oggidi fanno paura al vulgo come i morti ai fanciulli, davasi allora la colpa della scarsità: e asserisce il Somaglia, che parecchi negarono il vitto ai poveri, che tormentati dalla fame morivano sopra le strade: ed io vidi molti morti per tal cagione in diverse parti di questa città. Milano ne raccolse ben 14,000 nel Lazaretto e nell’ospedale della Stella: e spese 50,000 scudi a mantenerli: oltre scudi 30,000 dati ai panattieri in compenso del pane venduto a miglior mercato [13].

Affamarono a morte (riduco in compendio le parole del Ripamonti) prima i poveri campagnuoli, poi i meglio stanti: indi il lusso e i vizi cittadini furono involti nella pena stessa: i prepotenti, già terribili un dì per oltraggioso codazzo di bravi, ora soli, mogi mogi, coll’orecchie basse, quasi chiedendo pace col volto, servi poc’anzi profumati di unguenti, ministri d’arcani uffizj, or vagavano per città tendendo la mano ad accattare per Dio. Peggio furono puniti i più innocenti, villani, artefici, fabbri, e quei che già prima mendicavano. Gli esercizj delle arti, ove tanti trovano di che vivere e bene, si chiusero a poco a poco, o se rimaneano aperti, davano immagine di un campo orrido e sterilito. Il popolo condannato all’ozio, languiva di fame: i cittadini, già fatti pingui a splendidi banchetti, ora tiravano i remi in barca: andavano confusi insieme e quei che imbandivano larghe mense e quei che viveano del rilievo di esse. In figura di cadaveri vagolavano, ch’era una miseria il vederli: nè la morte, per stragi che facesse, li diminuiva: chè quanti più ne perivano, tanto numerosa turba accorreva, dalle campagne non solo e dai monti, ma dalle città e dalle nazioni forestiere, sperando pane a Milano; ed o giunti colà con una cera di stupore iracondo mostravano di sentire vivo il duolo di veder deluse le loro speranze, o lungo il cammino, vinta la lena dall’inedia, cadevano esinaniti. Nè solo si tornò ai pascoli della primitiva selvatichezza, ma peggio che di bestie erano gli alimenti. Chi mangiava scorze d’alberi procurandosi così una morte anticipata: i contadini cadeano sui solchi, tante volte bagnati di lor sudore; chi fuggiva alla città dava di sè sì lacrimabile spettacolo, che i cittadini per non vederli abbandonavano la patria. Madri derelitte co’ fanciulti, mariti colla squallida prole e colla nuda consorte, case intere di contadini. strascinavano gli affievoliti corpi; e se era loro bastata la forza di giungere in città, sdrajati sul nudo pavimento, sotto le grondaje, davano un tristo lezzo ed un’immagine di varia morte, e dì e notte lunghi ululati, tanto più amari a sentirsi, quanto che pareano un’accusa fatta a ciascuno perchè non soccorresse a tanto patire. Più mettevano pietà gli agricoltori, quei che tanto aveano sudato per far fruttare l’ingrata terra, or resi incapaci a lavorare, macilenti, gli occhi infossati, colla pelle informata dalle ossa, le braccia e le gambe diseccate, erano un monumento di pubblica vergogna

Allo scene dell’ammutinamento descritto dal Manzoni non ho da aggiungere se non che le sono così vere, che s’io trascrivessi il Ripamonti o il Tadini [14] non parrei che ripetere lui, mutato ordine e peggiorato modo di raccontare. Era un sabbato, vigilia del san Martino, tempo in cui un nugolo di paesani traeva a Milano menando il ricolto ed i vini ai padroni: ciò che soleva gli altri anni esser una festa, in quello fece peggiore il tumulto. I due suddetti ci vengono descrivendo appuntino il popolo che cominciò a far capannelli: poi il minaccioso frastuono attorno al pristino o forno delle scanze, vicino a santa Radegonda; le difese fattene quando li « padroni e ministri di quello, vedendo non esservi a loro rimedio, ricorsero anch’essi alla violenza, et saliti nelli luoghi superiori, col gettare anch’essi contra deta plebe sassi et pietre, irritarono quella in tal maniera (principalmente per essere morti duoi figliuoli con le percosse de sassi et pietre) che fatta maggior violenza, entrarono rompendo le porte » (Tadini); il saccheggio datovi con una gioja furente, sì che alcuni per non aver sacchi nè altro ove « potessero raccogliere della farina, si ridussero a spogliarsi delli vestiti, e questi riempire, e alcune donne alzare le vesti quantunque una sola avessero ed in quella riporla [15]»: poi gli arnesi bruciati in piazza del duomo, indi la calca al Cordusio contro la casa del vicario della Provvisione [16], i sassi, le scale, l’izza di quel malvissuto vecchiardo, che sciorinando corda e martello e chiodi, schiamazzava di voler appiccare il vicario sulla sua porta: l’accorrere del Ferrer gran cancelliere, che sosteneva le veci del Gonzalvo governatore, occupato sotto Casale: e i parlari che faceva mezzo italiano, mezzo spagnuolo, versandosi dal cocchio ora a destra ora a manca, e promettendo l’abbondanza: quella truppa di soldati più timorosa che tremenda [17], e i vanti del popolaccio che ne’ trivj e nelle bettole gridava Viva la nostra faccia, per avere trovato modo di far cuccagna ed ottener basso mercato al vivere [18]: e i monsignori del duomo che vanno a liberare quel forno in Cordusio; e per allora le promesse, e poi, dopo quietate le cose, piantate delle forche, o incarcerata od uccisa la plebe da quegli stessi, che coi loro insani provvedimenti l’aveano indotta alla rivolta, da quelli che l’aveano di sorrisi e di speranze confortata in uno di quei giorni di giustizia popolare in cui le cappe si umiliano dinanzi ai farsetti.

Esso Ripamonti trovavasi là nel forte del subbuglio, ben lontano dic’egli, dal credere che un dì avrebbe a raccontare quel fatto: ben più lontano, diciam noi, dal figurarsi che, ducento anni dipoi, dovessero le sue pagine ispirare un tale ingegno a cavare dalle follie de’ passati lezioni pei presenti, e mostrare per vivo esempio che, in fatto d’economia pubblica, non si erra impunemente; e carestie, sommosse popolari, delitti, difficoltà nell’esiger il tributo, impoverimento della Camera, vengono ad avvertire della via fallata.

Peccato che le lezioni sogliano esser inutili e ai popoli ed a chi li governa.

Note

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[1] Stat. Vic., e. 24, 37, 38.

[2] Grida 8 ottobre 1604.

[3] Grida 19 luglio 1610.

[4] Grida 20 agosto 1621.

[5] Grida 3 giugno 1622.

[6] Grida 10 giugno 1648. Il commercio delle Ostie non era piccola cosa, giacché solo alla Madonna di san Celso in molti giorni si dicevano cento messe, e si consumavano l’anno 10,000 particole. Oggidì se ne consumano 70,000 in quella chiesa, benchè non sia parrocchia. A sant’Eustorgio, per un confronto, se ne consumavano 72,000. Vi pajono troppo futili queste notizie ?

[7] Grida dell’aprile 1621.

[8] Cioè da far garigli, o col mallo. Grida 50 agosto 1621.

[9] La carta. Grida del novembre 1622.

[10] Sfroso e Sfrosatore diciam noi il contrabbando e il contrabbandiere. Grida del 18 gennajo 1601.

[11] Somarelli.

[12] Vedi le gride ogni tratto. « Egli è dimostrato da tutte le storie che le fami furono ivi sempre più frequenti, e desolarono particolarmente que’ paesi, dove maggiori furono i regolamenti, le discipline, le pene e i legami imposti all’uscita dei grani: e a confusione del nostro orgoglio, le cure e le provvidenze prese per garantir gli Stati dalle carestie, generano il più delle volte un effetto contrario ». Mengotti Il Colbertismo, cap. III.

Come avviene quando il commercio del grano è vincolato, strani salti s’incontrano nel valore di esso; pure quello del 1629 e 50 non è così straordinario. Dalle tavole che il dottor Ferrario dedusse dai registri dell’ospedal grande e dalla ragioneria municipale trovansi, al moggio:

Frumento. 15   28      45   75      46  29      16     30      16    55

      "              58   45      43   45      55   3       38      5       17    10

Segale         49   12      9      5       25    1       21     46       8     18

Miglio         24   49      8      -       21    4        46    18        8     12

Convien dire non sieno notati i prezzi straordinarj, che pure vengono asseriti dagli storici.

Per tullo il 600 i valori del frumento si tengono attorno alle L. 20; nel 700 van verso le 50; nel 1800 fu di L. 66 4: nel 1801 di L. 76; nel 1816 di L. 71 10, poi stette generalmente disotto delle L. 4.0 fino alle carestie del 1847 e 54. Del granturco non s’ incontrano i prezzi che verso il 1677, quando valeva L. 11 18: nel 1801 L. 48. e qualcosa più nel 1816.

[13] Somaglia, Alleggiamento.

[14] Ripamonti nella Storia patria; Tadini nel Giornale della peste.

[15] Tadini, pag. 7.

[16] II capitano di giustizia, che nel prestino delle scanze ebbe rotta la protuberanza sinistra della cavità metafisica, era G. B. Visconti. Il vicario era Lodovico Melzo, diverso da quel del nome stesso, famoso guerriero, morto poch’anni avanti. Il nostro Melzo si era ingegnato assai, undici anni prima, col dottore Settala, per mandar alle fiamme una, imputata d’avergli stregato il padre, e l’ottenne, e allora reo fu applaudito dal popolo, che ora voleva ammazzarlo innocente.

[17] Acies timuerat magis quam terruerat.

[18] In angustiis tabernisque jactare quod annonce vilitatem ipsa sibi fecisset.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011