LA  LOMBARDIA NEL  SECOLO  XVII

RAGIONAMENTI

DI

CESARE CANTÙ

 

 

 

 

MILANO, 1854

A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP.

Contrada del Zenzuino N. 529

 

La presente opera è posta sotto la salvaguardia delle leggi

essendosi adempiuto quanto esse prescrivono

Tipografia Lombardi

Edizione di riferimento:

Cesare Cantù, La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti, editori Volpati e C., Milano 1854 A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP. Contrada del Zenzuino N. 529, Tipografia Lombardi.

[Parte Seconda]

I BORROMEI

Federigo Borromeo fu degli uomini rari in qualunque tempo, che abbiano impiegato un ingegno egregio, tutti i mezzi d’una grande opulenza, tutti i vantaggi d’una condizione privilegiata, un intento continuo nella ricerga e nell’esercizio del meglio. Cap. 22.

Tanta è la forza della carità, tanta l’efficacia della santità, che i Milanesi parvero dimenticare sì gravi guai, tali oppressori, per non ricordarsi se non di due loro arcivescovi: ed oggi ancora intitolano quella l’età de’ Borromei. Solo il secondo apparterrebbe propriamente al tema di questi ragionamenti; ma nessuno ci vorrà far colpa se anche sul primo noi ci intratterremo.

Da una famiglia de’ Medici di mediocre nobiltà milanese, e che solo per tarda adulazione fu voluta imparentare con quei di Firenze, era uscito Gian Giacomo, detto il Medeghino, famoso corsaro sul lago di Como, poi castellano di Musso, infine marchese di Marignano e generalissimo di Carlo V. Suo fratello Giovanni Angelo, valente giureconsulto, divenne papa col nome di Pio IV; sua sorella maritata ne’ Borromei [1] generò quel che poi fu san Carlo.

Quel papa, secondo un’abitudine sciagurata, si pose a favorire i parenti; fe sposare una Borromea a Cesare Gonzaga duca di Mantova; e al conte Federico Borromeo la primogenita del duca d’Urbino col titolo di capitano generale di santa Chiesa; e ch’è peggio, nominò cardinale il nostro Carlo di soli 22 anni, e poco poi arcivescovo di Milano; imprudenza somma che fu giustificata dall’evento, perocchò Carlo riuscì uno de’ prelati più zelanti a restaurare la Chiesa.

Era un altro brutto vezzo d’allora l’accumulare un’infinità di benefizj, e Carlo da  essi traeva l’entrata di almeno 90,000 zecchini, coi quali scialava principesca mente; ma la morte che colse suo fratello Federico in mezzo al fasto e alle speranze, concentrò Carlo ne’ casti pensieri della tomba, sicchè si propose d’abbandonare ogni fasto e cominciò vita di mortificazione. Alla taccia d’interessati che davasi ai preti volle rispondere col rinunziare a quelle entrate; riformò la penitenzieria che gli fruttava più d’altrettanto per le dispense; e colla propria astinenza volle correggere la splendida dissolutezza dei principi secolari ed ecclesiastici di Roma; non più ai divertimenti, allora consueti anche nel clero: non abiti sfarzosi; vende tre galee e il ricchissimo arredo del fratello: vende il principato d’Oria; da 80,000 restringe a 20,000 la sua entrata domestica; licenzia la numerosa servitù, circondandosi di preti e di dotti, coi quali istituì in sua casa un’accademia religiosa, detta le Notti Vaticane. Nulla però gli premea più che di venire a Milano, acciocchè non ne fosse arcivescovo di solo titolo, e per quanto il papa lo contrastasse sentendosene bisogno, vi arrivò. Erano 60 anni che nessun arcivescovo qui risedeva; poichè questa prebenda era data si può dire in comenda a’ signori della casa d’Este, i quali mantenevano qua de’ vicarj generali, non lodevoli per bontà nè per sapere. Qual meraviglia se la disciplina ecclesiastica erasi del tutto sfasciata? I preti badavano a ben altro che alla pietà e alla costumatezza; non che curar le anime altrui, la propria negligevano a segno che si credevano dispensati dal confessarsi perchè confessavano altri; secolareschi del vestire, delle abitudini, delle compagnie, trafficavano, e delle chiese e delle sagristie si valevano come magazzini, per sottrarre le merci e il contrabbando alle imposte e alle perquisizioni: quand’anche non ne faceano convegni a balli e conviti. Le solennità e i giorni festivi non porgeano occasione che a bagordi, a feste indecenti e sin feroci: le pie pratiche abbandonate, o contaminate da superstizioni. I monaci dati all’ozio in convento, agli intrighi fuori; le monache, in onta della clausura, uscivano a far visite o ne ricevevano, e l’abilità propria esercitavano in confortini e manicaretti. Ai costumi qual freno poteano metter le leggi, costrette a risparmiare il nobile o l’ ecclesiastico, e paghe di sfogarsi in minacciosi paroloni, che attestassero la fiacchezza ?

Arte dei grandi importantissima è il conoscere i valentuomini e non prenderne gelosia. Carlo la mostrò già nell’eletto numero di quelli che congregava alle Notti Vaticane; poi nel mandare come precursori a Milano a metter qualche regola il gesuita Benedetto Palmio e prete Nicola Ormaneto, giureconsulto veronese; poi venendo menò seco Scipione Lancellotto, Silvio Antoniano, Giovan Battista Castelli e Michele Tomasi, che furono poi cardinali quelli, vescovi questi, e gli insigni letterati Giovanni Battista Amalteo e Giulio Poggiano; nè mai tornò a Roma che non conducesse via qualche valente, talchè lo dicevano rapacissimo ladro di savj ». Singolarmente si valse del padre Panigarola, predicatore famoso in tutta Italia, poi vescovo d’Asti, indi spedito in Francia per le contese cogli Ugonotti, contro i quali scrisse Le lezioni calviniche e che lodavasi d’aver congiunto la predicazione colla teologia, perchè questa gl’insegnò a far più sicure le prediche, quella a far più chiare le lezioni [2].

In tempo di tanta boria è notabile che, mentre prima ogni arcivescovo ponea il proprio stemma, san Carlo n’adottò uno perpetuo, figurante sant’Ambrogio fra i santi Gervaso e Protaso colla leggenda Tales Ambio Defensores, tolta dall’epistola 54 di sant’Ambrogio a Marcellina. Volle vestimento e mobile modestissimo in un’età scialosa; pranzava co’ proprj servigiali, oltre i tempi che digiunava rigorosamente.

Carlo fu de’ più animosi a promovere il Concilio di Trento, nel quale i prelati di tutto l’orbe cattolico si trovarono riuniti per riconoscere ciò che la Chiesa avea sempre creduto, e per riformare gli abusi introdotti nella disciplina, ed opporre alla riforma negativa di Lutero una tutta morale e positiva, fatta per amore non per odio, o da chi n’ha il diritto. [3]

Eseguendo i decreti del Sinodo tridentino, Carlo tenne sei concilj provinciali, donde si formarono gli Atti della Chiesa milanese, corpo di discipline ecclesiastiche, dai punti essenziali fin alle minuzie di sacristia, e che divennero come un codice di leggi ecclesiastiche per tutto il mondo. Delle or vantate scuole festive diede l’esempio colla Compagnia dei servi dei pettini di carta, che insegna le feste ai puttini e puttine a leggere e scrivere e gli buoni costumi gratis et amore Dei, con norme da raccomandarsi ai moderni faccendieri di educazione popolare. Instituì gli Oblati, preti con voto di speciale obbedienza all’arcivescovo, e ch’egli destinava alle missioni e alle parrocchie più povere e faticose. A’ suoi vescovi impose di farsi mandare una volta l’anno una predica da ciascun parroco, e se nol vedessero migliorare, vi spedissero un predicatore. Sapea dunque esser primo dovere d’un vescovo il conoscere i suoi collaboratori e non avea verso i deboli quella burbanza, che è conseguenza della vigliaccheria verso i forti.

I frati Umiliati che introdussero fra noi le manifatture di lana, se n’erano estremamente arricchiti e in conseguenza corrotti, e mentre possedeano novantaquattro case, capaci di mantenere cento frati ciascuna, appena un paio ve n’era sottosopra. San Carlo cercò riformarli, ma un d’essi gli tirò una fucilata; di che il papa prese ragione per abolirli, e delle rendite loro, ammontannti a 25,000 zecchini, dotare un ordine nato allora allora e operosissimo nel sostenere l’autorità del papa e nell’educare la gioventù. Così i Gesuiti vennero a Milano e fabbricarono l’immenso palazzo di Brera e la bella chiesa di san Fedele.

Carlo moltiplicò gli istituti religiosi: san Martino degli Orfani, san Marcellino, sant’Agostino bianco, santa Sofia, e Capuccine a santa Prassede e a santa Barbara: introdusse i Teatini; pose il collegio delle nobili vedove, il conservatorio della Stella. Voleva anche fondar un ospizio pei convalescenti, affidandolo ai Fate benefratelli, che vennero solo sotto il suo successore, e che furono vôlti a cura de’ malati.

Fu instancabile nel visitare la sua diocesi, una delle più vaste del mondo, che allora estendevasi, oltre al ducato di Milano, a parte del Monferrato, della Repubblica veneta, degli Svizzeri [4], con 600,000 abitanti: 2220 chiese di cui 800 parocchiali; 40 conventi, 70 monasteri, 3000 preti. E non fu angolo per innaccesso ov’egli non arrivasse, anche dove mai vescovo non era salito; e ancora da per tutto si additano fonti da lui benedette, cappelle in suo ricordo.

A formar buoni preti istituì sei seminarj, che prima ai Gesuiti, poi affidò agli Oblati: pose visitatori generali e particolari, vicarj foranei che tenessero sinodi plebani. Nel seminario maggiore i cherici vestivano pavonazzo, doveano sempre parlar latino, e uno per settimana far una predica in presenza dell’arcivescovo. All’eresia, che serpeggiava nella confinante Svizzera si oppose con frequenti visite e coll’autorità di nunzio apostolico, e qui pose un collegio elvetico per educare venti giovani Svizzeri e venti Grigioni, futuri apostoli nelle loro patrie, che doveano giurare d’andar a servizio de’ proprj paesani; e il cardinale Altaemps cugino di san Carlo vi unì la comenda di Mirasole per ventiquattro cherici della diocesi di Costanza.

Della sua munificenza restano testimonio le fabbriche dell’arcivescovado, del collegio elvetico, del seminario maggiore col bel cortile quadrato dorico, delle chiese di san Fedele e santa Sofia; il collegio Borromeo a Pavia, come pure la Madonna di Ro e quella di Caravaggio e la rotonda di san Sebastiano, voto della città per la peste: e ravviò la sospesa fabbrica del duomo. Il vulgo nostro chiamando carlone il granturco, rammemora com’egli raccomandasse la coltura di questo grano, allora venuto d’America, e che prevenne le ricorrenti carestie.

Profondeva il suo a soccorrere i poveri, e più quando scoppiò la peste del 1576. All’avvicinarsi di questa, il governatore si pose in salvo, lasciando luogotenente Gabrio Serbelloni, generale famoso nelle guerre della Valtellina e delle Fiandre, che essendo viceré di Tunisi fu dai Barbareschi preso e portato prigioniero a Costantinopoli, donde riscattato, tornò a Milano che gli fece solennissimo ricevimento (1575). Ma il solo rettore della città nel miserabile disastro fu Carlo, clle vi si gettò con carità di vescovo e prudenza di magistrato, assistendo gl’infermi e consolandoli colle parole sante. Diciassettemila vittime portò via la peste, e 50,000 poveri furono alimentati dal pubblico per sette mesi; nei quali dice il Moriggia che la città spese 220,631 zecchini, e ne dà la distinta; e più di 300,000 le case pie, ospedali, gentiluomini, particolari, oltre le limosine fatte da san Carlo e da altri prelati e religiosi. Fra gli altri Annibale Vestarino ricco mercante e sua moglie Giovanna Anguillara, dispensarono tutte le laute loro entrate ai bisognosi; e del rimanente accolsero povere fanciulle, probabilmente le rimaste orfane, e le dedicarono a Dio col titolo di Cappuccine di santa Barbara.

Certo v’aspetterete che, di tanta beneficenza, fossero risonoscentissimi tutti a Carlo, e lo sostenessero. Ma così non suole andare la cosa. Si cominciò a mormorare che faceva troppo; che voleva per sè il monopolio della carità, che non lasciava campo agli altri d’esercitarla; tenner dietro alcuni più arditi, suggerendo « dovrebbe far questo, tralasciar quello; non dovrebbe beneficar i tali, o non al tal modo ». Dall’accusa d’ignoranza e d’ imprevidenza si passava a quelle d’ ambizione: E’ fa tutto per farsi nominare, per farsi lodare, per aver l’aura del popolo; poi si tacciarono di puerili le sue riforme; si cercò sviargli il popolo col dire ch’esso toglieva o sminuiva i solazzi pubblici, troppo giusti dopo le fatiche; infine fu caritatevolmente insinuato all’autorità secolare che l’arcivescovo voleva ingerirsi nelle attribuzioni di essa, usurparne i diritti. L’opinione pubblica, che chiude un occhio per iscusar il male, ne apre poi cento per disgradar il bene.

Durante il contagio, egli che era tutto, aveva fatto decreti, usato di braccio forte per farli osservare e per reprimere i tristi che profittano delle pubbliche sciagure. Ma anche in tempi ordinarj, l’arcivescovo aveva giudizj proprj e mezzi di farli eseguire, cioè sgherri e prigione. Avendo egli fatto arrestare alcuni per violazione di precetti ecclesiastici, parve che trascendesse la sua giurisdizione; ma affine di evitare scandali e far fracasso come piace ai piccoli ambiziosi, si cercò mettervi sopra un sasso; Pio V scrisse al senato, Filippo II al governatore perchè vedessero di salvare il decoro ecclesiastico, senza lesione del laicale. Ma i subalterni, desiderosi di far chiasso poiché non sanno far di meglio, invelenirono la cosa; sin il magistrato municipale si unì coi nemici dell’ arcivescovo per accusarlo al papa e al re; il bargello arcivescovile fu preso, messo alla tortura, bandito, e Carlo dovette interromper le sante sue sollecitudini per andare a Boma e mandare a Madrid a scagionarsi. Nè quella sola volta il dovette; e non diremo che sempre egli avesse ragione nella quantità e nei modi; ma se asseriremo che sempre operava con eccellenti intenzioni , chi oserà contraddirci?

Ed oggi stesso i gran savj di statistica lo accusano di aver fatto una processione quando la peste minacciava; ma si tace che pochi giorni prima erasi fatta una solennità più affollata per la venuta di non so quale arciduca. Si dimena il capo sulla sua riverenza alla supremazia papale, la quale era tanta, che non leggeva mai alcun breve pontifizio senza cavarsi ii berretto. Altissimo concetto aveva della autorità ecclesiastica, e più geloso in quanto che i principi allora cominciavano a cincischiarla; ond’egli non tollerava che il governatore si mescolasse di cose ecclesiastiche, volesse dare il placet o l’exequatur alle bolle di Roma o alle istituzioni dell’arcivescovo. Queste erano belle e buone opposizioni in senso della libertà: oggi pare altrimenti al secolo liberale; onde noi lo pregheremo a perdonargliene, non meno che le persecuzioni contro eretici e maliardi.

Gli imputano d’averci tolte di mano le spade per metterci il rosario; ma troppo vedemmo e più vedremo quanto infelice fosse il nostro paese; e non per colpa di preti e frati, e da che fonti venisse quella gravità contegnosa e melanconica che dominò nel seicento; onde l’incolparne san Carlo somiglia a quella vulgarità, per cui si dice che il medico ammazzò il malato perchè nol guarì.

Fra tante cure pubbliche, Carlo non dimenticò gli studj e lontanissimo da quella patina o gelosia delle persone valenti ch’è il carattere più segnalato della mediocrità, le cercava per tutto. Carlo Bescapè, poi vescovo di Novara e da san Carlo adoprato moltissimo, ne scrisse poi la vita in buon latino. Agostino Valerio, poi vescovo di Verona, fu da lui persuaso a stendere un trattato d’arte retorica principalmente ad uso de’ seminarj: Silvio Antoniano, poi cardinale, a sua persuasione dettò l’eccellente opera sulla cristiana educazione. Esso Carlo tenne continua corrispondenza con san Filippo Neri, con san Francesco di Sales, col cardinal Baronio, al quale diede eccitamenti alla grande opera degli Annali Ecclesiastici: oltre il Faerno, il Ruscelli, il Ghilini, il famoso statista Botero che fu suo segretario. San Carlo stampò l’Arte del meditare e Istruzioni sopra la predica della divina parola, oltre le solite encicliche; due volte supplì al predicatore quaresimale in Duomo; non arrivava in alcuna chiesa nelle visite senza predicarvi; notarono che in quaranta ore, salì quaranta volte in pulpito; e senza quelli a stampa, ne restano grossissimi volumi di prediche sue e di selve.

Insomma apparve sempre ricco di senno, di rispetto, di carità, lontanissimo da quelli che raccomandano « Sopratutto con troppo zelo » e scandalo di coloro che lodano qualche prelato perchè » non s’intriga di niente .

Tante opere in soli 19 anni; perocchè logorato dall’ascetico rigore, tornò a Dio di soli 46 anni (1584).

Appena morto, la voce comune lo acclamò santo: e 26 anni dopo fu riconosciuto tale dalla santa sede: i migliori pennelli d’allora ne storiarono la vita in giganteschi quadri che tutt’ora s’espongono ogni anno in duomo; una statua sua, a disegno di Dionigi Bussola e lavorato il bronzo delle mani e del capo da Ambrogio Grasso, e il rame del corpo da Alberto Guerra, fu posta dalla città in Cordusio, poi regalata ai Borromei che la trasportarono sulla loro piazza: un’altra colossale, di 28 metri d’altezza sovra una base di granito di venti metri , ergesi sul colle d’ Arona, fatta di bronzo e di lastre di rame, da Siro Zanella e Bernardo Falconi, sopra disegno di Giovan Battista Crespi detto il Cerano. Il suo sepolcro, che noi chiamiamo Scurolo, fu arricchito a gara; L’arcivescovo Litta e il duca Borromeo vi donarono gli otto bassorilievi d’argento, insigne opera di oreficeria; il cardinal Quirini le cariatidi pure d’argento; Filippo IV la cassa di cristallo di rôcca.

Monumento ancor più bello sono gli ordinamenti suoi, tuttora durevoli in questa diocesi; son i collegi e i seminarj, sopravvissuti a tanti disastri; onde può a lui applicarsi quel dell’Ecclesiastico Mortuus est pater et quasi non est mortuus: son le sue beneficenze all’ospedale; è la popolare ricordanza per cui si indica ogni luogo dove passò beneficando; è quell’esempio che lo fa come sorvegliatore perpetuo al clero, e incessante modello o rimprovero a’ suoi successori.

Uno de’ quali, poco dopo la sua morte, encomiandolo, esclamava:

« Gloriosi monti, benedette valli, sacri sentieri, dove si veggono ancora innumerabili vestigie delle opere di Carlo, e dove le vittorie s’impararono dal Cielo, e si vinsero quegli che sono immortali, siate voi benedetti; e la rugiada celeste delle spirituali e delle terrene benedizioni caggia sopra di voi abbondevolmente. Delle vostre abitazioni poi, cioè delle case e delle capanne, dove egli albergò con voi, io a ragione potrei dire: Quam pulchra tabernacula tua Jacob, et tentoria tua Israel. Quanto belle sono quelle casuccie, entro le quali si vide già albergare un corpo senza carne ed un’anima senza corpo! Quanto ragguardevoli sono quelle capanne dove le vigilie onoravano tutte le notti: dove alle mense si digiunava: dove il sonno altro non era che un silenzio ed una tacita quiete: dove le lingue parevano immobili, essendo tuttavia sollecite le mani nelle pie tose e misericordiose opere: dove la modestia comandava: dove il tenero affetto della carità verso i soggetti preso aveva solamente la veste ed il sembiante della vera disciplina: dove finalmente la povertà veniva onorata dallo splendore della porpora! Non vi era, cari fratelli, come alcuni di voi potrebbono renderne ampia testimonianza, non vi era così profonda valle, nella quale l’umiltà di lui non discendesse; nè si trovava così meschina gente, a cui la sua mansuetudine non si accostasse; nè v’era cima di così alto e così erto monte, che colà non volasse il suo spirito, seco traendone il corpo. Ahi sacerdoti, ahi pastori d’anime! Io non so se giustamente potrò dirvi Multo labore sudatum est, et non exivit de ea nimia rubigo ejus neque per ignem. La rugiada de’ sudori di Carlo non ha potuto la terra d’alcuni cuori, per la loro natia sterilità, fecondare. Questi rugginosi ferri non risplendono niente più per le di lui continue sollecitudini e fatiche: ma sono tuttavia rosi dalla propria loro malizia, la quale da essi solamente procede, e non potè neppure dalle fiamme della carità del nostro beato pastore e da quella inestinguibile fornace esser consumata. Ma non è ancor qui presente il nostro raro esempio? Non è egli ancor vivo? E noi ancora abbiamo diligentemente conservate le morte membra di questo nostro sì degno padre, le quali eziandio al presente, non senza gran meraviglia, sostengono alcun sembiante della sua passata vita. Andiamo, andiamo dunque, o sacerdoti, di concorde volontà e pieni di riverente affetto, a quel luminoso sepolcro. Andate, figliuoli, al padre; appressatevi, pecorelle, al pastore; correte, rivoli al fiume, che seco ne porta tante acque di superne grazie. Già per voi è aperta ogni via; nè conviene che ad una tanta pietà chiusa sia alcuna porta. Ivi adorate colui che voi tanto amaste; chiedete grazie a colui che dimesticamente già conosceste; e riportate ricchezze e tesori dall’arca divina. Contemplate quelle membra, che furono tempio dello Spirito; e che innumerabili volte furono vedute stanche e lasse per vostra cagione; e che, logorandosi ne’ vostri servigi, a non ebbero mai riposo, salvo in morte. [5]

Sono parole di Federico Borromeo, al quale viepiù ci appella il nostro commento. Il ramo cadetto de’ Borromei abitava in Rugabella [6] ove appunto nacque Federico ai 18 agosto 1564; fu battezzato a Sant’Eufemia, ed allattato in casa da una Maria Quadrio di Valtellina. Suo padre Giulio Cesare aggiunse alla natia pietà il lustro della gloria militare, acquistato fra le stragi degli eretici in Germania [7]: sua madre Margherita era de’ Trivulzio, ambo di nobiltà antichissima, il che davvero poco conchiude. Come Federico si mise a studiare, i maestri si querelavano che profittasse poco: e la colpa doveva essere dei metodi loro, non di lui. Giacchè i ragazzi, d’allora, invece d’essere addirizzati a cose utili alla vita ed alla società, venivano annojati e svogliati coll’obbligarli allo studio materiale; ad impacchiucare le carte di latino e di greco prima che sapessero l’italiano; a cercare nei classici non il retto gusto e il franco pensare, ma parole e frasi, che per la diversità dei costumi e la lontananza dei tempi è impossibile ai teneri ingegni il capire: si davano loro in mano fiori e giardini retorici, sui quali si pretendeva d’avvezzarli a supplir colle parole e coi luoghi comuni alla mancanza dei pensieri, al sentire, al meditare: tant’erasi dimenticato che non è vero sapere se non quel che contribuisce al pubblico bene. Io parlo della scuole d’allora.

Appena però entrato a studj più liberi e convenienti, Federico vi s’approfittò così, che apparve qual era veramente, e furono derisi i pessimi pronostici de’ suoi pedanti. Erasi drizzato prima sulla via dell’armi, ma fattosi ecclesiastico, si donò intero alle lettere, studiandole a Bologna, indi nel collegio Borromeo di Pavia, al quale fu il primo nominato: a Roma ebbe amici Filippo Neri, il cardinale Baronio annalista della Chiesa, il famoso teologo Bellarmino, gli storici Maffei ed Orsino. Dotto non che di latino e greco, ma d’ebraico e siriaco, assistette all’emendazione de’ Concilj greco-latini, stampati d’ordine di Clemente VIII.

Fin quando morì san Carlo i Milanesi aveano chiesto che Federico venisse ascritto nel collegio dei cardinali, ma non fu loro esaudita la domanda se non dopo tre anni, quand’egli ne contava soli ventitrè. Morto poi Gaspare Visconti arcivescovo di Milano, fu nel 1595 eletto a succedergli, avendo appena trent’anni. Egli con gran vivezza si rifiutò a quel peso, tanto che il cardinale Valerio di Verona gl’indirizzò un trattato Ne quispiam sibi nimium credat, per indurlo ad obbedire, come fece. Il papa (cosa a memoria d’uomini non più veduta) volle consacrarlo di sua mano: e quanto giubilo ne provassero i Milanesi è impossibile dirlo. Frà Paolo Moriggia, che di quei giorni appunto stampava la sua Nobiltà di Milano, racconta come ogni quartiere armasse trecento e fin cinquecento soldati per fare tornei e bagordare; falò in ogni canto; al duomo due gran castelli, cui si dava assalto: e fin tre mesi dopo ricevutone l’avviso, duravano ancora le gavazze, ed i fanciulli squadronati ed in arnese faceano badalucchi e fuochi, imitando la milizia [8]. Quando poi entrò in Milano (fu ai 27 d’agosto) tal pompa si sfoggiò, che non parve inutile agli storici il darne prolissa descrizione, nè parrà a noi il farne un cenno a chiarimento delle costumanze [9].

Per pubblico decreto adunque fu preso ordine di fare la maggior pompa che mai. Soleva l’arcivescovo entrare per la porta Ticinese, e fare una fermata a sant’Eustorgio, per ciò che quivi presso era la fonte ove, tradizione antica, san Barnaba battezzò primamente i Milanesi [10] . Ai signori della casa Confalonieri (il nome ne indica l’antico ufficio) era serbata in questa solennità la prima comparsa. Tre di loro, uno ecclesiastico, uno dottore, uno cavaliero andarono ad incontrar Federico sino a Chiaravalle, e l’accompagnarono a sant’Eustorgio passando per una porta di trionfo, sulla quale era in alto un Padre eterno, ai lati le arme del papa, del re, de’ Borromei e le statue delle Virtù e dell’Onore. Un altro arco di trionfo sorgeva presso l’osteria dei tre scanni, [11] ove, intorno alla croce del Carobbio [12] erasi foggiata un orto con fiori tra veri e finti e poma d’oro, e trammisti alcuni angeletti ad incensare. La terza porta era all’entrar sulla piazza del duomo, con suvvi una statua che dovea significare l’Insubria, e poi un bel comparto o un infelice miscuglio di Nettuni, di elmi e scettri, croci e statue di santi. La piazza del duomo era stata sgombrata dalle trabacche, in cui si dava mangiare, e bere [13], e sui gradini era piantato il quarto arco di trionfo, ornato come gli altri di iscrizioni, le quali (sentite questa) erano in latino, cioè in una lingua intesa da ben pochi. Guardate che gusto correva in quel tempo!

L’arcivescovo cantò messa a sant’Eustorgio: ove sull’ora del vespro venne a prenderlo un mondo di carrozze ed una numerosa cavalcata di signori del sangue più filtrato, invitati ad onorare la patria colla lor persona et cavallo. Là giunti, uno dei Gonfalonieri recitò un’orazione, ove Dio sa quanto avea faticato per dir le cose il men naturale che potesse, e farla bella secondo il gusto d’allora, che trovando merito in tutto quel che cagionasse meraviglia, ammirava là ove noi sorridiamo. Poi il cardinale montò una chinea, sotto un baldacchino argenteo, reggendo i bastoni di questo e le staffe e il freno della cavalcatura i Confalonieri, ai quali poi questa toccava in proprietà. Apriva il corteo una fila di muli carichi del bagaglio del cardinale: poi il famoso stendardo di sant’Ambrogio: indi la giumenta cardinalizia bardata a rosso; seguivano cori d’angeli con rami di palme e d’ulivi, tutte le scuole della dottrina cristiana, tutti i frati di diverso colore: poi le collegiate, i monsignori, il maestro delle cerimonie, due Confalonieri in abito rosso tutto gemmato, e il preposto di Mariano a cavallo. Ed ecco lo scopo della festa, di tutti gli sguardi di tante speranze, Federico, di trentun’anno, nella maestosa semplicità della porpora, biondo e bello e di aspetto gentile, cui più aggraziava l’abitudine de’ pensieri solenni e benevoli, s’avanzava benedicendo: e dietro gli sei vescovi suffraganei, il senato, i magistrati, la nobiltà. Non occorre dirvi che tutta la città era messa ad arazzi a fiori, a fontane, a simboli ed iscrizioni. Il maggiore stivamento era però sulla piazza del Duomo, ove i popolo curioso tanto accalcossi addosso al prelato, che fu a un pelo d’andarne schiacciato, se alcuni cavalieri, sguainata la spada, non avessero respinto la marmaglia: tanto v’era in quei costumi di incomposto e di violento che anche nel far dimostrazioni di benevolenza ad un vescovo e nel regolarle, si dovesse andar presso all’ammazzare.

In Duomo il gran cancelliere disse un’orazione a nome del re, del governatore, del senato, della città: un canonico lesse la bolla pontifizia d’istituzione: si intonò il Te Deum, poi il bacio della pace e la benedizione, e passarono all’arcivescovado [14]. Ivi una mano di moschettieri e di borghesi continuava le salve: nè col dì finirono di far chiasso. Narrando Federico i casi di quel giorno, soleva confessare, sopra ogni altra cosa essergli andato a sangue un angioletto, che gli si fu offerto innanzi agli occhi con un caro vezzo, a spiccata voce dicendo: « Ben venuto sia, monsignore illustrissimo »: sì per l’ingenua grazia di quel dire, sì per chiamargli a mente la gioja degli angeli quando uno entra in paradiso.

Non solo amatore, ma intelligente di belle arti, Federico aveva contribuito in Roma a fondare l’accademia pittorica. Sciagura dei tempi, era perita fra noi quella scuola che nata col Foppa, giganteggiò con Lionardo, e produsse, a tacer altri, Cesare da Sesto, il Luini, il Lanini e Gaudenzio Ferrari. Quando dunque i due Borromeî, vollero coll’arti crescere lustro al culto, dovettero ricorrere a forestieri. Poi Federico, cercando ravvivare quest’amore fra’ nostri, pose una nuova accademia di belle arti, fornendola di gessi e di quadri scelti; dove non vogliamo tacere come non credesse consistere il gusto soltanto nelle scuole classiche, ma fu de’ primi a cercare i quadretti fiamminghi, allora non ancora pregiati, e conserviamo il suo carteggio in proposito con Giovan Breughel, il quale per la sua quadreria dipinse i quattro elementi, che son uno de’ preziosi ornamenti della galleria dell’Ambrosiana.

Se i frutti non riuscirono pari all’intenzione, la colpa non fu di Federico; pure il colosso di Arona ch’egli fece dal Cerano alzare per san Carlo, resta fra le belle produzioni. Ad esso Cerano affidò Federico la direzioni, della sua accademia e molte imprese; e insieme col Nebbia, col Zuccari, con altri chiamati di fuori, fe lavorare qui il Mazzucchelli da Morazzone e quel Daniel Crespi che i forestieri non pregiano abbastanza, però ne non videro alla nostra certosa di Garignano quella sua storia di san Brunone, davanti alla quale noi vedemmo fremere e raccapricciare lord Byron. Han detto che Daniele fu l’ultimo de’ pittori milanesi, e in fatto, alla morte di Federico, l’accademia stette chiusa venti anni, poi si riaperse con quella vita languida e fittizia, che può esser lodata dai giornalisti e dai committenti, ma che la posterità chiama torpore e vergogna.

Come Federico adoperò al meglio delle anime, a far buoni preti, a soccorrere l’indigenza, a ravviare in qualche bene le corrotte usanze, a favorir gli studj, ve l’ha descritto il Manzoni con quel modo che non he eguale. Da lui però non intendeste le amarezze che provò quanto visse, per gare di giurisdizione coi governatori. I quali, baciandogli la mano e riguardandolo con ogni maniera di riverenza, menavano però un rumore da non dire qual volta paresse loro che avesse in qualche decreto trascesa la misura de’ suoi poteri. E n’ebbe a tribolar tanto, che dovette fino andar a Roma, oltre un continuo scrivere al re. Per togliere un solo esempio che fa al caso nostro, quando accadde la terribile carestia del 1628, si proibì l’incetta de’ frumenti: e siccome gli ammassatori riponeano (o diceasi) il grano nelle chiese e nelle case dei preti, immuni dalle indagini dei grascini, perciò i reggitori del pubblico patrimonio fecero istanza al cardinale che desse divieto ai sacerdoti d’accettare sì fatti depositi. Egli fece: ma al governo parve con ciò avesse oltrepassato i suoi attributi a danno de’ civili, onde ne vennero quistioni che non finirono se non allo scoppiare di quel peggior guajo, la peste.

Un’altra volta il governo provide saviamente, che cinque miglia in giro alla città, non vi fossero risaje. Parve con ciò lesa la proprietà degli ecclesiastici che possedevano in quel circuito, e il buon Federico s’oppose di forza a così salubre provvedimento, e non ascoltato lanciò un monitorio.

Proibì che i suoi diocesani avessero commercio o dessero alloggio con Svizzeri e Grigioni come eretici: ma la Signoria veneta, a cui qualche parte della diocesi era sottommessa, riprovò quell’ editto.

Egli avrebbe anche voluto che le confraternite potessero godere i privilegi di Foro al par de’ regolari. Il che equivaleva ad istituire una repubblica, ove ciascuno potesse costituirsi sotto una giurisdizione diversa dalla comune.

Con sì alta idea della vescovile potestà, più e più volte ebbe a dar fieramente di cozzo coi governatori, tanto puntigliosi del cerimoniale; e per metter a destra o a manca, entro o fuori dei balaustri il trono ducale, e sopra o sotto i ritratti e gli stemmi del cardinale o del governatore, furono interminabili le baruffe; e Roma e Madrid, il senato e i sinodi ne rimbombarono, solendo l’uomo e le società occuparsi delle frivolezze quando son esclusi dagli interessi gravi e vitali. Da chi stesse il torto è difficile definirlo [15]; e probabilmente un poco d’ambo le parti; giacchò, anche nelle quistioni più giuste, suol mescersi una dose d’amor proprio, che reca a trascendere i confini del retto. Centomila scudi e molti anni di pene e di maneggi ebbe a consumare la parte ecclesiastica, per ottener finalmente un concordato, che, come tutti i trattati di pace, era una tregua, fin quando la guastassero nuovi emergenti [16].

In quell’inclita e amabile memoria siamo costretti dalla verità a notare qualch’altro esempio della prepotenza di un’opinione comune anche sulle menti più nobili. Era persuasione generale che il diavolo patteggiasse coll’uomo, singolarmente con brutte vecchie, le quali acquistavano un potere più che naturale talvolta di far bene, il più spesso di recar danno. Mercè la civiltà, e l’aver osato pensare, noi ridiame delle streghe: ma allora uno ne sentiva parlare dai primi anni come di cosa indubitata; le vedeva maledette da sinodi e papi, processate dall’Inquisizione, condannate, arse: era un prodigio se non si convinceva che ci fossero da vero. San Carlo uom di tanto senno e tanta pietà, dalla Mesolcina gran cose udiva di combricole notturne, di spettri, di malie, d’armenti all’improvviso trabalzati dalle rupi, di fanciulli affascinati, di nembi addensati a ciel sereno: e Gianpietro Stoppano, in un libro delle azioni di quel Santo manoscritto nell’Ambrosiana, attesta aver ne’ processi udito da queste femmine che non rado erano sollecitate dal diavolo in quei conventicoli a calpestar la croce: il che, mentre in cieca frenesia tentavano, ne videro sprizzar sangue. Il cardinale, adunque deputò Francesco Borsato, uno dei meglio periti nel diritto, il quale trovata il male ancor peggio che la fama non dicesse, aperse processi, e prima quattro, poi altrettante, poi tre, indi altre furono bruciate. Lo stesso prevosto di Rovereto Domenico Quattrino fu dal Borromeo dannato al fuoco, perchè undici testimonj l’aveano visto nei congressi col demonio menar un ballo cogli abiti della messa, e, recando in mano il santo crisma. Anzi sarà pregio dell’opera l’udire un tal padre Carlo, che sotto gli 8 dicembre 1583, descriveva al suo superiore il supplizio di alcune sciagurate.

« In un vasto campo (così egli) era costruito un rogo, e ciascuna delle maliarde fu sopra una tavola dal carnefice distesa e legata: poi messa boccone sulla catasta, a’ lati della quale fu appiccato fuoco sì vivo, che in poco d’ora si videro le membra consunte, le ossa incenerite. Dopo che il manigoldo le ebbe avvinte alla tavola, ciascuna riconfessò le sue peccata, ed io le assolsi. Lo Stoppano poi e due altri sacerdoti le confortavano in morte, e le affidavano del divino perdono. Io non basto a spiegare con qual intimo cordoglio e quanto di pronto animo abbiano incontrato il castigo. Avanti condotte al supplizio, confessate e comunicate, protestavano ricever tutto dalla mano di Quel lassù in pena de’ loro traviamenti; e con sicuri indizii di contrizione offrivano il corpo e l’anima al Signor del tutto. Brulicava la pianura di una turba innumerevole, intenerita a lagrime, gridante a gran voce Gesù; e le stesse miserabili poste sul rogo, fra il crepitar delle fiamme si udivano replicare quel santissimo nome, e pegno di salute, aveano al collo il santo rosario. Questo voll’io che la sua riverenza sapesse, perché potesse ringraziar Dio, e lodarlo per i preziosi manipoli da questa messa raccolti » [17].

Anche sotto il pontificato di Federico ne furono mandate al rogo per maliarde [18], e fra altre una Caterina Medici di Brono, di cui tocca il Manzoni al cap. XXXI. Sappiamo poi da’ biografi di lui, com’egli, nelle visite, gran guerra portasse a maghi e streghe; singolarmente ne trovò una folla a Claro presso di Poleggio, così sfacciate, che di pien giorno andavano in tregenda, o come dicevano qui, in barilotto. Il cardinale, al posto del loro ritrovo piantò una croce, e fe l’intimata ai diavoli di non più mai congregarsi colà. Obbedirono, ma se la legarono al dito: e quando esso tornò dopo cinque anni, mentre tenea cammino tra Prato e Faido, gli suscitarono incontro fiera tempesta, col cielo quanto esser può tenebrato, ed urli di lupi, che fu gran mercè: il camparne. Il dì appresso gli rinnovarono la scena secondo erasi concertato in un loro sabbato, portandogli via sino i piatti d’in sulla mensa, finchè, benedetta l’aria, tutto aquetò [19].

Manzoni ha messo in atto il modo onde Federico facea le visite: e conserviamo Exordia plebanarum visitationum, che sono i discorsi ch’egli soleva tenere nell’entrar alle visite. Altri ne teneva ne’ sinodi provinciali, che più volte ripetè. Lieto di trovarsi allora in mezzo al suo clero, a quel clero di cui vedeva certo i disordini, ma non piacevasi di esagerar le colpe in faccia al mondo, sempre raccomandava di studiar i buoni esempj e particolarmente quelli de’ primi fedeli e di San Carlo; esaltava la dignità del sacerdozio, e perciò trovava necessario che si sbandisse l’ignoranza e si coltivassero i buoni studj, massimamente dei canonici e cappellani, come meno occupati; senza scendere a particolarità da modista, volea che il vestire ne fosse decente, scevro da spilorceria e da sudiciume; unissero la mansuetudine colla rigidezza: fuggissero l’avarizia e la negligenza: non bazzicassero troppo i laici [20], e massime que’ nobili che prepotenteggiano sulle plebi; insisteva sulla necessità del coraggio, diverso dal militare eppur più magnanimo; non abboracciassero la messa; non lasciasser ne’ luoghi santi l’immondezza che non si tollererebbe nelle case; non speculassero sui cadaveri e sulle sepolture [21]; ragionassero frequente al loro popolo, alla gente rozza e indôtta, non col

« troppo disputare movendo dubbj e quistioni, e formando sottili argomenti intorno a’ più alti misteri della nostra fede, ma piuttosto con buon ordine e con chiarezza e con piacevoli maniere sì familiarmente, che tutti coloro che ascoltano intender possano.... E con la nostra natia lingua, purchè ella un poco si addolcisca, potremo meritare il nome di eloquenti, eziandio senza far troppo sottile diligenza nella scelta delle parole: e le sacre scritture ricordano essersi ordinato per divino comandamento che nell’altare scritte fossero le parole della legge plane et lucide ». E soggiungeva parole che brameremmo scritte su certi libri odierni, che di nome cattolico camuffano un’improvida riazione: « Nè voglio, o sacerdoti, che voi crediate permesso di adoperare le riprensioni oltre ad ogni convenevolezza ed indiscretamente inasprendo gli animi, senza che ne segua alcuna utilità: poichè hassi a biasimare la vita altrui cautamente, e convien ragionare come ragionano i più savj. Voi meritereste gravissimo punimento se dalla vostra bocca in riprendendo uscissero parole che contenessero ingiuria, ovvero alcun altro detrimento dell’altrui fama; ed abbiate per certo che per via delle offese e delle minacce e diventando odioso a chi ascolta, non può altri persuader ciò ch’egli vuole [22]» .

Ma quando volea colorare un modello di virtù sacerdotali noi ricercava tra coloro che anfanano nelle curie e brigano alle anticamere potenti, aspirando ai pingui o agli inoperosi benefizj, e assordando le orecchie del prelato con petizioni per sè, calunnie per altri; bensì fra qualche parroco di montagna.

Io vidi, e non da gran tempo, un sacerdote curatore d’anime. Egli abitava in diserti e solitarj luoghi: e quivi, ricco ed abbondevole solamente di fatiche e di meriti, con la sua greggia si viveva in santa e povera vita. Il luogo dove dimoravan le sue pecorelle, riposto era fra altissimi monti; ed in questa disagiata ed alpestra parte erano fra sè così disgiunte, che per pascerle e custodirle, gli conveniva camminare una lunga e pericolosa via. Ora saliva sopra le cime delle montagne, ed ora si calava, nelle più basse e profonde valli; e nel maggior rigore del freddo passava a piedi scalzi un fiume, che divideva, con non piccol suo disagio, la carissima sua greggia. Quante volte intervenne, che ne’ grandi bisogni, e singolarmente nelle oscure notti e ne’ più rigidi geli, ingrossando le acque crescendo disordinatamente il fiume, fu a lui di me stiere, dopo lungo giro, trapassare un molto stretto e lubrico ponte pur troppo spaventevole eziandio nella più cara luce del giorno? Tu avresti veduta in tali casi quel degno sacerdote, ornato di quella bianchissima vesta che non poteva ne pur dalla notte esser oscurata, andar salmeggiando per via veduto avresti parimente pendere dal collo di lui, quasi gemma preziosa, il sacrosanto unguento. E credo fermamente, che gli angelici spiriti ne’ pericolosi passi gli porgessero ajuto, e massimamente il suo guardiano, ed eziandio il guardiano di quel malato, per servizio del quale egli allora faceva quel viaggio. Giunto poi ch’egli era a quella casuccia, dove dirizzati aveva i passi, qual testa,  qual giubilo recava a tutti il vederlo? L’infermo ne rendeva affettuose cose grazie a Dio; gli abitatori del povero albergo con carità lo accoglievano; e tutte le vicine genti ammiravano il suo buon esempio, ne ricevevano grandissimo conforto. Povero te, misero te, che essendo dimandato dall’infermo, indugi, e procrastini, e meni quanto puoi in lungo l’andarvi [23]».

A produrre quel grand’effetto che gli storici ricordante delle sue prediche, convien però dire che principalmente contribuisse l’opinione di sua santità ; chè del resto non possiamo tenerle per capolavori: come non ci pajono un miracolo le opere sue, le quali sono tante che appena par credibile come le scrivesse un uomo sì occupato in affari. Oggi più nessuno le legge perchè la materia è morta, non la ravviva lo stile: eppure egli diceva di aver posto allo stile la principal cura, cercato più d’ogni altro merito la semplicità sfuggita ogni voce che non fosse buon italiano, e tutte ciò che avesse dell’oscuro, dell’inusitato, del peregrino [24]. Tant’è più facile proporsi un fine che il raggiungerlo.

Il cardinale Bentivoglio, che pur loda assai il nostro Federico, ne accerta come gli scritti di lui « non hanno avuto nè gran corso, nè grand’ applauso, essendosi dubitato che nei latini non siano mischiate le fatiche degli altri quasi più che le sue, e giudicandosi i toscani pieni appunto di toscanismi affettati, con eccesso di parole antiche e recondite, e con povertà di concetti fiammeggianti e vivaci. [25]

Ma agli studj immensamente esso giovò coll’erigere la biblioteca Ambrosiana, spendendovi più, che mai alcun principe non avesse fatto. Costruttala sul disegno di Fabio Mangoni che è vera meraviglia degli intelligenti per le tante difficoltà superate, ad uso pubblico vi collocò la ricca libreria di Gianvincenzo Pinello: poi spedì gente apposta per l’Europa, la Tessaglia, la Soria, altre parti d’Oriente, raccogliendo quantità di libri e codici greci, latini, arabi, ebraici, etiopi, copti, armeni, turchi, indiani, persiani: vi unì stamperie di diverse lingue ed un collegio di dottori, incaricati d’attendere a diverse parti della letteratura, e pubblicarne qualche scritto [26]. E tra quelli esibìun posto a Bonaventura Cavalieri, amico del Galilei e scolaro del Torricelli, autore della Geometria degli indivisibili, colla quale apriva un nuovo campo alle matematiche. Gli esibiva un posto, che, sebbene estraneo agli studj suoi. pure mostra come il cardinale conoscesse i meriti dell’uomo grandissimo, che in patria fu ignorato da’suoi contemporanei, nè abbastanza dai posteri venerato.

A questa biblioteca aggiunse una raccolta di quadri, di gessi, di stampe, di medaglie, veramente prodigiosa per l’età, e che oggi ancora attrae i conoscenti, quantunque negli ultimi anni molte cose sieno andate preda delle armi francesi, o piuttosto dell’ingordigia de’ commissarj.

Egli poi circondavasi di quanti sapeano, affabile con essi come chi non ha paura che l’ ingegno altrui gli sia di mortificazione. [27]

Quella giovinezza di cuore, quella vivacità d’immaginazione, quell’entusiasmo che si vuole a compiere il bene, in chi meglio spiccarono che in Federico? Il quale nelle urgenti carestie del 1627 e 28, ogni aver suo largheggiò ai bisognosi, e per lungo tempo faceva dare ogni mattina a duemila poveri una scodella molto grande di riso[28]. All’avvicinarsi poi della peste, quando già col pensiero consumava l’impresa della carità, diceva nella pastorale al suo clero: « ‒ Assumete viscere di carità; osservate il gregge, osservate ridotti all’ultima necessità que’ figli, che vi partorì e vi assegnò la madre Chiesa, e siate pronti come io sono a far getto di questa vita mortale anzichè abbandonare questa famiglia e prole nostra. Abbracciate come vita e contento la peste, perchè possiate guadagnar un’anima sola a Cristo. Splendano come lucerne la modestia, la sobrietà, la castità nostra e l’altre virtù: così lo sdegno celeste si placherà. ‒» E congregate in san Dalmazio le scuole della dottrina cristiana, predicò quella pietà ond’era infiammato: e « ‒ Se il signor Iddio ‒ diceva ‒ per nostro castigo avesse determinato mandar sopra di noi questo gran flagello, non dubitate, fate animo che nè da me, nè da’ miei preti sarete mai abbandonati ».

E per vero i parroci non mancarono al loro dovere, ben 62 ne morirono in città e 33 coadjutori: nella diocesi quasi infiniti.

Ogni mezzo che in suo potere fosse adoperò Federico, e mettendo mano a risparmj destinati ad altre lireralità divenute ora di un’importanza troppo secondaria, avea cercato ogni via di far danaro (c. 28). Avea pensato di porre alla Madonna dell’Albero in Duomo un pallio d’oro massiccio tempestato di gemme: ma venuta quell’angustia, spese il capitale in carità, « Lodata sia ‒ diceva ‒ la reina del cielo che dandomi occasione di porgere ai poveri nelle loro strane necessità soccorso ed ajuto, m’ha fatto fare il pallio a suo modo. Come poi di quella promessa sua si sdebitasse, se sostituisse la preghiera alle opere, come chi colla devozione crede scusare la negligenza; quanto fosso volenterosa, tenace, ardente, versatile la sua carità, voi lo sapete, voi che nelle pagine del Manzoni l’avete visto, fra quell’universale attonitaggine, guida, soccorso, esempio, vittima volontaria; vivere nella speranza di raddolcire le pene altrui, inebbriarsi alla gioja di quel cristiano trionfo, che si ottiene immolando sò stesso pe’ suoi fratelli.

E traversò sino alla fine quel miserabile disastro poi di 67 anni, ai 22 settembre del 1631, Dio lo chiamò al riposo prima della stanchezza. Volle morire col crocifisso in una mano, la penna nell’ altra. Dorme il suo corpo in Duomo, innanzi all’altare dell’Albero.

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Per chi volesse conoscere i titoli delle opere del cardinale Federico, eccoli: ho distinte coll’ asterisco quelle che più si hanno in pregio.

Opere latine stampate.

Lettere sulla giurisdizione ecclesiastica, a Filippo IV.

* Dell’assoluta istituzione del Collegio Ambrosiano nelle lettere.

Esordj delle visite plebane, trattato ai campagnuoli; trattato al clero plebano.

Delle donne estatiche ed illuse.

Pallade adorna, o sia del culto delle arti buone.

Della prudenza nel creare il vescovo.

Salomone, o l’opera reale.

Dell’ estasi naturale.

Della vita perfetta.

Dell’ acquistar l’ abito dell’ orazione.

Della continua orazione.

Del vario genere di rivelazioni ed illusioni.

Vita di Caterina da Siena monaca conversa (anche in italiano).

Epistole domestiche: lettere patenti.

Be’ Costumi di Cristo e della B. V.: della dignità della narrazione evangelica. (MS. anche in italiano), De’ varj costumi d’ amore.

Ad una mente arida, lettera.

Trattati due alle sacre vergini.

Dei tre vizj (Avarizia, Superbia, Concupiscenza).

Note ai dodici profeti minori.

Dell’ azione della Contemplazione.

Della vera ed occulta santità.

Osservazioni sull’Apocalissi.

Del presbiterato.

Del fuggir l’ostentazione.

La villa Gregoriana, o del disprezzo delle dilicature (anche in italiano).

Della stima non volgare, o di Pio IV.

* Della scelta degli ingegni.

De’ consiglieri.

Filagia, o l’ amor della virtù. (Moltissimi esempj di virtù e la vita della Battista Varana).

Paralleli cosmografici, o della sede e delle apparizioni dei demoni. (Su tal materia ha molti scritti).

Della Provvidenza di Dio, e della sua permissione cogli spiriti maligni.

Delle cognizioni che hanno gli angeli e i demonii.

Della pittura sacra. (Vuol che al pari dell’architettura delle lettere contribuisca a far buoni i costumi)

Museo della Biblioteca Ambrosiana.

Delle cose da trovarsi.

Dell’ordine delle cose.

Di alcuni passi della Sacra Scrittura usati sovente.

La grazia dei principi (anche in italiano).

Dell’ esercizio e delta fatica dello scrivere.

Dell’imparare le scienze.

Delle scelte prove delle cose divine.

De’ propri studj, commentarj.

De’ primi nomi delle cose.

De’ numeri pitagorici.

De’ trovati cabalistici.

Dichiarazione de’ cantici, secondo il senso letterale.

Sermoni sacri.

Cipria sacra, o dell’onestà e decoro del costume ecclesiastico.

Delle lodi divine.

Degli atti della prudenza.

Delle lingue, dei nomi e del numero degli Angeli

De’ sacri libri teoretici.

Di alcune insane tentazioni.

De’ miracoli dei Gentili.

Della vita contemplativa, o della salute ascetica.

De’ sacri oratori de’ nostri tempi. (Meriterebbe esser ristampato, così son buone e ancora opportune le regole che adduce. Loda il Savonarola come quello che resuscitò l’eloquenza in Italia. Parla con affetto di San Carlo, con venerazione del padre Panigarola, oratore vantatissimo allora in tutta Italia e fuori.

Della giocondità di una mente cristiana (anche in italiano). Raccoglie le varie cose che possono allettare lo spirito).

* Meditazioni letterarie. (È una specie di rivista di ciascuna delle sue opere fatte e da fare: son postume. Girolamo Alfieri vi aggiunse l’indice di tutte le opere.)

Discorsi sinodali.

Orazione consolatoria ed esortatoria ai vescovi.

Constituzioni del Collegio e della Biblioteca Ambrosiana.

Litanie della Chiesa monzese.

Del vescovo predicante. (Il tema stesso fu trattato con assai più di ampiezza e di erudizione datl’oblato Francesco Bernardino Ferrari milanese, uno de’ primi dottori dell’Ambrosiana nel De ritu sacrarum ecclesiae, catholicae concionum, più volte stampato, e dove si mostra versatissimo nella patristica e nella liturgia. Il Dupin nella Bibliothèque des auteurs ecclésiastiques Tom. XVII pag. 102, dice che il cardinale Federico per gelosia fe di tutto onde sopprimere quest’opera. Sul che noteremo, che il cardinale non stampò mai la sua, comparsa soltanto postuma: e che niente sarebbe stato più facile che vietarne la stampa a un suo dipendente, mentre invece l’opera del Ferrari si stampò nel 1618 e nel 1620.)

Opere Italiane stampate.

Regole d’alcuni capi necessari pelle sacre cerimonie e il canto fermo.

L’ idiota, ovvero della facilità dell’orare.

Delle laudi divine,

Ragionamenti spirituali fatti alle monache di Santa Marta, vol. 2.

Altri scritti in occasione della peste.

Opere latine manuscritte.

Varie cose risguardanti il reggimento della Chiesa milanese.

Eloquenza estemporanea, coi discorsi recitati in varj luoghi e tempi.

Degl’impedimenti della vera penitenza.

Confronto del salterio ambrosiano col romano.

In che differisca la vulgata dalla parafrasi caldaica de’ salmi.

Argomento de’ salmi.

Note ai sermoni sacri.

Parallelo della vita di Gesù con quella d’Adamo.

Del culto de’ pii esercizj in casa.

Lezioni sopra Giona.

Apparato a diversi discorsi.

Manuale di erudizioni.

Note ai salmi.

De’ pellegrinaggi sacri e solitarj (anche in italiano.)

Lezioni sulle vite de’ santi.

Della peste di Milano nel 1630, libro di tutto suo pugno nell’Ambrosiana.

Atti per finir le controversie tra il Foro ecclesiastico e secolare.

Relazione latina delle stesse controversie.

Altra relazione.

Varj editti sulla materia stessa.

Opere italiane manuscritte.

Trattato sopra le versioni della sacra scrittura.

Trattato sopra il gesto, la voce, il luogo e le vestimenta del corpo umano in ordine al culto divino.

Trattato sopra la pratica della virtù.

Trattato della filosofia cristiana.

Trattato sopra la simmetria, proporzione e connessione che hanno fra sè le parti dell’universo.

Trattato dell’ orazione.

Trattato ai Conservatori del Collegio Ambrosiano sopra l’amor divino.

Commentarj sopra i Cantici di Salomone.

Commentarj sopra i salmi e Giob.

Ragionamenti fatti ai vescovi, parrochi, oblati.

Ragionamenti alle monache.

Raccolta di esempj e sentenze morali.

Raccolta di varie osservazioni.

Lettera sopra un’immagine di Orfeo trovata in Roma.

Materie da meditarsi negli esercizj spirituali.

Meditazioni e riflessioni morali, cavate dalla vita dei santi.

Modo di agevolare la vita religiosa.

Quattro libri di addizioni a diversi trattati.

Viaggio spirituale.

Della vita di alcuni santi.

Di cose mirabili udite o vedute.

Esercizj spirituali.

Sfera, o sia globo mirabile.

Lettere alle monache della Maddalena al Cerchio.

Regole per gli oratorj secreti.

Regole per la congregazione de’ cherici nella casa degli oblati.

Efemeridi letterarie.

La luce mattutina, cioè racconto di ciò che udì un persiano da un venerabile vecchio sopra le cose celesti e divine.

Conservasi inoltre un’ infinità di lettere mandategli dai primi uomini del suo tempo.

Tanto per dare un saggio dello scrivere del cardinale, oltre quel che adducemmo, scegliamo questo passo dai Tre Libri delle Laudi divine.

Note

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[1] Filippo Borromeo di Lazaro coll’ajuto de’ Milanesi cacciò da San Miniato sua patria i Fiorentini; ma poi da un capitano tradito a questi, fu ucciso il 1380. Da Talda sorella di Beatrice Tenda aveva avuto quattro maschi, Andrea dottorato in Padova e cavaliere aurato; Bonromeo tesoriere di Padova al tempo de’ Carraresi, i quali temendolo e invidiandolo gli cercarono cagione addosso, e in fatto lo arrestarono, e non potè uscire che pagando 22,000 scudi d’oro: ond’egli per vendicarsene istigò i Visconti e i Veneziani finchè abbatterono il Carrarese. Bonromeo coi fratelli Alessandro e Giovanni si piantò a Milano, e v’ebbe la cittadinanza il 1394 e tenne casa a S. Maria Dodone. Bonromeo nel 1400 stette mallevadore per 12,000 scudi del marchese di Monferrato, in un accordo di questo coi Visconti. Giovanni fu consigliere e capitano di Giovanni Galeazzo; da Giovanni Maria nel 1403 ebbe in feudo Castell’Arquato e tutta la Val di Taro col titolo di conte; e fu principale autore del matrimonio di Filippo Maria con Beatrice Tenda. Esso Filippo diè pure la cittadinanza milanese a Vitaliano Vitelliani, nipote per sorella di Giovanni, e diritto di conseguirne l’eredità e il cognome; lo fe tesoriere generale e consigliere nel 1459; nel 42 l’investì della rôcca d’Arona, come conte di Canobbio e sua valle; nel 46 di Ugogna e Marguzzo: ed è stipite de’ Borromei di Milano. Galeazzo, Antonio, Giovanni figli del Giovanni suddetto, si mutarono a Venezia, dove sono ricordati nella chiesa di S. Elena, da essi eretta ed arricchita. Vedi Coronelli, Biblioteca Universale Tom. II, pag. 790.

[2] Di quest’illustre milanese, dimenticato in patria, il cardinale Federico non sa finire di far elogi nel suo trattato degli illustri oratori del suo tempo, e lo propone come il modello del predicatore.

[3] Ivi primeggiò anche il cardinale Giovanni Morone milanese, figlio del famoso Girolamo, e che poi fu anche in predicato di papa. Essendosi ordinato un catechismo, questo fu, sotto la direzione di san Carlo, compitato da Muzio Calino bresciano, Pietro Galesio milanese, Giulio Poggiano di Suna; e riuscì mirabile per chiarezza e precisa concisione.

[4] Dal nostro metropolito dipendevano allora i vescovi di Acqui, Alba, Alessandria, Asti, Bergamo, Brescia, Casale, Cremona, Lodi, Novara, Piacenza, Savona, Tortona, Ventimiglia, Vercelli, Vigevano: Como stava col patriarcato d’Aquileia.

[5] Ragionamento sinodale xxi di Federico Borromeo.

Dal momento della santificazione si introdusse che in duomo il panegirico di san Carlo sia recitato ogni anno da alcuno de’ migliori oratori, e specialmente da’ professori del seminario. Si stamparono sempre, e la serie si trova nella preziosa raccolta di cose patrie che fu già del Bollati, poi del Cherubini, poi del Mancini , il quale ne fe dono alla Biblioteca Ambrosiana. Per strano accidente vi manca appunto quello del 1628; sicchè Manzoni non potè metter in mano di don Abbondio se non quello dell’anno precedente, ove san Carlo è paragonato a Carneade e Archimede.

[6] Ruga (e chi nol sa?) vuol dire contrada: onde quel nome mostra come questa fosse una delle più belle di Milano. Ora paragonatela colle due a cui mette capo. Oltre le stampate, nell’Ambrosiana conservasi una Vita di Federico Borromeo, compilata da Biagio Guenzati, oblato; brutta copia di Rivola e Ripamonti.

[7] Ripamonti.

[8] Costumavano allora i filioli di poca età e giudizio andare, massime ne’giorni di festa, per la città in quadriglia con segnale di bandera e legni facendosi capi d’una fazione o d’un’altra (Grida del 11 maggio 1623) e far a sassi e badalucare: il che fu proibito spesse volte.

[9] Vedi, oltre gli storici, gli Apparati fatti per ricevere il nuovo arcivescovo Federigo, di Gian Francesco Besozzi.

[10] San Barnaba, dice il Torri, su quell’onda tragittava al porto della salvezza quelle anime che sdrucciavano nella Cariddi della falsità dei numi. La chiesa di san Barnaba al Fonte fu cinta di un nuovo edilizio dal cardinale Federico, che nel posarne la prima pietra il 1625 predicò da quel pulpito che c’è ancora attiguo a sant’Eustorgio.

[11] Quell’osteria conserò l’antico stemma della porta Ticinese, che era uno scanno rosso in campo bianco; le altri porte aveano, l’Orientale un Leon nero, la Romana il gonfalone rosso, la Vercellina il rosso e bianco, la Nuova gli scacchi di bianco e nero, di rosso e bianco la Comasina. Si vedono ancora queste insegne sullo stendardo di sant’Ambrogio.

[12] Le Croci erano state erette nella peste di san Carlo. Erano 19, ed a ciascuno era addetta una confraternita, che ogni venerdì sulla bass’ora andava da quella in processione fin al Duomo cantando.

[13] Le botteghe di legno ne furono poi tolte per ordine del governatore Cabrera: ma n fatto la piazza non fu sgombrata del tutto che il maggio 1852.

[14] Fra l’altre, un’orazione in ebraico fu recitata dal padre Gavanti di Monza, celcberrimo liturgico, il cui Thesaurus sacrorurn rituum fu moltissime volte ristampato e commentato 1570-1630.

[15] Trecentotredici articoli inchiude una consultazione del celebre Menocchio, allora pubblicata in proposito, e tutta sostegno dell’autorità laicale.

[16] Concordia jurisdictionis inter forum ecclesiasticum et forum seculare Mediolani, una cum approbatione r. catholicae majestatis et confirmatione SM. D. N. Pauli papae V, ac edictis utriuscque fori. Mediolani 1618.

[17] Il Ripamonti hist. urbis Dec. IV, t. V, pag. 500 dice che 150 streghe in quel tempo abjurarono. I delitti onde venivano accusate possono vedersi nella sentenza di Caterina Medici riportata dal Verri nella Storia di Milano: e in quella di Santina Lardini stampata da me nella Storia della Diocesi di Como. E molte altre io n’ ho raccolte in certa farragine di cose sulle Eresie, la Magia, e l’Inquisizione in Italia. Su questo argomento può anche vedersi la Rivista Europea, ultimo fascicolo 1847.

[18] Essendo informato l’illustrissimo Fernandez de Velasco che, con l’occasione delle diligenze che si vanno facendo per castigare a estirpare le streghe malefiche, non mancano persone malintenzionate, che per vendetta od altro ardiscono mandar voci contro persone onorate, ecc. Grida 16 luglio 1614.

[19] Vedi Rivola III, 17. Alcun che di simile avvenne a me viaggiando nel settembre 1829 per quei luoghi, con udire ululi di vere bestie; sì stranamente vi possono le bufere.

[20] « E tu vorresti pure addimesticarti co’ laici e non ti pare di esser contento se con essi non ti affratelli, e vivi del continuo mischiato infra loro e fuori de’ confini della tua casa, e ne’ più frequentati luoghi. E non t’avvedi, o misero, che i secolari sanno incontanente far ricolta d’ogni parola che tu dici e d’ogni tuo atto, e ne prendono scandalo, e se ne fanno beffe. Immagina ora di veder un canonico uscire dal coro, e tosto che si è raccolto nella propria casa, prendere il mantello, ed inviarsi verso la piazza che sta dinanzi alla chiesa. Quivi giunto, egli trova alcuni de’ suoi compagni artigiani, o d’altro affare, ed allegratosi in prima con loro, prende a cianciare e motteggiare alquanto. Infra poco poi si conduce passo passo insino ad alcuna bottega, ed ivi si pone a sedere agiatamente, come se volesse esser sindaco, o giudice delle spezierie, ovvero de’ panni di lana che ivi si spacciano, o piuttosto come se gli convenisse esser testimonio di quanti ne passano per la via. E mentre quivi egli si dimora, raccontarsi nella bottega, come è usanza, diverse cose, ed egli altresì ne ha alle mani alcune piacevoli e da ridere; ed allora tutti stanno attentissimi, e lo sentono troppo volentieri ed appresso lo commendano assai, ed a lui pare di esser un gran predicatore, e ne riceve di buona voglia gli applausi. Riscaldandosi appresso ogn’ora più in somiglianti novelle, prende a raccontare per vanagloria alcune sue gagliardie, e non cessa di vantarsi che andò una volta con certi suoi compagni, e che insieme con esso lui dissero e fecero, e che sanno ben essi ciò che avvenne in quel tempo, e che per testimonj ne potrebbono esser ancora il tale, ed il tale. Tosto poi che queste ciancie e queste sciocchezze hanno fine, e presa ch’egli la licenza dalla brigata, e partito che è, immagina di sentire, che tutti comincino a fare la maggior festa, e le maggior risa del mondo, ed a schernirlo, chiamandolo stolto e vecchio impazzato, e buffone, e giocolare. Iddio temperi i segnali e le dimostrazioni della sua grande ira, che giustamente ha contro di voi, o ecclesiastiche persone, quando, veggente il popolo, senza necessità e per solo diletto, ed affine di avvilire e macchiare le vostre consecrate vestimenta, od il vostro nome, vi dimorate nelle pubbliche piazze e nelle botteghe. Voi non comperate allora drappi di seta o d’oro, come fanno le più delle genti quando tali luoghi frequentano, ed ivi si fermano a grande agio, or l’ una ed or l’altra bottega ricercando: ma vendete l’onore di Dio e delle chiese ed insieme comperate infamia e vituperio e carichi ".

[21] Piccolo non è stato il rossore, che di subito ho sentito venire sopra di me in quell’ora che mi son posto a pensare, che mi conveniva pur tenere con voi lungo ragionamento di sì fatta materia cotanto laida ed abbominevole; e quasi per tal modo meco stesso ragionava: Io arcivescovo sarò pur costretto a cercar modo di persuadere ad alcuni miei sacerdoti che diligentemente si guardino dalle brutte avarizie intorno a’ morti? Io arcivescovo d’una nobilissima, ed antichissima metropolitana chiesa dovrò in ciò adoperarmi? Migliori dovrebbero esser i miei studj, e più degne le opere: e più fini lavori io ricerco e bramo da voi, o ascoltanti, che marchiati siete di questo vizio. Delle esquisite ammende de’ costumi, del formare una regolata e perfetta vita, del darsi tutto a far acquisto d’una singolare dottrina può altri trattare, ed a così nobili e così generose proposte ogni nostro pensiero doveva esser rivolto. Tuttavia oggi m’è convenuto con molte parole dimostrare, che insino i Barbari osservano questa legge di non ingiuriar i cadaveri; e che i profani filosofi, non che il vangelo, ciò vi persuadono; e che la cura de’ morti è stata a voi commessa, acciocché siate lontani da ogni corruzione d’illecito guadagno. Parimente mi è stato di mestieri rigettar i contrarj argomenti, provando che il piccol prezzo non diminuisce la colpa. Ed ultimamente sono stato costretto a paragonar questi ingordi sacerdoti con le fiere. Ed a chi parlo io? A questa grande adunanza di sagrate persone, le quali dalle ricchezze e dalle nobiltà, e dalle scienze, e dagli officj varj vengono meritamente ornate e distinte. A quell’adunanza io parlo che per tanti anni fu sotto al reggimento di quell’uomo di Dio, e di quel beato " — Ragionamento sinodale XIV.

[22] Ragionamento XXXVII.

[23] Ragionamento X.

[24] In scribendo, praecipua circa elocutionenn cura fuit, magisque sum in tota ratione dicendi versatus, quam in copia rerum et adparatu stylus ipse concionum...: ut nitidus, legitimusque esset operam dedi. Neque tamen vocem admisi ullam, quae a communi patrii nostri sermonis consuetudine ankle abhorreret; fugique quantum potui obscura omnia, peregriva. inusitata, nisi ubi tale quiddam admiscere necessitas cogebat. Meditatio litteraria.

[25] Mem. lib I, cap. 6.

[26] Cento scrittori parlano di quella Biblioteca. Il Borsieri (supplem. al Moriggia, c. 9) riflette che « non è piena nel mezzo di banchi co’ libri sciolti o legati a catene di ferro secondo il costume delle librerie, che sono comuni nei monasteri; ma è circondata di scancie altissime, nelle quali i libri sono ordinati a proportione ». La biblioteca Bodlejana di Oxford fondata il 1602 ebbe questo vantaggio nuovo d’esser aperta al pubblico; poi quella degli Agostiniani in Roma nel 1620: la Mazzarina di Parigi nel 1618; quella di S. Vittore a Parigi, per patto di Dubouchet che le lasciò i suoi libri nel 1652. Fra i primi dottori dell’Ambrosiana, oltre l’anzidetto Ferrari, fu lodato assai Giuseppe Visconti, che lasciò opere sui riti del battesimo, della cresima e della messa.

[27] Ericio Puteano scriveva a Marco Volsero: Aronae cum ill. cardinali Borromeo sum: uno verbo, deliciis scptus otii literati. Divertit mim non minus libenter magnus hic maecenas ad Musarum amaenitates, quam ipse Puteanus, idest libentissime. De libris ingeniisque sommo continuus, sive lacum navigamus, sive per colles spatiamur, sive sub tecto considemus; et ubique tuum quoque miscetur magnum et memorabile nomen. Etiam venationes addo, sed illas plinianas. Magno enim studio non feras sed literas fugitivas indagare coepimus per vicina alpium oppida; marmora lapidesque excutere, quos indocta barbaries impie dispersit. Nec incasssus tamen hic conatus. Inscriptiunculas etenim plures e latebris oblivionis eruimus, quas cum libello Amerinarum antiquitatum ill. cardinalis, cum primum Mediolanum reversus fuerit, transmittet. Magna et aeterna ab hoc antistite res literaria speret, imo espectet: brevi autem coemeteria antiqua aeri inscalpenda, notisque illustranda. Epist. Bellaria, p. 49.

[28] Tadini 10.

Indice Biblioteca Parte II - Della Provvidenza divina

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011