Pietro Borsieri

 

Le avventure letterarie di un giorno

 

 

Capitolo Nono

 

RIFLESSIONI UN PO’ SERIE

 

Sic fatur… classique immittit habenas vir

Virg.

Così parlando all’alto mar s’affida.

 

Ritornato a casa mia, e ripassando col pensiero tutto ciò che m’era accorso nella giornata, deliberai di scriverne fedelmente la storia, non so se per tuo diletto o per tua noja, o lettore. Ho adempiuto il mio proponimento, e rileggendo queste pagine prima di commetterle alla stampa, ne concludo ciò che sono per dirti.

Vi ha certamente fra noi alcuni modestissimi e dotti uomini, ma costoro vivono in segreto e non tengono il campo nella letteraria repubblica. Chi vuol conoscere a fondo i grandi argomenti delle nostre dispute letterarie, frequenti i teatri, i caffè, i gabinetti delle dame. Chi cerca quali sieno le cure di que' letterati che afferrano l’occasione per le chiome, e parlano altamente di sé, e dànno larghissime promesse, sappia che essi s’affaticano a compilare giornali, senza produrne uno solo che equivalga o agli antichi nostri o a quelli recenti degli Stranieri. Sappia egualmente che oltre i giornali compongono mediocrissimi versi e mediocrissime prose, nelle quali non è transfuso il carattere della nostra nazione, né lo spirito del nostro secolo.

Chi giudica la letteratura un vano suono di parole se devia dal suo scopo d’illuminare il vero e giovane per la via del diletto alla coltura della moltitudine, quegli sappia che ora invece è quasi sempre rivolta a tutt’altro fine, col servire a vista di lucro, o di privato ossequio, o d’inimicizia, o al vitupero indegnissimo di celebri scrittori stranieri ed italiani. E tutti coloro finalmente, che riguardano le dispute de’ letterati come un risibile sfogo della loro vanità, sappiano ch’io penso della stessa guisa; ma che questo scritto è disteso colla mira più utile e più universale di denotare almeno in parte gli abusi che si vanno inavvertitamente insinuando nelle lettere italiane.

Così adoperando, io so d’essermi avventurato ad un mare sparso di scogli e fremente di tempeste. Ma se coloro che prenderanno a biasimarmi, volessero oppormi ch’io non istimo abbastanza le ricchezze letterarie dei nostri giorni, e non esalto, come fanno essi all’opportunità, i nomi di Lagrange, Visconti, Volta, Canova, ecc., ecco la mia risposta.

Credo che nel presente periodo l’Italia non possegga quelle ch’essi chiamano letterarie ricchezze.

Non si può chiamar fiorente la coltura di una nazione quando ella vanta soltanto qualche grande scrittore; ma bensì quando, oltre i rari ottimi, ella ne possiede molti buoni, mediocri moltissimi, cattivi pochi; e v’aggiunge infiniti lettori giudiziosi. Allora si forma, dirò così, un’invisibile catena d’intelligenza e di idee tra il genio che crea e la moltitudine che impara; si sente e s’indaga il bello con più profondità; i falsi giudizi sono più facilmente combattuti; ai veri grand’uomini è concessa la gloria e agli ingegni minori la fama.

Così, per modo d’esempio, quando fiorivano Michelangelo e Raffaello, coprivano essi col raggio della loro gloria il nome pur chiaro d’altri artisti che in epoca di decadenza sarebbero riputati eccellenti, e che ora infatti veneriamo come grandi maestri. Così, quando l’Ariosto ed il Tasso stampavano orme profonde di poesia, avevano intorno a loro una turba d’altri poeti meno insigni, ma pure distinti in quella età.

Facile è l’applicazione di questo principio al presente periodo della letteratura italiana, ed ognuno può farla per se stesso.

Ma riguardo a coloro che, a proposito di bella letteratura e di scienze morali, ripetono continuamente i nomi di alcuni fisici, o matematici, od artisti, od eruditi, soggiungo che noi esaltiamo i nostri grand’uomini dopo che furono onorati dagli stranieri; e che allora cominciamo ad incoraggiare l’ingegno, quando ha già compiuto il suo corso senza l’ajuto della stima comune, anzi vincendo la guerra che gli moviamo.

Sì certo, Lagrange è nato in Italia, e noi possediamo il liceo ov’egli spandeva la prima luce di se stesso. Di lui dissero i dotti delle altre nazioni ch’egli stava dappresso a Newton nell’ingegno, e lo sorpassava nel sapere. Ma Newton dorme glorioso i suoi sonni nelle tombe dei re d’Inghilterra, mentre le ceneri di Lagrange giacciono in terra straniera! Né le ceneri solo; ma tutta la miglior vita di lui trascorse lontana dalla patria la quale non seppe onorarlo che troppo tardi; ed egli la rimeritò degnamente non dettando mai veruna opera sua nella lingua nativa.

Volta è il Franklin dell’Europa. Penetrando con acutissime esperienze nel magistero della creazione, egli comandò all’elettricità di trascorrere sotto il freno di una stessa legge gli spazii dell’aria, le superficie dei metalli, e le fibre degli animali, e trovò così un filo segreto con che la materia inanimata si congiunge alla natura vivente.

Ma dimanderò a tutti coloro che ne citano ora il nome con orgoglio, se sappiano infatti venerare questo grande uomo come gli americani veneravano il loro sommo fisico e legislatore; dimanderò se la fama di lui era tanto altamente predicata fra noi, prima che l’Istituto di Francia lo chiamasse nel suo seno a presentare alla meditazione di que’ dotti, quasi in una festiva solennità della sapienza, le sue mirabili esperienze?

E passando alle arti e all’erudizione, noi celebriamo l'unico Canova perché non ci è permesso di invidiarlo; celebriamo ad una voce l’Appiani, dopo che il suo destino infelice lo lascia in vita, ma gli vieta per sempre d’essere ancora un sovrano pittore; celebriamo Visconti perché è lontano; e perché la Francia, che ha dovuto rendere all’Italia i prodigi delle arti, non ha poi voluto restituirle un grande uomo.

Chi considera pertanto queste verità, deve sdegnarsi delle infinite lagnanze che si movono contro la supposta ingiustizia degli stranieri; e compiangere piuttosto la nostra vanità che vorrebbe diffusa sovra tutti i letterati italiani la luce dovuta esclusivamente ad alcuni pochi, i quali vanno solitarii nelle vie del sapere o nei campi del bello, e sorgono come frutti spontanei d’una natura migliore.

Ma s’io dimando chi scriva fra noi un corso di letteratura italiana, simile a quello di Laharpe o di Marmontel per la francese; s’io dimando chi commenti i classici come l’Heine, o scriva ora la storia come Herder, Heeren, Müller e Sismondi; s’io dimando quali sieno le nostre opere filosofiche da contrapporsi a quelle di Tracy o di Prévost, avrò probabilmente il rammarico di rimanermi senza risposta. Nessuna nazione può vantare come l’Italia un sì gran numero d’accademie scientifiche e letterarie. Ma qual è il volume, intendo almeno sovra oggetti morali o speculativi, con che una sola fra tante famiglie letterarie siasi recentemente procacciata somma autorità fra di noi, e celebrità fra gli stranieri? Quali sono i problemi di filosofia, di storia, di critica, ch’esse propongano agli scrittori per coronarne le fatiche? Si sforzano d’impedire che il sapere retroceda, ed è molto; ma non lo soccorrono a progredire e sarebbe moltissimo. Abbiamo i primi a disseppellire e porre in onore l’erudizione, ma ov’è un libro italiano che invogli ad amarla? Ov’è una storia della filosofia che giunga sino ai tempi di Kant e di Condorcet, e non sia declamatoria siccome quella del Buonafede, mo d’altronde di chiarissimo ingegno, e per altri titoli meritatamente lodato?

Risparmiandomi d’aggiungere altre domande egualmente dolorose per noi, io concluderò che possediamo attualmente l’apparenza della coltura, ma non la sostanza; e che non ama veracemente la gloria italiana chi, dissimulando queste piaghe, non esorta caldamente gl’ingegni a rivolgere gli studi ad oggetti più utili. Cessiamo una volta dal disperdere in commenti grammaticali, in quistioncelle d’erudizione, in censure, in apologie ogni forza di pensiero e d’immaginazione.

Cessiamo dal furore di parte, che ne divide nel regno della filosofia e delle Muse; cessiamo dal far pompa di grandissime ire per tenuissimi oggetti, consumando la vita nel ferirci l’un l’altro:

 

Vitamque in vulnere ponunt

 

O veramente, dacché è destino inevitabile che la generazione de’ Margiti e de’ Pantilj non si spenga giammai, si imiti Omero ed Orazio, i quali rivolsero contro di loro l’arme terribile del ridicolo. E se è bello il ricordare che noi abbiamo sortito dalla natura egregie doti di mente e di cuore, più utile e più santo consiglio è forse il ripetere che non bastano queste doti quando vadano scompagnate da uno studio indefesso. Né temerò possa darmisi nota d’irriverente verso la patria, arditamente affermando, che il tempo inaridisce gli allori dei nostri padri, se non sappiamo rinverdirli: e che ora, pur troppo, si scorgono anche da lontano i segni e le rovine della nostra decadenza.

 

 

L'autore di questo scritto, conoscendo la tempra di certi critici, commette ad uno di loro di esclamare che le Avventure letterarie di un giorno non sono opera da Galantuomo, e che offendono molti. Egli avrà ragione; il vero offende molti. Un secondo, fregandosi gli occhi per sgombrarne la caligine, troverà che l'autore ora dà in leggerezze ed ora in una metafisica oscura. Avrà ragione ancor esso; tutto ciò che non si può toccare è una «metafisica oscura». Un terzo lo censurerà per prudenza, un quarto passerà in rivista tutti gli errori di stampa, un quinto... che dico un quinto? dieci o dodici per lo meno non potendosi tenere a freno proromperanno in villanie. Si servano tutti liberamente; essi non avranno alcuna risposta. Il Galantuomo è a quest'ora montato in una vettura, e tenendosi a lato gli storici letterarj e politici dell'Italia, va a fare un giro di cinque anni nella nostra penisola, tutto intento a raccogliere con esatte osservazioni le « Cause della grandezza e della decadenza della Letteratura Italiana ». Sebbene egli confessa sin d'ora, che non potrà forse compire il suo disegno se il cielo non vorrà concedergli tre ottime cose, che augura di cuore anche ai benevoli lettori, salute, ozio e denari.

 

 

Indice Biblioteca Borsieri, Avventure letterarie d'un giorno  capitolo ottavo © 2003 - prof. Giuseppe Bonghi - E-mail
Ultimo aggiornamento: 05 aprile 2004