LA  LOMBARDIA NEL  SECOLO  XVII

RAGIONAMENTI

DI

CESARE CANTÙ

 

 

 

 

MILANO, 1854

A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP.

Contrada del Zenzuino N. 529

 

La presente opera è posta sotto la salvaguardia delle leggi

essendosi adempiuto quanto esse prescrivono

Tipografia Lombardi

Edizione di riferimento:

Cesare Cantù, La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti, editori Volpati e C., Milano 1854 A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP. Contrada del Zenzuino N. 529, Tipografia Lombardi.

[Parte Seconda]

Della Provvidenza Divina

Perchè ciechi sono gli uomini, i quali furono pur creati per riguardar molto da lungi, cioè negli objetti divini? L’uomo cieco? la razionale creatura cieca? quella, che dovrebb’essere in sommo grado vedente, e di acutissimi cechi fornita? E le bestie sole, e gli animali bruti soli avranno occhi buoni e convenevoli alla loro condizione, e possederanno lume ad essi sufficiente? Di questi occhi umani e tenebrosi, la virtù de’ quali è cotanto smarrita, che perduto hanno il loro acume, si lamentò già un barbaro scrittore, così dicendo: Ogni cosa per te, o uomo, si affatica. Non sarà adunque cosa sconvenevole, anzi abbominevole assai il disprezzare le leggi di Dio, il quale vuole, che a tuo beneficio si volgano d’intorno a te tante ruote di sì variate cose mondane? Questi sono i ringraziamenti che a lui fai’? Questi gli onori che a lui rendi a tutte l’ore? O somma providenza divina (disse già un nobile Persiano) o bontà grande che a noi manda le nevi così grate in alcun tempo a’ mortali, ed eziandio così profittevoli, le quali caggiono in terra, non altrimenti che se i venti avessero scossi gli alberi del cielo, e caduti perciò fossero sopra di noi tanti fiori! Ella comandò giù alle aure mattutine, che nella primavera stendessero sopra la terra il leggiadro tappeto de’ fiori di mille colori intessuto; ed appresso impose alle nuvole, che ad essi fiori, quasi loro nutrimento, somministrassero nella culla della terra opportuno nutrimento e convenevole cibo. Volle ancora questa providenza, che gli alberi in certi tempi si vestissero di vestimenti festivi, e come di sopraveste verdeggiante e pomposa; e che allora con somma dolcezza i pargoletti rami ed i teneri virgulti succiassero con grande avidità il latte delle not-turne rugiade. Oltre fece comandamento a’ venti che, come veloci ministri e pronti esecutori del divino volere, netto tenessero e luminoso e splendido questo gran palagio e questa terrena abitazione de’ mortali. O maraviglioso spettacolo, o pomposa rappresentazione; o solenne maniera di dimostrare le grandezze divine, disse già il santissimo martire Cipriano! (Cyp. lib. 5. de spectaculis). Non mancano a’ cristiani gli spettacoli, o gli apparecchiamenti solenni e molto dilettevoli a vedersi, solamente che vogliano in essi con attento studio riguardare, ed in essi porre i loro pensieri. Questo universo è in ogni parte bellissimo ed oltre modo maraviglioso. Il sole nasce e vicendevolmente tramonta. I corsi delle stelle sono perpetui, ed il coro di esse con gran pompa d’intorno alle nostre teste del continuo s’aggira. Gli anni ed i tempi hanno le parti loro, e le ore vengono compartite e distribuite con giuste bilance e con uguali misure. Evvi teatro in terra simile a questo, quantunque colà trasportati si fossero i monti per fabbricarlo? E non lampeggiano forse assai più le stelle, e con più chiari raggi, che non lampeggia l’oro, del qual pure, non che delle spoglie e croste de’ monti furono talvolta coperti que’ grandissim e superbi edificj? Queste, e somiglianti cose, da me, qui brievemente accennate, dice Cipriano: ed in ultimo vien a conchiudere, che alla generosità cristiana non si convenga punto ammirarsi d’alcun’altra cosa, qualunque ella sia, salvo di Dio, ovvero delle cose divine. Anzi vuole, che altri caggia non poco dall’altezza di essa generosità cristiana, qualora d’altro s’ammira. Niuna mente poi, o terrena, ovver celeste e di paradiso, quantunque ogni sua fatica v’impiegasse, potrà giammai appieno ricever in sè ed aver nella sua memoria la notizia dell’arte, con la quale governati e guidati sono tanti movimenti e menate a convenevole effetto tante operazioni. El che singolarmente avviene, perchè quel sottile e nobile maestro Iddio, come già osservò Origene, (Origene, lib. 20 Periacon cap. 9) sa così ben acconciare e disporre tutte quante le cose, che se ne vale in quella maniera appunto che ad esse stia bene, e che dirittamente si convenga alla loro qualità e condizione. Egli procede in ciò così discretamente e con tanta soavità e piacevolezza, che un eloquentissimo scrittore (M. Tull. de Natura deorum, lib. 1.°) ponendo mente a sì fatti artificj, secondo la corta sua scienza, la quale altro non era che umana, disse che la generale natura si mostrava tutta dolce e mansueta che con certi blandimenti e vezzi traeva a sè gli animi delle persone per acquistarne l’amore altrui, e per vincere gli altrui voleri; e che con certi lusinghevoli atti disponeva i mortali a far di quello che ad essa veniva in piacere. Or questa Natura non è ella forse l’umilissima serva e l’ubbidiente ancella di Dio, il qual congiunge le estreme parti delle cose create col nodo di moti convenevoli e proporzionati mezzi? Quindi è che la piacevolezza dell’aere va molto scemando e temperando la fierezza del fuoco; e che le asprezze e durezze della terra sono addolcite ed ammollite dalla morbidezza delle acque e dalla loro arrendevole qualità e sostanza. E da’ colli ancora si sale a’ monti, e dalle pianure a’ colli, e da’ fiumi a’ laghi, e poi a’ mari si trapassa. Somigliantemente questa Natura, ministra di Dio, mitiga a tutte l’ore le asprezze con le piacevolezze, e va tuttavia mescolando le tenebre con la luce, ed il diforme objetto col formoso, e le sciagure con la felicità, ed i dolori co’ diletti, acciocché ogni persona intenda esser lui il pietoso e mansueto e dolcissimo Iddio. O se i monti, se i colli, se i fiumi, se le dilettevoli spiaggie, se le sterili arene, se l’acre oscuro, se il luminoso cielo parlar potessero, molto di buona voglia e con somma letizia essi insegnerebbero agli smemorati mortali questi atti segreti, e questi occulti misteri del sovrano reggimento divino. E se diverse cose create non hanno lingua da ciò, perchè le razionali umane creature non suppliscono in prima cotal difetto col loro intendimento, e poi ancora col far d’ogn’ intorno risonare diverse voci, manifestanti le grandezze della Maestà Divina?

Indice Biblioteca Parte III - L'innominato

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011