Giuseppe Tigri

 Introduzione a

Le disgrazie della Mea

e alla poesia popolare toscana

Edizione di riferimento:

Canti popolari toscani, Rispetti. — Lettere. — Stornelli — Poemetto Rusticale, raccolti e annotati da Giuseppe Tigri, volume unico, Barbera, Bianchi e Comp., Tipografi-Editori. Via Faenza. 4765. Firenze,  1856.

ALLA  ILLUSTRE  DONNA

CONTESSA CATERINA BON BRENZONI.

Voleva pure, nobile e gentile signora, che una qualche occasione mi si porgesse di farle pubblicamente palese la mia ammirazione pe’ suoi bellissimi versi, ne’ quali non so se sia più da lodare la sublimità delle idee o la venustà delle forme, e per l’onore che mi compartiva di riceverli in dono dalle stesse sue mani. Ora io, nel pubblicare questi Canti popolari toscani, ricordevole come ella di questo genere di poesia mi si mostrasse non solo soprammodo invaghita, ma felicissima imitatrice, ho preso animo a compire il pensiero che allora mi corse, intitolando questi Canti al suo chiaro nome. E sebbene nel conversare con essa lei apprendessi la sua modestia non minor del sapere, raccertavami ora la sua cortesia che tanto favore mi sarebbe concesso, e non avrebbe sdegnato questo poetico serto. Esso non è di lauro, quale degnamente se le converrebbe, ma sì di fiori dei monti e de’ colli toscani, nati e cresciuti senza artificio su questo suolo, di che ella tanto, nel visitarlo, si fu compiaciuta.

Le ne sieno adunque i nostri fiori un ricordo, e ad un tempo le dicano quant’io mi tenga per onorevole e grata cosa di potere, coll’offerirglieli, reverir novamente colei, che donava all’Italia gli stupendi Canti dei Cieli, di Dante e Beatrice.

Suo devotissimo ammiratore

Giuseppe Tigri.

Pistoia, li 20 agosto 1856.

PREFAZIONE.

Mi son proposto di pubblicare con semplici note una scelta di canti popolari toscani. Già da varii anni d’una bella raccolta è debitrice l’Italia all’illustre Niccolò Tommaseo. Né, dopo le tante e sì appropriate osservazioni che egli allor vi prepose, saprei trovar modo di fare a questi miei una miglior prefazione. Né per vero doveva esser questa la parte mia in siffatto lavoro; che a quanti ebber letto nell’anno decorso il catalogo delle opere da pubblicarsi dalla Tipografia fiorentina del Barbèra, Bianchi e compagni, si facea manifesto la presente edizione dover esser condotta per cura del Prof. G. Arcangeli e mia; dimodoché per questi canti, che io avrei raccolti, ordinati e annotati, egli avrebbe dettata la prefazione. Tuttavia, come intravvenne che, per la sua morte, questo carico io m’assumessi, farò di toccare d’alcune cose fin qui non poste in rilievo, dichiarando poi quali sieno i subietti, e quali le forme di questi canti che fra noi hanno nome di Rispetti e Stornelli, e quale l’intendimento che m’ha guidato nella scelta di essi, come nel modo di comentarli. Recherà forse non piccol diletto ai filologi il vedere in questo libro quanta parte della lingua, e perfino della poesia del trecento, viva ancora nella sua primitiva freschezza sulla bocca de’ nostri campagnoli. Chè sebbene l’italico idioma col finire del secolo decimoquarto perdesse di pregio negli scritti, pure il popol nostro serbò vergine la favella, come lo mostrano le sue scritture, e certe sue tradizionali storie e canzoni, e quel suo sempre parlar vivo e naturale che, ricevuto da’ padri suoi (retaggio unico forse a tante invasioni, sottratto), alle nuove generazioni religiosamente conservò e trasfuse. Or dal notare come varii di questi canti dal popol toscano più usitati, sì ne’ pensieri che nelle forme si rassomiglino a quelli delle altre provincie italiane (salvo le alterazioni dei respettivi dialetti), e massime a quelli d’alcune a lei confinanti, fu posto in dubbio e rimase incerto dove si fosse da fissare la loro patria primitiva. La quale io non saprei esitare a doverci credere la Toscana, eccettone alcuni, pei quali particolari ragioni possono forse indurre in contraria sentenza.

Ed egli è vero che i canti toscani quasi nel modo istesso son ripetuti in Liguria. Ma grandi furono sempre le relazioni commerciali fra i Toscani ed i Liguri, sia dal lato del mare per l’opposta Livorno, sia per terra, non separati che dal fiume Magra, che per cam-min corto

« Lo Genovese parte dal Toscano. » [1]

Lo stesso è a dire delle provincie della Romagna, del Piceno e dell’Umbria, dove pure si odono le toscane canzoni, a cagion dei commerci, e del continuo trasmigrare di colonie toscane nelle terre di Roma per aiutar quelle genti in opere rurali d’ogni maniera. E dico dalla Toscana poter essere derivate, e parmi anco di dover credere dal primo fiorirvi di nostra lingua, in quanto esse ne appaian segnate dell’interna stampa, e in quel dolce stil novo che notò l’Alighieri, e, a differenza di tante altre rime, serbino somiglianza delle antiche ballate. Perché fino il linguaggio d’amore mantengono, come in quelle soprammodo passionate e cavalleresco; ed appellano dama la donna del cuore e servente amoroso  chi di essa fu preso. Nulla però di più consentaneo che, per amor della lingua e della nuova poesia del popol più colto e più gentile d’Italia se ne invaghissero i popoli delle altre provincie, e quelli principalmente delle limitrofe: «essendo che l’idioma illustre, onde l’Italia si gloria non fosse altro ne’ suoi inizi che il toscano dialetto, il quale anteposto di mano in mano ai parlari e delle altre città e provincie, e culto dai poeti, dai dotti e dagli scrittori per la sua unica bellezza nelle varie parti della penisola, divenne infine l’idioma proprio delle nostre lettere, e il  vincolo comune della italiana famiglia. [2]

Aggiungerò che la nativa purezza, e le tradizioni della buona favella dei secoli decimoterzo e decimoquarto, per mezzo a tante fortunose vicende de’ secoli susseguenti ci furono conservate luoghi più solitari e remoti come nelle biblioteche, in specie de’ monaci del medio evo quanto alle scritture; e quanto alla loquela degli abitatori dei monti: i quali, distando dai centri più popolati, meno sentirono i gravi danni delle ragioni e della corruzione del gusto. E per trattare dei luoghi dove meglio dal popolo in Toscana si parla, pare che omai da ciascun si convenga di dover designare le provincie, e in specie le colline ed i monti, del Pistoiese e del Senese: sebbene possa dirsi senza riserbo che in preferenza degli abitanti delle pianure, quelli tutti degli Appennini e delle valli adiacenti serbarono sempre quasi che intatto il tesoro di nostra lingua, così nel domestico favellare come nelle canzoni. Notevole è infatti, a chi bene osservi, la differenza dal cantare e dal discorrere de’ contadini delle pianure, a quello de’ montanini dell’Appennino. Lo che in gran parte è da attribuire al forestierume delle vicine città, non meno che allo scadimento dei costumi, più presto in esse avvenuto di quello non sia ne’ monti lontani: dove soldato o mercadante straniero non giunse o non prese dimora, e dove l’antica semplicità di quelli abitanti, la vita sobria e tranquilla, come li serba della persona i meglio conformati e robusti, e dello spirito i più intelligenti e virili. [3] così potè lor mantenere sobria e pura la forma della favella: vera espressione dell’animo loro, in quanto ogni voce rappresenti un’idea.

Per questo modo s’intende anche la differenza che vi ha dal canto del popolo de’ nostri monti, a quello delle pianure. Laddove, per la detta intrusione più facile che non su i monti) di vocaboli e modi de’ diversi stranieri dominatori, se ne scemò ognora più la purezza e la grazia, finchè nell’ultimo secolo si ebbe per giunta la brutta mistura dei gallicismi, all’indole della lingua assai più dannosi delle spagnole gonfiezze. Ed essi non pur fra ’l popolo rimanevansi: ma anche le alte classi, con appassionarsi per la nuova francese letteratura, apprendevan-li: e il danno e la vergogna dura pur sempre. Dirò poi che lo scadimento de’ costumi egualmente per ogni ordine della società lamentato, si disvela pur troppo anco nelle canzoni che vanno per la bocca, non tanto dell’insano volgo, quanto degli artigiani. Le quali,  quando non incitano a feroci passioni, sono o scipite o lubriche; per Io più in un gergo bastardo ed in versi balordi, mandati per maggiore strazio sulle arie più belle delle Opere nostre.  Sebbene con queste da qualche tempo non sia d’uopo di far cambio di versi, chè in buon dato di tal genere la più parte dei Melogrammi Moderni, ne’ quali non altro sapresti approvare che di averli invece denominati libretti, e cambiato il nome di poesia con quello di di parole.

Oserò dire per questo che ogni virtù popolana sia sbandita dalle città, e si sia ricovrata su i monti? No certo, ch’io nol potrei. Solo richiamerò a riflettere, che le virtù sogliono essere in pubblico onorate, e decantate più facilmente, in que’ tempi e in que’ luoghi ne’ quali in generale si praticano.

Osservate invece il carattere di queste nostre montanine canzoni. Dovunque, anche nelle ispirate dalla più violenta passione di quell’ amore, che può asserirsi unico soggetto di esse, è sempre serbato un principio di netto animo e di pudore. Non vi travedi un pensiero men che onesto, né v’ha una parala di lubrica ambiguità. Nessuno che ricordi delitti o pubbliche o private sventure. Chè la natura porta ti popolo, quando canta, a cercare un sollievo alla sua misera condizione, piuttosto che ad alimentarne con la memoria il dolore. E intanto nello svelarti il proprio animo, non scorgi artificio e molto meno finzione. V’apprendi poi che per capriccio non ama, né per parere, o per progetto, come alla francese direbbesi. Ma perchè la scelta delle proprie affezioni gli deriva   unicamente  dal cuore, per l’ordinario è bramoso, con l’unione santificata dal matrimonio, di continuarle per tutta la vita. Di qui quelli entusiastici e gentili concetti de’ giovani innamorati verso le elette donne, che vorrebbero pure esaltare sopra tutto ciò che di bello si offre loro d’intorno. Di qui è che da lunge le salutano con lettere le più poetiche; presenti poi, onorano con espansioni di gioia pura e modesta, e d’un affetto capace dei più gran sacrifizi; in fine con quella bonarietà, con quel core aperto e nobile a un tempo, com’è del far loro, e che il Manzoni ha saputo tanto bene ritrarre in Renzo e Lucia, i poveri montanini di Lecco. Così infatti questi nostri si van ripetendo:

« E tu non mi lasciar per poverezza,

Che povertà non guasta gentilezza.»

Né è da credere che l’influenza della religione cristiana a infonder loro questi nobili sensi non v’abbia avuto gran parte. Fu essa infatti che, santificando l’amore, innalzò la donna, di condizione qual ella fosse, a un alto grado d’ossequio e di un culto quasi religioso, di cui presso le nazioni pagane non si ebbe pure l’idea.

Tanto semplice poi in questi canti è lo stile, che talora diresti accostarsi più che altro alla lingua parlata. La quale (per dir solo di quella del Pistoiese) odesi pronunziare con armonia musicale dalle colte persone sino al popol minuto, e senza quasi veruna alterazione e specialità di vocaboli: lingua che può tradursi in iscritto ed aversene un buon dettato. E a più ragione quella de’ monti, che ben può dirsi di pura vena; e i canti stessi ne fanno fede. Laddove se il verso non è scritto con arte, né sa, né bada a regole nïente; se quella loro musa silvestre non pretende già d’esser figlia del sole;

« Né ha cetra d’oro o d’ebano contesta:

È rozza villanella, e si trastulla,

Cantando a aria conforme le frulla;» [4]

le rime loro però sono spesso una meraviglia per l’armonia imitativa del pensiero, per la disposizione avveduta delle parole, per la eleganza delle frasi; e più per quell’affetto che dal cuore si parte, e spontaneo corre sul labbro, e, come amore spira, l’interna passione va significando.

Talora son piene di baldezza come i loro volti, e di giovialità come i loro sorrisi; prendono uno stile casalingo e faceto, e toccano anche lo scherzo e il motteggio: in generale però, tristi o lieti che espriman gli affetti, t’appaion più umili che pompose: e se v’è dell’iperbolico, del secento non v’è. Come semplici e schiette ne sono le idee, soave e piana ne è la dizione; sicché molte le diresti intonate su quelle amorose di Dante e dell’amico suo messer Cino. Non è a dir poi delle imagini tanto graziose tolte dalla natura, e per la più parte da ciò che spesso cade loro sotto de’ sensi, come dal cielo, dagli astri, dai venti, dal mare, dagli uccelli, dagli alberi, dalle frutta e dai fiori: e da questi più di sovente; perocché essi gli invochino come simboli de’ loro affetti, e sin anco de’ loro destini. Voci infine e maniere tu vi riscontri, non solo vive ma vispe, spesso pur nuove, e poste in uso con insolita e maravigliosa evidenza.

E qui ne verrebbe fatto d’investigare lo ’mperchè questi canti popolari toscani, diversamente da altri somiglianti d’Italia, non trattino che subietti d’amore. Ho veduto infatti alcuni canti popolari di altre parti d’Italia, [5] dove l’amoroso argomento ha la sua parte, egli è vero, ma v’entrano ancora le storie speciali di castellani, di strani casi e di fatti di guerra, che si collegano in parte alle glorie e alle sventure del bel paese. Lo stesso potrebbe dirsi de’ canti corsi. Ma quanto ai toscani, come parmi che nella forma sieno foggiati su quelli de’ trovatori, in specie sulle ballate, così ad essi s’uniformarono nel subietto che ebbero unico, l’amore.

Male si potrebbe asserire in qual epoca incominciassero questi canti: ma certo, se non con gli esordii del risorgimento in Toscana della nostra letteratura, nello spazio però di que’ due primi secoli in che si perfezionò il bellissimo nostro idioma, com’è a veder dallo stile che tien tutto del modo delle poesie di quel tempo. Lo stesso è a dire per riguardo al subietto; dacché il secolo decimoterzo e decimoquarto non udì che trovatori e poeti, i quali tutti rime d’amore usar dolci e leggiadre; quasi che l’italiano linguaggio, per la gran potenza d’amore, come per incanto dovesse sorgere e divenire gigante. E primi a svolgere cotal subietto si furono i trovatori, «esaltando i costumi cavallereschi e le imprese della Tavola rotonda, ed altre simili leggende, come della regina Ancroia, e della Spagna istoriata, che leggevansi dal popolo sino ai tempi dell’Alighieri, e mantenevano nell’infime classi della società que’ nobili sentimenti d’onore e quella braveria militare, che rialzava il carattere  della nazione, e che avea prodotto, unitamente allo spirito religioso dell’epoca, il generoso entusiasmo delle Crociate.» [6] Seguitarono i poeti l’amoroso tema; che amore ebbe già le sue corti, e della poesia fu e sarà sempre la prima e la più splendida sfera; e chiara fede ne porsero Dante, Cino, e Petrarca, ispirati l’uno da Beatrice, l’altro da Selvaggia, il terzo da Laura. Se non che essi non a quel solo sentimento si stettero paghi; che anco per amore del natio loco ne tempraron la cetra, massime l’Alighieri. Il quale come amore lo mosse che nella mente gli ragionò ed il fece parlare, donò al mondo il divino poema; e di tal guisa Beatrice e la patria, questi due

santi

Amori si confusero in quel petto,

L’ un dell’ altro conforto ed alimento. [7]

Se il canzoniere del cigno di Valchiusa produsse dipoi una lunga serie di petrarchisti, non io per questi plastici componimenti d’amore mi farò paladino. Mi basti frattanto coll’esposto fin qui di aver prevenuto le note di alcuni, cui siffatte pubblicazioni non andranno a versi, dicendo non esser questo il tempo d’intrattenere di cose d’amore. Oh forse più felici gli uomini se l’amore, vita ed incanto dell’universo, avessero sempre potuto richiamare a queste semplici e modeste espressioni! se egli avesse potuto tener luogo di quello fantastico e disperato, se non vuoi anco lascivo e bestemmiatore, di che il core di tanti giovani oggi si inebria e s’avvelena, ritraendolo da poeti e romanzieri non nostri! E felice l’Italia se in tutto il suo popolo si fosse ancor mantenuto quel gentil sentimento di che s’informano questi canti, e che può solo inalzarlo ai due più sublimi pensieri che valgano ad onorare l’umana natura, la religione e la patria! « Perocché, opina il Gioberti, [8] errano di gran lunga coloro che non sanno ravvisar con Platone sotto i simulacri della fama, della carità nazionale, dello stesso amore terreno (purché non sia vile e sensuale) che infiammano gli uomini, quell’idea eterna che è l’unica fonte d’ogni bellezza. Amore fu quegli che, anima della civiltà, e impulso il più operoso de’ suoi progressi, produsse al mondo ogni gran virtù morale e civile, ogn’impresa utile e straordinaria, ogni opera profittevole e duratura d’ingegno, di senno, di zelo per la patria, di valore e di sacrificio per essa. »

Ma vi hanno pure fra noi altri canti che si dicono popolari, e di cui m’è duopo tenere discorso. E’ son questi certe storie o leggende di vario metro, più spesso in ottave, e di diverso argomento, che in Toscana si cantano, e vanno per le mani del popolo; vendutegli nelle feste e nei mercati, alle città e pe’ borghi, dai così detti cantastorie, che fin qui solevano essere anche i loro giullari. Avevamo pure i nostri rapsodi nei ciechi mendicanti, che al suono del mandolino cantavano storie per le vie, e talor le vendevano. Ma io, dopo di averle a studio raccolte e con diligenza osservate, ho dovuto convincermi che non posson riporsi fra quei canti di cui fo parola; che non sono, com’essi, ispirazioni primitive popolari e tradizionali, né tampoco s’informano d’alcuno spirito patriottico; ma la più parte son prose malamente rimate, composte in una lingua povera e più che alla buona; raffazzonamenti d’antiche leggende di ogni parte d’Europa, fatti per ispeculazione da’ poetastri dozzinali del giorno, o poco innanzi del secolo passato; subietti d’amore, di devozione, o d’atroci delitti, esagerandone la narrazione con ogni sorta di fantastiche imagini, per colpire e allettare i poveri idioti, in specie delle campagne; che d’altronde nel sentirli cantare, e’ li acquistano volentieri, perchè, se non altro, tengono i versi ed il canto pel più gradito conforto. Che se fra storie siffatte alcuna ve ne ha delle più antiche e discrete (e notate che la lingua di queste poche avrebbe anche assai garbo) è stata guasta dai riduttori, non che dai tipografi.[9] Fra queste le più notevoli sono le storie di Mastrilli e Marziale, assassini che seppero deludere la giustizia, e salvar l’anima a buon mercato; di Guerrin Meschino, di Lionbruno, di Nerone, dell’Imperator superbo, di Flavia imperatrice, di Marzia, di Costantino e Buonafede, e del papa Alessandro III: poi d’Ippolito Bondelmonte e di Dianora de’ Bardi, e di Ginevra degli Almieri, uniche ch’io rinvenni di toscano argomento, svolto pur sempre dal lato d’amore. Aggiungi la liberazione di Vienna, la regina Uliva, la Regina sfortunata di Cipro, le sette galere di Spagna, il Castellano, il Cavalier d’Olanda, Paris e Vienna, Manetta cortigiana, Piramo e Tisbe, la dolce Chiarina, e altre canzonette d’amore; e infine, Napoleone a Mosca, e Alessandro a Parigi, ottave del Menchi, improvvisatore famoso della montagna pistoiese, ultimo fra i cantastorie e i giullari della Toscana. Queste, con molte leggende di vite di santi, e di miracoli d’ogni maniera, costituiscono il subietto di siffatte canzoni. Le quali il popolo legge sì, perchè ama lo strano e il maraviglioso, ma non le ritiene a memoria né le fa sue, eccetto qualcuna delle religiose, perciocché non toccano per diretto il suo cuore, né il suo focolare domestico, e tanto meno il proprio paese. E potrebbe pur ricordarsi che egli un tempo, questo popolo nostro, cantò i versi di Dante, e dappresso le laudi di Fra Iacopone da Todi, e le rime del Savonarola e del Benivieni, tutte infervorate d’amor di patria e di religione; con le quali si tentava di mantenere in esso que’ due nobili sentimenti, e l’affezione al libero governo della fiorentina repubblica. Vuolsi anche n’avesse una che egli cantasse in dispregio del traditor Maramaldo, chiamandolo Maramau; nome che oggi pure ha un significato di terrore e di scherno. E forse anche il prode Ferruccio ebbe dal popolo il suo nobile inno. Ma niuno di questi canti ci fu tramandato: e breve durarono, se pure ebber vita: che altre storie gli s’imposero da’ nuovi padroni, per allettarlo al fiacco e corrotto vivere, e per tal modo all’oblio della patria. E questi furono i laidi canti carnascialeschi d’un Lorenzo de’ Medici. In tempi a noi più vicini fu udito cantare la canzone del coscritto, voglio dire il lamento del povero giovine toscano, che la potenza ambiziosa d’un conquistatore toglieva a forza dalla famiglia, e mandava a combattere in terra lontana, e per una patria non sua. Di che non rimangono che pochi Stornelli, e questa appassionata canzone, mandata sur un’aria non meno espressiva:

« Quando sarò lontan da questa parte,

E più non rivedrò la patria mia,

Io metterò la penna in sulle carte,

Carte che scriverò, Rosina mia.

Ahi! che partenza amara,

Rosa mia cara,

Mi convien far!

Vado alla guerra, e spero di tornar! »

E suonarono infine sulle labbra del popolo, pochi anni decorsi, canzoni ed inni nazionali e guerreschi. Ma in generale si apprende che questi canti gli erano ispirati dalle circostanze, passate le quali, secondo che consigliava una diversa politica, non gli s’udirono più ripetere, e solo gli rimasero quelli suoi tradizionali d’amore da sé stesso composti, e qualcuno appreso da’ nostri epici, che talora i più rozzi udiron leggere dai gramatici del paese. Dirò fra gli altri del canto d’Erminia, che al nostro alpigiano non meno è a grado che al veneto gondoliere. Dal che può asserirsi che la poesia popolare toscana canti politici tradizionali veramente non ne ha, o se pure ne ebbe, andaron dispersi fra le civili sommosse, che in diverse epoche sovvertirono e riformarono il suo reggimento. Infatti se si pensi quali fossero le condizioni politiche di questo paese fino dal tempo che la lingua nostra potè sciogliersi libera ai canti, si vedrà che esso non offeriva che un aggregato di piccole repubbliche; le quali, per quanto informate da spirito d’indipendenza e di libertà, straziavansi l’una l’altra, e al povero popolo non davano grandi occasioni di lodarsi di chi facevagli imbrandire le armi, e lo astringeva a pugnare per ambizione di signoria, o per odio di parti, o per private vendette. Lo che a più ragione potè dirsi del popolo delle città, più facilmente per vicinanza instigato ad incarnare que’ loro corrucci. Massime poi quando, col mutarsi le forme governative, il ferreo governo mediceo lo dominò, e straniere armi appuntò su di esso. Prostrata fin d’ allora la sua vigoria, scemato in breve per difetto di commercio il lavoro, e sovente, come si legge, percosso dalla pestilenza e dalla fame, questo popolo così immiserito, a tutt’altro che al canto poteva scioglier le labbra. Non però che egli pure non ne sentisse il bisogno, che veramente gli è ingenito, e col quale, sia nelle officine, sia nei campi manifesta le sue gioie, e fa del pari dolce inganno al suo duolo. Si è veduto anzi che egli spesso confortasi con quella nota canzone:

« S’io canto tutto il giorno, il pan mi manca,

E se non canto, mi manca a ogni modo. »

Benché essa, come tante altre che rendono quasi la stessa idea, deriva dal popolo delle campagne, massimamente dall’abitatore de’ monti; essendo che egli, com’io notava, più ne senta il desio, piena siccome egli ha la sua anima di maggiore entusiasmo fra tante bellezze e varietà di  natura, respirando un aere purissimo, e all’aspetto d’un cielo sì azzurro, e sì pieno di soavi e miti raggi di colore e di luce. Perocché in Toscana chi non direbbe incantevoli, e soprammodo poetiche le valli che si schiudono a grado a grado, a guisa d’anfiteatro, tramezzo ai monti dell’Appennino; sieno le aperte e ridenti irrigate dalla Versilia, o le chiuse e selvose del Serchio e della Lima, o fra i più erti suoi gioghi quelle delle Limentre? Chi non ha per bellissime la valle dell’Ombrone minore, e le altre comprese fra essa e il Bisenzio: poi la val di Mugello, e più oltre fino a tutta la val di Sieve le circostanti a Firenze; situate siccome sono in una mite postura di mezzodì e ponente, rigogliose però d’ogni sorta alberi da bosco e da selva, e di ampie e floride praterie; e, via via degradando per le colline, di viti e d’ulivi, e di messi e di frutta quante vuoi le migliori? Cui non allettò soprammodo lo svariato e magnifico aspetto del val d’Arno superiore, col suo boscoso Casentino; e l’alta valle tiberina: e nel Senese, le belle valli dell’Arbia e dell’Ombrone maggiore; e poco  lunge, il poetico Monteamiata? Tralascio di parlare di tante valli minori  adiacenti, e de’ luoghi poi lungo mare; dove in questi poco si canta, avendo solo per mesi abitatori non suoi; [10] in quelle, se troppo vicine alle pianure e alle città, non hanno più le canzoni la lor primitiva montanina freschezza. Da’ monti adunque e dalle colline principalmente, si leva continuo pe’ suoi coloni quest’inno d’amore, cui fra gli esseri anima li par che gli uccelli col loro canto in ogni stagione facciano eco.

Solo contribuì a svariare in parte la monotonia del subietto la emigrazione, che quasi tutti i coloni del nostro Appennino fecero e fanno per le Maremme sul finire d’autunno. Colà, e finanche all’ isola dell’Elba e della Sardegna, per amor di guadagno si recano, e vi dimorano per quasi tutta la primavera; menando una vita di stenti e di continua fatica nelle lavorazioni del ferro e d’altri metalli, o a tagliar legna, o a far carbone e potassa. Ma l’amore del luogo natio non li abbandona un istante; che gli è anzi il più gradito de’ loro parlari, quando in specie le compagnie dei lavoranti si compongono di gente dello stesso paese. Più poi se a’ cari monti alcuni di essi lasciarono la lor fidanzata, cui s’ingegnano per affettuose lettere (di che appresso dirò) a mostrar come sempre si mantengano in fede. Né alla poveretta rimasta sola sui monti è meno a cuore il suo damo, cui sul partire con tanto affetto avea salutato:

« E va che Dio ti dia la buon’andata,

E la tornata sia dolce allegrezza!»

(Rispetto 387.)

E pel quale, recatosi all’ isole, così suol pregare :

«S’è partita una nave dallo porto,

Ed è partito lo mio struggimento.

Madre Maria, dategli conforto

Acciò vada la nave a salvamento! »

(Rispetto 398.)

E se egli è in Maremma, e alla buona fanciulla baleni il sospetto di quell’aria sul tempo del ritorno spesse volte fatale, pensierosa, questa canzone va ripetendo :

« Tutti mi dicon, Maremma Maremma;

Ed a me pare una Maremma amara!

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Tutto mi trema il cor quando ci vai,

Per lo timor se ci vedrem più mai »

E dice che senza di lui la valle le par rabbuiata, e non ci vede più levare il sole. Al suo ritorno però di nuova luce le sembra risplendere ; sicché tutta giuliva si ode cantare:

« L’è rivenuto il fior di primavera,

L’è ritornata la verdura al prato,

L’è ritornato chi prima non c’era,

È ritornato lo mio innamorato. »

Tale è in generale l’argomento e la forma di questi canti. Ora aspettando che i mutati costumi riformino in meglio le aspirazioni del nostro popolo, più che nol facciano certi versi moderni che si dicono scritti per esso, ma che egli o non intende o non legge, chiedo frattanto che anco a compenso di tante sue triste canzoni, per le quali l’opinione pubblica dovrà protestare, sia fatta grazia a queste semplici aspirazioni d’amore, che sotto il titolo di Canti popolari toscani si danno alla luce, e principalmente a cagione del bellissimo idioma, che, come in sorgente di limpida vena, nella nativa purezza vi si riscontra. Il quale, in quel modo che qui è usato, quando si volga a trattare più gravi e più importanti argomenti, gioverà non poco alla bellezza, alla magnificenza e all’efficacia del dire, come ad ogni genere di scrittura.

Quanto al modo di pubblicazione di questi canti, dirò, che alla divisione, tenutasi dal Tommaseo, secondo le varie affezioni dell’animo che ciascuno di essi rivela, mi è sembrato di dover preferire quella per generi, in componimenti sì brevi, e non aventi che un solo subietto, l’amore. Si offron per primi i Rispetti; ai quali ho voluto unire alcune Lettere, pure in poesia, per dimostrare come di questa sien vaghi, e tenga vece per loro del più gentile linguaggio. Succedono le Serenate, poi li Stornelli; infine i Rispetti e gli Stornelli che racchiudono una sentenza o un proverbio.

Tutti sanno quanta importanza si sia messa da qualche tempo nel raccogliere i canti popolari delle primarie nazioni, e come già assai molti ne fossero pubblicati dai più dotti filologi inglesi, francesi, tedeschi, danesi, svevi, olandesi, polacchi e russi. [11] Intorno poi ai canti italiani, come vi si fossero adoperati con ogni studio a raccoglierli il Tommaseo, il Basetti, il Giannini, il Nicolini, il Marenco, ed il Pieri, il Thouar, il Carrer, il Visconti, il Cantù, il Pompili e il Sebastiani; ed ultimo per tempo, non già per diligenza e buon gusto, e per isquisitezza di giudizio, il Marcoaldi. [12]

E per parlar dei toscani, fu de’ primissimi a farcene dono l’egregio Silvio Giannini fino dal 1839, nella sua Strenna La Viola del pensiero; cui succedeva il Tommaseo nel 1844, dandoli in luce con illustrazioni, nella sua gran raccolta di Canti corsi, illirici e greci. E ad esso nella bell’opera si aggiungevano, secondo che egli stesso ne dice, un Atanasio Basetti, che primo forse di tutti ne aveva raccolti sul nostro Appennino: il Giannini surricordato, da varie parti della Toscana; il Padre Pendola dal Senese; Stanislao Bianciardi da Montepulciano: e dal Pistoiese la Tipografia Gino; la quale una piccola raccolta ne pubblicò: e infine se ne videro editi per varie Strenne.

Ho scelto di questi canti quelli che mi son parsi veramente tradizionali e più antichi, e mi sono ingegnato di escludere, per quanto mi è stato possibile, gli ammodernati. Ed in ciò mi son giovato de’ confronti con altri. Ma è difficile (posso dirlo col Tommaseo) distinguere talvolta la vera poesia del popolo dalle imitazioni avvedute, sebbene anch’io, per affetto e per esercizio, ci abbia fatto l’orecchio. Per questo, mentre ho voluto darne una scelta dei più originali, non potevano avervi luogo né i moderni né i politici; e molto meno quelli che, sebben popolari, sentono troppo del triviale, e talora, perchè fatti dalle plebi della città, sono anche lubrici, e non hanno alcun merito dal lato della dizione. Molto più poi tra i moderni ho dovuto escludere i politici per le ragioni che tutti sanno. De’ quali, e qualcuno anco degli antichi (sempre però de’ Rispetti), ricorderò essere stati posti in musica ne’ decorsi anni da vari maestri di canto. E fra costoro non vorrò per certo dimenticare il maestro Cipriani di Livorno, e il maestro Gordigiani di Pistoia; distintissimo per la novità e semplicità che ha dato alle arie, tenendosi sempre a quel bel genere dell’idilio, facile e popolare.

Or per chi fosse ignaro di questa specie di componimenti, noterò alcun che intorno a ciascuno di essi.

E quanto ai Rispetti: con questo nome si chiaman fra noi certe brevi poesie amorose, quasi rispettosi saluti che si faccian fra loro gli innamorati :

« ’Ete cantato voi, canterò io:

E quanto vi rispondo volentieri! »

(Rispetto 294.)

Lo che soglion fare ad ogni ora del giorno, sebbene prediligano le ore notturne; che, come dicono,

« La sera per il fresco è un bel cantare. »

(Rispetto 653.)

Si compongono di quattro, di sei, e d’otto versi, e talora di dieci. Ma per l’ordinario posson dirsi sestine, al chiudersi delle quali gli altri versi rimano a due a due, e svolgono sempre con molta grazia, e quasi con le stesse parole di poco invertite, il concetto finale. La chiusa quasi sempre è bellissima e inaspettata. Fra i Rispetti e fra gli Stornelli ve ne hanno di sentenziosi; e allora la sentenza è a’ primi versi; e appresso, a modo di parabola o d’apologo, segue l’esempio che la comprova. Talora il modo è inverso, e con la sentenza si chiude il Rispetto. Sono stato di credere che fosse opportuno di porre distinti quest’ingegnosi dettati, che sono il codice e il testo di tutta la filosofia del popolo: sebbene e’ se ne trovino sparsi anco fra i vari Rispetti, ne’ quali vi stanno come a convalidare il pensiero amoroso; cosicché con ragione si possa affermare, che, sia per la lingua come pei concetti, questo libro starà accanto ai Proverbi Toscani raccolti dal Giusti.

Dissi già come questi canti popolari potessero reputarsi originati dalla Toscana. Non però che in essi non si riscontri la forma di quelle rozze poesie primitive che in Toscana dopo la metà del secolo decimoterzo furono meravigliosamente trasformate col suo letterario risorgimento. E per vero, trovasi nei Rispetti alcun che di somiglianza con gli antichi Strambotti (derivazione da stran motti, cioè strani motti; e nella montagna pistoiese s’appellano anche di questo nome); i quali sono un genere di poesia amorosa, in ottave sciolte, tutto proprio dei trovatori siciliani. [13] Furono poi imitati felicemente fra i Toscani dal Pulci, dal Poliziano, e da Lorenzo il Magnifico. Il Forteguerri ne diede pure un bel saggio nel Canto XII del suo Ricciardetto. Ma però havvi sempre una notevole differenza fra i nostri Rispetti tutti intonati, com’ io diceva, su quel dolce stil nuovo, e quel genere loro di poesia. La quale se non è rozza, come i canti rusticali de’ tangheri della montagna, e altri composti in un proprio vernacolo, non è neppure, come quella de’ Rispetti, disinvolta e gentile. Perlochè, con un po’ di garbo, egli è vero, e se vuoi anche, più che non sia nel Lamento di Cecco da Varlungo, ma ti par sempre che faccian parlare una villanella o un bifolco. [14] La medesima differenza che è fra i canti pastorali di Bione e di Mosco, e quelli di Titiro e Melibeo, quella sarei per porre fra di essi. Se non che se i Rispetti coi canti virgiliani si volessero raffrontare, tranne di questi le forme maravigliose, vi si scorgerebbe talora meno affettato il concetto, e una poesia che più si parte dal cuore. Egli è poi certo che più che altro prendono somiglianza delle antiche ballate; delle quali i primi tre versi, che sogliono andare staccati, si rassomigliano agli Stornelli. Un esempio ne abbiamo nella seguente d’un trecentista:

« Donna, se i raggi de’ begli occhi tuoi

M’hanno infiammato il disioso core,

Usa dunque pietà, che ’l vuole amore.

Per esser cruda mai bellezza alcuna

Riluce, se pietà non la fa bella;

Tu che leggiadra sei più che nessuna

Ne’ be’ costumi e donnesca favella,

Fammi contento solo omai di quella

Grazia che cerca lo infiammato core,

Poi che per servo mi t’ha dato amore.»

D’onde si vede che i primi tre versi, al pari delli Stornelli, racchiudono un concetto compiuto.

E infatti li Stornelli son canti brevi, di non più di tre versi: quasi ritornelli sulla rima della parola enfatica, o d’un fiore, invocato per lo più in un primo quinario, cui succedono due endecasillabi, e l’ultimo fa rima col nome del fiore. Diresti che il poeta andando per le selve e pei campi, ha preso argomento da ogni fiore che via via gli s’è offerto dinanzi, e lo ha invocato come testimone delle sue pene amorose.

Ora io ponendo mente che siffatto saluto o invocazione ai fiori non si trova che in queste nostre canzoni o in alcune poche de’ paesi limitrofi; le quali, siccome dissi, possono essere di qui derivate; sempre più mi confermo nel credere che sieno originarie della Toscana: di questo paese dal mite aere e dal suolo ubertoso di ogni sorta fiori e frutta, e che per mille altre felici condizioni di natura e dell’ arte, il giardino d’Italia fu appellato; di esso che ha per capitale una città che dai fiori s’intitola, e del quale già scriveva a Dante l’esule messer Cino:

« Deh Quando rivedrò il dolce paese

Di Toscana gentile,

Dove ’l bel fior si vede d’ogni mese! »

Né sempre il fiore in questi canti sta senza senso; che talora anzi il concetto che segue è ispirato e dedotto o dalle forme, o dalla fragranza, o dal frutto che esso produce:

« Fior di limone;

Limone è agro e non si puol mangiare,

Ma son più agre le pene d’amore. »

Nella montagna pistoiese gli Stornelli hanno anche nome di Ramanzetti, vestigio forse delle antiche romanze. E vogliono altri che Stornelli sieno detti da questo, che si cantano a storno e quasi a rimbalzo di voce, o a ricambio da un colle all’altro, fra uno e l’altro pastore o pecorara. Il qual breve canto è invero più adattato de’ Rispetti per quelle loro disfide e gare amorose, in motti di due o tre versi, siccome quelli soliti a ricambiarsi i pastori di Virgilio negli alterni canti, ed in uguali tenzoni.

Chi è di loro il primo a cantare, suol dar principio con questo Stornello:

« E io de li stornelli ne so tanti!

Ce n’ho da caricar sei bastimenti:

Chi ne vuol profittar, si faccia avanti. »

Allora le valli risuonano per lung’ora delle loro canzoni, che con quelle cantilene e portate di voci sì argentine e squillanti vanno proprio alle stelle. Dopo il secondo verso di ciascuno stornello sogliono ora i campagnoli cantarvi un’altr’arietta per intercalare, che tien come luogo del ritornello del violino, e che ripetono pur dopo il terzo; e quest’arietta ha sempre relazione col concetto dello Stornello; come sarebbe:

« Ma perchè ma perchè,

Caro mio amore, non mi vuoi ben? »

« Quest’ è l’aria per rifinirlo (mi diceva un pastorello); che se no, non andrebbe bene. » Ossivvero:

« O biondina, come va?

Oggi va ben, ma diman chi lo sa? »

oppure:

« L’albero secco le foglie non ha;

Con lo mi’ amore le paci vo’ fa. »

« E non so e non so

Se marito lo prenderò. »

« Perchè piangi, perchè sospiri,

Perchè t’adiri, caro mio ben? »

E queste strofette le pongono anche ai Rispetti, che in antico le chiamavano le rifiorite.

Le Lettere son per lo più in ottave, e l’ultimo verso di ciascuna di esse offre la rima a quello della susseguente, come sogliono negl’improvvisi. Si è dubitato se sieno composte da coloro che le spediscono. Ma è da sapere che raramente incontra che in un borghetto o in uno di quelli, omai impropriamente detti, castelli della montagna, non vi sia un poeta o una poetessa: perocché sovente fra loro, come corre il dettato, sott’abito vile s’asconde tesor gentile. Ed è pure difficile che non si trovi chi scriva né canti di poesia o di rima fra le compagnie de’ maremmani. Or quando lo scrivano una lettera in versi non sa comporla (che in versi suol esser sempre se è diretta alla dama), ricorre allora al poeta del luogo, che, compreso il concetto, subitamente gliela distende. Per simil maniera i montanini trovano a Roma, in piazza Montanara,[15] presso il Teatro Marcello, e in Campo di Fiori, chi, messo banco, e per piccola moneta, scrive loro lettere in prosa, d’ogni argomento, e di arabeschi simbolici gliele dipinge. Lo stesso costume si pratica in Napoli. Né al nostro alpigiano lo scrivere in versi gli è poi tanto una difficile impresa: che, mutati i nomi e poche circostanze, molto si serve delle frasi erotiche dei Rispetti, di cui avrà in testa un visibilio. E quanto alle lettere ch’io metto in luce, parrà strano davvero che nel 1856, o pochi anni innanzi, un incolto abitatore de’ monti le abbia dettate in sì gentil poesia. E posso attestare che non mi si pose alcun dubbio che fossero composte dallo scrivano; che le ho tolte dai loro autografi, e le ho stampate con la medesima ortografia con cui sono scritte. E sia pure che alcune ve ne abbiano delle tradizionali. Ma la gioventù di montagna quasi tutta anche adesso suol cantare di poesia, e però con verità può scrivere:

« Vanne, foglio gentile onesto e casto,

Che proprio di mia mente t’ho composto. »

Mentre poi in un’altra leggesi quest’ottava:

« Salutatemi, bella, lo scrivano:

Non lo conosco, e non so chi si sia.

A me mi pare un poeta sovrano,

Tanto gli è sperto nella poesia.

Bene istruito, e con la penna in mano,

Secondo Apollo mi sembra che sia;

Al fonte d’Elicona abbeverato,

E dalle nove Muse incoronato. »

Dalla quale s’apprende che la dama ricorse ad altri per compor la sua lettera. Senti però che non è verseggiatore da meno questo suo damo.

Occasione allo scrivere si è l’emigrazione in Maremma, e la lunga assenza de’ loro uomini dai monti nativi, dove a custodia de’ focolari paterni non rimangono che le donne ed i vecchi. Allora l’amore, se fra que’ buoni figliuoli s’è acceso, per lontananza s’infiamma, e non aspirano che a quel giorno, che suol essere del mese di giugno, quando sani e con qualche po’ di peculio, potranno tornare alle loro montagne. Frattanto lo stesso amore e lo stesso pensier del ritorno fa comporre d’improvviso alle donne i più soavi Rispetti. E ora s’inviano i più caldi sospiri, ora le lettere, dando principio a modo delle licenze delle italiane canzoni:

« Vanne foglio gentile, e spiega l’ale;

Vanne ove posa la mia bella aurora. »

O, come Ovidio dal Ponto, i saluti si mandano per una stella; o con altri forbitissimi versi aspirano che un felice vento raccolga il desio dell’amante, o van pregando la rondinella ad arrestare il suo volo, onde con una penna delle sue bell’ali possano scrivere una lettera all’amor loro, che poi le renderanno il suo bel volo, e la penna innamorata. Talora questa sorta di lettere racchiude il disegno in rosso di un core ferito da un dardo; o di due, avvinti da una catena; o d’un pesce, o di due, l’uno incontro dell’altro; o di due vasi di fiori, o di due corone; per indicare l’affetto scambievole degli amanti:

« E se la legge, è scritta con amore,

Sigillata col sangue del mio core.

(Rispetto 418.)

Tal altra vi è una premessa, come dal Rispetto:

« Vanne, carta volante, a lei che adoro. »

E da quell’altro:

« Carta, parla per me tu che sai quella. »

O hanno per titolo:

« Ama chi t’ama. »

« Vera consolazion delle mie pene. »

E simili altri.

Sonovi infine le Serenate, o Inserenate, come il popolo suole appellarle, le quali consistono nel cantare e sonare che fanno gli amanti di notte al sereno dinanzi alla casa delle donne loro. Certo che quest’usanza deve essere delle antichissime. Perocché nel cuore dell’uomo sia innato l’amore; e molto amando, e potentemente volendolo esprimere, il linguaggio parlato per lui talora riesce freddo, insufficiente, incompiuto. Bene invece l’affetto e la gioia, e l’armonia del pensiero che gli ride nella mente, può rivelare con la poesia e col canto, essendo che nella poesia si colori e si avvivi la più alta espressione di quanto possono gli umani intelletti. Il canto adunque, come l’amore, può argomentarsi che sia nato con l’uomo. Prima però fu inventato il suono che il motto. Quindi presso tutte le civili nazioni i primi saggi poetici furon trovati a vestire qualche gradita melodia. Così avvenne in Italia, in questa terra prediletta de’ melodiosi concenti. Per le opere e per le dottrine di Guido d’Arezzo, con pari ardore che nella poesia, si pose l’ingegno a coltivare la musica. La quale, a’ tempi dell’Alighieri, per Casella l’amico suo fu a tal grado condotta, che sin d’allora gl’Italiani in quest’arte si ebbero quel glorioso primato che pur sempre mantengono. E ben lo ricordino i nostri maestri, che quel primo lume della musica italiana la sua maggior fama raccolse dal porre in nota i versi d’un Alighieri:

« Amor che nella mente mi ragiona,

Cominciò egli allor sì dolcemente,

Che la dolcezza ancor dentro mi suona. »

Purg., 11.

Fino dal secolo duodecimo adunque a tutte le composizioni poetiche nell’idioma volgare, ne vennero i nomi musicali di tono, melodia, nota, suono, sonetto, canzonetta, ballata, ballatina, o ballatella, cui pure è da aggiungere la serenata, detta anche notturno. Da quell’ora che

« . . . . volge il desio

Ai naviganti e intenerisce il core, »

al pieno brillar delle stelle, e a un bel chiarore di luna, più che alla luce sfavillante del sole, par che il suono ed il canto prenda qualità d’un’arcana mestizia, e, finché duri la notte, sembra che il cuore più libero osi all’aure affidare il suo segreto sospiro. E fu già un tempo che non passavano primaverili ed estive notti in Firenze che di belle serenate non risuonassero le sue vie. E a Roma pur oggi le ripetono gli eminenti [16], al suono della chitarra, del mandolino o del liuto. E ancora le odi soavemente intonare nelle baie deliziose di Napoli, e nell’adriache lagune. Per dir poi delle nostre (che anche più poetici mi paiono i monti dei mari), bellissime, se non per il canto, sono invero per la poesia queste che pubblichiamo, montanine per la più parte. Le quali tanto son delicate, che que’ vaghi giovani bene le appellano sospiri d’amore:

« Vorrei che la finestra omai s’aprisse,

Vorrei che lo mio bene s’affacciasse,

E un sospiro d’amore lo gradisse. »

Talora l’amante, che guida il sonatore, il poeta e i compagni, si fa per primo a salutare la casa dell’amata fanciulla, i genitori, e quindi lei stessa; assomigliandola ora ad una stella (la stella Diana ed Orione, che più ricordino), ad un fiore, o a quanto v’ha di più caro e gentile. E al pari del canto alla vaga donna è gratissimo il suono, che un tempo fu quello d’una mandòla, o d’una chitarra, e ora è d’un violino:

« Innamorata son del sonatore,

Il suono è bello e consola il mio core. »

(Rispetto 253.)

Per esso si alterna ai versi una breve sonata tutta brìo, appoggiature e gruppetti, la quale in qualche luogo prende nome di passagallo.

Se hanno a varcare, siccome sogliono, vallatelle e poggetti (né li trattengono lunghe distanze), o se alcuna volta la stessa compagnia di canto e di suono ha preso a fare a più amanti la serenata, avviene che a loro non giungono che nel pieno della notte:

« Vengo di notte, e vengo appassionato,

Vengo nell’ora del tuo bel dormire. »

E come quegli, cui preme quest’ossequio amoroso, è fatto certo che sarà gradito a colei che l’ascolta, lo protrae pur talora fino alla punta del giorno:

« La vedo l’alba che vuole apparire:

Chiedo licenza, e non vo’ più cantare;

Che le finestre si vedono aprire,

E le campane si senton sonare.

E si sente sonare in cielo e in terra:

Addio, bel gelsomin, ragazza bella.

E si sente sonare in cielo e in Roma:

Addio, bel gelsomin, bella persona. »

Ma v’ha una tal notte in cui da’ poggi e dalle pianure è un risuonare dovunque d’un’altra canzone, vo’ dir di quella del Maggio. A festeggiare il ritorno di questo bel mese, e la primavera con esso (lo che costumavasi fin dai tempi pagani), un drappello di giovani, l’ultima sera d’aprile, e la prima di maggio, suol radunarsi, fra suoni e canti, ne’ luoghi più abitati. Uno di essi porta un albero fronzuto, che chiamano il maio, tutto adorno di freschi fiori e limoni. Un altro reca un paniere con altri mazzi di fiori; e via via ne fanno un presente alle dame loro, e le salutan col canto. Ed esse in cambio ai maggiaioli soglion donare alcune uova, e da bere; ai dami poi, berlingozzi di rossi fiocchi guarniti. E in montagna queste sono le antiche canzoni :

« Siam venuti a salutare

Questa casa di valore,

Che s’è fatta sempre onore;

E però vogliam cantare.

Salutiam prima il padrone,

Poi di casa la sua sposa.

Noi sappiam ch’egli è in Maremma:

Dio lo sa, e ve lo mantenga ! »

E quest’altra:

« Or è di maggio, e fiorito è il limone ;

Noi salutiamo di casa il padrone.

Ora è di maggio, e gli è fiorito i rami;

Salutiam le ragazze co’ suoi dami.

Ora è di maggio, che fiorito è i fiori;

Salutiam le ragazze co’ suoi amori. »

Da qualche tempo i cantamaggi nelle campagne pistoiesi soglion volgere il profitto di ciò che rilevano (che è anche in danari) perchè sien fatti sacrifizi e preghiere a prò delle anime purganti: lo che è ricordato dalla stessa canzone.

Né, parlando de’ canti campestri, mi passerò di alcuni drammi eroicomici, che con molto entusiasmo soglionsi col canto rappresentare in vari luoghi della Toscana, e cui si dà il nome di Giostre; essendoché nell’azione ricorra sovente di dover giostrare o armeggiare, come solevasi un tempo, andando intorno, ai torneamenti o tornei. Vanno anche sotto il nome di Maggi, ma solo in quei paesi dove appunto nel bel mese si fanno di nuovo a rappresentarli; e allora i primi versi son sacri alle lodi della fiorente stagione. Lo che non accade in montagna, dov’è d’uopo d’attendere che i loro attori sien tornati dalle Maremme. E per dire di quelle della montagna pistoiese, non farò che ripetere ciò che io ne pubblicava fino dal 1844; [17] solo aggiungendovi un esempio del metro che sogliono usare, e poche altre notizie: sebbene io creda che di tai costumanze e inclinazioni del nostro popolo se ne debba far tesoro, e tener discorso più di quello che or qui mi s’addica. Perchè nello svolgimento di queste Giostre, come in quello dei Misteri che risalgono al medio evo, son da cercare i germi del concetto comico, onde nacque in Italia e in progresso di tempo si perfezionò una forma distinta della letteratura, la poesia drammatica. Gliele composero i suoi poeti, e, per diletto, uomini distinti pur anche; e talora le storie dei Reali di Francia, che sono in montagna per le mani di molti, gliene porsero l’argomento. Ricordomi d’averne vedute rappresentare io stesso, qualche anno decorso, a Campiglio di Cireglio, e a Gavinana. Le più conosciute, e che quasi ogni anno si rappresentano, sono: Giuseppe Ebreo, il Sacrifizio di Abramo, la Passion del Signore; che molto hanno di simile con gli antichi Misteri. Poi l’Egisto de’ Greci; Bradamante e Ruggero, tolto dall’Ariosto; Ircano re di Tracia; Costantino e Buonafede, ossia il trionfo dell’amicizia; San Giovanni Bocca d’oro (la sua conversione); Arbino e Micrene, o una persecuzione d’un re Turco dell’Algeria contro i cristiani; il martirio di Santa Filomena; Flavia imperatrice; Rosana, la bella pagana che si converte al cristianesimo; Sant’Alessio; il glorioso acquisto di Gerusalemme fatto dai cristiani; [18] Cleonte e Isabella, e Stillacori: e queste tre appellano alle crociate: la presa di Parigi descritta dall’Ariosto, e in fine la morte di Luigi XVI. Il loro teatro è a cielo aperto, o nella piazza del paese, o, sotto alle bell’ombre de’ castagni, in uno spianato della selva vicina. Il giorno festivo, dopo vespro, il popolo v’accorre anche da’ circostanti castelli, e intorno a un gran circolo suol farsi gran pressa alla rinfusa d’uomini e di donne. E primo a comparire gli è un messaggero (detto anche interprete o paggio, e ne’ Misteri vestito da angiolo e col fiore in mano), il quale, sul costume delle antiche tragedie greche, canta il prologo, saluta, e chiede favore dagli ascoltanti. Appresso vengono in scena gli eroi del dramma, cui (strano accozzo) s’unisce anche il buffone, che rappresenta alcuna delle nostre maschere; come appunto nell’antiche tragicommedie, per temperare con qualche motto scherzevole i sensi d’orrore o di compassione, che s’appresero all’animo degli spettatori. La parte delle donne è fatta dagli uomini, e tutti son vestiti con gran manti, e, com’essi dicono, all’eroica, e il più possibilmente in costume. E dove si richieda la foggia degli antichi paladini, hanno bandiere, e vecchie spade; e portano in mano bellissime picche e alabarde, con le quali giostrano a meraviglia, e di quelle (mi dicevano a Gavinana) de’ tempi di Ferruccio. Ivi intessono dialoghi, fino al compirsi del dramma, e senza divisione di atti, ma sempre cantandoli d’un canto regolare, e, direi, anche monotono, a strofe di ottonarii, e ripetendo il primo verso d’ognuna, e in questo, movendosi da un punto all’altro del circolo. Nella morte di Luigi XVI è un dialogo fra esso e un suo domestico, in questa forma:

« Se mi dai grata licenza

Di poterti oggi parlare,

Certe cose ho da svelare

Molto gravi in tua presenza,

Se mi dai grata licenza. »

Lo svolgimento dell’azione è il più semplice; senza intreccio o disegno veruno che tenga sospeso gli animi degli ascoltanti; tanto più che il messaggiero fin da primo gl’informa di quello che debbe essere rappresentato. Alcune ariette in settenarii, intramezzate nel dramma, tengon le veci dei cori della greca tragedia, e son cantate talora coll’accompagnamento del violino. Il carattere di questi drammi è sempre castigato e orale, e serve mirabilmente a tener vivo fra quella gente, che se ne diletta, alcun che di quell’antico sentimento cavalleresco per l’amata donna, come per ogni sacra e magnanima impresa. Se non che la bella lor poesia, sotto questa più comica che eroica forma, in gran parte si scema.

E d’un’altra canzone di questi monti parmi qui da notare, sulla quale si usa di eseguire una danza: senza dubbio un’imitazione delle antiche ballate. Per tutto il secolo decimoquarto, in Italia, nelle case de’ grandi si continuò a condurre diversi balli guidati dai cori. Poi, solo il popolo, più tenace delle antiche usanze, ne mantenne il costume, qui, come ho detto, e in alcuni paesi del Regno, e dello Stato Romano. Su’ nostri monti un drappello di giovani, intimata la danza, nel solaio d’una loro casa intuona all’unisono un canto assai concitato, e ogni due versi il violino suona brevemente il così detto ricordino; e a questo concerto coppie d’uomini e di donne danzano attorno. Una di dette danze chiamasi la Galletta, un’altra la Veneziana. Di questa ho potuto raccogliere i versi seguenti:

« Viva Venezia, e viva i Veneziani,

Viva Santa Maria della Salute!

Venezia bella ha fabbricato un ponte,

L’ ha fabbricato a punta di diamante.

Li Veneziani hanno una gran possanza,

Han dato la rotta nel campo di Francia.

Lo re di Francia gli donò Parigi :

Viva San Marco, viva San Dionigi!» [19]

Termina poi questa danza con versi non molto poetici pe’ ballerini, a’ quali intendono di ricordare che spetta loro di spendere per la festa:

« E chi vuol bere a questa bella fonte,

Ci vuol moneta d’oro traboccante.

E chi vuol bere a questa fontanina,

Ci vuol moneta d’oro fiorentina. »

Ma chi apprendeva a’ nostri alpigiani, per qual cagione, e da quando, queste lodi della bella Venezia? Niuno è che vel dica. E i monti ed i mari sono, è vero, emanazioni feconde di poesia; e nella gente loro si manifestano certe medesime simpatie per il modo egualmente entusiastico di sentire. Ma finora avresti detto che fra i Veneziani e gli abitatori dell’Appennino, solo una poesia fosse egualmente gradita, vo’ dire il Canto d’Erminia.

E dirò infine che è d’uso fra loro una canzone che s’appella Foletta, credo io, diminutivo di fola, quasi scherzo o follia amorosa, come parmi che esprimano certe sue strofe. — « E questa va in canto (dicevami uno di loro che me la dettava): in discorso non si puol dire: »

« O Rosina, Rosinella,

Accendi il lume, e vienmi a aprir:

Tira vento, e fresco tira,

Mi sento già morir. »

E un’altra:

« Pastorella gentil,

Vaga più che l’april, — che cosa è questa?

Soletta in questo dì,

Sconsolata così — per la foresta? »

Quanto alle arie di queste canzoni, sono diverse secondo i paesi. In generale però molto semplici, e se vuoi, anche con poche varianze, ma armoniose oltre modo, e lungamente cadenzate; in specie quelle che odonsi sulle piagge, in luoghi aperti, luminosi, alti. E le donne che più degli uomini soglion cantare, bramose come sono che altri le intenda, per questo esercizio fino dai primi anni gli organi vocali hanno perfettissimi, e le voci intonate e sonore. È cosa anzi notevolissima che questi canti anche dal lato della composizione appariscono più di donne che d’uomini. Lo che non so fino a qual punto abbia a credersi; e quando esse ne siano le autrici, se ciò derivi da una più vivida fantasia, e quanto alle montanine, da quel loro costume ingenuo e franco, pel rimanersi vari mesi le sole massaie e ospitaliere dei monti: novellatrici poi di antiche storie poetiche nelle lunghe sere d’inverno; e così, degli uomini solitarii e a dure opere attesi tanto più aggentilite, e di poesia anco le menti più vaghe. Talvolta di quelle arie ne inventano d’una melodia quanto semplice altrettanto nuova e graziosa. Che se l’ arte musicale sapesse giovarsene, potrebbe usar con effetto di que’ motivi, non attinti ad altre norme che a quelle del loro cuore, o all’insieme delle varie armonie che per le selve e pe’ campi risuonano loro d’intorno; quelle, cioè, del gorgogliar delle fonti, dello stormire del vento framezzo alle frondi, o meglio, del vario gorgheggiar degli uccelli. E lo dirò con l’egregio Pennacchi: [20] « Vorrei che per onore dell’arte nostra musicale, che, dopo due secoli di gloria e di primato, parmi che accenni a decadenza con quel suo lussureggiar d’accessorii, con quell’abuso di mezzi artistici, con quel suo vezzo del nuovo e dello strano, vorrei si raccogliessero queste arie popolari, che potrebbero riavviare sul cammino della verità e dell’affetto i nostri maestri, perduti di soverchio dietro le scienze degli accordi, dietro il difficile, il recondito, il lussurioso, nuovi Bernini e Borromini dell’arte musicale. »

Sì in montagna come al piano il campagnolo suol cantare a tutte l’età, e ad ogni ora. Cantando, gli sembran più lievi le laboriose faccende, sieno le domestiche, sieno quelle de’ campi. Canta pure la vecchia massaia mentre tesse la tela, o sta intorno al fuoco; e da lei quelle canzoni, sempre condite di qualche buona sentenza, le apprendono i figliuoli e i nepoti. Aggiungi a questo esercizio l’aver letto o udito qualche poetico componimento, né farà più sorpresa se io asserisco che di questi canti ricevuti per tradizione di famiglia in famiglia, non solo essi furono un tempo gli autori, ma ne compongono uomini e donne di bellissimi anche oggidì. Ho conosciuto io stesso nella nostra montagna una giovinetta dal castel di Stazzana, per nome Maria, che n’è autrice e con molto spirito; e a pagina 245, un suo Rispetto l’ho già riportato. Eppur mi diceva che non ha letto nissun libro di poesia. Ma ella sa a mente un’infinità di que’ canti; e al modo dei giovanetti che usciti appena dalle esercitazioni rettoriche, e fresca la memoria de’ classici versi, sono in grado di comporne di buoni, così ella al ricordo di quelle sue canzonette, e con la naturale disposizione a far versi, riesce agevolmente a comporne degli armoniosi e d’affetto. Medesimamente potrei asserire d’una più giovane pastorella, di nome Cherubina, che ivi pure incontrai. La fanciulletta, graziosa della persona, tutta brio, tutta senno, mi mostrò, dopo molte preghiere e scusatasi con bel garbo, certi suoi versi sulla Passion del Signore: e questi pure senz’altro aiuto che quello della natura, e di due libriccioli da chiesa, d’onde traeva il subietto, e che si porta seco ogni giorno nell’andarsene a badare alle pecore. E com’io le chiedeva che mi dettasse qualche Rispetto, ella si scusava col dire: «Oh signore! ne dico tanti quando li canto!... ma ora.... bisognerebbe averli tutti in visione; se no, proprio non vengono. » Tant’è vero che essi non concepiscono poesia senza canto. E infatti non parlano mai d’improvvisare, ma di cantare di poesia. Lo che potrei confermare con l’esempio d’un’altra omai nota improvvisatrice del pistoiese Appennino, la Beatrice di Pian degli Ontani. Della quale così scriveva il Tommaseo nella prefazione a’ suoi Canti popolari, fino dal 1844: « A Cutigliano ho trovata ricca vena di canzoni che non ho in un sol giorno potuta esaurire. Feci venire di Pian degli Ontani una Beatrice, moglie di un pastore, che bada anch’essa alle pecore, che non sa leggere, ma sa improvvisare ottave; e se qualche sillaba è soverchia, la mangia pronunziando, senza sgarrare verso quasi mai: donna di circa trentanni, non bella, ma con un volger d’occhi inspirato, quale non l’aveva Madama de Sade.... lo giurerei per le tre canzoni degli Occhi. Le rime in are non mancavano a quelle ottave; e frequente il verso,

« Questo gli è vero, e non si può negare. »

Ma ella è cosa mirabile a chi non nacque Toscano il sentire dalla bocca d’un’alpigiana il sedio, e il viso » adorno, e truono per tuono, [21] e lamentare per lamentarsi [22] e greve, e vertudioso [23] e confino. Né Francesco da Barberino vanta fra’suoi molti versi migliori di questi :

« E gran sollazzo ci verremo a dare. »

« Che di scrittura non posso imparare. »

« La montagna l’è stata a noi maestra. »

« La natura ci venne a nutricare. »

« E ’l sole se ne va via là pian piano. » [24]

« Ch’io ne debbo partir da Cutigliano. »

Nel contrasto di chi le risponda, la Beatrice s’infiamma; e bada ore intere a cantare parole eleganti e soavi, con quelle po’ d’idee che le è dato, sempre ripigliando la rima dei due ultimi versi cantati dal suo compagno. Aggiungerò che da quel tempo ell’ha sempre cantato, nonostante lo avanzarsi degli anni: e che negli ultimi avvenimenti italiani del 1848, chiamata sovente a Cutigliano da vari giovani a improvvisare, non solea rifiutarvisi, ma ignara al tutto d’ogni dottrina, solo chiedeva la storia dei fatti (che eran quelli d’allora) sui quali bramavano lo improvviso; e come appena l’aveva udita, in mezzo ad un cerchio di que’ suoi paesani si dava a cantare bellissime ottave. Non ho trovato però che alcuno abbia copia di esse né d’altri suoi versi; perchè in generale questa buona gente li canta sì, ma per un certo pudore s’impermalisce se vede che alcuno «stia copiando que’ suoi, come suol chiamarli, strambotti che non hanno alcun pregio. [25]

Restami in fine di far manifesto il mio intendimento, ed il modo osservato nell’apporvi le note. I Rispetti e gli Stornelli che qui si offrono, non comprese le Lettere, sono oltre a millecinquecento. Questa mia edizione ho voluto che si componesse de’piti eletti, e d’ogni parte della Toscana, non esclusi quelli del Lucchese. Al qual uopo ne ho scelti de’ proprio nostri dalla raccolta del Tommaseo, che gentilmente mei consentiva, e così da quella de’ Tipografi Cino, e da varie altre che per le Strenne si erano già pubblicate. V’ho posto i non pochi da me cercati sull’Appennino pistoiese, e alcuni altri di questi monti che mi donava Luigi Leoni; del Fiorentino in specie me ne offerse Alessandro D’Ancona; una bella raccolta del Cortonese mi fu favorita dal marchese Filippo Gualterio; e un’altra non meno bella del Lucchese dall’avvocato Achille Lucchesi, a’ quali tutti, egregi raccoglitori e curatori solerti di questi fiori del patrio idioma, di molto buon grado io professo la mia gratitudine. E quanto all’ordine, si è prima stampata una mia raccolta fatta su i monti pistoiesi. E qui è da premettere, che notando i luoghi dove furon raccolti, non si saprebbe asserire se ivi pure ebbero origine. Dalla pagina 41 e dal Rispetto 134, alla pagina 191 e al Rispetto 704, succedono gli scelti da quelli del Tommaseo, derivati, come diceva, da varie parti della Toscana, e massime dal Senese. Ho pur profittato delle note che egli vi appose, perchè non so quanti meglio di quell’illustre letterato e filologo abbian saputo comporne con sì fino gusto, con sì utili ed opportuni rilievi. E al suo nobile esempio si può asserire esser debitrice l’Italia di questi studi che tuttora s’imprendono su i canti popolari di ciascuna provincia. I Rispetti che seguono, dalla pagina 191 e dal Rispetto 705, fino alla pagina 240 e al Rispetto 868, sono del contado cortonese. Dalla pagina 241 e dal Rispetto 869, alla pagina 252 e al Rispetto 908, se ne offre un’altra raccolta fatta su i monti pistoiesi. Quelli poi dal Rispetto 908 sino alla pagina 279 e al Rispetto 1005, costituiscono la raccolta del contado lucchese. Seguono altri da me ottenuti nella montagna pistoiese, insieme alle Lettere: poi gli Stornelli tolti dalle varie raccolte. E in ultimo ho aggiunto un poemetto rusticale in ottave, intitolato Le disgrazie della Mea, nel vernacolo usato dai tangheri della montagna pistoiese. Tranne le note del Tommaseo, cui pure ho osato, secondo il mio divisamento, d’aggiungerne alcuna, tutte le altre sono state da me composte.

Di questi canti, molti ve ne hanno al tutto simili nel concetto, se non che variano nella forma. E questa forse è gran parte del pregio loro, di avere espresso l’unico lor subietto d’amore in tante forme diverse. Ma quando le varianti di qualche canto dal lato della lingua non avevan cose notevoli, le ho omesse, ed ho scelto ed ho stampato il migliore. Ho notato qualche etimologia; le abbreviature delle parole e i troncamenti di esse; le voci antiquate, le proprie del vernacolo, e le non citate dalla Crusca; certe parole poi e frasi vive e spiccate che usa il popolo, alcuni suoi arguti motti e proverbi, di che, come dissi, ho fatto anche una serie a parte, ed ho dato la spiegazione. « Per disegnare certe gradazioni delle idee, certe particolarità degli oggetti, forza è discendere alla lingua parlata, e saperne cogliere non il triviale ed il guasto, ma il bello ed il necessario. »[26] Ed in quel modo che ho richiamato a osservare alcuni pleonasmi od ellissi di stupenda efficacia, certi idiotismi di pronunzia adottati anco dai buoni scrittori ho notalo come talora il popolo stroppia una voce, ed erroneamente la pronunzia e la scrive. S’intende però in riguardo alle strette regole grammaticali: perchè sovente si trova che quelle stroppiature o troncamenti hanno esempio ne’ classici. Così dicasi della misura de’ versi. Che se egli apparisce talvolta che sieno brevi o lunghi, il popolo li sostiene, o gli elide con la inflessione della cantilena. Non si facciano elisioni, e il verso torna, ed anche col suono te n’esprime l’idea. Lo stesso pregio hanno le rime d’assonanza e d’orecchio che sogliono usare, con le quali meno servilmente e in più spontanea maniera t’incarnano i loro pensieri. Perchè poi tutte le dette voci e frasi hanno esempio ne’ classici, mi sono ingegnato di apporvi l’esempio a riscontro, onde vie più si chiarisse con la loro purezza l’antica derivazione. Infine, quanto al costrutto, m’è avvenuto di far osservare che il popolo pone spesso il pronome innanzi al nome, supponendo che anche gli altri sappiano già di che vuol parlare: tanto è il calore, e la convinzione del fatto che narra. Né meno era da passare del modo che tiene nell’encomiare una cosa naturale, rassomigliandola ad una medesima fatta per arte; bene avvisando che l’arte cerchi sempre delle cose naturali d’imitare il migliore.[27] Occorrendomi poi di dover talvolta ripetere una stessa nota, ho richiamato il lettore alla pagina dove la prima si trova. Tal altra però ho creduto bene di esporla di nuovo; e a più ragione, se d’alquanto variata; perchè non è da supporre che a tutti piaccia di legger di seguito questi canti. Avrà il mio buon volere sopperito a ogni cosa? Nol so. Certo che il lavoro era minuzioso e di gran diligenza. Debbo anche premettere che queste noie non sono per i letterati, ma per chi non è padrone della lingua, e svolgere il Vocabolario non vuole. Sono fatte anche per le donne, cui questo libro deve essere a grado: ed anche per li stranieri, i quali vanno in cerca di questi fiori indigeni d’Italia, e di Toscana principalmente. Infine, chi le avrà per soverchie, potrà saltarle a piè pari: son ben separate dal testo, e confusione non fanno. I canti poi non è a pensare che non sieno graditi: tanta è stata finora la buona accoglienza che in ogni parte d’Italia si è fatta ad ogni loro pubblicazione. Forse ciò, da un lato, addimostra una stanchezza e un tacito rifiuto di certe strane poesie; da un altro, un bisogno dell’ età nostra di essere richiamata a quelle pure e soavi ispirazioni, e a quelle forme purissime. Un bisogno io dico: almeno perchè, se non vuolsi tornare a que’ semplici amori, si brama oggi dagl’Italiani, e più che in ogni altro tempo, di ritrar questa lingua verso i suoi principii, e di studiarla alle fonti native, affinchè ogni dì più la patria letteratura si nobiliti  e si arricchisca. Il qual desiderio  è intimamente congiunto a quello di giovare con ogni liberal disciplina alla crescente civiltà, al decoro ed alla grandezza della nazione.

Finché adunque sulla terra toscana spuntano questi fiori, affrettiamoci studiosamente a raccoglierli. Perchè, come a poco a poco le sue belle selve, per cupidigia di lucro, e per dar moto col vapore alle macchine, si vedono diveltare o tagliare a vendetta, e i monti frattanto scollegarsi e cadere, e insiem con essi i bei colti ed i floridi prati; per egual modo quella stessa bramosia di subiti guadagni una nuova e straniera gente lassù dalle città sospingendo, anco per que’ fiori elettissimi della favella dà a temere di corruzione, e con questa (e il danno già in alcun luogo apparisce), quella pur de’ costumi. Tanto la lingua strettamente si attiene all’indole morale dell’uomo, e tanto però ai cittadini d’una medesima patria deve importare che non sia adulterata, essendo essa, per l’intima congiuntura de’ pensieri con le voci, lo specchio più compito e più vivo della vita e del genio di ciascun popolo.

Giuseppe Tigri.

Pistoia, 20 agosto 1856.

AVVERTENZA.

Aggiungo a questi Canti un altro componimento poetico in ottave, che m’è sembrato potersi intitolare Le disgrazie della Mea. Come io lo abbia avuto e mi sia dato di pubblicarlo, dirò brevemente. Fra i manoscritti lasciati dal professor Giuseppe Arcangeli vi aveva un inserto con questo titolo: Poemetti rusticali del pievano Lori. Al primo dei quali, scritto di sua mano e con la data del 10 novembre 1849, aveva premesso questa breve notizia:

« Agrestem tenui meditabor arundine musam.

Virgilio, Egloga VI.

Il Tanghero di Montagna, componimento poetico, dedicato al merito della patria dall’abate Orico Paoli, 1764. Tale è il titolo di questo poemetto, fatto ad imitazione del Cecco da Varlungo del Baldovini, colla differenza che il nostro imita il dialetto delle montagne pistoiesi, mentre quello del Baldovini imita il dialetto de’ contadini intorno a Firenze. Orico Paoli è l’anagramma di Iacopo Lori di San Marcello, autore d’altre poesie che si conservano manoscritte. Nacque nella suddetta terra, da Giovanbatista Lori e da Margherita di Iacopo Lazzerini, il dì 9 settembre 1722. Fu fatto pievano di San Marcello nel mese di gennaio del 1752, e morì in questa carica il 12 maggio 1776.

Quantunque non lontano da’ tempi nostri, s’ignorano affatto i particolari della sua vita. Pare che negli ultimi anni della medesima si allontanasse dalla parrocchia per fare un viaggio a Roma, a Napoli, e nella Sicilia. Fu maestro di prete Marcello Piermei, poeta anch’egli di facilissima vena. Due sono i poemetti in dialetto montanino col nome di Tanghero: [28] l’uno è il seguente, a cui premetto questo cenno biografico, e che intitolerei Togno; [29] l’altro è un lamento d’una vecchia chiamata Mea, [30] e che perciò potrebbesi con questo nome appellare, È componimento del pievan Lori la rinomata canzone della Castagna, che un tempo cantavasi a tutte le mense, massime nel Pistoiese. Compose molti Sonetti per feste, sposalizii, ec., molte Odi, anche latine, agli amici; e, fra le altre cose, un poemetto sacro sopra la Vita di San Pellegrino venerato su i monti che confinano col Modenese, col Lucchese e col Toscano. Questo poemetto è posseduto nel suo autografo dal prete Angelo Leni attual proposto di San Marcello. »

Ora, dalla cura che pose l’Arcangeli intorno a questi poemetti, quella, cioè, straordinaria per lui, di ricopiare uno di essi, e che fossero poi riveduti sul manoscritto dagli amici suoi Guasti e Frediani, appar manifesto com’egli intendesse di farvi sopra uno studio filologico, e d’annotarli. Ed io ho alcune sue lettere, che chiaramente di ciò mi tengon parola. In fatti qualche sua noterella è in margine del primo, e alcune più ne aveva distesa per il secondo, raccolte in un quinternetto, e unite all’inserto, Ond’io stimando ohe per quest’ultimo, senz’altro fare, quelle sue note fossero sufficienti, deliberai di pubblicarlo, ottenutane facoltà dalla cortesia del dottor Agostino Piermei erede del Lori, e così de’ suoi manoscritti. Ma presto m’avvidi che molte più note vi abbisognavano per la chiara intelligenza di quel vernacolo. Mi convenne però di ricorrere ai pratici e familiari di esso per coglierne il significato e la grazia. Quello che appresi, notai brevemente, senza brigarmi di troppe e sottili ricerche filologiche, che avrebbero noiosamente distratto il lettore. Forse avrei potuto, non senza utilità della lingua, trar fuori dalle corruzioni del dialetto e ripulire certe voci bellissime e di grande efficacia, mancanti al Vocabolario, e che potrebbono essere usate con grazia anche nelle gravi scritture. Ma ciò può far bene da sè ogni colto lettore, dopo le dichiarazioni che io ne ho date in queste noterelle. Mi vaglia frattanto la non tenue cura posta per far gradire questo montanino fiore, spinosetto sì ma non senza fragranza e vivacità di allegri e nativi colori.

G. T.

Note

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[1] Dante, Paradiso, Canto IX.

[2] Gioberti, Discorso letto all’ Accademia della Crusca a dì 30 giugno.

[3] È noto già l’antico dettato che il montanino ha scarpe grosse e cervello fino. In Toscana poi, se ben si osserva, la massima parte degli uomini di più colto ingegno delle città, sono originarii delle colline e de’ monti.

[4] Forteguerri, Ricciardetto, Canto I.

[5] Canti popolari inediti, Umbri, Liguri, Piceni, Piemontesi, Latini, raccolti e illustrati da Oreste Marcoaldi. — Genova, co’ Tipi del R. Istituto de’ Sordo-Muti, 1855.

[6] Vedi un articolo del Prof. Arcangeli intitolato L’ultimo de’ Giullari, nel giornale la Rivista di Firenze, n° 5, del 1847.

[7] Vedi Dante e Beatrice, canto della contessa Caterina Bon Brenzoni. Seconda edizione. Casale, Tipografia Corrado, 1854.

[8] Nel Trattato del Buono.

[9] Son famose di queste storie e leggende le raccolte che uscirono già dai torchi del Marescandoli, e or del Baroni a Lucca, del Formigli a Firenze, del Vannini a Prato.

[10] Non si sa che nella Maremma senese sia pure una canzone popolare che ricordi la Pia de’ Tolomei; sebbene della pietosa istoria assai in pochi versi ne svelasse l’Alighieri, e, fra i moderni, colla sua leggenda il Sestini.

[11] Percy, Warton, Ellis, Kitson, Ewan, Jamieson, Finlay, Walter Scott, Johnson, Bruce e Barry raccolsero le canzoni inglesi; Gil Christ, Bruce, James Hogg, Allan Cunningham le scozzesi; Grim le danesi; Gunter e Monike le sveve; Sioegren Schroeder, Gottland, Marmier e Laenrot le finlandesi; Leroux de Lincy, Dumersan, Marchanges, e Th. De La Villemarqué le francesi, e di queste è notevole la gran raccolta ordinata dal Governo, e pubblicata in quest’anno; Hoffmann di Fallersleben le olandesi; Hanha le boeme; Mickiewicz le polacche; Rheza le lituane; il cacic Miossic, e Talvy e Vuco Stefanovik le serbe; Schotty e Gunter le viennesi e le austriache; Goethe, Herder, Ziegler, Uhland, e Arnim e Clemente Brentano, Gorres, Firmenich, Soltau, Erlach, Ph. M. Korner, Wackernage, il Kind, e l’Josse le tedesche; Goethe le russe; Kiscià Danilof le moscovite; Tommaseo e Fauriel le greche, e di queste alcune moderne Marino Yretò; e Giovanni Berchet trasportò in versi italiani le romanze spagnuole.

[12] Vedi su questi canti, di che già in una nota è fatto ricordo, il bell’articolo del Pennacchi nel giornale di Torino il Cimento, del settembre 1855.

[13] Matteo Spinello cronista contemporaneo lasciò scritto: a Lo re (Manfredi) la notte esceva per Barletta cantando strambotti e canzuni, che iva pigliando lo frisco, e con isso ivano dui musici siciliani ch’erano gran romanzatori. »

[14] Un esempio di questo genere di poesia mi piace di togliere dal Forteguerri, che nel Canto XII del suo Ricciardetto così fa cantare un innamorato giovine contadino:

« L’ amore ch’io ti porto, Lisa mia,

E’ non è mica cosa naturale:

Io stimo ch’egli sia qualche malia

Fattami da tal un che mi vuol male;

Perchè a far nulla non trovo la via:

Se mangio l’erba non ci metto sale;

Né distinguer so il vino dall’aceto ;

E penso andare innanzi, e torno indreto.

La notte tengo spalancati gli occhi,

Né si dà il caso ch’io li serri mai.

E in qua e in là, a guisa de’ ranocchi,

Saltello per li palchi e pe’ solai;

E grido come se il fuoco mi tocchi:

E tu la cagion se’ di tanti guai;

Perchè, s’io non t’amassi, dormirei,

Né che cosa è dolore ancor saprei.»

[15] È detta Montanara, perchè ivi, più che altrove, concorrono i montanini.

[16] Così detti gli abitanti del Trastevere e dei monti.

[17] Vedi le note al mio poemetto : Le Selve della montagna pistoiese. Pistoia, tipografia Cino.

[18] Riporto la relazione di questa Giostra, favoritami dall’amico mio Professor Contrucci che ne fu testimone oculare.

« Caro e pregiato amico.

Eccoti, così come la penna getta, ricordata la rappresentazione del conquisto di Gerusalemme cantato dall’inimitabile e infelice Torquato, eseguita in Calamecca nell’agosto del 1808, e da me veduta nella circostanza che per mala salute dal Seminario di Pistoia mi ridussi a respirare ivi l’aria nativa.

L’azione fu rappresentata nella piazza che mette al Castello e nella contrada contigua; luogo assai vasto, e, per le tre strade che ivi fanno capo, opportuno molto a grandiosi spettacoli.

L’autore del componimento aveva mutato l’ordine della narrazione epica in questo modo. Presso alla porta del paese, e lungo il muro che sostiene il poggio di forma conica, soprastante alla scena, era stato costrutto una specie di fortezza di legno, dipinta all’esterno a bozze di pietra, e capace di contenere una quarantina d’uomini. Ivi sventolava il vessillo di Aladino. Nel lato opposto, ma in linea molto obliqua e a gran distanza, gli alloggiamenti cristiani; nel mezzo, la piazza e le contrada che doveva essere la scena dell’azione.

Il primo che si appresentò allo sguardo degli spettatori fu il re Aladino co’ suoi più eletti, o come ora si direbbe, col suo stato maggiore, io atto di ispezionare la parte esterna della città, e giudicare della validità delle difese apparecchiate contro i cristiani.

Un messo anelante e trafelato giunge alla presenza di Aladino, lo inchina, e gli dà il triste annunzio che l’esercito cristiano è omai presso. Gli dice il nome del duce supremo, e dei maggiorenti. Non ho tenuto a memoria che questi versi:

« Di Bertoldo Tiene il figlio,

Viene Otton, Guelfo, Raimondo,

E tra questi, il fior del mondo,

Vien Tancredi, il vago figlio. »

Il re pagano, confortato da Argante e da Clorinda, dice brevi parole, e rientra co’ suoi in città.

Appena sono sulle mura, si ode lo squillo delle trombe e dei tamburi che annunziano l’arrivo dell’esercito cristiano, che tosto comparisce a drappelli con il vessillo della croce: si avanzano alquanto; escono i pagani, succede la zuffa, come descrive il Tasso. L’autore della rappresentanza, che i montanini chiamano Giostra, seguitò la storia epica; giudiziosamente conservò pochi episodi, come la venuta di Armida al campo, la morte di Gernando per mano di Rinaldo, la morte di Clorinda, la processione. L’effetto maggiore mi pare che venisse dal battesimo di Clorinda: conciosiachè Tancredi, quasi fuori di sé, corse alla pubblica fontana ivi appresso, e empito l’elmo di acqua, tornò pallido e tremante al pietoso ufficio, e proruppe nei noti lamenti. I duelli tra Argante, Tancredi, Ottone e Raimondo, e le battaglie, non credo fossero bene eseguite, tranne la scalata di Rinaldo a Gerusalemme, colla presa della quale terminò la rappresentanza; durata meglio di tre ore, e ripetuta per tre giorni festivi, con concorso sempre frequentissimo.

 Considerando le condizioni del paese, non era da aspettarsi tanto, sì nella verità della imitazione, nella esecuzione in generale, sì nel costume delle armature e delle assise degli attori.

Il componimento era del prete Luigi Biagi, che dipoi morì a 96 anni: uomo di molto ingegno, discreto pittore, amante delle lettere, conoscitore dell’effetto teatrale per il soggiorno di lunghi anni in Firenze. Egli si diè la pena d’istruire per due mesi quei rozzi attori. Ricordo come spiegasse nella scienza della scherma quel verso

« Tancredi a mezza spada è già venuto. »

Vago come era di molte cose, in questa fu anco spendente; e riuscitagli bene, si accinse a comporre nello stesso metro la presa di Parigi, tratta dalla favola Ariostesca. Io vidi l’opera quasi compita, non so perchè non venisse eseguita. Ignoro il destino di quei manoscritti. Duolmi ora non averli copiati, come m’era facilissimo. Le occupazioni della vita in Seminario, poi altre cure, e infine ingrate vicende, m’avevano tolto dalla memoria quel fatto: e neppure ora mi sarebbe tornato alla mente senza il tuo svegliarino, e senza il piacere di rispondere al tuo desiderio, e a quel tuo nobile e costante adoperarti a rintracciare quanto risguarda le costumanze originali, l’indole e la lingua castissima dei nostri montanini. Delle quali cure ti conforterà almeno la coscienza tua, la stima e la gratitudine di quei pochi che ne conoscono il pregio e la onorata fatica, come fecero sincero plauso alla illustrazione della nostra città. Degli altri, in secolo presuntuoso, sprezzante, sensuale e nullo, volto, o rotto al peggio in ogni cosa, non vuoli far conto dal saggio.

Pistoia, 19 agosto 1856.

Affezionatissimo » Pietro Controcci. »

[19] Questa breve canzone darebbe luogo ad un lungo racconto. Ma io solo dirò, che Santa Maria della Salute è un celebre tempio eretto dalla Repubblica di Venezia sul Canal Grande, col disegno del Longhena, nel 1630, per voto, in occasione di pestilenza: che qui si parla del ponte di Rialto, pure sul Canal Grande: si parla della gran disfatta che ebbero i Francesi e il re Pipino dai Veneziani all’isola di Rialto, perlochè il Canal Maggiore dove caddero tanti guerrieri, fin d’allora ebbe nome di Canale Orfano. Pipino si diede a vergognosa fuga, e si riparò a Ravenna. Ma come questa sconfitta gli ebbe di subito fatto deporre il pensiero di più violare la veneta libertà, bramò di recarsi egli stesso ad ammirarla, e di buon grado consentitosi dai Veneziani, venne a Rialto fra le acclamazioni del popolo. Ivi stipulò ferma pace; la quale può dirsi che assicurasse la libertà e l’indipendenza degli isolani, e fin d’allora quelle molte sparse isolette formarono una repubblica, unita ad una vera città denominata Venezia. Fatta la pace, si cantano gli evviva a San Marco e a San Dionigi come ai protettori, l’uno di Venezia, l’altro di Parigi.

[20] Nell’articolo del Cimento, ricordato in una nota qui sopra.

[21] È in Guido, e in F. Giordano.

[22] Petrarca: « Se lamentar augelli... »

[23] A Lucca, virtudioso.

[24] Dante : « E ’l balzo via là oltre si dismonta. »

[25] Noto che la voce strambotto è stata poi adottata, e pur oggi dal popolo si sente usare, in significato di cosa non vera e fandonia: come per es.: « E’disse chi sa quanti strambotti; » veramente matti strani o strambi.

[26] Tommaseo, nella prefazione al Dizionario de’ Sinonimi (Firenze 1851). Il quale su questo proposito aggiunge: «L’uso più generale e più ragionevole: ecco la principal regola ch’ i’ mi son posta nel mio. Quando la lingua scritta, e antica e moderna, quando la parlata, e di Toscana e di tutta Italia, quando l’etimologia e la ragione concorrono nell’assegnare a una voce il medesimo significato, i’ abbraccio questa conformità come una lieta novella. Ma quando sono condotto a dovere scegliere tra l’autorità degli antichi e l’uso vivente, io sto sempre per l’uso vivente; se non là dov’esso apparisca manifestamente cattivo, e possibile a riformare.

La lingua parlata in altre parti d’Italia rade volte s’oppone direttamente all’uso della lingua parlata in Toscana: se non che, dove quella si tace, questa ha sovente una buona norma da dare. Ne’ pochi casi dove il Toscano pare differisca dalla lingua comune, io mi volgo agli scrittori e alla ragion delle cose, e se questi confermano l’uso toscano, come spessissimo segue, io non dubito di stare ad essi. Mio studio si è l’astenermi da ogni predilezione ingiusta per qualsiasi dialetto: e non è colpa mia se in Toscana le differenze d’alcune voci sono più acutamente osservate; se alle gradazioni varie di un’idea corrisponde la varietà d’appropriati vocaboli; se molti di quelli che fuor di Toscana son giudicati arcaismi, qui vivono tuttavia. Giova, io credo, agl’Italiani impararli piuttostochè disprezzarli, poichè esprimono acconciamente idee che negli altri dialetti non hanno espressione equivalente, o l’hanno men propria, meno conforme alle analogie della lingua scritta, meno gentile, men nota. E come negare ora di fare cosa che gli avi nostri, ben più superbi e rissosi di noi, e a’ quali almeno era potenza di rissare e pretesto d insuperbire, fecero già? Come mai dimenticare che gli scrittori toscani furono a tutta Italia esempio d’ornato parlare: e che fin gl’idiotismi della toscana pronunzia furono, o come regola o come eccezione, adottati dalla lingua scritta d’Italia? »

[27]                   « Il vostro viso, al lume della luna,

Par d’un angiolo fatto col pennello. »

(Rispetto 306.)

[28] Nome che si dà a colui che è zotico e screanzato per natura e per costume.

[29] Abbreviatura di Antonio.

[30] Abbreviatura di Bartolomea.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011