Pietro Borsieri

 

Storia di Lauretta

 

 

Edizione di riferimento

Il Conciliatore, nn.61-62-63

 

 

Il Conciliatore, Num. 61, Giovedì 1 di aprile 1819.

 

Seguite i pochi e non la volgar gente.

PET.

 

Parte prima

 

Carlo Belmonte militò nella sua prima gioventù, e vide, ora vincitore, ora prigioniero, quasi tutte le contrade d’Europa. L’ultima pace lo ha restituito all’Italia. Florido ancor d’anni e di vita, e già disingannato delle fortune amorose, rivolse il suo fervido cuore alla dolcezza degli affetti domestici. I lucidi fantasmi della gloria militare non erano più per lui. Procreando figliuoli un valoroso soldato, ridivenuto cittadino, deve sdebitarsi verso l’umanità delle vite innocenti che nel corso di tante guerre può avere sacrificate. Belmonte era ricco, e deliberò di ammogliarsi.

Non appena si riseppe nella città di.... la sua risoluzione, Carlo si vide circondato a poco a poco da certi scaltri faccendieri, che abbondano in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Chi gli proponeva una partita alla campagna del conte C.... padre di tre belle e ricche fanciulle. Chi voleva condurlo alla popolosa conversazione di casa L.... dove intervengono molte savie madri e molte amabili damigelle, le quali con un’onestà senza pari cantano tutte le sere le ariette più tenere, e danzano i più stretti waltz che si sieno mai danzati. Carlo si disfece prestamente degl’importuni. «Signori miei, disse loro, io non regalo camice ai paraninfi»; e i paraninfi lo lasciarono solo.

Lauretta Elisei, figlia d’un povero pittore, abitava nella casa di Carlo un piccolo appartamento condotto in affitto dal di lei padre. La giovinetta era bella. Grandi occhi nerissimi; alta persona, e d’armoniche proporzioni; un volto espressivo sparso di quella pallidezza, che ora chiamano sentimentale.... era tale insomma da servir di modello per dipingere una Malvina, che guardando il cielo invochi sull’arpa il ben amato spirito dei prode figlio di Ossian. Carlo visitava sovente lo studio dei pittore. Si sarebbe detto che il buon militare cominciava a prender gusto per le belle arti.

Ho dimenticato di avvertire che Lauretta aveva, un anno prima, perduta infelicemente la madre. La circostanza è influentissima: il buon pittore amava assai la propria figlia, ma non amava meno l’arte sua. Fantasticava ognora nuovi soggetti e dipingeva tutto il giorno. La fanciulla, per non annojarsi, leggeva.

Così trascorrevano rapidamente per ambedue le volubili ore di questa affannosa e cara vita mortale. L’artista povero ed onorato si consolava della non curanza degli uomini, immaginando il bello ideale, e trasfondendolo sulle tele. E sua figlia studiando qualche libro di educazione, un po’ di storia, e leggendo alcuni buoni romanzi, fortificava la mente e nodriva il suo cuore meglio assai che non facciano nella frequenza del mondo le figlie de’ ricchi. È vero che la solitudine e la lettura preparavano quella bell’anima a sentire con forza l’inevitabile impero dell’amore. Ma io per me lodo quell’educazione che, salvando i costumi, coltiva nelle fanciulle un’indole appassionata. Atri lodino pure la falsa prudenza di que’ rigidi istitutori, che credono inconciliabili fra loro la sensibilità e la virtù; che vietano a questa il libero sorriso della gioja, e condannano come orribile delitto un brivido, un rossore improvviso, una lagrima d’amore. Più e più sempre comprimendo i moti spontanei de’ giovani cuori, gli stolti educatori ne inacerbiscono le passioni invece d’imbrigliarle; o ponendo per tutta perfezione una morta apatia, trasformano l’umano petto in un freddo deserto. Viene poi tempo che i fragili ripari di siffatta educazione sono posti alla prova tra le mille seduzioni del mondo; e allora veggiamo la vanità, l’interesse, la civetteria tenersi tirannicamente l’impero delle anime femminili.

Le visite di Carlo avevano destato il segreto sospiro della fanciulla. Non cedeva ella, come sogliono le sue pari, né allo splendore dell’uniforme, né ad una certa felice prepotenza che il mestiere dell’armi conferisce ai giovani valorosi. Ma quando pensava che in mezzo a tante stragi Carlo aveva conservato un carattere umano, che aveva corsi tanti pericoli e non se ne vantava; e che ministro della forza aveva nondimeno il costume d’essere amico dei deboli, ella non sapeva più resistere alla dolce simpatia che provava per lui.

Un giorno Carlo era salito per vedere un gran quadro di storia, che l’artista aveva condotto con amore, e che gli era ben riuscito. Rappresentava la pietà figliale d’Antigone, quando guidò a Colone Edipo vecchio e cieco, sbandito dal trono e da Tebe. Entrando, Carlo s’accorse d’una certa tristezza che velava i begli occhi della fanciulla e la fronte rugosa di suo padre. «Sig. Annibale, gli disse (questo era il nome dell’artista), non so se m’inganni, ma voi non siete lieto come al solito». «È ben vero, signor Belmonte, e la mia opera istessa è la cagione di questa tristezza». «Non ne siete contento? A me par bella? ». «Ve ne ringrazio: ma se ha qualche pregio lo devo tutto al soggetto ed alla tristezza che m’ha inspirato. Io ho veduto in Antigone la mia figlia, e nel povero vecchio ho veduto me stesso quando questa mano già stanca non potrà più guidare il pennello. Amara riflessione! Le belle arti non fruttano tesoro. Noi Italiani ce ne vantiamo, ma l’artista va nudo; e le Taidi ed i mimi trapassando in un cocchio dorato lo schiacciano per le vie. Quel po’ di nome che possiamo farci vivendo ne lo straziano in cento guise i competitori ed i falsi intelligenti: foro poi lo raccolgono i rivenditori di quadri, quando le nostre ossa giacciono tranquillamente nel seno della gran madre. Che sarà un giorno della mia povera figlia? Ha l’animo alto, sapete..., ella sarà infelice e abbandonata». Al suono di queste querele la giovinetta aveva già gli occhi pieni di lagrime. Voleva confortare suo padre, e non ardiva favellare in presenza di Carlo. Una striscia di fuoco solcava il pallore della sua faccia... Ella era per uscire. Allora Carlo riprese: «Fermatevi, Lauretta, ve ne scongiuro, e voi, nobile uomo, ascoltatemi. È vero pur troppo che la fortuna esalta quasi sempre i cattivi e calca i buoni: ma v’è pure qualche anima che s’innamora della virtù, la quale è tanto più amabile quando risiede in una bella persona. Io non sono avvezzo a lunghi preamboli. Ho ventotto anni e sono ricco; se vostra figlia non mi ricusa sarò marito a lei e figlio a voi».

La proposta giungeva affatto inaspettata. Annibale rimase interdetto e guardò sua figlia, che non osava sollevare gli occhi da terra. Le sue lunghe palpebre le ombreggiavano il volto, e lo rendevano ancor più modesto e più bello.

Riavutosi da quella grata sorpresa: «Sia Colonnello, rispose Annibale, qual ventura è mai questa, e quanta deve essere la mia gratitudine? Ma non mi patisce il cuore d’interrompere il corso della vostra fortuna. Voi dovete accasarvi nobilmente, ed accrescere con nuove ricchezze lo splendore della vostra famiglia. Che potrebbe mai recarvi in dote la povera figlia di un pittore?». «Ella mi recherà l’educazione che le avete data, il fiore eterno ed impassibile de’ suoi gentili costumi, e l’amore suo vero; dacché io so bene ch’ella non consentirà d’essere mia se il cuore non le dice che potrà amarmi. Decidete adunque, o Lauretta, del mio e del vostro destino». Allora la fanciulla diede tale sguardo a suo padre, che manifestò tacitamente tutta l’anima sua. Dopo quell’eloquente silenzio si conclusero tosto le nozze.

Coppia avventurosa e ben nata, quanto invidio la vostra condizione! Perché non sono io poeta? Non farei già risuonare intorno a voi le profane e ridicole cantilene, che l’Italia intuona per costume sul talamo, de’ potenti ben altri versi mi suggerirebbero lo spettacolo sacro della virtù felice tra gli affetti domestici. Questa, questa è la vera musa che io cerco; questa è quella, pur troppo, che non ho trovata finora.

Sparsasi la notizia del matrimonio di Belmonte, se ne parlò almeno per quindici giorni nelle conversazioni, nelle loggie del teatro, e nei caffè. Pareva che la città, non avesse altro a fare. Tanto è il bisogno del cicaleccio, e sì numerosa la turba delle teste vuote ed oziose, che un matrimonio diviene un affare di stato in mancanza di battaglie e di trattati di pace. I ghiottoni sapevano ridirti a puntino l’ordine del convito di nozze, e il numero de’ commensali. Gli avari dimandavano sogghignando con qual parte del suo patrimonio il colonnello Belmonte avrebbe assicurato la gran dote della figlia del pittore. Le matrone chiamavano scandalose queste nozze romanzesche. Le loro figlie poi non sapevano persuadersi come mai quel bel giovane si fosse inamorato d’una fanciulla che non possedeva bellezza alcuna, e che di giunta aveva il vizioso costume di leggere. Le ignorantelle chiamavanla ironicamente la letteratura. Meno ingiusti verso di lei erano i giovani eleganti della città, i quali però, colla loro solita gentilezza, si raffazzonavano allo specchio per prepararsi a farne la conquista.

Carlo aveva un numeroso e nobile parentado nella sua patria. Egli sapeva che varie famiglie, dal giorno delle sue nozze in poi, sdegnavano di riconoscerlo come parente; e se l’animo di lui fosse stato meno fermo ei certo non avrebbe osato di formare la felicità di quella povera fanciulla. Perniciosissima suol essere la stolta vanità degli uomini tanto pel male ch’essa opera, quanto pel bene che impedisce.

Innebbriati delle oneste dolcezze d’un amore santificato dal matrimonio, non si curavano gran fatto gli sposi Belmonte di stringere molte relazioni. Nondimeno avviene, quasi per caso, che si formino alcune conoscenze, le quali insensibilmente divengono un legame difficile a rompersi. Una vecchia signora, chiamata donna Eufrosia, cominciò a visitare di tanto in tanto la sposa. Frequentavano la casa di danna Eufrosia un don Gaudenzio vecchio sacerdote, che era il suo direttore di spirito, e certo sig. Buontempi, uomo di circa cinquant’anni, uno di que’ tali, il cui più favorito esercizio è quello delle mascelle, e che sono ognor pronti a dividere la noja delle vecchie signore per acquistarsi un buon pranzo. Donna Eufrosia aveva, pochi mesi prima, levata di monastero, e maritata poscia da lì a non molto sua figlia Eugenia con un avvocato riputatissimo della città; il quale per non perder tempo colla moglie le aveva accordato in servente il conte Frivolucci, giovane, come egli diceva, che per lo splendore della sua nascita faceva onore alla casa. Queste erano le persone con cui Lauretta, più per urbanità che per altro, passava qualche volta la sera a veglia. Le visite della galante Eugenia e del suo servente si succedevano con instancabile rapidità. Non si dava nuovo spettacolo al teatro senza che Lauretta venisse dolcemente violentata ad assistervi nella loggia di Eugenia e del Contino. Due o tre volte per settimana le conveniva ricevere al mattino la pietosa donna Eufrosia, che dopo la messa, accompagnata non di rado da don Gaudenzio, veniva a fargli esporre dogmaticamente i punti più oscuri di teologia. «Mia cara figliuola, diceva ella a Lauretta, io temo che voi siate assolutamente perduta se non ascoltate don Gaudenzio. Quello strano uomo di vostro padre non v’ha fatto istruire a fondo nella religione, e tolto il vangelo e l’officio della Vergine, non credo che abbiate mai letto verun libro di divozione. Ascoltate don Gaudenzio, vi dico. Egli v’insegnerà come dobbiate condurvi col marito e coi figli che avrete tra poco». Lauretta in fatti cominciava a dare non dubbj segni di fecondità.

Il tenore di vita che erosi stabilito in casa Belmonte contrastava sensibilmente col carattere delle persone che la frequentavano. Una sincera ma non fastosa pietà scaldava il cuore di Lauretta; e dall’altro lato i piaceri romorosi della città non la dilettavano troppo. Piuttosto che annojarsi all’Opera quaranta sere di fila a solo patto di esservi contemplata, ella si recava alla commedia, egregiamente allora rappresentata da una compagnia di comici francesi. Toccava l’arpa a maraviglia, e Carlo passava le iutiere ore a sentirla. Amavano la campagna, e soccorrevano pietosamente i contadini delle loro terre, che Carlo faceva coltivare coi migliori metodi d’agricoltura. L’originalità, la salute, l’allegria del padre di Lauretta compivano la domestica felicità di quella famiglia, la quale trovava altresì nelle belle arti un tesoro d’aggradevoli sensazioni. E nondimeno per non parer selvaggi ed inospitali continuavano a vivere con persone, le cui anime non formavano colla loro un’armonia.

 

 

 

Num. 62 , Domenica 4 di aprile 1819.

 

Seguite i pochi e non la volgar gente.

PET.

 

Parte seconda

 

 

Non vi può essere che un segreto motivo d’interesse, il quale induca i caratteri volgari a sostenere lungamente la vicinanza de’ generosi. Non mancava questo motivo né ad Eugenia, né al contino Frivolucci. L’occasione svelò l’arcano.

Era d’estate, quando il filosofo solitario ed il poeta cercano pensosi le inspirazioni della verità nel silenzio de’ boschi; quando il povero benedice il sole che lo tormenta, ma che gli dispensa più largo tempo al lavoro; quando l’inerte ricco ed il patrizio languiscono tra le mura infiammate de’ loro patagi. Eugenia spossata dal caldo s’annoiava di tutto. La piccola provvisione di novellette, di bons-mots, di libretti licenziosi, colla quale il contino aveva trionfato della sua fragile virtù, non gli giovava oramai per combattere la di lei noja. Oppressi dal peso della propria nullità, mal atti a pascersi l’animo di sentimenti, e d’idee, correvano da una sensazione nell’altra in traccia di quella soddisfazione che immaginavano e non rinvenivano.

– Così l’inesperto compositore corre e ricorre il suo piano-forte senza trarne pur mai un solo pensiero musicale. – Lo stato di quelle due anime dormigliose faceva compassione a Lauretta, la quale non aveva ancora imparato, nell’età sua giovanile, quanto facilmente la sciocchezza dipinta di bonarietà s’accoppi in segreto colla corruzione. Ella studiavi a il carattere d’Eugenia, e non giungeva a capirlo. Costei s’era formato un tal misto d’idee claustrali e d’idee mondane, che la sua povera testa era veramente un piccolo caos. Pregava il cielo, e tradiva il marito; vantava la sensibilità, e voleva essere occhieggiata, ed occhieggiare; si regolava colle massime più triviali, e voleva pure che la sua vita avesse una tinta di romanzesco e di straordinario. Un giorno si recò con sua madre da Lauretta, e baciatala e ribaciatala tenerissimamente le disse: «domani è il mio giorno natale; io voglio celebrarlo tra gli amici, ma senza fasto, con una festa data di cuore, all’elvetica. Prego voi, vostro marito e il sig. Annibale di venire alla vicina mia campagna posta sul lago. Sarò a prendervi di gran mattino, e spero che non ci annojeremo. Già mio marito non ci disturberà colle sue citazioni delle leggi e dei regolamenti, perché dimani appunto ei deve render conto ad un ricco pupillo dell’amministrazione de’ suoi beni, e non sarà della partita». In questa, entra Carlo; ella rinnova premurosamente l’invito, che viene accettato. Alle ore tre e mezzo dell’indomani, mentre biancicavano i primi raggi dell’alba, ecco giungere a casa Belmonte tre belle carrozze annunciate a tutto il vicinato, che dormiva, da un frastuono infinito di corni e di frustate scoppianti nell’aria. Il contino ed Eugenia smontarono sveltamente per incontrare gl’invitati, che già discendevano le scale. «Vi cedo Frivolucci, disse Eugenia a Lauretta, attaccandosi al braccio del colonnello; e voi sig. Annibale avrete la bontà di salire nella carozza di mia madre, la quale occupa gran sito, e vi attende tutta sola». Entrarono dunque nella prima vettura Lauretta, il contino, e l’eccellente Buontempi. Si collocarono nella seconda Eugenia e Carlo, assieme a don Gaudenzio, che vi si era prima adagiato. Chiudeva la caravana il cocchio di Eufrosia, colla cui compagnia il povero Annibale doveva essere punito de’ suoi peccati giovenili.

Si correva a quattro cavalli, e varie piccole commedie si sceneggiavano nelle tre camerette ambulanti. È necessario che il mio lettore ne sia informato. Lauretta, assai malcontenta di essere stata divisa dal marito, si lasciò sfuggire in sulle prime qualche sospiro, mezzo per noja e mezzo per desiderio. Modestissimo il contino interpretò quell’atto secondo i suoi fini, e cominciò sentimentalissimamente a soffiare intorno a Lauretta un vero turbine di sospiri. Lauretta si meravigliava e prendeva sospetto che l’ordine del viaggio fosse stato architettato a bell’arte. «Ha un gran caldo, e ben a ragione il contino» diceva con aria maliziosa il sig. Buontempi.

A questa breve introduzione tutta buffa tenne dietro la prima parlata tutta seria del giovane Amoroso. «Bellissima Lauretta, egli proruppe, è gran tempo che io affretto questo momento felice.... Perdonate se oso favellarvi d’amore: io non posso più resistere.... tutto l’inesprimibile incanto che circonda la vostra persona mi ha rapito a me stesso, e ad Eugenia. Me misero se sdegnate d’ascoltarmi! una passione invincibile spalancherà il mio sepolcro. Io non vedo che voi, non deliro che voi, non dormo, non mi nutro più. Può dirlo Buontempi, il confidente delle mie pene, egli che si divora tutto solo i miei pranzi». Una contegnosa, la cui saviezza stesse tutta nelle forme esteriori della virtù, si sarebbe accigliata, e fra le nuvole dello sdegno avrebbe lasciato trasparire qualche debole raggio di speranza. Ben altrimenti si condusse la figlia del pittore. «Ella soffre senza dubbio sig. contino una passione micidale; vedo difatto che le sue guance sono più floride che mai!». «Dunque non mi credete? Crudele! Questo è un odiarmi, un odiarmi mortalmente ». «Io so ch’ella è giovane avventurato in amore, e che io non ho bellezze da meritare la di lei attenzione ». «Che affettata modestia! Non siate sì fredda, ve ne scongiuro, non siate sì indiscreta, per seguire le gotiche massime d’una vecchia morale. È egli possibile di amare un marito, e un marito che è meno giovane di me?». «È egli possibile, riprese Lauretta, che ella sia una sì brutta copia dei Loveloce e dei Valmonti? Quei romanzi che si bruciano nel monastero dove fu educata la nostra Eugenia, mi preservano ora dalle lusinghe ch’ella ha felicemente impiegate con lei. Cessiamo la burla sig. conte, e si parli del giorno natalizio della mia buona amica».

Così si combatteva nella prima linea. Vediamo l’altra parte dell’esercito. Don Gaudenzio aveva dogmatizzato una buona mezz’ora sull’amore intensivo e sull’apprezzativo che dobbiamo avere per Dio. E preso da stanchezza dopo avere scoccato cinque o sei silogismi scolastici per convincere Eugenia, la quale non disputava e nulla sapeva né di silogismi, né di scolastica, s’addormentò.

Così s’addormentano anche le coscienze quando i soavi precetti della religione invece d’essere raccomandati al cuore col calore dell’eloquenza sono ravviluppati dagli ecclesiastici nelle formole aride e tenebrose della dialettica. Intanto Carlo per distrarre Eugenia le narrava le avventure della sua vita militare, e nei momenti più patetici fissava gli occhi in quelli della sua leggiera ascoltatrice. Questo bastò perché ella si persuadesse intieramente d’esserne amata. Ben tosto la vanità femminile se ne compiacque, e aggiunse vigore al desiderio contro le deboli difese del rimorso. Eugenia era una guerriera, nuda di elmo e di scudo, che dimandava d’essere vinta.

Ma nella terza carrozza la divota donna Eufrosia aveva passati in rivista, per puro amore dei prossimo, gli orrendi scandali dati giornalmente da molte persone di sua conoscenza. Il buon pittore aveva un bel fare è un bel dire per ridurla al silenzio e disserrare le di lei pupille alla contemplazione dello splendido giorno che cominciava a sorgere. La natura era uno spettacolo morto per l’arido cuore di donna Eufrosia. «Che natura, che natura! ci vuol altro», replicava ella ad ogni momento. «Aveste fatto il vostro meglio, signor padre senza giudizio, a porre in monastero vostra figlia quando perdeste la moglie. Sono sicura che non l’avete custodita abbastanza. Chi sa, mio Dio, chi sa quanti pericoli ha corsi quella povera anima per colpa vostra». Annibale arrabbiava. Quando, felicemente inspirato: «Voi avete»; diss’egli a donna Eufrosia, «la più bella, la più amabile fisonomia da Tisifone che io m’abbia mai veduta. State ferma e tacete, per quanto è possibile, mentre su questo pezzo di carta, facendomi leggio del mio cappello, io mi provo a disegnare la vostra faccia». «Chi è questa signora Tisifone?» dimandó la caustica vecchia già pronta a tener immobili le sue gote lanose. «È una gentile divinità degli antichi», rispose Annibale sorridendo, e disegnando a dilungo.

Grazie ai postiglioni ed alle belle strade la malcontenta brigata giunse in pochissimo tempo al luogo di delizie di Eugenia. Una turba di pastori e di pastorelle, di silvani, di driadi, di satiri nascosti dietro i tronchi altissimi di un lungo viale di quercie, accolse cantando a coro la signora del locò ed i suoi ospiti. Questa era una sorpresa fatta alla dama dal contino, il quale si piccava di classicissimo gusto. I versi imparati da que’ poveri diavoli tra lunghi e brevi, tra giusti e fallati non erano meno di duecento. Gli aveva composti un vecchio traduttore d’Orazio....

Ma che dico composti! gli aveva cuciti insieme quel vecchio traduttore staccandoli da questa e da quell’ode del lirico latino, e contentandosi della mercerie di due zecchini. Vendeva a buon patto, come fanno i ladri che vendono l’altrui. È vero però che quel poetico centone calzava tanto bene ad Eugenia, quanto potrebbero ora convenirle le mode di diciannove secoli fa per comparire ben messa in una festa da ballo.

Non mi perderti a descrivere né la colezione tutt’altro che campestre, né i varj giuochi coi quali si procacciò inutilmente di ammazzare il tempo. Quasi tutti confessavano di divertirsi, e sbadigliavano nel dirlo. Fo un’eccezione per donna Eufrosia e per don Gaudenzio; giuocarono clamorosamente col sig. Buontempi, e per quattro ore di seguito, il tarrocco in tre

 

. . . . non senza molto

Tentennar di parucche e cuffie alate.

PAR.

 

Intanto alla lauta colezione successe il lautissimo pranzo, che durò sin quasi al tramonto del sole. I vini più squisiti, cui l’industria degli uomini conduca a traverso de’ mari e delle tempeste onde beare le difficili gole de’ più dotti epicurei, zampillavano versati in limpidi cristalli.

Il contino non era classico in tutto. Si burlava dei vini medicati degli antichi, e anteponeva al Cecubo ed al Falerno le buone bottiglie del Capo e lo Sciampagna. «Beviamo, diceva egli, agitando le spume nel suo bicchiero.

Come le bottiglie sono la vita delle mense, le donne sono l’anima della vita, e l’Amore è l’anima delle belle donne ». Egli siede ora in mezzo ad Eugenia ed a Lauretta. S’accorge che l’una è caduta nelle mani dell’Imeneo, e la raccomanda a Lucina; guarda l’altra quasi consolandosi, e intuona lietamente il viva per questa suo giorno natale....

Evviva, evviva, replicarono tutti con un gran batter di mani. Lauretta disse all’orecchio cento cose gentili ad Eugenia. Il colonnello era serio. Don Gaudenzio ed Eufrosia avevano talmente assaporato il dolce latte de’ vecchi, che non intesero una sola parola del colpevole brindisi fatto dal contino. Annibale in mezzo a quel frastuono andava immaginando un bellissimo quadro di caricature. Ove te lascio, altero eroe del convito, illustre Buontempi! Chi potrà enumerare i pasticci diroccati, le pernici inghiottite, i bicchieri tracannati? Tanto non osa la mia debole fantasia, costretta a stendere un velo sulle tue geste gloriose.

Uscita di tavola la compagnia si divise in vari gruppi, e si sparse nel vasto giardino, che era fatto all’inglese dalle stesse mani della natura. Avrei qui una bellissima opportunità di sminuzzarne in cinque pagine la descrizione, seguendo così gli antichi e venerati precetti dell’arte del dire. Qualunque novelliere che sapesse accostarsi al Boccaccio od al Padre Cesari non si lascerebbe certo sfuggire l’arbusto più meschino, l’erbetta più occulta, ed otterrebbe fama di esemplare redivivo presso i seguaci della buona scuola. Ma io so pur troppo che sono della cattiva. Confesso i miei falli, risparmio al lettore una nuova amplificazione, e per ottenere più facilmente il suo perdono sospendo in questo istante medesimo il racconto della mia storia.

 

 

Num. 63, Giovedì 8 di aprile 1819.

 

 

Parte terza

 

Seguite i pochi e non la volgar gente.

PET

 

 

Tutto lieto il Contino d’aver ben recitato il suo magro complimento, s’era ridotto insieme a Buontempi in un giovane bosco di pini che si specchiava nel lago. Là cominciò coll’uomo servizievole a meditare i casi suoi.

«Questa mattina, gli disse ringalluzzandosi, ho fallito il colpo perché scioccamente non ho preveduto che la diplomatica Lauretta non avrebbe stretto il trattato in tua presenza. Io la credeva superiore a certe convenienze che non istanno col bon-ton. Tocca a te, mio caro Buontempi, a riparare il male accaduto. Sei tu capace d’avviarmi la bella verso questo boschetto un po’ dopo l’Ave Maria, e prima che s’illumini il giardino? Vorrei tentar di nuovo di. entrare nella grazia di lei». «Datemi parola da cavaliere che serberete il silenzio, e ve la mando senz’altro, sig. Contino. Non so resistere all’amicizia che m’inspirate; ma se altri lo risapesse....». «Non dubitare Buontempi; ti sarò grato in eterno, e tacerò». Buontempi Buontempi si sente allora gridare dalla parte d’un tempietto, cui proteggeva una folta macchia di lauri. Era la voce d’Eugenia, la quale accennava con mano al parassito di venire a lei. Corse a tutto potere il vile gnatone, e s’inginocchiò quasi a’ piedi della signora supplicandola umilissimamente che gli facesse l’onore di comandargli. «Ascoltate Buontempi, disse sotto voce la doppiamente infedele. Io non ho mai dimenticato che quando la signora madre mi confidava talvolta alla vostra vigilanza, voi sapeste essere a tempo un Argo mansueto, che chiudeva i cento occhi con molta discrezione. La mia tavola, la mia casa sono a vostra disposizione.... ma.... via.... vorrei che mi capiste».

«Sì; v’indovino: avete un marito poverina! come tante altre. Un servente fastidioso.... eppoi, eppoi.... non parliamo di lui. E ora...?».

«E ora, mi tocca un amante timido».

«Timido il colonnello! un uomo che non temeva le batterie? ma prima di tutto, vi ama egli?».

«Mi ama certamente, ma terne di sua moglie, la quale non teme di lui. Sarebbe sciocchezza perdere l’amicizia del colonnello per non saperla afferrare. È una buona relazione, non meno nobile di quella del Contino, e se Lauretta non avesse le piccole idee, che deve avere la figlia di un pittore, vedreste com’egli saprebbe far brillare le sue ricchezze in bellissimi cavalli, in equipaggi d’ultimo gusto e in feste d’ogni sorta».

«Bisogna restituire al bel mondo questo mortale traviato, riprese Buontempi. Che posso io fare?».

«Quando il cielo si imbrunerà, mi sarà più facile liberarmi per qualche tempo della compagnia di Lauretta. Guidatelo voi come a diporto nel giardino, là verso quella grotta profonda posta di contro questo tempietto. Io mi ci troverò come per caso. La solitudine del loco, l’ora, le mie stesse parole spero che avranno potere d’inspirargli il coraggio necessario per offerirmi il suo cuore».

«Riposate sulla mia fede, conchiuse Buontempi, tutto sarà fatto».

Intanto una lieta musica di avene pastorali, di zampogne e di sistri si fece sentire dal lato orientale del giardino, che era già tutto coperto dall’ombra. I satiri e le driadi del mattino, restituiti al loro vero aspetto, intrecciavano danze e s’animavano col canto al tripudio de’ piedi. Alzavano sulle braccia i loro fanciulli, li palleggiavano nell’aria, e rappresentavano urta scena d’innocenza e d’allegria degna de’ buoni tempi dell’umanità. Eugenia ricevette con sussiego inamabile i loro mazzetti di fiori. Lauretta invece, aggirandosi in mezzo alla turba, sorrideva alle spose e accarezzava i loro fanciulli. Non poteva saziarsi d’ammirare quella teste bionde e ricciute, quei piccioli corpi ben disposti, quei volti pienotti e imporporati del lieto colore dell’aurora.

«Concedami il cielo, diceva ella alle contadine, di dare a mio marito un figlio simile ai vostri. Lo alimenterò dei mio latte, l’eserciterò alla fatica, al caldo ed al freddo come fate voi».

«Che idea malinconica è questa, soggiunse allora Eugenia. Voi perderete la vostra salute e la bellezza se vorrete allattare; ed allevando il vostro bambino alla contadinesca correrete pericolo d’abbreviare i suoi giorni. La gente di campagna nasce più robusta di noi».

«V’è un modo, rispose Lauretta, d’acquistare una pari robustezza».

«E qual’è? ».

«Bisogna come fanno essi custodire la salute coi buoni costumi».

In quel mentre sopraggiunse don Gaudenzio con donna Eufrosia, la quale si lagnava dell’insopportabile inciviltà di Annibale, che gli aveva abbandonata per disperdersi nella campagna.

«Lo avrà fatto per distrazione», disse Lauretta scusando suo padre.

«Eh che non credo nulla; dite piuttosto che è pieno soltanto d’idee mondane. Non pensa che a disegnare bei corpi e a lodare i bei volti. Bel mestiere veramente che è la pittura, tutto fatto per lusingare i sensi e per offendere i costumi. Andiamo, andiamo, don Gaudenzio, alla chiesetta vicina a finire un po’ meglio questa giornata».

Eugenia finse di essere pronta ad accompagnarli, ma intanto si dileguò per dare alcuni ordini ai domestici. Lauretta non poteva esporsi a salire un faticoso sentiero quantunque breve, e cercava di Carlo. Le si presentò allora Buontempi per incamminarla al boschetto de’ pini, ove gli pareva, diss’egli, di aver visto fra le piante il colonnello. Non isdegnarti, o lettore, di seguirmi tra questi piccoli avvenimenti, mentre io ti mostro un quadro de’ nostri costumi. Ben sai che non è mia colpa se siamo spregevoli ne’ vizi, e stoltamente intrattabili nell’orgoglio delle false virtù! Carlo aveva sortito sì nobile tempra dalla natura, che non poteva dissimulare ciò che sentiva in suo cuore. Quando per giusti riguardi gli era pur forza tacere, allora sfuggiva l’incontro degli altri e stavasi solo. Dopo aver errato gran tempo lungo le sponde del lago era tornato nel giardino, e s’avviava accidentalmente verso la grotta, seguendo il romore d’una fonte che sgorgava là dentro. Tutto, che aveva veduto ed ascoltato in quel giorno, dispiacevagli assai. Sdegnando quel cambio di corruzione, che viene chiamato nel mondo reciproca tolleranza, capiva benissimo che Lauretta ed Eugenia non potevano e non dovevano essere amiche; e che era vergogna per un suo pari lo starsi a fronte d’un ozioso damerino tra un’insulsa matrona ed un parassito. Assorto in queste riflessioni deliberava tra sé di troncare per l’avvenire ogni relazione con Eugenia e co’ suoi al primo incontro che si presentasse. Egli era lontano dall’immaginare, che l’occasione venisse allora ad offerirgli la chioma.

Già il silenzio regnava nel giardino, già il bosco de’ pini, il tempietto e la grotta erano sepolti e quasi confusi nell’oscurità della notte. Appena Buontempi ebbe indirizzata Lauretta verso la selva, si ritrasse asserendo di non voler disturbare i colloqui maritali. Ricalcando il sentiero già fatto, e oltrepassato il tempietto, vide Carlo che giungeva, e lo scansò destramente per compiere la sua doppia fatica. Eugenia era impaziente. Allo stormire di alcune foglie cadute e inaridite dal sole, Buontempi s’accorge che ella s’avvanza. Accennatale con un dito la grotta, ov’era già Carlo, la vile creatura s’allontana rapidamente.

Intanto il Contino spiando da tutte parti era uscito dal bosco, innoltrandosi sin quasi al tempietto, e poco mancò che non fermasse Eugenia mentre, passava, credendola Lauretta. Avvistosi in tempo, si ritira al bosco ed incontra la male amata donna, la quale cogli occhi desiosi cercava il marito. Ecco invece Frivolucci che baldanzoso di essere giovane e bello le prende arditamente una mano e gliela ricopre di baci.

«Non fuggirmi, adorabile Lauretta», sussurra sotto voce l’intraprendente.

«La fortuna è con me questa sera. So che non doveva comprometterti alla presenza di Buontempi, ma tu condona l’impazienza all’amore, ed accogli i miei sospiri nella solitudine di questo bosco».

«Signor Conte, delira ella? Alla presenza degli uomini e nella solitudine dei boschi io sono egualmente difesa contro i pari suoi dalla mia indifferenza ».

«Dunque la vostra è insensibilità?».

«È dovere, è amore, è sensibilità vera per l’unico uomo che mi ha fatta felice e che occupa tutto il mio cuore».

«Povera Lauretta quanto vivete ingannata. Il Colonnello ama Eugenia».

«Temerario! Non proseguire, o ch’io provocherò contro di te la giusta vendetta di mio marito».

«Il Colonnello ama Eugenia vi dico; egli le parla ora in segreto nel fondo di quella, grotta».

«Menzogna, orrenda menzogna!... Come puoi tu assicurarlo?».

«L’ho veduto io stesso avanzarsi tacitamente ed Eugenia seguirlo».

«Non è vero.... fu caso.... e se anche è vero, tanto più mi sei odioso, vile seduttore, che vuoi sforzarmi alla colpa collo spettacolo delle tue stesse vergogne».

«Inorgoglitevi pure, o Lauretta, del vostro rancido eroismo. Voi sarete ben infelice». «Infelice forse, ma non infedele, né vile».

Mentre correvano fra loro queste parole Lauretta era uscita dal bosco, e giunta al tempietto si soffermò appoggiandosi alla base di una colonna per non essere costretta a vedere in volto il suo persecutore, ed a continuare il cammino con lui. Qui doveva avvenire una scena inaspettata. Un momento prima che ella si abbattesse nel Contino, Eugenia aveva già visto il Colonnello stesso presso la grotta. Accostatasi a lui gli porse il braccio perché la guidasse, diceva, in quella oscurità a visitare la fonte. Intanto ella si stringeva tutta carezzevole e quasi paurosa alla sua scorta. Carlo non dava segno di vita. Affettando un’asprezza non sua, si burlò con Eugenia della di lei timidezza. «Abborro la brutta paura perfino nelle donne, le quali ho osservato che si mostrano timide per essere credute delicate e sensibili e non sono che ridicole ». Queste parole rimbombarono nella cavità della grotta quasi una terribile evocazione delle potenze infernali.

Eugenia sentì d’essere disprezzata e si dispiccò dal fianco del Colonnello. Un freddo ribrezzo d’amore deluso e di vanità vilipesa le pesava sul cuore. In quel mentre la campana della parrocchia, dopo aver sonata l’Ave Maria, diede il segno del De profundis. Che rapida e tormentosa associazione d’idee fu allora la tua, o debole Eugenia? ‘Nel giorno in cui son nata, pensasti fra te, ho tentato invano un delitto, e questo suono mi avverte che verrà pure il giorno della mia morte.... Verrà verrà, e forse l’uno non sarà diviso dall’altro più che l’alba nol sia dalla sera....’ Così le anime volgari ondeggiano sempre fra la colpa e la paura, fra il bene ed il male.

Taciti e divisi Eugenia e Carlo giungevano intanto al tempietto posto tra il bosco e la grotta, e giungevano nel momento che l’incauto Frivolucci pronunciava quelle parole «Il Colonnello ama Eugenia, vi dico, egli le parla ora in segreto nel fondo di quella grotta». Carlo fu lì lì per prorompere, pur si contenne. Eugenia stette sospesa, ripromettendosi di trovare un’altra colpevole. Profonda e diversa fu l’impressione che il restante dialogo fece su l’una e su l’altro. Quando, avanzatosi Carlo, pose lentamente una mano sulla spalla del timido Conte e con voce tuonante: «Miserabile, gli disse, come osi tu calunniarmi, e tentare la moglie di un uomo che ha più cuore di te e che non teme di morire? Ringrazia Iddio che io voglia ancora rispettare l’ospitalità; e godi dentro te stesse d’essere tanto spregevole, che io non degni farti scontare colla spada quest’obbrobriosa avventura.... Ma se ti senti uomo, parla». Un cupo silenzio di un lungo minuto succedette alle parale di Carlo. Non è duopo che io descriva la consolazione di Lauretta, lo scorno d’Eugenia, l’avvilimento del Conte. Mezzo inchinandosi, e mezzo balbettando alcune parole di scusa, scansò la compagnia. Eugenia si rivolse furiosamente per altro sentiero verso la casa. Lauretta e Carlo, rimasti soli, s’abbracciarono. Sorgeva intanto la luna nell’amabile pompa del suo patetico lume. «Benedetto il giorno, esclamò Carlo, che t’ho fatta mia, o cara Lauretta, innanzi agli altari. La tua anima è pura come questa candida luce che ora si riposa sovra i tuoi neri capelli; e tu sei tutta bella come il cielo che ne guarda, e come le acque ed i fiori che ne circondano. Ma fuggiamo questi luoghi; le loro delizie sorridono anche al vizio e non sono incontaminate come sei tu».

Così dicendo e baciandola in fronte, Carlo riconduceva la sua giovane donna, tutta assorta in un dolce silenzio di tenerezza e di piacere. Quand’ecco Annibale che correva alla lor volta. «Che v’indugiate voi?» disse l’artista. «Tutti sono già partiti: il mangiatore ed il damerino chiusi in una carozza, e la buona Eugenia in un’altra fra quelle due pietose sanguisughe d’Eufrosia e di don Gaudenzio. Mi fa meraviglia che v’abbiano bellamente piantati; ma mi consolo che almeno sarò con voi». «Gran cose abbiamo a dirvi, rispose Carlo. Intanto sappiate che Lauretta ed io, se non troveremo miglior compagnia, vogliamo d’ora in avanti conversare con voi solo, e colle creature fantastiche del vostro pennello».

Ebbero questo fine le mal assortite relazioni della casa Belmonte. Si cominciò a bisbigliarne in città. Frivolucci e Buontempi congegnarono alla meglio una certa loro favola che sparsero a tempo nel mondo. Eugenia si rappattumò col servente. Chi dava torto agli uni, chi agli altri. I più però consentivano nel dire che un pittore, un giocane militare ricco ed ammogliato, una donna bella, casta e leggitrice, dovevano essere un vero gruppo di strambi, e che non era possibile di convivere con una famiglia così romanzesca.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 02 novembre 2004