Pietro Borsieri

 

Le avventure letterarie di un giorno

  

 

Capitolo Settimo

 

IL PRANZO

 

Tu sapientum

Curas et arcanum jocoso

Consilium retegis Lyaeo.

Horat. Ode 21, libro 3.

Tu de’ saggi il consiglio profondo,

E gli affanni disveli del cor,

O di Bacco liquore giocondo.

 

Seduti ad una mensa né troppo scarsa né troppo delicata, si cominciò a mangiare allegramente, io, il sig. P., l’amico G., ed un quarto buon compagnone da noi ritrovato nel salire le scale, il quale, per dirvela alla sfuggita, mangiò quanto noi tre tutti insieme. La porta della nostra stanza era aperta, ed in quella vicina s’udiva un frastuono, uno scoppiar di voci confuse e di risa sonore, che avrebbero messo per forza la gioja persino nel cuore d’Eraclito. Quando ad un tratto si fa gran silenzio; e un tale, ritto in piedi, battendo la mano sulla tavola:

– Sissignori, diceva, ora che finalmente tacete, io vi proverò come due e due fan quattro, che se l’Italia non ha romanzi, questo non le fa né caldo né freddo…..

 – Come? l’Italia non ha romanzi? Bestemmie, bestemmie: non abbiamo forse il Iacopo Ortis?....

– Non mi interrompete, vi prego, proseguì l’oratore, con quella vostra profonda voce da Stentore; una foglia non fa primavera, e poi non mi fate dire… Continuando dunque il mio discorso principale, sostengo che i greci non ebbero romanzi o non cominciarono ad averne se non quando già toccavano alla decadenza loro; sostengo che i romanzi tengono una via di mezzo «tra il vero e il verisimile», «fra la prosa e il verso», e sono un genere anfibio, senza utilità né diletto. Sono anzi nocivi, con quelle loro pitture delle passioni; e il cuore picchia anche troppo nel petto della gioventù, senza fomentare i moti. Ma noi ai freddi Romanzieri opponiamo il Tasso e i nostri Storici, che sono più utili, perché hanno lavorato i loro scritti intieramente sul vero. Studiate i nostri Storici; e non datevi a credere di conoscere l’Italia, perché avete letto il bel Romanzo d’una Signora che, in pochi mesi, correndo per le poste, visitò tutta quanta questa classica terra, e ne recò giudizio.

Qui l’oratore si arrestò per pigliar fiato, ed eccoti subito un altro che grida:

– Finiscila una volta; pònti quel biscotto in bocca, e taci. Che importa a me se i Greci non ebbero Romanzi? Noi non siamo i greci e vogliamo averne. E a chi osi tu dire che i Romanzi non dilettano? A noi altri tutti che non facciamo che leggerne, e che ce ne dilettiamo non meno dei tedeschi, degli inglesi e dei francesi? Ma! è un genere anfibio. Bella parola! I libri, mio caro, non hanno distinzioni né di sesso né di specie; e quando non annoiano sono tutti d’un ottimo genere; sai bene che la sentenza è vecchia. Ma! i romanzieri sono freddi. Non devi dunque temere che riscaldino troppo il cuore della gioventù. Ma! sono tra il verisimile ed il vero, tra la prosa e il verso. Anche i poemi del Tasso sono tra il verisimile e il vero, al quale il poeta intesse fregi, come disse egli stesso. E non so poi se ti basterà il cuore di provarmi che Rousseau, Richardson, Le-Sage e Voltaire non abbiano scritto i loro Romanzi in buona e bella prosa. Ma! la Corinna, la Baronessa di Staël ...

A questi nomi si levò un tal sussurro in quella stanza, ch’io, per non essere affatto sbalordito, m’alzai di tavola e andai a chiudere la nostra porta. Provveduto così alla tranquillità del nostro Simposio, il sig. P. m’interrogò s’io conosceva qualcuno di quella lieta compagnia.

– Sì, ne conosco, e vi so dire che in mezzo a loro si passa bene il tempo.

– Veramente mi pare, proseguiva l’amico, che il primo Oratore abbia dette alcune riflessioni ragionevoli. L’origine d’una cosa ne spiega assai volte la natura, e l’esser nati i Romanzi presso i Greci in un tempo di decadenza….

– È circostanza che non prova affatto contro i Romanzi de’ Moderni - disse allora il sig. G. - Ogni secolo ha i suoi costumi dai quali è variamente inspirata l’immaginazione degli scrittori. Ai tempi di Omero, doveva nascere l’Iliade; a quelli di Longo, di Senofonte efesio, di Caritone Afrodiseo dovevano nascere invece i Pastorali, gli Efesiaci, gli Amori di Cherea e di Calliroe, e via discorrendo. Credo bene che i Romanzi sieno effetto della corruzione sociale; ma poiché la bella innocenza antica non vuol più tornare indietro, bisogna combattere la corruzione colle sue stesse armi, e servirsi della pittura dei nostri costumi per insinuare negli animi svogliati qualche utile verità. L’origine dunque del Romanzo presso i Greci non influisce per nulla sulla natura del Romanzo presso i moderni: ed io sarei pronto a sostenere che fra la campana di vetro di un chimico e quella di bronzo della mia Parrocchia, c’è più somiglianza che non ve ne sia, per modo di dire, fra gli Efesiaci e la Clarissa.

Noi eravamo alle frutta, e l’amico continuava. – Per altre ragioni di questa tempra io credo egualmente che i viventi prosatori italiani non possano scolparsi di non iscrivere Romanzi, coll’addurre la grande nostra abbondanza di Poeti Epici, e di Novellieri. Prima di tutto, perché il Romanzo appartiene al genere filosofico ed all’eloquenza propriamente detta, più che alla poesia; e non si può quindi coi versi degli epici poemi supplire il difetto di prosa, di cui ci accorgiamo pur tanto, né con quelle narrazioni d’imprese cavalleresche svolgere filosoficamente le fila delle nostre presenti passioni e de’ nostri costumi. E in secondo luogo, perché i Novellieri hanno scritto le loro centomila Novelle in tempi d’ignoranza e di funestissime discordie civili; e non fanno che narrare o atroci ereditarie vendette, o assassinj e crudeli gelosie, o insulse facezie, o tali avventure d’amore che le donne eleganti, e non avvezze ad abitare in Suburra, non possono leggerle senza vergognare. Se pertanto gli stranieri hanno sì false idee de’ costumi italiani, vuolsi confessare che la colpa è in parte dei loro pregiudizi e in parte dei nostri moderni scrittori; poichè i volumi de’ Novellieri sono i soli della nostra letteratura che serbino l’impronta italiana, e il carattere de’ secoli in cui que’ racconti furono scritti. Ma il tempo e le istituzioni sociali avendo mansuefatti i costumi e cangiata ogni cosa, dimando quale altra opera di prosa abbiano i moderni letterati sostituita alle Novelle per dipingere attualmente la loro età e la loro nazione? La vera grandezza in politica e in filosofia di non pochi autori inglesi, o tedeschi, o francesi, diffonde in tutti quei popoli una certa luce per la quale appariscono e più civili e più colti. A noi è toccato in sorte il destino contrario. Moltissimi italiani sono più colti e più pensanti che i nostri propri scrittori di letteratura e di filosofia; e quest’Italia sì gloriosa da secoli, comunica loro la propria celebrità, non la riceve.

– Tu che ne dici? soggiunsi io, rivolgendomi a quello di noi che aveva mangiato più di tutti.

– Io? non so altro se non che gli autori si preparano assai male all’immortalità, tra il fumo delle vivande, e le spume dello sciampagna. Questi piaceri debbono essere riservati a me che non mi curo né di libri, né di gloria. Ma un letterato sommo deve digiunare; e, la sua celebrità crescerà sempre in proporzione dei suoi digiuni.

– Lascia un po’ queste baie - disse allora il sig. P. - che s’era già levato di tavola... Io vado pur cercando fra me qualche ragione con cui dimostrare che l’Italia non ha bisogno di Romanzi, e scusare così quei letterati che non sanno scriverne. Ma non ne ritrovo veruna. Dire che vi sono dei romanzi cattivi e proscrivere anche i buoni, è un parlare sragionando. L’abuso non è mai colpa delle cose ma degli uomini, e chi bruciasse il castissimo Virgilio, o il Petrarca, o tutto il Tasso, perché molte volte la poesia fu contaminata di lascivie, sarebbe ragionatore da confutarsi con un buon medico, e con un pajo di catene alle mani ed ai piedi. Dire che i buon romanzi non sieno utili, è un mentire per la gola; perché essendovi trasfuse le alte verità della filosofia intorno alle nostre passioni, ai vizi, alle virtù, e alla domestica felicità di ciascuno, in modo però chiarissimo, animato e dilettevole, ne viene che tutti possono raccogliervi od utili esempi o buoni consigli o se non altro l’amore della lettura, che risparmia tutte le colpe commesse per ozio. Volere infine che i nostri storici bastino a tutto, è lo stesso che mostrare poco discernimento. Poiché Machiavelli, Guicciardini, Sarpi, ecc. ecc., sono storici più o mano grandi, e in vita loro non ebbero rivali presso le altre nazioni[1]. Ma costoro giovano più ad istituire gli uomini di Stato e i Capitani ed i Principi, che non l’umile ed oscuro cittadino. E mi sovviene dippiù che l’immortale Bacone, ove parla delle storie finte (o della poesia narrativa, com’ei la chiama, prescindendo dal verso e mirando solo alla materia) afferma che la storia vera, narrando le riuscite delle cose e degli eventi quali avvennero in fatto e senza riguardo alcuno alla virtù od alla scelleratezza di chi operava, ha bisogno di essere sorretta colle invenzioni della finta; e ch’essa accortamente può presentare ai lettori, felici od avversi avvolgimenti di cose, secondo l’intrinseco valore delle azioni, i dettati d’una giustizia vendicatrice. Alla quale considerazione s’aggiunse altresì, che la storia avendo un aspetto uniforme e generando sazietà, tanto più divengono necessarie queste inaspettate, varie, e saggie creazioni dell’umana fantasia[2] : e che per tal guisa non si provvede al diletto soltanto, ma ben anche alla grandezza dell’animo ed al progresso de’ costumi[3] . Dopo un tanto suffragio che è comune ai romanzi d’ogni specie, o sieno in verso o sieno in prosa, io sono persuaso che i nostri scrittori non adempiono come dovrebbero l’ufficio loro: e che mancando noi di romanzo, di teatro comico e di buoni giornali, manchiamo di tre parti integranti d’ogni letteratura, e di quelle precisamente che sono destinate ad educare e ingentilire la moltitudine.

Detto questo, il mio Silvio P. prendeva già il cappello per uscire; ma io che mi sentiva una smania terribile di fare come gli altri il mio sermoncino (vedi il capitolo IO).

– Aspetta, - dissi, - lasciami proseguire il discorso. - Tu sai che per qualche libero consiglio dato ai nostri letterati dalla Baronessa di Staël (dico ai letterati, nota bene, non ai matematici, fisici, medici, ecc. ecc.) si strepita assai assai. Ma invece di strepitare non farebbero molto meglio le signorie loro, se componessero qualche libro atto a star a fronte alle varie opere di quella illustre donna? Che bella risposta sarebbe mai questa! Invece di tradur male l’Allemagna, perché non iscrivere una nuova opera sullo stesso argomento, presentando sotto l’aspetto politico, filosofico, letterario e religioso le cause dello stato attuale di quella gran parte d’Europa? Io credo che, dopo il Commentario di Tacito sui Costumi de’ Germani, il libro della Baronessa di Staël segni, come una colonna migliaria, vari grandi intervalli dei progressi della coltura germanica. Ma di questa specie di soggetti i nostri letterati non se ne immischiano; e trovano più bello comporre le canzoncine, dedicare i sonettini, raccogliere una serie di testi di lingua, ec. ec. ec.

– Ma no: noi letterati italiani abbiamo gran fantasie, e scriviamo mirabili poemi.

– Noi scrivevamo, dite piuttosto; e se volete venir al paragone con Madama Staël in opere che domandano fantasia e ragionamento, l’arringo è aperto, signori; componete una nuova Corinna in versi od in prosa, ne lascio la scelta a voi.

– Ma che è finalmente [4] questa Corinna? Noi non vogliamo leggerla, e ci basta di scorrere soltanto alcune pagine della Littérature di Madama Staël.

Così forse mi risponderanno i letterati; e s’io dovessi combatterli in questo, non avrei ad imitare il fallito artificio di coloro che dissimulano il vero per far comparir buona una tristissima causa. Io all’opposto direi palesemente, che è difficile anche ai rarissimi ingegni sottrarsi sempre all’impero delle opinioni correnti nel secolo o nel paese in cui si vive; e che una volta in sua vita Madama Staël pagò alla Francia il tributo di mal giudicare l’Italia. Come quegli che da un’altissima vetta delle Alpi, ove tutto è splendore e serenità, vede addensarsi le nuvole sotto ai suoi piedi, e i lampi solcarle, e paventa che giù nella valle sia già la tempesta e la desolazione, ma scendendo s’accorge che s’ingannava: non altrimenti la Baronessa di Staël vedeva da lontano l’Italia tutta coperta di tenebre, e ne temeva. Ma discese le Alpi, visitò quest’amabile terra, ci vide, ci conobbe, e per poche righe di acerbi giudizi scritti dapprima nella sua opera della Littérature, compose poscia in onore dell’Italia i tre tomi della Corinna, e fece tal magnanima emenda della quale non v’ha esempio fra gli stranieri. La Corinna o l’Italia è distesa con quella eloquenza, con quell’abbondanza di calore e di vita che distingue l’autrice; e il pensiero di lei d’intitolare quell’opera agli italiani, si fa manifesto dai bei versi del Petrarca che servono d’epigrafe:

 

.     .     .     .     .     .     .     .  Udrallo il bel paese

Che Appennin parte, e il mar circonda e l’Alpe.

 

Nell’allegorico carattere di Corinna, bella, sensibile, virtuosa, ragionatrice, ed oltre questo dotata dell’estemporanea ispirazione poetica, sono adombrate le rare doti di corpo, di mente e di cuore colle quali la natura ha privilegiato il popolo italiano. La facoltà che ha Corinna d’improvvisare con eccellenza, accenna mirabilmente la nostra grande attitudine a tutte le arti letterarie ed armoniche. I vari aspetti del cielo, delle pianure, del mare, delle colline che abbelliscono l’Italia, i grand’uomini che l’onorarono e che l’onorano, ogni monumento, ogni sasso in certa guisa che attesti qualche nostra gloriosa memoria del passato, ogni bella creazione delle arti dal genio italiano rigenerate, ogni nome d’artista un po’ celebre e i pregi speciali dei vari Stati italiani e delle città più cospicue, e persino le rare doti naturali delle infime classi del popolo, nulla sfugge allo sguardo ammiratore dell’autrice; la quale, per dar risalto e legame a questi svariatissimi oggetti, ne forma altrettanti incidenti ed episodi della patetica storia che vien narrando degli amori di Corinna. Tutte le opinioni contrarie all’Italia e i pregiudizi degli stranieri sono drammaticamente esposti nei due personaggi dell’inglese Oswald e del francese d'Erfeuil[5]. Le difese che noi possiamo opporre, le vere cause della nostra passata grandezza o decadenza, sono svolte mirabilmente da Corinna che è l’eroina del Romanzo, e talvolta anche dell’Autrice. Ed io so che tutti gli assennati e gentili lettori italiani le professano gratitudine, perchè ha nel suo libro sostenuto altamente che l’Italia non va giudicata sottoponendola alle freddi leggi del calcolo o alle viste d’una arrogante e precipitosa leggerezza; ma che per imparare a conoscersi bisogna prima penetrarsi del sentimento delle nostre antichissime sventure, e da ciò che fummo argomentare quello che possiamo essere[6]. Non dico, miei cari, ch’io convenga assolutamente in tutte le osservazioni che sulle cose italiane sono raccolte in quel libro. Bisogna esser nato e cresciuto fra noi per discernere un’infinità di minime cause le quali o moltiplicano le false apparenze, o modificano variamente la sostanza, delle cose; né, v’ha forza di meditazione che possa supplire pienamente a tutti i lumi d’una speranza giornaliera. Ma in complesso sostengo che, anche dopo lette le nostre Storie bisogna leggere la Corinna per imparare a conoscere l’Italia; e che questo libro desume appunto dai fatti delle storie italiane la spiegazione di molti nostri costumi, e delle varie vicende della nostra letteratura.

A questo passo cambiai tuono di voce, per far capire che la mia dissertazione era finita; e rivolgendomi a tutti tre i commensali,

– È ora tarda, soggiunsi, miei cari amici. Se volete assistere alla prova di un gran ballo che si fa questa sera, io posso condurvi. Due passi e siamo in teatro.

– Andiamo, andiamo, mi risposero a coro, e si uscì.

 

Note
____________________________________

 

[1] Ora non si può affermare strettamente lo stesso; e per non far « pompa d'indigesta erudizione » ci limitiamo a ciò che abbiamo già detto alla pag. 35 e 36.

[Vedi Capitolo II, in cui tratta della funzione e della figura dello storico a proposito del Botta, del Machiavelli ed altri: "lo scrittore non s’arresta alla prima fronte, ma va nel midollo delle cose; e padroneggia col suo giudizio gli uomini, gli eventi, e le opinioni di cui serba memoria per lume de’ contemporanei o dei posteri, e per affrettare i progressi dell’umanità" (Bonghi)]

[2] È questo il punto centrale per intendere il pensiero del Borsieri sul romanzo, considerato come una forma di storia finta, «creazione dell'umana fantasia», che risponde a un'esigenza dell'anima, alla quale non può rispondere in egual modo la storia vera. Questa forma d'arte può recar diletto e ad un tempo utilità elevando l'animo del lettore e volgendolo a migliori sentimenti, a migliori pensieri, a migliori costumi. La prima giustificazione del romanzo, considerato come forma d'arte, è dunque estetica; la seconda è morale ed educativa. (Calcaterra)

[3] Bac. de Augum. Scient. lib. > 2  pag. 59 apud Kempfer Francofurti ad Moenum.

[4] finalmente: alla fin fine, alla fin dei conti, alla fine (B.)

[5] Personaggi del romanzo Corinna. (B.)

[6] Vedi Corinne, vol. I, pag. 43, 44.

 

 

Indice Biblioteca Borsieri, Avventure letterarie d'un giorno  capitolo ottavo capitolo sesto © 2003 - prof. Giuseppe Bonghi - E-mail
Ultimo aggiornamento: 06 aprile 2004