GRISOSTOMO

[Giovanni Berchet]

 

Lettera di GRISOSTOMO

al molto reverendo sig. canonico don RUFFINO. SIG. CANONICO.

 

 

 

 

 

 edizione di riferimento

Il Conciliatore, Num. 26 Domenica 29 di novembre 1818.

 

 

Ho letto con vera compunzione la garbatissima lettera scrittami da V. S. in difesa del Tiraboschi. Non avrei mai creduto che quel mio breve cenno nel num. 21 del Conciliatore, ov’io rinfaccio al Tiraboschi penuria di filosofia dovesse recar tanta offesa alla coscienza letteraria d’alcuni fra miei concittadini. Me ne duole intinitamente; e sento pur troppo che il torto è tutto mio. Fo l’uomo di lettere e non ne so farti. Se io fossi letterato davvero ed italiano di cuore, non oserei pensare, non oserei scrivere ciò che io penso, non avrei letto mai il Tiraboschi, e di lui non avrei detto mai altro, se non che il chiarissimo, l’eruditissimo, il sapientissimo Tiraboschi. Ma il male è fatto; pensiamo al rimedio.

Prima di tutto la ringrazio, sig. Canonico, del lungo elenco dei lodatori del Tiraboschi, ch’ella si compiacque d’inviarmi. Quell’elenco mi ha persuaso; e la perorazione del di lei discorso mi ha cavate le lagrime. Che vuole ella di più? Si lasci intenerire dalle lagrime mie; e tra me e lei sia pace.

Ma non basta ancora. Io deggio alla verità ed all’onore della patria una pubblica e solenne testimonianza della mia conversione. Dichiaro dunque a V. S., e con essa a tutti i canonici di lei confratelli, che io convengo pienamente nel parere dei dottori italiani, e dico che hanno veramente ragione ragionevolissima di venerare il Tiraboschi come profondissimo filosofone, e di disprezzare madama de Staël come frivolissimo intellettuzzo.

L’uomo che sacrifica l’amor proprio e il proprio decoro mondano alla verità, e con aperta confessione si ricrede de’ suoi falli, non debb’essere confuso col peccatore ostinato. E però spero che i dottori italiani mi saranno liberali di qualche compatimento. Ad essi non importa per altro ch’io dica quali argomenti mi abbiano persuaso tutto ad un tratto tanta divozione per la filosofia tiraboschiana, e tanto disprezzo per madama di Staël, di cui ho lasciata scappare dalla penna qualche lode in quel benedetto Conciliatore. – Sciagurata donnicciuola, qualche poco anche per amor tuo io era diventato lo scandalo del mio paese! – Ma a lei, sig. Canonico, io non voglio tacere che ad operare la mia conversione ell’ebbe un potentissimo sussidiario in certo accidente tutto fortuito. Si contenti ch’io glielo narri alla distesa.

Col rimorso che in virtù della garbatissima di lei lettera mi serpeggiava giù per l’anima, io mi stava jersera invocando il sonno che non veniva. Piglio un libro; – non fa per me. Ne piglio un altro; – non mi contenta. Sporgo impaziente la destra più in là, e la mi vien posta sul tomo primo De la Littérature di madama di Staël. Aprolo a caso; e mi cade sotto lo sguardo quel passo a pagina 181 e seguenti, che tratta delle ragioni per le quali la tragedia presso i Romani non salì in grande celebrità.

Eccolo tal quale. A V. S. non fa bisogno che sia tradotto in italiano perché l’intenda.

 

«Les combats des gladiateurs avoient pour objet d’interesser fortement le peuple romain par l’image de la guerre et le spectacle de la mort; mais dans ces jeux sanglans, les Romains exigeoint encore que les esclaves sacrifiés à leurs barbares plaisirs sussent triompher de la douleur, et n’en laissassent échapper aucun témoignage. Cet empire continuel sur les affections est peu favorable aux grands effets de la tragédie: aussi la littérature latine ne contient-elle rien de vraiment célèbre en ce genre. Le caractère romain avoit certainement la grandeur tragique; mais il étoit trop content pour être théatral. Dans les classes même du peuple, une certaine gravité distinguoit toutes les actions. La folie causée par le malheur, ce cruel tableau de la nature physique troublée par les souffrances de l’âme, ce puissant moyen d’émotion, dont Shakespear a tiré le premier des scènes si déchirantes, les Romains n’y auroient vu que la dégradation de l’homme. On ne cite même dans leur histoire aucune femme, aucun homme connu, dont la raison ait été dérangée par le malheur. Le suicide étoit très-fréquent parmi les Romains, mais les signes extérieurs de la douleur extrémement rares. Le mépris qu’excitoit la démonstration de la peine, faisoit une loi de mourir ou d’en triompher. Il n’y a rien dans une telle disposition qui puisse fournir aux développemens de la tragédie.

On n’auroit jamais pu, d’ailleurs, transporter à Rome l’intérêt que trouvoient les Grecs dans les tragédies dont le sujet étoit national. Les Romains n’auroient point voulu qu’on représentat sur le thêatre ce qui pouvoit tenir à leur histoire, à leurs affections, à leur patrie. Un sentiment religieux consacroit tout ce qui leur étoit cher. Les Athéniens croyoient aux mêmes dogmes, défendoient aussi leur patrie, aimoient aussi la liberté; mais ce respect qui agit sui la pensée, qui écarte de l’imagination jusqu’à la possibilité des actions interdites, ce respect qui tient à quelques égards de la superstition de l’amour, les Romains seuls l’épruvoient pour les objets de leur culte».

 

Dopo tutta questa tiritera d’inezie, do un’occhiata alle note a piè di pagina, poi ad altre pagine più avanti e ad altre più indietro; e m’accorgo che la povera madama de Staël non sa cosa si dica, e non trova altra soluzione del problema fuorché nell’analizzare le instituzioni civili ed il carattere morale pubblico de’ Romani, e nel derivarne la nullità del loro teatro tragico. Che libro superficiale! diss’io allora. Che miseria d’ingegno! E mi si schiusero gli occhi dell’intelletto, e sbadigliai su’ miei traviamenti, e corsi ripentito a spolverare i volumi del Tiraboschi, sovvenendomi che anch’egli aveva parlato su questa materia. Corro all’indice; salto di là al tomo I, e m’innamora tosto la gravità di quelle parole a pagina 171, § LI. «Prima di passar oltre, parmi che una non inutil quistione debbasi a questo luogo trattare, cioè per qual ragione, mentre in ogni altro genere di poesia arrivarono i Romani a gareggiare co’ Greci, nella teatral solamente rimanessero sempre tanto ad essi inferiori».

Io proseguiva a leggere; ma mi convenne obbedire al Tiraboschi che mi rimandò molte pagine indietro. Dal qual mio viaggio retrogrado venni a raccogliere che prima de’ bei tempi della romana letteratura la poesia teatrale non era ancor molto in fiore per la ragione che l’arte di poetare non era in quell’onore che convenirlo sarebbe.

Illuminato di tanto, tornai al § LI, onde sapere perché nel più bel secolo della romana letteratura la poesia teatrale non giugnesse a maggior perfezione. E qui confesso l’alta ammirazione che svegliò in me la logica semplice e chiara, e nondimeno profondamente intuitiva con cui il chiarissimo Tiraboschi, sorretto da Orazio, ebbe la bontà di confidarmi che questo non fiorire della tragedia presso i Romani proveniva dallo strepito grande che facevasi nel teatro, sicché appena vi si potevano udire ed intendere i versi, ec. ec.

Garganum (ripeteva il suggeritore del Tiraboschi)

 

Garganum mugire putes nemus aut mare Tuscum

Tanto cum strepitu ludi spectantur, etc.

 

Che consolazione fu allora la mia, stimatissimo D. Ruffino, nel vedere appagata così bene la mia curiosità! Questa è ben altra filosofia che quella di madama. Chi piega al Tiraboschi acume di speculativo intelletto o è stolido o è mentitore o è novatore. Ecco come in poche righe viene dal sapientissimo Tiraboschi stabilito un gran principio filosofico, il quale come tutti i gran principj filosofici dell’universo riesce applicabile in ogni tempo ad altri fenomeni. In virtù di esso io mi sento capace di spiegare le ragioni per cui al teatro la tale o tal’altra Opera in musica non è bella. E dico così: la tale opera non è bella, perché non la si ascolta. E mi guarderò bene dal ripetere col volgo non la si ascolta, perché non è bella.

Così l’importunità della veglia e l’opportunità della lettera di V. S. contribuirono entrambe a convertire al Tiraboschi un amico traviato, quale davvero mi pregio di essere sempre

Di V. S. molto reverenda

Grisostomo

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 02 novembre 2004