Pietro Borsieri

 

Le avventure letterarie di un giorno

  

 

CAPITOLO QUINTO

 

IL PASSEGGIO

con quel che segue

O cenni sulle «Cronache di Pindo» e sull’Opera buffa

 

C’è per tutti il suo tantino

Ma conviene meritar.

         Il sedicente Filosofo,

      opera buffa d’Incerto.

 

 

Avviandomi verso la Porta Orientale della nostra bella città, trovai gran gente che s’accalcava intorno alla colonna del Leone. M’accosto, interrogo, ed un garzoncello mal calzato e peggio vestito che mi stava alle spalle, «è un malfattore», mi risponde, «che or ora hanno qui arrestato»; e ciò detto mi dà un’occhiata, sorride, e cantarellando quest’arietta

 

Offa che a far di tutto

Rendi la gente esperta,

Deh vieni; a bocca aperta

Noi t’invochiamo qua

 

mi si dilegua dalla vista.

Guarda un po’, dissi tra me, come son belli e popolari questi versi; persino i ragazzi se li ricordano e li cantano! E in questa, frugandomi nelle tasche per cercare la tabacchiera, trovò che il fazzoletto era sparito. Allora intesi meglio di prima l’occhiata, il sorriso e l’arietta; e così d’un’idea nell’altra, passeggiando sempre verso i Giardini, mi risovvenni ch’essa formava parte di un coro di un’opera-buffa, scritta dall’autore stesso delle Cronache di Pindo, tanto lodate nel giornale dell’Eliso. Ma o fosse che mi dolesse d’essere stato gabbato coi versi di quel Poeta, o fosse la noia sofferta prima in caffè, o qualunque altra causa, questo so dirvi che io non mi sentiva troppo disposto all’indulgenza, e ragionava fra me stesso così:

 Gran senno veramente e grande amore della gloria italiana hanno mostrato gli Scrittori dei Dialoghi dell’Eliso, calcando Monti e levando al cielo il Cronista di Pindo, «per le allegorie e capricciose allusioni, per l’abbondantissima erudizione, per l’ordine, la condotta, lo stile facile, i motti, e più di tutto la purezza della buona lingua toscana con cui tesse una storia letteraria cronologica della poesia»[1]. Queste sono cose per le quali hanno gran ragione di far dire all’Ariosto che il Cronista di Pindo ha propriamente tutto il suo stile; né ciò bastando, di farlo compiangere da quella santa anima del Tasso come poeta ora invidiato e perseguitato pel suo gran merito[2]. Ma dove hanno la testa le signorie loro? Non si ricordano che Traiano Boccalini ha scritti due bei tomi dei Ragguagli di Parnaso, in due o tre dei quali, ad onta del secolo infelice in cui visse, si trova più brio, ingegno, forza d’invenzione, e sano giudizio che in tutte le cinque Cronache di Pindo sinora pubblicate?[3]». Non si ricordano che il buon Tiraboschi ha fornito al cronista di Pindo l’abbondantissima erudizione, e tutti i giudizi ch’ei pone in versi sul valore de’ vari nostri scrittori? Dove hanno la testa le signorie loro! Non degnano di considerare che dopo che Alessandro Verri ha scritto dell’Alfieri «ch’ei creò l’arte dal nulla e lasciolla compiuta»[4]; dopo che un intiero popolo consente nell’ammirarlo, dopo che gli stranieri non osano più negare un gran Tragico a questa gloriosa terra d’Italia, non degnano, dissi, di considerare che lo scrivere di lui

 

Un certo Alfier testé là giunto a caso

 

cioè, giunto in Pindo senza merito alcuno, è profanazione non perdonabile mai da chi abbia pudore e riverenza verso i grandi ingegni, e rispetto verso la patria che ne adora la ricordanza?[5]

Né giova il dire che il nostro poeta mira, lassando l’Alfieri, ad allontanare i principianti da una sconsigliata imitazione del verso alfieriano. Perché sono molti anni che l’Alfieri confessò le mende delle sue prime quattro tragedie, e verseggiò meglio le successive; e sono molti anni, che se ne fecero dai pedanti italiani le risa grandissime e le parodie; componendo persino un’intera tragedia intitolata il Socrate, i di cui versi erano tutti congegnati di Tu e di t’hai tu, e dei i’ lo teng’io e di monosillabi a bizzeffe, e d’altre tali freddure. Che dirò poi delle fine allusioni delle Cronache di Pindo, le quali, secondo me, sono veramente cronache? Petrarca in cappa da canonico, Shakespeare col grembiale da ciabattino, Dante con una pelliccia or guasta dai tarli …povero Dante! non l’avrei mai creduto che il tempo non rispettasse tutto ciò che t’appartiene! [6] E Alfieri, così mal concio dal Cronista, indovinate un po' che cosa è divenuto in Pindo? Il persecutore dei ribelli; il persecutore che fa punire i congiurati contro la maestà del Duca Apollo. Va là, mio caro Duca di Pindo, che puoi dormire tranquillo quando sei sotto la guardia di Vittorio Alfieri![7].

Ma le allegorie, le allegorie sono qualche cosa di portentoso. Eccovene una che vi darà gran diletto[8]. Un principe vuol far rinascere il «Secol d’oro»; e per questo bisogna dar pensioni e far tripudiare i letterati. Ma siccome l’economia pubblica insegna che non si deve profondere il denaro, così avviene che le pensioni sono rare; e che i letterati se le disputano con ogni sorta di viltà e di persecuzioni. Ora per rivestire di simboli questa dolorosa verità, state a vedere che ha immaginato il nostro poeta.

Quel principe si fa portare da un cortigiano un’asta lunga lunga da cui pende un filo d’oro, e dal filo d’oro una focaccia; poi, divertendosi intorno ad un lago ove sono schierati molti poeti, fa saltellare sull’onde il «buon boccone». E allora i letterati dentro nell’acqua, e si affannano e guazzano e guizzano, e addentano come anime dannate quelli di loro che riescono a staccare una briciola dalla larga «pagnotta». Veramente un pezzo di pasta malcotta non mi pare che sia così ghiotto boccone da poter simboleggiare con proprietà gli onori ed il lucro di cui sono avidi i letterati! Pure chi crederebbe ch’una sì grottesca idea (e il grottesco è il genere meno ingegnoso di tutti) sia fra quelle più predilette dal Cronista di Pindo? Grazie al mio perduto fazzoletto, mi risovvengo benissimo che qualche anno prima che comparisse la Cronaca del «secol d’oro», lo stesso autore, ponendo in iscena le Bestie in uomini, aveva nel secondo atto decorato il teatro con una immensa pagnotta conficcata ad un’asta, intorno alla quale danzava una danza rabbiosa l’innumerabile schiera dei bisognosi d’ogni sorta. Il petente impiego, l’artigiano, il falso letterato, poco dissimile dall’artigiano, il facchino, tutti coloro insomma che non ebbero, nascendo, dalla fortuna altro patrimonio che l’ingegno, o la destrezza e la forza delle loro mani, erano rappresentati da un coro che intuonava intorno all’asta lunga i bei versi.

 

Offa che a far di tutto

 

con quel che segue. Della quale specie di crudele ridicolo, niuno che l’intendesse poteva prenderne diletto; e nemmeno quei rarissimi che vengono al teatro levandosi da una mensa incoronata di rose e di tazze dorate. Poiché siamo tutti uomini; e la compassione che rimane muta nelle circostanze della vita per la prepotenza dell’interesse personale, parla poi eloquentemente in teatro, ove nulla costa l’essere buoni o il comparirlo. La natura vuole uno sfogo.

Io non so dunque perché il fecondissimo autore delle Cronache abbia copiato se stesso in cosa tanto cattiva; né perché, essendo dotato di buon ingegno, non sappia derivarne miglior frutto. Non vuolsi negare, per esempio, che egli abbia l’arte di ben tornire le ottave, e di scrivere in versi con una certa naturalezza e facilità; sebbene la facilità non sia dote gran fatto ammirabile in un paese, che abbonda d’improvvisatori, e in una lingua tanto ricca di consonanze com’è la nostra. Al che si aggiunge che non avendo egli uno stile che si conservi sempre eguale; ma usando e frasi e idee che ogni altro scrittore più sollecito della buona scelta rifiuterebbe, gli riesce senza gran fatica di conciliare a’ suoi versi quell’apparenza di naturalezza che non basta però a sedurre i buoni intelligenti. E chi ha familiarità coi poeti converrà meco, che dopo alcune stanze in cui si veggono ricopiati da lui i modi e le frasi dell’Ariosto, altre ne saltano fuori che ricordano affatto lo stile delle opere buffe[9].

Lo stesso dirò de’ bei motti e delle arguzie di lui che pur tanto si lodano dai benevoli dialogisti dell’Eliso. A conti fatti, per ogni cinque delle sue tante facezie, un pajo sono insipide, altre due son vecchie o note come la barba d’Aronne; il resto è passabile ma grossolano poiché le fine saette non sortirono mai dal suo turcasso[10].

Questo non sarà forse difetto di naturale capacità nel poeta; ma avvezzo, com’egli è, ad ottenere i facili applausi del pubblico nelle opere buffe, argomenta forse che la grossolana festività della quale si diletta la moltitudine possa piacere anche in un poema. Ognun vede quanto ei s’inganni; e ognuno vede altresì che poteva risparmiare nel testo e nelle note delle Cronache le tante allusioni e dichiarazioni sulla incalcolabile difficoltà di comporre ora un’opera buffa. Sì certo, i cantanti esigono molto; e il pubblico vuole, oltre le ariette, che bastavano un tempo, e duetti e terzetti e quartetti e quintetti e cori e introduzioni e finali; vuole in somma un’opera buffa. Ma questa finalmente non è la decimaterza fatica d’Ercole, ove si consideri la facile contentatura del pubblico, che non bada al libretto, purché la musica sia buona. Se mi si domandasse però come debba comporsi un’opera buffa per farla bene, risponderei: io voglio che l’azione sia naturalmente aggruppata e naturalmente bene sciolta; voglio che il ridicolo non si confonda colla scurrilità, e che sia uno spontaneo effetto dei vari caratteri de’ personaggi ben disegnati e ben condotti: voglio ,che le sentenze e le arguzie da Bertoldo[11] sieno bandite dalla scena; e che il diletto non risulti finalmente né da ariette equivoche, né da gesti poco misurati degli attori. Chi adempisse tutte queste condizioni e scrivesse una bell’opera buffa, meriterebbe assai lode. Ma chi scrive ora in tal guisa un’opera buffa?…

Queste e altre cose ragionando

 

Che la commedia mia cantar non cura,[12]

 

m’accorsi d’esser giunto a piè delle scale per le quali dai giardini si sale al bastione orientale; e guardando in alto vidi un tale, ch’io conosco perfettamente per uomo, che ha fatto bene a molti e male a nessuno, quale passeggiava tutto solo e pensieroso. Montando dunque le scale, mi procurai la buona avventura letteraria di cui vi renderò conto nel seguente capitolo

 

Note
____________________________

 

[1] Pag. 10 n° II dei Dialoghi.

[2] Vedi pag. 11 idem.

[3] Nella Cronaca terza è menzionato il Boccalini con questi soli versi:

E ride il Boccalin di quella arena

Che in Adria un dì gli fracassò la schiena.

    Il Poeta poteva farlo ridere anche delle Cronache di Pindo, come d'una cattiva imitazione in versi de' suoi Ragguagli.

[4] Vedi la prefazione di Verri alla traduzione del Giacomelli dei Detti e Fatti Memorabili di Socrate.

[5] Un certo Alfier testè là giunto a caso,

Tratto un aguzzo stil, i', grida, i' vegno ec...

                                          [Stanza 18 Cronaca 1a].

Loda ognun quell'Alfier ch'è si valente

Nel gran mestier di spaventar la gente...

                                          [Stanza 21 Cron. 1a].

Quel fiero Alfier vie più di gloria caldo

                                          [Stanza 23 idem].

Grida tu chi se' tu ma in tuono tale,

Che diresti, al sentirlo, è il temporale.

                                          [Stanza 25 idem].

.    .    .    .    .    .    .    .   non ti       nascondo

Che Mirra più di Fedra in ogni core

Affetti or desta affatto nuovi al mondo;

Quell'innocente incestuoso ardore,

Quel venereo furor sì verecondo ec.

                                          [Stanza 25 idem].

Si noti che appena Mirra diviene rea della sola manifestazione del suo amore fatale, ella s'uccide; e poi s'ammiri il bello spirito e la verità degli ultimi due versi succitati.

[6] L'autore é troppo occupato per fare una rivista esatta di ciascuna delle cinque Cronache. Accenna soltanto le cose che si ricorda d'aver notato leggendole.

[7] Vedi la stanza 23 Cron. 1a.

[8] Vedi la Cronaca terza, intitolata Il Secol d'oro.

[9] Adduciamo qualche esempio desunto dalla Cronaca del secol d'oro, e precisamente da quelle ottave che comprendono la bella allegoria della focaccia.

Parlando del Principe che voleva far nascere il Secol d'oro, dice (stanza 52):

Si scorge una regal mensa imbandita

Cui vari duchi infra l'arrosto e il lesso

Sedean raccolti a singolar congresso.

I principi quando seggono a congresso non seggono a mensa; né è mensa regale quella coperta d'alesso e d'arrosto.

Parlando d'alcuni letterati favoriti dai principi gli chiama (stanza 53)

.   .   .   .   .   .   .   .   .   . Dotti parecchi,

Cui d'imporre ai Signor la grazia tocca,

Che a sè la pancia empiano, altrui gli orecchi,

Filosofia parlando a piena bocca.

A bocca piena non si può parlare di cosa veruna e molto meno di filosofia; quell'empirsi la pancia è frase da trivio; ed essere un dotto cui tocca la grazia d'imporre ai Signori, non significa in italiano « aver la fortuna di farsi stimare oltre i proprii meriti, o di darla ad intendere ai Signori », a guisa del modo francese en imposer à quelqu'un, come ha creduto l'Autore. Ed egli, che è tanto lodato per la « purità della lingua », dovea sapere che imporre, secondo la Crusca, vale soltanto comandare o sovrapporre; e si usa anche in altri sensi che sono però sempre derivati da questi due primi.

Narrando poi la favoletta della risposta di Virgilio,

Cioè che Maro, autor di sì gran peso,

Disse Augusto esser figlio d'un fornaio,

E ciò per la ragion che quel Sovrano

Il fornia di pagnotte a larga mano [Stanza 63].

vengono i seguenti nobilissimi versi sulla pagnotta (Stanza 64):

Questo scherzo capir della pagnotta

Fa il gran poter,

I miei grand'avi hanno promosso il gusto

Col dispensar pagnotte al par d'Augusto [Stanza 66].

Oggi però che in tanto golfo immersi

Stanno i poeti, e che l'odor del pane

Fa più che in altra età nascere i versi,

Olà, grida, chiamando un de' suoi ghiotti,

Recami quel cotal che adesca i dotti.

Per « quel cotal che adesca i dotti » s'intenda la pagnotta; ma qui veramente non c'è troppa purità d'espressione!

E finalmente nella stanza 71:

Buffone adulator, brigante infame,

Dir senti ognun che la pagnotta pigli.

Se questo è lo stile dell'Ariosto, o noi non c'intendiamo nei termini, o l'Ariosto scrive assai male!

[10] Eccone alcune che daranno idea di molte altre. Per porre in ridicolo il Giornale di Scienze e Lettere ora cessato, il Poeta, dopo averlo personificato, lo fa arrivare in Pindo

Sopra una mula che rincula e spara. [Stanza 74, Cron. 2a].

Per burlarsi dei cattivi poeti, dice che l'acqua d'Aganippe mette loro in corpo

Furor di versi e diarrea di sciolti. [Stanza 17, Cron. 3a].

Parlando dei faziosi partigiani del Marini contro lo Stigliani, ei li dipinge in atto di batterlo.

E senza ai Duchi alcun riguardo avere

Chi con pugni lo pesta infino all'osso,

E chi con calci gli sconcia il sedere. [Stanza 94, Cron. 3a].

Per indicare la bassa origine del Ciampoli lo chiama:

Il Ciampoli dal fango e dai pidocchi

Giunto agli onori. [Stanza 21, Cron. 3a].

Per ischerzare sul poema dell'Asino del Dottori sorte fuori in quel novissimo equivoco:

Ch'ogni buon Padovan pien di stupore

Vide un Asin dar fama ad un Dottore.

Per dipingere in due versi la Novità, dopo averla personificata, le fa dire (Stanza 34, Cron. 3a):

Apri omai gli occhi, e vedi a questa prova

Che chi mi cerca più, manco mi trova.

Non vi pare essa un cerettano, che mostrando la magìa bianca esclami:

Ecco la polvere del Pim-pirimpara

Che quanto più si guarda men s'impara?

E dopo sì belle eleganze, osa scrivere della Secchia rapita del Tassoni:

L'acqua che versa a noi quella tua Secchia,

Checchè ne dica un qualche Gemignano,

Talvolta al gusto mio sa di pantano. [Stanza 45, Cron. 3a].

E spiega poi nelle note che oltre alcune cose sconce di quel poema, molti notarono pure in esso « parecchi difetti di stile e di lingua ». Modestissima spiegazione, per la quale altri potrebbe credere che la Secchia rapita valga assai meno delle Cronache di Pindo!

[11] Allude alla celebre istoria villanesca di Giulio Cesare Croce: Le sottilissime astutie di Bertoldo, Bologna e Modena, per G. M. Verdi, 1608; Le piacevoli et ridicolose simplicità di Bertoldino, ivi, 1608.

[12] Dante, Inf. XXI,2. (Calcaterra)

 

 

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Ultimo aggiornamento: 05 aprile 2004