LA  LOMBARDIA NEL  SECOLO  XVII

RAGIONAMENTI

DI

CESARE CANTÙ

 

 

 

 

MILANO, 1854

A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP.

Contrada del Zenzuino N. 529

 

La presente opera è posta sotto la salvaguardia delle leggi

essendosi adempiuto quanto esse prescrivono

Tipografia Lombardi

Edizione di riferimento:

Cesare Cantù, La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti, editori Volpati e C., Milano 1854 A SPESE DEGLI EDITORI VOLPATO E COMP. Contrada del Zenzuino N. 529, Tipografia Lombardi.

Della Presente edizione.

Appena comparvero i Promessi Sposi, e mentre ancora quella sublime semplicità teneva sospesi i giadizj fra una petulanza che asseriva delusa la lunga aspettativa e un’ammirazione che non sapeva render conto a sè stessa, un giovane ne preparava un commento donde apparisse come il Manzoni si fosse tenuto fedele alla storia, nel mentre presentava al vivo quel che deve esser soggetto primo delle arti nobili, l’uomo.

L’urbanità letteraria non era proceduta ancora a segno, che chiunque vien dietro si credesse in dovere di dar un morso stizzoso a chi va innanzi, e chi va innanzi dare van calcio sprezzante a chi vien dopo: e giovani di poco vanto e di qualche studio, portanti quel che altri notò come favorevole presagio, la venerazione verso i grandi senza sacrificarvi il pensiero e l’integrità delle convinzioni, collaboravano ad una raccolta che dobbiam credere facesse del bene perchè sgradita a quei che vogliono il male. Su quella, e in un anno di grandi aspettazioni, comparve quel commento; fu accolto col benigno interesse che su di esso rifletteva l’opera a cui veniva seguace, e più volte fu ristampato or qui, or fuori, or solo, ora frammezzato o soggiunto ai Promessi Sposi, e con isconce mutilazioni, ove togliendogli il capo e la conclusione, veniva privato di quell’unità, in cui consiste il merito di un libro, come d’una vita.

L’autore ha fatto un’altra stampa [1] quando il Manzoni ritoccava il suo romanzo con quelle cure che mai non sono soverchie a rendere perfetto un libro già bellissimo v’introdusse copiose aggiunte: ma assai più ne compaiono in questa, alla quale egli bramerebbe si attenessero coloro, che nè la legge nè la cortesia induce a chiedere il consenso per una ristampa.

Il colore e i sentimenti fu geloso di conservare in quella integrità, secondo la quale uno scrittore, che sente la dignità delle lettere, si reca a pregio di poter essere giudicato. Vero è che in tutt’altro modo ora avrebbb’egli concepito e il ghigno del dispetto e la melanconia delle speranze, ma ama si veda come la parola seguì sempre l’intima convinzione, che che dovesse soffrirne dai potenti e dai sofisti.

Se nel riferire le frasi proprie del Manzoni si atterrà alla lezione primitiva, non è ch’egli non veda sommamente migliorato quel libro da tante nuove attenzioni; dovessero queste essere più consentanee al canone da cui erano suggerite. Ma le simpatie di gioventù difficilmente si rinnegano, e i coetanei sanno con quanto amore fu accolta, con quanta riverenza salutata quella bella bagiana che ci è venuta ne’ giorni delle intere speranze, lusingando l’immaginazione, addolcendo il cuore coll’esporre in una semplicità affatto ambrosiana pensamenti così sottili, ragioni così concludenti, affetti così profondi, e meritando quella lode che il cardinale Federico Borromeo credea la somma d’uno scritto, l’essere inteso dalla folla dei leggenti, e ammirato dai maestri dello scrivere [2].

Il qual cardinale diceva pure che la cosa men sopportabile gli saria se i lettori non comprendessero con qual mente e con qual fine abbia assunto un argomento [3].

Oggi invece chi scrive deve per la prima cosa rassegnarsi a vedere svisate le parole, contorti i sensi, calunniate le sue intenzioni. Il commentatore vi ha fatto il callo; eppure, se dopo tanti disinganni e fra tante angosciose agitazioni rimane luogo a qualche preoccupazione letteraria, spera che, in grazia del libro a cui s’attiene, i concittadini facciano buon viso a questo commento il quale, unito al più recente sul Parini [4] , compie la storia della Lombardia dopo ch’ebbe perduta la indipendenza. Nelle tribolazioni de’ popoli v’è molto a imparare, e il decorosamente sopportarle giova a rigenerare il coraggio e la fratellanza.

AI GIOVANI LOMBARDI

Guerre, accordi, fazioni, pompe di corti, straordinari sforzi di potenza e di coraggio, sono le materie onde più solitamente si empiono gli annali. Per questo da qualcuno fu giudicala poco storica l’età nella quale il nostro paese, in balia degli Spagnuoli, e grave a sè, inutile agli altri, parea tanto basso, da non offrire alla storia positiva della societè se non l’infelicissimo Nulla fece. Quando il potente ingegno di Alessandro Manzoni tolse a meditare que’ tempi; e colla piana esposizione delle cose che rinvigorisce nel popolo l’abitudine di formarsi d’ogni soggetto idee chiare e precise, venne dipingendo le virtù, i peccati, le opinioni, e (quel che sovente significa lo stesso) gli errori dei padri nostri. Appena comparvero i Promessi Sposi, all’indifferenza successe la smania di conoscere tutto che avesse relazione a quegli accidenti, a quei tempi: libri da anni e anni dimenticati, furono scossi dalla polvere, e si udiva da per tutto un chiedere: « — Correvano proprio così le cose? e che fin fece la monaca di Monza? e l’innominato visse egli da vero? e così appunto infierì la peste?

Poichè non sono alla mano di tutti, neppure in Lombardia, i libri che possano appagare queste domande, e lo scorrerli porterebbe una noja troppo maggiore del diletto e del vantaggio, io mi tolsi la fatica di radunare dai diversi ciò che potesse ed importare ai lettori del Manzoni, ed insieme spargere luce su quel momento della storia nostra, su quella sciagurata lacuna dell’italico incivilimento.

E in questi Ragionamenti l’offro a voi, giovani lombardi miei coetanei, che pieni di speranza voi stessi le speranze alimentate della patria. Benchè nuovo, benchè d’un vivente, accoglieste con plauso il racconto de’ Promessi Sposi , e ben avete inteso che non è scritto, some la comune de’ romanzi, per acquistare la lode di un momento, ed ingannare la noja, castigo di chi non fa nulla: ma o vi presenti nelle scene storiche l’aspetto del passato, o vi riveli nelle scene di passione l’ aspetto di tutti tempi, vi fu chiaro come ogni idea vi sia subordinata ad un concetto grande, tolga su certe verità la non curanza che è peggio dell’errore, formi in chi legge una persuasione efficace, ope-rosa. Il mio Commento vi convincerà ognor più siccome in quell’opera vada la più scrupolosa verità storica congiunta all’interesse, alla vivacità del racconto, a tanta dose di sapienza riposta e di sapienza popolare.

Giovani Lombardi coetanei miei, io avrò ottenuto il mio fine se quel libro che divoraste per diletto, ora lo rileggerete per istruzione, affine d’impararvi a pregiar quanto si merita la libertà civile, l’uguaglianza dei diritti, a divenire indulgenti col giorno d’oggi confrontandolo col passato; e compiangendo i traviamenti della ragione umana, operare a rinvigorirla col sapere e colla meditazione.

Note

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[1] Milano, tipografia Manini, 1842, in-4.

[2] Optima erunt scripta quae popolus et multitudo literatorum intelligat, et eloquentiae principes admirentur. De sacris Oratoribus, lib. IV.

[3] Si veterum auctorum monumenta respicere velimus, crebras sane querelas eorum inveniemus, quod scripta sua non acciperentur iis animis atque sensibus, quos ipsi ad scribendum attulissent.... Ita ego sum affectus, ut praevisa omnia infortunia ferre possim equo animo, praeter illud unum si non intelligant homines qua mente, quove consilio, quodque scribendi argumentum mihi susceptum fuerit. Prefazione ai Meditamenta litteraria.

[4] L’abate Parini e la Lombardia nel secolo passato, Milano, Gnocchi,1853.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011