Pietro Borsieri

 

Le avventure letterarie di un giorno

  

 

Capitolo Sesto

 

INCONTRO D’UN POETA

o idee sovra Lucano, sovra l’imitazione dei grandi scrittori

stranieri, e sul discorso di Lodovico di Breme

 

Vivit, et est vitae nescius ipse suae.

Ovidio.

Vive, e di quanta vita egli nol sente.

 

– Che fate voi qui sulle mura, dissi al Poeta[1], fuggendo il consorzio degli altri mortali? Meditate forse un nuovo inno alla divina Pallade dalle «glauche luci», per la quale intuonaste già questi bei versi:

 

Tremenda alta reina,

Cui diletta per mezzo alle battaglie

Il nitrir de’ cavalli,

Il picchiar degli scudi,

Delle rote il fragor; che la grand’asta

Sull’egida battendo, empi di lampi

Di Maratona i campi

E le rupi erettèe; tu che d’Atene

Vai per la notte oscura

Visitando le mura, e ti palesa

Il risonar dell’armi

E il sibilar delle gorgonie serpi

Sull’usbergo immortal... ecc.

 

Adesso - proseguii - Pallade non si diletta più di visitare le mura d’Atene né d’altra città, ma se avrete pazienza d’aspettar sino a sera, incontrerete invece Venere protettrice, accompagnata dal solito corteggio di Bacco, Momo e Como, i quali tutti vengono sul fresco a godersi il vario spettacolo delle pazzie di noi altri mortali.

– Tu vuoi, rispose il poeta, ridere de’ nostri costumi ed io te ne lodo; purché ti guardi, o giovane, dall’amaro sogghigno del cinico e sorrida colla austerità d’uno spartano, che calca le rose e rispetta l’alloro ovunque egli sorga.

– L’alloro - ripresi io - già da gran tempo verdeggia sulle vostre chiome, e…

– No no - m’interruppe il poeta - io non sono da tanto. Onoro colla fronte per terra i grandissimi ingegni che hanno in versi mirabili saputo esprimere le bellezze della natura, e gl’intimi sentimenti dell’anima umana; ma ne seguo le orme, e non più.

– Lasciamo un po’ queste vane cerimonie. Voi siete illustre poeta, e tutta l’Italia lo grida.

– Dalla bocca d’uomo che non suole mentir mai, ricevo questa lode con onesta compiacenza. Pure non sarai così all’oscuro delle novelle letterarie della nostra città, da non sapere che alcuni scrittori sostengono ch’io, invece di Virgilio e di Dante e degli altri pochi sommi non istudio che i centoni di lucanei concetti; e che voglio porre in voga Claudiano e Stazio, e convertire tutti i versi fatti e da farsi in tante gonfie vesciche.[2]

– Bisogna lasciarli sfogare - diss’io - ; tutti coloro che sono poveri d’immagini e di pensieri vorrebbero ridurre la poesia alla lunga semplicità e tenuità de’ modestissimi versi del Trissino; e a loro giustamente par gonfio tutto ciò che è pieno. Ma voi avete una colpa, e ne scontate debitamente la pena. Chi mai v’insegnò di scendere a misurarvi con loro, o di volerne i suffragi, o di ribatterne le censure? Osate una volta essere voi stesso, e taceranno. Sovvenitevi che l’Alfieri sprezzava altamente gli ingiusti o maligni giudizi di chicchessia; e che fra le sue satire quella contro i pedanti è forse la più bella. Sovvenitevi che Parini, sotto queste medesime piante che ci difendono ora dal sole, passeggiava sdegnoso e non curante del volgo; e che qui forse concepì quel suo nobile proponimento:

 

Non moverò mai corda

Ove la turba di sue ciance assorda.

 

Meditate infine le belle parole del Tasso, recentemente riportate da voi stesso, che il buon letterato si separerà dal volgo coll’altezza dell’animo e degli scritti, né quali ha poca forza la fortuna, e nessuna la potenza dei grandi.

– Confesso l’errore, rispose il poeta, e ricevo il consiglio. Ma so ben ancor io che i miei versi, come tutte le altre opere dell’umana debolezza, hanno le loro mende, e non poche: nè si può cercare una virtù dello stile senza incontrarvi a lato, come avvertirono Orazio e Longino, il suo contrario vizio, cui sempre non si riesce a sfuggire.

– Bene sta - ripresi - che voi parliate in tal guisa: ma starebbe ancor meglio che cercasse una volta quel volgarissimo abuso della critica italiana, la quale, per un’ombra, per un neo, per que’ difetti che sono fors’anche indipendenti dall’ingegno dello scrittore e appartengono soltanto alla natura dell’argomento assunto a trattare, condanna risolutamente al disprezzo le opere di uomini sommi; e s’affatica poi a far riconoscere col microscopio ogni impercettibile bellezza degli scrittori mediocri. Chi può tollerare, per esempio, che si faccia ancora tra noi un così vile strapazzo della fama di Lucano? Sventuratissimo poeta, al quale Nerone troncò la vita, non avrà egli, dopo tanti secoli, ancor placata l’invidia dei falsi dittatori del gusto? Ma scrivano essi a ventisette anni un poema come la Farsaglia; e ardiscano esser pronti a morire, come fece quel magnanimo, ne’ bei giorni della gloria e della gioventù, e allora si arroghino di giudicare o di avvilire Lucano. [3]

– Pareggiare Lucano all’Achillini, prese a dire il poeta, è mera pazzia; né vuolsi contrastare a nessuno il diritto di sbizzarrirsi. Bensì mi duole quasi di avere scritto di lui che la Farsaglia, perché mancante del «maraviglioso», è riguardata dai critici come un’ampollosa storia in esametri. Allora io seguiva la sentenza de’ nostri commentatori d’Aristotele, né volli maturarla né ci pensai; ma certo è sentenza acerbissima. E veramente qual è mai quel buon critico, che, considerando l’altezza del soggetto trattato da Lucano (le discordie civili del più gran popolo della terra e la rivalità di Cesare e di Pompeo), possa negare alla Farsaglia il nome di poema, solo perché manca del «meraviglioso» della favola? Ma lo splendore istorico di grandissimi fatti e di grandissimi personaggi operanti in tutto il corso della azione poeticamente concepita e dipinta dalla forte fantasia di Lucano, non crea forse un «meraviglioso» bastante a rapire il lettore, e più bello, perché più vero? Un maraviglioso più degno di poesia, perché non sottoposto, come quello della favola, al variare delle opinioni e delle religioni dei popoli, ed immortale, dirò così, quanto i nomi stessi di Cesare e di Pompeo? E se anche lo stile del nipote di Seneca sentisse talora del tronfio, convien considerare che molte volte grandeggia davvero, ch’egli compose il suo libro nell’impeto della gioventù e in tempi in cui, tutto volgendo alla corruzione, pareva ai buoni ingegni di non istudiar mai abbastanza, nella vita loro e negli scritti, la grandezza e la nobiltà. Quindi facilmente l’abuso, e talora anche la falsa apparenza del grande. Ma il genio, quantunque traviato, rimane genio pur sempre; e la lindura e la correzione sono doti comunemente più proprie a coloro che scrivono per arte e non per natura. Al solo Virgilio fu conceduto d’essere in tutto eccellente.

– Or bene - diss’io - giacchè senza pensarci siamo entrati in un argomento di molte dispute d’oggidì, apritemi anche la vostra opinione sovra il recente consiglio dato agli Italiani dalla baronessa di Staël di tradurre le opere eccellenti degl’Inglesi e dei Tedeschi.

– Tradurre ed imitare non è copiare; conoscere le perfezioni d’un’altra letteratura non è lo stesso che stendere un velo su quelle della nostra. Bensì colui che a questa delicatissima opera s’accinge deve profondamente conoscere e la indole propria della nostra, e quella propria della letteratura che prende ad imitare, onde non violare né l’una né l’altra o con licenza sconsigliata o con servile fedeltà. Però darei quest’incarico a quei soli scrittori che hanno già, colle opere loro, acquistata l’autorità di servire d’esempio. Così s’arricchirebbe il tesoro de’ poetici modi, si offrirebbe ai lettori il diletto di contemplare alcune forme del bello per anco ignote, e si aprirebbero fonti ancora intatte d’invenzione alle fantasie de’ poeti, ormai isterilite dalla uniforme imitazione dell’antichità. Né si deve credere che le forze del proprio genio possano bastare a tutto[4]. Chi ebbe mai più genio di Dante? Eppure egli studiò per sino i trovatori provenzali, e derivò molte bellezze dalla loro poesia, e citò con riverenza i nomi di alcuni di loro nel suo divino poema. Lo stesso possiam dire di Petrarca, lo stesso dell’Ariosto, la cui fantasia non sarebbe divenuta sì grande e meravigliosa senza la lettura de’ romanzi di cavalleria. Ora dimando se Dante, Petrarca, Ariosto vivessero ai nostri dì, trascurerebbero essi di meditare Shakespeare, Schiller, Calderone, essi che non disprezzarono i trovatori e i romanzieri?

Non è dunque un’ingiuria il consigliare gli Italiani ad offrire ai geni immortali d’altre nazioni quel tributo ch’esse porgono ai nostri con loro profitto. Io non ho ancora sentito che niuno a Londra abbia dato taccia di cattivo inglese all’egregio T. J. Mathias, perché ristampò in eleganti volumi i migliori classici italiani; ovvero perché compose egli stesso nobilissimi versi e purgate prose nella nostra favella. Niuno lo fulminò d’anatema per queste belle parole da lui scritte: «Vorrei che nelle nostre università fosse eretta, sotto la protezione reale, una cattedra espressamente per l’universale letteratura italiana, per onorare discretamente i suoi più degni seguaci e professori, per promovere le loro ragioni, ed acquistare tra noi alla toscana favella uno stabile e permanente domicilio». [5]

Niuno lo chiamò sleale a Shakespeare, od infedele a Milton, perché cantò del Petrarca, di messer Ludovico, di Torquato, e del Guidi i versi che sono per dirti:

 

Vedi chi già con sì soave pianto

In altre valli, e presso ad altri fiumi

Chiamò gli estinti lumi,

E ‘l viso, e ‘l guardo in lagrimoso canto,

All’ombra e al ventilar del dolce lauro,

De’ suoi stanchi pensier almo ristauro.

Eccoti là sul ferrarese fiume,

Di color vari e vaghi asperso l’ale,

Divin labbro sciogliendo in lieta rima,

E in maggior carme, il favoloso nume!

Senti come in favella aurea immortale

Misurata grandezza il Tasso esprima,

Lungo l’etereo clima

Gridando: salutiam l’angusta tomba!

Dal suo carro il pavese alto e gagliardo

Volge a Dirce lo sguardo,

Emulo alzando la tebana tromba,

E regolando ai gran destrieri il volo

Pel deserto sentier balena solo

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

O bei fiumi britanni,

O aure, o valli, o patrie selve, o campi,

La congiunta armonia, l’eletto suono

A voi divoto io dono;

 (La santa fiamma al cor sempre m’avvampi!)

Udite, udite; né l’amata lingua

Di bocca in bocca mai fra voi s’estingua – [6]

 

Parmi, soggiunsi, che le ragioni e gli esempi da voi addotti, sciolgano il nodo della quistione; e piacemi di dire a voi stesso, a voi studiosissimo di Virgilio e di Dante, che dai vostri scritti traspare la buona amicizia che vi lega anche con Shakespeare... A proposito, sapete voi che alcuni nuovi critici fan gran rumore, perché in certi versi avete collocato il sole sul trono della luce?

– Ho capito, disse ridendo il poeta; essi confondono la ragione astronomica colla poetica, e non immaginando nel sole che una gran massa di fuoco o d’altra materia, trovano assurdo che si ponga un globo a sedere sul trono della luce. Ma Febo non siede egli sul carro della luce, e non flagella Eto e Piroo senza che i critici se ne possano lagnare? E Ovidio non diede egli al sole un palagio reale ed un trono?[7] Perché dunque non poteva io concedermi altrettanto?

– I vostri scomunicatissimi versi , ripresi, claudianeschi, achillineschi, marineschi, son quelli dove parlate della somiglianza che corre fra il sistema celeste ed il sistema monarchico; e prendendo le immagini dal sole, simboleggiate i felici effetti di un tranquillo governo, e le orribili conseguenze delle sovversioni politiche nel modo seguente:

 

Delle stelle monarca egli s’asside (il Sole)

         Sul trono della luce, e con eterna

         Unica legge il moto e i rai divide

         Ai seguaci pianeti, e li governa.

         Per lui natura sì feconda e ride,

         Per lui danza armonica s’alterna

         Delle stagion, per lui nullo si spia

         Grano di polve che vital non sia.

 

E cagion sola del mirando effetto

         È la costante, eguale, unica legge,

         Con che il raggiante imperador l’aspetto

         Delle create cose alto corregge.

         Togli questa unità, togli il perfetto

         Tenor de’ vari moti, onde si regge

         L’armonia de’ frenati orbi diversi,

         E tutti li vedrai confusi e spersi;

 

E l’un l’altro inghiottire, e furibondo

        Il mar levarsi e divorar la terra,

        E squarciarla i vulcani, e nel secondo

        Caos gittarla gli elementi in guerra.

 

– Tu mi fai risovvenire che questa è una mia imitazione da Shakespeare.

– Tanto meglio; per tal guisa si vedrà che si ponno imitare i settentrionali anche parlando della luce; e il forte argomento, o piuttosto la bella frase, che le nostre fantasie non debbono prendere le immagini dai ghiacci e dalle nebbie del nord, perderà gran parte del suo magico effetto[8]. Non poco romore, continuai, si muove ancora contro l’autore di un Discorso intorno l’ingiustizia di alcuni giudizi letterari italiani, ma, quanto a me, credo che tutta la più severa censura di quello scritto si possa ridurre a queste due cose: lo stile è bello frequentemente, ma non però sempre eguale; e le opinioni dell’autore, essendo non comuni in Italia, andavano preparate ed esposte con maggior artificio. Chi perdonerà, per esempio, al sig. di Breme d’aver chiamato Goldoni un «paron veneziano»? È vero ch’ei lo nomina a proposito del Torquato Tasso, commedia ove sono travisate le passioni e il carattere del cantore della Gerusalemme; commedia ove l’ispirazione poetica si dipinge coi nobilissimi (sic) colori della pazzia; commedia finalmente che il Goldoni non avrebbe mai scritto, se avesse considerato che le passioni infelici non debbono essere un soggetto di ridicolo, e molto meno le passioni di quel «grande discepolo della gloria e della sventura». È vero ancora che la fama del Goldoni è cresciuta rapidamente in un secolo in cui l’Italia non conosceva altre commedie che quelle così dette «dell’arte», improvvisate a capriccio dai comici; e che quindi molta parte della presente nostra ammirazione è in certa guisa un legato lasciatoci da que’ buoni uomini d’allora[9]. È vero che allora era facilissimo sedurre il pubblico, e che Carlo Gozzi fece espressamente l’esperimento del le sue Fiabe, coll’assurdità delle quali rovinava interamente il teatro di Goldoni. È vero che leggendo le Memorie del Goldoni si vede chiaramente ch’ei non conosceva né gli uomini, né le cose, né i buoni libri; e vi s’impara il perché egli sia così eccellente nella pittura dei caratteri della plebe, e così mediocre in quella degli uomini di mondo, dei cavalieri di buon gusto, e delle donne spiritose. Tutte queste cose sono vere, e molte altre che compariranno nell’Analisi critica del Baretti trovata recentemente; ma queste cose o non si sanno o non si pensano da tutti. Anzi non si teme di contrapporre Goldoni ad Alfieri, e di stimarli pari fra loro, ciascuno nel suo genere, e di decretare ad entrambi gli stessi onori. Si dirà che è meglio largheggiare con Goldoni, che aver la vergogna di confessare che non abbiamo un eccellente autore di commedie. Io non sono di questa opinione; perché a forza di lodarlo se ne consiglia e se ne rende necessaria l’imitazione, e s’impedisce che i nuovi scrittori intendano meglio l’arte, e studino modelli migliori.

Il poeta udiva e non confermava questa mia tiritera contro il Goldoni; ma conveniva che non si debba chiamarlo un paron veneziano, quand’anche si voglia così significare che le sue commedie in dialetto veneto sono le più belle e le più spiritose. Indi, venendo al proposito di quel Discorso,

– Mi pare - disse - che nessuna risposta o decente o ragionata siasi data fin qui allo scritto del signor di Breme[10]. Egli assunse a provare che la baronessa di Staël-Holstein ha lodati degnamente i più grand’uomini italiani, e riporta per questo vari bei passi della Corinna, nei quali per verità Dante, Petrarca, Tasso, Ariosto, Colombo, Michelangelo, Raffaello, Pergolesi, Galileo hanno un solenne e pomposo elogio. Ha pure assunto a provare che la letteratura così detta romantica non è frutto esclusivamente proprio del nord; poiché la Divina Commedia, il Canzoniere del Petrarca e il Furioso appartengono a tal genere di poesia che non ha verun modello nell’antichità greca e latina; e che essendo tutto animato dalle idee dello spiritualismo, del cristianesimo, e del genio cavalleresco, racchiude appunto in se stesso i tre principali elementi della romantica. E volendo legittimare coi precetti questa specie di letteratura, ha recate in mezzo le favorevoli considerazioni del Gravina, che è l’unico profondo critico del nostro Parnaso. Ha finalmente asserito che i presenti italiani non emulano abbastanza, in fatto di lettere i grandissimi esempi dei loro maggiori; e in conferma di questa asserzione, ha prodotte le autorità di Baretti, di Calsabigi e d’Alfieri che hanno pronunciato lo stesso giudizio. Quando dunque sarà provato che queste sue opinioni non sieno vere, e che l’appagarsi della gloria degli avi sia lo stesso che possederne una propria, allora soltanto potrà dirsi essere quel discorso «una troppo tenera difesa d’alcuni illustri stranieri».

- Né stranieri - soggiunsi - devono essere mai chiamati gli scrittori veramente grandi. Poiché le belle ed utili opere loro li rendono cittadini di tutti que’ paesi in cui sono lette e studiate, e a cui per tal guisa viene comunicato il frutto delle loro lunghe vigilie.

Mentre si parlavano fra noi queste cose, eravamo giunti al Teatro della Scala, dove sentii le voci dei due miei amicissimi, Silvio P. e Carlo G.[11], che mi chiamavano da lontano invitandomi a desinare con loro dal trattore più famoso della città. L’invito mi fu carissimo, onde, preso congedo dall’ottimo poeta, raggiunsi i due.... Ma il resto lo scriverò poi.

 

Note
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[1] Vincenzo Monti. (Calcaterra)

[2] Vedi Dialoghi nell'Eliso a pag. 65 n° VIII.

[3] Il Galantuomo si riscalda a favore di Lucano perchè forse aveva presente che Nerone, il quale pretendeva d'esser poeta, lo condannò a morire per lievi indizii di cospirazione; ma in realtà per la gran invidia che gli portava. Tacito racconta che Lucano, segate già le vene, sentendosi mancare le forze, si risovvenne di avere dipinta nella Farsagliauna simile immagine di morte; e recitando i propri versi sovra un soldato ferito, con quelle ultime voci spirò.

[4] Duole all'autore di questo scritto di non poter consentire nell'opinione del sig. L., il quale nella sua Risposta ai due discorsi di Madama la Baronessa di Staël-Holstein, chiama tomba del genio qualunque imitazione. E qui si ricorda il di lui opuscolo per onorare in lui un critico educato, ed un uomo che coltiva generosamente le lettere per solo amore delle lettere.

[5] Canzoni e Prose Toscane di T. J. Mathias, Vol. II, pag. 52, Londra 1808.

[6] Vedi nello stesso tono la Canzone A lord Mansel presentandogli i componimenti lirici scelti de' più illustri poeti d'Italia, Pag. 4-5.

[7] Veggasi Ovidio nel principio del secondo libro delle Metamorfosi:

Regia Solis erat sublimibus alta columnis.

e più sotto:

.   .   .   .   .  Purpurea velatus veste sedebat

In solio Phoebus, claris lucente smaragdis.

[8] Il Galantuomo tradurrà fedelmente dal testo inglese i versi di Shakespear, imitati dal Monti, perchè apparisca con quanta scelta e con qual arte abbia egli saputo fondere insieme i colori della poesia italiana e dell'inglese; e stringendo nel metro dell'ottava l'abbondanza di quel « primogenito figlio della natura », liberarlo altresì dalle assurde idee dell'astrologia giudiziaria ch'era il comune pregiudizio del suo secolo.

È Ulisse che parla nel consesso de' Capitani greci: « Travisati gli ordini sociali, i più indegni mortali assumono sotto la maschera una bella apparenza. I cieli stessi, i pianeti, e questa centrale terra, osservano gradi, primato e sede propria; regolarità nel loro moto costante, proporzione, stagioni, forme, ufficii, abitudini, tutto corre sulla linea precisa dell'ordine. Ond'è che il Sole, glorioso pianeta, brilla regalmente dall'alto del suo trono fra le sfere che lo circondano; il suo sguardo sanatore corregge i malefici aspetti degli avversi pianeti, e rapidamente trapassando invia senza inciampo, come il comando di un Re, le propizie o le tristi fortune. Ma quando con funesta confusione i pianeti vanno traviati sfrenatamente, allora che pestilenze! che prodigi spaventosi! che ribellione! E il mare infuriato, e i venti scatenati, e la terra traballante, e i terrori e le rivoluzioni rompono fragorosamente l'unità e la congiunta pace degli Stati, e gli spiantano dalla base del loro riposo ». Troilo e Cresside, Atto I, Scena IX.

[9] Credo dimostrato che il giudizio di Voltaire non debba addursi in favore di Goldoni, essendo provato che Voltaire conosceva pochissimo la nostra lingua, e che non poteva valutare ed intender bene le opere che giudicava.

[10] Questo s'intenda detto anche pel Dialogo intitolato La Romanticomania, che si legge nel primo numero di un « Giornale di Letteratura e Belle Arti » comparso novellamente a Firenze. Il Dialogo è fra Madonna (la baronessa di Staël); Messere (il Giornalista) e un Cavaliere (il sig. Di Breme) che difende la Letteratura romantica. Ci troviamo in debito di dire a quel Giornalista che un Messere che fa lo spiritoso è una gran brutta cosa; e ch'egli non ha ancora capito ciò che significhi la parola romantico. Lo preghiamo anche di riflettere che la letteratura dei presenti Inglesi e Tedeschi non va confusa con quella « dei Traci, de' Cartaginesi, de' Persiani, degli Egizj, e de' Galli chiomati, bracati e togati ». E per dargli un saggio della nostra benevolenza, lo consigliamo di prepararsi a combattere in avvenire la « letteratura romantica », studiando ben bene gli ingegnosi articoli inseriti nel « Journal des Débats » dal sig. Dussault; o l'operetta francese intitolata L'Antiromantique, la quale in fine non è altro che una piacevole amplificazione delle cose dette da Dussault.

[11] Silvio Pellico e Carlo Gherardini, fratello del più noto Giovanni. (Calcaterra)

 

 

Indice Biblioteca Borsieri, Avventure letterarie d'un giorno  capitolo settimo capitolo quinto © 2003 - prof. Giuseppe Bonghi - E-mail
Ultimo aggiornamento: 05 aprile 2004