Pietro Borsieri

 

Le avventure letterarie di un giorno

  

 

Capitolo I

 

I O

 

Dic mihi, Musa, virum.

                                    horat.

Canta, o Musa, l’eroe.

 

Non debbo essere biasimato, se prima di pormi a piè pari nella materia che ho assunto a trattare, credo sommamente opportuno di parlare di me stesso. È sì dolce cosa il parlare di se stesso! Tutti gli Scrittori sogliono farlo più o meno lungamente, né solo gli Scrittori e i Magistrati e i Guerrieri e gli Artisti, ma ben anche l’immensa e piacevolissima schiera di tutti coloro che altro non sanno di bere, dormire, e mangiare, e tornar a mangiare, bere, e dormire. Io sono dunque un Eroe! Non già quale era l’Ulisse d’Omero, insigne per avvedimenti inaspettati e per frodi ingegnose; nè quale l’Enea di Virgilio, eternamente memorabile per l’edificante divozione verso i suoi lari, e per la fermezza d’animo, colla quale abbandonava sul lido dell’Affrica, allora ospitale, una bella ed infelice Regina, che lo aveva ristorato dei danni di tanti naufragi, e gli offeriva un trono dopo avergli conceduto l’amore. Questo era l’eroismo d’altri secoli e d’altri costumi. Ma grazie agli Alessandri ed ai Cesari, ed a que’ pochi Grandi che con piante insanguinate hanno percorsa la terra, sagrificando al simulacro della gloria fra il pianto e le strida delle nazioni, grazie, dissi, a costoro, il mondo è riuscito a formarsi una ben più nobile idea dell’eroismo.

Pure non concedendo il cielo a ciascuno di noi, come tutti sappiamo, di divenire conquistatori; ed essendo io, come tutti non sanno, il più oscuro fra gli oscuri mortali che calpestano il volto della madre terra, voglio che s’intenda che nel chiamarmi un «Eroe» mi pongo in burla; e che dalla onesta libertà colla quale rido di me stesso, gli altri si attendano di vedermi ridere di loro. Fare pei nostri simili ciò che si fa per se medesimo è precetto di natura, ed io non voglio violarlo.

È dunque primamente da sapersi che l’indole mia nativa si compone di un fondo di vanità da fare spavento, se la vanità potesse atterrire; ma che per una strana mescolanza degli elementi del mio essere, sono ad un tempo tanto ingenuo da far credere a molti ch’io pecchi d’innocenza. Con quanta fiducia non mi sono messo in viaggio sull’angusto sentiero della vita! Ad ogni passo che io moveva, qui, mi pareva d’incontrare un tranquillo filosofo che cercasse il vero pel vero, non per l’orgoglio di trovarlo; là, un uomo tutto caldo di magnanimi sentimenti, ognor pronto al beneficio e a moltiplicare gli ingrati: da quel lato, un poeta rapito dall’ammirazione della bellezza, ardito, leale; da questo un politico che libra severamente i diritti dei pastori de’ popoli, risale alle fonti segrete de’ vizi sociali, consiglia il meglio, e rafferma i nodi della concordia universale. Ora so dirvi che procedendo di questo passo io ruinava. Sono caduto in tanti inganni, ho scoperto tante volte l’errore ove credevo d’aver appresa la verità, che finalmente mi è pur stato forza correggermi. Senza disperare affatto dell’esistenza della virtù, ho imparato però a non lasciarmi illudere dalle belle apparenze, ed ho detto fra me stesso: Questo mondo, ove tanti milioni di uomini corrono, affannosamente, dietro l’immagine della felicità che li fugge, è simile ai palazzi incantati dell’Ariosto e del Tasso. Là ti aggiri per gli atri e per le ampie sale; che bei cori di ninfe incontri da per tutto! quanti amici t’offrono la mano, quante seduzioni ti preparano l’amore e le grazie! Non fai che passare d’una maraviglia nell’altra. Statue e dipinti d’artificio raro, colonnati di rubino, mura fiammanti d’oro massiccio. Ma cerca le fondamenta, se puoi, e troverai che confinano coll’inferno. E se anche non le cerchi, giunge il giorno, pur troppo, in cui la ruvida realtà, accostandosi alle mura fatate, le tocca col suo scettro di purissimo elettro; il palazzo va in fumo; ti vedi solo in mezzo ai precipizi, sotto montagne coperte di neve, circondato di laghi di asfalto e di fiamme, mentre dall’alto ti guardano e ridono (sic) la tua disperazione, i maghi, le fate e i demoni che più ti allettavano con vane sembianze.

Sì certo, signori miei; quando un amico v’abbraccia, ricordatevi ch’ei vi porrà la mano sul cuore per esplorare come palpiti. E quando una «Bella» vi sbalordisce in tre minuti con tutto il frasario del «sentimento», ricordatevi ch’ella pensa a trasformarvi come Alcina ed Armida. E quando o forti passioni o sincere opinioni vi fanno parlare, ricordatevi che le intenzioni più pure saranno malignate, e che non manca una razza di farfarelli, i quali, nulla operando o scrivendo di bene e parlando sempre come se vivessero la vita di Catone o di Socrate, non hanno sulle labbra che «amore dell’umanità», «progressi dell’incivilimento», «entusiasmo per la virtù», «nobile indignazione pel vizio»: belli e sonanti paroloni, che non si ponno oramai più adoperare dagli uomini ingenui, perchè adulterati da tante bocche profane.

Io dunque che ho fatto il mio corso d’esperienze morali, ho capito che in tempi infelici e fecondi di colpe non avrei vissuto tranquillamente, se non prendevo la forte risoluzione di alterare in me il carattere che m’aveva improntato la natura, foggiandomene uno fatto a bella posta per la nostra età. Quel mio gran fondo di vanità, che mi facea tener caro persino il saluto di un onest’uomo, l’ho trasformato in un disprezzo estremamente filosofico di tutto, e di tutti. Quella ingenuità, per cui la cantava a tutto il mondo com’io me la sentiva, la ho chimicamente combinata coll’ottimo correttivo di un fondo di malizia; talché non dico mai il mio parere senza metterlo in compagnia di qualche epigramma che lo sostiene dove zoppica, e gli fa trovar grazia anche presso i più svogliati. La natura (mi sono dimenticato d’avvertirvene prima) m’aveva imprigionato nel petto un mortale nemico della tranquillità della vita e consisteva in una tendenza fortissima e prepotente a sentir compassione de’ mali altrui. Ma studiando per mia fortuna un libro che va nelle mani di tutti, e che è pregno di sapienza, vi ho imparato che la compassione è conseguenza di debolezza e qualità da fanciulli e da donne; che è una virtù interessata, come tutte le altre umane virtù, perché soccorre agli altri per liberare noi stessi dalla vista dolorosa dei loro dolori. Persuaso per tal guisa, sebbene a fatica, che quando mi pensavo d’operare secondo la virtù, non operava in effetto che secondo l’egoismo, mi sono risparmiato l’incomodo di compatire e di soccorrere[1] . Anzi, notando minutamente le vere maniere del bel mondo, mi sono presto avvisto che il non far bene a veruno è una dote comune ed essenziale a tutti coloro i quali vogliono mostrarsi liberi da ogni pregiudizio; ma che per ottenere l’intera gloria d’una perfetta purificazione delle idee e dei costumi volgari, è più necessario fare un tantino di male agli altri omiciattoli di creta che ne circondano e ne impediscono per via. Ond’io, guardandomi intorno, e vedendo preoccupate dai più solenni maestri dell’arte le migliori occasioni di segnalarsi in questa nuova maniera di civilizzazione, e non volendo anche rinunciare affatto a questa mia nativa umanità (poichè si può ben piegare la natura ma non distruggerla), ho scelto la classe dei letterati per esercitare sovr’essa, meno malignamente che sia possibile, il mio flagello tormentatore. Inclinava ad appigliarmi alle donne, ma in questa carriera i concorrenti sono infiniti, e la gloria d’inquietarle è fuggitiva come la loro bellezza. I letterati all’opposto, o più veramente quelli che si dicono tali, mi convengono a meraviglia. Io voglio prima di tutto fare un male tenuissimo, e questo mi riuscirà col mortificare un tal poco la loro burbanza; col farli pubblicamente arrossire delle mariuolerie colle quali si scroccano o s’insidiano la fama; coll’accennar loro quello che dovrebbero fare per meritarla. Voglio in un secondo luogo che il male sia temperato da qualche bene, e ognun vede ch’io raggiungo l’effetto disingannando il pubblico, onorando i buoni scrittori colla censura de’ cattivi, e dando coraggio coll’esempio ai giovani e timidi ingegni, che si lasciano sconfortare dall’infinito ronzio e dalle punture di questo vespaio. Voglio finalmente divertirmi come se parlassi con donne, e questo mi vien fatto per la grande somiglianza che i letterati hanno con esse. Un articolo di giornale, a modo d’esempio, val poco più delle dispute che si fanno per una cuffia o per un nastro. Ora un articolo di giornale basta ad occupare la testa de’ miei flagellabili per ventiquattr’ore in un giorno, appunto come una nuova cuffia fa invanire una femmina per lo stesso spazio di tempo. Le brutte donne, per dare un altro esempio di somiglianza credono belle e dicono bellissime le più brutte di loro; ed egualmente i miei flagellabili, cioè i falsi letterati, contrastano o negan il vero valore de’ buoni scrittori, e dànno corone e istituiscono altari e apoteosi ai cattivi; e per tal guisa i generosi mortali strisciano nella polvere, e l’Olimpo si riempie di ciurmadori. Non finirei così presto se volessi continuare il confronto. Vi basti per ora sapere che, volgendo nella mente queste idee e questi proponimenti, sono sortito l’altr’ieri di casa per recarmi alla Libreria del genio e comperarmi un eccellente libro italiano. Là m’avvenne, o come direbbe un linguista, m’intervenne ciò che leggerete nel seguente capitolo, se questo non vi ha troppo annoiati.[2]

 

 Note
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[1] Egoismo non è voce italiana, ma è voce del mondo, e denota un vizio di tutti i paesi e di tutte le età, e più specialmente della nostra.

      L'autore, che in fatto di lingua rispetta la Crusca e l'autorità quando consuonano colla ragione, si è servito deliberatamente di questo vocabolo, e di alcuni altri che non « andranno a sangue » ai pedanti, e a quegli uomini dabbene che ripetono senza accorgersi i giudizii dei pedanti. Nel progresso di questo scritto, egli avrà forse occasione di esaminare più a lungo le loro belle opinioni sulla gran quistione della lingua.

[2] Celebrare degnamente le meraviglie della natura e dell'arte che noi possediamo, e i libri degli ingegni sommi che hanno fiorito e fioriscono in Italia, questo è, secondo l'autore, amare con candore la vera gloria della nostra nazione. Compiacersi d'ogni menoma coserella, o chiamar grandi alcuni uomini che realmente nol sono, solo per accrescere il numero e perchè nacquero in Italia, questo pargli che sia misera vanità; alla quale taluni si abbandonano per moda, altri per zelo mal inteso dell'onore Italiano. E  la vanità che è tollerata negli individui, non può esserlo nelle nazioni; nelle quali per altro giustamente si loda l'orgoglio di se medesime.

     Vogliano pertanto i Lettori, onde non scorrere con animo infenso i successivi capitoli, aver presente questa schietta professione di fede dello Scrittore; nella quale s'ei s'ingannasse, la colpa sarebbe tutta della sua mente, ma non mai del suo cuore.

 

 

 

Indice Biblioteca Borsieri, Avventure letterarie d'un giorno  capitolo secondo Prefazione © 2003 - prof. Giuseppe Bonghi - E-mail
Ultimo aggiornamento: 05 aprile 2004