Silvio Pellico

UGO FOSCOLO

Edizione di riferimento

      Poesie inedite di Silvio Pellico, Tipografia Chirio e Mina, Torino, 1837, vol. I.

Edizione elettronica di riferimento

      gallica.bnf.fr

Claritas .... omnia sperat.

(I. Cor. 13.7).

Ugo conobbi, e qual fratel l’amai,

Chè l’alma avea per me piena d’amore:

Dolcissimi al suo fianco anni passai,

E ad alti sensi ei m’elevava il core.

Scender nol vidi ad artifizi mai,

E viltà gli mettea cruccio ed orrore:

Vate era sommo, ed avea cinto l’armi,

E alteri come il brando eran suoi carmi.

Tu fosti, o mio Luigi [1], il caro petto

Che, allorch’io dalle Franche aure tornava,

Me a quell’insigne amico tuo diletto

Legasti d’amistà che non crollava:

Oh quanto è salutare a giovinetto,

Perchè avvolgersi sdegni in turba ignava,

Lo stringer mente a mente e palma a palma

Con celebre, gentil, fortissim’alma!

Ma, sventura, sventura! Uom così degno

D’amar colla sua grande anima Iddio,

In fresca età l’ardimentoso ingegno

Ad infelici dubitanze aprìo:

Che di natura l’ammirabil regno

Opra di cieche sorti or gli apparìo,

Or de’ mondi il Signor gli tralucea,

Ma incurante d’umani atti il credea.

Nondimen fra’ suoi dubbii sfortunati,

Ugo abborrìa l’inverecondo zelo

Di que’ superbi, che, di fè scevrati,

Fremono ch’altri innalzin voti al cielo;

E talor mesto invidïava i fati

Del pio, cui divin raggio è l’Evangelo;

E spesso entrava in solitario tempio,

Come non v’entra il baldanzoso e l’empio.

E mi dicea che que’ silenzi santi

Della casa di Dio nella tard’ora,

Quando qua e là da pochi meditanti

Sovra i proprii dolor si geme ed òra,

Ovvero i dolci vespertini canti

Sacri alla Vergin ch’è del ciel Signora,

Nell’alma gl’infondean pace profonda,

O d’alta poesia la fean gioconda.

Sempre onoranza fra i più cari amici

Rese al canuto Giovio venerando,

E sue parole di virtù motrici

Con benevol desio stava ascoltando,

E a lui diceva: - «Anch’io giorni felici

Ho sulla terra assaporati, quando

Innamorata ancor la mia pupilla

Vedea quel Nume che a’ tuoi rai sfavilla».

E Giovio protendendo a lui la mano,

Paternamente gli diceva: - «Io spero,

Io per te spero assai, perocchè umano

E magnanimo ferve il tuo pensiero!

Invan t’ostini fra dubbiezze, invano

Della grazia ricàlcitri all’impero:

Iddio t’ama, ti vuol, nè ti dà pace,

Sinchè d’amor non ardi alla sua face».

Tai detti al cor scendean del generoso

Che il bel profondamente ne sentiva;

E al vecchio amico rispondea: - «Non oso

Sperar che in mar cotanto io giunga a riva;

Ma vero è ben che più non ho riposo,

Dacch’egli è forza che dubbiando io viva,

E un dì tua sicuranza acquistar bramo,

E il mister della Croce onoro ed amo».

E siccome al buon Giovio sorridea

Con ossequio amantissimo di figlio,

Così sul mio Manzoni Ugo volgea

Quasi paterno, glorïante ciglio:

In esso egli ammirava e predicea

Di fantasìa grandezza e di consiglio,

Forte garrendo, se taluno ardìa

Di Manzoni schernir l’anima pia.

Tal eri, o mio sincero Ugo; e più volte

Io pure udii tuoi gemiti secreti,

Qualor non prevedute eransi accolte

Su te cause di giorni irrequïeti.

La guancia t’aspergean lagrime folte

Ricordando i fuggiti anni tuoi lieti:

 - «Percuotenti, sclamavi, un Dio tremendo,

Che offender non vorrei, ma certo offendo!»

Allora a dimostrar che titubante

Mal tuo grado bolliva il tuo intelletto,

Ed odio non portavi all’are sante,

E di sete del ver t’ardeva il petto,

Meco avvertivi nella Bibbia quante

Splendesser tracce del divino affetto,

E confessavi, in tue mestissim’ore

Sol raddolcirti quel gran libro il core.

Un dì col genitor del mio Borsieri

Io passeggiava al bosco suburbano,

E tu ch’ivi leggendo sedut’eri,

Ci vedesti, e gridasti da lontano:

«Ecco il volume degli eterni veri!»

Corsi, e il volume presi io da tua mano:

Lessi: Evangelio! E - «Bacialo! dicesti;

Gl’insegnamenti d’un Iddio son questi!»

Ah, sebbene quell’Ugo ottenebrato

Mal sapesse scevrar natura e Dio,

E talor supponesse annichilato

Nella tomba il mortal che i dì compio;

D’altro dopo l’esequie eccelso fato

Nodrìa talor vivissimo desìo,

E dir l’intesi: - «No, quest’alma forte

Mai non potrà vil pasto esser di morte!»

E ben più udii dal labbro tuo eloquente,

Quando insiem leggevam famose carte,

Ove un illustre ingegno miscredente

Rampogne avea contro alla Chiesa sparte:

Dal seggio allor balzasti impazïente,

E ti vidi magnanimo scagliarte

A sostener con voci alte e robuste,

Che le accuse ivi mosse erano ingiuste.

E quantunque a’ Pontefici severo

Si volgesse il tuo spirto e a’ Sacerdoti,

Ammiravi la cattedra di Piero

Ne’ giorni di sua possa più remoti;

E di gentil nell’arti magistero

Datrice l’appellavi a’ pronepoti;

E sovra ognun che fu decoro all’are

Liberal laude ti piacea innalzare.

Se in alcuna tua carta eco facesti

D’animi non cristiani alla favella;

Se di soverchio duol semi funesti

Sparsi hai ne’ cuor che passïon flagella;

Se del secolo errante in cui nascesti,

Bench’alta, l’alma tua rimase ancella,

Opra fu di fralezza e di prestigio,

Non mai di petto a mire inique ligio.

E il tuo libro d’amore isconsolato,

Benchè riscosso immensi plausi avesse,

Benchè da te qual prima gloria amato,

Bench’opra non indegna a te paresse,

Talor gemer ti fea, ch’avvelenato

Un sorso gioventù quivi beesse

D’ira selvaggia contra i fati umani,

Ed idolo Ortis fosse a ingegni insani.

Biasmo gagliardo quindi al giovin davi

Che ti dicea suoi forsennati amori;

E l’atterrarsi, codardìa nomavi,

Sotto qual siasi incarco di dolori;

E sua vita serbar gli comandavi

Per la pietà dovuta a’ genitori,

Pel dovuto anelar d’ogni vivente,

Sì che sacri a virtù sien braccio e mente.

Di molti io memor son tuoi forti detti

Da core usciti di giustizia acceso,

E a tue nascose carità assistetti,

E al tuo perdon ver chi t’aveva offeso;

E pochi vidi sì söavi petti

Portar costanti il proprio e l’altrui peso,

E quel pianto trovar, quella parola,

Che gli afflitti commove, alza e consola.

Memor di tanto, io spero, e spero assai,

Che, sebben conscio non ne andasse il mondo,

Sul letto almen della tua morte avrai

Sentito del Signor desìo profondo:

Spero che l’Angiol degli eterni guai,

Già di predar tua grande alma giocondo,

L’avrà fremendo vista all’ultim’ora,

Spiccato un volo al ciel, fuggirgli ancora.

E mia speranza addoppiasi pensando

Che alla tua madre fosti figlio amante:

Quella vedova pia vivea pregando

Che tu riedessi alle dottrine sante:

Di buoni genitor sacro è il dimando,

E sul cuor dell’Eterno è trionfante,

Nè da parenti assunti in Paradiso

Figlio che amolli, no, non fia diviso.

L’inferma, antica genitrice ognora

Benediceva a te con grande affetto,

Perchè al minor fratello ed alla suora

D’alta amicizia andar godevi stretto:

Furono a Giulio giovincello ancora

Quai di padre tue cure e il tuo precetto,

Ed amai Giulio perocch’ei t’amava,

E l’alma tua del nostro amor brillava.

Ah! tanto spero io più la tua salvezza,

Che sventurato fosti in sulla terra!

Or tuoi difetti, or tua leale asprezza

Ti suscitàr di mille irati guerra:

E di profughi dì lunga amarezza,

E povertà t’accompagnàr sotterra:

Nè lieve a te fu duol che dolci amici

Fossero al pari, o più di te infelici.

Le lagrime vegg’io che certo hai spanto

Quando l’annuncio orribil ti giungea

Che, tronco della vita a me ogn’incanto,

Per anni ed anni in ceppi esser dovea:

Il Cielo sa se in mia prigion t’ho pianto,

E quai voti il cor mio per te porgea!

Sempre io chiesi per te l’inclita luce

Che di tutto consola, e a Dio conduce.

Dolce mi fu dopo decenne pena

Riedere alla paterna amata riva;

Ma allo spezzarsi della mia catena

D’immenso gaudio l’alma mia fu priva;

Chè di tue rimembranze era ripiena,

E già in Britannia il cener tuo dormiva!

E seppi tue sciagure, e niun mi disse

Se, morendo, il tuo core a Dio s’aprisse!

Di tua vita furenti indagatori,

Per laudare o schernir la tua memoria,

Di te narraro i deplorandi errori

Quasi parte maggior della tua gloria:

Falsato indegnamente hanno i colori!

Del tuo core ignorato hanno l’istoria!

Ugo conobbi, o ingiurïanti infidi,

E tra’ suoi falli alta virtude io vidi!

E tu, schietta e magnanima Quirina,

Che appien di lui pur conoscesti il core,

Meco ogni dì il rammenti alla divina,

Infinita pietà del Salvatore:

Come la mia, tua dolce alma s’inchina

Con invitta fiducia e con fervore

A pro del nostro amato, onde con esso

Veder per sempre Iddio ne sia concesso.

Appagar te non ponno, e me neppure,

Nessun ponno appagar su caro estinto

Funebri canti o funebri scolture,

Da cui pari ad eroe venga dipinto:

Uopo han di Dio le amanti creature!

A fede e speme han l’intelletto avvinto!

Noi non chiamiamo eroe l’amico andato:

Amiam, preghiam ch’ei sia con noi salvato!

Noi d’Ugo abbiamo un giudice pietoso,

E tu sei quello, onniveggente Iddio:

Non un de’ suoi sospir ti fu nascoso;

Anzi a te ogni sua giusta opra salìo.

Che festi d’un mortal sì generoso?

Dimmi se il perdonavi e a te s’unìo!

Ah, se ancor di sue piaghe afflitto langue,

Appien le asterga, o buon Gesù, il tuo sangue!

Nota

_________________________

 

[1]  Mio fratello primogenito.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011