LA  LOMBARDIA NEL  SECOLO  XVII

RAGIONAMENTI

DI

CESARE CANTÙ

 

 

 

 

MILANO, 1854

A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP.

Contrada del Zenzuino N. 529

 

La presente opera è posta sotto la salvaguardia delle leggi

essendosi adempiuto quanto esse prescrivono

Tipografia Lombardi

Edizione di riferimento:

Cesare Cantù, La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti, editori Volpati e C., Milano 1854 A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP. Contrada del Zenzuino N. 529, Tipografia Lombardi.

[Parte Quarta]

LA MONACA DI MONZA

Noi crediamo opportuno di narrar

brevemente la storia di questa infelice. C. ix, x.

Tradurrò liberamente il Ripamonti nel libro VI, c. 3 della decade V della Storia Patria.

 Fu già una donna, la quale, siccome era stata prima a parte di un atroce ed orrendo, poi d’un ammirabile e divino caso, ed era legata a case primarie per la fortuna dell’avo suo, ch’ella pareva aver contaminata, per ciò con arte singolare veniva in secreto alimentata; e per alcun tempo ignorò ella stessa onde mai le venisse il sostentamento. Del resto, siccome i casi di costei furono tanto molteplici e varj, quanto brutti ed atroci, e poi, per conversione miracolosa, celesti e celebrandi, così mostreremo sotto varj aspetti quanta virtù spiegò il cardinale (Federico Borromeo) in quella, per dir così, procella e naufragio del pudore. Giacchè non ella sola ruppe a libidine, ma altre con seco trascinò: nè dell’onestà soltanto, ma ancora delle vite accadde ruina: e dalla ruina gran lode e gloria, ed aquisto di santità, e volta in miracolo una scena di tragico misfatto, e un orribile delitto espiato con maggiore pietà, e alla grand’opera ajutatrice e compagna la pietà e la munificenza del cardinale, quasi avesse egli medesimo peccato.

Una giovinetta di sangue principesco, per quanto all’ora dicevasi, negli anni suoi fanciulli era stata chiusa in monastero, non tanto di voler suo (e l’evento il fe chiaro) quanto per sordida avarizia, e per quella conosciuta cura de’ potenti, che mettono in conto di gran guadagno il così collocare le zitelle. Il monastero ove il caso avvenne è presso alle mura di un borgo antico e nobile, sì che al grado ed alla forma di città null’altro che il nome gli manca. E questo borgo era stato dalla regia liberalità dato in feudo alla famiglia ond’era la donzella, allorchè cominciò, per non so quali meriti, a sollevarla dalla mediocre fortuna [1]. Nel chiostro per alcun tempo la nuova vestale quieta rimase, e godeva buona fama, come ella fosse alle compagne e al monastero di tutela o d’ornamento. Vulgarmente la chiamavano la Signora, nè con altro nome veniva distinta. La modestia, l’innocenza, le virtù o le apparenze di virtù che sul principio recò, non saprei descriverle meglio, che col dire come ella venne eletta maestra e direttrice delle altre nobili fanciulle, ivi messe a educare. Ma da qui appunto onde meno sarebbessi detto, ahi germogliò la prima radice d’ogni male. Stava contigua al monastero una casa, la cui parte posteriore e secreta guardava in un cortiletto, ove le educande meriggiavano e ronzavano così per diporto [2]. Il padrone della casa, giovane, ricco, abbondante di ozio, spesso di là guardando, fissò gli occhi sopra di una, ed amorosamente si parlavano. Ma come questa uscì di monastero, e andò sposa, l’amoroso, toltogli il pascolo degli occhi e l’occupazione del vuoto accidioso dell’animo suo, volse alla maestra l’amore e la libidine, che avea concepita dal conversar coll’allieva. Che più? Trovarono facilmente modo alla colpa, a cui aprono la via gli sguardi ed i colloquj sì fatti. Alcuni anni andò la cosa occulta: e forata la parete, ed aperto un adito alla camera della Signora, la fecero da maritati, n’ebbero figliuoli. Nè la libidine stette contenta ad un corpo e ad un sacrilegio solo: due altre monache, date alla Signora pei servigi suoi e per decoro della vita, furono anch’esse contaminate, come giunta al sacrilegio principale.

Una conversa, che in un diverbio erasi lasciata intendere di saper qualche cosa, e che a suo tempo avrebbe parlato, con uno sgabello lanciatole al capo viene uccisa nell’officina stessa di tante scelleranze, voglio dire nella cella della Signora ed occultato il cadavere, si sparge che fosse tra la notte fuggita, essendosi fatto a posta un gran rotto nella muraglia del giardino, quasi di là fosse evasa. Anche due buoni uomini, uno speziale ed un ferrajo là vicini, avendone susurrato qualche cosa dapprima sotto voce e poi alquanto all’aperta, compiangendosi che in un monastero si facessero robe di fuoco, furono trovati morti. Erasi inorridito il borgo pei sospetti e per l’occulto mormorio; i superiori per timida prudenza non ardivano aprir bocca: più inorridivano le suore nel monastero quanto maggiori indizj scoppiavano di duella sporca pasta d’intrighi. Chè sebbene dubbia fosse la cosa e cieco il sospetto fra le atterrite vergini, certissimo era però che dalla stanza della principessa era sbandita ogni disciplina, sciolte le leggi, l’abito dell’ordine, ii vitto, il sermone, gl’intimi sensi affatto diversi dalla pudicizia e dall’onestà.

Bucinavasi la cosa al cardinale, ma timidamente e come dubbia, secondo la fama: e l’arciprete del luogo, uom probo e scorto, per quanto indagasse, nulla potè scoprire di positivo. Talmente quelle donne partite da Dio, insieme colla voluttà, aveano bevuto l’astuzia e l’arte d’ingannare, innate in tutti i femminili ingegni, ma più efficaci tra quella combricola, perchè poteano combinare insieme i terrori, le minacce, la crudeltà a sopprimer gl’indizj che per tutto trapelavano. Subito che il cardinale seppe la cosa, assai corrucciato che quelli cui toccava avessero tardato tanto a rapportargliene, senza resta ed in aspetto di visita si conduce al borgo. Cercando anche gli altri monasteri del paese onde non parere venuto a posta per quello, secondo l’ occasione traeva a parte or questa or quella , favellando, consolando, istruendo, come la cosa o il luogo o il tempo glie ne davano opportunità o pretesto. Alfine si fa a parlare a colei, per cui cagione era venuto, e con lunga ambage arrivato là dove voleva, scandaglia l’animo della donna, e la tenta in ogni parte per cavarne la confessione della colpa, anzichè per rimproverarla: l’avvisa clie, ricordevole della schiatta e del sangue insieme, e dell’ incarico affidatole, colla pietà, la modestia, l’esempio di tutte virtù si mostri veramente qual è chiamata, la Signora; che non solo le consorelle, ma tutti gli occhi del paese stavano intenti su lei, scandagliandone ogni passo, non già per malignità od invidia, ma perchè tale è il destino dei grandi: ch’ei ben credeva sino a quel giorno essersi ella condotta innocentemente, e che per l’avvenire colla santità della vita smentirebbe se mai qualche men buona voce fosse andata per le bocche. Queste ed altre cose disse: ma l’effetto fu che la donna restò più sospettosa, e il cardinale partì più sollecito e timoroso di prima. Chè bastava poco a capire come dal corpo, dal volto, dall’ animo colla verginità anche la verecondia fosse caduta, e che quella nè era più vergine, nè degna d’abitare in consorzio di vergini. Poiché aveva osato dire d’essere stata messa nel chiostro irregolarmente, spinta a suo malgrado dai parenti, professata prima dell’età legittima, quando non potea far voto [3]; ed irritata dagli spiriti suoi e dalla grandezza dell’ardire, disse senza mistero, ch’ella volea maritarsi, e a cui volea.

Passarono quattro giorni, e disposte dal cardinale le cose, la monaca è tolta dal convento, e messa in una carrozza, è condotta a Milano in un altro monastero. Scelse all’opera la notte, affinchè il popolo non traesse, com’è sua costume, a vedere; fiancheggiato il cocchio da una squadriglia di cavalieri, chè mai non si tentasse alcuna violenza: due matrone e vecchi preti l’accompagnavano. I cavalli di scorta stettero in aspetto fuor della mura, per non isvegliar i borghesi collo scalpiccio. Aveva il cardinale gran desiderio d’arrestare lo stesso autor del sacrilegio, violatore delta monaca e del monastero, ed aveva dati a ciò ordini opportuni. Giacchè l’olio ogni giorno veniva di sopra dell’acqua, e quasi levato ogni velo, tutta la scena di peccato si discopriva. Ma colui, o mosso dalla coscienza, o per timore dei crescenti indizj, erasi cansato, e trovossi chiusa e vuota la casa. Andò poi l’affare così, che lo sciagurato e turpissimo corruttore corse ad infelice e vergognosa fine: le corrotte donne, dopo quegli infausti e lordi successi, nobilitaronsi con un esito che avrebbe potuto il secolo stesso nobilitare. Quella che, com’era stata prima nel delitto, così fu prima nella gloria della santità, fece un rumor da non dire quando, strappata alle sue libidini e svelta dal regno suo, trovossi là dove nuove compagne, nuova casa, tanti occhi intesi in se sola, infine il non poter altrimenti, chiedevano altri costumi, altro tenore di vita. Ruppe le catene e la prigione, e afferrato un coltello, minacciosa, furibonda, tentò spezzare i chiusi e le porte; poi di nuovo arrestata, rifiutò ogni cibo come risoluta a morire, diè del capo nel muro, e se non che fu disarmata e rattenuta, volgeva in sè le mani violente. Nè picciola parte di suo furore e di sua frenesia era un’interna rabbia ed un odio a morte verso il cardinale. contro cui e spropositi di fuoco e bestemmie da forsennata. Ebbe poi a confessare ella stessa, che credeva tutte le inimicizie ed i rancori altrui esser un gioco a petto dell’acerbo male ch’ella voleva al suo liberatore. Così prese ella a chiamar il cardinale dopo che, rinnovellata dal pentimento, cominciò a prezzare secondo il vero il ricevuto benefizio, e sensi di gratitudine ed ammirando amore successero all’odio verso chi recise il filo de’ suoi misfatti. Ma ciò accadde alquanto poi, e per venirne là, fu duopo nuova atrocità di casi, a cui diedero materia i già compiuti eccessi.

Perocchè quel peccatore, al primo saper palesato il sacrilegio, per paura o per frode sfrattato dalla casa donde aveva tragitto al monastero, s’ appiattò nel vicin bosco, tutt’occhi ed orecchi a quanto si facesse e tentasse. Come conobbe la druda sua menata via, messa in altro chiostro e data alla disperazione, forsennato anch’egli, pien di sospetto e d’ira crudo, entra per le vie consuete nel chiostro, e di buja notte mena fuori le altre due. Seppesi poi che ricusarono sulle prime di partire, dicendo voler colà soffrire e morire, anzichè col pericolo e l’ignominia di questa fuga, cumular male a male. Ma ora esortando, or lusingando, ora minacciando strozzarle di suo pugno, colui le indusse a seguitarlo.

Il fiume Lambro, uscendo dall’antico Eupili [4], con una piccola copia d’acqua scorre lungo tratto, finale rasenta le mura di quel borgo; e dopo il caso che narrerò, notossi con meraviglia la somma violenza ed altezza del fiume colà. Procedeano le fuggitive lungo la riva del fiume col sacro velo, e in pari a loro armato il rapitore, la guida, il violatore, e fra poco il carnefice loro; compagnia orribile, miserabile, turpe, simile alla notte; anzi, il cui andare e la vista la notte stessa abbominava. Mentre così camminavano, compunte il cuore di paura pei delitti commessi e da commettere, le seguitava da vicino un celeste miracolo, che dovea strappare le misere dall’orlo della morte, dalle fauci dell’inferno, ed avviarle sui floridi sentieri della vita, della penitenza, della gloria, della salute. Il rapitore senza spirito alcuno di pietà brandito un pugnale, lo figge e rifigge in seno dell’una e semiviva la trabalza nel fiume: coll’altra s’affretta ove dicea d’aver apparecchiati i nascondigli, e casa sicura agli amplessi e colma d’ogni ben di Dio. Ma in fatto con secreto ed insano consiglio traeva la incauta ove seppellirla viva. Erano giunti in una larga pianura (tutto è campi intorno al borgo) ove densi virgulti coprivano un profondo e antico pozzo asciutto; caverna ignota altrui, notissima all’assassino, ch’ ivi solea nascondere gli uccisi suoi. Fra il bujo vi guida la donna, e ve la dirupa: e credendola, non che morta, ma sfrantumata, vassene dove lo trae l’ animo offeso di viltà e la coscienza di tante scelleraggini.

Qui vorrei io voi, che, nulla tementi dell’ira ventura, cianciate starsi la potenza e grandezza di Dio oziosa intorno ai cardini del cielo, o intenta solo alle superne cose, nulla curando i piccoli casi di quaggiù! Le due donne, poiché per sovrano decreto ed arcana inclinazione di Dio erano, come giova credere, sin ab eterno destinate al cielo, l’una, rotta da punte mortali la gola e le viscere, poi gettata nell’acqua, l’altra precipitata da tanta altezza che il solo spavento avrebbe dovuto perderla, sopravvissero entrambe. Placida correntia di acqua trasportò la prima alle porte di una chiesa lunghesso il fiume, ed ivi trovata e curata risanò: l’altra, all’indizio di un fioco lamentare, venne scoperta dai contadini con pari miracolo, ed ambidue furono poi più ammirabili per santa vita.

Intanto anche la Signora, causa prima de’ mali tutti, e già principessa del borgo e del monastero, ora senza onestà, obbrobrio della schiatta sua, esule dal convento, straniera in casa altrui, prigioniera, infame, disperata, forsennata, piena di contumacia e di furia, mostro più tosto che donna, uditi in carcere questi sacrilegi e parricidj, di cui aveva ella fomentato la semente, attonita, stordita, confusa, di repente cangia costumi e l’animo e quasi il corpo. Tanto potè la coscienza! Il generoso spirito che traeva dalla stirpe, e che giacea sopito dall’ozio e dal mal fare, di subito rinacque, e tutte di pio dolore infiammò le parti dell’animo a pianger e detestare i misfatti. Già si potea prevedere ch’ella rinnoverebbe gli esempj di tante anime, che perdute dall’umano errore, sorsero per celeste impeto, ed arrivarono a segno da uguagliar coi meriti e colla grazia appo Dio i petti dalle colpe intatti, le teste ignare del male. Tal era la forma della vita, tale l’indole della penitenza, che le stesse ospiti alla cui custodia era stata commessa, vedendo sì gran mutazione d’animo, sebbene non ignorassero onde fosse derivata, pure non cessavano dallo stupore perché in quella contrita ogni cosa di repente aveva ecceduto la misura dell’umana meraviglia. Nè meno stupendi segni d’animo tocco dal Cielo e convertito aveano date quelle, pel cui successo erasi costei convertita. Chiesero tosto d’essere nascose, menate via e rinchiuse, dove nè fossero da alcuno più vedute, nè esse vedessero più la luce.

Tutto ciò era riportato al cardinale quasi da un solo messaggio e da una lettera sola: la nuova irruzione di quell’inverecondo nel ricinto del monastero, le nuove disonestà, i nuovi rapimenti delle religiose: l’assassinio quasi compiuto: il miracolo della fallita uccisione, e il miracolo quasi maggiore dell’animo levato da tanta sozzura al cielo, e del divino spirito in quei petti disceso: onde nel cuore del cardinale era un tumulto di varj affetti, pari a tanta diversità e grandezza di cose: pietà, dolore, ira, qualche consolazione che la clemenza divina soccorresse a caso tanto disperato. Si accinse poi a tentare tutti i rimedj che uom potesse: e prima tolse in cura le rapite, che più a lungo non abitassero in luogo privato, ove per necessità si erano collocati i laceri corpi dopo il terribile caso. Ripreso tanto vigore da reggere alla via, una dopo l’altra sono portate in un monastero di quel borgo, non eguale al primo in ricchezza e nobiltà, ma più disciplinato e in regola. Ivi collocate, divise, e nutrite quasi a spese del cardinale, trassero la restante vita, si che fu talora mestieri frenarne il rigore e l’asprezza colle leggi dell’obbedienza. Sole, rinchiuse, non prendeano cibo che forzate o comandate: non poteasi indurle a veder luce: non parlavano che per detestar le colpe: in sospiri e lacrime abbondavano: fra il salmeggiare e il pregare le avresti udite gemere profondo, ed era l’aspetto loro quali ritratte in tele si vedono le effigie degli antichi anacoreti.

Ma quell’altra, prima per natali e per gravezza di colpa, poi per gloria di conversione e di penitenza, non più asciugò gli occhi dal pianto. Che se ebbe comune coll’altre due il silenzio e la vergogna della luce, pel dono celeste delle lacrime le precedette di lunga mano. Già era stata menata in un monastero, o piuttosto ricovero di donne tolte da un turpe mercato [5], o che ve le traesse la sazietà e il tedio di tal vita, o che, tocche d’impulso celeste ed uscite fuor della fogna e tornate alla pudicizia e castità, mirabile spettacolo offrissero in quell’adunanza. Colà entro condotta in atto di rea, recossi a gran dono d’essere stata creduta degna di non viver altrove che in compagnia di diffamate: e che ivi nel disonore di quella dimora aspetterebbe in penitenza il fine di una vita disonestata. E come di un’altra penitenza, assai tra il pianto rallegrossi perchè, al primo entrare, vi fu allogata in parte deserta sempre per la puzza, ove sin all’estremo durava fuggendo la luce, abborrendo da ogni parlare: se non che per alcuni arcani suoi, e per certi scrupoli entratile in mente, si struggeva, dal desiderio d’abboccarsi col cardinale. Poichè, come accennai, appena, sgombro l’animo dalla caligine, potè vedere da che sozzura fosse uscita, s’accôrse a cui principalmente dovesse sua salute: e volta la rabbia in venerazione e pietà, lo teneva in se stessa a luogo di padre, e più che uomo per grandezza di virtù e di sapere. Onde, supplicando quanto sapea caldamente la badessa e le monache perchè non le lasciassero inadempiuto questo suo desiderio, le avvertiva che per questo solo avea rotto il silenzio, del resto giaceva in pianti, e immersa nelle meditazioni, non altrimenti che se fosse priva di lingua. Il che vedendo e udendo le monache, finalmente concertarono di far sapere al cardinale come importasse alla salute della ricoverata ch’egli stesso venisse a parlare, e porgere un tratto orecchie a che volea dire. Non venne egli tosto, negligendo dapprima questi donneschi delirj. Ma stancato con un’insistenza infaticabile ora per lettere, ora pel sacerdote direttore, si indusse alla prova. Quanta dubbiezza del condurvisi, altrettanta adoperò nel credere; aggiunse bruschezza e parole disamorevoli, affine di scandagliarla più al fondo. Giacchè avendo la donna intrapreso un divino ammirabile parlare, tanto più sospetto quant’era più elevato, aveva cominciato ella stessa con parole timorose e con esitanti ad esporre come si sentisse mossa dalla divinità, e vedesse celesti cose, e passava a moti ed agitazioni, quali soglionsi allorchè l’animo dal corpo è tolto, e levato coll’estasi in cielo. Dicea d’aver veduto gli angeli, spesso udite voci più che umane, ed altre cose, vere sì, ma che ella stessa aveva in sospetto di ludibrj, e d’arti e fallacie dèi demonj, onde le avea volute esporre a lui come le avvenivano, per sollevar la coscienza: e ne chiedeva perdono.

Il cardinale per profondità di teologia e per lunghe, meditazioni era attentissimo a tali giudizj, come fanno chiaro i volumi di tal materia, scritti da lui sottilmente e divinamente per notar la differenza del vero e del falso, tôrre gli errori e le allucinazioni nelle umane menti prodotti dalla vanità propria, o dalla malizia dei demonj. Dall’attento ascoltare ogni cosa della donna, e paragonare fra sè e colla nuova forma di vita e costumi, entrato in persuasione ch’ella non cianciava cose vane, pure non mostrò di accondiscendere o d’approvar nulla; e con volto sospeso l’ammonì a por mente al come avesse espiato le antiche colpe, prima di cercare come conseguire le celesti consolazioni. Così disse alla donna, ma tra sè e sè pensava la grandezza della divina clemenza, la quale ha sì gran braccia che accoglie presto e liberalmente chiunque le si rivolge: e mandando veloci a pari de’ nostri sospiri il perdono, spalanca il cielo, e l’anime terse dalla lordura, ineffabilmente a sè congiunge, e di grazia ricolma. Da poi  ordina se ne osservi tutta la vita più attentamente, e gli si dia conto di tutto: principalmente gli si riferisca qualunque volta essa con calde e insistenti preghiere si mostri vaga di abboccarsi con lui.

Tanto fu tocco al vivo dalla grandezza e divinità delle cose onde quella donna, come di nuove colpe, erasi accusata, che pareagli peccato se avesse lasciato d’ajutare, per dir così, il parto di questa nascente virtù. V’andava poscia di tanto in tanto, or ad inchiesta delle donne stesse sollecitate da lei, ora spontaneo, tratto dall’ammirazione e dalla cura intrapresa, sì per conoscere le opere della Grazia ogni dì maggiori, sì perchè al muliebre animo non mancasse un direttore e maestro fra quelle ammirabili opere. Venne in fine la cosa a tale, che il cardinale, per gran prove convinta della divinità verace e presente, e che il Cielo applaudiva alla conversione di quell’anima, v’applaudì anch’ egli, e la volle proposta ad onorevole esempio. Dicemmo ch’ella stava in oscuro e schifo angolo del monastero, ove nessuna prima di lei avea posto stanza, giacché pel bujo e la lordura quella parte si teneva indegna d’abitarvi. Le fu ingiunto di passare in una cella di maggior luce e di un’aria di cielo gratissima: quanto alla restante disciplina fu lasciata al silenzio, all’astinenza, al rigore, alla primiera severità, perchè a modo suo progredisse sul cammino del cielo. Per onore però di tanta santità, fu concesso che al monastero si pagasse la spesa del suo mantenimento, non altrimenti che se fosse ad alimentare lautamente; ed il cardinale somministrava il danaro, essendole avversata la famiglia e gli animi de’ parenti sì, che non voleano pregiare nè abbracciare la gloria di questo onore.

A tale fine uscirono quelle pentite: due tra il fervor della penitenza aveano mutato mondo a vita migliore; questa più santa, mentre io scrivo [6] vive tuttavia, in curva vecchiezza, scarna, macilenta, veneranda, che appena crederesti sia stata un giorno così leggiadra ed impudica.

Or mi resta a dire la fine dello scellerato, dal quale tal guasto era venuto alla pudicizia, perchè doppio esempio si veda, quinci della benignità e clemenza, quindi del giusto giudizio di Dio, che coglie i malvagi anche nel superbo viaggio di questa vita, ove di rado la pena, benchè zoppa, lascia di arrancarsi sull’orme del misfattore. Errò agitato dalle furie, dove il traevano i piedi e l’aure, spesso mutata veste e divisa e nome e tenor di vita: ma avendo a lungo deluso la fama e le ire e la comune indignazione, talchè teneasi da tutti per morto, venne in fine scoperto e preso. Notturno, tremante, imbavagliato nel mantello e nel cappuccio, si presentò alla porta di un vecchio amico, notissimo allora in tutta la città per onori e ricchezze cumulate in breve tempo all’aura della fortuna: oggi, finiti gli onori, ne andarono le dovizie spartite fra gli eredi. In nome dell’ amicizia lo prega che per breve stagione lo celi in qualche nascondiglio: l’ottiene facilmente: v’ è per alcun tempo nascosto e mantenuto. Ma repente si vede sul palco il capo di lui reciso dal busto. O per timore che mal gli avvenisse dal ricettare in casa un assassino, o per acquistare alcun favore coll’uccisione di lui, o per dispetto delle scelleranze di quello, egli medesimo l’ospite lo fe uccidere da’ suoi, e per quanto si disse, fu questo il modo. Sicuro, improvvido di qualunque insidia in quella magione, coloro che se ne erano tolta l’impresa lo menarono fra il tacer della notte, quasi per giuoco, in una stanza sotterranea. Ivi è legato: ecco un prete ad ascoltarne la confessione, esortandolo a non mancare all’ultima occasione: allora gli fu rotto il capo, e tagliato il collo. Il senato spianò al suolo la casa ove erasi meditato tanto misfatto, e pose una colonna a memoria de’ posteri; monumento che oggi ancora con orrore e detestazione si rimira » [7].

 

Tanto e nulla più sapeva di quella infelice Alessandro Manzoni, allorquando la scelse per uno de’ personnaggi, le cui avventure si intrecciano alle semplici di que’ suoi promessi sposi. Il luogo della scena non è nominato dal Ripamonti, ma è borgo antico e nobile, cui di città non manca che il nome; il Lambro ne bagna le mura; v’è un arciprete: non poteva esitarsi a riconoscere Monza. Trovato questa, era presto trovata la famiglia.

Monza, che fu quasi capitale al tempo del regna longobardo, dell’antica sua importanza conservò vestigi nella chiesa, che estendeva la giurisdizione fin sopra Sesto, Cologno, Castelmarte, S. Giovanni di Varenna. S. Maria di Bizzarrone; avea liturgia propria, diversa dalla ambrosiana; era indipendente dall’arcivescovo, e immediatamente sottoposta a Roma; l’ arciprete usava gli ornamenti episcopali, e sopra molte corti esercita signoria temporale.

Fu data in feudo primamente nel 1499 da Lodovico il Moro a Carlo conte di Belgiojoso; al quale fu tolta al cadere del Moro. Francesco I di Francia ne investì Arturo Gouffier signore di Boysi, fratello dell’ ammiraglio Bonnivet. Nel 1528 Carlo V la diede a Gasparo Frundsperg, figlio di quel Giorgio che menò masnade tedesche in Italia, e che portava all’arcione un laccio di seta, col quale dicea volere strozzar l’ultimo papa. Infine nel 1531, Francesco Sforza la diede in feudo ad Anton de Leiva navarrese, principe d’Ascoli, in premio d’averla orribilmente malmenata, e d’aver aiutato efficacemente a ridurre lo Stato milanese sotto a quel dominio, i cui frutti sono manifestati a pennellate indelebili ne’ Promessi Sposi. Al figlio di Antonio ed alla sua discendenza confermò quel feudo Carlo V, nel 1537, con mero e misto imperio, podestà della spada nel civile e nel criminale, molti privilegi e regalie. Don Martino chiamavasi il padre della nostra infelice, e don Luigi Antonio principe d’Ascoli il fratello, o piuttosto cugino di essa, quello, per favorire il quale, si suppongono usate tante malvage arti dal padre onde renderla monaca. Agente di questa ricca famiglia era un Durino; e per uno di quei rivolgimenti, di cui non rari s’incontrano gli esempj, esso don Luigi Antonio ed il cavaliere Girolamo suo cugino, per un valore di trentamila ducati, cedettero poco di poi quel feudo al Durino, nella cui illustrata famiglia rimase fino ai nostri giorni.

Manzoni finse che quando la fanciulla comparve, il principe suo padre, volendo dare un nome che risvegliasse immediatamente l’idea del chiostro, e che fosse stato portato da una santa di alti natali la chiamasse Geltrude. Ma nell’archivio ricchissimo di casa Borromeo furono scoperte altre notizie intorno alla Signora. E primamente, una lettera del cardinale Federico, data il 21 giugno 1627 all’abate Besozzo suo procuratore a Madrid, dice:

Abbate Besozzo.

Questa informatione et attestatione si dovrà mostrare a tutti i signori del consiglio d’Italia et a qualcheduno più confidente dirgli a parte, che, in tanti anni che governo, successe già 25 anni sono un disordine in Monza, il quale fu punito can la carcere di dieci sette anni et che non si nomina la persona per degni rispetti, ma però con l’istessa confidenza se gli potrà dire che questa fu donna Virginia Leva di Casa Leva, cugina del principe d’Ascoli, acciocchè  sappiano chi è.  Ma che poi questa medesima, che è viva ancora, ha cavato tanto frutto da questo fallo, che si può chiamare uno specchio di penitenza.

F. Cardinal Borromeo.

Ecco dunque trovato il vero nome della Signora, e che il suo peccato avvenne il 1602. Che poi ella fosse veramente principessa del borgo e del monastero, siccome il Ripamonti ripete, mostrasi indubbiamente da un’altra lettera autografa nell’archivio stesso:

Io suor Virginia Maria Leyva Monacha proffessa nei Monast.° di S. Marg. di Monza, per l’ hautorità qual’ho dal Sig. mio Padre Don Martin de Leyva, prohibisco che niuna persona ardisca et presuma di pescare nel fiume del Lambro dal ponte che al principio del Giardino dell’R. P. di S. Maria Carobbiolo, sin’ al Confine dell’ casa del Martellino, acciò essi R. Padri possino ad ogni suo beneplacito pescare et far pescare, per l’cui comodità intendo che quelli che saranno richiesti d’ essi li vadino a pescare senza altra licenza et in fede dil suddetto ho scritto et sottoscritta l’ presente di pp. mane. Datta nel sud.° Monast.° all’26 di Dicembre 1596.

Io suor Virg. Maria Leyva

Affir.° q.° sopra.

 Di lei si trova pure memoria nel libro intitolato de’ Complimenti di Bartolomeo Zucchi da Monza [8] , raccolta di lettere, delle quali una del 20 maggio 1594, posta a pagina 280, è diretta alla stessa donna Virginia Maria Leyva. Allo Zucchi aveva essa scritto, secondo lo stile del secento, che la forza de’raggi delle virtù di lui erano penetrati fin ad essa: ed egli la ricambia di grazie e congratulazioni per le sue nobilissime qualità, e come discesa da Signore di tanto grado e si rallegra seco ch’ella, toltasi dal Mondo, si sia ritirata nella franchigia della religione, per poter più sicuramente di là arrivare alla superna città del cielo, con un perpetuo obligo di lodare e di ringratiare Dio che più benigno si sia mostrato verso lei, che non è stato verso infiniti che ne vanno dispersi ed erranti, et ad ogni modo tutti, quanto alla sostanza, siano eguali... V. S. Illustrissima perciò, la quale, rotti i forti legami che potevano ritenerla, della casa, delle grandezze, degli agi, de’ piaceri, è stata per specialissimo privilegio riposta nella gran rôcca della Religione, per poter più santamente ascendere alla nostra vera patria, habbia per indebitato di salirvi, ne viva lieta, et ingegnisi d’an dar ogni giorno crescendo in grado di perfettione, non per interesse di maggior gloria in Paradiso, ma con occhio di piacere tuttavia più a Dio.

Chi s’immagini l’infelicissimo, e pur troppo ordinario caso di una fanciulla, tratta per forza o per seduzioni a nozze disgustose, e costretta a riceverne i mi rallegro dalle brigate, potrà figurarsi di che cuore dovesse la nostra Virginia accettare le congratulazioni dell’insipido Bartolomeo Zucchi.

Ciò quanto alla peccatrice. Il suo seduttore, Manzoni lo chiamò Egidio, e non seppe di che famiglia fosse, come non entrò nel suo disegno di mostrarne la fine. Però nel Frisi, Memorie di Monza, trovavasi abbastanza per poter discoprire il vero essere di quel tristo. Nel vol. II, pag. 224, è riferito, come, della famiglia degli Osj, il ramo accasato in Monza terminò in Giovan Paolo e Teodoro fratelli: che il primo di questi « avendo commesso un delitto con suor Virginia Leva monaca del monastero di S. Margherita, circa il 1600, soggiacque alla confisca de’ suoi beni, e per ordine del senato di Milano venne demolita nel 1608 la di lui casa situata sulla piazza di detto monastero. coll’essersi eretta nell’area di detta casa una colonna colla statua della Giustizia in memoria del fatto ».

Qual fosse il delitto da lui commesso, pur troppo il sappiamo già. Ancora più ce lo chiarisce una citazione del 2 gennajo 1608, ove don Giovanni di Salamanca senatore e Giovanni Francesco Tornielli regio procuratore, delegati dal senato, intimano a Gian Paolo Osio, al suo servidore Camillo detto il Rosso, a Nicolao Pessina detto Panzuglio, ed a Luigi Panzuglio figlio di Giuseppe, di comparire, entro otto giorni, a rispondere dell’omicidio ad animo deliberato, fatto con una schioppettata, nell’ottobre precedente, nella persona di Rainerio Roncini, droghiere di Monza: inoltre esso Osio per avere trafugato, colla rottura del muro, dal monastero di Santa Margherita di Monza, le monache Ottavia Rizia e Benedetta Felice Ornati: una buttando nel Lambro, e percotendola di molte scalciate collo schioppo, per cui fra alcuni giorni morì: l’altra precipitando in un fondo di pozzo presso Velate, coll’intenzione di finirla: se non che a tempo cavatane, trovavasi tuttora (dice la grida) in caso di morte. Di più si accusa il predetto Osio d’aver cavata dal detto monastero, circa quattordici mesi innanzi, una monaca conversa di nome Caterina e d’averla uccisa.

Questo ne rivela a punto e il tempo e le persone involte in quel sozzo maneggio, e il nome della conversa trucidata di nascosto, perchè erasi lasciata intentendere che sapeva qualche cosa, e che a tempo e luogo avrebbe parlato. Sappiamo poi che quella colonna infame, una delle tante che allora solevansi porre sui luoghi de’ più atroci fatti, venne, sopra voto del fisco, levata via, per cancellar la memoria di tanto delitto e dell’offesa recata al monastero e a quella monastica famiglia: permettendo che quella piazza si potesse vendere, patto però che non vi si fabbricasse abitazione, e non servisse più che ad uso di giardino.

Nel 1629 poi fu ceduta a Teodoro Osio, fratello del delinquente, per isconto de’ suoi crediti verso di questo: ed egli la vendette ai Recalcati.

Ciò abbiamo potuto raccogliere intorno a quella creatura [9] su cui tanto interesse diffuse Alessandro Manzoni, mostrando a che le ingorde brame possono trarre i genitori, che del collocamento de’ loro figliuoli non fanno più che un calcolo di convenienza [10] . Allorquando uscì quel libro, trovando scarsi lodatori come oggi più non trova detrattori, alcuno gli oppose d’esser venuto tardi a dar una lezione inutile, perchè più nessuno oggi sforza le figlie a monacarsi. Dicevano inutile anche la lezione data dei delirj del popolo e de’ magistrati in occasione di peste, narrando allora che si lasciavano girar liberamente truppe infette e si negava l’esistenza del male, poi nol si voleva contagioso, poi veniva attribuito a maligne arti di chi volesse scemar la plebe. Dicevano la lezione inutile e tarda: venne il coléra, e pur troppo fe chiaro come gli uomini nelle stesse circostanze operino istessamente, qual che sia il tempo e il luogo; come la ragione privata possa di secoli esser innanzi alla pubblica.

Quanto è specialmente all’esempio della Signora di Monza, io so d’un padre, nostro contemporaneo, che, con arti di quel genere, se non di quella fatta, eccitava una figliuola a rendersi religiosa: la persuase di far un ottavario a Nostra Donna del Buon Consiglio; e poichè, al fine di quello, la fanciulla assicurava che nulla erasi sentita ispirar dentro, il padre le soggiunse: Se non ispirò te, ispirò me »; e la ragazza fu sagrificata.

Che se questi casi sono fortunatamente rari, altrettanto rari sono essi in fatto di matrimonio? Pongono i genitori la debita considerazione a quella convenienza di carattere, di stato, d’età, di sentimenti di virtù, da cui solo può sperarsi la conjugale armonia? Succede egli di rado che il denaro e le parentele e le aderenze inducano a costringere le figliuole a nodi che neppur hanno il dolce de’ primi momenti, che, se riescano a male, neppur lasciano alle vittime il conforto di dire, Lo volli? Costringere io dico, non colla violenza, ma colle arti subdole del padre della Signora, ma circondando di tranelli la gioventù, così facile ad esser ingannata perchè così buona e leale; ma legando una volontà che non sta in guardia, col cogliere scelleratamente a volo certi momenti, in cui l’animo, particolarmente dei giovani è disposto di maniera, che ogni poco d’istanza basta ad ottenerne tutto che abbia un’apparenza di bene e di sacrificio?

Ah! se mai alcuno di cosiffatti si trovasse fra’ miei lettori, se mai alcuno avesse così spinto la sua figlia ai traviamenti, sebben non tanto gravi quanto quelli della Signora di Monza, intenda data a sè la tremenda lezione del poeta: intenda librata sul suo capo la maledizione, che ogni anima pietosa si sentì portata a slanciare contro il principe padre, leggendo l’infelice storia della Signora di Monza.

Note

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[1] È della costola d’adamo, e i suoi del tempo antico erano gente grande, venuta di spagna dove son quelli che comandano. Pr. Sp. C. 9.

[2] Nella vita di san Carlo descritta dal Ripamonti, Hist. eccl. IV, 1. 5, p. 427, troviamo che nel monastero di santa Caterina a Monza erasi messo un folletto che ne faceva di bizzarre, ora ridendo smascellato, ora levando di sopra al fuoco le vivande, ora scomponendo e rapendo i veli; quando erano a letto le ragazze, or rotolandole, or avvolgendone il capo tra lo coltri: e mentre lavoravano le suore, rubandone gli aghi o la spola: e ce n’era alcuna che il folletto pareva inseguire più ostinato. Il cardinale liberò il convento da quel diavolezzo col benedirlo. Il folletto era un’altra delle credenze indubitate di quell’età. Per dirne alcuna delle sue fatte in quel giro d’anni, il padre Menghi da Viadana ha visto con i proprj occhi in Bologna nel 1579 un nobil uomo, il quale si trovò aver in casa un folletto che non poco l’inquietava, giacchè innamorato di una giovinetta servente, la seguiva da per tutto, gliene facea delle strane, e qualora le dessero troppo a lavorare, malmenava la casa. Un giorno le stracciò da capo a piè un abito, poi lo racconciò di tratto: un altro, mentr’ella cavava vino in cantina, le portò via il lume: e non ci fu verso di liberarsene fuorchè coll’aver costretto la fanciulla a mangiare sur un luogo schifo: di che egli indispettito se n’andò. L’anno appresso, in Bologna stessa un altro folletto, innamorato d’altra fanciulla trilustre, facea continue burle nella casa ov’ella stava, spezzar vetri e vasi, rotolar sassi enormi, gettare cento cose e fin i gatti nel pozzo, ed altri dispregi. Per cacciarlo adoperò invano il padre Menghi stesso, che si scusa coi lettori se solo pochi casi adduce fra i moltissimi (Arte Esorcistica, 1. 2, p. 408). Un altro padre minore osservante contava che in Mantova, verso il 1600, il folletto invaghito di un ragazzo, gli facea or da servo., or da pedagogo, or da facchino, or da corriero: e lo serviva in ogni suo bisogno, sicchè tutti lo vedeano, ma lo tenevano per uomo vero. Esso padre ed un altro fratello dell’amato lo videro più e più volte, e andava a portar loro pesci o altro: se non che avendo paura che il folletto giocasse loro alcun cattivo tiro, non vollero più praticare col giovinetto, che non si sa come la finisse. Queste e simili cose erano attestate da testimonj oculari e non ignoranti. Però vi prego a tener conto di questi giudizj, che ei verranno a taglia in processo.

[3] Questo risponda alla critica di chi, contando i mesi, trovò che la Geltrude del Manzoni non era in età da far voto.

[4] È il nome dato da Plinio ad un gran lago, che scemando poi, lasciò il lago di Pusiano e gli altri del Pian d’Erba.

[5] Le malvissute a Milano soleansi ricoverare al monastero del Crocifisso, a S. Valeria, al Soccorso presso il Giardino, a S. Zeno: ne fu poi nel 1644 aperto un asilo S. Pelagia. Elle vestivano di panno color castano, sopravveste fin ai piedi colle maniche strette così, da non vedersi, come allora si usava, la camicia nè il braccio; tutta chiusa davanti, e sparata solo vicino alla gola a sinistra del petto: non soggolo nè velo; cucita sul mantelletto una crocetta di panno bianco, e succinte di una catenella, e in capo la cuffia.

[6] Cioè prima del 1641: lo che ci fa portare i delitti e la conversione di lei assai indietro dal 1628.

[7] L’autore della Signora di Monza amò staccarsi affatto dalla storia, per fare che Egidio, il rapitore, menasse la monaca fuor di convento, la traesse con seco a Firenze, ove, tuttochè lordo di sì infami colpe, e dell’aver ucciso il fratello di lei, vive spensierato, col fior dei dotti che faceano bella quella città, nella conversazione piacevole e brillante. S’innamora poi di un’altra, piena di assai meriti, finchè scoperto e messo prigione egli e la monaca, trova modo a salvarsi e tornar verso i suoi paesi. Ma nel varcare il Po, è còlto da una palla e morto. Questa fine somiglia al fato, poichè la palla poteva arrivare al più ribaldo come al più innocente. Quant’è migliore quella raccontata dallo storico! il peccatore che, dopo gli spaventi del rimorso, ricorre alla casa di un suo amico, ciò vuol dire di un iniquo par suo, sperandovi ricovero: ma vi ritrova un assassino. Quanta rivelazione dei modi del governo e dei costumi d’allora! Qual lezione a mostrar che fra i ribaldi non c’è vincolo santo, e chi in loro pone sua fiducia, si vedrà presto o tardi deluso!

[8] Milano 1623. Abbiamo pure l’idea del segretario di Bartolomeo Zucchi, gentiluomo di Monza, città imperiale, rappresentata in un trattato dell’imitazione, e in lettere di eccellentissimi scrittori. In Venezia, Dusinelli 1614. Parti V. tomi 12 in IV, ediz. IV.

[9] Dappoi nella Curia Arcivescovile fu scoperto il processo originale della Monaca, che certamente fu alla mano del Ripamonti, sì bene corrispondono le circostanze. La monaca conversa fu uccisa coll’arcolajo. Quella gittata nel pozzo di Velate trovò laggiù tibie e cranj d’altri infelici, anzi con questi si difese dai sassi che le furono gittati adosso per finirla. Son annesse al processo una lettera originale dell’Osio che cerca scolparsi; ed una di suor Virginia, che confessa e chiede perdono. La parte interessante è quella che rivela la lotta ch’essa ebbe con sè medesima e col seduttore, inducendosi anche a rimedi e superstiziosi e schifi per domare l’inclinazione, che poi prevalse e che la strascinò al delitto.

Le Umiliate di S. Margherita furono poi soppresse nel 1785.

[10] Gregorio Leti, dice che bruciò a Milano la casa Imbonati presso al palazzo Marino per inavvertenza d’una serva, che andando nella ghiacciaia, accostò il lume alla paglia. « Ed è cosa maravigliosa che un simil fuoco abbia cominciato dal ghiaccio, così opposto all’ardore, giacchè non era ivi ammassato che per rattemprare il calore ». E soggiunge fosse castigo dell’avere esso Imbonati a forza chiuso in monastero una figliuola. E ne prende occasione d’inveire contro questo mal uso di risparmiare le doti; e conta vari aneddoti, e reca un De profundis querulo d’una monaca forzata in S. Radegonda. Nel nostro Parini pag. 116 noi recammo la storia della monaca forzata Arcangela Tarabotti.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011