Pietro Borsieri

 

Le avventure letterarie di un giorno

  

 

Capitolo II

 

LA COMPERA DI UN BUON LIBRO

O CENSURA DELLA «BIBLIOTECA ITALIANA»

 

     Est ne quisquam in hoc numero qui didicit Aritmeticen: cui tandem rei? Qui certum deceant quot convenerimus gramatici.

     Havvi alcuno fra noi che sappia d’aritmetica? - E perché questo? – Perché possa dirci quanta è la turba dei grammatici qui radunati. 

             eras. nel coll.°: Sinodo di grammatici

 

Entrando dunque nella libreria del «Genio», non potei difendermi da una specie d’invidia, che in quell’istante m’assalì, della felice condizione del libraio. Arricchirsi coll’ingegno e colle vigilie degli scrittori, senz’aver debito di professar loro gratitudine; conoscere uno dopo l’altro un’infinità d’«Originali» che vengono a gettare il loro denaro per comperarsi la fatica di leggere; e, stando seduto a grand’agio nel proprio negozio, vedere una turba d’uomini e di donne che si rompono le gambe nella strada, e vanno in volta dì e notte per le loro faccende, ecco la felice condizione del libraio, ma più che di tutt’altri del «librajo del Genio».

– Su via, spicciatevi, garzoncelli (diceva egli quando entrai), portate a que’ tre giovani signori che son venuti ieri sera, un esemplare della Letteratura del Mezzogiorno e della Storia delle repubbliche italiane del medio evo del sig. Sismondi, un altro esemplare della Vita e del secolo di papa Leone X, e della Vita di Lorenzo il Magnifico del Roscoe, e i sei volumi di Ginguené sulla Storia letteraria d’Italia. Spicciatevi dico. A quel gentiluomo che compra tutti i libri di bella letteratura e di buona filosofia che vengono alla luce, manderete l’Allemagna di madama Staël, ma una copia in francese, intendete bene; le copie della traduzione italiana le imballeremo per la repubblica di S. Marino e per la nuova città di Varese. E tu scrivi su quel piego della traduzione del Corso di declamazione di Larive questo indirizzo: Al sig. Vestri Ibi Ubi[1], perché prima di stamparlo voglio e sue osservazioni; e fatto questo spedisci il corso di Letteratura drammatica di Schlegel al professore che mi ha rimandato indietro il Quadrio e il Signorelli.[2]

– Gran faccende, diss’io, gran faccende! aspetto ch’Ella abbia respirato per commetterle un libro ancor io.

– Perdoni, i compratori si pentono tante volte delle commissioni che mi dànno, ch’io m’affretto ad eseguirle per non lasciar luogo al pentimento.

 – Molto bene, ma non importa. M’è stato detto ch’Ella abbia ristampato la Scienza nuova del Vico; vediamo con che caratteri c con che carta.

– Eccole un esemplare ed il manifesto. Ella potrà chiarirsi di tutto.

– Io leggo il manifesto: «Lo scopo di quest’opera è di provare che gli uomini sentono il necessario, poi l’utile, poi il comodo, poi il piacere, poi il lusso, poi lo scialacquo, e quindi la loro natura è primamente cruda, poi severa, poi benigna, poi dilicata, poi dissoluta…». Ah sciagurati, ah guastamestieri, questa è la Scienza nuova?… Questa sarebbe una scienza vecchissima. Sig. libraio, bruciate il manifesto, e fatevi restituire i vostri due scudi dall’imbrattacarta che lo ha disteso.

– Che strano furore è il suo, disse il libraio. Prosegua a leggere e vedrà che così definì quest’opera l’illustre autore dei Secoli della letteratura italiana.

 – Non so se questo sia, nè voglio ora cercare i volumi del Corniani, che ho conosciuto negli estremi e freddi giorni della sua incontaminata vecchiezza. Ma se voi affermate il vero, il Corniani ha dunque scambiato lo scopo della Scienza Nuova con una sola fra le mille idee ingegnose del Vico, le quali concorrono alla formazione del suo sistema. E se questo è, non avrò io ragione di adirarmi con que’ tanti che si lagnano degli ingiusti giudizi, degli stranieri sulle opere nostre, quando non sappiamo noi stessi nè giudicarle, nè farle conoscere come si conviene? Lo straniero interroga i nostri annali letterari e i nostri giornali, per formarsi un’idea degli autori italiani, che noi più vantiamo. Se i giudizi che ne raccoglie sano imperfetti od anche falsi, di chi ne è la colpa? Questi giornali, questi giornali...

– Adagio, adagio, riprese il libraio; quando Ella tocca il proposito del merito dei libri e dei giornali italiani, io non me ne intrico. Eccole là in quell’angolo chi, ascoltate le accuse di Lei potrà farle ragione.

Mi volsi in quel mentre, e vidi un tale che se ne stava leggendo. Sentendo parlar di sè, si rizzò, e con molta gentilezza venendomi incontro: « Di che si tratta», disse, «che si vuole da me?».  Allora io, povero galantuomo, mi levai il mio tondo cappello, ed egli il suo angolare e piumato; e così ci femmo l’un l’altro due sperticatissime riverenze, che meritavano di essere incise a perpetua memoria, tanto strambamente io feci la mia, e tanto garbatamente egli seppe farmi la sua! Indi lasciando il linguaggio d’azione: « Mi spiace», dissi, «che il libraio l’abbia disturbata per causa mia; Ella studiava ed io cicalava al mio solito; e mi doleva che i nostri giornali non sieno distesi con quella perizia, che è necessaria a far ben conoscere e valutare con aggiustezza in Italia e fuori le produzioni dei nostri ingegni».

– Ella, prese a dire il letterato, Ella non ha una ma cento mila ragioni. Che erano mai i Poligrafi, e gli Antipoligrafi, e gli Annali di scienze e lettere, e i Giornali d’Incoraggiamento, se non compilazioni dirette dallo spirito di parte, in cui si lodava, si biasimava a capriccio, e senza aver di mira la comune utilità? È vero che la lode è proprio il mèle di noi altri letterati; che la censura e il biasimo sono le armi colle quali facciamo e battaglie e conquiste. Ma ci vuol giudizio in tutto, ci vuol economia, arte; ci vuole insomma tutto ciò che quei signori non possedevano.

– Mi pare, diss’io, ch’Ella faccia d’ogni erba fascio; ma ad ogni modo non prenderò a disputare con chi deve saperne più di me.

– Oh sì, Ella mi creda pienamente; io sono in stretta alleanza con tutte le alte e basse potenze della letteratura, e «so quel che dico quando dico torta».

– Buon proverbio, ripresi, quando si tratti di pasticcieri, ma non di scrittori. Pure che vuol Ella significare con questo?

– Voglio significare che viste, esplorate, notomizzate tante magagne, la bisogna va ora assai meglio; e che abbiamo finalmente una Biblioteca italiana, destinata ad emulare la Britannica, la quale farà del bene, infinitamente del bene alla letteratura ed alla filosofia, ponendo sovra giustissime lance tutti i libri che compariranno in Italia dal piede dell’Alpi sino al capo di Palinuro.

– Ah per carità, non collochiamo le nostre speranze nella Biblioteca italiana . Me n’è stato detto e scritto tanto male!

– Gliene hanno scritto male? E chi ebbe mai tanto ardire? Sarà forse qualche letterato non invitato dai compilatori ad essere loro collaboratore. Gia l’ho sempre detto! non si può fare il bene senza incontrare molti nemici.

– Qui poi Ella sbaglia. Chi me ne scrive è un amico mio, il quale paga i suoi ventiquattro franchi di associazione alla Biblioteca: studia molto e senza vanità, e vive nella solitudine della campagna per essere più vicino al vero ed alla schietta natura. Ho meco la sua lettera, e se vuol sentirla...

– Veramente oggi parte lo spaccio della posta, ed ho corrispondenza epistolare-letteraria così estesa, che non mi resta quasi un minuto da perdere. Pure scriverò dieci lettere di meno, ed ascolterò quella ch’ella m’offre di leggere.

– In questo caso abbia la pazienza di sedere, perché la lettera è lunghetta, e scritta con qualche ripetizione; come accade ai solitari che non vedono che se stessi, e l’oggetto a cui pensano, e non curano di esprimersi con quella sobrietà che tanto si studia da chi vive in società e con molte faccende. Intanto m’ascolti.

 

Lettera di un solitario al galantuomo

 

Carissimo,

 

Ti scrivo disteso sull’erba di questa collina che mi ha veduto nascere, e all’ombra di queste piante antichissime, intorno alle quali deve ricordarti che abbiamo condotto assai volte le danze e i tripudi innocenti della fanciullezza.

Ti scrivo dopo aver letti i vostri giornali politici e letterari, dei quali il maggior frutto ch’io ne derivi è di convincermi sempre più della vanità delle vostre passioncelle e dei vostri studi. Sai tu che questa mattina era deliberato di farti un’intemerata, perché co’ tuoi consigli mi hai indotto ad associarmi alla Biblioteca italiana? Quante speranze, borbotto adesso fra’ denti,

 

Quante speranze se ne porta il vento!

 

Quando mi annunziavi che si volevano unire i migliori ingegni d’Italia; e s’invitavano tutti con lettere zelantissime a comporre un foglio periodica che riuscisse di comune utilità, io credeva che finalmente questi migliori ingegni avrebbero mossa 1a guerra alle mille e una pedanterie, che o spengono o corrompono il pensiero della nostra patria. Credeva (non parlo di scienze fisiche o matematiche alle quali sono straniero) che i compilatori della parte letteraria avrebbero preso le mosse da una giusta idea della letteratura per ben riconoscere in questo ed in quel poema, in questo ed in quel libro di storia, d’erudizione o di scienze razionali e morali, se i vari scrittori abbiano corrisposto all’ufficio, allo scopo, e alla vera indole della letteratura medesima.

Considerandola come «l’espressione elegante del maggior grado di civilizzazione di un popolo in un dato periodo di tempo» (e credo essere quella la vera essenza di essa)[3], mi immaginavo io a gran torto, come ho poi veduto, che nel giudicare, per esempio, un libro di poesia, un buon critico che dettasse letteratura nella Biblioteca italiana non avrebbe circoscritte le sue osservazioni o al meccanismo del verso, o alla censura dello stile e della lingua, o al riscontro di vari tratti del suo poeta con quelli d’altri antichi o recenti scrittori: cose che son pure da avvertirsi, ma non le sole, nè le prime: e che non eccedono la capacità di ogni Quintilianuzzo da liceo.

Ma presa occasione dal poema che si annunzia, svolgere le universali teoriche del «sublime», del «bello», del «semplice», che sono i tre grandi caratteri di ogni eloquenza di prosa o di verso, e riscontrarli praticamente nel poema che hai per le mani; entrar ben addentro nella ragione poetica ed oratoria dei vari generi di poesia o di prosa: addurre i precetti degli antichi, e rilevare in che convengano, in che discordino dalle teoriche o vere o false dei moderni: saper segnare i confini della giusta imitazione dei grandi modelli dell’antichità, per non confonderli colla cieca pedanteria che nella sua servile e stupida riproduzione del passato non consulta né le nuove abitudini e classi sociali, né i differenti costumi ingenerati da differenti religioni e leggi e governi, come se il tempo che doma e tramuta tutte le cose mortali dovesse lasciare le lettere eternamente le stesse per rispettare i pedanti: fissare le opinioni sulla lingua, non già appuntando questo e quel vocabolo come ommesso nella Crusca, né colle regolette del Cinonio, ma con quelle di Condillac e di Dumarset; scegliere un vero tesoro di modi, e provvedere secondo le leggi del gusto e della logica ai bisogni della fantasia nella creazione delle immagini, ed a quelli del giudizio nell’enunciazione dalle idee: accennare i difetti ed i vizi congeniti a tutte le lingue, e quindi anche alla nostra, le quali son nate a caso e furono parlate in origine da uomini rozzi, né potevano essere in tutto rettificate da’ grandi ingegni che hanno ardito i primi scostarsi dal latino e scrivere nella favella allora detta volgare: e finalmente non darsi a credere che chi serra in grandi casse di ferro un’immensa quantità di monete di rame, sia realmente piu ricco di colui che chiude il puro oro in brevissimo scrigno: questi sono, o m’inganno, se non tutti, gran parte almeno degli offici del buon critico. Del buon critico, che voglia giovare all’Italia coll’arte sua; la quale dimanda, per essere bene esercitata, forza ed acutezza di mente, infinita lettura, e cognizione più che comune del sistema intellettuale e morale dell’uomo. Però che vuolsi ben conoscere con che procedimenti la nostra mente percepisca il vero, e il nostro cuore senta le passioni, per insegnar l’arte di persuadere l’uno, e di eccitare le altre. E ben disse Mendelsohn che quando un critico spiega il perché una produzione letteraria sia bella, egli allora fa una scoperta in psicologia.

Io credeva ancora (vedi innocente ch’io m’era!) che parlando d’opere istoriche i compilatori della Biblioteca italiana le avrebbero esaminate sotto i quattro punti di vista dai quali si deve giudicare il pregio della storia, cioè l’aspetto «critico» quanto alla credibilità dei fatti narrati: sotto l’aspetto «filosofico» quanto alla aggiustatezza delle congetture e dei giudizi dello storico circa le passioni, i costumi, le azioni degli individui da lui tratteggiati; sotto l’aspetto «politico» quanto alla scienza di stato spiegata dai governi, alle leggi sancite, alle istituzioni promosse o fondate di pubblica utilità; sotto l’aspetto «letterario» quanto alla coordinazione di tante parti in un sol tutto, ed allo stile.

Se pertanto l’autore dei trenta articoli letterari che sono comparsi nel primo semestre adempia l’ufficio suo, e come l’adempia, ognuno per se stesso sel vede, né tu devi oppormi, tentando di sdebitarlo, l’angustia del tempo colla quale i giornalisti sogliono scrivere. Chi impone ad essi la necessità di dettare in due giorni ciò che vuol essere maturato per dieci? Lessing per certo, l’illustre autore del Laocoonte, soddisfece in modo mirabile a così gravi doveri nella sua Drammaturgia d’Amburgo, giornale con cui, analizzando profondamente le migliori composizioni drammatiche inglesi, francesi ed anche italiane, giunse a redimere la Germania dalla servile imitazione del teatro francese. Baretti e gli autori del Caffè, pubblicavano i loro fogli di quindici in quindici giorni; Gaspare Gozzi scriveva da solo ogni settimana un foglio di stampa dell’Osservatore veneto, e tutti costoro, negli speciali argomenti da essi trattati, s’accostano qual piu qual meno all’idea di un perfetto critico da me divisata. Perché dunque la Biblioteca italiana, che comparisce soltanto, di mese in mese, potrà ella sottrarsi a simili uffici? Non fu essa primamente annunciata ai dotti d’ Italia, come destinata ad infondere un nuovo spirito di vita nella nostra letteratura? E per raggiungere questo utilissimo intento, non si deve forse cominciare dallo stabilire e svolgere ampiamente i canoni della filosofia del gusto? Perchè voglio tacere che dopo Gravina, Calsabigi, Baretti e Cesarotti, io non so qual altro scrittore fra i moderni si rivolga per istituto a meritarsi la lode di valente critico. Parini, ch’era un grand’uomo, parlava dalla cattedra di lettere ed arti con eloquenza maravigliosa, e con pari squisitezza e sagacità di giudizi, ma nelle opere postume di lui non abbiamo che pochi cenni delle sue profonde meditazioni. L’abate Villa scrisse un trattato dell’Eloquenza con molta eleganza, ma per giudizio dello stesso Parini, con poca filosofia. A che dunque si stanno que’ giornalisti che credono dover esser distinti dal volgo de’ loro colleghi; a che non istudiano, per quanto è da loro, di supplire il difetto?

Tu sai, mio carissimo, che un eccellente giornale non è infine, o non deve essere, che una lunga e bell’opera di critica e di storia letteraria e scientifica, distribuita a varie riprese per non generare sazietà, e per seguire davvicino i successivi progressi dello spirito umano. Ora, poiché questa Biblioteca italiana è mista di scientifico e di letterario, io dirò ch’Ella non risponde, non solo all’intento di un eccellente giornale, ma né a quello pure che gli autori di essa si proposero. Volendo abbracciare e scienze ed arti meccaniche e arti belle e tutto in somma che suol essere materia degli studi, intesero (mi ricordo bene le loro promesse) « di servire non solamente a quelli che degli studi fanno professione; ma a quelli eziandio che dagli studi senza molta fatica, aman di prendere onesto piacere ».[4] La parte scientifica è pei dotti: la letteraria per noi altri ignoranti, che senza molta fatica vogliam divertirci. Ed essi, credimi pure, vogliono scrivere « senza molta fatica ». Perchè, per essere utile ai dotti, non basta far l’esordio d’un articolo menzionando chi ha scritto prima in quella materia; indi accennare per sommi capi l’oggetto e le cose principali del libro che si annunzia, e chiudere poi colle solite lodi dell’autore, e con quelle amorevoli congratulazioni verso l’Italia, perché abbia prodotto chi sostenga l’onor suo in ogni maniera di scientifiche discipline. Lo sappiamo da un pezzo che l’Italia è madre beatissima di grandi ingegni; e a forza di ripeterlo ad ogni venticinque righe di stampa, non vorrei che porgessimo occasione ai maligni d’arguire che noi cominciamo a dubitarne.

Ma continuando, sostengo che un estratto d’opera di chimica o di storia naturale o di fisica o di matematica allora sarà utile ai dotti quando sia fatto in guisa da rendere quasi superflua la compera del libro; cioè quando ne risulti il progressivo sviluppamento delle idee e delle esperienze dell’autore, si discutano quelle che sono il fondamento di molte altre accessorie; e provata la verità dei princìpi, si cimenti il rigore delle conseguenze, si verifichi l’esistenza dei fatti, si accennino le quistioni più difficili, e se non sono sciolte nell’opera, si sciolgano dallo scrittore dell’estratto. Così si giova a chi professa le scienze, e non può provvedersi di tutti i libri che vengono in luce. Ma per quelli poi che appena conoscono gli studi severi, anzi che giovare si nuoce, e non poco si nuoce, trattando gli oggetti scientifici come fa la Biblioteca colle imperfette nozioni di ch’io diceva più sopra. Perché o vuoi parlare in un breve articolo a gente appena iniziata degli arcani di una scienza, e per quanto studi esser chiaro non lo sei mai abbastanza, mancando in chi legge le idee intermedie necessarie a capirti. Quindi la falsa intelligenza e l’errore. O vuoi non altro che sfiorare la materia per porti in proporzione col lettore, e allora il regali di un mezzo sapere peggiore assai, come io penso, d’un’assoluta ignoranza. Taccio della noia che guasta il tutto, quando gli scienziati non sanno coi fiori della eleganza ricreare per un istante le menti non avvezze alla meditazione; noia ch’è potentissimo inciampo ai progressi degli studi, e per consolarsi della quale il lettore ricorre alla bella letteratura. E qui ritornandomi al pensiero la parte letteraria della Biblioteca, dimanderei volentieri al compilatore di essa, se creda d’averci dilettato senza nostra « fatica » parlando sì a lungo in particolari articoli di Descrizioni di fabbriche e di basiliche, e di Memorie storiche di cattedrali, e di Medaglie restituite ad una città nuova in numismatica, e della Sandracca degli antichi, e della Correzione di un luogo di Davila. Non già di una correzione per qualche fatto importante, ma per una parola della sua storia, se cioè debba leggersi la « pertica » o la « pratica » o il « portico » de’ Bertoni; alla soluzione del quale stupendissimo problema, s’aggiunge per soprappiù la fede battesimale della parola « cabinetto », usata per la prima volta dal Davila.

Vorrei ugualmente sapere da lui, ove non temessi di comparire indiscreto, s’ei creda d’averci dilettati od annoiati colle lunghe chiacchiere sulla gran scoperta se i greci e i romani conoscessero non solo il « tornio semplice », ma anche il « figurato », o per dirla dottamente sulla « torreutica ». E colle chiacchiere sul gran dubbio se un verso di Giovenale sia suo o non suo, cosa ch’io credo non starà molto a cuore né a Giovenale né a noi; e con quella sovra i « cavalli di Venezia »; per correggere le quali vuotissime chiacchiere, è stato necessario che il cavaliere Schlegel mandasse alla Biblioteca una sua lettera, in cui insegna al giornalista con quale « erudizione » si debbano definire le questioni d’ « erudizione » da chi possegga più in là che il frasario dei filologi; ed avverte come si debbano rilevare gli errori degli scrittori anche valenti quale è Cicognara.

Che dirò poi quando il nostro giornalista, lasciando la erudizione, di cui ha fatto sì bella mostra, prende a darci un saggio della sua facoltà oratoria e filosofica? Che eloquenti consigli non dà egli a Bettoni editore dei Ritratti degli illustri italiani viventi (andate ora a dire che in Italia non s’onorano i grand’uomini), che eloquenti consigli non dà egli, perchè accresca la sua collezione con molti altri nomi e volti che non vi sono? Non ti senti tutto impietrire di meraviglia, quand’ei prorompe in quelle belle sortite di gelato e composto entusiasmo, e dice per esempio: « Botta per me (come ch’io mi sia minima parte di vulgo) sarà sempre uno de’ più benemeriti ed illustri italiani: io se potessi vorrei andare a Parigi per vederlo: come quel Gaditano venne dall’ultima Europa per veder Livio, né altro volle in Roma vedere ».

« Domando a voi, sig. Bettoni, se dobbiamo dubitare di porre fra gli illustri viventi Angelo Mai. So ch’egli poco fa era ignoto a Milano, e so che oggimai sarà famoso in tutta Europa; so che qualunque altra nazione anche abbondante di grand’uomini si vanterebbe di Mai. Oh fate che si possa da tutti vedere quel volto pieno di ardore e di pazienza, necessari e rarissimi strumenti ad ogni rara impresa, e fate che a’ nostri e agli stranieri si accresca la meraviglia considerando ch’egli tanto abbia saputo fare sì giovane ».[5]

Non è ch’io voglia con invida mente menomare le lodi dovute al Botta ed al Mai. Ma tacendo per ora del Botta, chi è mai che onorando gli altissimi ingegni che sorgono fra mille, chi è mai che possa tacersi alla vista di questo volgarissimo abuso di lodi, che senza distinzione si profondono dai nostri mercadanti di lettere?

Dunque perché il sig. Mai sa di latino e di greco, ed ha la fortuna di frugare in una biblioteca in cui tutti non frugano; perché ha la pazienza di rilevare dai vecchi codici i caratteri mezzo cancellati o dalla barbarie dei monaci o dalla mano del tempo, sarà egli per questo un grand’uomo da far trasecolare l’Europa o insuperbire l’Italia? Dovrà egli essere posto del pari con que’ pochissimi, che pubblicando opere proprie e famose nelle lettere e nelle scienze, o ci consolano coll’amabile canto delle Muse della brevità di questa vita affannosa, o rivelano con utilissime scoperte parte dei misteri della terra e del cielo? Sarà certo una rara felicità per le lettere, se quel benemerito erudito troverà qualche utile documento o volume, che sia sfuggito alle ricerche di tanti altri filologi che lo hanno preceduto. Ma se gli avverrà un sì bel tratto di sorte, non sarà per questo dappiù di altri italiani eruditi pieni d’ardore e di pazienza, che svolgono assiduamente i papiri carbonizzati di Pompei e d’Ercolano, e comunicano a tutta Europa in preziosi volumi quelle reliquie dell’antichità, involate con felice pertinacia alla prepotenza degli elementi e della fortuna».

– Alto là, alto là, sig. lettore di quella lunghissima lettera (così m’interruppe il libraio dal fondo del suo negozio), sento che qui si parla d’eruditi e di ritratti e di lodi. Fo una postilla a ciò ch’Ella legge, e me ne vado.

Sul proposito del Mai, bestemmiava ier sera un poetastro qui a questo banco, e gridando, come un indemoniato, voleva assolutamente bruciare tre fascicoli della Biblioteca italiana. Io a frenarlo, a placarlo, a fargli render ragione di questa licenza poetica, poiché sapeva bene che mi avrebbe bruciata anche tutta un’annata senza pagarmela. Finalmente gli uscì dalla chiostra dei denti, che pei Frammenti plautini e terenziani e per le Orazioni di Iseo e di Temistio trovati recentemente e pubblicati dal Mai, il compilatore della Biblioteca non si accontentò di un articolo, ma ne volle far tre; e che da questi, levando quelle lodi che già si sanno, e quelle erudizioncelle che già si sanno, si raccoglieva unicamente che il Mai di tanti versi plautini ne potè leggere pochissimi, che dal Terenzio ne trasse alcune brutte maschere; che l’orazione d’Iseo tratta d’una eredità della quale più non esiste nemmeno la polvere; che quella di Temistio è una discolpa sulla traccia datagli di aver voluto fare il filosofo e il magistrato ad un tempo; e che in fine noi tutti, esclusi il compilatore ed il Mai, non sappiamo né di greco né di latino. Così disse il poeta, e volendo lasciarmi un pegno della sua rabbia, prese il fascicolo che vedete, e vi scrisse sopra:

 

Puro scrittor d’articoli

Fai giganti i mezzani e grandi i piccoli,

E s'io chieggio: Tal fallo emenderai?

Tu mi torni a ripetere, Mai, Mai.

 

 A questi versi il letterato si contorce, il libraio ci pianta soli, ed io per buona creanza:

– Lasciamo, dico, ai poeti il privilegio di sfogarsi con freddure, e con epigrammi, e continuiamo a leggere.

Io veggo, o carissimo, io veggo da questa mia solitudine l’attentato che i falsi letterati vanno consumando contro le vere lettere. Pongono in alto gli studi che formano il lusso della coltura, e nei quali per riuscire basta appunto la pazienza e la volontà. Ma dove è necessaria una volontà fortemente commossa dall’amor del vero, dove è necessario per sorgere aver sortito dalla natura il privilegio d’una mente capace di profonde concezioni, e di un animo squisitamente sensibile a ciò che è bello, grande, virtuoso; dove in fìne si vogliono le doti che formano i grandi poeti, i grandi filosofi morali, i grandi scopritori d’incognite verità, ivi pochi riescono; e si tenta scemare l’immensa lode dovuta a que’ pochi, coll’accumularla a molt’altri i quali non sconfortino colle opere loro la vanità e l’audacia del volgo de gli scrittori.

È poi bello vederli spiegare magnanimità in cose da nulla, e predicare, per esempio, con affettato amore di patria, che tutti dobbiamo giovarci del corredo della comune lingua nazionale, e che si stampa o legge la collezione delle migliori poesie scritte in dialetto milanese fa un torto all’Italia, e impedisce o ritarda la diffusione dei lumi nel popolo[6].

Tutti sappiamo per certo, che i dialetti non debbon venire a paragone dell’universal lingua d’Italia; e che sarebbe stoltezza scrivere in quelli un libro di lunga lena o destinato alla comune utilità Ma dall’altro canto, chi non sa che i nostri vernacoli sono per la più parte tanto corrotti e distanti dal vero idioma, che il popolo ineducato nulla o presso che nulla intende nei libri, e che appunto per diffondere più facilmente una certa coltura nel volgo, è opportuno consiglio il giovarsi di quel dialetto che si parla ed intende? Aggiungerò di più che questa è l’unica via di correggere, di nobilitare i dialetti medesimi, e di condurli a poco a poco (quando chi scrive sappia proporsi questo fine) a un maggior grado di somiglianza colla pura favella, ampliandone così col soccorso del tempo e l’intelligenza e l’impero.

Con questo avvedimento scrivono i presenti greci il loro greco volgare, e danno a tutti noi un utilissimo esempio.

Nè voglio tacerti un’altra mia considerazione, per la quale bramo che sia più o meno conservato quest’uso de’ dialetti scritti.

I dialetti, del pari che le lingue, sono immagine fedelissima delle abitudini, dei costumi, delle idee e delle passioni predominanti dei popoli che li parlano. Poiché dunque in Italia v’è tanta dissimiglianza fra l’una e l’altra gente, che il piemontese e il napoletano paiono due diverse generazioni d’uomini; e giacciono fra questi due estremi molti altri popoli con infinite gradazioni di somiglianza e di differenza, io stimo che un acuto osservatore potrebbe dai vari dialetti scritti d’Italia desumere una verissima storia delle parziali costumanze ed indoli italiane; presentarci comparativamente la somma totale delle idee, dei pregiudizi, e delle passioni popolari: ed insegnarci a conoscere noi stessi più profondamente ch’ora non ci conosciamo. Ma di questo altra volta.

Per terminar dunque la mia censura sulla Biblioteca italiana, non ti pare egli strano che nel giro di sei mesi vi tengano il campo tanti articoli d’erudizione senza sostanza, o di tale sostanza che potrebbe raccogliersi in cinquanta righe; e che poi vi si annunzi un solo trattatello elementare di lezioni di logica e di morale di un professore delle Marche?

Non si direbbe che noi, lungi dal consultare lo spettacolo vivente di tante opinioni e interessi cozzanti, di tanti avvenimenti solenni della nostra età, non altro sappiamo che cercare medaglie, scoprire iscrizioni, e scendere ne’ sepolcri, per contrastare alla morte il suo diritto di coprire, del velo della dimenticanza i vuoti monumenti dell’orgoglio dell’uomo? So che il compilatore della Parte letteraria ha voluto scusarsi di questo, allegando che l’Italia è «ora abbondante d’inezie o peggio»[7] in letteratura; e che un giornale non potendo estrarre il buono dal cattivo, deve piuttosto «insegnare a far buoni libri ed a leggerli». Veramente è questa la prima volta che mi tocca di sentire che i giornali, e massime quelli della tempra della Biblioteca, abbiano il modesto assunto d’insegnare a far libri. Ma dove vive egli questo universale maestro, e come ignora ciò che avviene sotto gli occhi di tutti? Non si ristampano ora a Milano le Opere del Soave, le quali, parte appartenendo a scienze morali e metafisiche, parte essendo traduzioni o di poemi o di trattati di bella letteratura, avrebbero aperto al giornalista un larghissimo campo di mostrarci il profondo, suo sapere e d’istruirci? Non si è ora ristampata a Milano la Scienza nuova del Vico, originalissimo libro ch’io ti prego di provvedermi, nel quale, indagate dapprima e ben riconosciute le congenite proprietà della natura umana, e raccolti i vari soccorsi della storia, delle lingue antiche, e delle tradizioni, si piantano le basi d’una storia ideale del vivere civile, degli uffici e della riposta indole della poesia, e del perpetuo ed inviolabile corso delle nazioni? Non si stampa ora a Milano il Prospetto dello stato attuale delle scienze economiche di Melchiorre Gioia, che è la più bella storia e la piu filosofica che si possa scrivere di una sì preziosa parte dell’umano sapere? Poiché, senza entrare nel parziale giudizio di questo ardito lavoro, non si può a meno di lodare il profondo concepimento di uno scrittore che col metodo severissimo dell’analisi desume dagli economisti più famosi di tutte le nazioni le sole idee diverse ch’essi abbiano; le coordina in guisa che dal loro contrasto o dal loro ravvicinamento si vede convergere l’errore od il vero; e dalla nuova unione degli infiniti rapporti di esse, ne fa scaturire nuove conseguenze che non si potevano attingere nei libri in cui siffatte idee erano sparse, come frutti di separate meditazioni. Di tutte queste opere, perchè non una sola parola nella Biblioteca[8]? Non si legge ora Milano La storia della guerra della indipendenza degli Stati Uniti d’America, scritta da Carlo Botta; quello stesso per vedere il quale, come già dissi, il nostro giornalista farebbe un viaggetto sino a Parigi, e forse a piedi? Or bene sulla storia del Botta io non trovo sinora in tutta la Biblioteca che questa breve sentenza: «Botta nella sua storia americana (lasciamo pure che altri faccia romore per minuzie) ha egregiamente mostrate tutte le virtù di grande e immortale istorico. A me non piacciono questi giudizi a maniera d’oracolo»[9]. Per lodare degnamente conviene, credo additare le ragioni della lode; e per difendere efficacemente, convien ribattere la censura.

Ora io dico che per essere «grande ed immortale» istorico (due bagattelle) bisogna, come i Taciti, i Machiavelli, i Gibbon, i Robertson, gli Hume, avere tale filosofia nella mente, che superi quella de’ tempi di cui s’imprende la storia; perché allora lo scrittore non s’arresta alla prima fronte, ma va nel midollo delle cose; e padroneggia col suo giudizio gli uomini, gli eventi, e le opinioni di cui serba memoria per lume de’ contemporanei o dei posteri, e per affrettare i progressi dell’umanità. Nè sarebbe, parmi, scarso lodatore del Botta, chi, temperando questi complimenti letterari che s’usano in Italia, e coi quali si dànno passaporti per l’immortalità a chiunque gli voglia, non sarebbe, dico, scarso lodatore chi lo chiamasse un buon istorico, il quale, se non supera i lumi del secolo, almeno se ne giova. E infatti egli sa trasfondere nell’opera sua, insieme alle proprie, le infinite considerazioni che opportunamente ha raccolte, e dalle discussioni del parlamento inglese, e dagli scritti che comparvero sulle ragioni della guerra tra la madre patria e le colonie americane, e dai giornali e da altre storie di questo memorabile avvenimento che tutto alterò il politico sistema dell’antico e del nuovo mondo. [10]

Che se anche il presente periodo degli studi italiani non fosse «fecondo che d’inezie o peggio», siccome dice la Biblioteca, chi impedisce il buon Giornalista di analizzare qualche solenne opera che venga pubblicata in altre lingue, e di far intendere così che i buoni libri non scarseggiano dappertutto? Chi lo impedisce di volgere uno sguardo addietro e di richiamare l’attenzione degli Italiani sui buoni scrittori comparsi già tempo, sia di letteratura sia di scienze morali, che sono colla letteratura strettamente congiunte, e che sole posson conferirle e sostanza e vigore? Perché non darci cinque o sei belli articoli sul Genovesi, sul Beccaria, sul Filangieri, opere tutte non anche degnamente esaminate in Italia? Perché non darci dei commenti non grammaticali, ma filosofici e letterari, dei poemi immortali, o se non de’ poemi, de’ più bei tratti di Tasso, d’Ariosto, di Petrarca, di Dante, che non sono ben conosciuti, poichè non sono dai viventi bene emulati o almeno imitati? Perché non riaccendere in tutti il desiderio di alcune opere che si leggono da pochi, analizzando, per esempio, l’Uomo morale di Longano, allievo del Genovesi ed autore d’una Logica eccellente; o i Saggi politici di Mario Pagano, che scrisse come un pensatore, e morì come un martire; o il Platone in Italia di Vincenzo Cuoco, libro che cede all’Anacarsi in erudizione, ma lo supera in forza di pensiero, e nel quale l’antica filosofia italica viene alle prese colla filosofia greca? Né mi si dica che seguendo questi consigli, un Giornale s’allontanerebbe dal suo precipuo scopo d’annunziare le nuove opere che vengono alla luce in Italia. Che importa a noi che si annunzi e si esamini un cattivo libro, per la sola ragione che un cattivo cervello ha voluto comporlo? O chi mai si dorrà che si parli d’opere antiche, quando le idee che racchiudono sono ancor nuove per la più parte de’ lettori? Poiché trattandosi d’idee, non si può dire che le sieno vecchie o recenti misurando il tempo sul quadrante dell’orologio, come si fa per la storia; e per esse tutte le leggi della cronologia si riducono ad una sola, «la loro maggiore o minore diffusione nella moltitudine».

Da tutte queste ommissioni, amico mio caro, conchiudo che c’è poca suppellettile di filosofia e di buon gusto nella testa dell’ordinario scrittore degli articoli della Biblioteca. Non parlerò poi dello stile di lui, che potrà forse venir lodato da chi nello stile voglia soltanto considerare l’uso della buona lingua, od una tale collocazione di vocaboli che ricordi quella dei Classici del cinquecento. Ma la scelta di pure parole, e la giacitura armonica di esse, non è che la parte meccanica e materiale dello stile. L’intrinseca, che ne costituisce l’essenza, è la forza del concetto, la luce delle immagini, il calore degli affetti che debbono esservi per entro diffusi con giusta proporzione; e con tale accoppiamento di modi italiani, che distingua la maniera di uno scrittore da quella di un altro. Mirando a questi veri caratteri d’ogni bello stile, non ti farà maraviglia se gli aggiustati periodi di quel Giornalista mi riescono una infilzatura di alcune minute gemme di lingua, fatta colla manifesta prurigine di mostrarsi appunto un linguista. E che linguista dico io! che scrive tante parole senza saperne indirizzare nessuna alla mente ed al cuore, e che ti stempera una mezza idea in trenta righe. Fingiti una vecchiarella coperta di veli ingialliti dal tempo, che chiusa in un enorme guardinfante si mova alta sul tacco a passi di minuetto; e all’anticaglie, al volume, al vuoto che c’è dentro, dirai: ecco lo stile del Giornalista che vuole insegnarci a far libri! Io non sosterrò che tutta la parte letteraria dalla Biblioteca sia distesa con una sì spaventosa vanità. V’è qua e là qualche eccezione, e ne farò io stesso una onorevole per l’articolo sugli uomini dotati di gran memoria, che è scritto con criterio e con sale. A questo aggiungi pure Le Illustrazioni di un passo di Dante e i due Dialoghi di Matteo giornalista con Taddeo suo compare. Nelle prime, si fa una sposizione di Dante con quel corredo d’idee senza il quale non dovrebbe omai esser permesso di esporre interpretazioni e dispute grammaticali. Nei due dialoghi poi, l’autore è costretto di raddrizzare tutte le storture del collega; e sa farlo con molta grazia.

Pure mi farò lecito d’avvertire, ch’egli rinuncia qualche volta alla sua naturale festività per derivare dal nostro teatro comico antico alcuni modi arguti o faceti che presentemente hanno quasi perduta ogni punta; poiché niuna cosa è sì cangiabile quanto il ridicolo e le sue allusioni. Così il «Pater nostro della bertuccia», e «ringrazio Domeneddio che quest’acqua non bagna pelo», e «addio Giovanni addio Lucca», e «il diavolo che tosava i porci», e «per omnia saecula saeculorum», e «amen», e «S. Verdiana che dava a baciare alle serpi»; e «mi parea d’udir frate Cipolla», ecc. ecc. sono tutte allusioni a idee religiose od a monaci sui quali tanto martellavano i begli spiriti dei buoni secoli. Però in questa nostra gentilezza ed esteriore decenza de’ costumi e del favellare, ottimamente farebbe lo scrittore di cui parlo, di non resuscitare simili modi coll’autorevole esempio suo.

E tu frattanto prenditi in pace le ciancie che t’ho scritte; e considera che i solitari parlano a lungo, appunto perché parlano di rado. Addio».

 

– Signor mio, - dissi al letterato, piegata che m’ebbi la lettera dell’amico, - che ne dice Ella?

– Io? dico che la lettera è d’uomo che non conosce il mondo; che tutte queste e più altre cose le sappiamo ancor noi, ma non le diciamo per non tradirci; e che a dispetto di tante sottigliezze, la Biblioteca italiana è e sarà sempre un eccellente giornale.

– Ma sa Ella che mi nasce un sospetto?… Non vorrei esserle dispiaciuto; che foss’Ella mai un compilatore della Biblioteca?

– Ella batte nel vero, io lo sono.

– Oh oh quanto me ne duole! quanto sono confuso!... Davvero, mi creda, se l’avessi saputo, avrei bruciata la lettera piuttosto che leggerla.

– No no, si risparmi pure questo inutile rossore. Se ci fossero capitati vari articoli che aspettiamo, l’amico suo non avrebbe avuto bel giuoco. Ma noi non possiamo supplire, e i collaboratori sono così lenti!… Basta, dicano i critici ciò che vogliono, noi siamo così sicuri dei nostri associati che qualunque censura non può recarne alcun danno. Anzi scriva, la prego, al solitario che mandi qualche suo ghiribizzo alla direzione del nostro giornale. Noi lo stamperemo col correttivo di castigatissime note; ed egli avrà o quaranta esemplari o quaranta franchi per ogni sedici faccie di stampa.

– Che vuol dire, ripresi, che le signorie loro pagano le idee un tanto al centinaio come gli stuzzicadenti! Ora lo so ancor io perché gonfiano le pagine con tanti paroloni, che sembrano idee ma non lo sono… Ehi libraio, tenete il prezzo del Vico, e mandatemelo a casa… Signore, mi perdoni di nuovo; io la lascio ai suoi studi.

 

Alla pagina 29 di questo Capitolo l'Autore ha espressamente dichiarato che non intende di « menomare » le lodi meritate dal sig. Angelo Mai Dottore della Biblioteca Ambrosiana. Pure gli giova ora di ripetere, per premunirsi sempre più contro le false interpretazioni, che se non sa piegarsi ad ammirare la futile erudizione, tiene però nella debita stima quella che procura l'universale utilità delle lettere; sia perché applicata a descrivere e schiarire gli antichi monumenti delle belle arti, sia perché rivolta a reintegrare la storia. Di questa specie d'utilità andrà certamente fornita la greca edizione che il sig. Mai è per pubblicare dei nove ultimi libri da lui discoperti delle Antichità Romane di Dionigi Alicarnasseo. Pel quale importantissimo rinvenimento la nostra patria non potrà lodarsi abbastanza e della fortuna che ha soccorso il Mai nelle sue ricerche, e della diligenza e del sapere con che ha recato il testo di Dionigi in purgato latino, e lo ha corredato di belle note.

 

Note
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[1] Distintissimo Recitante italiano, che sarebbe ottimo se non avesse l'obbligo di piacere anche alla moltitudine

[2] Due scrittori sull'Arte e sulla Storia del Teatro che non si possono più leggere da chi sappia di quell'arte, specialmente il Quadrio nella sua opprimente e voluminosa Ragione e Storia d'ogni poesia.

[3] Sarebbero necessarie molte pagine a ben sviluppare la definizione sovra enunciata. Questo non è nè il tempo nè il luogo. Ma per chi non intendesse affatto, si avverte che la letteratura constando di poemi e di romanzi d'ogni genere, di storie e d'erudizione d'ogni genere, e di opere morali e speculative sulle passioni e sull'intelletto, e le quattro facoltà che devono insieme concorrere alla creazione di simili opere, cioè la memoria, la fantasia, la sensibilità e il ragionamento, essendo potentemente modificate negli Scrittori i viventi dallo « stato » della « Società » in cui sono collocati, ne viene di conseguenza che la letteratura, presa in astratto, è l'« elegante espressione del maggior grado di civilizzazione di un popolo » nell'epoca in cui fioriscono gli scrittori istessi.

[4] Vedi il Proemio della Biblioteca Italiana.

[5] V. Fasc. II della Biblioteca pag. 166.

[6] Vedi su questo argomento l'articolo della Biblioteca italiana, fasc. II, pag. 173, ove lungamente si espongono le opinioni qui dibattute.

{ L'articolo era di Pietro Giordani e avversava la Collezione delle migliori opere scritte in dialetto milanese, che fu pubblicata a Milano nel 1816-1817, in XII volumi. Aveva sollevato tanta tempesta, che il Monti nel Dialogo fra Matteo giornalista [l'Acerbi] e Taddeo suo compare [il Monti stesso], pubblicato nel fascicolo del 10 giugno della Biblioteca Italiana, faceva alludere da Matteo in persona alle ire, che gli si erano sollevate contro per alcune oneste considerazioni intorno alla mania dei dialetti particolari. Le considerazioni erano certamente oneste, perchè collimavano con le sue idee sulla lingua; e quell'aggettivo «oneste », scritto dalla penna del Monti, significa che questi giudicava esagerata la gazzarra che si era fatta; ma il Borsieri, entrando qui nella discussione, sebbene, come vedremo, ritenesse il Dialogo del Monti uno dei buoni articoli apparsi nella Biblioteca Italiana, vedeva, in complesso, la questione dei dialetti con più larga comprensione. ndr.}

[7] V. pag. 186, fasc. V.

[8] L'autore è ora avvertito che si sta preparando l'estratto dell'opera di Gioia da un collaboratore della Biblioteca Italiana.

[9] V. fasc. II, pag. 166

[10] Qui il Solitario, che scriveva questa lettera senza pensare a stamparla, diverge dal soggetto principale della censura della Biblioteca Italiana; ed espone all'amico suo l'impressione che ha raccolta dalla lettura della storia del Botta tanto rispetto all'orditura generale, quanto rispetto allo stile ed alla lingua. Per conservare un po' più l'unità del tutto, si è creduto opportuno di stralciare questo tratto del contesto della lettera e di trascriverlo nella seguente forma.

 

« La libera e potentissima Inghilterra mal frenando l'ebbrezza di tante vittorie riportate sulla Francia antica di lei emula, e spinta anche dal bisogno di ristorare le proprie finanze, rinunciò ad un tratto al lungo amore con che aveva riguardate le sue Colonie d'America, e contro lo spirito delle costituzioni tentò d'imporre ai Coloni alcune tasse. I Coloni usi da secoli ad un largo vivere e consci delle proprie forze e dei propri diritti, rintuzzarono coraggiosamente con ogni modo di rimostranze gli assoluti comandi del Governo Inglese; e tornando vane le rimostranze, si corse all'arme d'ambe le parti. Durò la lotta sanguinosa per ben quindici anni, con tanta contenzione ed ardenza d'animi quanta ne doveva far nascere un violentissimo amore di libertà, compresso da una tirannide irritata. Per alcun tempo le potenze d'Europa si stettero spettatrici; ma alcune di esse veggendo già piegare la bilancia in pro dell'America, e mal dissimulando la smania di veder abbassata la potenza Inglese, congiunsero le loro armi a quelle de' Coloni; e l'indipendenza degli Stati venne finalmente fondata.

È questo l'interessantissimo suggetto che l'Autore abbracciò nei quattordici libri di cui consta la sua storia. L'arte con cui egli fuse in un sol tutto luminoso ed armonico gli eventi di una guerra guerreggiata nello stesso tempo in luoghi diversi; e strinse in un sol corpo le varie opinioni de' tempi in America, ed in Europa, e gli opposti interessi de' due principali combattenti, e quelli altresì de' Potentati d'Europa in quanto riflettevano la guerra americana; quest'arte, difficilissima a possedersi, sarà sempre nel Botta altamente pregiata da ogni intelligente ed assennato lettore. Degna di egual lode è l'imparzialità de' giudizi colla quale questo Scrittore, procede nel suo lavoro. Vi si espongono senza menomarle le contrarie ragioni delle due parti; le cose e gli uomini compaiono successivamente innanzi al lettore senza che la penna dello storico ponga in lume soverchio i pregi degli uni, o lasci troppo velate da un'ombra protettrice le colpe degli altri. Con questo esempio di candore, e collo sviluppamento dei sani principii di filosofia e di diritto politico, il Botta ha singolarmente ben meritato della patria.

E per dire alcuna cosa dei caratteri, fra i tanti da lui tratteggiati, si fanno distinguere quelli di Washington, invitto e magnanimo liberatore dell'America; di Franklin, il Socrate politico de' suoi tempi; d'Arnold, Pausania del nuovo Mondo, e traditore d'audacia degna di miglior causa; di Guglielmo Pitt, acerrimo sostenitore della libertà americana nello stesso Parlamento inglese; di Lord Nort, il primo fautore della guerra, ed il più risentito oppugnatore dei diritti dei Coloni; dell'umano e prode Mongomerrí, e dello sfortunatissimo giovane André, vittima d'un'eroica amicizia. Né questi caratteri emergono da un vano sfoggio di pompose parole; ma da que' sentimenti sfuggevoli o da que' tratti fortemente scolpiti, che soli e piú che le fredde considerazioni della filosofia rivelano l'intimo petto dell'uomo.

Quanto allo stile non vuolsi defraudare questo Scrittore delle lodi che gli sono dovute per la profonda perizia ch'ei mostra della nostra favella; la quale piegò non di rado con felice maestria all'espressione di idee e di fatti, che per essere il resultato dei progressi della marineria, dell'arte della guerra e della filosofia politica de' nostri tempi, dovevano riescire malagevoli a ben definirsi. Né manca egli di forza e di rapidità di stile, né di venustà ove la severità del soggetto nol vieta; e la patetica descrizione del miserando eccidio della fiorente Colonia di Viomino, e quella del famoso assedio, assalto, e difesa di Gibilterra, e quella animatissima, sebbene non sobria abbastanza, dell'orribile tempesta delle Antille nel 1780, possono addursi come prove di stile pittoresco. Se non che è da dolersi che in quella parte dello stile che piú propriamente riguarda la disposizione delle parole e le locuzioni, trasparisca troppo visibilmente la servile imitazione dei chiamati Classici del buon secolo, e specialmente del Varchi, e non di rado poi del Davanzati e del Guicciardini. Il pensiero è talvolta inceppato o menomato o travisato da un giro di parole indeterminate o superflue, o dimenticate affatto, colle quali l'autore mira ad imprimere nella sentenza un movimento sonante e classico, come dicono, anzi che ad esprimere evidentemente la sostanza del suo pensiero. Che dirò di que' pretti fiorentinismi dei quali va macchiata quasi ogni pagina della sua storia, e che tanto sconciano la dignità dello stile e quella persino del soggetto? Le quali viziose maniere allora più muovono dispetto quando l'autore, per accrescere diletto colla varietà, espone in modo drammatico le opinioni dei più grandi uomini di Stato Inglesi ed Americani; introducendoli a sostenerle con arringhe e concioni. Quest'artificio, lodato dai Retori, dovrebbe essere tanto più simile al vero, e quindi tanto più bello nella storia del Botta, quanto che in realtà que' Discorsi furono spesse volte pronunciati in diverse occasioni dai personaggi che l'Autore fa parlare, parafrasando o traducendo le originali memorie che se ne conservarono. Ma per colpa di questa mal consigliata imitazione de' nostri storici, si distrugge tutto l'incanto di una sì bella illusione; ed i Pitt, ed i Grenville, e i Vashington si trasformano in altrettanti Gonfalonieri di Firenze. Io so che il Botta non si lascerà così facilmente persuadere d'aver errato in questo. Poiché come dichiara nell'avvertimento preposto alla storia, ei crede che " le lingue sieno come le piante alle quali è dato un sol tempo per portare il fiore, e che quindi si renda benemerito della bella letteratura chi si studia di ritirare la nostra favella verso i suoi principii". Io credo all'opposto, per continuare col suo paragone, che come una pianta non fiorisce una sol volta insino che è viva, ma col rinnovarsi degli anni rinnova la pompa di cui si ricopre; e trasportata in altro terreno e in altro clima, varia con alcuni accidenti le foglie ed i frutti che produceva dapprima; così debba dirsi, che le infinite mutazioni recate dal tempo a tutte le umane cose debbano anche impressionare le favelle; e che ricondurre strettamente a' suoi principii una lingua parlata dai presenti uomini dissomigliantissimi da quelli del trecento, non sia già un correggerla, ma un soffocarla. Bisogna prendere una via di mezzo

 

Tra il parlar de' moderni e il sermon prisco

(vedi:  Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, XL, 6: Tra lo stil de' moderni e 'l sermon prisco).

 

e consultare l'analogia, l'etimologia, e le affinità logiche tanto delle idee quanto dei vocaboli che ne sono il segno rappresentativo, scostarsi del pari e dalla superstiziosa adorazione degli uni, e dalla invereconda licenza degli altri in fatto di lingua. E l'Italiana può, senza temere d'essere contaminata, prendere tutte le pieghe, e colorire le sfumature più lievi che tanto si vantano in altre lingue moderne. Se il sig. Botta avesse mirato a questo utilissimo intento, niuno forse più di lui avrebbe potuto giovare la nostra letteratura infelicissima in questo, e contristata dalla scolastica disciplina di tanti pedanti. Né egli avrebbe, con sì grave macchia della sua storia, peccato contro le leggi della verosimiglianza e del decoro dando il contegno l'aria la favella de' Magistrati delle nostre Repubbliche del Medio Evo, ad uomini distanti da loro di tre o quattro secoli; che parlarono lingue ricche di modi e di colorito diversi affatto da quelli dell'antico italiano; e che sebbene collocati per qualche rispetto in circostanze analoghe, avevano ed hanno costumi pensieri e caratteri in tutto differenti. Non conosco il signor Botta, ma so che è travagliato dalla fortuna; e che il suo libro non ebbe né in Italia né in Francia lo spaccio che meritava. Ma se osassi inviargli un consiglio, vorrei pregarlo di togliere da tante belle pagine da lui scritte, «e i mai sì e i mai no e il far cerchiolini e capanelle e all'avvenante» usato avverbialmente per significare a proporzione, e i «popoleschi» per popolari, e le «parti direttane dell'Isola» per le estreme parti, e l'«imbeccherare», e il «dar la spogliazza» per predare e i «ghiribizzatori che vanno girandolando arzigogoli per trar la pecunia dalla borsa del popolo», e quell'eterna parola «pecunia» usata sempre in vece di moneta, e il «conficcare, e ribadire» per dire ostinazione, e il «moiniere» per cortigiano, e l'«aver alle costole», e que' suoi «tamburini» per denotare parlamentari od araldi, e le «petizioni infiammative» in luogo di scritti sediziosi, e «il ben vogliente» per benevolo, e il «rinfuocolar» per inasprire, e «il confortarsi cogli aglietti» per confortarsi con baie: e infiniti altri vocaboli che non sono grazie ma orribili smorfie di lingua, e che sarebbe opera disperata il tutti raccogliere. Vorrei pure pregarlo di togliere qua e là quei soffocanti periodi di trenta righe, per la gran ragione che gli Italiani non hanno i polmoni tre volte più capaci di quelli degli altri uomini; e fatte che avrà tutte queste emendazioni (che non sarà fatica di lieve momento) oserei quasi assicurarlo che il suo libro verrà infinitamente più letto e stimato dall'universale ».

 

 

Indice Biblioteca Borsieri, Avventure letterarie d'un giorno  capitolo terzo capitolo primo © 2003 - prof. Giuseppe Bonghi - E-mail
Ultimo aggiornamento: 05 aprile 2004