LA  LOMBARDIA NEL  SECOLO  XVII

RAGIONAMENTI

DI

CESARE CANTÙ

 

 

 

 

MILANO, 1854

A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP.

Contrada del Zenzuino N. 529

 

La presente opera è posta sotto la salvaguardia delle leggi

essendosi adempiuto quanto esse prescrivono

Tipografia Lombardi

Edizione di riferimento:

Cesare Cantù, La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti, editori Volpati e C., Milano 1854 A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP. Contrada del Zenzuino N. 529, Tipografia Lombardi.

[Parte Terza]

L’INNOMINATO

Di costui non possiamo dare nè il cognome, nè il nome, nè un titolo: neanche una congettura sopra niente di tutto ciò .... Da per tutto un grande studio a scansare il nome, quasi avesse dovuto bruciar la penna, la mano dello scrittore. C. XIX. XX.

« Viveva in un certo castello confinante col dominio di straniero principe un signore, altrettanto potente per ricchezza, quanto nobile per nascita, il quale, datosi ad ogni maniera di misfatti, opprimeva con la sua potenza quando l’uno quando l’altro degli abitatori, arbitro facendosi degli altrui affari sì pubblici come privati, e minacciando, anzi offendendo chiunque ai suoi cenni ardito avesse di contrariare, in tanto che fatto era terrore di tutti quei contorni. Giunto in quelle parti Federico la sua diocesi visitando, volle con esso abboccarsi per veder pure di distorlo dalla mala vita e di ridurlo a porto di salute; e tanto disse rappresentandogli con pastorate zelo il suo stato miserabile e il pericolo d’eterna dannazione, che lo dispose all’emenda: e fece sì che da quel giorno innanzi, con meraviglia di quanti erano de’ suoi depravati costumi molto ben informati, deposta ogni presuntuosa alterigia e ferocia, tutto mite, piacevole ed ossequioso verso di tutti dimostrossi ne fu mai più alcuno che di un minimo suo eccesso potesse ragionevolmente dolersi »

Son queste le parole proprie del Rivola, Vita di Federico Borromeo, L. III, c. 17. Traduciamo or Ripamonti, Decade V, l. V, c. 11.

« Narrerò il caso di uno, che non ultimo fra i magnati della città, preferì a questa la campagna, e colla gravezza de’ misfatti bravava giudici e giudizj, leggi e maestrati. Posta sua dimora al lembo della provincia milanese, traeva una vita sciolta e di sua testa, raccettatore di fuorusciti, fuoruscito alcun tempo egli stesso, finchè tornato, avanzossi a tanto, che menandosi a marito la sposa di un principe straniero, la rapì, se la tenne e la fe sua con nozze illegali. Era sua casa come un’officina di crudeli mandati: per servidori gente tutta di sangue e di corrucci: nè cuoco nè guattero poteano restarsi senza delitti: fin i ragazzi aveano le mani contaminate di strage. E poiché di là gli era facile il tragitto a’ Bergamaschi e Bresciani, la costui famiglia era contumace contro gli editti e la maestà dell’impero. Avendo una volta quel signore a mutar di paese per certi perchè, tanto modesto, occulto e pauroso lo fece, che fendè diritto tutta la città con cani e cavalli a suon di trombette, passando proprio innanzi al palazzo reale, anzi alle porte lasciando un’imbasciata di villanie pel governatore [1]. Correa fama che avesse rotto ogni freno anche della Chiesa e de’ suoi ministeri, e che mai non si fosse confessato. Ora costui volle presentarsi al cardinale Federico, una volta che questi erasi nella visita fer-mato non guari lontano del suo terribil covo. Viene cortesemente ammesso: due ore buone rimane a colloquio. Che siasi detto nol sapemmo giammai, perchè nè alcuno di noi osò interrogare il cardinale, nè colui ne disse verbo. Certo però successe tal mutazione d’animo, di vita, di costumi, che quella grande e portentosa novità si attribuì, senza paura d’apporsi falso all’ efficacia dell’abboccamento: e tutta quella famiglia di scherani la riconosceva opera del cardinale, e gliene voleva il maggior male, quasi le avesse tolto il pane di bocca. Ne patì anche l’altra masnada di bravacci disposta in luoghi opportuni d’entrambe le provincie, e che viveva sui barbari comandi, e sugli assassini commessi e da commettere. Assai anche fra i grandi cittadini, legati con lui in occulta società di atroci consigli e di funeste azioni, dopo che intesero come, mutato al tutto da quel che soleva, lasciava in tronco i delitti già meditati e cominciati, e per quanto diverso cammino si fosse egli avviato, e a cui fosse debito sì gran cambiamento, pensate quali rimasero; e quali alcuni principi esteri, che si erano giovati di lui per compiere qualche insigne uccisione; e che gli aveano più di una volta mandato ed ajuti e sicarj. Ansiosi domandavano il perchè della mutazione, sinchè la fama ne divulgò quel che era. Alcun tempo dipoi io vidi colui in vecchiezza cruda e robusta ancora, non conservar della primitiva ferocia altro se non i marchj onde le abitudini improntano sul volto l’indole di ciascuno. Ma questi stessi erano così corretti dalla mansuetudine pur ora vestita, che appariva la natura quasi vinta e rintuzzata sotto la sferza ».

Fin qui il Ripamonti. Ma chi era cotesto gran bravo? dove abitava? perchè Manzoni non attenuò il luogo appunto del suo castello?

Alle prime due domande volle farsi incontro l’autore colle parole che noi ponemmo in fronte a questo capo: la terza si rappicca ad un’ altra questione , del perchè nemmeno d’altri luoghi non abbia esso voluto dirci il nome. Il qual perchè forse un dì ce lo farà intendere il Manzoni stesso, se mai vorrà (e deh il voglia presto) far pubblico certo suo discorso sopra o contro il romanzo storico, e sul difficile modo d’annestare il finto col vero, e se possibile sia determinare confini dell’ uno e dell’altro.

La curiosità venne anche a noi, com’è venuta a tanti, di supplire al silenzio dell’autore: ma non ardiremmo avventurare conghietture nostre. Se non che altri ne precedette, e in una carta topografica di Lecco troviamo segnati anche i luoghi degli avvenimenti di questa storia. Presso Lecco adunque (paese da cui trae sua origine Alessandro Manzoni, benchè nato in Milano nel 1785) si vede ancora il monastero sconsacrato di Pescarenico, dove abitava il padre Cristoforo. Era stato fondato nel 1576, subito dopo la peste, presente il governatore Mendozza, e facendone la benedizione il prevosto di Lecco: e il Mendozza stesso con altri signori andarono col bacile fra le turbe accorse e nelle terre circostanti a questuare per quella fabbrica. La parrocchia di don Abondio e la patria de’ due promessi sposi vollero metterla ad Aquate, la cui chiesa di sant’Egidio è in fatto fuor delle abitazioni, e si crede la più antica dei dintorni. II palazzotto di don Rodrigo più in su del paesello degli sposi, discosto da questo forse tre miglia, e quattro dal convento, si colloca a Pomerio vicino a Laorca. Il castello poi dell’Innominato fu posto a destra del monte Magnodeno, ove c’è avanzi di una bicocca: ma sarà ben difficile trovare colà intorno un luogo che risponda bene alle indicazioni dell’autore: « e però (uso parole dette da Manzoni in tutt’ altro proposito) sarebbe da desiderarsi che alcuno di coloro che si divertono a tribolare il prossimo, e dei quali il mondo non ha mai avuto difetto, pigliasse a cuore questa scoperta, e lasciando per essa le sue solite occupazioni, si portasse sul luogo, impiegasse ivi molto tempo in una tale ricerca ».

E noi ardiremo alzar il velo che copre quel famoso ribaldo?

Vedemmo altrove come tra gli scellerati si noverassero i primi signori: qui sopra leggeste come dal castello di colui era facile il tragitto a’ Bergamaschi e Bresciani [2]. A monte dunque l’idea di collocarlo dalle parti di Lecco, troppo discoste da quel di Brescia. Nelle gride di quel tempo dovrebbe pur esser costui nominato. Or bene, il Fuentes, in quella del marzo 1603, considerati gli enormi e brutti misfatti commessi da Francesco Bernardino Visconte, uno dei fendatarj di Brignano Geradadda, e dai suoi seguaci (questi erano Pompeo suo uccellatore, Cammillino di Salomone parmigiano, G. B. Boldono, Cesare Zavattino, Domenico Rozzono detto il Pelato di Treviglio, G. B. Nicoletto di Caravaggio, il Casale da Bagnolo cremonese) concede, a chiunque consegnerà vivo od ammazzerà alcuno di costoro, oltre cento scudi di premio il poter liberare due banditi per qualsivoglia caso; e dichiara coloro per indegni di liberazione e di poter abitare in questo Stato, salvo sempre se alcuno de’ complici consegnasse o ammazzasse il principale, cioè Bernardino Visconti. Secondo il solito, questa grida uscì vuota di effetto: sicché in un’altra terribilissima del 30 maggio 1609 lo stesso conte, visti così frequenti gli omicidj d’animo deliberato, le robarie alla strada, gli assassinamenti che del continuo si vanno commettendo in questo Stato, bandisce la taglia sul capo di un grossissimo numero, compresivi i suddetti, col crescer a dugento scudi il premio: senza frutto ancora perchè il 2 giugno 1614 fu rinnovellato quel bando, che comprendeva presso a millecinquecento rei d’enormi colpe.

Bregnano, magnifico castello anch’oggi dei signori Visconti, siede appunto ove si tocca il confine milanese col bergamasco, nè lungi dal bresciano; i tempi risponderebbero: l’uomo era terribile: la grandezza e potenza di quella famiglia, illustre e allora e adesso, poteva trattener la penna degli storici.

Note

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[1] Che miserabilissimi tempi quando tant’audacia si ponea nel delitto e tanta sfacciatezza! Però, vivi noi, sedendo papa Pio VII, fu rinomato nelle montagne romane il masnadiere Barbone di Velletri. Uso dall’età prima all’armi, macchiò d’ogni maniera di più atroci delitti i colli, tanto da natura sorrisi, che cingono Tivoli e Palestrina; indi sazio di quella vita, offerse al papa di cessarla, purchè gli si assegnasse una pensione in compenso della rinunziata dittatura. L’ ttenne, ed entrò inerme in Roma, che s’affollava sui passi dell’uomo, al cui nome avea tremato e fremuto.

[2] Il Guenzati, nella citata vita ms., dice che l’innominato stava tra li confini del dominio milanese, veneto e de’ Grigioni: ma non s’appoggia ad alcuna autorità.

Indice Biblioteca Parte IV - La monaca di Monza

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011