Pietro Borsieri

 

Le avventure letterarie di un giorno

  

 

CAPITOLO TERZO

 

LA VISITA,

O RIVISTA DI DUE ARTICOLI

COSÌ DETTI «ITALIANI» DEL SIGNOR T. C.[1]

 

Oh amabil sesso che sull’alme regni

Con sì possente incanto,

Qual alma generosa è che si sdegni

Del novello tuo vanto?

                                            Parini

 

È un gran male lo star lontano lungo tempo dalla patria. S’io fossi sempre vissuto in Milano, diceva fra me soffermandomi innanzi all’artificiale montagna di sasso del nostro Duomo, s’io fossi sempre vissuto in Milano avrei conosciuto quel sig. letterato; e non mi sarebbe occorsa la strana scappata a cui m’ha condotto la mia imprudenza. Questo pensiero mi fece risovvenire che era qui tornata di fresco un’elegante signora, alla quale aveva il debito di render visita. E non avendo altro a fare, m’avviai alle marmoree soglie della Dea.

Entrando negli arcani penetrali, la trovai neglettamente distesa sovra un mollissimo canapè.

L’aere era profumato di mille essenze, una ventilazione freschissima temperava gli ardori dell’estate; e penetrava appena nella cameretta incantata un sottil raggio di luce, che né tutta vinceva né tutta rispettava quella oscurità la quale debb’essere conservata nei sacri recessi. Era seduto, di rincontro alla Dama, un Leggiadrissimo, che diceva queste parole: «Io sono pronto a morire per il bel sesso, andrò fra tigri e leoni, scenderò armato della mia cetra sino nell’inferno, e rapirò all’Orco, se così comandate, le anime di quegli amanti che avete perduti nelle battaglie. Ma voi, elegantissima Dama, rimeritatemi col rispettare l’Italia; e non venite a dirmi che non vi dà cuore di leggere un sol libro italiano, e che non abbiamo ragione di dolerci di Madama di Staël.» Così dicendo il mio Leggiadrissimo si riadattava la cravatta sotto il mento, s’alzava, tornava a sedere e ad alzarsi, e passeggiando faceva suonare sul pavimento un enorme bambou, che nel regno di Siam sarebbe adoperato per altri utilissimi usi[2]. La Dama prendeva fuoco ancor essa, e balzando in piedi prorompeva... «Risparmiatemi queste galanterie mezzo moderne e mezzo mitologiche; voi non conoscete piu in là ed in non so che farne: e vorrei piuttosto che voi altri tutti, i quali pretendete d’aver animo gentile, cominciaste a dar prova di questa vostra gentilezza parlando con più rispetto di una donna che è celebre in Europa e che onora il nostro sesso».

– La signora ha ragione, presi a dire io, ponendomi «terzo fra cotanto senno»; e mi permetterà che invece d’interrompere la disputa con vani complimenti, io le faccia la mia corte mettendomi dal suo canto, e battendomi in qualità d’ausiliario contro di voi.

 – No, diss’ella, io non so disputare a lungo. Non so altro se non che mi ha più dilettato la Corinna di Madama di Staël che i cento Sonetti a Nice dedicatimi da questo Signorino nel Giornale delle Dame, e i suoi tanti epigrammi e madrigali, che solo a rammentarli mi fanno sbadigliare. Ma poiché ci siete vi batterete in vece mia, ed io starò spettatrice. Avanti, Signorino; apra un pò più le imposte di quella finestra, e legga a questo buon galantuomo quei tratti dei due «articoli italiani» ch’ella mi ha tanto vantati. Ma non dippiù; ch'io non voglio annoiarmi.

Un po’ mortificatello per queste rampogne, l’amante docilissimo obbedì al comando, e lesse quanto segue:[3]

«Investigando io le cause morali, onde gli Italiani a differenza delle altre nazioni facciano sì poco conto delle glorie loro per andar in cerca del1e straniere, altra non ne saprei trovare, se non se un’assoluta mancanza d’amor nazionale.

– Oh diavolo! - diss’io. Quando sentii quell’«investigando io le cause morali», m’aspettavo che uscisse fuori una qualche bella ragione non veduta da nessuno. Invece questo signor T. C. venne a dirci che noi non ci stimiamo né ci amiamo, perché non ci stimiamo né ci amiamo; e questa è veramente una nuova e profonda maniera d’investigare le cause morali.

– Aggiungete, - disse la bella, - che ciò non è vero; perché sono dieci anni che i Professori dei nostri Licei e delle nostre Università stampano per istituto una volta all’anno qualche elogio dei grandi Italiani; e mi sono a quest’ora stati regalati tanti Elogi, Vite e Ritratti d’illustri capitani, d’illustri politici, d’illustri artisti, d’illustri letterati, d’illustri fisici, d’illustri musici, d’illustri sonatori, d’illustri italiani morti e viventi ch’io non so come si possa dire che noi andiamo a rilento in lodarci!

– Ve la do vinta per questo, riprese il Leggiadrissimo, volendo fare il disinvolto; e salto di pianta al secondo articolo, poiché il rimanente del primo non riguarda che la Biblioteca italiana.

«Comincia essa (la baronessa di Staël) dall’inculcare te traduzioni delle opere più eccellenti dell’umano ingegno, perché, dic’ella, le opere perfette sono sì poche e la invenzione, in qualunque genere è tanto rara, che se ciascuna delle nazioni moderne volesse appagarsi dette ricchezze sue proprie sarebbe ognor povera. Ottimo e il consiglio, e noi entriamo nel parere di Madama quando ne dice che ogni Nazione sarebbe sempre povera, accontentandosi delle ricchezze sue proprie. Ella avrebbe però dovuto eccettuare l’Italia, come quella che, possedendo a dovizia opere eccellenti, anche senza traduzioni rimarrà pur sempre ricchissima... »

– Tacete, fatemi grazia, tacete, o Signore; e voi, Madama, tiratevi indietro, ch’io vedo qui sotto un abisso di presunzione che minaccia d’inghiottirci tutti. La Staël parla della «rarità delle opere eccellenti, e dell’invenzione» in qualunque genere; di quella rarità ch’è stabilita per decreto della natura, la quale ha voluto che l’umano ingegno fosse stretto in angusti confini, e che solo alcuni genii privilegiati potessero varcarli a quando a quando. Ora il sig. T.C. vuole assolutamente che la natura abbia infranta una legge universale unicamente a favore delle infinite teste ch’ella fa nascere in Italia; e che se altre nazioni hanno un’opera perfetta, noi n’abbiamo cento! Allegramente. Andando di questo passo posso aspettarmi ancor io d’essere chiamato un grand’uomo; e può aspettarselo anche l’ignoto autore dei due articoletti italiani!

– Ma, signor Galantuomo, sia sincero in tutto. A buon conto tante scoperte sono state fatte dagli Italiani.

– È vero: ma sono state fatte quando le altre nazioni studiavano meno di noi. Ora che noi studiamo meno di loro, esse o perfezionano le nostre antiche scoperte, o ne fanno delle nuove.

– «Alto là, che al suo dir qui pongo intoppo», - tornò a dire il giovinotto. - Chi ha fatto una scoperta simile a quella di Volta?

– Volta, risposi, è uno di quei rari geni che compariscono, e come già dissi, di secolo in secolo e in Italia ed altrove . Ma basterà la sua sola scoperta a formar la coltura d’una nazione in fatto di fisica? E che sarebbe questa scienza se fosse ridotta alle sole novità trovate da noi? Chi è che abbia saputo fare qualche solenne applicazione di questa grande scoperta sull’elettricità? Nessuno. È stato necessario che la pila di Volta passasse nelle mani dell’immortale chimico inglese Davy perché il mondo vedesse uscirne nuovi ritrovati d’alta importanza, e riconoscesse nella pila voltiana un potentissimo stromento d’analisi chimica. Ai francesi ed agl’inglesi sono pure dovute le scoperte recenti sulla luce; e il trattato di fisica del sig. Biot, è un’opera dalla quale gl’italiani possono imparare più d’una cosa. Noi avremmo durato gran fatica ad uscire dalle teorie flogistiche, se Lavoisier non fondava la nuova chimica, e se Bertholet, Vauquelin, Gay-Lussac, Thenard e tanti altri non l’ampliavano con infinite applicazioni utilissime alle arti. E in mezzo all’uso giornaliero che tutti facciamo delle invenzioni straniere, si osa scrivere che noi soli sulla terra non abbiamo bisogno d’alcuno? Dividiamoci suvvia dalle altre colte nazioni; e se le Alpi ed il mare non bastano a separarcene, alziamo un gran muro come quello della Cina, non per opporlo al Tartaro devastatore, ma per impedire che giunga sino a noi la luce tranquilla e fecondatrice della coltura europea.

La bella che stava ascoltando assentiva col capo, ed io proseguitava.

– Cessiamo, vi prego, dal leggere questi articoletti che non possiamo coll’autore loro denominare «Italiani»; poichè va oramai negato un sì bel nome a tutto ciò che ha poco valore, o che gonfiandoci d’orgoglio tende a contrastarci i frutti della comune civilizzazione. Che se mai noi siamo assaliti, come alcuni pretendono, dalla malignità degli stranieri, i quali vogliono manomettere la fama dei nostri maggiori e di noi, non bisogna lanciare contro questi nemici armati di tutte le armi un dardo impotente come quello del Priamo di Virgilio; ma vuolsi alcun magnanimo propugnatore della nostra causa, il quale sfavilli di propria gloria e di valore e di forze. Né a far risorgere la nostra letteratura (che è il vero ed unico oggetto della disputa) basta ricantarci, siccome adopera il sig. T. C., il consiglio d’Orazio:

 

.    .    .    .    .    .   Vos exemplaria graeca

Nocturna versate manu, versate diurna,

 

poiché l’esser nutrito d’antica letteratura è qualità necessaria per chi professa gli studi; ma non basta ora ella sola ad infondere nelle opere degli scrittori, non dico già la sostanza, ma né l’apparenza pure dell’originalità e dell’invenzione. Grandissimi ingegni ci hanno preceduti nell’imitazione greca e latina: essi, per dir così, hanno colto il fiore dell’antichità; a noi non ne resta che il gambo. Io poi non veggio in quegli articoli né la greca venustà, né la gravità latina, né l’italiana cortesia; sicché son quasi tentato di rimandare al sig. T. C. il di lui consiglio per suo particolare profitto.

– Chi è mai, - prese ad interrompermi la Dea del loco, chi è mai questo sig. T. C.?

– Non posso soddisfarvi, perché non ho cercato di saperlo: ma certo è persona nuova in letteratura. Immaginate che per combattere madama Staël (arrossisco nel dirlo) comincia dal darsi a credere che non sia tampoco iniziata nell’idioma latino. Vedi profonda e arcana scienza! Poi viene a dirci che: la signora baronessa «vuol dar di becco» ad Omero stesso; perchè affermò che, se alla composizione omerica si toglie quella semplicità di un mondo che incomincia, ella non è più singolare e diviene comune. Certo che la composizione omerica era singolare e straordinaria quando i rapsodi l’andavano cantando per la Grecia. Ma dopo che Virgilio e il Tasso, e i tanti imitatori di Virgilio e del Tasso, hanno ricalcato le orme d’Omero, sia nei caratteri sia nelle battaglie sia negl’incidenti e nel nodo dell’epico poema, l’invenzione di lui ne fa minore impressione, quantunque in se stessa mirabile; e il principale incanto de’ suoi poemi immortali si riduce alla viva pittura delle prime memorie dell’umanità. Quindi i lettori che sappiano di poesia, e che sappiano inoltre e leggere e pensare, troveranno tanto più bella una versione d’Omero quanto più vi si conserveranno inviolate le antichissime tradizioni, la semplicità de’ costumi, e le allusioni ai riti, e tutti gli altri caratteri di quella sacra gioventù del mondo primitivo; quando però a così gran pregio si congiunga l’armonia, l’evidenza e l’abbondanza dell’omerico stile. Ora chi s’aspetterebbe che a questo proposito il sig. T. C. escisse fuori in quel suo bellissimo e novissimo «risum teneatis»; motto che non fa più ridere nessuno, o fa ridere soltanto di chi ha la bontà di citarlo per la milionesima volta?

– Basta di tanto, disse la bella, e se voi, signorino, non avete che gli articoli del sig. T. C., non venite a combattere d’ora in avanti la mia predilezione per le opere di madama Staël, come a dire per l’Allemagna, e per la Letteratura considerata ne’ suoi rapporti colle Istituzioni sociali, o per le Lettere sovra la vita e gli scritti di Gian Giacomo Rousseau,e pel Trattato in cui combatte il suicidio, e per quello delle Passioni , per la Delfina; e finalmente per la mia cara Corinna, che vale un po’più dei freddissimi versi delle vostre Veroniche Gambara e Vittorie Colonna. - E così dicendo, dato di piglio al ventaglio, fe’ cenno al servente che voleva uscire e che recasse il parasole e lo sciallo. Ond’io congedandomi ebbi in premio dalla bella, per la mia disinteressata difesa di madama Staël, un dolcissimo sorriso, e due tre lievi colpi di ventaglio sulla guancia sinistra, che mi fecero pensare a molt’altre cose, come sentirete[4].

 

Note
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[1] Questi due articoli furono inseriti nei Numeri XX e XXII del Giornale delle Dame 2° Trimestre, Anno 1816.

[2] Nel Regno di Siam si puniscono i delinquenti a colpi di bambou.

[3] Gli articoli del sig. T.C. hanno il doppio oggetto di censurare la Biblioteca Italiana, e di assalire Madama Staël sotto l'usbergo dell'amore della patria. Quanto alla censura della Biblioteca, l'Autore ha esaurita la questione in modi ben diversi da quello del sig. T. C.; quanto a Madama Staël, ei prende ei prende ora ad esaminare le di lui opinioni.

 

[T. C. è il conte Trussardo Caleppio, che nel Corriere delle Dame del 19 maggio e del 10 giugno con due scritti intitolati Articoli italiani aveva censurato le pagine di Mad. de Staël Sulla maniera e la utilità delle traduzioni. Il Corriere delle Dame era compilato dalla proprietaria, tal Carolina Lattanzi; vi si pubblicavano notizie di teatro, traduzioni in prosa e in versi di poesie specialmente tedesche, lettere di abbonati, sciarade, aneddoti, descrizioni di abiti femminili, illustrate da figurini della moda a colori. Era un giornale servile all'Austria e il primo semestre del 1316 era dedicato alla contessa Antonia Saurau, nata contessa Lodrone, moglie al Governatore austriaco.

Trussardo Caleppio era un commissario di polizia, che voleva far il letterato. Pietro Giordani in una lettera al Monti così ci informa dell'origine della sua polemica contro la Staël: « A proposito di verità: il sig. contino T, C., che si chiama anche " alitilogo " [dicitor del vero] e scrive lettere dal Tempio della Verità e tutto improvviso diventò letterato, e gran difensore della letteratura italiana, e grande nemico di Madama di Staël e fierissimo nemico della Biblioteca Italiana, e fu il primo a farle romor contro; ebbe a sì magnanime ire questa vera e sola cagione. Egli aveva tradotto il discorso di Madama di Staël da inserirsi nella Biblioteca. Temettero i compilatori che quella traduzione del sig. contino T. C. potesse parer ridicola; ed essendogli amici e volendogli evitare le pubbliche derisioni, ordinarono un'altra traduzione, quindi tutti i furori del sig. contino T. C.: miserie, miserabilissime di un povero amor proprio! ».

Il contino due anni dopo fu redattore dell'Accattabrighe, « famigerato e bilioso foglietto, sorto all'unico scopo di contrastare in ogni cosa, perfino nel titolo e nel colore della carta, il liberale e romantico Conciliatore ». (Vedi G. Muoni, Lud. di Br., cit., pp. 12-13). Il titolo era questo: L'Accattabrighe, ossia Classicoromanticomachia, con un motto antifrastico a quello del Conciliatore: « Rerum discordia concors »; la carta era rosata. L'Accattabrighe pubblicò tredici numeri settimanali dal novembre del 1818 al marzo del 1819 e denunziò i romantici come nemici dello Stato. Ma ottenne l'effetto opposto a quello che si proponeva e fu fatto cessare. Ci narra il Pellico: « La polizia irritata dalla nullità dell'Accattabrighe negò i fondi, e quella sudiceria cessò. Lo sdegno del pubblico contro quel foglio era all'estremo. Le provocazioni da noi sofferte, i ritardi posti all'uscita del Conciliatore dalla doppia Censura, la voce continua che fossimo per essere soppressi, apersero gli occhi anche ai più ciechi, e romantico fu riconosciuto per sinonimo di liberale, nè più osarono dirsi classicisti fuorchè gli ultra e le spie ».

I due articoli di Trussardo Caleppio, « così detti Italiani », possono ora essere letti nel vol. I delle Discussioni e polemiche, a cura del Bellorini, cit., pp. 57-63. (Calcaterra)]

[4] Coloro che scrivono poco e male, o non iscrivono nulla, hanno due strade da prendere per far parlare di sé. O lodare smaccatamente gli Scrittori che hanno fama, senza sapere perché li lodino; o scagliarsi contro di loro, come un nuvolone di mosche, e tentare di tormentarli con milioni di punture. Questo secondo partito vien ora scelto a preferenza; e per aver campo di spiegare molta audacia e scarse forze, si sogna che gli stranieri offendono la nostra gloria e si combatte (cosa che in seguito apparirà manifesta) contro un molino a vento come facea Don Chisciotte. Sappiano intanto gli assalitori della Baronessa di Staël, che ad essi è lecito di farle villania co' loro articoli di Giornale; e vogliano generosamente compatirci, se abbiamo la stoltezza di tenere la loro opinione in istima un po' minore di quella in che teniamo il voto d'intiere Nazioni. Ci ricordiamo che gli Stati Uniti hanno dimandato solennemente il busto della Baronessa; ci ricordiamo che quando ella giunse a Londra per la prima volta, i grandi, i dotti, e persino il popolo di quella gran capitale si precipitavano in folla alla di lei casa, come alla reggia d'un monarca. Con simili rimembranze pel capo, supplichiamo di nuovo che ci si perdoni la colpa di non essere tanto italiani come sono essi; e di ammirare quel chiarissimo ingegno, che ha destato l'entusiasmo di due Nazioni distinte sulla terra per giudizio e per freddezza.

 

[Trussardo Caleppio cercò di vendicarsi del giudizio, dato dal Borsieri su di lui in questo capitolo, pubblicando nel Corriere delle Dame del 21 settembre un'insulsa favola in versi, intitolata Le fiere e il moscerino: un moscerino durante un'aspra battaglia, suscitata tra le belve da una cornacchia, si nasconde sbigottito sotto una fronda; ma quando ha termine la rissa e ognuno si ritira stanco, esce d'agguato e corre a punzecchiare gli altri animali, finchè un orso, presolo con le zampe, gli strappa le alucce. L'orso disdegnoso sarebbe stato lui Trussardo; il moscerino, Borsieri.

Vedi Le fiere e il moscerino nel vol. I delle Discussioni e polemiche sul romanticismo a cura del Bellorini, cit., a pp. i7,-i82; e vedi il dialogo, Matteo giornalista, Taddeo suo compare, Pasquale servitore e ser Magrino pedante, in cui il Monti risponde alle ingiurie che T[russardo] C[aleppio] aveva rivolto all'Acerbi e alla Biblioteca Italiana. Nell'edizione del 1838, Dialogo Critico-Letterario, cit. a p. 172, sono riprodotte le iniziali T. C.; nelle Prose varie di V. Monti, Milano, Resnati, 1841, e nei Dialoghi, Venezia, Tasso, 1841, a quelle iniziali sono sostituite le lettere N. N. - Calcaterra]

 

 

Indice Biblioteca Borsieri, Avventure letterarie d'un giorno  capitolo quarto capitolo secondo © 2003 - prof. Giuseppe Bonghi - E-mail
Ultimo aggiornamento: 05 aprile 2004