LA  LOMBARDIA NEL  SECOLO  XVII

RAGIONAMENTI

DI

CESARE CANTÙ

 

 

 

 

MILANO, 1854

A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP.

Contrada del Zenzuino N. 529

La presente opera è posta sotto la salvaguardia delle leggi

essendosi adempiuto quanto esse prescrivono

Tipografia Lombardi

Edizione di riferimento:

Cesare Cantù, La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti, editori Volpati e C., Milano 1854 A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP. Contrada del Zenzuino N. 529, Tipografia Lombardi.

[Parte Quinta]

DEI GOVERNATORI DI MILANO

De’ governatori di Milano a nome della Spagna, fu il primo. Anton de Leyva, generale di Carlo V, nome dei più spiacenti per la Lombardia. « Era costui (dice il Varchi) crudelissimo. Non gli bastando di tôrre agli uomini dovunque egli andava insieme colla vita la roba, faceva ancor metter fuoco nelle case, e tutto quello ch’egli trovava ardeva barbarissimamente; e, al duca d’Urbino che gli mandò a domandare qual modo di guerra fosse quello, rispose, sè aver commessione da sua maestà di dover così far a tutti coloro, i quali obbedir non la volevano: perchè il duca gli fece rispondere che non meravigliasse poi, se facendo egli il fuoco, esso cuocerebbe l’arrosto, affermando che farebbe per l’innanzi tutti abbruciare quanti potesse pigliare de’ Tedeschi ». Avendo presa Milano nel 1526, con supplizj atroci e acerbissime esazioni cercava eccitar sollevazioni, che giustificassero nuovi rigori; talchè molti si uccisero per sottrarsi alla tirannide: infiniti migrarono, quando esso Leyva lo permise per far danaro.

Non avendogli un gentiluomo fatto di cappello, esso lo fece uccidere. Il popolo irritato si ammutina, sforza la corte vecchia uccidendo cencinquanta fanti di guardia, prende il campanile, ne sbalza le sentinelle, e combattesi fin a mattina, colla morte di alcune centinaja. Ma i lanzicnecchi mettono il fuoco a diverse parti della città; gli Spagnuoli, accorsi più numerosi, mandano al supplizio o in esiglio i capi, il resto tengono a discrezione, e Milano è abbandonata all’ingordigia de’ soldati, che non paghi di avere sperperato la campagna e saccheggiato le botteghe, tenevano legato il padron della casa ove ciascuno alloggiava, per potere ad ogni voglia coi tormenti estorcerne se alcun che aveva nascosto. In merito di tali trattamenti, compita la conquista fu qui posto governatone. [1535]

Dietro al coro del duomo di Milano avete più volte ammirata la tomba scolpita dal valentissimo Bambaja al cardinale Marino Caracciolo napoletano, successo [1536] a quello. Così dalle mani insanguinate di un guerriero passavamo a quelle di un porporato.

Gli tenne dietro don Alonso d’Avalo d’Aquino marchese del Vasto, e fulmini di sfoderate spade non ebbero mai ardire nel suo governo di intorbidare il sereno di una sospirata pace, posciachè da’solchi di Milano sradicò i gigli, piantando in quelli le palme e gli allori

Successegli don Ferrante Gonzaga [1547] « per risedere in questo luogo con autorità grandissima, come era costume di quel gran principe, che faceva tanto grandi gli agenti suoi in Italia e per tutto dove aveva signoria, che in quei luoghi apparivano ancora maggiori e più superbi dell’imperatore stesso il quale, oltre al conceder loro ogni facoltà d’eseguire e di valersi, comportava loro ogni cosa avvegnachè brutta, purchè gli mantenessero la fede. Di qui nasceva che le querele de’ Milanesi, assassinati dal marchese del Vasto e di poi maggiormente da quest’ultimo, non erano udite » [1] Egli fu detto nuovo fondatore di Milano, perchè vi fabbrigò intorno la mura che tuttavia la cinge e ingombra; ai ponti levatoj sul canale naviglio ne sostituì di stabili; demolì santa Tecla per aggrandire la piazza del duomo; tolse il fetore e la vista deforme col coprire le chiaviche in cui colano le immondezze della città. Gli appalti di queste opere andarono così lisi, che gl’intraprenditori regalarono a don Ferrante la Simonetta, villa famosa per l’eco.

Indi il duca d’Alba, colui che col suo vigore spopolò Portogallo [1555], fece strage nelle Fiandre ribellate alla Spagna, volea vedere da per tutto spade ed atti di fede, colla qual santa parola sapete che si additava la legale scelleragine d’abbruciare chi non volesse credere come si deve.

Sieguono il cardinale Madruzzo, [1556] Don Giovannni di Figueroa, [1557] ed il duca di Sessa [1558], il quale fece quanto fu in lui perchè a Milano, invece della Inquisizione romana, al parer suo troppo dolce, si stabilisse quella spaventosa di Spagna, come la chiama il cardinale Pallavicino. Due volte tentò, ma per quanto il popolo fosse di volontà così inerte, pure rifiutò il collo a quella tirannia che tutte superava. [2] Tornò egli nel 1563, dopo che nel 60 era stato qui il marchese di Pescara.

Governarono appresso don Gabriello della Queva [1564]; Il duca d’Albuquerque [1467]; Don Alvaro di Sande [1571]; Don Luigi di Requesens, commendatore di Castiglia [1572], che venuto a contesa per affari di giurisdizione col clero, ne fu scomunicato.

Intorno a don Antonio di Gozman, marchese di Ayamonte suo successore [1574], le cronache contano, che cenando un giorno i figliuoli suoi, trovavasi a caso nel portico del palazzo un contadino. Ed ecco vede uscire dalla dispensa quattro paggi in bell’arnese, scoverto il capo, con torce alla mano, che toglievansene in mezzo un altro pure senza cappello, e con in mano un coppa d’argento dorata. Con tanta cerimonia si recava da bere ai grandi di Spagna, ma il contadino, credendo portassero il ss. Viatico, si prostrò in atto d’adorazione picchiandosi il petto. Chiamato il marchese dal suo destino a tragittarsi in cielo, ebbe in sorte che gli servì di Palinuro san Carlo. [3]

Don Sancio Padilla governatore del castello [1580] resse per alcun tempo fin che arrivò il duca di Terranova [1583], politicone, cioè imbroglione solenne.

Del contestabile di Castiglia Ferdinando Velasco [1593] si conservò il nome nella strada che mette dalla contrada Larga alla corsia Romana, e ch’egli fece ampliare per comodo delle scarrozzate e delle maschere che vi si faceano il carnevale. Le maschere usavano lanciare, non solo confetti, ma ova [4] e da certi schizzatoj (squittiroli dicono le gride), sprizzar acqua fradicia addosso. La legge proibì le ova, se non piene d’acque nanfe; ma poichè invece si colmavano di sozzure, vennero interamente vietate, non così però che non fossero assai i trasgressori. Altri giuochi onde si dilettavano i prudenti padri nostri erano il pallamaglio, il far a sassi e bastonate anche in mezzo alla città, fare cavalcate, ecc. I giuochi di zara non erano inusitati: e in quel tempo venivasi introducendo il lotto di Genova : ma il governatore Ligne fin nel 1676 lo proibì, poiché oltre l’incentivo che porge a molti poveri e vogliosi di migliorar fortuna, con la speranza del guadagno , di consumare quanto tengono per far danari d’arrischiare alla sorte d esso giuoco , è cagione che diversi ciecamente cadino in sortilegi ed osservazioni superstiziose de’sogni, che illaqueano le coscienze con grave e scandalosa offesa di Dio. Parole da far vergogna ai reggimenti del secolo XIX.

Venne poi [1601] don Pietro Enrico de Azevedo conte di Fuentes, che è il più memorabile fra’ governatori di Milano, onde converrà di lui intrattenerci. Di sua persona fu alto, di sguardo vivace, di voce stridula teneva cuochi eccellenti e pranzava a mezzodì, cenava a mezzanotte. Dispotico, fastoso, dissimulatore e simulatore: in istrada amava vedersi cinto di ministri e impiegati, e ad alta voce li rimproverava, e li puniva severissimamente. Motteggiatore ammetteva chiunque all’udienza; ma appena parlassero, gli interrompeva e rinviava scontenti: colle spie tenevasi informato di tutte le minuzie e decretava bastonate e galera senza badare al senato; mentre a vicenda salvava gravissimi delinquenti. Incerti erano i pagamenti, onde adulavasi a lui per averli, e vendeasi la giustizia per rifarsene. Non riceveva regali, ma servivasi del denaro pubblico a volontà, e facea debiti presso i favoriti, e lasciava che i suoi secretarj ricevessero e malversassero; come agli impieghi nominava i più striscianti, cioè i meno meritevoli. Amando far tutto da sè, imbarazzava l’amministrazione, turbava gli ordini delle magistrature, disgustava tutti. Alla città fece regalar dal regio il palazzo del Broletto, destinato per pubblico granaio; fe metter i parapetti ai ponti della città , tentò ridurre uniformi i pesi e le misure. Si chiama ancora, dopo due secoli e mezzo, strada Nuova quella ch’egli apri innanzi al palazzo di Giustizia, affinchè, dicea l’iscrizione ivi posta, il palazzo della ragione fosse in faccia alla reggia, e così più facile il tragitto dalla giustizia alla clemenza. [5] Fuori Porta Ticinese sta un altro monumento, ove si legge, che esso, mediante il naviglio di Pavia, pose in comunicazione i laghi Maggiore e di Como col Ticino e col Po. Chi vi credesse la sbaglierebbe di grosso, giacchè questo regio ministro, mentre pensava di navigare a Pavia, fece vela per l’altro mondo; [6] nè quella grand’opera fu compiuta che ai giorni nostri [7]. « Sappiate (dice un contemporaneo [8]), che questo Fonte navigò a Milano la Quiete, la quale per molt’anni stettesi fuggiasca; nell’onde sue s’ affogarono i malviventi, irrigò co’ suoi saggi umori il milanese Terreno di lodevoli diportamenti, perchè introdussesi in Trionfo la Modestia; ed il Gastigo, spassionatosi di haver per famigliare l’Interesse, con egual forza maneggiava la sferza ». Uno scrittore di ben altro calibro [9] scrive di lui: « Gli affari d’Italia pendevano quasi assolutamente dall’autorità ed arbitrio del conte di Fuentes, signor d’alto affare e di eccellentissima virtú... e come all’arti civili avesse quelle della guerra congiunte, e fosse ancora generalmente in opinione d’ingegno feroce e militare, però col dimostrarsi piú all’armi che alla quiete inclinato, trattògli affari del re con tanta grandezza, e li condusse in Italia a tanta reputazione, a quanta mai per l’addietro da alcun altro governatore fossero stati condotti ».

Chi studia i fatti trova che egli fu un cervel torbido, il quale dichiarò voler morire fra le battaglie; anche dopo finita la guerra di Saluzzo conservò l’esercito, malgrado gli ordini di Spagna di mandarlo ne’ Paesi Bassi; e rispondeva: — Voglio far a modo mio; e chi ne preferisse un altro può venire a prender il mio posto, e lasciarmi tornar a casa ». Ciò teneva in sospetto tutta Italia: e di fatto fomentò i Lucchesi a pretese sulla Garfagnana; armò ragioni sulla Lunigiana contro il duca di Toscana; acquistò il Finale, Monaco, Novaro; turbò Venezia, ma non riuscì ad aver la guerra, suo desiderio. L’imperatore stesso ne venne geloso, gelosi tutti i vicini nel vederlo armare, mentre facea proteste di pace: tutto cura nel suscitar nemici a quel suo gran nemico Enrico iv, e lasciar nelle peste chi gli avea dato ascolto. Qui fioriva la fabbrica delle armi, ed egli col vietare di portarle fuori, la spense del tutto. Di suo capo inventò nuovi carichi, ed avendo osato i dodici della provvisione farne lamento, li cacciò in prigione: senza che il tribunale ne sapesse, mandava alcuno in galera: ed avendolo il re disapprovato, e proferito che al senato toccava l’applicar le pene, il Fuentes vi diè ascolto come il Gran Lama ai brevi del Papa. Con tutto ciò fu de’ migliori governatori. E l’argutissimo Trajano Boccalini, riferendo come il Fuentes si presentò ad Apollo per essere ammesso in Parnaso, dice che, « quantunque grandissimo pregiudizio gli arrecasse l’accusa d’aver in Milano, più che al governo dei popoli, atteso alla dannosa agricoltura di seminar gelosie e piantar zizzanie... scusò nondimeno le difficoltadi delle accuse più gravi la concludentissima prova che fu prodotta, di essere stato in Italia un portento di natura, un mostro non giammai più veduto, officiale spagnolo nemico del danaro ». Lo perché fa che Apollo il riceva, e tenendolo in conto di  « sommo amator della giustizia e capital nemico degli sgherri della qual immondizia avea purgato lo Stato di Milano e d’essa caricato le galere di Spagna lo costituisca in autorità di punire certi poeti satirici infamatorj, lezzo del Parnaso: ma colla ristrettiva di non uscir di casa nel mese di marzo, perchè questo mese avea con esso comune il difetto di « commovere negli uomini umori perniciosissimi; senza poterli risolvere » [10]. Morì nel luglio 1610 fra le sante consolazioni del cardinale Federico.

Al suo posto ritornò [1610] il Contestabile di Castiglia, poi [1612] il Mendozza marchese della Hynojosa, creatura del duca di Lerma: ambedue di nome illustre ma poco temuti dai nemici; nè curanti di crescere la gloria loro [11]. Il Mendozza, vivace e ingegnoso, promoveva le persone capaci, zelava il servizio del re, ma per debolezza dicea tutto quel che sapesse o volesse fare. Egli è memorabile perchè, dovendo menar tutte le truppe alla guerra del Monferrato, lasciò istituire la milizia civica, che durò poi sempre. Nella qual guerra divenne sospetto di favorire ai duchi di Savoja, onde gli fu surrogato don Pier da Toledo [1616], famoso anche questo, austero, marziale, ma in guerra più coraggioso che abile; sùbito nel comandare, fiacco nel far eseguire: bruciò varie streghe: tolse d’uffizio il gran cancelliere benchè nominato dal re, e non badò punto nè poco a questo quando sdegnato gli comandò di rimetterlo. « Quantunque (dice il Capriata, Lib. IV), a lui fosse buona stima, mente e studio singolare nel sostenere la grandezza e dignità della corona, nè gli mancasse ancora talento ragionevole di consiglio, ad ogni modo veniva questa sua buona disposizione trasportata per lo più da troppo ardore e da pubbliche e private pretensioni oltre modo sopraffatta. Onde non riuscendo alle altre buone parti di lui la moderazione dei concetti eguale, nè pari alle deliberazioni la costanza e il vigore dell’esecuzioni, non essendo molto nella milizia di terra esercitato, diede in forse non minori inconvenienti per lo gran fervore che ebbe di riparar gli affari del re, di quelli in che desse il predecessore per la poca o fortuna o accortezza che ebbe nel sostenerli ». Del suo tempo dicevasi che Toledo, il vicere di Napoli Pier d’Ossuna, e il Queva ambasciadore spagnuolo a Venezia formavano un triumvirato, da cui pendevano le sorti d’Italia. È nota la congiura ordita da loro per metter fuoco a Venezia, e spegnere in essa l’ultima libertà italiana: impresa riserbata a Buonaparte

Venne poi il duca di Feria, giovane d’età ma già volpe vecchia per politica: le cui mene seppero Indurre i Valtellinesi a trucidare tutti i Calvinisti che viveano nel loro paese, donde una guerra che non finì se non nel 1639, e che fu di noja e di guasto alla Lombardia [12].

Don Gonzalo Còrdova succedutogli, meritò sì bene del re e del popolo, che quello mandogli lo scambio, questo, mentre partiva, l’accompagnò giù per porta Ticinese a suon di fischi e a torsi di cavoli e poma fracide: ch’egli sopportò (secondo il Ziliolo) con eroica grandezza d’animo. E questo, dicono gli storici, fu il primo esempio di rispetto mancato dai Milanesi ai governatori del re cattolico: chè del resto erano soliti patire ed applaudire.

Gli fu surrogato [1629] a ravviar la guerra di Monferrato, e incidentemente a governare il paese, don Ambrogio Spinola, genovese e capitano prima che soldato: e cui non importi la bontà della causa per la quale uno combatte, lo conterà fra i primi guerrieri d’allora. Venne egli con due milioni in danaro e poteri amplissimi, fino di far guerra e pace: poteri che poi gli vennero un dopo uno scemati; onde il dispiacere fra di questo e di non poter prendere la fortezza di Casal di Monferrato, gli accorciò la vita. Quando gli si andò a chieder provvedimenti per la peste, rispose che gliene piangeva il cuore, ma che sì l’occupava la guerra, da non poter a questo pensare. Bravo governatore!

A lui fu surrogato [1630] il marchese di Santa Croce: che dopo quattro mesi cedette il posto al duca di Feria. Questi tornò a rimescolare le faccende di Valtellina, cui nel primo governo avea dato movimento, procurando di aggiungerla alla Lombardia per averne agevole passaggio alla Germania: opera che non riuscì se non ai giorni nostri [13]. Per essa appunto egli guidò [1633] un esercito in Alemagna, dove morì.

E l’anno dopo per la stessa strada andossene il successore suo cardinale infante di Spagna, quando da questo governo fu chiamato a guerreggiare, tutto cardinale ch’egli era, contro i ribelli delle Fiandre, ed a sfrondare, invece di olivi lombardi, fiamminghi allori [14].

A don Gil cardinale Albornoz [1631] successe ben presto [1635] don Diego di Guzman, marchese di Leganes. Al tempo suoi Francesi, pretessendo le solite parole di liberare la povera Italia, mandarono il duca di Rohan, che per la Valtellina sceso a riva del Lario, giunse trionfante sino a Lecco. Ma quivi gli si fecero incontro i Brianzuoli « gente robusta e bella, salda nelle battaglie, che esercitata nelle guerre per le frequenti insidie e contese private, non ismentisce la vera, libera, generosa, battagliera origine sua. [15]» Con loro non ardì il Rohan azzuffarsi, e tornossene per l’arduo cammino della Valsassina [16]. Duranti le guerre, per due mesi qui governò il duca d’Alcala, poi tornò [1636] il Leganes. Egli potè finalmente conchiudere gli affari de’ Valtellinesi, che istigati dalla Spagna a ribellarsi, dopo profuso sangue ed oro, dopo fami e rubamenti e pesti, dopo durato il languido trascinarsi de’ protocolli, furono tornati all’antica obbedienza. Tale era la politica d’ allora.

Il Leganes, ingordo di gloria militare, respinti di Lombardia i Piemontesi, ne invase il paese, assediò ancora Casale; ma ivi sorpreso dai Francesi, fu rotto [1640] e vi perdette il campo, il tesoro, la gloria cui aspirava, ed anche il governo, poichè gli fu dato lo scambio.

Il marchese di Siruela succedutogli [1641], poco abile in pace e meno in guerra, esacerbò di nuovo i principi di Savoja, i quali guerreggiarono contro lo Stato, e corsero sopra il Milanese dove assai guasti recarono anche durante il nuovo governo.

Coi Francesi ebbe pure a guerreggiare il marchese di Carassena, venuto [1648] a regolarci dopo il contestabile di Castiglia ed il figliuol suo conte di Haro. I quali Francesi, occupato Casalmaggiore, devastarono il Cremonese: ma non poterono procedere, impediti, dice il Nani, piuttosto dalla fedeltà de’ popoli, che dalle languide forze di Spagna. Siccome però tutti i governatori bramavano di continuare, come scrive il buon Muratori, nel ferroso mestiere di comandare un’armata, così il Carassena trovò ben presto la via di rompere guerra di nuovo, e fattosi sopra il fatale Casal di Monferrato, lo prese [1652]. Breve trionfo. In due mesi, ben allestiti d’armi erano ritornati i Francesi, e non che riprender Casale, guastarono il territorio, assediarono Pavia: e Milano senza difesa cadeva in lor mano se avessero saputo giovarsi della vittoria. Il Carassena, come uomo che sommovesse lo stagno onde pescarvi, fu richiamato.

E gli si diè successore il cardinale Teodoro Trivulzio, e morto questo [1656], il conte di Fuensaldagna, sotto cui i Francesi, uniti ai Modenesi, minacciarono ancora Milano, e corsero fin ne’ sobborghi, ma gli arrestò l’avviso che il re di Francia, ossia il cardinale Mazzarino, aveva colla pace de’ Pirenei [1639] inutilmente finita un’ inutile guerra di 23 anni.

Come il Carassena avea mostrato quanto prendesse a cuore il pubblico bene col vietare che le donne di partito andassero in carrozza, così fece il Fuensaldagna col proibire di ballar dopo mezza notte, nè che gli uomini si mascherassero da donna o viceversa.

Segue [1660] il duca di Sermoneta; poi don Luigi de Guzman Ponze de Leon [1665], il quale colla tassa del Rimplazzo pose maggiore eguaglianza nella distribuzione del carico degli alloggi militari in tempo di pace. Il cardinale Litta arcivescovo ebbe, alquanto poi, lunghe liti di giurisdizione con esso. Al suo tempo un sicario uccise presso San Giorgio in palazzo il cavaliere Uberto dell’Otta: e preso, non potè dire da chi fosse incaricato del colpo, perchè il committente che l’aveva menato dal Bergamasco, eragli ignoto ed era fuggito: si sospettò d’un Landriani, allora in lite col dell’Otta, il qiale inseguito fuggì in chiesa di San Nazaro: ma per ordine del governatore, fu strappato di là, anzi dall’altare. Allora il Litta a lamentare della violata immunità; non ascoltato, minacciò interdetti e fece intimar un primo monitorio, poi un secondo senza effetto: il terzo fu stracciato dagli alabardieri, e ferito il prete che lo portava. S’invelenisce dunque la cosa: Ponze de Leon minaccia far appiccare il Landriani alla porta dell’arcivescovo, s’egli fulmina la scomunica: infine il presidente Arese si mette di mezzo, e mitiga di qua, di là. Ma a poco riusciva, quand’ecco alla corte del governatore, ch’era in casa Durini, si presenta una gran dama, in un tiro a sei, smonta, ascende dal governatore e dichiara aver ella stessa dato la commissione d’uccider il cavaliere per un insulto avutone; e scendendo, risale in carrozza, e si ritira in una villa sul lago di Como. Il Ponze de Leon fe allora rilasciare il Landriani.

Succedono il marchese d’Olias e Mortara, poi [1669] don Paulo Spinola marchese de los Balbases duca del Sesto, che era già stato qui per poco dopo il Ponze de Leon; contandosi con lui 14 governatori in 36 anni. Quando esso partì, si trovarono nel tesoro 14 lire!

Preceduto dalla fama di splendid’uomo venne allora [1670] il duca d’Ossuna; venne a dar l’ultimo crollo allo Stato [17]. Entrò con pompa memorabile anche per quel secolo sfarzoso. Aprivano la processione alcune compagnie di cavalieri, la corazza sul petto, la celata al viso, la pistola in mano: poi cento ronzini, coperti di panno scarlatto trinato d’oro, portavano gli arredi della famiglia, e ciascuno era per le briglie di seta e d’oro guidato da un palafreniere in divisa di scarlatto e d’oro, con un pennacchio al cappello. Egualmente bardati erano i destrieri del duca: cui seguivano i carabinieri in bell’arnese, ed in più bello i gentiluomini milanesi, fiancheggiati da molti palafrenieri. Comparivano poi tre carrozze del duca, il cui carro e le ruote erano intagliati squisitamente, il legno tutto dorato, e grossi chiodi d’oro, nella prima (dov’ erano la moglie e le figlie), e d’argento nelle altre. Dentro no si vedeva che oro. Il duca cavalcava tra la prima carrozza ed una fila di guardie svizzere; lo seguivano i lancieri ed altri soldati.

Per bastare a tal lusso e a quello che sfoggiò nella corte, rubava, e vendeva le cariche ed allorchè partì, non che 14 lire, ma lasciò all’erario grossi debiti, e per sè ammassò ben 500 mila once di argento in regali. II conte Trotti per esser eletto generale gli diede 80 mila scudi di Genova. Per un’idea della giustizia d’allora narrerò come, avendo un servo d’esso duca percosso un cagnuolo della principessa Trivulzio, i costei servi uccisero l’offensore: il duca mandò il capitano di giustizia ad arrestare i delinquenti nella casa della padrona: ma questa, che era spagnuola, spedisce a Madrid a querelarsi della violata immunità: viene rescritto che i prigionieri sieno ricondotti in casa Trivulzio, ed il capitano vada a chiedere scusa d’aver osato in una casa nobile arrestare omicidi.

Frequenti pasquinate si pubblicavano contro il governatore ; il quale non potendo altrimenti scoprirne l’autore, ricorse ad un negromante. Costui, divisato i suoi circoli, chiamò colpevole di ciò un tal frate: un frate per buona sorte: talchè, non potendo altrimenti essere punito dal Foro secolare, fu soltanto inviato in esiglio.

Qui seguitano il principe di Ligne [1671], il conte di Melgar [1678], il conte di Fuensalida [1686]; in cui una prefazione, cioè una bugia di convenzione, loda la rettitudine nel maneggiar la bilancia d’Astrea, la consumata isperienza nel disciplinar la milizia, la vigilanza nel prevedere et provedere, l’affabilità maestosa e la magnanimità in tutte le cose. [18] In verità era un burbero fatto per bastonare soldati, non per regolare popoli, che scontentò di sè i vicini, e singolarmente il duca di Savoja, onde fu richiamato. [1697]

Il duca di San Lucar marchese di Leganes, tra gli altri tanti titoli d’onore, avea quel di bargello maggiore del Santo Uffizio dell’Inquisizione, e come tale giurò in mano dell’inquisitor generale di aiutare, favorire i ministri del Sant’Uffizio, ed osservare scrupolosamente il segreto nelle cose che a quello riguardano.

Ultimo de’ governatori a nome della Spagna venne [1698] don Carlo Enrico di Lorena, principe di Vaudemont. Negli otto anni che qui stette cominciò la riforma de’ nobili. I quali soleano vivere ritiratissimi, non tenere conversazioni, non parlarsi uomini e donne se non fossero prossimi parenti. Il duca d’Ossuna avendo tenuto una volta circolo, e ragunato il fior de’ nobili, ciò parve sì strano e scandaloso, che più mai nol dovette fare. Ma il Vaudemont, testa francese, si trattava con pompa, usciva a tiro a quattro, raccoglieva conversazioni a corte, e singolarmente villeggiava splendidamente alla Bellingera, poco fuori di Porta Renza, i cui giardini videro, se è vera la fama, le scene di quelli di Armida. Allora le donne cominciarono ad essere riammesse ai circoli: ma poichè si era voluto ripararne i costumi colla guardia gelosa, non coll’ducazione e colla virtù, ben presto ne vennero tristi effetti; dalla selvatichezza i nobili fecero tragitto al libertinaggio: alla gelosia che endea feroci, fu sostituito il cicisbeismo che li rendea ridicoli, e che fece dell’amore un mestiero, rallentò i legami di famiglia, fomentò gl’imbelli sonni de’ valieri, che la moda condannava ad ozio codardo.

Note

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[1] B. Segni. St. Fior. lib. XI.

[2] Pallavicino, St. del Conc. di Trento, 22, 8.

[3] Torre, Ritratto di Milano.

[4] Questo tirar le ova usavasi anche a Firenze: onde ne’ Canti Carnascialeschi n’è uno che comincia:

Maschere, donne, siamo, e travestiti

Venuti questo giorno a bella prova,

Sol per farvi coll’ova

Un’ amorosa guerra:

Ziffe, ziffe, zaffe, e serra, serra.

[5] Ivi il Fuentes è detto vincitor della guerra esterna; spegnitore dell’interna, invitto colla destra, amabile colla sinistra, ecc.

[6] Torre, Ritratto di Milano

[7] Non so dimenticare l’assoluta concisione di questo decreto :

« Il canale da Milano a Pavia sarà reso navigabile: mi si presenterà il progetto avanti l’ottobre: fra otto anni saranno finiti i lavori. Al ministro dell’interno è commessa l’esecuzione. Mantova, 20 giugno 1805.

Napoleone ». 

[8] Torre, Ritratto di Milano.

[9] Dell’Historia di Pietro Giovanni Capriata, Lib. I.

[10] Pietra del Paragone Politico. Cosmopoli, 1664. Le verità che diceva guadagnarono al Boccalini d’essere battuto con sacchetti di rena, talchè ne morì.

[11] Nei manoscritti della biblioteca del re a Parigi, N. 10061/5/5 è una Storia del governo del marchese d Inojosa a Milano negli anni 1611, 1612, 1613, 1614, 1615.

[12] Vedi Il sacro Macello di Valtellina, episodio della riforma religiosa in Italia, per C. CANTÙ; Firenze 1852.

[13] Affine di trovar danaro per la guerra dovette dar in pegno i proprj beni.

[14] Minozzi, Delizie del Lario.

[15] Ripamonti, Hist. patr., lib. 7, pag. 212.

[16] Vedi Mémoires du duc de Rohan. Questa marcia avea fatto entrar il governo in disegno d’una strada che dal forte di Fuentes mettesse a Lecco. Allora mancarono i mezzi, ed il vederla finita fu riservato a noi.

[17] È rarissimo un libretto colla data di Colonia 1678, intitolato. Il Governo del duca d’Ossuna nello Stato di Milano, diatriba contro del duca e de’ primati, con tutta l’esagerazione e l’impossibilità di un libello famoso.

[18] Prefazione al Gridario Generale, vol. II.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011