LA  LOMBARDIA NEL  SECOLO  XVII

RAGIONAMENTI

DI

CESARE CANTÙ

 

 

 

 

MILANO, 1854

A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP.

Contrada del Zenzuino N. 529

 

La presente opera è posta sotto la salvaguardia delle leggi

essendosi adempiuto quanto esse prescrivono

Tipografia Lombardi

Edizione di riferimento:

Cesare Cantù, La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti, editori Volpati e C., Milano 1854 A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP. Contrada del Zenzuino N. 529, Tipografia Lombardi.

[Parte Prima]

STORIA E CONDIZIONE GENERALE

DELLA LOMBARDIA.

Dopo la barbarie rinnovata del medio evo, quando i settentrionali fecero pagar caro all’Italia la colpa d’aver conquistato ed incivilito il mondo, la Lombardia fu delle prime a sorgere, e stabilendo governi municipali, ridestare l’incivilimento. Le si opposero gl’imperadori franconi e svevi, ma con maschio valore respinti, dovettero nella pace di Costanza riconoscerla per indipendente. Ma i Lombardi, non che saldare il franco stato colla magnanima concordia, ruppero furibondi al parteggiare, nemici un dell’altro fin quelli che nascevano nello stesso recinto di mura: la politica li divideva, li divideva la religione: si ammazzavano per una parola, per un capriccio, per una secchia. per un cagnuolo. Dalla discordia nacque debolezza: nè reggendosi più la libertà fra la libidine delle contese, le repubbliche degenerarono nel governo peggiore, il militare: e Milano fu tiranneggiato dai Torriani, dai Visconti, dagli Sforza; malvagi i più, che faceano più tristo il servaggio colle lascivie, le crudeltà, l’avarizia: ma che pure anche per ambizione, per interesse, per emulazione, miravano a rendere fiorente il paese.

Se non che questa bella parte d’Europa moveva gola ai potentati stranieri, che esultavano di vederne discordi i popoli, ripromettendosi di poterli più agevolmente soggiogare. E già assai volte avevano contaminato le rive dell’Adda, del Ticino, del Po col loro sangue e col nostro, quando, togliendo cagione dall’estinguersi della famiglia Sforza, scesero a pretendere il milanese Carlo V d’Austria e Francesco I di Francia, con deboli ragioni e forti armi. Tutto sonò di guerra il paese: ma fra le gare dei due emuli restava pure ai Lombardi speranza di rimanere donni di se: fin quando la fortuna delle battaglie e la pace di Cambrav li diede a Carlo V. Alle quattro bellissime parti l’Italia (il Milanese, Napoli, la Sicilia e la Sardegna) aggiungeva egli in suo dominio l’Austria, la Germania, la Spagna, i Paesi Bassi, mezza America per sopra più: sicchè noi, confusi in così vastissimi possedimenti. perdemmo l’esistenza politica, nell’ora appunto che l’acquistavano tutti gli altri paesi d’ Europa.

Hai tu veduto alcuno agitato dalle convulsioni? Finchè dura il parosismo, quanta energia! ma tosto dopo rcade di vigore, rimane grave a sè ed agli altri: tu dici che è in quiete; no: è fallito di lena così, da neppur sentire il suo male. A questo fu ridotta la Lombardia dopo che la speranza ebbe perduto ogni verde. Fra le tempeste della sua libertà, che pur erano un vero male, aveva spiegato un eccesso di potenza, che, se talora la trascinava al suo peggio e fino alla guerra fraterna, le dava però confidenza di sè stessa, coraggio ad imprese stupende; sicché nel suo cammino tempestoso precedeva di lunga mano le nazioni che ora vantansi le più civili e ricche. Fatta ragione ai tempi, Milano nel commercio era quel che sono oggi Londra, Lione, Amsterdam: e se vi pare che io dia nel troppo, questo Duomo e questo Naviglio Grande in loro silenzio grideranno eternamente i vanti del popolo che li pose.

Se, però avete contezza di quel Mida, il quale impetrò dagli Dei che quanto toccava si mutasse in oro talchè, indorandosegli fra le mani anche il pane, dovette basire dalla fame, ragionate che altrettanto succedesse agli Spagnuoli. Colmi del denaro venuto dall’America [1], crescevano di bisogni che crescevano di ricchezza, come gli ebbri hanno più sete quanto sbevazzano più. Erano quindi costretti a cercare sempre nuovi tesori dall’America collo scannare que’ poveri natii cui regalavano la civiltà europea, e dalla nostra Lombardia col disanguare i corpi, e, che più monta, coll’avvilire gli animi, e spegnere ogni sentimento di nazione. La vita dei popoli non patisce già tanto dalle passeggere devastazioni delle guerre, quanto dal venir meno la giustizia e la sicurezza, e da un reggimento sconsigliato e maligno. Sel provò la Lombardia quando, al posto delle antiche leggi, non dirò buone, ma opportune ai tempi ed al paese, entrarono le Nuove Costituzioni, che furono come la pietra infernale del coimmercio, delle arti, del sapere. Nè quel guasto somigliò alla ruina impetuosa di un temente; sibbene alle esalazioni venefiche, le quali rifinano uno alla quieta, senza che tampoco egli se n’avveda.

Uno sguardo a quel reggimento. Re lontani centinaja di miglia, divisi da frapposte nazioni, si affidavano interi a qualche ministro, nè faceano ricordar di sè che collo stampare il loro nome in fronte agli editti, la loro faccia sulle monete. Dalla lontana reggia arrivavano spesso i provvedimenti dopo il fatto. Il governo, con una farragine di editti e gride prolisse, non mirava a sposare l’interesse pubblico col privato, ma a fare che il re dominasse sui sudditi senza contrasto e senza curare di renderli felici nè migliori; spegneva con assurdi ed ambiziosi regolamenti la ricchezza nelle sue fonti; parlava continuo dei bisogni del principe, non mai dei nostri; dove avea fatto letargo, ivi dicea d’avere assodata la pace. Serbava le apparenze della giustizia col gettar fuori leggi a dirotta, poi non curava che fossero eseguite, o perchè debole, o perchè, essendo i timidi innocenti vessati dai ribaldi affratellati, venisse a sciogliersi il nodo del vicendevole amore, terribile ai cattivi reggimenti.

Qui tutto era commesso ad un Governatore, sempre straniero al paese e per lo più spagnuolo e soldato che durava in carica tre anni, quando appena trenta sarebbero bastati ad un ingegno versatissimo nelle leggi e ne’ magistrati per solamente capire quel sistema assurdo e complicato di leggi e di procedura. Cominciava per lo più la sua amministrazione con una grida generale, che alla rinfusa comprendeva provedimenti religiosi, politici, economici, giudiziarj, sanitarj, annonarj, monetarj, e via là. Orgogliosi più de’ titoli e delle apparenze che della giustizia, questi governatori sommetteano la felicità dello Stato alla strana politica loro, ossia all’ambizione di segnalarsi; e tanto erano despoti su questa gente a loro tradita, che essendosi un Milanese richiamato a Madrid della sentenza pronunziata da un di essi, come questi vide il rescritto regio che la cassava, sì lo lacerò stizzoso, e battendo del piè in terra, proruppe: — Il re comanda a Madrid, io a Milano. E correva in proverbio che i ministri del re in Sicilia rosicchiavano, a Napoli mangiavano, a Milano, divoravano. [2]

Rappresentava la nazione un excellentissimo Senato di barbassori lombardi e spagnuoli, lento, pretenzioso non fatto per la nazione, ma arbitro della vita e dell’avere della nazione, che eternava le liti fra il labirinto di complicate processure, che giudicava senza appello tamquam Deus, ed al quale la legge dava « autorità di confermare, cassare le costituzioni del principe, togliere e dare qualunque dispensa anche contro gli statuti e le costituzioni » [3]

L’autorità suprema in fatto di giustizia dava grandissima importanza al presidente del Senato, e un mezzo di fare grossi guadagni, se si osservino le ingenti ricchezze procacciatesi da que’ che tal carica coprirono. Il più famoso fu Bartolomeo Arose, figlio di Giulio, stato anch’ egli presidente; e chi ne legga la vita, o piuttosto il romanzo storico scritto da un ciarlatano d’allora, pari in sfacciataggine a qualunque ciarlatano d’adesso, vedrà come egli sapesse tollerare ne’ ricchi bizzarrie e scappate, che realmente erano furfanterie e delitti da forca.

Nel nostro libro sul Parini abbiamo a p. 99 dato un saggio dell’immense sostanze dell’Aresi, le quali bastarono, dopo un’infinità di fabbriche, di chiese e monasteri fondati, a far grandi le due famiglie Borromeo e Litta. Gregorio Leti, l’accennato autore della sua vita, dice che un costui cameriere radunò un tesoro col farsi dare 10 soldi da tutti quelli che portavano un memoriale per esso presidente.

 

Sotto un tal reggimento, diffidente perchè debole e tristo, tutto era mistero: fin le tariffe, la popolazione, la topografia, il tributo, le rendite del paese, le finanze. Quel che si sapeva troppo era l’enormità delle incomportabili gravezze, imposte con una cupidità e con una insensatezza del pari sterminata [4] 4. Le gravezze (dice un contemporaneo [5]) sono arrivate a stalo tale che non v’ ha nè casa nè cosa che sia libera da qual-che carico: gli nobili non sanno ormai come mantenersi consumandosi gran parte delle rendite nel pagar li carichi. Secondo lo stesso, dal 1610 al 1650 lo Stato pagò più di 260 milioni di scudi d’ oro [6]: tanto « non v è cosa sì, minima e vile appartenente al vitto, vestito ed abitatione che sia libera da gravezze ed imposte.

Che se diffidaste di questo come di un declamatore, ne salderò le asserzioni con atti pubblici dai quali siam chiari che tutto quel denaro veniva assorbito dalla cassa militare. Dalla rimostranza che il marchese Cesare Visconti a nome di Milano presentò a Madrid nell’ottobre del 1627, raccogliamo che le gravezze camerali eccedeano 1,700,000 scudi d’ oro ogni anno: gli alloggiamenti ordinarj dal 1607 al 1623 erano costati oltre 32 milioni di scudi d’oro; e 4 gli straordinarj; 5 milioni se ne spendevano ogni anno in paghe e somministrazioni alle soldatesche: 120,000 scudi d’oro l’anno i guastadori, i bovi, i carri pel militare: affogate le comunità ne’ debiti: angariati in modo i contadini che nudo nudo e miserabile bracciante dee pagare ogni anno sino 20 scudi di taglia: tutta la cavata dei beni non basta a pagare la metà delle gravezze: Milano tenuto di lire 2,103,583 l’anno, mentre non ne incassava che 1,426,700. Ne è conseguenza la fuga di innumerevoli artefici, operaj ed agricoltori, che in altri paesi benignamente vennero accolti e privilegiati: e qui restò deterioramento de dazj, delle gabelle ed entrate reali, per essere più di un terzo delle persone manancate in questi tumulti.

A questi lamenti della metropoli fecero eco le altre ritta: Como dimostrò, che, venduti tutti i fondi a carissimo prezzo, non si ricaverebbero nè pur due milioni di lire, mentre in diciasette anni n’ aveva pagate 4,000,931.

Cremona, avendo dovuto sostentare quasi la metà delle truppe di tutto lo Stato di Milano, oltre i carichi ordinarj fu costretta ad alienar il patrimonio per due milioni e mezzo; ipotecare il provento de’ dazj e delle gabelle; levar prestiti sin al 10 e 15 per cento per un milione di scudi. Il territorio fu venduto parte ai Gonzaga, ai Farnesi, ai Veneziani, parte separato, come eran i cinque comuni fertilissimi di Casalmaggiore, Pizzighettone, Soncino, Castelleone, Fontanella. I decurioni erano tenuti garanti, sicchè chiedeano il salvocondotto dai governatori per non esser carcerati dai creditori del pubblico.

II dazio d’entrata e uscita delle merci nel 1586 vi produsse quasi 8 milioni di lire; nel 1646, lire 2,334,000; nel 1611, 1350 mercanti pagarono di tassa lire 2451, mentre nel 1618 erano ridotti a 41, non in grado di darne 661. Nel 1632 il comune non potè pagar l’interesse de’ debiti, onde lo ridusse al 2 per cento e pagò con cedole.

Il Monte di Pietà fu derubato nel 1682, e dalla nota degli oggetti che v’erano appare che non solo i poveri v’aveano posto ogni lor superfluo; ma anche ricche famiglie v’erano dovute ricorrere: trovandosi 450 anelli e giojelli d’oro con turchine, perle, rubini, diamanti, stimati sin 25 e 36 filippi; fermagli d’oro e d’argento del valore di 200 e 100 scudi; granate, perle di 16 doppie l’oncia, una scatola a diamanti e smalto, valutata 1000 filippi. I ricchi non aveano di che dotar le figlie, non pagavano i legati e le pie istituzioni, atterravano le case per non doverne il carico o le lasciavano vendere a vilissimo prezzo dai creditori, ed essi ritiravansi nelle povere ville.

Gli abitanti che nel 1584 erano già scemati a 46,000, nel 99 trovaronsi 37,000; nel 1650, 13.000; nel 1669 10,000. Quei di Casalmaggiore da 20,000 erano ridotti a 6146. A ragion dunque la suddetta istruzione diceva che Cremona era divenuta una solitudine e un deserto; sbandita è la frequenza del popolo e la vista della nobiltà e la facoltà ai padri di famiglia di educare trattenere i figliuoli negli studj delle lettere, e l’industria dei mercanti e la consueta diligenza all’agricoltura. Il suolo restò inselvatichito e impaludato: 30,000 pertiche di terreno erano innondate dal Po fra Cremona e Casalmaggiore; forse più dal Serio, dall’Adda, dall’Oglio.

Questo quadro potrei offerirvi di tutte l’altre città. Nel 1668 il Senato rappresentava al principe come fosse interrotta la coltura de’ campi: gli abitanti, senza speme di meglio, profughi agli stranieri: la mercatura snervata dalle ingenti gabelle: Pavia, Cremona, Alessandria, Tortona, Novara, Vigevano fatte un tristissimo deserto, vaste e vecchie ruine di edifizj: e il pane, fin il pane mancare ai contadini. Nel 1671 non si trovò migliore spediente contro i debiti sterminati che fallire: la Camera, a cui danno ridondano in fine le miserie de’ sudditi, dovette alienare il patrimonio regio, imitando il Barbaro che recide un albero al piè per raccorne il frutto dalla cima. Cinquanta regalie furono vendute prima del 1642: da questo al 1646 se ne vendettero ben 166: altre 160 prima che il secolo finisse.

E ben si può dire che la legge non avesse che due mani, una per rubare, una per appiccare. Perocchè la giustizia veniva resa con atroce ed ignorante severità, secondo le massime di falsi prammatici. Il capitano e il vicario di giustizia, il podestà, i giudici del gallo e del leone aveano giurisdizione diversa. Fatto il processo, proferivano la sentenza, fino di morte. Allora si rimetteva ogni cosa ai fiscali regj, i quali presentavanla poi col loro voto al Senato, che o la confermava e faceva eseguire, o la mutava e faceva grazia. Ma se non basta che la legge minacciasse ogni tratto quelle pene pazzamente esorbitanti della corda, della tanaglia, della galera, dell’essere trascinato a coda di cavallo, e che le infliggesse all’uno per l’ altro [7] , lasciava all’arbitrio del giudice e fin del carnefice il crescerle e scemarle. La tortura, al cui solo nome voi fremete, era un’idea abituale [8] nelle piazze, sulle fiere, alle sagre vedevi eretto quell’esecrando strumento, e talora il più basso uffiziale facea cruciarvi un disubbidiente, un inquieto. I supplizj atrocissimi (de’ quali, come delle forme giudiziarie, avremo a parlare fin troppo), frequenti cadendo sotto gli occhi del vulgo, ne incallivano l’animo alla pietà che spesso tien luogo di tante altre virtù, e lo faceano meglio proclive al misfatto, succedendo delle pene come dei dazj indiretti: che più s’aumentano, e meno fruttano. Tanto più che all’adempimento delle leggi ponevano inciampo i pregiudizj, le immunità, la debolezza del governo. Il quale, scialaquati minacciosi ed orribili pitaffi, poco o nulla curava di dar loro adempimento: dal che sprezzo alla legge, baldanza in chi non temeva affrontare o ne sapeva cansare la prima chiassata.

Fra la corruttela de’ moderni costumi, che tuttodì sentiamo compiangere dai lodatori del buon tempo passato, un delitto commesso dal più miserabile o dal maggior ricco ha peso eguale, almeno sulla bilancia della legge, la quale nel reo non distingue luogo, nè tempo, nè condizione. Ben altrimenti andava allora, essendovi classi privilegiate, luoghi salvi, persone immuni, tutto a posta per far il contrario di quel che dovrebbe cercare ogni legislazione criminale, cioè lo spavento del malvagio combinato colla sicurezza dell’innocente. Perocchè ne’ paesi mancanti d’istituzioni assicuratrici, l’arte de’ privati e delle comunità sta nel rapire al governo qualche porzione di loro indipendenza mercè la varietà delle leggi e la discordanza dei poteri.

Privilegiati da prima erano i nobili, che alle virtù cittadine, al sentimento di patria, alla superbia nata dai meriti, avevano surrogata un’albagia, che facendoli gloriar solo nella gloria de’ loro antenati, traeva le apparenze al posto della realtà, il fasto a quel della generosità, virtù inutili e gravi, imparate ne’ collegi e ne’ conventi, alle sode e vantaggiose [9]. Nissuna età ebbe in conto maggiore i quarti di nobiltà; e chi derivava da magnanimi lombi era tutto cura di sprolungarsi dalla plebe sin ne’ minimi atti, nel vestire, nell’andare, nel parlare. Pochi potenti viveano noi loro feudi, esercitando piena giurisdizione fino di sangue, ed ivi con servigi di corpo, con estorsioni, con pedaggi, con osceni diritti angariando la misera plebe. Gli altri, che fin dai tempi dei Comuni erano stati obbligati ad ascriversi alla città, viveano in quelle da tirannetti. Poche volte ne scontravi uno pedestre per le vie: nessuno senza servi e bravacci dietro: cocchi lunge assordanti [10], preceduti dai corrieri, numerose cavalcate annunziavano con gran rombazzo il venir di un signore. Talvolta uscivano anche mascherati; sempre liberali d’insulti alla plebe avvilita; e sui corsi, ne’ teatri, alle chiese provocando a rissa quieti, o i pari loro. La spada, che avevano disimparato a trattare per la causa pubblica, era al fianco, presta ogni momento alle venadette private: giacchè un insulto non si poteva tergere che col sangue, in duello se fra pari e pari; se no, pei bastone de’ servi. Nè era quella vendetta l’impeto dell’uomo incivile, che ricevuta una ingiuria, la rende molti doppj nella prima collera: era, per dottrina venuta di Spagna e dagli Arabi, un dovere che non si prescrivea per volger di tempo nè mutare di cose, vile chi non l’adempisse: anzi il parentado, tutto il ceto, in qualche caso l’intero paese tenevasi obbligato di mandarla ad effetto: i regnanti istessi ne davano funestamente gli esempj [11].

Parve dunque risorgere il medio evo colle sue violenze, colla guerra privata, colla vendetta personale col diritto del pugno: se non che mescendovisi gli elementi della nuova coltura, s’istituì una scienza nuova, la scienza del duello e del punto d’onore, la scienza cavalleresca. Ne cominciano gli scrittori al 1500, e Scipione Maffei che, un secolo or fa, industriavasi a distruggerla, ne conta ben cinquanta, la più parte leggisti che vi applicavano le norme della giurisprudenza.

Ne’ costoro libri si discute del trovar Querela, mutarla accrescerla; stabilirla, lasciarla; delle eccezioni dilatorie e perentorie; qual dirsi vincitore quando muojon entrambi; qual moto sia vergognoso; qual pezzo d’arme più disonorevole a perdere; da cinquanta formole di clausole differenti da porre sui cartelli; poi del ricusare, rifiutare, ributtare; se accettar anche gl’ignobili o soltanto gli uguali; e se l’elegger l’armi e assegnar il campo tocchi al provocatore o al provocato; quali le armi cavalleresche.

Poi definizioni sottili dell’onore e sue specie; e se stia nell’onorante o nell’onorato: altrettanto dell’ingiuria, considerata nella qualità, quantità, relazione, azione, passione, sito, tempo, luogo, moto, avere; onde si distinguono le ingiurie voltate, rivoltate, compensate, raddoppiate, propulsate, tornate, ritorte, necessitate, volontarie, volontarie-necessitate e miste.

Vien dietro la dottrina del Carico, cioè dell’obbligo di risentirsi, ributtare, ripulsare, provare, riprovare; ove stabiliscono questo aforismo, che ’il carico alcune volte nasce dall’ingiuria, ma non mai l’ingiuria dal carico; e se l’intendete, potrete anche somministrarmi i numeri del lotto.

Altrettanto sottili sono nel definir l’inimicizia e il risentimento; ove figurano la vendetta, lo scarico, la provocazione, il castigo, la vendetta trasversale, il vantaggio, la soperchieria, l’assassinio, la via indiretta, il mal modo, il tradimento, la perfidia; quando assumere risentimento per altri; se un’ingiuria resti cancellata da un’altra pari; poi una litania di presunzioni novera lo Specchio d’onore, tacendo pure le cento e mille che si poteano aggiungere.

Or pensate quanto devano occuparsi della Mentita, vero cardine di questo studio! La quale è affermativa, negativa, universale, particolare, condizionata, assoluta, privativa, positiva, negante, infinitante, certa, sciocca, singolare; generale per la persona, generale per l’ingiuria, generale per l’una e per l’altra; sulla volontà, sull’affermazione, sulla negazione; valida, invalida, sdegnosa, ingiuriosa, suppositiva, circoscritta, coperta; vana, nulla, scandalosa; vera, data veramente; falsa, data falsamente: seguono le legittime, le impertinenti, le ridicole, le disordinate, le universali di cosa particolare e le particolari di cosa universale. Oh! vi so dir io che i soppracciò aveano un bel che a distinguere le mentite valide dalle invalide, l’attore mentito ingiuriante dal reo mentitore ingiuriato, l’attor provocante dall’attor provocato! Poi discuteano del provare, del richiedere, del mantenere, del verificare, del difendere, del sostenere; e così dell’attore che si finge reo, dell’attore interpretativo, opponente le eccezioni di compensazione, dell’attore che tien luogo di reo provocato per la forma delle sue parole.

Che se giungessero a conciliare gli animi, allora nuova messe rampollava di quistioni sulla soddisfazione sulla pace, universale o particolare, esterna o interna, naturale, civile, pubblica, domestica; e sulle differenze tra Pace, riconciliazione ed empiastro; tra Soldisfazioni e restituzione, pena e castigo, confessione, pentimento e umiliazione; perdono e misericordia, e sulle sei maniere di ridirsi.

Tal era la scienza intorno a cui esercitavano l’ingegno i contemporanei di Galileo, di Torricelli, di Bacone, e per cui vennero immortali Paride del Pozzo, il Muzio justinopolitano, Giovan di Legnano, Lancelotto Corrado, Giulio Ferretti, l’Attendolo, il Possevino, Camillo Baldi, Bellisario Acquaviva, Antonio Bernardi dalla Mirandola, il Birago milanese, il Parisio, Jacobo Castiglio, il Pigna, l’Albergati, il Gessi, L’Ansidei, il Fausto, il Romei, Orlando Pescetti, il Tonnina, e il dialogo di Marco Mantua giureconsulto ove si decidono cento e più quistioni: e i cinquanta casi dell’Olevano, e lo Specchio d’onore, la Pace in prigione, la Mentita in giudizio, le Conclusioni del duello e della pace, evangelistidell’umana reputazione, le di cui parole servono ad empire di tanti dogmi di fede, d’onore i margini delle cavalleresche scritture. Gli autori non solo s’appoggiano sugli oracoli di Aristotele e de’ giureconsulti romani, ma sui detti dei santi Padri, o su quel vangelo dove è scritto « Se alcun vi schiaffeggia sulla sinistra porgetegli anche la gota destra ». Anzi il Possevino compose un oremus, che chi lo reciti prima di venir al combattimento, aquisterà forze grandissime; e nel quale il duellante promette a Dio che, quando mai ammazzi il suo nemico, molto gliene rincrescerà [12]. Crescenti nella Nobiltà d’Italia dice che il milanese Francesco Birago (signore di Metono e Siciano nella Lomellina) era arbitro delle discussioni cavalleresche in Lombardia, e anche dall’altre parti d’Italia si concorreva a lui come ad oracolo, unendo egli alla nobiltà del sangue quella dell’ animo » [13].

Troppo era facile che i nobili, trovando un incentivo a divenir malvagi nel poterlo impunemente, avvezzi a insultare e chiamarsi offesi, schernire e domandali ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciati et irreprensibili, non conoscessero legge che il loro talento. Abbracciati costoro da una masnada di bravi [14] scampaforche, ministri di atroci soddisfazioni e di capricci oltraggiosi, disposti a far tacendo senza paura e senza misericordia quel che essi accennavano e peggio, si fortificavano ne’ loro palazzi di città o ne’ castellotti in campagna, e rompeano a che che li traesse la lor corrotta natura, tutto rendendo lecito la nascita, l’appoggio de’ parenti, l’orgoglio di spuntare un impegno. Quindi nelle gride di quei giorni troviamo nominati quali famosi rei, e sbandeggiati dallo Stato, alcuni delle famiglie più ricche e nobili: come sarebbero de’ Martinenghi di Brescia, dei Benzoni di Crema, il conte Francesco da Vimercato, un Barbiano da Belgiojoso, un Visconti di Bergamo, Giovan Battista Cotica cavaliero, i conti del Parco, Torello, Tiene, il Marchese Gian Francesco Malaspina di Zerbo, il marchese di Spigno, il cavalier Lampugnano, e per tacere i troppi altri, Annibale Portone, uom temerariamente contumace, che ha mostrato non esser altro il suo instituto che di rendersi famoso nelle più precipitose ed inumane risoluzioni, con sì poco timore della divina, e sprezzo dell’humana Giustizia [15].

L’albagia partorì quest’altro male, che pel lustro delle famiglie si volle che un solo ereditasse intero il patrimonio. Felice dunque chi nasceva il primo! [16] egli il signore, egli l’accarezzato, egli l’erede: gli altri dovevano cercare un rifugio ne’ conventi e nella milizia, o darsi ad un nobile far nulla, godendo alla tavola del fratello primogenito il piatto cui avevano diritto, ed ingannando il resto di giorni, lunghissimi perchè disoccupati, col donneare, cioè con quel cicisbeismo, che tolta la vita politica, toglieva anche la domestica che n’è il ristoro; o col fare il devoto, o, se tanto poteano, darsi compagni di soverchieria e libertinaggio a qualche prepotente, per uscir dalla classe degli oppressi, ed entrare in quella degli oppressori.

Ma ho detto felice il primogenito? fallai: eroe,quand’anche potesse dirsi felice un uomo diviso da’ suoi fratelli o alzato sopra loro a modo di non poterseli aver amici, un uomo che doveva studiare a render infelici altri, come avevano fatto i suoi padri per lasciar lui grande e ricco, egli riceveva una immensa eredità, ma tutta legata in fedecommessi, onde non poteva godere che dell’uso. Un errore giovanile, un eccessivo tributo, una straordinaria evenienza, una disgrazia lo portava a spendere di là dell’annuo ritratto? non poteva coll’alienare una porzione rinettare l’altra e pareggiar la diffalta: non gli restava che vendere le scorte, i buoi, gli arnesi rurali; con qual danno dell’agricoltura pensate!

Un’altra classe privilegiata, che frammetteva ostacoli alle leggi erano gli ecclesiastici. Il chiamare al tribunale i preti come qualunque cittadino, sarebbe allora parso caso tale, da menarne rumore anni ed anni. Perocchè, nel tempo della passata ignoranza, trovandosi i preti eglino soli saper qualche cosa, si erano sottratti all’universale violenza collo stabilire un loro fôro particolare, cui poco a poco avevano tirate tutte le cause anche affatto civili, con beneficio certo delle popolazioni, che preferivano esser giudicate da preti, anzichè, da soldati, dalla ragione anzichè dall’arbitrio; con un codice, anziché col fendente delle scimitarre feudali. Quando l’Europa riaperse gli occhi dal barbarico letargo, i principi, intenti a concentrare in se tutte le attribuzioni del governo, videro con disgusto tale aristocrazia ecclesiastica, e sottrassero a quella giurisdizione le cause non religiose. Però da una parte poco bene erano determinati i confini delle due podestà; dall’ altra si lasciò che i beni e le persone degli ecclesiastici restassero immuni dalle taglie e dai pesi, nè se ne potessero trattar le liti che ai tribunali delle curie, formati da vescovi. Il tentare altrimenti era caso di scomunica e dannazione, in virtù della bolla in Coena Domini. Erano queste le costituzioni d’allora, queste le sanzioni; e lasciamo ad altri paragonarlo colle odierne. Essi tribunali usavano giudici, prigioni, avvocati, leggi, criterj lor proprj: e quando sorgesse contrasto fra un ecclesiastico e un laico, non era difficile supporre da qual parte sapessero trovare la giustizia, la verità, l’innocenza.

Nel secolo poi onde trattiamo, tornò più viva che mai la lotta fra il sacerdozio e la toga: non quella guerra secoli prima agitata colla visiera alta e generosamente dai Gregorj e dagli Innocenzi contro gli Enrichi e i Federichi: ma sorda e lenta; rispettosissima un’autorità dell’altra, ma l’una e l’altra tutt’occhi per occupare qualche provincia alla contraria. San Carlo ebbe lunghe quistioni col governatore: una volta il presidente del senato, il gran cancelliere, il governatore Requesens furono da lui scomunicati per aver posto impaccio alla giurisdizione ecclesiastica. E le scomuniche si pubblicavano con paurose solennità. Al sabato tutte le campane della città sonavano a corruccio, come di modo; poi la domenica con pompe di terrore si leggevano nelle chiese tutte i nomi degli scomunicati.

Esso santo crebbe fra’ suoi Oblati una mano di gente zelante delle immunità, i quali anche dopo lui « severi vecchi, ne’ tard’anni serbando alcun che di crudo, di torvo, di inflessibile » [17], animarono il cardinal Federico nelle gare che quasi altrettante ebbe a patire tutta la vita. Ci avrà ben pochi, che vogliano leggere un volume stampato nel 1597 col titolo: Quaderno de varias Ecrituras en las deferencias de jurisditione ecclesiastica y real del Estado de Milan. Nel 1615, 5 giugno, si stabilì una concordia tra il foro ecclesiastico e il secolare di Milano, divisa in quindici capi, ma che valse quanto le paci conchiuse da re ambiziosi.

Come poi vivessero allora gli ecclesiastici neppur ve lo sapete immaginare voi, usati a vederli oggi specchio d’onestà e disinteresse, d’amor fraterno, singolarmente di carità e pazienza [18]. Ma allora! Ben avea fatto di tutto il concilio di Trento per ritornarli al dritto cammino, alla riforma negativa de’ Protestanti volendo upporne una tutta morale e carità. Come però pretendere che, fra tanta corruttela, fossero intatti eglino soli, cui porgeva agevolezza al peccare la qualità delle leggi?

« Anzichè levarsi al sacerdozio i più probi e sapienti, ogni genio vi trovava asilo, ogni ignorante, ogni malvissuto vi si ricoverava per aver agio, sicurezza, ozio. L’essere il clero immune dal foro secolare, lo rendeva. baldanzoso: con vendite simulate agli ecclesiastici, o col legarli a nome di benefizio, sottraevansi i fondi alle gravezze.... I preti andavano attorno carichi d’arme.... intendevano a turpi guadagni, tenevano senza pudore in casa le complici ed i frutti de’ loro peccati. Era piuttosto unico che raro quel parroco che talvolta spiegasse il vangelo o la dottrina ai suoi, e la predicazione era abbandonata ai frati, singolarmente ai mendicanti, non dipendenti dal vescovo, e spesso più desiderosi dell’applauso che del frutto, o del frutto della borsa non delle anime. Le violenze, comuni fra i secolari, non erano meno fra gli ecclesiastici, e senz’altro basti il dirvi come correva un proverbio, non esservi strada più dritta a dannarsi che l’andar prete» [19].

Le grandi riforme dello zelante Carlo Borromeo vi trarranno forse a credere che si tornasse in oro lo squallore del tempio: ma ancora sotto del cardinale Federico, Francesco Rivola oblato ci assicura che radi erano i buoni preti in comparazione de’ cattivi: « de’ quali il cardinale desiderato avrebbe che molto minore fosse stato il numero, vedendo in più luoghi della sua diocesi per lor colpa disertate le chiese, spogliati delle necessarie masserizie gli altari, abbandonati i sacramenti, negletto il laudevole esercizio della dottrina cristiana, trascurati i divini ufficj, sparuta la maestà del culto divino, e dato in reprobo senso tutto il popolo, i cui difetti al poco governo o at mal esempio dei reggitori d’animo soleva egli attribuire. Tra i vizj poi che soleva in essi sommamente detestare ed abbominare, erano l’avarizia, la disonestà e la gola » [20].

Che se volete dei fatti, è vulgatissima la fucilata che il diacono Farina tirò a san Carlo, per mandato dei prevosti degli Umiliati in Caravaggio, di San Bartolomeo in Verona, di San Cristoforo in Vercelli. Ai giorni poi del cardinale Federico, il prevosto di Seveso, agguatato alla sua chiesa tutt’in armi, appostava i viandanti, rubava, uccideva ed ascondeva le sue vittime nelle sepolture. Il cardinale potè averlo nelle mani, e lo condannò al remo: ma colui trovata via a scampare, fuggì in val san Martino, di là dal lago di Brisio, dove ricovravano molti malviventi sì milanesi sì bergamaschi, a cavallo del confine milanese e veneto [21].

Tali essendo i ministri, come sperare che coi sani dettati la religione giovasse a frenare o migliorare il popolo? Lungi dall’essere la più cara speranza di chi soffre, veniva essa cinta di vani terrori, servile a tutti i falsi giullizj dell’età, colma di superstizioni, torta dal sentiero umile e caritatevole del vangelo, su quello d’interpreti bugiardi, di passioni ingannatrici, degli idoli della fantasia; non proscriveva l’orgoglio, anzi lo santificava e lo proponeva come un mezzo per ottenere una felicità terrena. Spogliata cosi della sua essenza, non era più la religione, ma una larva come le altre » (C. ix) Una grave divozione spianava solo la strada agl’impieghi: i magistrati intervenivano assidui alle sacre funzioni: il nome, la vista di un eretico faceva rabbrividire: i miracoli non frequentarono mai tanto: il popolo non aveva che orazioni e santi per la bocca: ma il cuore? ah il cuore lasciavasi in balìa di storti principj, tanto più dannosi perchè erano velati col manto della religione, e faceano giudicare peccato la ragione.

Però le gride ci insegnano come frequenti ed insoffribili rubarie con mano sacrilega s’andavano commettendo per le chiese: vietano l’entrarvi armati, il farvi cerchiolini e schiamazzi, il metter mano alle armi, percuotere o ferire: che l’usanza di far inviti e di padrinare e madrinare funzioni ecclesiastiche, così nell’occasione di vestirsi o professarsi monache, come a di dirsi messe nuove e levarsi filiali al sacro fonte, o di sollennizarsi novene ed ottave in honore di Dio della B. V. e d’ alcun santo, si riconosce che la ragione ordinaria delle parole licentiose, atti indec enti, modi inhonesti, contentioni et risse [22]». Un’altra ne dice che è passata in abominatione così esecranda l’irriverenza alle chiese in questo Stato, che hora mai non si distinguono più dalle pubbliche più licentiose piazze. Sendo giunta la temerità d’alcuni a tal segno, che se ne servono per luogo di passatempo, di comodità per arrivare a commettere gravissimi peccati, come se nella casa di Dio questi a avessero a godere maggior franchigia, ed ivi fosse a più tollerabile lo scandalo [23]» . Un savio prelato pure ci avverte come « le azioni pie erano degenerate in abusi perniciosi: le feste si profanavano col tumulto, col disordine e colle licenze scandalose: si facevano insulti alla pudicizia delle oneste donne che passavano: si apriva teatro di dissoluzione nel luogo stesso in cui doveansi onorare i santi: le processioni non erano pascolo alla divozione, ma alla curiosità, all’amoreggiamento [24]». Pure chiamar sentiamo ogni tratto religiosissimi i nostri maggiori, perciò si moltiplicavano chiese e benefizj [25] e solennità.

Si popolavano anche più sempre i conventi, perchè uno dei rifugi a chi volesse sottrarsi ai tedj della vita era il vestirsi frate. N’erano de’ buoni tra questi, e il padre Cristoforo non è esempio tutto ideale: ma di lunga mano eccedevano gli ignoranti frà Galdini e frà Fazj, e certi altri che, col titolo di solitarj, si trovavano iu tutte le case, in tutte le faccende, in tutte le quistioni.

I conventi poi erano tutt’insieme un albergo gratuito per quelli che volessero vivere d’accatto senza giustificare di esser bisognosi: un deposito di merci frodate alla gabella: un rifugio per chi avesse mestieri di consiglio, di consolazione, di asilo.

Asilo parola antiquata dal 1796: e quante cose non antiquò quell’anno? ma domandate a quelli che hanno varcato i quarant’anni, e vi sapran dire come, fino ai loro giorni, un reo fuggendo sul sagrato o in una chiesa o in un convento, fosse sicuro dalla giustizia umana.

Fa poc’anni che gli ispettori dell’ornato fecero levare certe file di colonnette piantate innanzi ad alcuni palazzi: ebbene, dentro la linea di quelle, uno, fosse pur reo del sangue di dieci vittime, potea stare impavido, ed insultare tutti i birri del mondo. Altrettanto era ne’ castelli e nelle ville [26], altrettanto perfin nella casa di un prete, oltre tutta la piazza del castello e le case de’ residenti delle varie corti[27]; onde, s’io nutriva astio contro di te, potevo soddisfare la brutale mia vendetta, poi se m’era comodo, saltar di là dal confine; altrimenti riparare presso un nobile o in un convento. Ivi non era autorità che su di me potesse; e lo stesso uomo o la classe cui chiesto avevo salute, entrava in impegno di salvarmi; col o trovare un momento, in urli, ad onta delle spie messe intorno, potesse trafugarmi, od avviarmi fuori vestito da frate o, che bastava, a braccio d’un religioso: od aspettare che passasse la sfuriata, non della legge che succedeva troppo presto, ma degli offesi, per mandarmene sicuro [28].

Così la legge, chee allora è buona quando tutte le forze della nazione siano combinate a difenderla e nessuna intenta a distruggerla, in quei giorni, oltre essere manca e trista ne’ suoi provvedimenti, veniva impedita dall’attuarli; perdendo ogni vigore contro il triplice despotismo de’ togati senatori e de’ curiali, più abbondanti ove peggio si sta; dei preti, dei patrizj. Nella protezione di questi poteva solo trovarsi quella sicurezza che, in uno Stato ben costituito, è garantita dall’uguaglianza degli ordinamenti [29].

Protezione io dico per chi volesse eludere la legge: ma v’erano gli audaci, che la sfidavano a viso aperto. Se tu combini la facilità del far gride e del dimenticarle, coll’inclinazione degli uomini a seguir le lente indirette impulsioni del legislatore, ma resistere alle dirette e violente, conoscerai come dovessero allora tenersi le leggi, e venir considerate non altrimenti che come un ostacolo a superarsi. Tratto tratto adunque uscivano lunghi cataloghi di persone sbandite dallo Stato, o condannate in contumacia; ne trovai uno fin di 1300 ad un tratto. Che faceano costoro? armati fin ai denti, si stringevano insieme presso i confini, od anche nel bel mezzo dello Stato e fin della città, e chi avrebbe ardito andarli a toccare? Singolarmente n’erano infetti il Cremonese, il contado di Bobio, i marchesati di Pregola e Fortugnano, le valli di Stafora, di Nizza, di Carone, il Tortonese, il Pavese, l’Oltrapó, il Pontremoli, Canegrate, Domodossola, Romanengo, Brissago, ecc. Un certo conte Antonio aveva menato delle bande fuori della val Cavargna: un costui fratello e un Bordoni furfantavano per la Valsassina: e così via discorrendo.

L’ anno 1567 in Milano e nello stato suo si trovarono molti giovani oziosi, ch’avevano nome di spadacini e tagliacantoni e bravi. Questi erano corruttori di tutti i buoni costumi, ed anco furono come vipere, ed una peste alla nobiltà, perchè s’offerivano volontariamente ad ogni sorta di male, come a questionare, a fare alle coltellate, a fare braverie a o spavento ad altri. Nè si vergognavano, sotto il nome di bravo, ad oltraggiare qualunque gli veniva alle mani, e sempre attendevano ad accendere fuoco come i solfarini per cavarne il vivere grasso, ed il vestire pomposo, e danari per spendere in giuochi, ed in altre carnalità, contro l’ onore di Dio e con la rovina espressa de’ gentiluomini. Laonde da questi ne seguivano nella città mille disordini. Primieramente l’offesa di Dio, la distruzione de’ buoni costumi e della vita cristiana; si consumavano le sostanze delle case, acquistavansi molte inimicizie, si spargeva molto sangue per le gare, e spesse questioni che si facevano; si commettevano diversi omicidj; assai erano prigionati e giustiziati e chi banditi, a chi confiscati i beni; e di tutte queste rovine la somma cagione veniva da questi oziosi, vagabondi sgherri e spadacini. [30]

Così quel valore che prima, ben diretto, aveva formato gli eroi, che a Legnano e a Cassano vinsero Federico ed Ezelino, ora o trascurato, o temuto, o mal soffocato dai governi, avventavasi a ribaldi fini, a braveggiare, a far guerra alle strade ed ai pacifici paesi. Il governo quasi ad ogni delitto mandava fuori una grida, promettendo impunità e premj a chi rivelasse i rei od i complici: bandiva sul loro capo grosse taglie, cioè spingeva a commettere un delitto per vendicarne un altro, premiava il tradimento, eccitava alla guerra intestina, spediva i birri; ma i birri, i bargelli. i custodi delle carceri, dovendo comprar l’impiego dai podestà e dai giudici, se ne rifacevano, ora vendendo l’impunità di portar armi, ora parteggiando coi ladri, ora facendosi ministri de’ prepotenti [31]: nè valenti che in parole, e premurosi di serbarsi in vita, erano tutto studio di schivarli; e se mai per caso s’avvenivano in loro, gl’invitavano a bere un tratto da compagnoni, poi tiravano di lungo.

Arme ai nostri non si concedevano, e alla sicurezza provedevasi colle fortezze a Milano, Pavia, Cremona, colle guarnigioni spagnuole a Como, Lodi, Tortona, Novara, Alessandria.

La milizia civica istituita dal Hinoyosa nel 1014 quando dovè mandare tutta la truppa a Casale, non era che di parata. Pure talvolta si dovette armarla per assicurare i paesi da costoro [32]; più altre permettere che potesse ogni uomo andar in volta armato o per difendersi o per ucciderli: si era ordinato a « tutte le terre et huomini generalmente e particolarmente, che nelle occorrenze si levino in aiuto e favore degli officiali della giustizia, diano campana a martello, serrino le pore, e corrano alle strade et ai passi della campagna, e facciano ogni sforzo possibile acciò i bravi, vagabondi, malviventi tutti non possano sfuggire il castigo che meritano [33]»: il governatore Fuentes ordinò fino che continuamente stesse alcuno in ascolto sui campanili, per toccare a martello se mai qualche banda s’ avvicinasse.

Che però nessun frutto si raccogliesse da tali provvedimenti ce ne fanno testimonianza le gride istesse. Già dal 1585 d’agosto, il governatore Aragon ne assicura che « tanto è ormai l’ ardire de’ banditi ed altri facinorosi, che non pur nelle ville o luoghi aperti, ma nelle città ancora si commettano giorno e notte moltissimi rubamenti, violenze, ed assassinj ed altri gravissimi delitti ». E a malgrado delle forti provvidenze da lui prese o almeno minacciate, nel dicembre vien a ripetere come « si assicurano di andar per lo Stato, con poco timore della giustizia, degli ufficiali ed esecutori di quella » E l’anno da poi, « crescendo come fa tuttavia il numero, l’ audacia e la temerità de’ banditi, nè bastando le gagliarde provvisioni fatte contro di loro e di chi li ricetta, propone, ordina e comanda » pene e premj, esortando ognuno « rispettivamente, che perseguitando, ammazzando o dando vivi i banditi, » ajutino il pubblico bene e sè stessi, e « a Dio, al Re e a S. E. facciano cosa gratissima » (agosto 1586). Poco profittò, giacchè nel giugno 1593, il Velasco ci parla di « continui delitti ed assassinamenti che succedono per la temerità dei banditi ed altri facinorosi, che uniti a guisa di ribelli, inquietano tutto lo Stato ». E la grida del marzo 1595 dice, che « tanti e tali sono gli omicidj, svaligiamenti, rubamenti di case, violenze, sacrilegj ed altri misfatti che da banditi ed altri malviventi vengono commessi, che sforzano il castellano Padilla a pensare a nuove provvisioni; onde, trovandosi già in tanto cresciuta la temerità di sì tristi uomini, che, scordandosi delle molte uccisioni che fra loro medesimi sono seguite, ed anche della frequente e rigorosa giustizia , che contro di essi si è eseguita, non solo nelle pubbliche strade, ma anco nelle terre, e che è più nelle proprie città ardiscono commettere misfatti di sorta, che quasi in terra di nemici non si permetterebbero ». E pure nel 1597 il Velasco « intende simili misfatti ogni giorno, anzi ogni ora » e l’anno dopo « resta informato, che le gride fatte da precessori suoi contro Bravi, Vagabondi, Oziosi, Ruffiani, Barattieri e che portano i capelli lunghi più dell’ordinario, sono del tutto neglette ». E l’anno seguente che « va crescendo il numero de bravi et vagahondi, e di giorno e di notte altro non si sente che ferite appostatamente date, homicidj, rubarie, et ogni altra qualità de’ delitti, ai quali si rendono facili, confidati essi bravi d’essere ajutati da capi et fautori loro e tutt’insieme che mediante le astutie che osano, pratiche et intelligentie che professano havere con i notari, baricelli, birri, debbano i delitti. rimanere occulti, et essi segnatamente impuniti .

Tonò fortemente contro costoro e contro dei bravi il conte di Fuentes, ma non che giovassero le sue parole gagliarde e sicure a spegnere la loro dura e rigogliosa vitalità, quel fiero conte ne dice come le frequenti depredazioni delle navi, lo spogliamento de’ viandanti, le invasioni temerarie dei banditi, le robberie delle case e alle strade, li homicidii et altre simili scelleragini che seguono nello Stato, senza più rispetto della giustizia, con danno sì grande del pubblico e privato, perturbatione della navigazione, commercio e quiete dei sudditi, sono arrivati all’estremo, mostrando l’esperienza che gente sì pernitiosa et abbominevole si va piuttosto aumentando, che far caso delle pene comminate, nè delli esempi delle pubbliche et orrende dimostrazioni di castigo e morti seguite etiandio contro persone qualificate [34]».

In fatto il governatore Fuensaldagna nel 1659 c’informa siccome, governando il cardinale Infante, « fu di modo infestata la provincia cremonese da sì gran quantità « di banditi e malviventi, con sì barbare e stravaganti forme d’oppressioni sopra di quei abitanti, ch’egli, dopo d’aver fatto prova di molti spedienti, finalmente, poichè di già il male era fatto contagioso ed inoltrato a molte altre parti dello Stato, venne obbligato alla pubblicazione del bando generale contro de’ forestieri, che successe l’anno 2633 al 9 d’agosto ». Vano anche questo, vano il rinnovarlo ventinove anni dipoi: tanto cresceano, che il governatore Ponze de Leon, nel luglio del 1644, dovette permettere di tener fucili per arrestarli ed ammazzarli, e a chi vi riuscissi promise 300 scudi.

Questa peste era comune anche ai vicini, e nella repubblica Veneta, la punizione dei bravi era attribuita a quel Consiglio dei Dieci, tanto spaventevole al nostro secolo, che si ben s’ acconcia a ciò che gli equivale, cioè la Polizia.

E perchè dalli fomenti che vengono dati agli eccessi sopradetti da uomini sicarj e bravi r che non hanno altra professione che quella della spada, e vanno vagando per il mondo a questo solo fine; da che ne nascono perturbationi e dissentioni fra sudditi, siano questi tali, come turbatori della quiete pubblica, soggetti all’autorità del Consiglio dei Dieci,. come saranno anche quelli che li tenessero nelle proprie case, o in altra maniera li ricevessero e fomentassero acciocchè con le diligenze che dovranno in questa città essere usate, siano scacciati da tutte le città e luoghi della repubblica nostra con que’ ordini che saranno dati dal Consiglio dei Dieci alli Rettori; a’ quali però non s’intenda derogata l’autorità per il castigo de’ sopraddetti » .

Il qual castigo, al 12 dicembre 1618, era stato determinato; volendo fosse « irremissibilmente nella pubblica piazza di San Marco sopra un eminente palco, per il ministro di giustizia fra le due colonne tagliato il naso et le orecchie et poi di esser posti in una delle galee de’ condannati nella quale abbiano a servire al remo con li ferri alli piedi per anni cinque continui; non essendo habili al detto servizio, siano posti in una prigion serrata, nella quale habiano a star per dieci anni continui, ecc. »

Un’ altra sorta di malandrini erano gli Zingari. Nel maggio 1587, l’Aragon denunziava come ne crescesse il numero ogni giorno: il Fuentes nel novembre 1605 visto che i Cingari, pente pessima ed infame, vanno vagando, commettendo rubarie, li sbandisce e che niuno li ricetti o li tragitti. Pure nel giugno 1640 battevano il paese in grosse comitive, facendo credere d’avere ordini e patenti per ottenere alloggio come soldati, e nel gennaio 1657 il Fuensaldagna trovava « grosse truppe de’ Cingari, i quali numerosi ed armati, violentavano questi sudditi, massime nelle terre piccole, ad alloggiarli nelle proprie case, con il cui titolo ei commettono le rapine, furti e svaligiamenti che sono proprj di questa mala razza di gente, ricavando anche d’altre terre estorsioni di danari col pretesto d’esimerle da sì fatta malvagità. » Si moltiplicarono le gride contro loro: ma quando pensava il governatore Ponze de Leon, nel gennajo 1663, che i Cingari fossero tolti del tutto, intende che « questa infame razza di gente, sprezzando tutti i bandi contro loro pubblicati, e senza minimo timore delle pene in essi comminate, ardiscono tuttavia d’inoltrarsi nel Stato con numerose comitive, svaligiando ».

Era qui nel 1656 residente pel granduca di Toscana Gian Francesco Rucellaj, il quale, sul bel mezzodì, in Porta Vercellina, assalito da alcuni armati, a gran fatica si sottrasse. Lo seppero governatore ed il senato; n’ebbero rammarico; ma poichè mancava loro la forza di farsi obbedire, e neppur di proteggere il Toscano tanto che partisse salvo, diedero un bando, che qualunque suddito di S. M. Cattolica avesse in quel frangente prestato soccorso al Rucellaj, farebbe cosa assai gradita al re. Di fatto il marchese Annibale Porrone, quel desso contro cui vedemmo poco sopra scagliarsi una grida violenta, mandò un capitano con cento bravi, i quali scortarono il residente casa per casa mentre andava a congedarsi dai signori della città, indi lo convogliarono sino a Piacenza; nel qual modo solamente potè andarsene sicuro.

Questo Porrone cominciò da mille bizzarrie giovanili. Un lattivendolo lo molestava la mattina col suo grido, ed esso lo chiama in casa, gli paga quanto latte ha, e lo costringe a beverlo tutto, di che l’infelice crepò. Due ciabattini che lo svegliarono al modo stesso, gli ebbe a sè e li costrinse a cucirsi un l’altro sotto alle reni. Fa venire de’ facchini, gli obbliga ad azzuffarsi con un grosso suo mastino. E non si possono ripetere le sucide burle che fece a donnaccie di partito. Bastonate poi correvano per suo conto ogni tratto. Messo prigione, da un amico andato a trovarlo si fa dar un pugnale; poi fattosi da un suo bravo vestito da facchino recar della legna, e fingere che il fascio gli cascasse, ne profitta per fuggire, trafiggendo il guardiano. Per interposto d’amici e per danaro fu presto rimesso in paese, ma non mutò costume, e con un famoso suo archibugio, che qui diceasi pistone scavezzo, facea tacer la giustizia, stornava avvocati e giudici dal movergli liti, e a un tal dottore Parasacchi che mostrava non averne paura, egli stesso si fe incontro, e dettogli: « Vi do questo per buona sera » lo stese morto d’un colpo. Si voleva allora coglierlo, ma egli ricoverò in Sant’ Eustorgio, e nel convento e sul sagrato davasi a ogni sorta di passatempi o di furfanterie, e bravava le ricerche della giustizia, che invano facea la ronda attorno a quel luogo. E continuava le ribalderie, ed ammazzò uno de’ Corj , poi al fine se n’andò di città: visse a lungo in Venezia, dove forse fu trucidato.

Ogni tratto poi v’erano duelli, anche di cinque o sei, a San Dionigi o alla Pace, massime fra uffiziali spagnuoli e milanesi, e ne morivano senza che a queste bizzarrie giovanili si potesse por riparo [35].

Un tal Cesare Picinelli di Busto aveva in appalto la dogana della mercanzia, di che si fece ricco a segno che comprò tutta la terra di Castiglione, e fece case con giardini e peschiere, a grave scontentezza dei ricchi che si vedeano sorpassati, e che n’aveano ricevuto affronti. Gli affronti consisteano nel visitar le loro carrozze quando entravano in città. Fra le altre, vollero esaminar quella del conte Giulio Dugnani, feudatario di Cornaredo, nella quale era un suo prete di casa, mandato per qualche affare fuor di Porta Vercellina. Non vi si trovò nulla; ma al domani ecco una banda di buli, che ai gabellieri diedero un’insigne bastonatura. Erano mandati da esso don Giulio Dugnani, il quale poi in persona fu dal Picinelli, e gli fe intendere che, se lo richiedesse in giustizia, avrebbe pagato lui pure della stessa moneta; disposto a spendere i 2 o 3 mila scudi che ciò potesse costargli. Il Picinelli sel tenne detto; e la carrozza di casa Dugnani mai più non fu toccata.

Lo steso Dugnani doveva 90 lire a un Benzoni ricco ferrareccia in Cordusio, il quale non potendo esser altrimenti pagato, gli mandò a casa un birro con la citazione. Il Dugnani spedì tosto a far il pagamento, e al birro fe appoggiar novanta bastonate, per insegnargli a richieder in giustizia un cavaliere. Però il Benzoni ne portò querela; onde il Dugnani si salvò ne’ frati alla Madonna del Castello, e non dovette spendere men di 2000 scudi per parare la cosa: ma questo servì a fargli poi portare rispetto. In appresso egli ferì gravemente un capitano, onde dovette rifuggir di nuovo alla stessa chiesa, e tener molte guardie per assicurarsi dai parenti del ferito, finchè la giustizia non fu tacitata. Libero, egli andò a ringraziare il presidente Arese, il quale era sempre clemente verso queste ragazzate, e che s’accontentò di fargli una paterna ammonizione. Così si viveva nel cuor della pace.

Or che facevano i soldati? mi chiederà alcuno, ricordevole come allora continuasse pure il regolamento di guerra. Continuava ò vero, ma per gravare i popoli cogli alloggi o le marce, per turbare colle pretensioni il foro civile, per rompere la quiete delle città, per infestar le campagne ove i militari stavano accantonati, a danno dei ricolti e della onestà; e dove insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavano di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre, e sul finir della state non mancavano mai di spandersi nelle vigne per diradar le uve, e alleggerire al contadini le fatiche della vendemmia. [36]

Que’ soldati spagnuoli quali nefandità commettessero al primo entrar loro nel paese nostro è più facile immaginarlo che onesto il dirlo: erano giunti sino a tener legati i padroni delle case, sui loro occhi contaminanre le mogli e le figlie, e coi più atroci tormenti costringerli a soddisfare le ingorde loro brame. Cenciosi, fetenti così, ch’erano chiamati i bisogni, il regio non di rado tardava loro i soldi, massime a quelli della campagna, i quali allora o si gettavano alla strada, o saccheggiavano le case, o costringeano i magistrati comunali ad espedirli del necessario. Disobbedienti, riottosi, accattabrighe, non erano terribili che al popolo in cui difesa si dicevano armati.

Finita che fu la guerra del Piemonte, molte bande spagnuole licenziate si ritirarono nel contado del Seprio e sul territorio di Gallarate, vivendo di ruba, assalendo le terre e minacciando la città, la quale rimase in lunga angustia, finchè si impose una taglia di centomila scudi, mediante la quale essi contentaronsi d’esser innestati alle guarnigioni imperiali.

Paolo Giovo, il diffamato storico, in un dialogo latino manoscritto presso la sua famiglia in Como, dice:

Traboccando il lusso e la licenza, le più nobili matrone ruppero a libidine sfacciata: e mentre i Francesi, uomini sùbiti, liberali, violenti in amore, già n’aveano parecchie contaminate, gli osceni Spagnuoli, astuti, importuni, con assidui corteggi e scaltri artifizj salirono al talamo di molte. Giacchè altre per cattiveria e lascivia, quali per gran prezzo, le più per ambizione, per tema, per rivalità delle altre, fanno getto del pudore. Che se alcuna savia e pudica rifiuta gl’ignominiosi proposti, non è da nobili cavalieri corteggiata, si mandano soldati a far sacco nelle ville e nelle sue campagne: nè si finisce sinchè i mariti stanchi se ne ricomprino colle notti delle mogli. Cosa alcuna non è sicura dalla militare avarizia, se la padrona non si spalleggi della brutta lasciva di alcun insigne uffiziale.

Il vivere d’un soldato d’allora ci è presentato al vivo in un processo erettosi a Milano il 1659 contro don Mario Piatti, fabbricatore di monete false. Per spenderle si valeva egli d’un tal Ignazio Casta côrso, il quale interrogato espose la propria vita con parole che noi accorciamo, mantenendone fedelmente il senso.

« Io venni sette anni fa da Meli mia patria a Roma, dove mi assentai per soldato al servizio di S. Chiesa, dove ho servito due o tre anni incirca; poi avendo inteso che il sig. duca di Modena faceva gente per venir contro lo Stato di Milano, m’absentai da Roma, venni alla volta di Modena per servire quel signor duca, che fu al principio della campagna che esso sig. Duca fece l’anno 1665 p. p. con l’ assedio che pose sotto Pavia; al qual assedio io assistii sotto il stendardo del tenente Angelo Casabianca, qual fu sostituito capitano in luogo di Nicola Frodiani, quale d’ordine del detto sig. Duca, avanti di venir in campagna sotto Pavia, era stato fatto prigione sotto pretesto ch’esso sig. capitano tenesse dalla parte di Spagna. E così essendo sotto detto assedio m’absentai, et andai a SantAngelo con otto o nove camerata, dove mi resi volontario a certi signori della parte del re di Spagna, quali mi condussero con detti miei camenata a Milano in Corte dove abita S. E. dove fui trattenuto la notte con una razione di pane per ciascuno, e poi la mattina seguente fui licenziato con detti miei camerata, e così s’avviassimo subito alla volta di Crema, della repubblica di Venezia, e dietro la strada io con detti miei camerata stabilissimo di colà farci soldati al servizio de’ signori Veneziani, promettendomi detti miei camerata di farmi offiziale. Ma giunti che fossimo a Crema, essi miei compagni s’assentarono per soldati, senza procurarmi l’offizio che mi avevano promesso di farmi avere: per il che io mi scorrucciai seco, e perciò li piantai, e me n’andai a Brescia, dove anch’io m’assentai per soldato nella compagnia del capitano Pier Andrea Bergolaschi nella quale servii due o tre mesi: e poi essendo stata riformata detta compagnia, ed io ammalatomi , per il che fui necessitato andar all’ospitale, in questo mentre restai casso. E dopo essermi trattenuto in detto ospitale quindici o sedici giorni, essendomi risanato e trovandomi casso, me ne ritornai alla volta di Modena, ove m’assentai di nuovo soldato, servendo quattro o cinque mesi dell’inverno seguente all’assedio di Pavia. Poi mi partii da ivi, ed andai a Verona, dove m’assentai soldato nella compagnia del capitan Bernardino de Bernardini, e vi servii 3 o 4 mesi. E perchè il detto capitano non potè compire la sua compagnia che allora andava facendo conforme li ordini, dovendo essere di sessanta homini, io, benchè fossi assentato, essendo stato dato di casso a detta compagnia, mi partii da Verona, e andai a Parma, dove mi misi al servizio di quel sig. duca nella compagnia del signor conte capitano Tocoli, dove servii dieci o dodici mesi: poi per cercarmi maggior avantaggio, m’assentai da Parma senza licenza, e me ne ritornai a Verona, dove fui fatto alfiere nella compagnia del capitano Felice Moradi, nella quale ho servito dal mese di settembre 1657 fino al mese d’aprile susseguente che poi me ne ritornai alla volta di Roma, passando per Fiorenza, pensando di trovar ivi da far bene. Ma non avendo trovato bona occasione conforme il mio pensiero, seguitai il viaggio fino a Roma, ove mi fermai da quattro o sei giorni, e poi mi incamminai alla volta di Perugia, dove mi son trattenuto circa un mese in occasione di riscuotere certi danari .... Poi venni a Ferrara, dove di nuovo mi feci soldato nella compagnia del capitano G. B. Nochierigo nella quale ho servito dal mese di settembre dell’anno prossimo passato sino per tutto aprile ora scorso, che poi partii con licenza di detto mio capitano, sotto pretesto di andar a Bologna per miei negozj, con limitazione di giorni venti a ritornare. Ma per cercar mia miglior fortuna, in cambio d’andar a Bologna m’incamminai alla volta di Modena, dove avevo amici, camerata e paesani: dove giunto, mi trattenni tutto il mese di marzo aspettando qualche fortuna per farmi offiziale; e attempandomi, nè vedendomi la conclusione di quanto desideravo, deliberai partirmi come partii, ritornandomi a Brescia, dove mi misi nella compagnia del capitano Santo Bozzio còrso mio amico, nella quale mi trattenni circa quindici giorni, cioè sino fatte le feste di pasqua, e nel qual tempo essendo capitato a Brescia un sargente reformato che era stato al servizio del duca di Modena, mio conoscente ed amico, chiamato Santuchio côrso, con un cavallo che disse aveva comprato, col quale andava cercando anch’esso sua fortuna, io domandai a detto Santuchio come amico, se mi poteva imprestare da otto o dieci doppie, con quali avevo pensiero d’andare alla casa di Loreto: qual Santuchio mi rispose che non aveva altrimenti comodità di farmi il servizio se non vendeva il cavallo: dicendomi che se io glielo voleva andar a rendere, che era patrone: sicchò io lo pigliai, e per segno era un cavallo di pelo morello, castrato, ordinario e bello d’ anni sette, con sua sella e brida, e così me ne venni in Stato di Milano, e lo vendei in una terra che non so come si chiami, che è tra Novara e Turbico. Nella qual terra avendo trovato accidentalmente da quattro o cinque che parevano soldati, fra’ quali uno ben vestito che pareva un offiziale che parlava milanese, mi domandò se quel cavallo era da vendere. Io gli risposi di sì, che mi dovesse dare otto doppie di Spagna di peso a venti lire l’una. Che perciò mi diede in pagamento ventitrè filippi intieri, e il resto moneta, cioè parpagliole, quattrini e sesini, pregiandomi essi filippi lire sei soldi sei per ciascuno. Poi venni a Turbico dove mi fermai la notte seguente nell’ostaria attacco al porto, e la mattina seguente m’imbarcai nel naviglio e venni a Milano.... »

Ma tanto basti. ‒ Fra ciò, chi andava di mezzo, lo vedete: erano gli innocenti, i da bene. Chi non soverchiava, dovea vedersi soverchiato da’ moltiplicati tiranni; non poteasi evitar il dispregio che colla violenza, gli oltraggi che col delitto. La generazione precedente era cresciuta in quell’alterna vicenda di casi, che aumenta le forze, che fa sembrar possibile ogni gran fatto, fomenta il desiderio della gloria non isterile mai: era stata educata dalle calamità, dalle persecuzioni, dall’esiglio, mali sì ma che ritemprano gli animi. Quelli che allora viveano erano venuti su fra sventure ignote alla storia, che straziavano ciascuno in seno alla propria famiglia, umiliavano il sentimento, spegnevano ogni magnanima risoluzione. Quindi la crudele ignoranza e la ricca indolenza: quindi i nobili tiranneggiati e tiranni a vicenda: quindi viltà negli scrittori, tra la noja de’ quali non trovi mai un esempio di generosa opposizione agli ingiusti voleri; nessuna premura di rammentare ai posteri come, prima la nazione, poi l’individuo patisse senza colpa e senza vendetta. La plebe poi, sentenziata all’ignoranza, al bisogno, alla fatica, quindi alle colpe ed ai tumulti, avea così poco di che lodarsi dell’andamento ordinario delle cose, che si trovava inclinata ad approvare ciò che lo mutasse comunque (c. XI). Quindi frequenti subbugli, ma non per alti fini: in due secoli e mezzo non s’udì per tutta Lombardia voce di libertà; nasceano i tumulti dalle carestie frequenti, dal volere miglior patto alle derrate: quando i Milanesi fecero rumore per rifiutare l’inquisizione spagnuola, neppur allora potè dirsi vera e ragionata volontà del popolo, ma briga di pochi.

Nè strano vi paja, che in mezzo a tanta umiliazione, fosse cresciuto un fasto ributtante. Misuravasi la stima a ciascuno dalle spese che faceva, dal lustro che metteasi intorno. Quindi risparmiare sulle prime necessità della casa per pompeggiare di fuori: un’orgogliosa miseria dava norma alle azioni: quistioni di precedenza nelle processioni e nelle comparse assordavano i tribunali e le Corti, fra preti e preti, fra le arti, fra i magistrati: sicchè ebbe a dire taluno, che queste convenienze diedero a fare ai gabinetti quanto e più che le Crociate. Il generale Giovanni Serbelloni nel 1625 si lasciò sorprendere e sconfiggere in Valtellina per non aver voluto aprire una lettera ove gli era annunziato l’arrivare del nemico, in grazia che nella soprascritta non erano messi tutti i titoli a lui dovuti.

Questi torti principj vennero giù fino a noi: e pochi anni fa in Italia sarebbe ancora stato un caso di lesa civiltà, lo scrivere non che al dottore o al magistrato, ma quasi non dissi al sarto ed allo scolaro senza intitolarlo colendissimo padrone e molto illustre e chiarissimo, senza professarsegli obbedientissimo ed ossequiosissimo servidore.

Gran rumore levò un litigio, cominciato verso il 1550 tra le città di Cremona e di Pavia, qual delle due meritasse la preferenza, e sono a stampa molte dissertazioni in proposito, fra le quali tre orazioni di Giulio Salerno pro Ticinensibus contra Cremonenses de jure possessionis; e del famoso Vida Cremonensium actiones III adversus Papienses in controversia principatus. Essendosi l’altro appoggiato all’autorità del Corio, monsignor Vida si pose, come insegna l’arte retorica, a sminuire l’autorità di quello, deridendone lo scrivere, come simigliante al parlare di quei che vengono di Valtellina, e così via. Del che offeso l’amor proprio de’ Milanesi, il senato ordinò quel libro fosse bruciato dal boja sotto la forca. Il qual senato lasciò continuar la causa per 82 anni; dopo i quali vedendo quanta invidia vi sarebbe nell’una o nell’altra decisione, con gravissima ponderazione e maturità di consiglio decise di ... non decidere nulla. [37]

Dibattendosi la famosa controversia teologica sull’immacolata concezione di Maria, il duca d’ Ossuna nel 1662 invita i decurioni comaschi a celebrarla con solenne messa, dove giurassero credere a quel mistero, ed esser pronti a sostenerlo d’ogni lor forza. Che che dovesse parerne di questo modo di risolvere dispute inestricabili, vennero essi fra gran concorso nel loro duomo; ma ecco i canonici mettono in campo i loro privilegi, e ricusano dar i cuscini da inginocchiarsi ai devoti padri della patria, nè il celebrante vuol scendere dal sancta sanctorum, per ricevere il giuramento; onde una lite nuova nasce dal voler sopire la vecchia; l’Ossuna sgrida gli uni, sgrida gli altri; chiama a Milano i più stretti parenti de’ canonici e li tiene prigioni: argomento risolutivo de’ più consueti.

A miglior dichiarazione del Milano d’allora, lasciamo parlare alcuno de’ contemporanei. E prima il Guicciardini nel XVII della Storia d’Italia, discorrendo di quando le furono arrivati sopra gli Spagnuoli, dice:

Avendo spogliato delle armi il popolo di Milano e mandato fuora le persone sospette, non solo non avevano tanto scrupolo o timore, ma avendolo ridotto in asprissima servitù, erano restati senza pensieri de’ pagamenti dei soldati, i quali alloggiati per le case dei Milanesi, non solo costrignevano i padroni delle case a provedergli quotidianamente del vitto abbondante e delicato, ma eziandio a sommistrare loro danari per tutte le altre cose, delle quali avevano necessità o appetito, non pretermettendo, per esserne provisti, di usare ogni estrema acerbità. I quali pesi essendo intollerabili, non avevano i Milanesi altro rimedio che cercare di fuggirsi occultamente di Milano perchè il farlo palesemente era proibito. Onde, per assicurarsi di questo, molti dei soldati, massimamente gli Spagnuoli, perchè nei fanti tedeschi era più modestia e mansuetudine, tenevano legati per le case molti de’ loro padroni, le donne e i piccoli fanciulli, avendo anche esposto alla libidine loro la maggior parte di ciascun sesso ed età.

Però tutte le botteghe di Milano stavano serrate; ciascuno aveva occultate in luoghi sotterranei, o altrimenti ricondotte le robe dalle botteghe, le ricchezze delle case ed ornamenti delle chiese; le quali neanche per questo erano in tutto sicure; perciò i soldati, sotto specie di cercare dove fossero le armi, andavano diligentemente investigando per tutti i luoghi della città, sforzando ancora i servi delle case a manifestarle: delle quali, quando le trovavano, ne lasciavano ai padroni quella parte che pareva loro. Donde era sopra modo miserabile la faccia di quella città, miserabile l’aspetto degli uomini ridotti in somma mestizia e spavento; cosa da muovere estrema commiserazione ed esempio incredibile della mutazione della fortuna a quegli che l’avevano veduta poco innanzi pienissima di abitatori; e per la ricchezza dei cittadini, per il numero infinito delle botteghe ed esercizj, per l’abbondanza e delicatezza di tutte le cose appartenenti al vitto umano. per le superbe pompe e sontuosissimi ornamenti delle donne come degli uomini, e per la natura degli abitatori inclinati alle feste e ai piaceri, non solo piena di gaudio e letizia, ma floridissima e felicissima sopra tutte le altre città d’Italia; ed ora si vedeva restata quasi senz’abitatori per il danno gravissimo che vi aveva fatta la peste; e per quegli che si erano fuggiti e continuamente si fuggivano; gli uomini e le donne con vestimenti inculti e poverissimi: non più vestigio e segno di botteghe o di esercizj, per mezzo dei quali soleva trapassare grandissima ricchezza in quella città; e l’allegrezza ed ardire degli uomini convertito tutto in sommo dolore e timore....

Il popolo di Milano, non avendo più nè dove sperare nè dove ricorrere cadde in tanta disperazione, che è cosa certissima che alcuni, per finire tante acerbità e tanti supplizj morendo, poichè vivendo non potevano, si gittarono dai luoghi alti nelle strade; alcuni miserabilmente si sospesero da sè stessi; non bastando però questo a mitigare la rapacità e la fiera inumanità dei soldati.

Collegati, aspettati prima con grandissima letizia degli abitatori, avevano per le rapine ed estorsioni loro convertito la benevolenza in sommo odio: corruttela generale della milizia del nostro tempo, la quale preso esempio dagli Spagnuoli, lacera e distrugge non meno gli amici, che gl’inimici; perchè sebbene per molti secoli fosse stata grande in Italia la licenza dei soldati, nondimeno l’ avevano infinitamente augumentata i fanti spagnuoli, ma per causa, se non giusta, almeno necessaria; perchè in tutte le guerre d’Italia erano stati malissimo pagati. Ma come negli esempj, bombe abbiano principio scusabile, si procede sempre di male in peggio, i soldati italiani (benchè non avessero la medesima necessità perchè erano pagati), seguitando l’esempio degli Spagnuoli, cominciarono a non cedere in parte alcuna alle loro enormità: donde, con grande ignominia della milizia del secolo presente, non fanno i soldati più alcuna distinzione dagl’inimici agli amici; donde non meno desolano i popoli e i paesi quelli che sono pagati per difenderli, che quelli che sono pagati per offenderli»

Questo fu sul principio della dominazione spagnuola; altrettanto e peggio ne vedrebbe chi cercasse il Du Bellay e il Tarcagnota. Dell’ età propria che descriviamo così racconta in latino il Ripamonti [38]:

Quella città che già erasi pareggiata a Roma , or aveva bevuto l’oblio di ogni arte buona, campo che inselvatichiva. Quasi tra sè facessero zuffa le lettere e la santità della religione, erasi cessato di parlare in buon latino; senza arte d’umanità, uno squallido gergo offuscava le scienze, solo intente al vil guadagno ed all’ambizione. Cittadini e nobili non più coltivavano le pulite lettere. Alle leggi e al diritto davasi mano solo per conseguire magistrati, ricchezze, comandi: ed i volumi de’ giureconsulti, siccome colle molteplici leggi turbarono ed impacciarono il genere umano, così sbandirono il buon sapore della latinità; nelle epistole e nelle magnifiche risposte nulla tenendo di decoroso e d’antico. Peggio i medici. Non vi erano trattenimenti od accademie da occupar pubblicamente tanto popolo e clero: licei della gioventù civettina erano le piazze, le pancacce, le botteghe, inutili giuochi, cavalcate, altri alimenti della pigrizia. Così tra la quiete di que’ tempi avvezzandosi a delicature e comodi, l’ozio e l’inerzia debellavano chi debellò eserciti potentissimi. I cittadini nostri, non solo avendo cumulati e cresciuti, ma anche inventati nuovi piaceri fra la lunga pace, fiacchissimi traevano l’età, dimentichi del sapere e della via stretta che mena alla salute. La plebe poi, restia ai precetti del vero, accorreva sempre là ove fossero guadagno, giuochi, azzardi, balli, tripudj, principalmente nei dì festivi. I prepotenti nobili, la gioventù loro futura erede, intendevano l’animo alle ricchezze, ed a quelle cose tra cui si sciupano le ricchezze e si esercitano i vizj della fortuna e dell’alto animo: onde nimicizie e stragi. I cherici, dati al mercatare ed alle donne: alcuni armati, i più semitogati, socj e ministri de’ laici, e partecipi dei peccatori, anzi maestri di peccato, trascurando i templi e la sacre cose, e facendo tali opere che il tacerle è bello».

Impariamo dallo stesso una malizia di genere particolare, scoperta dal cardinale Federico in una valle confinante ai Reti. Ivi alcuni (dicevansi Mancianisti e Mancia la loro giunterìa) stanchi del povero suolo alpestre della patria, uscivano a peregrinare ad uno, a due, a famiglie intere, mendicando a frusto a frusto la vita, giostrando immagini, cantando leggende, e portando a casa il minuto guadagno. Visto andar bene le cose, si stesero fino a Roma, e colà studiati i costumi de’ cortigiani e de’ nunzj venuti o mandati da Roma, stabilirono di fingere anch’essi legazioni papali. Prima cose piccole, poi dal fare presa audacia al fare, questi paltonieri cenciosi compirono cose che torrebbere fede al discorso, se da tanti non fossero attestate. Fingendosi legati pontifizj, giravano le provincie, ora censori, ora arbitri delle differenze: portavano mandati, tinti da loro, a principi e re; lì presentavano di ossa, vesti e reliquie: bandir indulgenze, assolver reati, scomunicare, benedir tempi, ungere sacerdoti, fondare parrocchie, dispensare al matrimonio sacerdoti e parentele sin di fratelli, sciogliere maritaggi, sempre come autorizzati da Roma. Toglieano a capo quel che vincesse gli altri di presenza, discorso ed inventiva: l’abbigliavano secondo il costume: talora agli era un nunzio apostolico in Francia o Spagna: tal altra un patriarca od un arcivescovo d’Oriente, fuggiasco innanzi le scimitarre turche a chiedere dal papa rifugio e da viver egli e i suoi: quando erano figli di re, scampati a segrete insidie; e pare impossibile come uomini grossieri, nati ne’ boschi, educati alla marra, potessero sì bene sostenere lor parti, da ingannare principi e cittá. Si presentavano sulla sera o a notte: parlavano poco e a cenni, quasi per mestizia o fasto: avevano modelli per contraffare carte e diplomi ad ogni uopo, in che che anatemi e scomuniche fossero incorsi Esso cardinale ne trovò in patria alcuni, che dianzi erano, chi sa forse, prelati o sangue di re, ed allora agricoltori famelici, sprecato fin ad un soldo il mal guadagno: e si presentarono a lui con indosso ancora cenci purpurei, violetti od altro, secondo il personaggio da essi rappresentato [39].

Potrà ancora darvi idea de’ tempi la solennità che si fece al venir in Milano l’Austriaca Margherita gemma preziosa proposta da Imeneo per le delizie matrimoniali di Filippo il terzo. Entrò essa ai 30 novembre. 1598 per la porta Romana, la qual porta fu allora maritata a così ben scarpellati marmi, come di presenti si miran, e ne fu Basso il di lei architetto [40].

Il vicario di provvisione avea fatto girare un avviso come qualmente si era stabilito che « duecento e più cavalieri nobili, di età di diciannove anni in su, vadino ad incontrarla vestiti a spese loro tutti di seta bianca ed oro come meglio a ciascuno parerà, purchè abbiano calze abborsate con tagli, et calzette di seta bianca, beretta di velluto nero solio con piume bianche, spade, pugnali ed azze dorate in ispalla, ogni cosa guernita di velluto solio bianco, et scarpe di corame bianco ». Invitava quindi a trovarsi pronti, avvertendo che S. E. contro gl’innobbedienti ha ordinato che si proceda alla pena di 500 scudi, e maggior pena ancora all’arbitrio suo, alla quale saranno tenuti i padri per i figlioli, nè si admetterà alcuna escusazione, perchè S. E. così comanda».

Questi adunque le furono incontro colle prime autorità del paese, e venti cavalieri vestiti di scarlatto a oro. La regina, in lutto per la morte allor allora avvenuta di quel severo Filippo II, montava una chinea bianca, sotto a baldacchino d’argento trapunto d’oro portato dai dottori di collegio, vestiti con lunghe toghe di damasco soppannate di velluto, e col cappuccio d’oro foderato di vajo. Al duomo, che era allora in fabbrica, era stata messa una facciata, posticcia, dipinta in tela, secondo il disegno del Pellegrini: per le feste erasi fabbricato un teatro nella Corte, ove i Milanesi fecero pompa delle arti cavalleresche: delle quali tanto studio si facesa che i primi schermidori e ballerini delle Corti europee uscivano dalla scuola nostra. Gran maestro n’era a quei dì Cesare de’ Negri detto il Trombone [41] che con otto dei più valenti suoi scolari condottosi a palazzo, fecero mille belle bizzarie, e fra le altre un combattimento colle spade lunghe et pugnali, et un altro con le haste, aggiungendovi poi altre invenzioni nuore di balli. Fra questi scolari era il valentissimo orefice Bernardino Torre, quel che fece molti bei lavori intorno al san Carlo in duomo. E teneva tanto a capitale questa abilità sua, che fe’ stampare l’attestazione del Trombone qualmente egli aveva ballato bene in presenza della sposa augusta.

Ecco le arti onde cercavano fama senza gloria i Milanesi, mentre lasciavano rallentare l’impulso, che migliori tempi aveano dato alle lettere e alle arti belle. Già udiste il Ripamonti lamentare il dibassamento del sapere; e poichè un popolo fiacco non sarà mai glorioso d’arti e di scienze, stampossi sugli scritti, sulle fabbriche, sulle pitture d’allora l’abjettezza dei Lombardi e la boria, primo ed eterno patrimonio degli ignoranti. Al nominare il secento e i secentisti, chi non ride della goffaggine ambiziosa di que’ miserabili, in loro scrivere sucidi e sfarzosi come l’età, fra i cui melensi concetti, i freddi equivoci, gli strampalati concettini spirava la voce de’ bardi, che potessero piangere l’invendicata ruina della patria?

Io non voglio qui noverare i sapienti d’allora: Girolamo Sitone, stampò la virtù e descrizione della quinta essenza elementare (Milano 1630): Carlo Moraschi che dava la celeste anatomia delle comete, e Corrado Confalonieri le schiomava (La cometa decomata 1664): Filippo Picinelii facea l’Alcide operante e l’idea del principe republichinista, il Cherubino Quadriforme; Agostino Lampugnano fu l’autor del romanzo il Gelidoro; Alessandro Simonetta scriveva il Nido della Fenice; Giovanni Pasta sceneggiava il Quadro delle tre mani; Carlo Manono un Cannocchiale istorico che fa guardare dall’anno 1668 fino al principio del mondo, e tira appresso le cose più memorabili fin ora succedute.... Il famoso oratore Paolo Aresi a difesa delle proprie prediche in sette volumi scrisse La penna raffilata (Milano 1626) e La ritroguardo di sè stesso (Tortona 1624). E v’aggiungo i titoli d’alcune opere qui pubblicate in quel torno. La fenice, panegirico di Giuseppe Avogrado per S. Carlo: l’Onnipotenza epilogata, la Colonna di fuoco, la Pioggia d’oro, il Minimo massimo, prediche di Lodovico Agudio pei Santi Antonio da Padova, Teresa, Maria Maddalena, Raimondo da Pegnaforte: la Celeste Pandora cioè la Madonna, di Antonio Gagliardi: il Carbonchio fra le ceneri, i Tesori del niente, il Briareo della Chiesa sono elogi di Cesare Battaglia pel santo di Padova, il beato Gaetano Tiene e San Nicolò. Pio Chiapano intitolò l’Ambrosia il panegirico del beato Ambrogio da Siena: Nicola Boldoni stampò il Cielo in terra, o Scherzi poetici sopra i sette misterj di Gesù e Maria. Seguitando vi verrei a fastidio. Quel Gregorio Leti, di cui già toccammo, apre la sua vita del presidente Arese con queste frasi: — «Ah fia possibile che sia morto l’Arese! Ah Parca micidiale, chi ti diè il potere di satollarsi di simili squisitezze? E vuoi poi esser chiamata parca, se sei sì ingorda e famelica? Va, hai vinto, morte, ma la tua vittoria non ha riportato che una corona languida, arida ed arsiccia, posciachè colla tua falce non hi mietuto che un fiore tutto languido, ma non hai potuto recidere quello stelo che farà rivivere immortale nel mondo la fama del presidente Bartolomeo Arese.... Se i caratteri non hanno ritegno per innoltrarsi nella posterità più remota, va, io ti rendo priva di molti trofei la tua vittoria, giacchè con queste linee ti tolgo l’opimezza che speravi con questo tuo colpo. Ecco che comincio ».

Certamente questo codardo petulante non doveva aspettarsi che il buon gusto della nostra età venisse a resuscitarne il cadavere quatriduano; e solo perchè disse qualche improperio ai papi si trovasse e ragionevole la sua ciarlataneria, e tollerabile il suo stile. Nel quale esso vi dirà: ‒ L’ inverno, che credo che fu freddo perchè in quei tempi « non ho mai sentito caldo che vicino al fuoco »: e per liberalismo chiama Luigi XIV l’invincibile tra’ guerrieri, l’eroe tra’ Cesari, l’augusto tra’ monarchi, il prudente tra’ monarchi: ed esclama : — O Luigi, o pianeta illustrator dell’universo, o orizzonte lucidissimo della religion cristiana, e chi potrà mai fissar gli sguardi se non sono d’Aquila, ad un sole così alto, ad un merito non mai ecclissabile, ad un Giove terreno così maestoso? » [42]. Ecco gl’idoli d’un liberalismo bastardo e persecutore.

Il Manzoni vi ha dipinto uno de’ letterati d’allora nel don Ferrante, passando a rivista la sua biblioteca (c. XXVII) e il suo cervello (c. XXXVII); toccò nel c. VIII quel panegirico ove san Carlo è paragonato ad Archimede e Carneade: anzi quei delirj dell’immaginazione seppe contraffare sì bene nel proemio del suo libro, che un giornalista, chiaroveggente come i giornalisti esser sogliono[43], lo credette copiato da vero dal preteso manoscritto. Progredendo in questi Ragionamenti, ritroverete anche troppi esempj di quello stile, nojoso come è sempre quando le parole superano in quantità le idee rappresentate: dove gli autori, accozzando le qualità più disparate, trovano modo di riuscire rozzi insieme e affettati nella stessa pagina, nello stesso periodo, nello stesso vocabolo: dove una gragnuola di concettini e metafore, che non sono, come alcuno vorrebbe, una prova dell’acutezza, ma sì della crassezza d’ingegno di coloro, che trascurando cento lati diversi delle cose, non avvisano che quell’uno o quei pochi in cui si somigliano.

Se poi volete vedere il trabocco delle arti del disegno, paragonate qui in Milano la dorica rotonda di San Sebastiano, il palazzo di Tommaso Marino, l’interno del Seminario, il Collegio elvetico, San Raffaele. San Lorenzo, San Fedele, San Paolo, la croce di Sant’Eufemia, altre opere poc’anni avanti compiute con quelle del seicento; quali sono a dire le più in veduta: la porta del Seminario, la facciata di Sant’ Alessandro colle figure sedenti sul cornicione e le gambe spenzoloni che non è guari furono levate: casa Clerici, i Crociferi ed altre fabbriche a piante poligono come San Francesco di Paola che rappresenta un violoncello: con un abborrir perpetuo dalle rette, con ondulazioni, direbbe il Milizia, quasi i marmi patissero di convulsioni, con frontispizj rotti, e sul loro pendio coricate statue od angeli che fanno passione a vederli [44], e una soprabbondanza di stucchi fin a rivestirne i marmi; e tali altre fantasie, ove lo stravagante tien luogo del bello, il carico dell’ornato, il superfluo dell’elegante.

In somma le arti rappresentavano la società, ampia e pomposa nell’apparenza, vuota e storpiata nel fondo.

Quinci v’è chiaro come il popolo lombardo fosse, in quel secolo, avvilito, pitocco, vanitoso, furfante, superstizioso, ignorante. Colpa di chi?

Aggiungete anche ozioso: perchè fra le altre cose quel governo guastò l’opinione; e le spagnuole idee compirono l’opera delle armi spagnuole. Gli Italiani erano stati fin allora industriosi, dati alle arti ed al traffico: dall’India al Baltico faceano commercio: a Londra, a Zurigo, a Parigi, fino a Mosca potete trovar ancora la contrada dei Lombardi, ove si mettevano i nostri a guadagnare cambiando e prestando argento, e vendendo quelle stoffe e quei panni che oggi noi procacciamo di là. Che se la ricchezza delle nazioni consiste nella massima quantità di lavoro utile [45] qual concetto verrà della dovizia del Milanese a chi sappia come nel 1420 questo Stato mandava alla sola Venezia 29,000 pezze di panno, che valutandolo otto lire al braccio, e trecento alla pezza, importerebbero quasi nove milioni di lire, ricavate dalla sola Venezia ed in solo panno? « Ad altro ‒ dice il Corio ‒ non se attendeva che cumular ricchezze: le pompe e voluptate erano in campo, et Giove con la pace trionfava per modo, che ogni cosa sì stabile e ferma si dimostrava quanto mai fosse stata negli passati tempi. La corte de li nostri principi era illustrissima, piena di nuove fogge, abiti et delicie; non di meno in epsa tempestate per ogni canto le virtute per sì fatto modo rimbombavano.... e questo illustre Stato era costituito in tanta gloria, pompa e ricchezza, che impossibile pareva più alto poter attingere » . Frà Isidoro Isolani, che nel 1518 scrisse de patriae urbis laudibus, conta che nel 1492 erano aperte in Milano 14,600 botteghe, e più all’entrar del muovo secolo: 18,300 case da venti persone ciascuna. Luigi Guicciardini nel descrivere i Paesi Bassi [46], dice: — « Da Milano e dal suo Stato c’inviano molte robe, come oro et ariento filato per gran somma di denari, drappi di seta, d’oro di più sorte, fustani infiniti di varia bontà, scarlatti ed altri simili, pannine fine.... buone armadure, eccellenti mercerie di diversa sorte per gran valuta, et infino al formaggio appellato parmigiano per mercanzia d’importanza ». E l’ autore del Compendio delle Croniche di Milano. impresso nel 1576, scrivea che a Milano « ogni cosa con basso pretio si vende. In vero è cosa maravigliosa di vedere la grand’ abbondantia che vi se ritrova delle cose per il bisogno dell’ huomo. Quivi veggonsi tante differenze di artifici ed in tanta moltitudine, che sarebbe cosa molto difficile da poterla descrivere: laonde si suol dir vulgarmente, chi volesse rassettare Italia, rovinasse Milano, acciocchè passando gli artefici d’essa altrove, inducano l’ arti sue in detti luoghi »

Che se invece di parole vi piace l’eloquenza dei numeri, il ragioniere Barnaba Pigliasco calcolò come, nel 1560, sulla piazza di Milano si facessero contratti per lire 29,512,882: la filatura e tiratura dell’oro e dell’argento desse un utile di lire 800,000: le stoffe di seta guadagnassero tre milioni annui; l’argenteria 80,000 lire. Ed avvisate che, essendo l’oro più scarso, il danaro valeva assai più, tanto che potete con una lira d’allora agguagliare tre almeno delle presenti.

Tal era il fiore del commercio quando le proprietà e le merci erano garantite da chiare leggi: le quistioni di negozj decise dai consoli speditamente e senza intervento di curiali: buone tariffe e conosciute proteggeano l’industria paesana: era fatta abilità ad ogni cittadino di esercitare come e dove volesse l’opera sua: data agevolezza agli stranieri che qui venissero: tenuti i mercadanti immuni da certi pesi, gratificati quelli che facessero meglio, onorati tutti ed avuti in gran conto. Allora i nostri negoziatori, ben accolti da per tutto, trattavano da pari a pari coi re, cui accomodavano di danari; e vedeano i loro figliuoli salir ai primi gradi della spada e della toga. Tutt’a un tratto vennero questi boriosi Spagnuoli a dirci, che il mettersi a traffico era una vergogna e un contaminare il sangue: parve indegno che un conte od un marchese ponesse sua firma ad una cedola di cambio: si attribuì alle arti una stima pubblica in ragion inversa della toro utilità; e se non bastavano gli errori volgari, la legge stessa per rincalzo dichiarò esclusi dal Consiglio di Stato i negozianti, scaduto dalla nobiltà chi si volgeva al commercio. Allora, a vedere e non vedere, i più grossi capitali furono levati di giro: i meglio accreditati negoziatori se ne tolsero: appena uno crescesse in fortuna, volea levarsi di dosso la macchia dell’esser nato di negoziante col divenire inutile alla società [47]: i padri, invece di mandar i figliuoli alla bottega ed al telonio [48], gl’inviavano al maestro ad imparare latino e scienze di niun uso a chi fosse uscito di scuola; e le ricchezze sudate dall’industria dei padri più non erano che un fomite a corromper la giustizia e saldare la tirannia.

Che se voleste scorrere le gride che contengono la dolorosa istoria della rovina dell’agricoltura e del commercio nostro, vedreste con che strani ordinamenti pretendevano giovarvi i governatori, in grazia di quel costante divorzio fra l’economia politica e la giurisprudenza. Davansi privilegi esclusivi a chi inventasse o migliorasse alcun’opera: le varie manifatture erano non opportunamente organizzate ma tirannicamente legate in corpi e maestranze che spendeano a far pompe e liti, impacciavano i tribunali coi loro privilegi, annojavano colle ridicole pretensioni: i balzelli cadendo sulle materie prime aggravavano il popolo, e così rincarivano il prezzo delle maestranze: la mercatura era gravata di tributi, non solo esorbitanti [49], ma pazzi. Il duca di Terranova nel 1588 proibì di portar le sete fuori di Stato, sperando dovessero convertirsi in stoffe nel paese, ed in quella vece ne scoraggiò la coltura. Chi traccerà la storia delle follie umane, non dimenticherà le gride che replicatamente proscrissero dalla Lombardia le pecore perchè possono causar deficienza di fieni, ed altri inconvenienti.... molto pregiudizievoli al servigio di S. M., onde si condannano a tre anni di galera i pecoraj [50]. Un grave dazio sull’indaco rovinò affatto i tintori. Una legge che prevenne i delirj del moderno comunismo, obbligava i negozianti a dar lavoro agli operai, pena tre tratti di corda e 200 scudi d’oro [51]. Un’altra vietava di mercatar coi Francesi perchè sono cattivi cristiani [52]. Che più? si credette avvivare il commercio col frenare il lusso, onde il 15 aprile 1679 fu vietato usar cocchi dorati nè frange: nè che i volanti (così chiamavano quelli che poi si dissero lacchè) portassero la canna: nell’occasione d’inviti, veglie o feste non si diano acque rifrescalive più di due sorta, restando proibiti tatti i canditi, zuccheri e cioccolate: la coda degli abiti femminili non sia troppo lunga: cose tutte che vedete quanto dovessero star a cuore al legislatore, il quale a rincontro non curava nè poco nè punto d’agevolar le comunicazioni, assicurare i passi, togliere l’impaccio dei dazj interni, apprestare buone strade [53].

Se non che questi abusi del regolamentare, come dice Romagnosi, erano comuni ad altri paesi. Il Consiglio di Stato del re di Francia nel 1671 ordina, fra altre cose, che i fabbricanti di carta non estraggano i cenci dai tinozzi di macerazione, finchè non sieno bastantemente infraciditi. Ora è provato che la putrefazione dei cenci non fa che mandar a male un terzo della materia prima, e deteriorare il prodotto.

Ma quel che, per l’amore al mio paese, mi spiace di dire, quelle gride non portano l’impronta individuale de’ governatori, ma si vedono scritte dai nostri stessi legulej, generazione divenuta necessaria, e che trasmetteasi da un all’altro reggente. Il governo volea danaro; e i nostri industriavansi ad inventare quelle tasse assurde. Nè si può dire che gli Spagnoli volessero spegnere l’industria per progetto onde far fruttare le manifatture proprie, giacchè non ne avevano; ma era crassa ignoranza degli ordini economici. Anzi dal 1610 al 1651 da Madrid furono mandati qui 60 milioni di pezze di Spagna da lire 8 per sollievo della povertà [54]: sicché la Spagna provava i guai che toccano al vincitore, ma che non insegnano il modo d’ evitarli.

Secondo il seme venivano i frutti. Giovan Maria Tridi, comasco, che scrisse e bene, sul commercio d’allora, assicura che, dal 1616 al 1624, nella sola Milano erano venuti meno 24,000 operaj: 70 fabbriche di panno ridotte a 15; e così nelle altre città. Tant’erano cresciuti i debiti, che volendosi nell’anno 1638 portare in processione il corpo di san Carlo, si dovette per quattro giorni avanti e dopo la festa garantire i debitori dalle molestie ed imprigionamenti, se si volle aver concorso di popolo [55]. Quindi le tante persone oziose migrarono a portare l’industria loro altrove, dov’erano carezzati e privilegiati [56]. Nel 1632 singolarmente, il duca di Mantova e il provveditore de’ Veneziani in Terraferma pubblicarono promesse e privilegi a chi dal Milanese si mutasse colà. Ben minacciavano i nostri governatori pene terribili a chi uscisse: follia, minacciar la confisca a gente che nulla possedeva, il bando a chi già se n’andava, la pena di morte a chi s’era messo in sicuro! Una consulta milanese del 1633 avea ben veduto che « non gl’inviti e l’esibizione dei vicini principi, ma l’impossibilità di poter qui vivere sforzava gli uomini a trasferirsi altrove ». Esso Tridi riflette come nella Pieve d’Incino, in Brianza, sul lago di Como « sono mancati gli abitatori, non tanto per gli infortunj di guerre e peste, quanto per non trovare impiego alle loro persone » : a Milano, ruinate le pubbliche e private sostanze, cessando la mercatura, presero a migrare cittadini ed artefici, trasportando altrove le arti: e fra quelle che un dì erano in voga, or quasi in oblio, principalmente patirono quelle della lana, dell’oro, dell’argento, della seta: Tortona dicevasi vicina a trarre l’ultimo sospiro [57]: da Cremona eran le arti passate a Piacenza, a Monticelli, a Busseto, a Parma: altrettanto ritroverà negli altri paesi chi ne cerchi le memorie.

L’Opizzone, il Somaglia, e i due comaschi Piazzoli e Trilli, i migliori scrittori d’economia nostrali in quel secolo, non fanno che la storia de’ nostri tributi. Quando il 30 marzo 1631 Filippo IV chiese come tornar in fiore lo Stato, i nostri risposero ch’era duopo: 1.° pagar i soldati dall’ erario; 2.° ridurre l’ interesse dei debiti pubblici; 3.° togliere ai creditori de’ pubblici, l’azione solidale per la quale potevano sequestrar i beni di un qualunque individuo della comunità debitrice; 4.° far concorrere i preti ai pesi; 5.° adequare carichi sproporzionati. Anche questi erano miglioramenti sicuri, e gli Spagnuoli s’ accontentarono di sentirli: ma voi vedete che accennavano a sole le cose di cui sentivasi immediatamente danno: delle buone leggi, del togliere i vincoli e gli arbitrj, dell’assicurare le proprietà, del render pubbliche le tariffe, neppur una parola.

Ecco il secolo che alcuno ci vien predicando. Allora i costumi domestici all’ambrosiana si alterano; si diffonde il fasto senza ricchezza, l’ orgoglio senza franchezza l’ambizione senza pubblica virtù; universale, adulazione, inerzia senza  riposo, avventure senza gloria, religione intollerante, governo ignaro, pazienza incurante, studi senza progresso, miserie senza compianto. Allora concesso ad una sola classe di poter accumulare senza fine ricchezze: allora ai governatori un potere indisciplinato e, più che tirannico, irragionevole e schifoso, che toglieva ogni freno all’esazione, ogni sicurezza ai possessori: affiora l’autorità, non limitandosi alla direzione e alla giustizia civile e criminale, s’impacciava direttamente dell’arti e del commercio; allora sicurezza nella forza, pericolo nell’innocenza: trionfante la prepotenza: intricata l’industria: inosservata la giustizia: il vulgo educato A prostrarsi silenzioso e stupido sotto l’estremità de’ suoi mali. E quando nel 1706 gli Spagnuoli se n’ andarono di Lombardia, lasciarono in Milano 100,000 abitanti ove n’aveano trovato it triplo, cinque fabbriche di lana in luogo delle 70 d’un tempo: scadute in proporzione le manifatture sì nella metropoli, sì nelle altre città e nella provincia: negli animi poi niun altro sentimento che imbelle timore, niun’altra lezione che quella della sommessione e della vigliaccheria onestata col nome di prudenza.

Note

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[1] Giovanni Bodino calcolò che, sino al 1568, erano venuti dall’America in Ispagna cento milioni in oro, il doppio in argento. Ogni anno la flotta recava diciotto milioni.

[2] KLOK, de aerario, lib. I, cap. 6.

[3] Novae constitut, titul. de Senat. Ai lettori del Manzoni fa il conoscer le seguenti cariche.

I. Il Capitano di Giustizia, scelto dal re fra i dottori di collegio: aveva un Vicario dottor di legge, in senato sedeva all’ultimo posto, aveva la scorta di sei alabardieri, giurisdizione criminale su tutto lo Stato, e civile nelle cause de’ curiali e degli uffiziali regj.

II. L’eccelso Consiglio Secreto di Stato (cui apparteneva il conte zio di don Rodrigo) era composto, secondo il dispaccio 25 giugno 1622, del gran Cancelliere, del Castellano, di tre generali, dei tre presidenti del Senato e dei due Magistrati, del commissario generale, e di altri soggetti nominati dal re. Era consultato nei casi gravi dal Governatore, e ne faceva le veci quando mancasse.

III. Il Magistrato Ordinario potea sulle entrate e il patrimonio dello Stato; giudicava nelle cause di gravezze e carichi pubblici.

IV. Il Magistrato Straordinario aveva giurisdizione civile e criminale sulle terre di Boffalora, Cisliano, Albairate, Corbetta, Val Taeggia, e sopra certe quistioni.

V. Il Magistrato di Sanità componevasi di un presidente e sei conservatori, cioè un senatore, due questori, due fisici di collegio, un segretario del Senato, un auditore delle cause del collegio de’ dottori. Ne’ casi di peste esercitava giurisdizione su tutto lo Stato, chiamava uno o due patrizj d’ogni porta in ajuto.

VI. Sessanta decurioni nobili, dieci per porta, regolavano il patrimonio delle città. Ogni anno presentavano sei soggetti tolti fra i giudici, conti e cavalieri; ed il re o il governatore ne sceglieva uno, che diveniva luogotenente regio, e l’anno appresso vicario di provvisione, cioè capo del Consiglio pubblico, il cui tribunale di dodici vegliava all’abbondanza, allo spartire i pesi e alla polizia della città. Il Vicario , che oggi diciamo Podestà, amministrava anche giustizia sommaria sopra piccoli crediti e cause civili.

VII. Il Senato era composto d’un presidente, quattordici giureconsulti, sette segretarj tolti dalle diverse provincie: sedeva nel palazzo ducale.

[4] Le scritte con questo carattere son parole proprie dei Promessi Sposi.

[5] Questi è Carlo Girolamo Cavazio prosapia de’ Conti della Somaglia, che dopo 15 anni di fatica, stampò nel 1655 un volume grosso di 800 faccie, intitolato Aleggiamento dello Stato di Milano per le imposte e loro compartimenti, che è in somma un discorso sulle grandi spese toccate allo Stato: e v’ ha importanti particolarità allogate in un mar di parole e di figure. Com’erano complicate le gravezze ve lo rivelerà anche il soltanto nominarle. Censo del sale, tassa de’ cavalli mensuale, tassa d’ambe le cavallerie, i quattordici reali, i presidj ordinarj, i presidj forensi, le annate regie, i dazj regj, per cui entravano ogn’anno al fisco lir. 4,760,943; i dazj della città di Milano, gli alloggi militari, l’uguaglianza, il porticato civile e rurale, le milizie delle terre, i cavalli delle artiglierie, carra, buoi e guastatori, la mezza annata, l’imbottato, la guardia sui campanili, i porti e pedaggi, il bargello, le strade, oltre diversi altri carichi. Dal 1620 al 1650 si inventarono dieci dazj nuovi. Aggiungi l’interesse degli enormi debiti contratti dai Comuni ed i foraggi, soccorsi e soldi che talora si era costretti a dare ai soldati perchè non morissero di fame o non saccheggiassero, e che importavano fin cinque milioni ogni anno. Vedasi anche il Pietro Paolo Bonetti, Elenchus onerum impositorum subditis mediolanensis provinciae ab excessu Francisci II Sfortiae ad haec usque tempora. Milano 1662, e Gian Rinaldo Carli, Ragionamento sopra il censimento di Milano.

[6] Gli scudi del sole vecchi valevano lire 5:12; i nuovi lire 5:10, e per abuso lire 5:18. Di qui il proverbio milanese andà sul cinq e desdott. In quel tempo la proporzione fra l’oro e l’argento in questo Stato era 1:12. Nei duecentoventisette anni che durò il vicereame spagnuolo, le due Sicilie mandarono in Ispagna mille e centotrenta milioni di ducati, cioè da cinque mila milioni di franchi. Per maggiore dichiarazione dell’infelice stato della Lombardia d’allora, al fine di questo capitolo alleghiamo documenti ufficiali.

[7] I bindelli tessuti con oro ed argento non si possono introdurre, fabbricare nè vendere in Milano, e in caso della contravvenzione si proceda contro il marito per la moglie, il padre per la figlia, il fratello per la sorella , il suocero per la nuora. Grida 23 febbrajo 1679.

[8] Affacciatosi alla piazza di S. Marco, la cosa che prima gli colpì lo sguardo, furono due travi alzate con una corda e con certe carrucole: e non tardò a conoscere (ch’ella era cosa famigliare in quel tempo) l’abominevole macchina del tormento. Era posta in quel luogo, e non in quello soltanto, ma in tutte le piazze e nelle vie più spaziose, affinchè i deputati potessero farvi applicare immediatamente chiunque paresse loro meritevole di pena. Capo 34.

[9] Il Duca di Rohan verso il 1600 dice di Milano:

— Sous cet état et celui de Naples, les gentilhommes ne sont point marchands, comme par tout le reste de l’Italie, et sont fort somptueux en riches habillements et pour eux et pour leur chevaux, appliquant toute leur industrie a faire quelque jour de parade et particulièrement au carneval, que leurs riches habillements suppléent au défaut de leur bonne mine, ce qui a tellement fait adonner les artisans à bien travailler, qu’ils se sont rendus excellents, chacun en leur métier, sur tous ceux d’Italie, de façon que qui veut avoir de belles armes, de belles étoffes, de beaux harnais de chevaux, de toute sorte de broderie, et bref de tout ce qu’on peut souhaiter, il n’en faut point chercher ailleurs si Milan n’en fournit.

Della cittadella dice: ‒ C’est la plus accomplie que j’aie jamais vue, n’y manquant rien à mon jugement, sinon que la garnison n’est pas française.

[10] Lo statuto 465 di Milano del 1552 viola severamente alle donne d’andar in carrozza per città, eccettuate alcune primarie. Enrico IV scriveva a sua moglie che quel giorno non andrebbe a trovarla perchè la sua carrozza doveva servire al suo ministro. Nel 1666 Gualdo Priorato scriveva essere a Milano 115 tiri a sei, 437 tiri a quattro, 1034 a due, e 1500 cavalli di sella. Relat. della città et stato di Milano.

[11] Vedi la conversione del padre Cristoforo, c. IV. In pochi anni intorno a quelli ove Manzoni pose la sua storia, caddero per vendette alte frà Paolo Sarpi, don Carlos di Spagna, Enrico III ed Enrico IV, Guglielmo d’Orange, il Waldstein, il cardinal Martinuzzi, i Guisa, il Coligny, il Giarda vescovo di Castro, Alfonso Gonzaga, Rodolfo Gonzaga. Frequentissimi avvenivano gli assassinj anche di pieno giorno ed in mezzo alla città.

[12] Le teoriche sul punto d’onore si vedano nella disputa fra il conte Attilio e il Podestà Pr. Sp. c. V. e gli autori che ne trattano, nella biblioteca di don Ferrante. Vuolsi, fra le tante opere, citare il Duello del signor cavalier Vendramini, che sta ms. nella biblioteca Marciana n. LXXIII del secolo XVI, ed è un dialogo tenuto a Senago, vicin di Milano, nella villa di Alessandro Cremona fra questo e altri undici cavalieri milanesi, conte Carlo Belgiojoso, conte Giangiacomo Trivulzi, conte Fabio Visconte Borromeo, conte Lodovico Galerato, conte Francesco Trivulzi, Alessandro Castiglione, Costanzo d’Adda Francesco Dalla Torre, Giovanni Arcimboldo, Cornelio Balbo, Bartolomeo Caimo, a proposito di due cartelli, pubblicati quei giorni, l’uno da Lodovico Birago, l’altro da Scipione Vimercato. L’opera è dedicata al governatore Requesens, e l’autore nella dedicatoria professa scriverla « per mostrare ad ogni cavaliere che non sia adombrato da alcuna vulgare opinioni quando egli possa onoratamente adoperare e quando lodevolmente riporre la spada, la quale per esser arma di giustizia, il cavaliere non dovrà impugnare contro la ragione, ma solamente a favore e a difesa di quella: massimamente quando esso, conoscendo di non aver torto, sarà costretto a per mantenere il giusto e l’onesto, di venire col suo avversario a duello ».

L’indice dei libri proibiti di Clemente VIII dichiara che « duellorum libri, literae, libelli, scripta et quibus eadem duella ex professo expenduntur, suaudentur, docenturque, prorsus vetantur, sicut et eorum detestabilis usus a sacro Concilio Tridentino omnino prohibitus est. Si qui vero ex hujusmodi libris, ad controversias sedandas, pacesque componendas proficere possint, expurgati et approbati permittuntur.

[13] Opere del Birago. Dichiarazione ed avvertimenti poetici, politici, cavallereschi e morali della Gerusalemme Conquistata di Torquato Tasso, Milano 1616. Le sue allegorie al suddetto poema furono inserite nelle opere del Tasso, Venezia 1722.

Trattato cinegetico ovvero dotta Caccia, nel finale si discorre esattamente intorno ad essa. Milano 1626 (Versa solo sui diritti della caccia e le quistioni che ne nascono).

Discorsi cavallereschi nei quali s’insegna ad onorevolmente racchetar le querele, nate per cagion d’onore. Milano 1622, e riveduti e commentati 1628.

Consigli Cavallereschi, ne’ quali si ragiona circa il modo di far le paci, con un’apologia cavalleresca per il signor Torquato Tasso. Milano 1623. (Mostra che il Tasso osservò le leggi della cavalleria nei combattimenti di Tancredi con Argante.)

Il secondo libro de’ consigli cavallereschi, Milano 1624.

Cavalleresche decisioni, Milano 1627.

Nel 1686 si ristamparono a Bologna le quattro ultime opere, unite.

[14] Che razza fossero costoro lo discorre a lungo Manzoni nel C. I. — Don Rodrigo, l’Innominato, Attilio, Egidio sono i tipi di quest’ ultimi signori.

[15] Vedi le Gride dei governatori. Dalle stesse impariamo la depravazione de’ costumi. Ai 20 settembre 1566 il Senato, re mature considerata, proibisce all’oste dei Merli e a quello della Maddelena di tener mezzani e male donne. Ai 3 gennajo 1561, condanna a due tratti di corda molti, perchè dissero al dispetto di Dio. Il re ne dice che multi pro blasphemiis quas in Deum, Virginem et sanctos proferunt, fere quotidie condemnantur (22 luglio 1359): e altrove intelleximus complurimos esse qui Dei omnipotentis parum reverentes, in sordibus concubinatus vitam ducunt (21 luglio 1566); e che multi die noctuque per hanc civitatem deferunt arma prohibita, et aliqui etiam larvati cum armis incedunt, ecc. (2 febbrajo 1559).

[16] Quanti figliuoli egli avesse, (il principe di Monza) non appare: si rileva soltanto ch’egli aveva destinati al chiostro tutti i cadetti dell’uno e dell’altro sesso, per lasciar intatta la sostanza del primogenito, destinato a perpetuar la famiglia, a procrear dei figliuoli per tormentarsi e tormentarli nello stesso modo. Pr. Sp. C. 9.

[17] Ripamonti, hist. patr. 4, p. t. 1.

[18] Se un prete non ha un po di carità, un po’ di amorevolezza e di grazia, bisogna dire non ce ne sia più a questo mondo. Pr. Sp. cap. 34.

[19] Oltrocchi, note alla vita di san Carlo, c. i. l. ii.

[20] Lib. III. c. 16.

[21] Vedi Ripamonti dec. V, lib. V, capo 2. Don Abbondio fino da’ suoi primi anni aveva dovuto accorgersi che la situazione la più impacciata a quei tempi era quella di in animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione all’essere divorato.... aveva quindi assai di buon grado obbedito ai parenti che lo vollero far prete.... assicurarsi di che vivere con qualche: agio, e porsi in una classe riverita e porte, gli erano parute due ragioni più cre sufficienti per una tale scelta. Pr. Sp. C. I.

[22] Grida 23 giugno 1677.

[23] Grida 21 agosto 1671.

[24] Editto dell’arcivescovo Stampa.

[25] Erano in Milano 258 chiese, delle quali 71 parrocchiali; 50 monasteri di frati, 4 collegi di preti regolari, 34 monasteri di monache e 9 di orsoline: 52 compagnie di disciplini: infinite congregazioni devote: 19 compagnie della croce. Moriggia, Nob. di Milano.

[26] Grida 13 marzo 1695. « Alcune persone qualificate hora mai dichiaratamente pretendono ne’ quartieri ossiano vicinanze delle lor case franchigie, immunità dagli atti di giustizia, estendendola per lungo e largo ne’ contorni delle loro abitazioni sopra quartieri formati a capriccio, e da questa introdutione procede la maggior parte de’ latroneggi, che sì frequentemente si commettono per lo rifugio che in que’ siti protetti trova ogni sorta di malviventi, et particolarmente quelli che come di professione vivono di furti e di rapine, mantellandosi pure altri sotto l’ombra anche più estesa delle medeme persone qualificale che permettono siano esposte le armi loro nelle botteghe, osterie, camere et locande, ecc.

[27] A Milano risedevano un segretario della repubblica di Venezia, uno di Savoja, uno di Parma, uno di Modena, uno di Mantova; i loro domestici portavano qualunque arma. Alcuni sbirri osarono per far un’esecuzione civile avvicinarsi 400 passi a casa d’Adda in porta Nuova ove abitava il contestabile Colonna, e i suoi servi uscirono e li bastonarono. Vita dell’Aresi. Una domenica il barigello co’ suoi sbirri passa davanti alla casa del Resid. di Venezia, e quello per punirlo fa scaricar fucilate, da cui quelli rimaser feriti o uccisi: poi armò gli amici e il vicinato; s’ aspettava qualche gran baruffa; ma il presidente Aresi persuase a non farne nulla, e rispettare il jus delle genti.

[28] Vedi la conversione del padre Cristoforo. Come in tutte le istituzioni c’era anche un lato buono, e valsero spesso a salvare l’innocenza insidiata. Il marchese Corrada, vicario di giustizia, occhieggiava le figlie d’uno speziale di porta Nuova, bellissime e spasimo di molti. Per averle, fe nascer vicino a loro un rumore, e cavar una pistola, arma proibitissima, indi le citò come testimonj. Esse ricusarono andarvi, ed egli mandò la propria carrozza per prenderle. Dovettero dunque andare, ma giunte alla chiesa di san Donnino in contrada dei Bigli, saltarono dallo sportello in casa del curato: poi col tempo si ritirarono un’altra casa della giurisdizione del castello, salvandosi così dal ribaldo ministro della giustizia.

[29] I suoi d’adesso laggiù a Milano contano assai, e son di quelli che hanno sempre ragione. Pr. Sp. C. IX. E a Milano? chi si cura di costoro a Milano? chi sa che ci siano? son come genti perduta sulla terra: non hanno néanche un padrone: gente di nessuno. Ib. C. xi.

[30] Morigia, delle antichità di Milano il 123.

[31] Grida 23 decembre 1600.

[32] Quando nel 1658 il duca di Modena minacciava al Milanese, il governatore nostro cattolico Visconti ordinò la milizia ecclesiastica in tutte le città.

[33] Grida 27 settembre 1584..

[34] Grida 6 novembre 1633.

[35] Di tali accidenti è tessuta la vita del presidente B. Aresi.

[36] Cap. 4. Fra tutto lo Stato toccavano da 4500 soldati di milizia, in mera difesa della provincia loro, dalla quale non haveranno da uscire. Vedansi le Appendici al fine di questo capitolo.

[37] Vedi Tanzi, Nuova Antibrandana.

[38] Dec, VI, l. 2, c. 1

[39] II milanese Giacomo Antonio Gallizio fu abilissimo nel contrafar carte vecchie, col che preparava alberi di famiglie non solo per blandirne la vanità, ma per dar titoli ad usurpare possessi ed eredità. Scoperto, ben 170 carte sue furono convinte di false, con una finezza che fa maraviglia nella scarsità dell’arte diplomatica d’allora; e sulla piazza di S. Stefano il 9 settembre 1681 fu bruciato colle sue false carte. — Muratori, Ant. Est. parte 1 pag. 37. I suoi reati sono alla stampa in 680 pagine.

[40] Torre, ritratto di Milano.

[41] Egli stesso descrisse queste pompe nelle Grazie d’Amore, Milano, Ponzio e Pinaglia 1604: ove conta che a Milano erano valentissimi alla danza centoquindici cavalieri, sessantasei dame, trentasei zitelle. Discorre lungamente della scherma. L’Apparato fatto della città di Milano in quell’occasione fu descritto anche da Guido Mazenta, Milano, Ponzio 1599.

[42] Vedi la Vita dell’Aresi, Milano 1853 e: la fama gelosa della Fortuna, 1680.

[43] Salfi nella Revue Enciclopédique maggio 1828. Quel ch’ è peggio credette che fosse tolto dal Ripamonti, che ognuno sa avere scritto in latino.

[44] Avranno creduto imitare con ciò il terribile Michelangelo. Fatevi specchio di loro voi, giovinotti, che credete far il romantico col dare in che che capricci vi ghiribizzino pel cervello, e vi pare imitar i sommi quando ne seguite le irregolarità, senza neppur accennare da lontanissimo alle bellezze vhe lor ne danno il diritto.

[45] Massima di Adamo Smith, ma sei anni avanti di lui dichiarata dal nostro Beccaria nel § 15, parte prima degli Elementi di economia politica.

[46] Anversa 1567.

Sono rinomate Ie operette stampate in piccolissimo sesto dagl’Elzevir in Olanda, col titolo di Repubbliche. Nel 1628 vi fu stampata quella De principibus Italiae, che è una statistica politica della penisola. Descrivendo il ducato di Milano a tempi poco anteriori dalla nostra storia, vi son fatti grandi elogi della città, che così traduciamo: « A ragione è noverata fra le maggiori d’Europa, fiorentissima per mercanzia e ricchezza, splendore d’ edifizj, grandezza di tempj, beltà di piazze; soda di mura, munitissima di forti, provveduta d’armerie, abbraccia uno spazio immenso, con sobborghi che possono star pari a grandi borghi; con alte fosse, e con bastioni muniti anch’essi. A pena si può dire quanto sia pieno d’arti e di scuole d’artefici e di fabbriche, talchè corre il proverbio che col disfare Milano si potrebbe fare un’ Italia. Il castello di porta Zobia è il più celebre d’Europa per grandezza, e vastità di opere e di fortificazione: perocchè comprende vie, piazze, mercati, palagi, botteghe d’ogni sorta, mestieri, tanto da non aver bisogno di nulla fuori, e copia di cibi, e ogni occorrente alla pace e alla guerra. D’ogni lato estende vasti propugnacoli, lo circondano fosse larghissinne con profonde acque, e sostenute dai due lati da muratura di mattoni. Mura di mirabile grossezza sostengono i larghissimi bastioni, praticabili per volte arcuate, da’ cui merli e dalle troniere per tutto il circuito del castello e degli antemurali sporgono grossi e posanti cannoni di bronzo su carretti di ferro.

« Nel palazzo di città poi v’è un’armeria con arme d’ogni sorta, degne di qualunque gran principe per valore, artifizio ed eleganza, essendo non solo ornate di oro e argento e colori a fuoco, ma anche di artifizioso cesello ».

[47] Era (il padre Cristoforo) figliuolo d’un mercante, che trovandosi assai fornito di beni di fortuna avea rinunziato al traffico ... nel suo nuovo ozio cominciò ad entrargli in corpo una gran vergogna dl tutto quel tempo che avea speso in far qualche cosa a questo mondo .... studiava ogni modo di far dimenticare che era stato mercante .... con quel che segue nel c. 4 de’ Pr. Sp.

[48] telonio: banco dei gabellieri (ndr.)

[49] Il valor capitale del commercio in Milano era di lire 21,316,143: e vi era imposto l’esltimo di scudi 27,958.

[50] Grida 22 ottobre 1658.

[51] Grida 4 agosto 1654.

[52] Grida 25 gennaio 1593.

[53] Quanto fossero disagevoli le comunicazioni puoi vederlo dai proverbj. I Toscani dicono andar in Ghierradadda, e noi andare ad Iunnspruk per andare lontanissimo: ora vedete che è il cammino dell’orto.

[54] È asserito in un memoriale sporto dalla Congregazione di Stato milanese nel 1706.

[55] Grida 27 ottobre 1638.

[56] A due passi di qui, su quel di bergamo, chi lavora seta è ricevuto a braccia aperte. Pr. Sp. c. 6. I padroni fanno a gara per aver gli operai milanesi. Ib. C. 17. A Venezia s’avea per massima di secondare, di coltivare l’inclinazione degli operai di seta milanesi a trapiantarsi nel territorio bergamasco, e quindi di fare che vi trovassero molti vantaggi, e sopratutto quello senza di cui ogni altro è nulla, la sicurezza. Ib. C. 26.

Nel 1617 Bergamo mandava fuori ogni anno per 254,000 ducati in ferro ed acciaio; 360,000 in panni alti: 270,000 in bassi: 167,000 in saje e buratti: 24,000 in spalliere, e vi si smaltivano all’anno 500 balle di lana spagnuola, 1000 di tedesca, pesi 25,000 di veneziana e puliese. Così lo storico Fra Celestino.

[57] Vedi la Consulta del 1688.

Indice Biblioteca Storia e condizione generale della Lombardia - Appendici A-B-C-D

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011