Pietro Borsieri

 

Le avventure letterarie di un giorno

  

 

Capitolo Quarto

 

IL CAFFE’

OVVERO DISPUTA SULL’AUTENTICITÀ E ORIGINALITÀ

DEI «DIALOGHI DEGLI ANTICHI LETTERATI NELL’ELISO»

 

Ed io gliel dico, che il verbo vagire

Non è di crusca; usò il Salvin vagito;

ma a ogni modo vagir non si può dire.

Alf. nella sat. I pedanti.

 

Un sorriso e un saluto col ventaglio, che piccola cosa è mai questa, e quanto grandi conseguenze può avere! Ecco il pensiero che mi occupava la mente appena rimasi solo. Per prima conseguenza posso innamorarmi; ed io so quel che dico quando parlo del mio fragilissimo cuore. Per seconda conseguenza, il servente leggiadro può cominciar ad odiarmi, quand’anche io non m’innamori; e so egualmente quel che dico, quando parlo della prontezza colla quale gli uomini colgono persino le menome occasioni di odiarsi. E per terza conseguenza (dacchè chi vuol comparire ragionatore deve da qualunque premessa derivarne almeno tre), avendo io cominciato a sostenere che noi italiani ci lagniamo a gran torto di madama di Staël, dovrò forse continuare a difendere lo stesso assunto contro l’opinione di molti che non mi faranno buon viso. E così pensando, e andando a zonzo sbadatamente nella più popolosa contrada di Milano, m’abbatto innanzi al Caffè *** e m’accorgo d’una fragranza soave di caffè allora allora abbrustolato.

Entro dunque nella bottega risplendente d’ogni parte di dorature, di specchi e di marmi; e non sapendo vincere la tentazione, ordino che mi si porti in una tazza capace

 

La nettarea bevanda ove abbronzato

Fuma ed arde il legume a noi d’Aleppo

Giunto e da Moca, che di mille navi

Popolata mai sempre insuperbisce.

 

Sedeva nel caffè un crocchio di persone che si rubavano l’una coll’altra la parola di bocca, tanto erano tutte fornite di lingue precipitose e infaticabili. M’inchino, nessuno mi guarda. Mi pongo ad un tavoliere in disparte, e fra varie Gazzette trovo alcuni numeri dei Dialoghi degli antichi letterati nell’Eliso, che m’accingo a leggere. Allora un tale, che io conosceva appena di vista, mi addocchia; viene a salutarmi, e mi domanda il mio parere su quel nuovo Giornale. Ti giuro, o lettore, che prima di rispondergli mi risovvenni dell’incontro di questa mattina nella libreria del Genio. Pure riflettendo che è facile trovare gli scrittori nelle botteghe de’ librai, ma che debb’essere difficile di ritrovarli alle tre dopo mezzodì in una bottega da Caffè, risposi francamente a chi m’interrogava, che quel Giornale non mi piaceva.

– Signore, prese a dirmi l’Interrogante con un sogghigno asperso di fiele, le parole non mi piace sono presto pronunziate. Ma tanto è il susurro levatosi in Lombardia per le critiche di questi Dialoghi degli antichi letterati, che molti si mostrano fautori loro, e molti acerrimi nemici, ed hanno già un gran moscherino al naso. Ma finalmente l’Italia vede rinnovata una frusta atta a reprimere gli impeti della folta schiera de’ cattivi scrittori; che essendo augelli palustri, tentano pure coll’ali tarpate d’ergersi a volo, e che sciagurati van pure stuccando i colti Italiani[1].

– Oh che buona memoria ha Vossignoria, risposi io; mi par proprio di rileggere alcuni passi dei Dialoghi quando la sento parlare. Pure mi creda, che tutto questo susurro sta solo negli orecchi dei Morti o dei Vivi che scrivono quel giornale; e se ora se ne parla un po’ più, è tutto merito del noto dialogo fra Taddeo giornalista e Matteo suo compare. E continuando appunto sulle parole da lei riportate, le par egli che i dialogisti dell’Eliso dovessero dire che l’Italia «ha una folta schiera di cattivi scrittori», essi che hanno eloquentemente sostenuto «essere durissimo a comportarsi che si affermi con tanta sicurezza che gli stranieri siano feracissimi di scrittori più che gl’Italiani non sono in materia d’opere dotte; e che quindi si accresce l’orgoglio agli stranieri i quali pongono in non cale il bel giardino di natura?»[2]. Con sua licenza però, io non la credo vera una sì gran trascuranza degli stranieri; ed ella mi permetterà anche di osservare che il bel «giardino di natura» non c’entra per nulla nella quistione; e che quando si parla di libri non si tratta di piante o di biade. Ella mi permetterà anche di dirle, ch’io trovo tal fondo di pedanteria in quelle quattro paginette ebdomadali, da non lasciarmi sperare che questa nuova frusta possa far «levar le berze» ai cattivi scrittori; e giovare come l’antica al nostro gloriosissimo stivale. Chi può leggere e non sorridere quando i Machiavelli, i Danti, i Petrarchi, i Virgilii lodano un certo tale loro associato, di cui hanno inscritta una lunga lettera nel loro Giornale, e lo lodano perché «ha mostrato di ben conoscere la lingua latina, ed ha fatto delle giuste riflessioni sovra una traduzione» [3]? Chi può leggere e non sorridere, quando il nuovo Aristarco, rispondendo a due lettere inedite di suoi privati corrispondenti, occupa il pubblico d’una lezioncina d’ortografia; e non arrossisce d’insegnarci che «buon Italiano» va scritto senza apostrofe, e che non si può scrivere «anzietà» ma «ansietà», e che «legiadria» va con due g? Chi può leggere e non sorridere, quando i candidi scrittori dell’Eliso, per tacciare d’indigesta erudizione l’autore di un Discorso[4] in cui doveasi fare necessariamente un rapido cenno di diverse specie di scrittori italiani e stranieri, raccolgono da sessantadue pagine i nomi di tutti quegli autori, e ne formano una mostruosa congerie? O quando, per burlarsi dell’Arici e chiamarlo «Campione d’Amore», infilzano uno dopo l’altro vari versi di lui in cui è nominato «l’amore»; ma che erano nel suo poema collocati ad opportune distanze? O quando, per rimandare il ridicolo al giornalista Matteo, trasportano la scena di quel dialogo dalla stanza del giornalista al «Verzé»[5] di Milano, dove, piantate quattro scranne, lo fanno cianciare all’aria aperta?

Mentre io parlavo queste cose, m’andava lentamente sorbendo il «nettare nero»; e senza accorgermi alzava alquanto la voce.

Quand’ecco un altro del crocchio venire al mio tavoliere, e dirmi ad alta voce ancor esso: – Queste le son freddure, signor mio, che vanno perdonate, perché introdotte a bella posta onde imitar meglio la Frusta letteraria. Ma chi potrà negare, per esempio, che il carattere d’Aristarco Scannabue non sia ben sostenuto da capo a fondo?

– Oh, ripres’io, non tocchiamo questa corda; che a proposito di quel povero galantuomo del Baretti, quondam Aristarco Scannabue, ho fatto stanotte un sogno, ma un sogno tale ch’io voleva stamparlo come una visione; se non fosse ora inutile, dopo le mille visioni che abbiamo, lo stamparne una dippiù.

– Ehi, amici, sentite, - disse quel primo, - il signore ha una visione sovra il Baretti. Pregatelo ancor voi che voglia raccontarcela. Son curioso di sapere cosa ha veduto di bello il nuovo veggente. – E tutti quattro que’ signorini mi circondarono.

– Non vorrei che questa elettissima schiera s’immaginasse, - soggiunsi con voce ancor più sonora del solito, - ch’io dormendo non pensi, in quella guisa ch’altri non pensano neppure vegliando. Però se bramano assolutamente ch’io narri il mio sogno, sono pronto a servirli.

 

Sogno del Galantuomo

 

Sappiano le signorie loro che questa notte mi è comparso il Baretti in abito d’Aristarco; ma faccia tutta infuocata e con quella sua ferita sul labbro superiore che parea stillar sangue, e brandendo nell’aria la sua gran sciabola damascena che spandeva intorno una luce di lampo. Non vedi come son rosso? mi disse con un tuono di voce da far sentire il più sordo dei sordi. Neghittoso! Tu lasci che altri si usurpi in terra il mio nome e mi calunnii settimanalmente, stampando ch’io sono presidente d’infiniti geni maggiori di me, ai quali appena m’accosto con rispetto; e che tengo sessioni, e che fo gride e decreti, e che converto in somma la letteratura in altrettante citazioni e rabulismi forensi[6]. Se tu avessi pubblicato un qualche confronto fra la mia Frusta letteraria e i Dialoghi degli antichi letterati nell’Eliso, non sarei stato costretto a saltare a cavallo d’un vento, e a prendermi in corpo, ossia nell’anima, il più lungo di tutti i viaggi per venire a protestare alla terra che quel leone d’Aristarco non si cura di voi; e che non basta Porsi intorno al collo una criniera rossiccia, e provarsi a ruggire, per essere creduti leoni. Bell’invenzione veramente! far credere al mondo ch’io, che ho composto un giornale originalissimo, volessi ricorrere alla triviale idea di farne e di scriverne un nuovo con altrettanti Dialoghi de’ morti. Come se dopo Luciano, Fènelon, Montesquieu, Fontenelle, e l’aureo mio Gaspare Gozzi, e le Lettere virgiliane del Bettinelli, e tutte in corpo le Notti romane di quel nobilissimo ingegno del Verri, fossero cosa degna di me dei nuovi Dialoghi dei morti! E su che? Sui punti e sulle virgole, e sulle costruzioni viziose dell’Arici, e sulle Cronache di Pindo, e sulle pessime traduzioni dal greco di un certo Padovani, e su cento altre cose che nemmeno voi altri viventi curate di leggere.

Almeno questi orgogliosi, che si sono accinti a far parlare settimanalmente i più grand’uomini del mondo, avessero almeno saputo colorire i caratteri ch’ebbero in vita; porli in contrasto fra loro; far nascere in somma quell’interesse drammatico, senza il quale una continuata serie di conversazioni sepolcrali debb’essere un giornale così papaverico da far morire per sonno il benigno lettore. Ma anzi che serbare costumi e caratteri, Omero presso di loro la sa lunga quanto Machiavelli, e Machiavelli ha tutta la semplicità dei tempi di Omero; e tutti quegli altri geni immortali non sanno entrare in discorso se non s’interrogano per esempio così: «e che ne dice il Tasso? e come la pensa Aristotile? e che te ne pare, messer Boccaccio?» e Tasso, Aristotile, e Boccaccio ti so dir che rispondono a meraviglia. Peggio poi, mille volte peggio, quando i Vivi-morti autori dei dialoghi pensano per raro accidente a far nascere l’illusione drammatica e introducono, per modo d’esempio, Anacreonte a dire queste precise parole: «Io era con Batillo: tu Aristarco me ne allontanasti. Ma se ora mi conti queste cacabaldole e nulla di piu importante, poi lasciarmi tornare a lui»[7]. Che ve ne pare? Anacreonte con Batillo! quando tutti sanno che, per una straordinaria giustizia di Giove, i Batilli non arrivarono mai nell’Eliso? E cacabaldole non è egli un gentil vocabolo che consola a sentirlo, e che suona assai bene sulle labbra dell’elegante Cantore della voluttà? Ma queste sono bagattelle. Io sì (corpo del finimondo), io sì chè ho ragione d’arrossire più di tutti, perché sono più di tutti strapazzato da chi ha preteso sollevarmi al grado di presidente della Accademia Elisea. Signori Giornalisti novelli, che razza d’amicizia è la vostra? farmi ripetere nei vostri giornali, senza veruna ragione, questo e quel passo della mia Frusta, come se credeste così di scolpir bene il mio carattere, e non aver poi alcun rispetto alle mie opinioni ed a me? Chi si sarebbe mai aspettato che voi mi chiamereste un «sanguinario», perché usando una metaforica frusta volli darmi il cognome di Scannabue; e veniste ad insegnarmi che colla «frusta non si può scannare?»[8]. Chi crederebbe che mi faceste dire il più solenne sproposito che sia mai stato detto dacché si è parlato dell’Eliso, cioè «che là non v'è luce diurna né ore che misurino il tempo»[9]: quando persino i ragazzi sanno a mente questi bellissimi versi del geografo dell’Eliso, voglio dire di Virgilio,

 

Devenere locos laetos et amoena vireta

Fortunatorum nemorum, sedesque beatas.

Largior hic campos aether et lumine vestit

Purpureo; Solemque suum, sua sidera norunt.

                                                                 Libro VI.

 

Ciò fatto a i luoghi di letizia pieni,

All’amene verdure, a le gioiose

Contrade de’ felici e de’ beati

Giunsero alfine. È questa una campagna

Con un aër più largo, e con la terra

Che di lume di porpora è vestita,

Ed ha il suo sole e le sue stelle anch’ella.

                                Traduzione del Caro.

 

Considerate ora s’io poteva mai dire quella bestialità, e se voi dovevate scriverla.

Non mi ricordo in qual sito, ma voi mi fate confessare ch’io sapeva poco di latino quand’era vivo; e per render noti al vostro mondo i progressi, che nell’idioma del Lazio abbiamo fatto nell’altro, io ed i vari letterati italiani sottoposti alle vostre magiche evocazioni, voi signori avete la bontà di porne in bocca ad ogni tratto qualche elegantissimo testo, come a dire «quandoque bonus dormitat Homerus» – «male si mandata loqueris aut dormitabo aut ridebo» – «Quousque tandem abutere patientia nostra» – «viresque acquirit eundo» – «Ridendo dicere verum quid vetat» – «laterem lavare» – «verba ligant homines, taurorum cornua funes» – «verbum non amplius addam» e tanti altri detti degni del famoso maestro di grammatica Barbetta; per la cui morte piangono i supini, e si disperano i gerundi insieme ai participii.

Se io, signori Dialogisti dell’Eliso dei Due muri, lui costretto a discendere a qualche minuzia grammaticale, ed a modi grossolani questa era piuttosto colpa degli scrittori coi quali aveva a fare, che colpa mia. La più parte di loro ignoravano affatto la lingua; erano digiuni affatto di buon criterio e di idee; e tali dovevano essere quei tanti pastorelli Arcadi da me flagellati, e gli altri autoruzzi dei quali voleva purgare la patria in un secolo che insaniva per Chiari e per Goldoni [10].

Affine di riuscire nell’impresa, posi nella mia Frusta la sostanza d’infinite cognizioni che avea raccolte in Inghilterra ed in Francia, e nel mio vario soggiorno in diversi paesi. Lodai ad ogni occasione i buoni filosofi morali, e gli storici, e gli scrittori sommi in letteratura di quelle due grandi nazioni: parlai delle vere ricchezze delle lingue, e dimostrai con sane ragioni la gran borra che c’è nella nostra; e tutto questo, facendo suonare la frusta sulle late spalle di quegli uomini grossi, i quali non si sarebbero nemmeno accorti del tenue pungolo di una ironia delicata.

Or voi, signori Dialogisti, m’imitate assai male, affaticandovi in lunghe censure grammaticali, poichè i recenti Scrittori pensano e scrivono assai meglio di quelli de’ miei tempi; e non bisogna seccare il mondo per minuzie, né rinnovare la tirannide della pedanteria, alla quale io feci accanitissima guerra. Chiunque pertanto fra voi ha osato chiamarmi fanatico per le cose che ho scritte sulla lingua italiana[11], chiunque sotto il mio nome stampa un giornale nel quale si vorrebbe impedire lo studio che gli italiani debbono fare de’ buoni scrittori stranieri, quegli tenta distruggere le fatiche che m’hanno abbreviata la vita, e sperderne il frutto; quegli è un temerario che m’offende; ed io non so che mi tenga che con questa sciabola di tempra immortale non faccia saltare quel capo vuoto...

Nel dire queste parole Aristarco cominciò a tagliar l’aria col ferro come se volesse giunger qualcuno,e a moversi intorno con tanta furia, ch’io, temendo non mi prendesse in isbaglio nell’impeto dell’ira, mi riscossi dal sonno; e trovai che l’alba inviava già sul mio letto la sua placida luce.

 

Terminato così il racconto del sogno, voleva andarmene pe’ fatti miei; ma uno del crocchio, il quale teneva un libro vecchio sotto il braccio destro,mi trattenne per la falda dell’abito, e mi disse: – Non le negherò che i Dialoghi dell’Eliso annoierebbero meno se fossero scritti come vorrebbe il sua Aristarco, ma ad ogni modo, chi mai potrebbe dissimulare i pregi di lingua che in essi risplendono?

– Nessuno, - risposi, - ed io molto meno degli altri; poiché vedo in quest’istante sotto il suo braccio la gran miniera dalla quale i dialogisti cavano i tanti tesori che poi profondono a man piene.

– Come? Ella conosce questo libro?

– Sì certo: I modi di dire toscani ricercati nella loro origine da Sebastiano Pauli. V’aggiunga un po’ di Crusca nei radi luoghi dove tace il Pauli, e presto s’infiora di toscanesimi uno stile per nulla italiano, e si scrive, per ingiuriare un poeta che onora l’Italia, questo intero periodo: «Ei roda pure i chiavistelli, che i muccini hanno aperto gli occhi, e i cordovani sono rimasi in Levante, anzi non è più tempo che Berta filava, e i paperi menavan l’oche a bere»[12]. Io le giuro che se il gran Sancio Pancia, scudiere del gran don Chisciotte, fosse nato italiano e non spagnuolo, egli avrebbe saputo scrivere nell’Eliso, e soddisfare ad un tempo la sua vera passione per i proverbi.

– Mi pare, - rispose l’uomo dal libro vecchio sotto il braccio, ch’ella «monti sul quamquam, e attacchi ad un arpione i riguardi». Le duole dunque che siesi strapazzato il poeta Monti? I dialogisti sono imparziali, signor mio, e non guardano più che tanto. Essi sanno lodare l’autore delle Cronache dimenticate da tutti, e biasimare il traduttore dell’Iliade ammirato da tutti. In letteratura non si deve sentire amicizia.

– Né inimicizia, ripresi. Le par egli che Omero debba stringere le labbra quando gli si parla di quella versione[13]; e che debba sentirsi un «ardito» chi la chiamasse opera classica[14], e che debba affermarsi che Monti disprezza le Cronache, perché non sono un «Centon di Lucanei concetti?»[15]. Se si procede di questo passo fra noi, come osar poi di esigere che gli altri ci rispettino? Qualunque nostro oscuro scrittore può avvilire, e impunemente contaminare di fiele il nome di un Poeta celebre in Europa; ma se uno straniero che abbia gran fama ancor esso, avventura in mezzo alle lodi qualche giudizio un po’ severo sulle cose nostre, ecco meniamo un rumore che pare che l’Italia si sobbissi[16]; e citiam tosto, per provare le nostre glorie recenti, i Visconti, i Lagrangia, ecc., e quel Monti medesimo che indegnamente e con manifesta contraddizione amerebbero alcuni di poter calpestare. [17]

– Non vorrei che le venisse la febbre, signor Galantuomo; e badi bene che il riscaldarsi per gli altri nuoce alla salute ed alla fortuna. Ma pur concedendole che di Monti, poeta e letterato noto in Europa, si debba parlare con più rispetto; non resterà provato per questo che la sua Iliade sia il non plus ultra dell’ingegno umano; e che uno scrittore che ha tradotto senza grammatica greca, abbia veramente tradotto. Io che sono amico dei Dialogisti dell’Eliso, so che fra loro ve n’ha uno che sa di greco quanto un Lexicon; e ch’egli farà conoscere molte false interpretazioni del Monti, e che poi tradurrà da capo a fondo tutti i classici greci.

– Questo sarà veramente, diss’io di rimando, un impadronirsi della Grecia a colpi di penna. Ma la prego di dire al suo Grecista-Poeta, che per ora temperi alquanto la grande persuasione delle sue forze; poiché non si può parlare con tanta fidanza se non dopo averle mostrate. S’egli ha ingegno, sarà meglio per noi e per lui stesso; purchè sappia farne buon uso, e impari un tantino a pensare. Intanto del suo Saggio sul Callimaco si può dire tutta la verità, che la palma rimane ancora al faentino Dionigi Strocchi. Ma tornando all’Iliade del Monti le risponderò che, sino da quando comparve quella traduzione, si agitò la gran disputa: - «Se un Poeta che non conosca il greco possa tradurre Omero. Allora un illustre Scrittore disse e stampò, che il Monti confermava coll’esempio suo la sentenza di Socrate: «essere l’intelletto altamente ispirato dalle Muse il miglior interprete d’Omero»[18]. Allora si addusse l’esempio di Pope che, conoscendo pochissimo il greco, ma avendo anima poetica, diede ancor esso all’Inghilterra la miglior versione della divina Iliade. Nè questo farà meraviglia se non a chi sia tanto nuovo da sapere che, dopo che esistono lettere al mondo, non si è fatto altro dai filologi e poeti e critici di tutti i paesi che commentare, interpretare, notomizzare Omero; e non solo nei versi e nelle parole, ma sto per dire nei punti e nelle virgole. Non si è fatto altro che tradurlo in mille modi e fedelissimi e infedelissimi; in guisa tale che, col soccorso del latino, e con quello di altre lingue moderne e della erudizione, il Monti ha potuto invasarsi del senso, della forza, dell’intenzione segreta, d’ogni parola del gran Cantore Meonio. Né questo solo: ma più chè tutto gli giovò la profonda cognizione ch’egli ha di Virgilio, il quale dal canto suo ha conosciuto ed emulato Omero più che qualunque altro poeta. Così l’autore della Basvilliana, colui che ha restituito il culto di Dante in Italia, ed emendata la famosa arroganza di que’ Novatori che volevano imporre un secondo esiglio al sovrano Cantore dell’Inferno e del Cielo, è riescito a rendere nostro concittadino il primo e più glorioso alunno delle Muse; e ci ha fatto dono d’una versione che sta all’Iliade come quella del Caro all’Eneide. E se queste ragioni che sono intrinseche non bastano, io glie ne addurrò alcune altre che fanno piú effetto su certe teste. Abbiamo quattro o cinque versioni pubblicate dai Grecisti Italiani, e nessuno può leggerle; quella del Monti all’opposto è letta e studiata in tutta l’Italia; e si deve rispettare il suffragio di una Nazione. Consentono nel nostro giudizio anche gli stranieri piu colti; testimonio il giudizio di Ginguené: e si deve rispettare l’universale consenso degli stranieri[19]. Monti ha sottoposto l’opera sua alla recensione di Visconti, di quel Visconti che tutti lodiamo come profondissimo conoscitore dell’antichità, e come grecista che supera forse il sapere dei Lexicon dei Dialogisti. Egli dunque lodò altamente quel nobile lavoro e notò con liberale esempio di amicizia letteraria i dubbi piú lievi che potessero insorgere, confrontando il testo greco alla versione italiana. Ora Monti, con docilità non meno bella, ha talvolta rinunciato alla grazia e all’armonia de’ suoi versi, per eseguire nella seconda edizione fedelissimamente tutte le emendazioni proposte del Grande Erudito Italiano del nostro secolo[20].

Se dopo tutto questo le signorie loro non sono contente, e se trovano a ridire sovra un vocabolo od una frase od un verso, in un’opera che consta appunto di diciannove mila duecento quaranta quattro versi, da me contati sulla punta delle dita per comodo di chiunque, si servano pure; io non verrò a constatar loro un sì bel privilegio. E uscendo finalmente da questo caffè, lascerò ai vivi-morti autori dei dialoghi il buon giorno del nostro mondo, e la buona notte del loro Eliso, ove non è che luca.

 

Note
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[1] Pag. 25 e 26 n° IV, e pag 18 n° III.

[2] Pag. 14 n° II.

[3] Pag. 28 n° IV.

[4] Discorso sull'Ingiustizia di alcuni letterati italiani.

[5] Verzé: in Milano era il luogo principale dove stavano le «trecche» (mercatini) e dove per conseguenza viveva e vive la purissima lingua di Meneghino.

[6] Colle belle invenzioni di sessioni, di presidenze, di gride, credono gli autori dei Dialoghi di dilettare il pubblico.

rabulismi: è parola foggiata su rabula, lat. avvocato ciarlone, facile a scalmanarsi. (Calcaterra)

[7] Pag. 174 n° III.

[8] Pag. 3 n° I.

[9] Pag. 9 n° II.

[10] Si pretende che gli eredi del Baretti abbiano finalmente ritrovato, fra alcuni manoscritti dimenticati, la continuazione delle Censure di Aristarco Scannabue sovra gran parte del Teatro Comico di Carlo Goldoni.

[Notizia scherzosa. Bastano quelle della Frusta, delle quali quelle su Pietro Chiari sono fondatissime, perché era un arruffone di letteratura e un mestierante di romanzi e teatro; sono un errore critico quelle sul Goldoni, perché il Baretti non comprese la forma d'arte del grande commediografo. (Calcaterra)]

[11] Pag. 14 n° II.

[12] Pag. 46 n° VI.

[13] Pag. 24 n° III.

[14] Pag. 46 n° VI.

[15] Pag. 47 ivi.

[16] I giudizi di Madama Staël sulle cose italiane riportati nello Spettatore, non possono ora giustamente esserle attribuiti, come viene da noi dimostrato nel Capitolo VIII.

[17] Nei Dialoghi dell'Eliso alludendosi, come tutti sanno, al Monti, Machiavelli lo chiama di «buon naso», affinché Aristarco gli possa rispondere: «Ebbene io m'inchino profondissimamente alla nasevolissima nasagine del nasutissimo naso suo, perché sappia tanto ben fiutare » (pag. 45 n° VI). Bello spirito veramente e bella giustizia!

[18] Vedi la prefazione di Ugo Foscolo all'Esperimento di Traduzione dell'Iliade.

[19] Vedi il giornale che ha per titolo Mercure étranger.

[20] Vedi la prefazione del Monti alla seconda edizione della sua Iliade.

     [La prima edizione era apparsa nel 1810; la seconda, corretta di sui consigli dati al Monti da Luigi Lamberti, Andrea Mustoxidi, Ennio Quirino Visconti, nel 1812. Altri emendamenti con amorevole cura furono dal traduttore introdotti nell'edizione del 1820 e in quella definitiva del 1825. (Calcaterra)]

 

 

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Ultimo aggiornamento: 05 aprile 2004